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martedì 18 luglio 2017

Massimo Bossetti. La perizia non serve per confermare l'ergastolo... e ora siamo tutti in pericolo


Era già tutto previsto. Massimo Bossetti e i suoi difensori hanno lottato come leoni costringendo i giudici a 14 ore di camera di consiglio, ma alla fine ha prevalso il verdetto mediatico già pronunciato nel giugno del 2014 dall'editoria che usufruisce dei benefici statali, editoria che con il suo tam tam continuo è in grado di convincere tutti, anche eventuali prossimi giudici popolari, di tutto. Avendone i mezzi e volendolo fare, alla maggioranza della popolazione si può far credere che il fuoco sia in grado di spegnere l'acqua. Niente di nuovo sotto il sole, è sempre stato così e sempre così sarà... dato che tanti secoli fa, quando l'informazione viaggiava lentamente ma l'ignoranza popolare era incentivata, chi deteneva il potere condannava chi rifiutava di credere che il sole girasse attorno alla terra.

giovedì 26 maggio 2016

Caso Bossetti: il vero nome di ignotouno è Calliphora vicina... non Massimo Bossetti

Questa mosca potrebbe essere il famoso "Ignotouno"
Articolo di Annika

Sebbene si sia tentato in mille modi di trovare la prova inconfutabile che Massimo Bossetti abbia davvero ucciso Yara Gambirasio la sera del 26 Novembre 2010, tale prova non è mai venuta a galla né nel corso delle indagini, né del processo a suo carico. L'unico indizio che in qualche modo potrebbe ricondurre a lui è rappresentato da una micro traccia di DNA - monca del suo mitocondriale - rilevata presumibilmente sull'elastico delle mutandine di Yara.

Poco sembra importare che al mondo non esista una singola pubblicazione scientifica che documenti la presenza di una traccia forense di DEPOSITO DIRETTO priva di mtDNA, o di una traccia forense resistente alla colonizzazione batterica di un corpo deposto direttamente sul terreno ed esposto all'esterno ad una serie impervia di intemperie e ad abbondante bagnato/umido, o di una traccia forense per cui l'accertamento del fluido biologico d'origine si sia rivelato impossibile. Come poco sembra importare che esista invece ampia letteratura scientifica che provi l'impossibilità chimica di creare un hydrogen bonding (dipole-dipole) tra un liquido biologico organico contenente DNA e una fibra non organica quale l'elastico di una mutandina. Incredibilmente di queste importanti risposte poco importa.

giovedì 12 maggio 2016

Il Marziano di Bergamo: nome in codice Emmegibi o MGB (Massimo Giuseppe Bossetti)

Di Alfredo Mori - degli amici di Padre Brown (Brescia) -


Che i marziani esistano e vivano fra noi l'abbiamo scoperto il giorno 20 giugno 2014 in una conferenza stampa cui presenziarono il Procuratore della Repubblica di Bergamo Francesco Dettori, la nota dottoressa procuratrice Letizia Ruggeri e altri grandi personaggi che nell'occasione parlarono di indagini condotte con metodi da extraterrestri. In pratica ce lo disse l'allora Questore di Bergamo Fortunato Finulli (vedi You Tube), lo stesso che un anno dopo, essendosi forse spinto un po’ oltre i suoi incarichi, venne accusato di peculato e rimosso (qui il link). Ma non fu lui il primo a parlarci di marziani: Non siamo più soli nell'universo era infatti il titolo a nove colonne che anni fa apparve sotto la testata del Corriere della Sera per dire al mondo che erano sbarcati degli alieni sulla terra. La notizia si rivelò poi una bufala confezionata da un gruppo goliardico che pubblicava un giornaletto spiritoso frutto delle temperie dell'epoca.

mercoledì 4 maggio 2016

La pubblicità mediatica colpevolista e Massimo Bossetti. Quando lo slogan ti entra nella testa puoi fare all'amore usando un cucchiaino...


Ci sono casi di cronaca nera che per alcuni editori si rivelano manna che piove copiosa dal cielo. Per chi possiede reti televisive l'omicidio di un bimbo, di una ragazzina o anche di una madre, rende molto più che un film da record di incassi o una partita della nazionale di calcio mandata in onda in prima serata. La pubblicità è l'anima del commercio: le multinazionali la usano per convincere il popolo della bontà dei loro prodotti (per guadagnare milioni) e i politici per ottenere una croce accanto al loro nome (per guadagnare consensi). Dall'ottobre del 1926 ad oggi, cioè dalla prima pubblicità trasmessa sulla radio italiana in poi, si è capito che per vendere meglio un sapone o per convincere di una tesi di parte basta insistere sullo stesso slogan per mesi. Quindi l'equazione vuole che insistere su uno slogan, prima o poi porti le menti altrui a farlo proprio e ad accettarlo come realtà acquisita. Non importa di come si parla di questo o di quello, se sia una pubblicità camuffata da notizia, se si pubblicizzi la verità o solo una mezza verità: basta parlarne per stimolare e portare dalla propria parte le menti altrui. Il gossip è una tipica pubblicità camuffata da notizia. La foto del tal soggetto vip che pare sbaciucchiarsi con l'amica sposata della moglie permette ad alcuni media di dare spazio alla notizia. Dalla foto non si capisce bene, magari si stavano solo salutando e a pochi metri c'erano pure la moglie di lui e il marito di lei che facevano altrettanto. Ma che importa della visione totale, chi fa foto inquadra il particolare perché è quello che serve per creare la notizia. Ed ecco, riportando il tutto alla cronaca nera trattata come gossip, come può capitare che si convincano gli italiani che esiste una prova regina, un Dna analizzato dai migliori biologi che appartiene a un assassino. Nessuna carta a suffragare l'inquadratura totale, solo il particolare che messo in risalto nei posti giusti balza agli occhi e fa notizia.

giovedì 21 aprile 2016

Caso Bossetti: il DNA e il campo dei miracoli del Bel Paese...

Di Gilberto Migliorini


Parafrasando il celebre Manifesto... uno spettro si aggira per l'Europa, quindi anche per l’Italia: si tratta dell’ormai famoso acido desossiribonucleico. Da quando è entrato nell'uso comune degli investigatori di mezzo mondo i casi di falsa identificazione del colpevole non si contano più. E' capitato di tutto, anche che tramite il DNA si accertasse l'esistenza di un serial killer fantasma (il fantasma di Heilbronn). A detta dei più bravi detective tedeschi il serial killer era una donna misteriosa, criminale inafferrabile, omicida seriale che dal 1993 al 2008 uccise non si sa bene quante persone e seminò il terrore in Germania, Austria e Svizzera. Il suo Dna venne trovato un po’ ovunque, ovunque ci fosse un crimine... peccato che le tracce biologiche non appartenessero a nessun assassino ma fossero di una addetta alla lavorazione dei tamponi utilizzati in tutta Europa per i rilievi della Scientifica.

sabato 27 febbraio 2016

Il videogioco Bossetti: arcade games and interactive fiction...

Di Gilberto Migliorini e Massimo Prati


Manca solo che una multinazionale lanci sul mercato un videogioco che sfrutti la acclarata virtualità del caso Bossetti. Se già non è in fase di sperimentazione c'è da scommettere che presto qualcuno lo ideerà, perché non manca nulla per completare il "Cluedo" che la procura da tempo ha installato, tramite i suoi cookies umani piazzati nei punti strategici dei video, nelle menti popolari fidelizzate alle informazioni statalizzate che escono a random dai canali nazionali. Forse non tutti lo sanno, ma per quanto riguarda internet siamo già nella nuova frontiera del profilo utente, al di là delle manipolazioni sullo stile di navigazione internettiano. Siamo nell'era delle correzioni ad hoc, con qualche eminenza grigia e la pubblicità commerciale che si intrufola tra i chip, magari con un erotic video game. Sono quelle finestre che quando si aprono dischiudono l’inaspettato, magari vagine rasate o forse soltanto estetismi per un perizoma, suggerimenti per gli acquisti d’intimo di qualità, allusioni inconfessabili, eufemismi anatomici, il gioco di un navigante ozioso e disilluso che si incuriosisce nel leggere quanto gli suggerisce il motore di ricerca. Grazie ai cookies la vetrina on line, scanner dell’anima e talvolta strumento di macchinazione, si apre a un mare magnum dove tutto diventa possibile e acquista il senso di un gioco speculare. In quel mare magnum navighiamo più o meno tutti. Anche Marita Comi, che da grande donna qual è mercoledì scorso ha accettato di rispondere a tono a chi già sapeva l'avrebbe mortificata pur di sfruttare a suo vantaggio l'usuale bigottismo italico. Lei senza imbarazzo ha ammesso di frequentare il mare magnum che toglie le inibizioni e rende tutto virtualmente possibile. Il luogo virtual-reale dove si può passare dalle ricette di cucina a quei video hard che tanti bigotti italioti mai ammetteranno di cercare e guardare.

venerdì 12 febbraio 2016

Processo Bossetti: io credo a Marzio Capra e al pool difensivo...


Diciamola la verità, quella vera e non quella sparsa in salsa rosa dai soliti noti, e diciamola a tutti, anche agli italiani ignavi che forse non la comprenderanno perché da troppo si adeguano a brucare l'erba coltivata dal potere. Diciamolo a tutti che dopo mesi di processo si è scoperto che contro Massimo Bossetti c'è solo il nulla di un'immensa campagna mediatica colpevolista agevolata dalle parole del ministro Alfano e dalla stima che le persone comuni nutrono per chi "viaggiando alla grande" in televisione si adagia a peso morto sulle italiche "sempre infallibili" istituzioni. Diciamolo che niente di quanto la maggioranza assoluta dei media racconta da un anno e mezzo si è materializzato in tribunale, che nonostante questa verità, portata a nostra conoscenza solo dalla millesima parte della stampa (l'unica davvero presente alle udienze), l'aria mediatica continua a soffiare sul popolo l'odore acre della colpevolezza. E' fumo, nulla di concreto che però tanti fenomeni mediatici, neanche entrati al tribunale di Bergamo, trasformano in nebbia fitta. E' un metodo già collaudato in altri casi, Taranto docet, usato per impedire alla pubblica opinione, da anni fidelizzata, di vedere e comprendere quale sia la realtà dei fatti. Le procure comandano e le ricostruzioni accusatorie, anche se incredibilmente assurde, vengono appoggiate sui media da opinionisti e simpatizzanti che amano l'audience fornito a piene mani dalla maggioranza della pubblica opinione, da ex appartenenti agli apparati statali e giuridici, da chi per le procure ha già periziato, da chi per le procure vorrebbe invece lavorarci in futuro e cerca con ogni mezzo di mostrare la sua acritica fedeltà istituzionale per accreditarsi e ottenere incarichi ben retribuiti e nuova notorietà, da giornalisti che poco si informano e raccontando sempre la stessa tiritera finiscono per convincersi e convincere che non si tratta di una filastrocca inventata per addormentare i sensi e la mente, ma di una storia vera.

martedì 2 febbraio 2016

Dove eravamo rimasti? Ah! Già?! Al caso Bossetti

Di Gilberto Migliorini

La caccia al carpentiere di Mapello è iniziata nel 1719, così ci è stato raccontato con un pizzico di orgoglio investigativo. Nonostante l’epoca, i lumi della ragione non c’entrano per davvero, forse bisognava risalire più indietro, ai Visconti di Milano o all’età dei comuni. Un lavoro davvero certosino tornando al capostipite della famiglia Guerinoni. Magari partendo dai Longobardi i nostri intrepidi investigatori avrebbero avuto più fortuna nel rintracciare gli antefatti genetici e le coordinate genealogiche? E pensare che invece non serviva andare tanto lontano. Il caso Tortora, solo trent’anni fa avrebbe offerto più di un suggerimento interpretativo senza bisogno di recedere, per via dell’abbrivio, magari fino al 1630 col celeberrimo processo agli untori immortalato dal Manzoni.

mercoledì 20 gennaio 2016

Massimo Bossetti. Diabolico Zanni bergamasco o solo un povero Arlecchino?

Di Gilberto Migliorini


Alcuni fatti della vita segnano dei cambi di rotta, sono come il codice binario, gli 0 e gli 1 allorquando la nostra scelta segna la direzione che intendiamo prendere e che quasi mai ci consente di tornare sui nostri passi. L’italiano nella sua Storia Patria si è fatto spesso ingannare diventando complice inconsapevole di chi lo raggirava con la suggestione della propaganda. Il cinema e la televisione hanno implementato cliché e stereotipi un po’ con l’ago ipodermico e un po’ con le nuove tecniche subliminali che hanno aggirato le difese dell’interlocutore utilizzando tutti i nuovi strumenti di persuasione- Sia le avveniristiche tecnologie informatiche che, soprattutto, le vecchie e inossidabili figure retoriche. La propaganda ha sempre inciso su un popolo culturalmente privo di strumenti se non quelli di una religione usata più che altro come strenna natalizia o come epopea di santi e beati, più come adesione a pratiche e consuetudini assimilate pedissequamente che come scelta interiore vissuta in modo consapevole.

giovedì 14 gennaio 2016

Il caso Bossetti. Cold case, slapstick o... donizettiana opera buffa?

 Di Gilberto Migliorini



La circostanza che Alberto Stasi in una lettera si sia paragonato a Enzo Tortora sembra abbia fatto scandalo, suscitando le ire dei puristi, quelli che tengono i santini sul comodino e le immaginette sul cruscotto dell’automobile. Scandalo che il ragazzo che si proclama innocente abbia osato paragonarsi ad altri illustri tartassati dalla ‘Giustizia’, scandalo che dal carcere abbia gridato di non sentirsi un recluso ma un prigioniero, scandalo che il bocconiano abbia osato anche solo richiamare altri errori giudiziari analoghi a quelli di cui si sente vittima anche per via del sistema mediatico. Sì perché la memoria tante volte fa cilecca. All’epoca del famoso caso Tortora erano tutti colpevolisti, con i giornali a far da cassa di risonanza con trombe e tromboni. Perfino i garantisti erano tutti animali in via d’estinzione. Quando il noto presentatore gridava dal carcere la sua innocenza, era un coro di battute perfino più caustiche e sarcastiche di quelle che oggi riservano al ragazzo, reo di continuare a proclamare la sua estraneità al delitto. Certo dà fastidio che un condannato in via definitiva dica di sentirsi vittima di ingiustizia e si proclami prigioniero di uno Stato che conserva solo l’apparenza del diritto (è nel contenuto della sua lettera). Sembrerebbe un caso da rimuovere in fretta, potrebbe suscitare dei rimorsi nei colpevolisti, il dubbio atroce che magari un innocente sia stato condannato sulla base di elementi piuttosto evanescenti, per non dire del tutto inconsistenti?

venerdì 8 gennaio 2016

Firmare la petizione in favore di Massimo Bossetti significa aiutare la vera giustizia e la democrazia, significa volere un futuro migliore per noi e per i nostri figli...


C'è una legge in Italia che puntualmente, quando l'imputato è mediaticamente "famoso" e giudicato colpevole dalla pubblica opinione (aizzata dai soliti media che amano lucrare sulle tragedie), non viene messa in pratica dai giudici che preferiscono aggirarla alla Ponzio Pilato con motivazioni assolutamente fuori da ogni contesto giudiziariamente logico. La presunzione di innocenza già dovrebbe bastare per lasciare in famiglia fino all'ultimo grado di giudizio, minimo agli arresti domiciliari, chi non viene arrestato in flagranza di reato, chi viene accusato in base a ipotesi e indizi che si possono leggere sia in maniera accusatoria che innocentista. Ma oltre a questo diritto garantito dalla legge, ve n'è un altro fondamentale che riguarda la carcerazione preventiva: una piaga soprattutto italiana che oltre a torturare gli imputati incensurati, costretti a vivere in un regime carcerario che psicologicamente debilita sia loro che la loro famiglia (in primis i figli), riempie a dismisura le carceri e costringe a una vita d'inferno anche gli addetti alla sorveglianza e chiunque operi in tali strutture. Senza considerare le enormi spese a carico dei cittadini.

mercoledì 6 gennaio 2016

My name is innocent...

Di Gilberto Migliorini


Non si facciano idee sbagliate i lettori. Come si usa dire “ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale”. La storia che vado a raccontare attinge, qua e là, dalla cronaca dei nostri tempi colmi di spunti e suggerimenti narrativi, materiale per un giallo, trasfigurato in forma letteraria, con un pizzico di suspense. Il genere thrilling non parrebbe appropriato per un pubblico ancora beatamente ipnotizzato da quel televisore che quotidianamente ci racconta la favola bella, imbastita di ninna nanne, canzoncine, tiritere e gli immancabili scioglilingua, senza farci mancare l’oroscopo e il quiz. Le suadenti veline danno al Bel Paese un carattere oleografico, infiocchettato e arzigogolato, quello di Bengodi, l’utopia dove gli assassini sono assicurati alla giustizia e le persone per bene guardano il format criminologico alla tivù.

Se a qualche telespettatore ancora avvolto nel proverbiale oggetto transizionale, la coperta di Linus o l’orsacchiotto, capitasse di sintonizzarsi sul caso che sto per raccontare, non credo che ne sarebbe turbato. L’utente manterrebbe l’aplomb, nel suo corredino ideologico che lo tiene sempre in caldo e protetto dai dubbi perniciosi, all’occorrenza usando il telecomando per sintonizzarsi sulle news.

lunedì 28 dicembre 2015

Colpa dei processi indiziari (se c'è chi sbaglia a indagare, a periziare, a sentenziare... e troppi innocenti vengono spediti in carcere e uccisi psicologicamente sui media)

Gli sbagli della giustizia moderna denunciati dal dottor Imposimato già sei anni fa...

Colpa dei processi indiziari - Di Ferdinando Imposimato


Bisogna anzitutto partire da un dato. Nella realtà processuale, nell’esame dei diversi casi giudiziari, esistono due verità antitetiche: una verità reale e una processuale. Queste due verità non coincidono quasi mai. L’obiettivo fondamentale del giudice consiste nel fare emergere la verità storica, affinché tra questa e il giudizio finale vi sia una perfetta coincidenza. Questo risultato, tuttavia, difficilmente viene raggiunto per una serie di ragioni sia di ordine processuale che professionale.

L’aspetto drammatico del processo è che il giudice, nel conflitto tra le due verità, è tenuto a seguire soltanto e semplicemente quella processuale. Questa contraddizione può manifestarsi in due modi: il giudice può avere la convinzione morale della colpevolezza della persona imputata nei confronti della quale però manchino le prove o queste non siano sufficienti. In questo caso il giudizio non può che essere di assoluzione. Nel secondo caso, il giudice può avere l’intima convinzione dell’innocenza di una persona, ma le prove processuali – testimonianze, riconoscimenti, perizie – depongono contro l’imputato. La conseguenza è drammatica: la condanna di un imputato è “giusta” sul piano processuale ma ingiusta su quello sostanziale. E’ la tragedia dell’Enrico VIII di Shakespeare, nella quale il duca di Buckingham, condannato a morte per le accuse calunniose dei suoi servi, non impreca contro i giudici ma ne accetta il verdetto: “Non nutro rancore contro la legge per la mia morte: alla stregua del processo essa doveveva infliggermela, ma desidero che coloro che mi hanno accusato divengano più cristiani…”.

venerdì 25 dicembre 2015

Buon Natale signor Bossetti...


Signor Bossetti purtroppo è già Natale ed è già il secondo che trascorre rinchiuso in carcere. Non è una consolazione, lo so, ma pensi che c'è addirittura chi sta messo peggio di lei. Chi da innocente in galera vi ha trascorso più di vent'anni e chi, ancora in attesa della sentenza definitiva, senza prova alcuna si appresta a passarci il sesto Natale... e ha solo 27 anni. Vuole un consiglio che le permetta di tornare libero in men che non si dica? Prima di tutto deve accettare l'idea che l'Italia è il paese dei compromessi, poi deve mettersi il cuore in pace e non nutrire quelle speranze che un domani potrebbero farle male. Deve adeguarsi alla nuova vita da murato vivo e dopo essersi chiuso il naso pensare che ha il destino segnato e nulla potrà cambiarlo. Pensi a questo e poi chieda a chi può alleviare la sofferenza sua e dei suoi cari cosa dire per essere credibile. Infine abbandoni l'orgoglio e lasci il campo al popolo gaudente che per egocentrismo vuol sentirsi dar ragione. Altri prima di lei hanno accettato il compromesso. Perché quando ci si accorge che il destino è scritto nell'aria, in quella che ogni giorno respirano i piccolissimi microchip umani che vengono creati dal grande robot che forma a sua immagine la pubblica opinione, per poter vivere ancora la propria famiglia ci si rassegna a tutto. Vorrà mica cambiare la mente della magistratura istruita con la legge dei processi indiziari? Vorrà mica convincerli della sua innocenza solo perché gli indizi non sono né certi né concordanti! Lei è un illuso signor Bossetti. Lo sa che da decenni in Italia per essere condannati basta un'ipotesi di reato formulata da una procura scevra da dubbi? Pensi a Tortora e al fatto che per essere sputtanati a vita basta fornire le giuste carte al grande robot. Non importa siano vere o false.

martedì 1 dicembre 2015

Caso Bossetti: si tratta di cronaca nera o di un test sul sistema costituzionale?

Di Gilberto Migliorini
 

Si potrebbe scrivere una sceneggiatura, ma ancora non è chiaro se siamo in presenza di un caso drammatico o di una storia tragicomica... per gli spettatori ovviamente, non certo per il malcapitato che deve fare da protagonista - suo malgrado - di una vicenda dove perfino le novelle boccaccesche impallidiscono di fronte a indizi stupefacenti. Tutto un sistema di elementi probatori sui generis fa da contorno alla singolarità di un Dna (di ottima qualità nonostante i mesi in balia delle intemperie) in attesa dei riscontri sui dati grezzi e di una verifica della paternità. Nei risvolti del caso c’è perfino qualcosa che va oltre la cronaca nera. Se non l’affaire Dreyfus, potrebbe riguardare più modestamente quel mondo mediatico-investigativo che cerca di scoprire fin dove si può spingere la realtà virtuale applicata a un delitto.

lunedì 16 novembre 2015

Caso Bossetti tra letteratura e realtà. Il profilo antropologico (e narrativo) del Bel Paese e delle sue vergogne...

Di Gilberto Migliorini


Ci sono vicende e casi che sono caratteristici, al di là del loro contenuto palese e dei loro aspetti formali, per quei nessi intraducibili e misteriosi con l’animo di un popolo con tutti i suoi vezzi e le sue civetterie, rivelatori dei luoghi dell’inconscio collettivo di una nazione e delle proverbiali idiosincrasie di un Bel Paese perennemente votato a replicare i suoi schemi mentali, le sue rimozioni, gli immancabili pregiudizi. Riguardato da una prospettiva più esoterica (e introspettiva) il caso Bossetti risulta davvero emblematico non solo di un sistema giudiziario con tutte le sue curiose e peculiari modalità di funzionamento, le sue procedure e la sua forma mentis, ma anche dei modi con i quali l’ambiente psico-sociale di un Paese traduce i fatti e li rappresenta sotto forma di immagine culturale. La sinossi massmediatica raccoglie non solo dei dati antropometrici ma anche la mentalità e i valori di un italiano, sorta di Calandrino alla ricerca dell’elitropia come nell'omonima novella del Boccaccio, quella pietra che rende invisibile… più a noi stessi che agli altri, il quadrante cieco della nostra personalità collettiva che riusciamo a (intra)vedere nei personaggi letterari e nel transfert con il quale investiamo emotivamente le vicende di cronaca. Il cold case diventa una sorta di commedia (o di romanzo) dove il protagonista non è l’imputato ufficiale, è quell’italiano descritto drammaticamente mediante l’alter ego del presunto colpevole, per interposta persona, rappresentato soprattutto nello spirito di un popolo e delle sue istituzioni sotto forma di modelli culturali radicati nella nostra storia millenaria.

giovedì 12 novembre 2015

IL FURGONE DI BOSSETTI E LE STRATEGIE MEDIATICHE DEL NUOVO CIRCO GIUDIZIARIO

UCPI (Unione Camere Penali Italiane) e Osservatorio Informazione Giudiziaria intervengono sulla vicenda del “video” propagandistico e anticipano ulteriori iniziative.


Nei giorni scorsi, a partire da un articolo del giornalista Luca Telese riferibile all’udienza della Corte d’Assise di Bergamo del 30 ottobre 2015 del processo a carico del signor Massimo Bossetti per l’omicidio della piccola Yara Gambirasio, si sono scatenate polemiche riferibili ad alcune dichiarazioni rese in udienza da un consulente tecnico della Procura di Bergamo.
Buona parte delle notizie fanno riferimento ad un video (contenente le immagini di uno - o più? - furgoni in transito presso la palestra della bambina nelle ore precedenti la sua scomparsa) che sarebbe stato “taroccato” in danno dell’imputato.

L’Osservatorio sull’informazione giudiziaria dell’Unione delle Camere Penali italiane non ha ritenuto di intervenire nella immediatezza della pubblicazione del brano perché, essendo disinteressato ai profili polemici raccolti dalla stampa, pur rispettabili (campagne innocentiste o colpevoliste che in questa sede, e per chi scrive, sono di nessun interesse), ha inteso approfondire gli aspetti denunciati dal giornalista Telese e comprendere se e quali conclusioni sia possibile assumere all’esito di questa vicenda.

martedì 3 novembre 2015

Processo a Massimo Bossetti. E' più tarocco il video commissionato dalla procura al Ris o sono più taroccari i media che del tarocco non parlano?

Saluti dal tarocco
La Difesa di Massimo Bossetti ha compiuto il miracolo che tanti altri avvocati, in tante altre aule giudiziarie italiane, quasi mai sono riusciti a compiere. Far capire ai giudici popolari che il materiale usato dalla procura in fase di indagine per portare dalla sua parte la pubblica opinione, quindi anche gli stessi giudici popolari, era fasullo. Gli avvocati sanno quanto sia difficile inserire in un dibattimento processuale ciò che l'accusa non vuole sia inserito. Perché è chi istruisce il processo che comanda e decide con quali atti accusare il proprio imputato. Chi istruisce un processo sa che il giudice non accetterà niente altro nella sua aula e che solo basandosi su quegli atti poi dovranno combattere accusa e difesa. Si sa anche che ad alcuni piace vincere facile, addirittura prima ancora di arrivare in tribunale, e che il caso Bossetti non è un unicum. Tante immagini, intercettazioni e indiscrezioni farlocche diffuse negli ultimi decenni da procure e istituzioni, sono rimaste in bella vista per mesi per poi sparire senza entrare nei vari tribunali. Non serviva il binocolo per vederle, bastava avere la mente sgombra dai pregiudizi, aprire gli occhi e non credere per partito preso solo a chi accusava e a chi sbraitava la propria opinione parlando sugli schermi di colpevolezza certa. Tante bufale si sono "donate" con scaltrezza ai "media dall'audience migliore", così da farne cubitali titoloni da usare come "prova provata" nei processi mediatici che giornalmente si ripetono sempre uguali sulle tivù, sui giornaletti copia-incolla e su certi settimanali con la "biava" alla bocca. Chi lavora gomito a gomito con le istituzione giudiziarie lo sa. E a meno di non considerarli dei poveri ingenui, lo sanno anche i giornalisti che diramano le indiscrezioni senza neppure controllarle.

giovedì 22 ottobre 2015

Massimo Bossetti. E' il momento del dottor Marzio Capra e l'accusa, che mercoledì ha tentato di rialzarsi con l'aiuto del tenente colonnello Giampietro Lago, potrebbe finire al tappeto...


Dopo essere stato chissà dove in America, irrintracciabile anche per la procuratrice Ruggeri che gli inviava mail per ottenere i dati grezzi sul dna (in pratica delle cartelle in excel in cui è riassunto l'iter che ha portato gli analisti a ignotouno) senza ottenere risposta, dati grezzi che da oltre un mese doveva fornire alla difesa che per prepararsi al meglio li voleva analizzare prima delle udienze in cui si trattava il dna (chissà se superato lo scoglio Dna i dati arriveranno?), il Tenente Colonnello Giampietro Lago si è presentato al tribunale di Bergamo per raccontare la sua verità. Ma purtroppo, come capitato spesso a chi ha testimoniato per l'accusa, anche lui ha raccontato una verità che non conosce o che conosce a malapena, visto che non ha eseguito personalmente i 18000 test sui campioni di dna e, cosa assai preoccupante, ha parlato di fronte ai giudici non essendo obbligato a dire la verità perché, come i testi della procura che l'hanno preceduto, ascoltato come un qualsiasi consulente d'accusa che può interpretare i dati a modo suo e dire ciò che vuole senza incorrere in problemi penali di alcun genere.

venerdì 9 ottobre 2015

Processo a Massimo Bossetti. La verità virtuale dell'accusa perde i pezzi quando si scontra con la logica granitica della difesa. E di monumentale c'è solo il caos...


Il pool che si è occupato del sequestro e dell'omicidio di Yara Gambirasio, dopo essere entrato nel tunnel delle proprie convinzioni non ne è più uscito. Nessuno ammetterà mai che la luce che pensano di vedere in lontananza non proviene dal dna che credevano di avere isolato, ma dal film che loro stessi hanno girato, memorizzato e metabolizzato. La luce non è naturale, ma è quella artificiale di una verità virtuale adattabile a un qualsiasi sospetto che venga indagato dopo il suo arresto. Il problema è che questa verità virtuale è diventata parte integrante del sistema cerebrale di chi ha collaborato con gli investigatori e col Ris. Le convinzioni oramai han preso il posto della logica e i cervelli del pool si rifiutano di pensarle false o sbagliate, si rifiutano di cambiarle preferendo sistemare a modo ogni testimonianza e far raccontare alla propria bocca ciò che poi sarà smentito dalle evidenze. Triste storia. Sarà per questo che a processo c'è chi sta remando nella direzione voluta dalla procura anche se la strada è tutta in salita? Oppure sarà che in tribunale non si trovano ragionamenti accusatori concordanti e logici a causa dei troppi denari spesi? Chi si siede sul banco e giura di dire la verità crede in quanto racconta, o a forza di ascoltare l'unica ricostruzione ha ormai perso la libertà di ragionamento uniformando il proprio pensiero a quello comune? E' brutto da dire, ma come può un perito o un rappresentante delle forze dell'ordine remare controcorrente se questo significa andare dalla parte opposta a quella che permette di lavorare ogni giorno dell'anno?