lunedì 2 gennaio 2017

Il mondo nuovo...

Di Gilberto Migliorini

O, wonder! / How many goodly creatures are there here! / How beauteous mankind is! O brave new world / That has such people in't!
                                                                                      La tempesta di William Shakespeare


C’è come la sensazione che ormai siamo orientati e incanalati nel nostro destino ineluttabile di esseri votati all’utopia scientifico-tecnologica, il Brave New World di Aldous Huxley finalmente conclamato e realizzato con l'eugenetica e il controllo mentale, la nuova società utopica, la produzione umana di serie in modalità extrauterina, senza vincoli familiari e senza remore emotive, una società divisa in caste biologiche per effetto del controllo e privazione della somministrazione dell’ossigeno in fase embrionale.

Il romanzo fantascientifico del 1932 dello scrittore britannico era stato preceduto da Noi (Мы, romanzo del 1919) di Evgenij Ivanovič Zamjatin, la storia raccontata dal suo protagonista D-503 dove le persone sono contrassegnate solo con numeri e lettere, ironicamente incasellati come emblemi della felicità finalmente conseguita dai cittadini dello Stato Unico. La visione futuristica di abitazioni e oggetti costruiti esclusivamente in vetro e materiali trasparenti, così che chiunque sia visibile in ogni momento, anticipa lo sguardo indagatore del Grande Fratello. Non è ancora quello del pubblico che osserva i partecipanti chiusi all'interno di una casa, spiati dalle telecamere che li seguono ovunque, un copione dove lo spettatore è proprio lui in realtà il vero oggetto della scopofilia. L’indagine non è ancora quella del Big Brother orwelliano, il dittatore dello stato totalitario di Oceania. Orwell conosceva il romanzo tradotto in inglese nel 1924 (We) e pubblicato in lingua russa solo nel 1988 (per via della censura). La metafora del Big Brother è al fondo solo una delle tante immagini con le quali la letteratura anticipa e rappresenta le linee di tendenza e la struttura dei rapporti sociali nel loro sviluppo storico e nella loro essenza paradigmatica.

sabato 24 dicembre 2016

2017 - Dove stiamo andando?

Di Gilberto Migliorini

Quando l’anno volge al termine, e si è a un giro di boa, si è in tema di consuntivi, ci si chiede quale sarà il nostro futuro, la sorte che ci attende, l’esito delle nostre azioni. Mentre la scienza moderna fa progressi sempre più eclatanti in una progressiva accelerazione con invenzioni fantasmagoriche e teorie sempre più sofisticate e stupefacenti… si registra un senso di stanchezza e sembra perfino che nonostante il progresso si avverta incombente il disagio della civiltà, come se si avvicinasse l’apocalisse. Non sappiamo come e se avverrà la catastrofe, ma si percepisce incombente una oscura minaccia, la sensazione che alla fine tutto possa periclitare. Una guerra termonucleare? Il collasso del pianeta per effetto degli inquinanti? Lo scioglimento delle calotte polari e l’innalzamento degli oceani?

mercoledì 9 novembre 2016

I Saggi di Manlio Tummolo. L'illuminismo giuridico penale e la sua involuzione tra Cesare Beccaria e Maximilien Robespierre

Manlio Tummolo
( Bertiolo, UD, agosto - ottobre 2016 )


PREMESSA

Nessuno, recentemente, pare essersi scandalizzato alla notizia che un avvocato si sia fatto fotografare su “fess-book” mentre baciava i piedi di un magistrato donna, né pare che altrettanto nessuno si sia scandalizzato, peggio ancora, che i due non siano stati espulsi, come avrebbero meritato, dai loro rispettivi Ordini. Non certo da oggi, ma ormai da oltre un decennio, sostengo che, prima della separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti, si dovrebbe procedere alla netta separazione degli studi universitari tra futuri avvocati e notai, caratterizzati da un’impostazione privatistica del Diritto, e i futuri magistrati che dovrebbero essere caratterizzati da un’impostazione pubblicistica del Diritto, gli uni rivolti a tutelare gli interessi e i diritti dei singoli individui, i secondi i doveri e i diritti dello Stato. Né pare che ci si scandalizzi quando si viene a conoscere i livelli stipendiali dei magistrati stessi solo grazie ad un puro fatto di politica locale a Roma, fatto in cui si dimostra come i magistrati abbiano conservato, se non tutte, gran parte di quelle condizioni economiche tolte viceversa, dal 1993, alla gran parte dei lavoratori pubblici o privati (e, questo, perché i partitocrati cercano di proteggersi il lato posteriore da eventuali proteste popolari, tenendosi a mo’ di guardie del corpo personali le Forze dell’Ordine, i militari e gli interpreti della Legge…) [1].

Dall’interpretazione ed applicazione egualitaria della Legge, invece, restiamo ben lontani, come siamo assai lontani, più in generale, da una concezione razionalistica del Diritto, o meglio della Scienza della Legge, quale Dover Essere nei rapporti umani e quale punizione a chi la vìola, secondo criteri di rigorosa proporzione (quasi matematica), che escluda ogni forma di arbitrio personale, di vacua clemenza o di feroce vendetta

Noi dobbiamo questa forte esigenza di razionalità all’Illuminismo giuridico, sia nelle forme civili private (rapporti tra singoli), sia civili amministrative (rapporti tra cittadino e Stato, e suoi distinti Organi centrali o locali), sia penali (violazione di norme e relative sanzioni): l’Illuminismo culturale giuridico nasce nel XVIII secolo, come sviluppo ed applicazione della Rivoluzione scientifica, manifestatasi già nel secolo precedente, come elaborazione - a sua volta - dell’Umanesimo, superata la fase del fanatismo religioso protestante e cattolico.

domenica 6 novembre 2016

Da Avetrana a Brembate Sopra: analogie di una realtà virtuale amplificata, dilatata, inventata...

Di Gilberto Migliorini


Si può restare chiusi in galera, magari solo perché qualcuno ti ha sognato, per anni, forse decenni, e restare per sempre nella prigione dell’oblio, nell'indifferenza generale di un Bel Paese sempre alla ricerca di qualche nuovo protagonista mediatico. È lo spettacolo in cui entra in scena l’imputato di un delitto con tutto l’alone di suggestioni che eccitano l’audience, con la stessa euforia di un film di successo. Si può perdere tutto, gli affetti, la libertà, la reputazione... e solo per immagini oniriche così realistiche per i glossatori giudiziari da sembrare l’occhio di una telecamera. 

Si possono perdere i figli, il padre e la libertà solo centrifugando qualcosa inscritto in una piccola traccia, in nanogrammi dal nome vagamente onomatopeico: acido desossiribonucleico. Qualcosa che per un muratore dev'essere come il rumore del frattazzo quando liscia la malta e ripassa l’intonaco. Non un sogno ad occhi aperti come quando guardiamo increduli la realtà quotidiana, magari scioccati, ma solo immagini oniriche. Non qualche centilitro di sangue dell’assassino, non la fenomenologia delle sue tracce e delle sue impronte. Solo una minuscola macchia dimidiata, scampata e miracolosamente rediviva dopo mesi passati all'addiaccio sotto sferzate d'acqua e scioglimento di neve, per raccontare e riprodurre un film, uno sceneggiato a puntate, come fosse tutto immagazzinato in un cd con immagini e sonoro.

sabato 5 novembre 2016

Divieto di giustizia: i processi a Sabrina Misseri e Cosima Serrano si sono mostrati una contro-logica giudiziaria

Di Vincenzo Postiglione e Massimo Prati

Le motivazioni del giudice Susanna De Felice sono un cane che morde la sua stessa coda e rafforzano la certezza dell'innocenza di Sabrina Misseri e Cosima Serrano...


Quando sono uscite le motivazioni della sentenza d’Appello per l’omicidio di Sarah Scazzi ho lasciato cadere coltello e forchetta sul piatto e con occhi sgranati ho fissato lo schermo del televisore che proiettava l’immagine della giornalista del TG1 intenta ad annunciare la notizia. Finalmente, dopo più di 365 giorni – tempo irragionevole e indegno di una nazione civile come l’Italia, considerata la culla del Diritto – il giudice Susanna De Felice aveva consegnato le motivazioni delle condanne in cancelleria.

Leggendole mi sono definito un masochista, perché se si conoscono bene le carte non si può non rimanere angustiati e frustrati per le narrazioni fantasiose racchiuse in un faldone di 1200 e passa pagine, degne di chi è accusato di più stragi di mafia, atte a dimostrare qualcosa che alla luce di quanto emerso in dibattimento non c’è mai stato.

Cerchiamo di capirci qualcosa analizzando i vari punti.

martedì 18 ottobre 2016

Motivando la sentenza Bossetti: Alla fine la montagna partorì un topolino...



Alla fine la montagna ha partorito il topolino.

Un lungo processo di primo grado, durato un anno con decine di udienze e decine di testimoni, tecnici e non, ha prodotto una motivazione particolarmente scarna se confrontata con quelle dei processi mediatici di pari durata degli ultimi anni. Centocinquantatre pagine che dovrebbero contenere la verità su di un delitto che ha visto indagini lunghe, complesse e costose, come poche altre.

Sicuramente essa pretende di stabilire una verità giudiziaria, che questa abbia poi anche qualche parentela con quella storica è un altro discorso. D’altra parte la relativamente succinta motivazione fa quello che deve fare, e lo fa piuttosto bene una volta che si accettino gli assiomi che essa stabilisce.

In effetti quello dell’omicidio di Yara Gambirasio può essere letto e ricostruito come un caso molto semplice: non c’è alcun bisogno di elefantiache motivazioni (come per il caso Scazzi) che cuciano assieme una miriade di tempistiche e di testimonianze, alcune delle quali pure oniriche, senza il supporto di alcuna concreta prova scientifica. 

Il caso Gambirasio è semplicissimo una volta che si prenda per buono quel DNA nucleare attribuito all'imputato, che si trovi qualche giustificazione più o meno credibile (almeno in termini di probabilità) per l’assenza del relativo mitocondriale, che si aggiunga tanto per far scena, a mo’ di parco condimento, qualche elemento indiziario che senza DNA sarebbe assolutamente inutile (fibre, polveri, microsfere e ricerche sul pc) ed infine che si ignori o si trascuri con un’alzata di spalle tutto quello che stonerebbe con la facile e semplice verità giudiziaria così felicemente trovata.

domenica 16 ottobre 2016

Banca dati del DNA e microchip sottocutanei obbligatori per tutta la popolazione: la nuova frontiera del Grande Fratello che ci vuole ingranaggi umani non originali...

Di Massimo Prati e Gilberto Migliorini


La nuova frontiera della società della ‘sicurezza’ è quella della schedatura sistematica. Qualcuno si sbilancia e vuole che in futuro sia rilevato il Dna di tutta la popolazione... e forse sul chip della carta d’identità avremo registrato anche il nostro codice genetico. Una bella performance in grado di assicurare a tutti una vita serena, certi che nel caso di un delitto l’assassino avrà subito nome e cognome, indirizzo, e-mail e cellulare. Sarà come quando andiamo al supermercato con la nostra carta fedeltà, in un battibaleno si troverà il nome della vittima, del carnefice, dei suoi complici e fiancheggiatori. All'autore di un delitto non rimarrà altro che consegnarsi alla giustizia di fronte alla prova inoppugnabile della sua identità genetica. L’immagine è quella di un paradiso per gli onesti e un inferno per gli assassini, i disonesti e i truffatori. Non si sa ancora a chi verrà assegnato l’incarico e la fornitura di tutta la procedura di certificazione e la commessa. Di certo sarà un bel volume d’affari, un pacchetto davvero appetibile e una ricaduta economica di rilievo.

domenica 9 ottobre 2016

I servi del potere lodano la giustizia da operetta. Della serie: come far credere al popolo che il capo ha sempre e comunque ragione...

L’azzeccagarbugli manzoniano e il moderno leguleio che ti spacca il capello in quattro con quei formalismi che vanno alla radice usando un po’ il rasoio di Occam e un po’ il sapone di Marsiglia

Di Gilberto Migliorini

Il moderno leguleio è quello a destra
Nel celeberrimo racconto a più dimensioni - Flatland (1884) - scritto dal reverendo Edwin Abbott Abbott, l’abitante di un ipotetico universo bidimensionale entra in contatto con quello di un universo tridimensionale. Si tratta di un testo sui generis, al di là del suo carattere fantascientifico, di una satira della società vittoriana. Gli abitanti di Flatlandia sono figure geometriche. Dal numero dei lati si evince l’importanza e l’autorità dei cittadini poligonali. In particolare l’apertura angolare denota il grado di intelligenza, o meglio lo status, in una gerarchia che va dalle donne (triangoli con un angolo così stretto - quasi zero - da sembrare segmenti) fino ai sacerdoti con un tale numero di lati da apparire circoli quasi perfetti. Una società insomma divisa in classi in una gerarchia pressoché rigida con scarsa mobilità, ma con una sua bellezza ‘compositiva’. Un collage di figure sul piano illimitato di una geometria elementare, senza convessità e concavità, ma con tutte le caratteristiche emblematiche e le idiosincrasie del nostro mondo euclideo. Il sottotitolo – racconto a più dimensioni – rappresenta per l’autore la polemica contro il conformismo della società dell’epoca attraverso l’immagine delle nuove realtà a più di tre dimensioni che si affacciavano con la matematica di Bernhard Riemann e delle geometrie non euclidee bollate dal personaggio della sfera tridimensionale come inverosimili e non ortodosse. Insomma, una critica dell’esistente attraverso un flashforward prospettico e il contrasto con l’esistente.

sabato 1 ottobre 2016

Avetrana, paradigma della spettacolarizzazione mediatica e caso giudiziario dai molti paradossi

Una presa di posizione controcorrente avverso la deriva giustizialista e l'omologazione del giudizio

Di Annamaria Cotrozzi

SOMMARIO
1. Appello
2. Breve cronistoria
3. Il "processo mediatico", caratteri e considerazioni
4. La richiesta di rimessione ad altra sede
5. Moniti della Cassazione sul "processo mediatico"
6. Ragioni del presente appello
7. Perché riteniamo il caso di Avetrana una vicenda processuale colma di paradossi
8. Auspicio
9. Appendice. Codice di autoregolamentazione dei processi in tv, Articolo 1


1. APPELLO
Lanciamo questo APPELLO perché riteniamo necessario far sentire una voce fuori dal coro intorno alla vicenda dell'omicidio di Sarah Scazzi e al processo svolto a Taranto. Al di là del dibattito tra accusa e difesa, tra innocentisti e colpevolisti, desideriamo affermare la necessità di un ritorno a forme di confronto pacate su questo come su altri casi giudiziari e a stili di informazione che, tenendo fermo il principio della non colpevolezza fino a sentenza definitiva, mettano effettivamente il pubblico in condizione di formarsi un'opinione corretta su fatti oggetto di accertamento giurisdizionale, conformemente a quanto enunciato all'articolo 1 del Codice di autoregolamentazione per i processi in tv (riportato in calce). Per questo motivo lanciamo questo APPELLO che invitiamo tutti a diffondere.

lunedì 12 settembre 2016

L’Italia di sempre: quella delle vittime, quella dei furbi, quella della gente comune e quella degli intoccabili…


Di Gilberto Migliorini


Dopo ogni tragedia che colpisce il Paese si assiste al solito copione fatto di belle promesse, distinguo, recriminazioni... di tutte quelle formule può o meno roboanti che rappresentano una sorta di programma dei ‘buoni intenti’, di ravvedimento e di orgoglio, con la garanzia di provvedimenti ad hoc per risanare e ricostruire, emendare e correggere. Il sospetto è che si tratti del solito spot magistrale per un selfie con l’obiettivo d’immagine.

Tutto il sistema istituzionale galleggia con nonchalance sulle catastrofi con frequenza periodica e con il consueto trasformismo. Il dramma del Paese talvolta cade a puntino per ravvivare un’icona ingiallita, per dare nuovo lustro e credibilità a un Potere in fase calante, in uno sforzo di aggregazione e di consenso

martedì 30 agosto 2016

Il caso Bossetti e la Colonna Infame. La moderna inquisizione cerca nuovi untori da scannare...

Di Gilberto Migliorini


La mattina del 21 di giugno 1630, verso le quattro e mezzo, una donnicciola chiamata Caterina Rosa, trovandosi, per disgrazia, a una finestra d'un cavalcavia che allora c'era sul principio di via della Vetra de' Cittadini (…) vide venire un uomo con una cappa nera, e il cappello sugli occhi, e una carta in mano, sopra la quale, dice costei nella sua deposizione, metteua su le mani, che pareua che scrivesse. (…) All'hora, soggiunge, mi viene in pensiero se a caso fosse un poco uno de quelli che, a' giorni passati, andauano ongendo le muraglie. 
Alessandro Manzoni, Storia della Colonna Infame - capitolo I 

Un caso giudiziario che vede la condanna di innocenti non trova migliore rappresentazione di quella che ne ha dato il Manzoni nel suo saggio sul processo agli untori del 1630.