venerdì 17 febbraio 2012

Annamaria Franzoni. Ecco le intercettazioni "spacciate" dai media e dalla procura quali certa prova di colpevolezza...


Nel caso Cogne i "media" ci hanno sguazzato per anni, come papere nelle pozzanghere. E, neanche a dirlo, allora come oggi (perché nulla è cambiato ed il tutto pare peggiorato), il cavallo di battaglia furono le intercettazioni telefoniche ed ambientali... chiaramente messe in onda a spizzichi e bocconi, in forma strumentale e non spiegate né nel modo né nella forma così potessero attirare l'opinione pubblica ed apparire per quanto in effetti non erano. Ai lettori ed agli spettatori, infatti, vennero presentate come un atto di accusa, quando, in realtà, se lette nel loro insieme scagionavano la madre di Samuele. Prova di questo ne sia il fatto che il Procuratore Generale di Torino, colui che ha sostenuto l'accusa contro la Franzoni nel processo d'appello, prima di presentarsi in aula rimase settimane intere nel suo ufficio ad ascoltarle e riascoltarle. Erano migliaia e, a parere suo (forse influenzato da quanto riportavano i media), dovevano per forza nascondere la soluzione del mistero. Ma quando si arrivò al processo le uniche che portò erano prive di elementi colpevolisti, anche se lui cercò di incastrare la donna con tredici lettere. La Franzoni, così come tutta sua famiglia, ha subito intercettazioni ambientali e telefoniche per mesi, per anni, e portare tredici lettere, di logica, doveva apparire ai più quanto non è apparso, un aggrapparsi agli specchi. Ma andiamo oltre. Alcune intercettazioni della madre di Samuele, quelle ambientali fatte in caserma, le ho già inserite in altri articoli, ora vediamo cosa si dicevano i membri della famiglia al telefono o in auto. Partiamo da Giorgio Franzoni, il padre dell'unica imputata, la persona che più ha rivolto frasi ostili contro il RIS di Parma, contro i carabinieri e la Procura di Aosta (che sia uno dei motivi per cui si sono accaniti solo contro sua figlia?). Iniziamo da alcune conversazioni private.

Giorgio Franzoni
"Il mestolo di rame si ammacca e fa l’impronta... e poi ha tutti quei golamenti che rendono difficile lavarlo..."
Annamaria Franzoni
"L'avesse lavato avrebbe rovinato anche il lavandino perché è talmente grande..." Intercettazione ambientale n. 236

Giorgio Franzoni
"I periti, io l'avevo capito sin dall’inizio, che poi i periti siamo stati noi a chiederli all’avvocato… l'esame più importante è sapere quali vasi del cervello hanno rotto e in funzione di quelli si calcola il tempo. I carabinieri secondo me, nel momento in cui dobbiamo dargli le prove noialtri, potrebbero ringraziarci. Gli inquirenti sono mirati solo e soltanto ad un certo punto a degli interessi. Sì, la giustizia deve ancora venire, però questi inquirenti sono... ma loro sono abituati a lavorare nel marcio, forse in parte sono marci anche loro!"

Dalle intercettazioni telefoniche, cellulari e fissi, e da quelle ambientali, nell'auto dei Lorenzi ed in caserma, emergevano, fra l’altro, oltre alla ricerca spasmodica della verità, le intenzioni di Giorgio Franzoni di rivolgersi ad alcuni amici politici, ecclesiastici e giornalisti (poi diventati forse nemici), per chiedere un aiuto affinché le autorità lavorassero in direzioni diverse da quelle prese. Era in quei frangenti che Annamaria Franzoni diventava parte attiva interessandosi affinché la verità venisse a galla. Gli inquirenti si soffermarono molto sul fatto che, tranne poche volte, la Franzoni e i suoi familiari non rievocassero il figlio scomparso, loro si aspettavano pianti e lunghe chiacchierate in ricordo di Samuele. Nessun Pm ha mai pensato che certamente avvenivano al momento di andare a letto, quando la coppia si ritrovava senza un figlio accanto. La procura le voleva anche durante la giornata quando, da una certa data in poi, la cosa più importante per tutti era salvare la madre dalle accuse infamanti che le erano state mosse. Ad un certo punto, addirittura, i sospetti crebbero ed aumentarono proprio a causa del fatto che la famiglia si strinse attorno alla madre indagata.

Giorgio Franzoni rivolto a Stefano Lorenzi
"Avete la Bimba da amare!"
Stefano Lorenzi
"Eh, lo so!" Intercettazione ambientale n. 145

Questa fu inserita agli Atti, ma era importante? Vorrei sapeste che le intercettazioni vennero messe in mano anche agli psicologi, che alla pagina 153 della relazione psichiatrica si parla del forte legame e della protezione che tutta la famiglia esercitava sulla donna. In particolare i dottori senza paziente (ricordo che la perizia fu fatta usando le interviste televisive, gli interrogatori, il diario del carcere di Torino e, appunto, le intercettazioni) si soffermarono molto sull'atteggiamento della famiglia Franzoni che, a loro dire, aveva un comportamento strano. Per questo il giudice scrisse:

"... un comportamento che molte volte è andato oltre il semplice esercizio della propria, legittima, difesa, in particolare l'atteggiamento del padre della Franzoni ha certamente influito sul comportamento tenuto dalla “Bimba” durante il processo..."

Questa frase fu scritta perché tante erano le intercettazioni dove apertamente Giorgio Franzoni accusava la Procura e tutte le Istituzioni di incapacità. Chissà che effetto fecero quelle parole agli inquirenti? In procura potevano restare calmi pensando che fossero solo esternazioni di un uomo che non vedeva decollare le indagini? Un uomo che le vedeva prendere una direzione per lui sbagliata? Io credo di no. Ogni persona che si sente in qualche modo insultata prende provvedimenti, e chi ha il potere li prende di conseguenza. Ma i Pm non fecero la benché minima piega; niente querele, niente denunce, niente di niente se non convincersi sempre più della colpevolezza ed indagare solo in una direzione. Poi, prima del processo in Appello, come detto, il procuratore generale Vittorio Corsi riascoltò e vagliò attentamente tutte le frasi intercettate. Il PG, però, dopo giorni e giorni trascorsi con la cuffia sulle orecchie, riuscì ad estrapolare solo tredici lettere... quelle che portò in tribunale. Ma vediamo da che contesto scaturirono le tredici lettere.

Il contesto è una lunga telefonata fatta dalla Franzoni all'amica Anna Biancardi. Il PG isolò questo spezzone.

"Guarda, oggi sono andata a fare una passeggiata... e che non ce la facevo più a stare in casa... e sono riuscita dopo un'ora così, ad estraniarmi un pochino, ad essere più tranquilla... poi tutto ad un tratto mi torna in mente Samuele e dico: Ma cosa mi è succ... cosa gli è successo (piangendo) perché non è qui con me, l'ho lasciato lassù da solo..."

Questa è parte dell'intercettazione telefonica n. 315 del 6 Marzo 2002; è stato un lapsus dovuto al pianto o, come sostenne l'Accusa, l'imputata si era tradita? Leggiamo una parte di questa importante telefonata. Annamaria chiama l'amica Anna per ringraziarla di un «sms» inviatole e per chiederle di fare una dichiarazione che deve contrastarne un'altra falsa uscita sui giornali.

"...l’unica cosa è che magari mi interesserebbe che tu dicessi quella cosa che avevi detto... che quel giornalista ti aveva detto... se tu ritieni... io ti capisco non… non voglio obbligare assolutamente nessuno... se tu però dici questo ad una persona che dico io… che è di fiducia, mi faresti un piacere... poi chiedi a Paola, ti dice tutto lei… se eventualmente diciamo... se riteniamo che questo venga fuori..."

La telefonata continua con la Biancardi che le sottolinea il suo affetto e, in modo neanche molto velato, le fa sapere che anche fosse colpevole non la lascerebbe sola.

"Um…Um... perché non è proprio ne per un... ne perché uno abbia paura di mettersi... di esporsi... prendere le parti... perché per quello lo farei di fronte a chiunque, cioè ne, ecco in questo senso voglio dirti… che non è... non voglio prendere parte perché poi dopo come va a finire non si sa e poi chi lo sa, no? Ma perché anche se fosse mai che… purtroppo…una verità nascosta... venisse fuori... ai mie... al mio cuore tu non cambieresti… proprio minimamente capisci? Anzi… ci sarebbe forse solo un grande amore... di più e un non s… questo che ecco per me è proprio importante che tu capisca questo da parte mia..."

Ora fermiamoci un secondo a ragionare. Perché il PG non fa caso anche ai lapsus dell'amica, ai cambiamenti improvvisi, agli spezzoni di frasi, alle parole mozzate, ma si sofferma solo su quelli della Franzoni? Anche la Biancardi nella concitazione della telefonata esprime concetti in maniera caotica, a volte avulsa. Ma per gli inquirenti la Franzoni, per niente colpita dalle parole dell'altra, cerca di sviare continuando il suo discorso. Ma lo avrà veramente capito il significato di quanto espostole dall'amica? Tutti noi al telefono spesso diciamo: «sì non ti preoccupare», facendo intendere di aver capito quando in effetti non abbiamo capito una «mazza di niente». Ma finiamo la telefonata.

"Si... si, Anna stai tranquilla, ho capito benissimo il tuo messaggio... io ti dico... se tu mi puoi fare questo piacere… se eventualmente riteniamo di... dover dire questa cosa... solo questo... ma stai tranquilla Anna che io adesso non voglio parlare... non potrei nemmeno perché giustamente ci sono delle indagini in corso... non voglio mettere i bastoni fra le ruote..."

Ma poco dopo, com'era logico accadesse, si passa a parlare di chi fa le indagini.

"Perché a loro, oltre alla carriera che può essere importante per loro…ma non gliene può fregare di meno… perché loro pur di incolpare, sai fa più scalpore che sia stata la madre... che ci siano scandali che ci sia tutto quello che vuoi... e non riescono a trovare niente... più cercano e meno trovano vedi? Non troveranno niente in casa perché penso che c’è tutto quello che può dimostrare di me… c'è tutto nella casa... eh è qui che è tutto il corrotto vedi Anna? Quando ti dico che non ho fiducia in loro c'è un motivo... allora quanto tu vedi che quelli che dovevano fare il loro dovere, il loro lavoro, invece, stanno lì a farsi corrompere dai giornalisti a dare informazioni di qua e... invece di lavorare sodo... di arrivare fino in fondo, di cercare di capire cosa è successo..."

A questo punto la Franzoni inizia a parlare del figlio e dell'assassino che pensava si scoprisse subito.

"Io quando ho saputo di Samuele, di cosa gli era successo (quando le hanno detto che era stato ucciso e non era morto per cause naturali), dalla autopsia che l'ho dovuto accettare... ho detto, sarà questione di ore... sicuramente... poi c'era il funerale e ho detto, spero che al funerale... di sapere cosa è successo… ti dico a volte ho dei tremori... una rabbia che mi viene da spaccarti... da tirare giù i muri... veramente… cioè, ci fosse Samuele qui accanto a me, è che tutte queste cose non mi toccherebbero... veramente... il problema è che lui non c'è... non ci sarà più… e qualcuno mi ha voluto proprio fare del male… in tutti i sensi... peggio di così penso che una persona non possa... voler male ad un'altra..."

La Franzoni a questo punto si è agitata e l'amica la invita a calmarsi, a calmare l’ansia, e le dice.

"Si, ma poi neanche con un'accusa, voglio dire magari... anzi con gran senso di pena dici... caspita... magari è una persona che poteva star male, magari che ne so... mmm... in un momento di partic… di malessere che ne so io cioè io mi rendo conto che chi non ti conosce per ( inc ) sia la risposta più facile… eh, se non l'ha fatto volendo male, l'ha fatto perché magari non era previsto quello che... che è successo perché magari è successo così, è stato davvero un raptus... in ogni caso..."

Perciò, in base a queste affermazioni, la Biancardi non sospettava di Annamaria, le frasi precedenti erano un farle sapere quanto le fosse vicina, erano dettate dall'amicizia. Ma adesso arriviamo alla frase incriminata.

"Guarda oggi sono andata a fare una passeggiata... è che non ce la facevo più a stare in casa... e sono riuscita dopo un'ora così... ad estraniarmi un pochino, ad essere più tranquilla... poi tutto ad un tratto mi torna in mente Samuele e dico: Ma cosa mi è succ... cosa gli è successo ( piangendo)... perché non è qui con me, l'ho lasciato lassù da solo… e poi mi viene in mente come l'ho trovato e non riesco a togliermelo dagli occhi… il coraggio che hanno avuto... come hanno potuto... non dava noia a nessuno lui... chi mi poteva dire che s... mi succedeva una cosa così? Ed invece è capitata proprio a me... piovuta dal cielo... capito, in cinque minuti mi han cambiato la vita, me l'han rovinata..."

La Biancardi la incoraggia ad essere forte, ad essere l'Annamaria che lei conosce, ed allora la conversazione ritorna al discorso precedente. A quanto avessero lavorato male gli inquirenti a cui non importava nulla del dolore degli altri, al fatto che ogni cosa era fatta per soldi (fuga di notizie date a pagamento ai giornalisti) o per far carriera (interviste televisive). Alla fine il dolore prevarica tutto e la telefonata prende altre pieghe.

"Non ti preoccupare, no… non... quanto ci si trova... bisogna non lo so, si deve andare avanti per forza perché la vita ce l'hai a meno che non te la togli... perché tanto... non lo so a questo punto può capitare ancora di peggio… perché il futuro senza Samuele è ancora peggio... non lo vedo e non lo sento... però come fai ad essere felice... d'ora in poi sarà tutta un altra cosa..."

Per il P.G. questa è una telefonata sospetta in cui la Franzoni si tradisce ammettendo inconsciamente di essere l'autrice del delitto. In mezzo agli strafalcioni grammaticali ed alle mezze parole, che inevitabilmente escono di bocca quando parli ad una amica perché tanto ti capisce ugualmente, c'è la frase «ma cosa mi è succ...», trasformata in «cosa gli sia successo...». A me il pensiero colpevolista del PG è parso da subito un'assurdità. Dire «ma cosa mi è succ...» è come dire «non mi rendo ancora conto di quello che mi è capitato». Pensare poi che al figlio è andata ancora peggio, perché purtroppo è morto, è spontaneo, ed allora si passa a dire «cosa gli è successo...». D'altronde il fatto che inquirenti e psichiatri siano convinti, per loro stessa ammissione tanto da scriverlo sulle perizie, che Annamaria sia una donna che pensa solo a sé e che miri ad accentrare l'attenzione sulla sua persona, dovrebbe essere la prova che la scagiona per aver detto quella mezza frase. Se il Procuratore avesse voluto essere onesto al 101% avrebbe dovuto sottolineare anche altre due frasi presenti nella telefonata. La prima è quella in cui la Franzoni dice all'amica: «qualcuno mi ha voluto proprio fare del male...»; perché il PG non sottolinea che anche in quella circostanza la donna pensa a quanto le è capitato usando il pronome personale «mi», come fatto nella frase successiva? Volendo seguire il ragionamento del Procuratore la donna avrebbe dovuto dire «qualcuno gli ha voluto proprio fare del male».

La seconda frase che non ha considerato è quella in cui dice: «ti dico, ha volte ho dei tremori... una rabbia che mi viene da spaccarti...». Perché il dottore in questo caso non ha pensato che la Franzoni volesse spaccare in due l'amica? Il P.G. non cade in contraddizione estrapolando solo le tredici lettere che più gli fanno comodo? Come mai le contraddizioni valgono quando si parla della madre di Samuele e non quando ad avercele, e sono state davvero tante, sono quelli che devono cercare la verità. Il PG lavora solo su un: "ma cosa mi è succ...", solo su tredici lettere, solo su due secondi scarsi di conversazione, ma volete sapere quanto dura in realtà tutta la telefonata fra la Franzoni e l'amica? Più di venti minuti. Venti minuti in cui le due donne parlano continuamente, senza interruzioni, in maniera molto amichevole; mentre Annamaria Franzoni a volte sparla degli inquirenti, di cui non ha più alcuna fiducia, e piange la morte del figlio, l'amica la rincuora e la incita ad aver fiducia nella Giustizia, a non abbattersi. E' una telefonata dolorosa che intristisce anche chi la ascolta. Una telefonata che non avrebbe mai dovuto essere presa e portata a diventare un atto di accusa! Solo chi è vittima del pregiudizio la può usare per chiedere una condanna. Solo chi è vittima del pregiudizio può aver creduto al Procuratore Generale. Ma tant'è che loro giudicano, loro conoscono, loro capiscono, loro sono «invincibili ed eterni», perché in psichiatria ed in magistratura ogni giudizio, in mancanza di confessione, è plausibile ed anche sbagliabile e spiegabile. Se uno piange lo fa per convenienza, oppure per dolore, basta scegliere ciò che fa più comodo. Se al contrario uno ride lo fa per coprire una sofferenza, o forse perché è felice, continuate voi a scegliere cosa vi pare meglio. Si può dire tutto ed il contrario di tutto senza essere perseguiti da niente e da nessuno, si può incarcerare senza vere prove e lasciare libero chi ha ammesso le proprie colpe... il tutto senza rimorso alcuno.

Ma torniamo a parlare di Giorgio Franzoni. La prima volta che venne intercettato, parlando col genero, aveva proclamato che lui era uno di quelli che se l'avesse sfiorato l'idea che fosse stata sua figlia sarebbe stato il primo a denunciarla; Stefano aveva replicato che a sua volta, se solo avesse saputo che era stata sua moglie, avrebbe detto ai carabinieri le cose per come stavano. Subito dopo il Franzoni aveva usato un tono sarcastico per raccontare quella che secondo lui era l'ipotesi che nei giorni precedenti avevano fatto gli inquirenti. Nella prossima intercettazione, come leggerete, ci sono risate finali definite "a crepapelle"... ma non fate come vi dissero di fare i media in quegli anni, questa volta non giudicatele prima di averne capito il senso.

Giorgio Franzoni
"Devono aver ragionato che, se il tuo pigiama era sotto il cuscino, voleva dire che non eri andato a letto quella notte e che, arrivato tardi, hai sorpreso tua moglie con l'amico e così vi siete “menati” e la Bimba si era sentita male, il fatto che la guardia medica ti abbia visto vestito conforta la loro ipotesi che non ti sei andato a letto; ad un certo punto tu sei andato a lavorare e a quel punto la Bimba per salvare il tutto ha cominciato a litigare con l'amico ed ha ammazzato Samuele. Avranno pensato che è stata la Bimba o l'amico... assieme o separati..." (da qui la risata definita "a crepapelle")

Per capirne il senso occorre prima capire perché è uscito questo discorso e perché ci sono state le risate. Per far questo occorre tornare ai giorni precedenti l'intercettazione. La Procura, chissà mai il perché, aveva lasciato uscire sui giornali una chiacchiera da gossip... leggiamo un articolo di «Repubblica» firmato da Giuseppe D'Avanzo.

"Il pigiama di Stefano Lorenzi piegato sotto il cuscino. Malaugurato dettaglio per l'inchiesta. Conviene muovere da qui perché la posizione di quel pigiama, nel momento in cui viene scoperto alle 10 del mattino, alimenta la cabala induttiva dei carabinieri. Suona così: - quella notte (29/30 gennaio) Stefano Lorenzi non dorme a casa (il pigiama è sotto il cuscino quindi non è stato utilizzato). Torna alle 5 del mattino. Trova la moglie Anna Maria a letto con l'amante. Marito e moglie litigano. Anna Maria ha un collasso nervoso. Insieme chiamano la Guardia medica. Il litigio riprende dopo l' intervento dell'equipe e si conclude con Stefano che sbatte la porta e va via alle 7,30. Anna Maria rimasta sola in casa uccide Samuele per vendetta, per disperazione, Dio solo sa perché-. Anche se la trama eclissa i fatti (non c'è nessun amante), la ricostruzione si sedimenta. Per due giorni i carabinieri venuti da Aosta a Cogne lavorano prigionieri di quel tableaux. Racconta Stefano Lorenzi: “Nei primi interrogatori mi chiedevano: - dove hai lasciato il pigiama?- Io avevo come una nebbia nella testa, eppoi che interesse poteva avere il mio pigiama? Dov'era? Non lo ricordavo. Era morto mio figlio santa pazienza! Soltanto qualche giorno dopo, ripercorrendo il film di quelle ore, mi è ritornato in mente. Arrivava la Guardia medica. Non volevo ricevere il medico in pigiama e mi sono vestito. L'ho ripiegato sotto il cuscino, mentre d'abitudine lo lascio sul letto o in bagno ché poi se ne occupa Anna Maria”. A quel punto i carabinieri hanno già interrogato ad Aosta Mario Ronc (è l'imprenditore presso il quale lavora Stefano Lorenzi). Ronc conferma ai militari che Stefano non fa i turni di notte. Potrebbe essere sufficiente ma non lo è! Un ufficiale avvicina Stefano e gli dice: “Sua moglie ha un amante? Me lo dica, non è poi così inusuale avere un amante...”. Stefano è umiliato da quella domanda".

Ed ecco spiegato il senso della conversazione e le risate. Una falsa pista, percorsa giustamente dai carabinieri, viene trasferita, immotivatamente e senza scrupoli, ai media entrando nelle case di tutti. Questo ci fa capire in quale contesto operavano gli investigatori. Quelli seri a cercare percorsi da seguire, a volte sbagliando ma sempre lavorando onestamente, gli altri a parlare ai giornalisti così... giusto per avere qualche euro in più nelle tasche. Ma nelle carte dei giudici non si fa mai riferimento a questo, lì si parla solo di ricerca d'appoggio mediatico da parte di Annamaria. Ma lasciamo da parte i tanti «pettegolezzi della Procura» e torniamo alle intercettazioni.

Giorgio Franzoni
"Ascolta... ti ricordi grosso modo dov'era... com'era il tuo pigiama quando sei entrata in camera?"
Annamaria Franzoni
"No, non l'ho visto, me l'han chiesto anche oggi, io non l'ho visto, non ci ho proprio fatto caso"
Giorgio Franzoni
"Non dire quelle cose Bimba, non fare quelle affermazioni lì... non devi dire se te l'han chiesto o no, no... dì che te l'ha chiesto tua madre"

Il Franzoni qui fa intendere di sospettare ci siano in corso intercettazioni, in quanto non vuole che si parli degli inquirenti; addirittura le consiglia di dire, quando fa un discorso riguardante gli interrogatori, che le domande non le ha fatte la Procura ma sua madre.

Annamaria Franzoni
"Ah…ah..." (Come a dire ho capito)
Giorgio Franzoni
"Anche lì, se ci sono qualche impronta… magari che ci siano di sangue sulla maglia, eh! Questo dimostra che tu l'hai preso su, eh! Perché tu l'hai preso"
Annamaria Franzoni
"No, io non l'ho preso"
Giorgio Franzoni
"L'hai toccato, l'hai toccato, si, con la mano"

In questo caso, sicuramente, riporta alla figlia i consigli di un avvocato (non c'è neppure da chiedersi chi) e le dice che deve dire di aver toccato il pigiama, di averlo preso e spostato in quanto, se vi fossero state ditate, si sarebbero potute giustificare. Il padre non ci fa una bella figura, sembra che non creda all'innocenza della figlia pur se lei continua a dirgli il contrario. Ma anche da altre intercettazioni nascono problemi per la donna; notate i numeri fra parentesi e chiedetevi quante ne abbiano fatte. Qui vi riporto ciò che il giudice ha trascritto nelle motivazioni:

"Nel corso delle intercettazioni sull'autovettura Giorgio Franzoni aveva detto più volte che “era tutto un complotto, in particolare del RIS e dei C.C. di Aosta” (intercettazioni n.511, 732, 753), che il pigiama e le prove erano stati manomessi dai carabinieri, che bisognava “avere fantasia” nel difendersi per mettersi al riparo (n. 310), che Paola (Croci) era “persona in grado di gestire” e che sta organizzando, le intercettazioni telefoniche provavano i contatti avuti con la medesima e le sollecitazioni ad andare ad esporre agli inquirenti piste alternative (n. 485, n. 511, n. 747), che “nessuno aveva capito la loro strategia di adoperare una agenzia di stampa non conosciuta e di parlare solo con chi gli dava credito” (n. 485, n. 568), che “la Bimba doveva ricordare alla madre Chiara di telefonare ad una certa persona per chiederle di contattare un certo politico a cui dire di mettere un po' d'ordine nel RIS attraverso il generale “Siracusa” (n. 813); che era necessario incontrare l'avvocato Taormina all'insaputa dell'avvocato Carlo Federico Grosso affinché facesse intervenire il Ministero della Difesa che difendeva il RIS ed i C.C. di AOSTA, in quanto loro sospettavano che ci fosse un complotto (Stefano Lorenzi aveva aggiunto: “che dia la botta finale al R.I.S.”), discorsi fatti in presenza della consenziente Franzoni (n. 753) la quale come ricordato dal PG aveva anche telefonato ad un giornalista del Corriere per dirgli, ai fini di una eventuale pubblicazione, di aver saputo che il generale Siracusa aveva bastonato i RIS"

Certo che a parole il padre di Annamaria Franzoni ne fa di cose... ma che risultato ha portato a casa usando questi termini? Proseguiamo con l'intercettazione che più ha sbizzarrito la fantasia dei Pm.

Giorgio Franzoni
"Il caso lo risolveremo noi... è che bisogna lavorare più di fantasia e scrivere un libro dal primo giorno. Questa una delle intercettazioni criptiche a cui il più delle volte seguiva la frase: "certo che ne abbiamo di segreti, lo sappiamo anche noi a sapere quello che sappiamo noi, tu non sai che io so quello che tu non sai che io so!"

Ed il mistero a questo punto s'infittì e la Procura cercò un decifratore di frasi. Che fosse un codice segreto? Che fosse solo uno scioglilingua? Chi lo sa? Ora passiamo alle premonizioni portate ad essere colpevoliste.

Stefano Lorenzi 
"Io quella mattina mi sentivo male... mi sentivo qualcosa perché avevo paura che, in un momento o l'altro, mi dovevi chiamare e sapevo che il cellulare si stava scaricando, mi è andata bene che il cellulare era ancora un po' carico... e così ho chiamato convintissimo che stavi di nuovo male. E me lo sentivo, eh mi hai detto: “Stefano Samuele è morto! E' successo un disastro vieni su subito vieni su subito!”. Eh, io mi sentivo quello..."

Questa è una intercettazione importante? Anche a me capita a volte di «sentire» che qualcosa sta per accadere a casa mia... ed allora? Nelle motivazioni c'è anche un altro discorso registrato, questa volta a parlare è Annamaria. Volete sapere il motivo per cui è stato inserito? Per accorciare il tempo di andata e ritorno impiegato nell'accompagnare il figlio maggiore a scuola.

"Mi hanno detto tutto, non ci volevo credere... in quel poco tempo... in cinque minuti me l'hanno assassinato... come facevano loro a sapere che lui era lì, conoscevano l'ambiente di casa, perché la camera era sotto... è una cosa mirata perché non è così ovvio a casa mia tu entri... era uno che mi spiava, era uscito Stefano, sono uscita anch'io, ho lasciato la TV accesa... però adesso mi devo sforzare a pensare a chi può essere stato"

"In cinque minuti me l'hanno assassinato", questa la frase incriminata ed usata per accorciare i tempi. Ma chiunque quando parla ad un amico o ad un familiare accenna ai minuti parlando «a grandi linee». Chi di voi ha mai detto: «Vado in centro con l'autobus, tanto impiega sette minuti e dodici secondi ad arrivare». Non dite anche voi, come tutti: «Vado con l'autobus perché in cinque minuti arriva in centro». Ma la Procura e la Corte non parlano come "tutti", loro cercano di accorciare i tempi di uscita e di rientro, ed il motivo è chiaro: diminuendo i minuti passati all'esterno si aumentano quelli all'interno e si alzano le probabilità che sia stata la Franzoni a commettere l'omicidio. Però poi ci parlano di una «fredda e lucida assassina». Se fosse stata lucida e fredda non avrebbe dilatato i tempi parlando di dieci minuti?

Queste sono alcune delle intercettazioni riportate nelle motivazioni. A mio parere le uniche che hanno un minimo valore sono quelle riguardanti il Giorgio Franzoni, che con il suo fare saccente ha istigato la Procura proprio come si istiga un dobermann. Però chi lavora per la «Giustizia» ha il dovere di non tener conto di certe frasi e di concentrarsi su quelle utili all'inchiesta, se ve ne sono. Se non lo fa e si accanisce significa che è l'uomo in proprio a voler fare giustizia, una sua giustizia... e da una «giustizia» così non si tira fuori neppure il brodo per il semolino.

Speciale delitto di Cogne: gli altri 14 punti che scagionano Annamaria Franzoni

Annamaria Franzoni Cap 10 (la vera arma del delitto...)
Annamaria Franzoni Cap 11 (una condanna nata dalle chiacchiere di paese) 
Annamaria Franzoni Cap.13 (gli alibi dei vicini...)
Annamaria Franzoni. Cap.14 (L'alibi della vicina e i movimenti alquanto particolari...)
Annamaria Franzoni. Cap.15 (Il delitto efferato? Una fantasia dei giudici copia-incolla)

100.000 firme da inviare al premier Mario Monti
Sarah Scazzi. Il giudice è un ex sostituto procuratore di Taranto
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Serena Mollicone e le quindici tracce biologiche
Da Elisa Claps a Luca Mongelli
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11 commenti:

LucaP ha detto...

Ciao Massimo

Viene davvero un grande sconforto a vedere come sono condotti tutti questi processi indiziari. Soprattutto quelli che hanno un'evidenza ed un'amplificazione mediatica come nel caso di Cogne, Perugia, Garlasco e non ultimi i due di Ascoli.
Capisco le pressioni cui sono sottoposti gli inquirenti. Pressioni che arrivano dall'alto per far chiudere il più presto possibile questi casi in modo tale da non dare l'impressione di essere incapaci ed impreparati. Ma la sintesi è proprio questa: sono incapaci ed impreparati a svolgere con scrupolo il loro mestiere.
Ma c'è ancora qualcuno in questo mondo che vuole fare il proprio lavoro in modo serio e rispettoso sia del ruolo che ricopre sia dei diritti delle persone coinvolte?
E' che quando le cose diventano difficili e complicate, anziché ammettere i propri limiti, tutti preferiscono seguire le strade più facili a costo anche di commettere evidenti irregolarità procedurali, omettere tutto quello che contrasta con le loro presunte certezze. E questo a partire dai Carabinieri (ma anche la Polizia e la GdF) per arrivare ai Giudici di Corte d'Assise e di Cassazione passando da uno stuolo di PM, GIP e GUP.

Ieri sera in televisione hanno rimandato in onda il film "Il caso Thomas Crawford" dove un pubblico ministero onesto e scrupoloso preferisce, per coscienza, non ricorrere a metodi truffaldini pur di incastrare colui che è convinto essere colpevole. Il film ha comunque un finale positivo in quanto riesce comunque ad incastrare con prove certe l'assassino. Ma questa non è solo fiction, è vera fantascienza come quella che si vede quotidianamente nei vari CSI.

Antonello ha detto...

Il contesto, l'estrapolazione e l'indirizzo, il pilotaggio involontario, ma dico io se e' forse normale porsi un dubbio su una frase, come porsene mille altri a 360 gradi, a me non sembra normale scriverli e portarli a sostegno di una sentenza, che poi addirittura ci fu' la ridda fra il perito intoccabile del Giudice e le perizie impolverate di parte, insomma anche sulle trascrizioni di moltissime intercettazioni fu' discreta battaglia, alla fine nell'80% fu riconosciuta l'interpretazione del sonoro riconsegnato dai periti nominati dalla Sig.ra Franzoni.
Anche smuovere l'Istituzionismo non e' semplice, del resto sembra che il perito "del Giudice" sia piu' superpartes di un altro "di parte" in base ad una incancrenita concezione che il Dio Danaro possa tutto, in effetti si sbaglia spesso, l'importante e' tenerlo ben presente sempre.
Altra cosa da sfatare e' questo benedetto raptus tale da vederne il suo nascondimento, tale da subire condanna ma non tale da giustificare un ergastolo in un caso grave come questo, la contraddizione di un raptus rimosso della stessa ipotizzata carneficie che diventa tale anche in base al fatto che avrebbe deliberatamente nascosto l'evento criminoso, delle due l'una, o ha rimosso e non puo' aver nascosto, o ha nascosto ed allora non si spiega il non ergastolo, vien da chiedersi se chi ha rimosso fosse un perito superpartes e se avesse la toga. Incredibile questo passaggio.

tabula ha detto...

Non mi sembrano frasi incriminanti, nè vedo alcuna ammissione di colpa.
Certo, quel "che cosa mi è success.."
del resto, a lei qualcosa è successo: perdere un figlio.
Credo che sia naturale riportare la disgrazia su di sè, per una mamma la perdita di un figlio è una cosa che riguarda lei.
Del resto la scienza psicologica non è di sicuro una scienza esatta, tutt'altro.
Massimo, leggere queste cose mi fa arrabbiare. Mi fa paura la volontà di leggere a tutti i costi come indizi di colpevolezza qualsiasi normale esternazione da parte di chi abbia subito una perdita assai gravosa e ne sia accusato. Non vedo limiti nè confini di ragionevolezza.
Mi sembra un gioco senza regole.

tabula ha detto...

Non mi sembrano frasi incriminanti, nè vedo alcuna ammissione di colpa.
Certo, quel "che cosa mi è success.."
del resto, a lei qualcosa è successo: perdere un figlio.
Credo che sia naturale riportare la disgrazia su di sè, per una mamma la perdita di un figlio è una cosa che riguarda lei.
Del resto la scienza psicologica non è di sicuro una scienza esatta, tutt'altro.
Massimo, leggere queste cose mi fa arrabbiare. Mi fa paura la volontà di leggere a tutti i costi come indizi di colpevolezza qualsiasi normale esternazione da parte di chi abbia subito una perdita assai gravosa e ne sia accusato. Non vedo limiti nè confini di ragionevolezza.
Mi sembra un gioco senza regole.

Antonello ha detto...

@Tabula
Ma non vorrei dover difendere il difendibilissimo in altri semplici modi utilizzando invece stereotipi di comodo e difendendo di fatto altre verita' del tutto soggettive, non vorrei si andasse dalla padella nel pentolone della minestra.
Cosa voglio dire: Non esistono colpe a priori, il narcisismo, l'egoisno, la possessivita' intima di una madre nei confronti del figlio non penso sia legittimabile con una qualsiasi legge o sentenza ma e' altrettanto vero che se il difetto viene innestato nel contesto naturale puo' diventare un pregio, il dissociarsi da lui nel parto in questo senso deve spiegare, anche all'intimo di una madre, che non sta mettendo al mondo un bambolotto ma un figlio che domani dovra' diventare uomo od una figlia che domani dovra' diventare una donna, un essere a se stante, non una materna o paterna proprieta'.
La frase quindi "Cosa mi e' succ...cosa gli e' successo???" non e' irrilevante per diversi motivi che la non percepita oggettivita' della stessa pronunciata da parte di una persona, uomo o donna, che gli inquirenti non dovrebbero conoscere od interpretare, violando si allora l'equilibrio di un individuo, ma nel caso specifico accusare o meno.
Nello specifico ha anche importanza lo spazio temporale del contesto, ad esempio, se la stessa frase la pigliassimo e la innestassimo a ridosso del decesso del piccolo e la immaginassimo pronunciata dalla madre nei momenti della ipotetica tragedia davanti al corpo del figlioletto allora si che avrebbe potuto costituire la base di un fondato sospetto, ma mio Dio siamo a distanza di tempo, lontani da una situazione drammatica che, comunque la si voglia mettere, deve aver scioccato e che quindi di per se stessa per reazione naturale si tende penso ad allontanare piuttosto che affrontare nell'impotenza totale di una morte non risolvibile in alcun modo.
E' vero che la soggettivita' di quella madre ci dice che ha percepito il futuro come valore inestimabile di fronte all'impotenza al cospetto della morte del figlio, proprio sfidando immediatamente la vita chiedendo al padre conferme su altri figli ma piu' che altro proprio sul futuro.
La sopravvivenza che si percepisce impotenti di fronte alla morte non e' gia' vita ma e' fonte della stessa, e' reazione, paradosso incolmabile se vogliamo ma e' chiaro che non dev'essere stata una situazione di coerenza emotiva, la vita sconfigge la morte e questa e' la coeremte interpretazione, che ai giudici piaccia o meno, che sia per loro indizio o meno, che vogliano sviscerarlo come dato proprio dissociato o meno, altrimenti l'umanita' non esisterebbe, o sbaglio???

Antonello ha detto...

Volendo trovare qualcosa che stona io parlerei delle chiavi di casa e dei giri che hanno fatto.
1) La Franzoni entra e gire due volte le chiavi dopo essersi chiusa la porta alle spalle, lascia le chiavi attaccate alla toppa.
2) La Franzoni sale mentre si sta soccorrendo il bimbo, prende le chiavi estraendole dalla toppa senza levare i due giri di chiavi, dice per lasciarle alla vicina prima di partire con Samuele in elicottero.
3) Una volta non partita con l'elicottero la D.ssa Satragni gli suggerisce di bere un bicchiere d'acqua, la vicina si offre di andarglielo a prendere in casa, la Franzoni da le chiavi alla vicina che pero', arrivata al portone, APRE IL PORTONE SENZA IL BISOGNO DI LEVARE NESSUN GIRO DI CHIAVI.

Ecco in tutti questi passaggi ci vedo poco chiaro.

emax/massimo prati ha detto...

In realtà Antonello, se si pensa alla concitazione del momento non c'è nulla di poco chiaro. Immagina la scena in due parti più una terza fase. La prima si inserisce nelle richieste d'aiuto, la seconda nei soccorsi, la terza fase all'apertura della porta esterna.

Fase 1
Franzoni: Torna, si mette gli zoccoli, scende e trova Samuele in quello stato, cerca di telefonare col cellulare (rimasto sul comodino di Stefano) ma non c'è linea.

Intruso: Nel frattempo chi è sulle scale che portano alla mansarda scende, gira le chiavi, apre la porta esce e richiude (come da prove effettuate dai carabinieri dalla camera da letto questi rumori non si sentono).

Franzoni: Intanto in camera da letto non c'è linea, lei sale le scale, chiama il 118 col fisso e capisce subito che non arriveranno a breve. Ma Samuele ha bisogno di un soccorso veloce e mentre sta finendo la telefonata chiama col cellulare la Satragni. Chiude la chiamata col 118 e mentre è al cellulare con la dottoressa prende con sé il cordless e scende, si accorge dei tagli e della materia cerebrare e per la prima volta esclama: Oddio gli è scoppiata la testa, la frase sentita dalla Satragni al telefono. Chiusa la chiamata chiama la ditta del marito, apre la portafinestra e chiama la vicina.

Fase 2
Franzoni: E' in camera col figlio ed aspetta la Satragni, la chiamano al cordless, è il 118 che vuol sapere se c'è modo di far atterrare l'elicottero. Mentre è al telefono arriva la Satragni col suocero. (La dottoressa sente Samuele rantolare e prende il telefono in mano cercando di acellerare i soccorsi, poi lo passa al suocero, ex guida alpina, che con l'operatrice si incarica di fare i segnali al pilota. Intanto la vicina è seduta su un masso all'esterno).

L'azione segnalata tra parentesi dura più di un minuto. In questo lasso di tempo la Franzoni diventa invisibile ai soccorritori, la Satragni prima prende il telefono poi si concentra su Samuele (verifica sia vivo e gli fa la puntura) il suocero è al telefono con il 118 ed esce all'esterno per verificare gli spazi in cui far atterrare l'elicottero, ed anche la vicina è all'esterno.

Ma la Franzoni dal momento che si parla di elicottero, che glielo abbiano detto o meno di mettere gli stivali è irrilevante in un momento di confusione del genere, ha capito che arriverà e che per andare con suo figlio deve mettersi gli stivali. Quindi sale le scale, va nel bagno accanto all'ingresso, toglie gli zoccoli e mette gli stivali, sfila le chiavi dalla porta e scende (tutto è automatico e dettato dalla fretta di tornare giù).

E con questa ricostruzione non mi pare ci siano punti oscuri in questa fase. Sono più oscuri quelli della fase successiva, la terza fase, quando anziché fare come ha fatto in precedenza quando ha aiutato la Satragni, come hanno fatto tutti i presenti, la vicina non passa dalla portafinestra aperta ma sale le scale esterne ed apre la porta che solo un eventuale assassino può sapere essere aperta... ma in questo caso i punti oscuri non riguardano la Franzoni...

Ciao, Massimo

Anonimo ha detto...

Massimo,quei puntini di sospensione alla fine dell'articolo danno un brivido alla schiena.
Bea.

Antonello ha detto...

@Massmo
sulla ricostrizione siamo in pieno accordo, ma tieni presente che gia' vi sono testimoni esterni (la vicina e sembrerebbe la D.ssa Satragni e suo suocero), i miei dubbi sicuramente non confermabili si divergono da cio' che appare agli atti e dipartono da cio' che invece non mi sembra escludibile.
Non ho detto, bada bene, che ho certezze ma che ho dei dubbi, siamo quindi nel campo indimostrabile di ipotesi.
1) Chiamata dalla Sig.ra Franzoni la D.ssa Satragni parte da trecento metri con Panda, suocero e ben due borsoni da medico con dentro l'attrezzatura necessaria.
2) Quei borsoni non saranno portati fuori ne dal suocero della D.ssa Satragni e ne dalla stessa mentre nel frattempo gia' erano arrivati i Carabinieri.
3) I due giri alla porta vengono riscontrati come levati dalla vicina che si offre di andare a prendere un bicchiere d'acqua, qui intravvedo la possibilita' o l'eventuale ipotesi non escludibile, che tutto sia stato fatto a regola d'arte per "scaricare" su elementi esterni la stessa testimonianza che si voleva conveniente.
4) Tutto il gruppo doveva rientrare in casa, come dopo e' successo con l'arrivo del padre del bimbo, e non vedo perche' il bicchiere d'acqua e' dovuto andarlo a prendere la vicina, ripeto, ad andare a prendere il bicchier d'acqua ci puo' essere andato chiunque ma io mi chiedo perche' una piuttosto che un altro elemento.
5) Questo comportamento che sembrerebbe, e lo e' senza l'ottica di cio' che puo' non apparire come non escludibile, a me fa "immaginare" diverse alternative di eventuali strategie sul momento ipoteticamente pilotate anche se non e' detto abbiano rilievi colpevolisti.
Difficile spiegare ma in quel momento attirare l'attenzione sul portone d'ingresso o segnalare i due giri di chiavi mancanti puo' si corrispondere ad un dato oggettivo e quindi da approfondire seguendo le linee del Dr. Lavorino (che ammiro aver ultimamente cambiato idea diffondendo una lettera con destinatario ben preciso) ma puo' anche far emergere una possibile diversa strategia di difesa di qualcuno che invece potrebbe aver agito e dileguatosi dal piano notte inferiore.
In buona sostanza, per casualita', riscontro che i due fondamentali atti riscontrati al momento e con testimoni e Carabinieri gia' presenti, e cioe' i due borsoni portati via ed i due giri di chiavi mancanti, sono affidati a terzi esterni ad un ipotetico clan che non e' detto assolutamente possa essere stato stipulato al fine di sconfessare colpe della madre, tuttaltro.
Spero di essere riuscito a spiegare bene il mio punto di vista anche se ammetto che siamo su un livello del tutto ipotetico e virtuale.

Antonello ha detto...

http://affaritaliani.libero.it/cronache/garlasco-050312.html

E si costruisce diritto su argilla, sarebbero "concludenti" le rilevanze indiziarie scaturite dal e nel caso di Cogne perche' le diverse ipotesi immaginabili sarebbero state fuori dalla "naturalezza umana delle cose".
Le contraddizioni fra il mondo giudiziario delle carte ed il mondo reale "de noiatri".

Giacomo Bazzi ha detto...

Ho una mia teoria su ciò che accadde quella mattina: da spiegare e molto lunga ma proviamo se posso darvi l'introduzione il resto viene dopo.
Il piccolo a mio avviso soffriva di un male alla testa, gli venivano dei gonfiori detti, cefalee, se e cosi il piccolo doveva essere curato da uno specialista ortopedico.
Mi spiego meglio ho 62 anni e da molto piccolo (età 4 anni) ho avuto una eruzione cutanea dopo di che per anni sono stato curato senza sapere cosa avevo, oggi riporto 6 fosse sulla testa (scatola cranica) molto visive, al contatto la gente si spaventa. All'età di 25 anni ho avuto la OSTIOMELITE al femore destro e l'anno successivo all'omero destro.
In pratica l'ostiomelite e il sangue che non circola più trasformandosi in STAFILOCOCCO che comincia a nutrirsi delle parti ossee, a tal punto che si infiamma la cute e scoppia.
Dopo anni sono arrivato a Cortina D'ampezzo al Codivilla Putti, (clinica specializzata ) e da quel periodo non ho avuto più niente.
per contattarmi scrivete privatamente all'indirizzo mail giacomo.bazzi@gmail.com
in seguito ci contatteremo per telefono. Giacomo
PS non voglio inludere nessuno.