giovedì 5 gennaio 2012

Annamaria Franzoni. Gli errori analitici del Ris e la bufala delle "anticipazioni rilevanti" che hanno convinto la procura ad indagare solo la Franzoni

Per far posto al Ris si tolgono i sigilli 
Basterebbe leggere in maniera critica e severa le carte processuali per accorgersi della quantità di errori commessi dal Ris di Parma in quel di Cogne. L'istituzione è indiscutibilmente buona, non si possono dimenticare i successi ottenuti negli anni, ma forse vive troppo sugli allori. Per migliorare credo sia sufficiente far loro adottare un input investigativo imparziale, non portato ad aiutare a tutti i costi la procura, e che serva a trovare «la verità» e non «una verità». Nel caso dell'omicidio di «Samuele Lorenzi», e non sono il primo a farlo notare (anzi), non c'è stata imparzialità, sebbene l'ex Tenente Colonnello Luciano Garofano (che qui critico perché al periodo era chi rispondeva di quanto fatto dai suoi analisti, ma verso il quale nutro una forte stima) dica il contrario. Le parole della ormai ex Procuratrice di Aosta, Maria Del Savio Bonaudo, pronunciate dopo l'ultima sentenza, fanno intendere chiaramente che le indagini si sono concentrate sulla Franzoni solo dopo l'input lanciatole dal Ris. Per capire se dico falsità o verità partiamo da una puntata del programma radiofonico intitolato “Storiacce”, curato dalla giornalista Raffaella Calandra, ed esattamente da quello andato in onda su Radio24 nel Maggio del 2008; la Bonaudo, parlando della colpevolezza della madre di Samuele, dichiarò: "Non è che io ne fossi convinta da quando ho appreso dell'omicidio del bambino, però è stato determinante, quanto al raggiungimento di indizi decisamente rilevanti, l'anticipazione fornitaci dal Ris sulla consulenza che avevamo disposto, quella delle macchie sul pigiama per intenderci..."

La dottoressa cita le macchie sul pigiama dimenticando, chissà perché, la traccia di sangue sul plantare dello zoccolo, forse la vera causa della prima carcerazione della madre in quanto il pigiama, dal primo tribunale che l'ha giudicata, è stato considerato per quello che era, un indumento lasciato sul letto, presente al momento dell'omicidio e mossosi sulle onde del piumone, e per questo imbrattato a caso. Ma la Bonaudo ci dice che dopo aver letto le carte inviatele dal Ris, ritenute rilevanti, ha presenziato, assieme ai suoi Pm, all'interrogatorio tenutosi nel carcere di Torino; in questo, grazie all'anticipazione, la sua convinzione si solidifica. Infatti nello stesso programma ha affermato: "Io ho partecipato solo all'interrogatorio in carcere... vidi un imputata che negava... secondo noi anche di fronte all'evidenza... ho detto e lo ripeto, questo senso profondo di umana pietà si è affievolito a fronte di tanta cattiveria che ho registrato e che anche noi inquirenti abbiamo subito, anche da parte della signora Franzoni e del suo entourage...". Quindi è partito dal Ris l'input investigativo contro la Franzoni (l'interrogatorio in carcere è avvenuto a 45 giorni dall'omicidio, quindi le anticipazioni sono arrivate ben prima, quali analisi potevano aver completato al meglio in così pochi giorni?); grazie alle anticipazioni rilevanti sulle macchie nel pigiama, e sul plantare degli zoccoli aggiungo io, ed alle intercettazioni ambientali e telefoniche in cui gli inquirenti vengono quasi offesi ed additati come persone incapaci (perché indagavano solo la donna lasciando perdere altri... e ce n'erano da controllare a detta sempre del primo tribunale che l'ha giudicata), in Procura ci si convince di avere a che fare con una madre assassina. 

La dottoressa ha ammesso che a fronte dell'insistenza dell'indagata nel proclamare la propria innocenza qualche dubbio lo ha avuto, dubbi che l'hanno portata a fare qualche piccola ricerca in più... però non c'era nessun altro da indagare (ohibò, non avrà letto le motivazioni della prima scarcerazione?) e quindi si è concentrata sulla direzione già presa. Ma altri da indagare, i nomi li fecero i giudici, ce n'erano, però non vennero tenuti in considerazione, ed ora sappiamo che fu grazie alle analisi del Ris. Ed allora chiediamoci: "Le analisi fatte fino ad allora erano davvero buone analisi? Le anticipazioni fornivano un quadro chiaro e provato o erano solo indiziarie e prive dei necessari riscontri?". Torniamo dunque alla questione e cerchiamo di capire perché negli anni si è da più parti detto che quelli del Ris hanno sbagliato tanto. Parliamo dei «capisaldi» dell'Accusa, delle anticipazioni rilevanti, il pigiama certamente indossato e le macchie sugli zoccoli. E' chiaro che se chi ha ucciso era in pigiama, ed indossava gli zoccoli, altri non poteva essere che Annamaria Franzoni; da qui, come ci ha fatto chiaramente intendere la dottoressa Bonaudo, nascono le sue disavventure giudiziarie. Partiamo dal pigiama. Abbiamo visto in un precedente articolo quanto mal posizionate fossero le macchie di sangue. Mal posizionate perché non presenti dove avrebbero dovuto essere, considerando la posizione inginocchiata ipotizzata dagli analisti, e presenti dove non avrebbero dovuto. Erano nella parte posteriore, quella non esposta a schizzi, sia della maglia che dei pantaloni, all'interno e all'esterno dell'elastico, sotto al ginocchio, non erano in entrambe le gambe, in entrambe le maniche, su tutta la superficie della casacca. Ed una simile aggressione, portata avanti per un minuto e trenta secondi, non avrebbe mai permesso la mancanza di macchie in una gamba, in una manica, in una parte della casacca. Un pentolino che picchia su una testa imbrattata di sangue per diciassette e più volte lancia gli schizzi sia a destra che a sinistra, non solo in una direzione.

Ma riprendiamo gli zoccoli. Cominciamo col dire che la micro-goccia di sangue sulla tomaia, trovata ed analizzata dagli uomini del RIS e data quale certo profilo maschile femminile (sudore madre/sangue figlio), è davvero quella che ha portato per la prima volta in carcere la donna. Peccato però che due anni dopo il perito del tribunale, Vincenzo Pascali dell'Università Cattolica di Roma, abbia appurato che sugli zoccoli non vi fosse alcuna macchia di sangue umano ma solo una leggerissima traccia biologica da riportare, forse, ad un profilo animale. La perizia del RIS, data per certa e veritiera nelle anticipazioni, non era stata fatta in presenza dei periti. Leggete ora un passo dell'intervista rilasciata dal Tenente Colonnello Garofano dopo la citata «superperizia»: "Noi del RIS abbiamo fatto un lavoro accorto, verificato, umile e scrupoloso". Poi, alla domanda del cronista che chiedeva il motivo per cui il perito di Corte non avesse rinvenuto tracce di Samuele o di Annamaria rispondeva: "Le abbiamo analizzate noi per primi, e grattando sulla suola e sulla tomaia abbiamo portato via il dna misto di Samuele e della mamma". Come a dire che gli analisti non hanno sbagliato e le tracce c'erano. Eppure quell'esame non si basava su prove scientifiche, l'hanno scritto loro stessi in perizia, era un indizio «circostanziale», una presunzione basata sul fatto che in camera fosse presente tanto sangue. Ma Luciano Garofano ci da per certo che il profilo c'era, addirittura lo dichiara ai giornalisti.

Primo errore del RIS: "Stilata anticipazione in cui si dichiara il certo indossamento, da parte della madre, del pigiama (con annessa videocassetta choc in cui un analista picchiava con un martello, non un pentolino, sulla testa di un manichino); anticipazione che porta le indagini in una unica direzione. Stilato un ulteriore rapporto in cui si dichiara esserci, all'interno degli zoccoli, una macchia dal «profilo» compatibile «Samuele/Annamaria», macchia trovata dopo un attento e scrupoloso esame del DNA, ma al Ris ancora non lo avevano ed il tutto, come hanno poi scritto, era circostanziale (una supposizione logica viste le circostanze ed il sangue in camera, ma gli zoccoli furono trovati nel bagno del piano superiore e non in camera) risultata non esserci. Al suo posto pare si sia materializzata una traccia di saliva animale. Grave il fatto che l'esame non sia stato fatto in presenza delle parti".

Passiamo a parlare della posizione assunta dall'assassino al momento del delitto, un altro «caposaldo» dell'Accusa. Già dal primo colpo, secondo la loro prima ricostruzione, l'aggressore era sicuramente ed indiscutibilmente inginocchiato sul piumone. In un secondo momento, quando qualcuno si è accorto (non uno del Ris) che c'erano tracce di sangue anche sulla porta, sul comò e sulla parete laterale della stanza «più analizzata d'Italia», hanno cambiato la posizione ammettendo che l'assassino avrebbe potuto sferrare almeno il primo colpo stando in piedi accanto al letto. Ma, l'hanno confermato tutti i periti, il primo colpo non può aver in nessun modo provocato fuoriuscite di sangue... fra l'altro è stato inferto al capo del bambino, ed è provato, quando lo stesso era in parte protetto dal piumone. In base a questa logica nemmeno il secondo colpo può aver provocato una fuoriuscita abbondante di sangue, tale almeno da far sì che l'arma trasportasse, col movimento inferto dall'omicida, le gocce a distanza. Come ne usciamo? Il Ris di Parma ha allora ipotizzato che l'assassino fosse salito sul letto in un secondo tempo, e lì rimasto per sferrare almeno altri dieci, dodici o quattordici colpi. In quale posizione? Sempre nella posizione tipica di una madre che gioca col proprio figlio, in ginocchio. Il sangue sarebbe schizzato lontano al momento dei primi colpi, dati mentre l'aggressore cercava di trovare una posizione idonea per colpire. Ipotizzarono anche che il suddetto assassino indossasse gli zoccoli (visto che ritornano? Si torna sempre sul luogo del delitto) che secondo loro avevano sulla suola, non più sulla tomaia, due gocce da proiezione; nel rapporto scrivono che forse erano adagiati sul pavimento rovesciati, o forse indossati dai piedi dell'assassino. Smentiti su tutta la linea da un DVD fatto da loro stessi che dimostra come camminando sul sangue sia possibile trovare le stesse identiche gocce. Strano che nessuno mai ne parli. Strano che sia reso pubblico quasi quattro anni dopo, nel Novembre del 2005. Il Giudice Pettenati, fingendo una sorta di noncuranza, si limitò a prendere atto di ciò che il RIS affermava e stando nel vago parlò di una consulenza poco convincente". 

Secondo errore RIS: "La posizione assunta dall'assassino, modificata varie volte dagli esperti di Parma, non è compatibile con la scena del delitto e con un pentolino; inoltre gli analisti non si accorgono di macchie ematiche evidenti lontane dal punto dell'aggressione, ricordiamo che in quella stanza vi furono innumerevoli sopralluoghi. Le gocce presenti sulle suole non erano da proiezione, lo dimostra un DVD fatto da loro stessi... alla faccia del lavoro accorto".

Analizziamo ancora il pigiama; dapprima, secondo gli analisti, era indossato nel verso giusto. In un secondo tempo i pantaloni sono stati tolti. Poi all'aggressore è stata tolta la camicetta e rimessi i pantaloni, ancora al dritto. Però il perito Schmitter non concorda e dice che i pantaloni erano indossati al contrario, dice di non essere affatto sicuro che la camicia fosse addosso all'assassino. Ma all'Accusa serve indossata. A questo punto quelli del Ris rimettono la casacca, anche questa rovesciata, con la parte interna all'esterno. In poche parole ci hanno fatto intendere di tutto e di più, nonostante ci fosse, anche questa volta, un perito che non concordasse con la loro ricostruzione (ed era quello di Corte), per poi trovarsi con poco, a volte addirittura niente, in mano. Ad un certo punto è comparso un osso, anzi un ossicino, nella manica, anzi sul polsino. Per mesi è stata data per certa, addirittura combaciante con una macchia sul lenzuolo, la presenza di un minuscolo osso di Samuele sul polsino del pigiama; fra l'altro un lavoro scrupoloso dimostrava che il calco sul polsino combaciava perfettamente con il calco sul lenzuolo. Addirittura c'erano foto che confermavano... anzi no, c'erano foto ma non confermavano, smentivano. A mettere la parola fine ci pensò un altro perito della Corte, il dott. Boccardo, confermando la non validità della tesi del Ris. Morale? E' scomparso l'ossicino. Ma anche questa scomparsa non ha demotivato la Corte che ha dato per certa la sua presenza a Parma fino al giorno dell'esame. Fu proprio l'esame particolare, fatto con macchinari particolari (Microscopio S.E.M.) che soffiano elettronicamente sul reperto, a farlo sparire. Non è uno scherzo, questo hanno detto e scritto! 

Terzo errore RIS: «L'osso appare e poi scompare. La loro perizia viene smentita da un altro perito. Come nel caso della macchia sul plantare tutto viene fatto in assenza delle parti.» 

Passiamo alla cassetta vhs? Come non ne sapete niente? C'era un video girato al momento della prima entrata in scena del RIS. C’era una volta, come nelle migliori favole. Il video ad un certo punto non c'è più, anzi non c'è mai stato. Ma allora, è stato chiesto al Tenente Colonnello Garofano, dov'è il filmato con le prime immagini girate dal Ris in quella stanza? Lui asserisce che non esiste, che non è mai esistito. Questo è grave perché ad un certo punto la videocassetta riappare sulla scena e riappaiono anche 180 fotografie mai viste da nessuno. Il tutto ricompare, però, quasi quattro anni dopo, al momento di rastrellare elementi utili per imbastire il processo «Cogne-Bis». C'è solo un problema, nel whs manca l'audio. Opperbacco! Chi l'ha fatto sparire? E dove si era imbucato quel materiale? Vediamo cosa si disse essere accaduto. 

Da Rai .it: "Secondo il difensore di Annamaria Franzoni, che ha chiesto le perquisizioni della Procura di Aosta e del Ris di Parma, questa cassetta sarebbe sparita in maniera molto strana. 'Risulta trasmessa alla Procura di Aosta (con documento del 17/9/2002), la quale ha però dichiarato per iscritto di non averla mai ricevuta'. Ed i carabinieri cosa hanno detto? 'A una nostra richiesta hanno dato due risposte contraddittorie; una prima volta hanno ritenuto non opportuno produrre la cassetta, in un secondo tempo hanno detto che in realtà la cassetta non sarebbe mai stata realizzata'."

Da Il Giornale.it: "Com'è scomparsa la cassetta Vhs con le prime immagini nella casa, negata da Garofano durante l'incidente probatorio di Schmitter, eppoi riapparsa a Torino, perché trasmessa tra gli atti del processo Cogne Bis, insieme a 180 foto mai viste prima" 

Quindi il video esisteva; ma qualcosa stona in modo irrimediabile. Non è strano che l'abbiano girato usando un obsoleto whs? Tutti gli altri filmati, fatti in quel periodo dal Ris per la Procura e per la Corte, erano incisi in dei più moderni dvd. Perché quello, al contrario, si trova su una vecchia videocassetta che, fra l'altro, è facilmente riproducibile e difficilmente rintracciabile? Cosa intendo dire con rintracciabile? Dovete sapere che i dvd registrano autonomamente diverse informazioni, la più importante è la data in cui è stato creato. Se ne inserite uno in un computer potrete venire a sapere, cliccando sul pulsante destro del mouse ed entrando sulla casella delle proprietà, quando è stato fatto, in che giorno ed in che preciso minuto e secondo sia stato, non si sa mai, modificato. Una cassetta whs, invece, non registra e non rimanda alcun dato. Chi ci garantisce che quella ad Aosta per il Cogne-bis sia l’originale? Chi ci garantisce che non sia stata riprodotta «a modo» in un secondo tempo, così da far sparire qualche spezzone di filmato? Perché non contiene l'audio? D'altronde a cosa serve il sonoro? Magari c'erano commenti pregiudizievoli che avrebbero potuto far comodo alla Difesa per dimostrare il comportamento unidirezionale degli analisti. Quindi perché lasciarlo? Potremo mai sperare di conoscere le parole presenti nel filmato originale?

Quarto errore RIS: "A parte il materiale che sparisce, questo è un fatto grave quando si deve giudicare un sospettato in base ai soli indizi, c'è la risposta rivelatasi falsa di chi comandava quella istituzione. E' normale che accada e che nessuno intervenga? Il Tenente Colonnello Garofano non era seduto in un bar, davanti ad una tazzina di caffè corretto, era in sede di incidente probatorio..." 

Non perdiamoci ed andiamo oltre. Parliamo della ricostruzione della stanza dove è avvenuto l'omicidio. Chi prende le misure dell'armadio, del letto, del comò, le prende giuste, forse, ma chi le trasforma in scala per ricostruire l'ambiente in laboratorio sbaglia clamorosamente. In questo modo tutti i primi calcoli riguardanti lo spargimento del sangue, le traiettorie e gli schizzi, sono chiaramente errati (cavolo che anticipazioni rilevanti!). 

Da ANSA: "In particolare il R.I.S. aveva disegnato un letto più lungo del reale di 23,43 cm. e non aveva ricostruito fedelmente nemmeno la stanza del delitto; solo il 45% delle immagini riprodotte, e poste a base della ricostruzione, era esatta". 

Quinto errore RIS: "Incapacità di riprodurre in scala la scena di un omicidio. Per chi non lo sapesse ricordiamo che già alle scuole medie insegnano come si fanno i calcoli in scala". 

Passiamo alla scena dell'omicidio. Il solito Tenente Colonnello, nella solita intervista, dice: "Siamo arrivati il giorno successivo a Cogne; dal momento del primo intervento la casa è stata tenuta sempre sotto controllo, congelata come si dice in gergo". Perfetto, concordo con lui perché ha detto la verità. Ma il giorno antecedente al loro arrivo? Quanta gente ha visitato la «stanza dell'orrore»? Se li contassimo tutti, fra familiari, soccorritori, curiosi, carabinieri, ci accorgeremmo che più di 13 persone, come sottolineato a suo tempo dal Gip Fabrizio Gandini, sono entrate. Alcune hanno bagnato, spostato e sporcato, altre si sono lavate ed hanno camminato sul sangue lasciando un pavimento tipo "savana"; altre ancora hanno toccato ed inquinato, oltre alle cose che hanno sicuramente fatto e che non hanno detto di aver fatto.

Sesto errore RIS: "Dare per incontaminata una stanza ultra-contaminata. Questo comporta un modo di indagare molto differente, il modo che non hanno utilizzato al RIS di Parma. Fra l'altro i risultati sono da dare sempre con cautela e mai per certi al 100%, perché una stanza «sporca» non da mai certezze. Loro invece, ricordate le parole della procuratrice che ha iniziato a sospettare della Franzoni grazie alle anticipazioni del Ris, hanno dato alla Procura anticipazioni rilevanti. 

Lasciamo stare la stanza del delitto e passiamo al bagno. Cosa centra il bagno? Ma Annamaria Franzoni, ipotetica assassina strapiena di sangue, dove s'è lavata? Nelle motivazioni dei vari giudici non si fa mai cenno a rapporti del RIS che riguardino il ritrovamento dei capelli, sicuramente presenti nei sifoni a «collo di cigno» dei lavandini e del sotto-doccia. La sua chioma era folta eppure non si parla mai di polvere ematica, eventualmente presente sul pavimento del bagno, e non vi sono informazioni riguardanti i capelli rinvenuti nelle sue spazzole, materiale che doveva esserci se l'assassina Annamaria, anziché lavarli, li avesse solo spazzolati. Non si fa neppure cenno alla presenza di tracce ematiche negli scarichi delle «acque chiare». Eppure questa è un'analisi che avrebbero dovuto fare di routine, considerando anche che la dottoressa Satragni ha dichiarato di aver gettato l'acqua sporca nel water e non nel lavello. Se non hanno fatto queste analisi possiamo dire che sono stati negligenti e poco professionali? Se al contrario le hanno fatte e consegnate, e non trovando nulla la procura di Aosta le ha scartate e non utilizzate per indirizzare le indagini, si può dire che c'è stata una professionalità scarsa ed inferiore a quella usata da "Superpippo" nei fumetti? Ma potrebbe trovar spazio anche una diversa ipotesi. Sul letto del massacro era rimasta una bacinella con acqua intrisa del sangue di Samuele, la seconda usata dalla Satragni per lavare il capo del bambino, non è che un loro analista ha gettato quel liquido nel lavandino? In questo modo avrebbero essi stessi inquinato le prove. E' così improbabile? 

Settimo errore RIS: "Stare mesi nella casa dell'omicidio per periziare, spaccare muri, smontare mobili, scavare buche in giardino, con l'ausilio di scavatori e di artigiani della zona (cinquantamila euro di danni procurati), senza fare le analisi più elementari, o almeno senza darne comunicazione alcuna, quelle analisi che, se positive, avrebbero inchiodato da subito l'imputata (e se erano positive sarebbero uscite in un lampo)".

Quindi abbiamo capito che anche le indagini condotte dal Ris di Parma sono state il frutto di comportamenti poco professionali. Materiale che va e viene, foto che dimostrano ma non dimostrano, video che scompaiono e riappaiono, audio che c'è e non c'è, letti più lunghi del normale, stanze sporche date per pulite e chi più ne ha più ne metta. Chi lavora in quella seria Istituzione dovrebbe sapere che non si vive di soli ricordi, che gli sbagli di un istituto vanno a ricadere su tutti gli Istituti Scientifici sparsi in Italia. Istituti che lavorano in umiltà per l'arma dei Carabinieri o per la Polizia di Stato. Solo chi non si crede infallibile può vedere oltre il buio del pregiudizio... a Parma si credevano infallibili come ad Aosta?  

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14 commenti:

PINO ha detto...

Ciao MASSIMO.
Sin dall'inizio, non mi è stato ben chiaro il ruolo di Taormina, nella faccenda Franzoni, e cosa determinò, "veramente", la sua uscita di scena.
Puoi illuminarmi?
PINO

emax/massimo prati ha detto...

L'avvocato Taormina, Pino, fu voluto dal padre di Annamaria Franzoni per contrastare, si credeva potesse farlo, l'egemonia del Ris, ci sono intercettazioni in cui i familiari (ed anche Stefano e la moglie) ne parlano in questi termini, ma questo potere il legale non lo aveva. In ogni caso ha sollevato molta polvere perché il processo che presto subirà il dottor Garofano nasce da un esposto del Taormina.

La sostanza è un'altra comunque, con la sua entrata si è cambiata strategia. Mentre il dottor Grosso pretendeva il silenzio stampa (a volte non rispettato dalla famiglia, e per questo furono dallo stesso ripresi), con l'avvento del Taormina si dichiarò guerra (il padre ne fu l'artefice principale) al Ris ed alla procura (da qui le parole della Bonaudo sulla cattiveria registrata contro lei e la procura, dette dall'entourage Franzoni, da me inserite nell'articolo).

Ma il Taormina è stato anche l'artefice di altre iniziative, tutte sbagliate a parer mio, quali il video sulla fuga dell'assassino, con Stefano protagonista, girato in una stagione in cui vi erano arbusti e altro (mentre a fine gennaio tutto era brullo), quali l'ingresso in casa dei periti svizzeri (in cui uno lasciò una ditata sulla porta), quali le 38 volte che ha minacciato di fare il nome del vero assassino (anche contro questo ha fatto una denuncia a Roma, ma senza prove certe era meglio non farla dato che mai l'avevano voluto indagare quelli della procura di Aosta).

Per quanto riguarda la sua uscita di scena, avvenuta mentre la procura del dottor Caselli cercava prove contro la Franzoni per il Cogne bis (qui si che cercarono di fino), e lui era già stato convocato ed aveva parlato coi Pm della sua cliente (di fatto scaricandola per salvarsi il dietro), accadde che a processo l'avvocato avesse le mani legate, nessuna sua richiesta seria fu mai accolta dal giudice in nessuna udienza (e ce n'erano da accogliere se si fosse voluto scavare per cercare la verità) e probabilmente capì che a Torino il colore del tribunale non era del suo colore preferito.

Da qui il dimettersi per protesta contro la Corte. E' chiaro che lasciare a processo molto avanzato non è giovato alla sua assistita, passata di mano ad una giovane, pur se molto brava, avvocatessa a cui diedero solo quindici giorni per studiare le migliaia di carte e presentarsi in tribunale preparata alla Difesa (una cosa ridicola). Ma nonostante questo lei capì dov'era il punto debole della procura (ciò che il Taormina aveva lasciato scorrere perché preferì impegnarsi nel contrastare il pigiama, a detta di tutti indossato), ma non le fu concesso di tornare a parlare di quanto già discusso, e qui la Corte dimostrò di aver già emesso il verdetto.

E' chiaro che questa mia è solo una infarinatura, troppo lungo e troppo complicato sarebbe il discorso che dovrebbe spaziare più sul padre della Franzoni e su tante altre cose strane capitate in quel periodo.

Ciao, Massimo

tabula ha detto...

questo caso mi mette ancora molta angoscia.
sono giuste le considerazioni che fai, comprensibili i risentimenti di Maria Del Savio Bonaudo, e altresì comprensibili i discorsi contro le indagini dei RIS fatte tra i membri della famiglia.
Vorrei anche vedere se nel caso in cui un tuo congiunto venga pesantemente sospettato di omicidio, ti tratterresti dal parlare male di chi sta conducendo le indagini.
Anzi, mi pare doveroso e scontato.
Poi ci sono le prove di forza. quelle dell'avvocato Taormina, quelle del padre dell'imputata, il pregiudizio della Corte.
Ma sono tutte questioni umane. Impressioni suggestioni antipatie prese di posizione, atteggiamenti.
Quello che manca è una figura super partes di professionalità e acriticità, indifferente al pregiudizio.
Il problema della giustizia italiana è questo. Lotte di potere, paura di ammettere pubblicamente errori o colpe, ostinazione nel proseguire il cammino intrapreso una volta che i buoi sono stati attaccati al carro anche contro ogni evidenza logica.
Lotte di potere, lotte intestine, famiglie che si attaccano ai media come ultima spiaggia per urlare la loro verità.
Direi che c'è qualcosa che non va.
Già la suddivisione in accusa e difesa crea due partiti oppositivi, due versioni opposte dello stesso accadimento.
E' molto interessante la disquisizione portata avanti da Manlio Tummiolo, Annika Lori ed altri, sulla verità processuale e la verità dell'innocenza.
Ne salta fuori un problema filosofico, dal mio punto di vista psicologico e comportamentale, riguardo agli attori non protagonisti che si inseriscono nella vicenda.
Mentre tutto questo non dovrebbe avere niente a che fare, nè intaccare il corso delle indagini nè le conclusioni delle perizie. Anzi, nè le conclusioni dell'accusa che a volte stravolgono ciò che sostengono le perizie, sempre che le perizie vengano redatte da tecnici con le competenze scientifiche necessarie per eseguire l'incarico.
Pesante.

tabula ha detto...

Quello che mi inquieta è questo.
Se tu mamma, poniamo il caso abbia trovato morto tuo figlio, dilaniato da colpi, e poniamo il caso non sia stata tu, ovvero mettiamoci nell'ipotesi tu sia innocente.
Di cosa devi preoccuparti?
Nell'angoscia della situazione, nelle mille domande che ti fai, devi porti il problema di essere simpatica ai Ris, agli inquirenti, a chi conduce le indagini?
Devi stare zitta, all'interno delle mura della tua casa, con i tuoi cari, se le indagini si concentrano su di te, non puoi ritenere personalmente incompetente chi si ostini ad individuare proprio te, madre che ha perso un figlio, come assassina dello stesso?
Non ti è permessa nè la rabbia nè una parola di troppo, non dico davanti agli organi istituzionali, ma mentre ne parli con tuo marito, con tuo padre, con i tuoi parenti stretti?
A questo sono arrivate le intercettazioni ambientali? A colpevolizzare chi non si adegui passivamente alle accuse?
Come indagata ti è permesso solo rifugiarti passivamente nel pianto e nella disperazione? non ti è permesso indignarti, se proprio in te che come madre sei la parte più profondamente lesa, si vede l'autore del delitto più infame ed atroce che possa compiersi, del dolore più grande che si possa vivere, che è la perdita di un figlio?
Non ricordo chi disse che per la perdita del coniuge esiste un nome, vedovo, per la perdita dei genitori esiste un nome, orfano, ma per la perdita di un figlio non esiste nemmeno un nome a definire la condizione, poichè si tratta di una perdita contro l'ordine naturale delle cose.

lori ha detto...

Scusa Massimo, se non sbaglio Taormina aggravò la posizione della Franzoni quando le fece guadagnare l'accusa di calunnia in merito alle prove false che lui stesso aveva segnalato e che riguardavano un' impronta digitale trovata sulla porta della camera da letto dove fu ucciso il piccola Samuele e diciotto macchie di sangue scoperte in garage..macchie
che risultarono appartenere ad uno dei collaboratori di Taormina, uno di quei periti svizzeri da te citati e lasciate sopra il luminol ? Non fu anche per questo che gli tolsero il caso?

lori

lori ha detto...

ma Vincenzo Pascali dell'Università Cattolica di Roma , non è quello del caso Claps?

lori

PINO ha detto...

SI LORI
E' lo stesso che NON trovò tracce biologiche sugli indumenti della povera Elisa Claps!!?
PINO

Anonimo ha detto...

p.s. Grazie Massimo, per la chiara risposta. P

emax/massimo prati ha detto...

No lori, non fu mandato via da nessuno. Taormina se ne andò rinunciando all'incarico nel bel mezzo di una udienza perché, parole sue, in completo contrasto e per protesta contro la Corte che aveva già deciso il verdetto di colpevolezza e bocciato una sua ennesima richiesta (una trentina gliene bocciarono in quel periodo). Poi, circa un mese dopo, non fu riammesso al processo (lui stesso aveva chiesto di tornare) dal giudice in quanto la Franzoni già aveva un difensore (era quello d'ufficio.

Il Cogne bis in quel momento non era ancora partito, la procura di Torino stava indagando, e lui era stato interrogato durante le indagini escludendo la sua presenza a Cogne durante il sopralluogo degli analisti svizzero. In garage non fu rinvenuto sangue ma impronte miste a solfato di silicio (credo), ed una volta asciugato il prodotto le orme non si sarebbero più viste (ma avevano le foto) però il Ris disse che quando fecero loro la stesa del luminol nulla c'era. In ogni caso un perito famoso di torino, ma non ricordo il nome, scoprì essere impronte rimaste durante le pulizie effettuate dal Lorenzi e suo padre dopo l'omicidio (uno dei due aveva calpestato una cacca di cane all'esterno prima di pulire in garage, e questa contiene il silicio.

Per quanto riguarda l'impronta sulla porta, era del fotografo svizzero che per fare un paio di foto l'aveva aperta con una mano (ma aveva toccato altre cose prima tra cui una sostanza chimica, e quando sparsero il luminol apparve la sua impronta. Fu il Taormina a pubblicizzarla ai media senza fare le verifiche per capire a chi appartenesse nella realtà (questo perché aveva una guerra in atto col Ris e non vedeva l'ora di far loro fare la figura degli incapaci). Sarebbe bastata un poco più di attenzione e nulla sarebbe capitato.

Comunque il fotografo svizzero (figura essere analista e lavorare per un laboratorio simile a quello italiano del Ris) in primo grado è stato condannato a due anni (si è scusato con la Franzoni a processo dicendo che non lo aveva fatto volontariamente), la Franzoni nello stesso processo a quattordici mesi.

A Vincenzo Pascali, perito di Corte, furono inviati i reperti di Samuele per fare le analisi sulla tomaia della scarpa, reperti che una volta utilizzati furono messi assieme ad altri (o altri furono messi dov'erano questi). In ogni caso nel 2010 furono trovati imbustati assieme a quelli di un altro caso, non ricordo se si trattasse di Elisa Claps o della contessa Alberica Filo della Torre o di altri (i suoi collaboratori li avrebbero inseriti in quella busta per sbaglio, professionali vero?).

Ciao, Massimo

lori ha detto...

grazie per le precisazioni Massimo

ciao
lori

Antonello ha detto...

Direi che oltre a quello gia' citato al Dr. T. si deve il tipo di rito scelto, l'abbreviato, qui il Dr. Tummolo potra' illuminare meglio, a quanto mi consta la dottrina vedrebbe due correnti di pensiero, una che segue gli scopi letterali del rito riconsegnandone un valore esclusivamente strategico difensivo e l'altra che intravvede strali autoaccusatori, di fatto l'abbreviato chiude la raccolta delle prove "non eccedenti" al momento in cui viene scelto. Anche qui vi fu chi parlo' di grave errore e chi invece vide la mano esperta di difesa, si scontrarono su tutto, persino sulle procedure peritali inerenti le trascrizioni delle intercettazioni, quel "cosa mi...gli e' successo" insieme ad altre frasi contribuirono a trasformare una in aggressiva un'indagine che non ne aveva bisogno, diciamolo pero', quando certi fatti sfiorano certi ambienti non si puo' far finta di non vedere cose strane.
Anche qui la buon'anima della Carlizzi ne avrebbe da raccontare.
Proceduralmente invece non ho mai capito chi difende la ricerca della verita', ci vorrebbe avvocati della difesa, dell'accusa e della verita' perche' comincia tutto a diventare come una insignificante partita di calcio senza moviola.

Manlio Tummolo ha detto...

Egregio Antonello,
ringrazio per la fiducia, ma su questo caso ho già espresso la mia opinione, sempre basata su criteri generali. Quando e se vi sono elementi per rimettere in discussione un processo conclusosi nei tre gradi previsti, non resta che fare istanza di revisione processuale. Altrimenti facciamo esami di tipo storico che, però, per una donna e madre ancora giovane, incarcerata, avrebbero ben poco senso. Mi sto leggendo ora un libro che mi è stato regalato, "Per Elisa" di Gildo Claps e di Federica Sciarelli, pubblicato da Rizzoli nel giugno 2011, dal quale risaltano bene le insufficienze delle indagini, i depistaggi, i silenzi e le false (?) testimonianze, ma vi leggo anche un'enorme ignoranza di procedure legali, per cui un agente di polizia si lamenta di non aver potuto sequestrare, senza autorizzazione del magistrato, gli abiti di Danilio Restivo. Ora chiunque sa, anche un ragazzo che studia educazione civica alle medie inferiori, che per fare una perquisizione, un sequestro ed altro, occorre un'autorizzazione della Magistratura. Se anche i vestiti fossero stati consegnati immediatamente, una simile prova, senza le procedure di legge, non sarebbe valsa a nulla. Crollo o esplodo leggendo che una madre, per quanto sdegnata, possa gettare una scarpa addosso ad un questore, cosa venuta di moda solo dopo la caduta di Saddam Hussein in Irak.
Che cosa voglio dire con questo ? Che nella vita, non c'è soltanto verità da una parte e pregiudizio dall'altra, ma vi possono pure essere pregiudizi di parte contrapposti, e la verità comunque assente. Il rispetto delle regole deve essere universalmente valido ed obbligatorio per tutti: ovviamente in chi detiene un certo ruolo ed ha certe responsabilità tale dovere di rispetto delle regole deve essere supremo.

Antonello ha detto...

Prof. Tummmolo,
niente da dire, se non che nessuna sentenza o qualsivoglia revisione puo' fermare il rispettoso ma contradditorio dibattito ed una mai doma ricerca di quanta piu' verita' in cascina, ricerca fine a se stessa certamente, sino a che non produce risultati rilevabili anche giudiziariamente.
Forse il problema sono proprio le prospettive con cui si analizzano ed osservano "le regole", non che possa o debba venire meno il rispetto verso di esse, ci mancherebbe, nel gioco dei contrari mi piace pensare pero' che non dovrebbero di fatto rappresentare delle chiudende con abbeveratoi, dei recinti intendo, regole e pene certe direi ma anche un sistema che le adegui alle novelle realta, che progressivamente nel tempo ne scopra i lati non sempre ineccepibili, che non siano supreme alla stessa verita', che non giustifichino e legalizzino appunto "doppie verita' che sviliscono gli accadimenti su cui procedere in una dialettica fra soli tecnici.
Rispetto certamente, ma ad esempio rispetto anche dei ruoli, per quanto mi riguarda la veste di investigatore puo' pure essere consegnata ai presidenti di repubblica ma vorrei comprendere quale competenza ed esperienza si potrebbe cosi' mettere in campo contro il malaffare, un presidente su dieci magari ha doti che esulano dalla necessaria esperienza di strada, dal vissuto, puo' essere, ma nove su dieci come poter levare la facolta' decisionale investigativa a chi rappresenta l'esperienza??? Io direi che un proficuo connubio potrebbe vedere l'investigatore che agisce, ferma il tempo ed i luoghi, raccoglie prove e suggerisce, ne preserva lo stato, un investigante che indaga ed un Gip indispensabile che dovrebbe, a parer mio, solo convalidare o meno i diversi atti svolti a partire da criteri procedurali e di garanzia.
Per raggiungere questo, mai raggiunto in tempi passati, si ha il bisogno, sempre secondo me, di idonee e proporzionali garanzie, di legittimita' verso l'esterno, ad esempio, perche' non far fare i tirocinii ai professandi come indipendenti rappresentanti di Grazia e Giustizia nelle caserme anziche' vederli negli studi privati di avvocatura??? Non sarebbe una garanzia in piu', di equita' e giustezza??? Chiedo eh, ci mancherebbe e chiedo venia se eventualmente OT.

Manlio Tummolo ha detto...

Egregio Antonello,
Lei ha esposto il problema con tanta raffinata eleganza, anche espressiva, ma perché viene a chiedere a me qualcosa ? Posso ben essere d'accordo, ma qui non stiamo trattando un caso da manuale dottrinario, o un caso del tutto astratto o antico senza riflessi nel presente, ma una situazione reale tuttora vigente. E come una domanda non assume più vigore con tre punti interrogativi, anziché uno, così una risposta per i casi concreti e vigenti deve essere concreta e, per quanto possibile, vigente.
Come avevo detto, su questo caso abbiamo già scambiato delle opinioni, ora Lei mi ha chiamato in causa, Le ho risposto, penso di non aver null'altro da dire in merito.