Le poco sante inquisizioni Cristiane - saggio di Manlio Tummolo.

Manlio   Tummolo

LE  POCO SANTE  INQUISIZIONI  CRISTIANE

( Bertiolo,  UD,  settembre -  ottobre  2015)

        Il presente saggio è dedicato in primo luogo al nostro comune Ospite,  Massimo  Prati, per il suo costante impegno nella ricerca della verità dei fatti, soprattutto giudiziari e sociali.  In secondo luogo,  a tutti coloro che, come lui e con lui, qui  affrontano il vento,  fosse pure a 150 km/h, come la bora triestina, o contro le correnti, per quanto impetuose dei fiumi, e le onde dei mari, sempre con tenace spirito critico .

“  La mente umana è misura (non Creatrice) delle cose che considera esistenti, come delle cose che considera inesistenti ”.
Mia parziale parafrasi da un celebre frammento di Protagora di Abdera, riportato da Sesto Empirico .

“  Secondo la Scrittura, sono nemici di Dio quelli che s’oppongono alla sua autorità per la propria corruzione, non per natura, peraltro senza poter nuocere a Lui, ma a se stessi.  Sono infatti nemici per la volontà di resistere, non per il potere di offendere.  Dio è immutabile e assolutamente incorruttibile;  per questo la corruzione, per cui s’oppongono a Dio quelli che sono detti suoi nemici, non è un male per Lui, ma per loro stessi, e lo è unicamente perché corrompe in loro il bene della natura…   Certamente non esistono mali che rechino danno a Dio, ma alle nature mutabili e corruttibili, buone tuttavia [in origine], come attesta evidentemente la loro  corruzione [che è peggioramento, dal bene verso il male]…” .
S. Agostino d’Ippona (Aurelio Agostino),  “La Città di Dio” ,  Libro XII,  cap.  3 .

“  Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai tutto secondo il tuo voto e il tuo consiglio ottenga e conservi.  La natura limitata degli altri è contenuta entro le leggi da me prescritte.  Tu te la determinerai da nessuna barriera costretto…  Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori, che sono divine “ .   Giovanni Pico della Mirandola,  “Della Dignità dell’Uomo” . 

                       PREMESSA   TEOANTROPOLOGICA

    Innanzitutto una spiegazione terminologica:  per teoantropologia  si deve intendere, prima di tutto, il rapporto di conoscenza dell’uomo verso Dio, in quanto Principio Primo ed Assoluto della Realtà;  in secondo luogo, la concezione per cui, ciò che l’uomo conosce di Dio, non deriva immediatamente da Dio (se non per i princìpi fondamentali della Ragione logica e morale, la sua struttura mentale, che non è certo sua costruzione),  ma è opera storica della mente umana, individuale e collettiva, di ogni singolo uomo, gruppo umano e dell’umanità intera.  Questo non ha molto a che vedere con certe concezioni di taluni antichi sofisti, riprese poi da Feuerbach e da Marx, per cui l’idea di Dio  sia null’altro che un’auto-proiezione mentale dell’uomo verso l’esterno, un’alienazione creata per autoconsolazione o per inganni di caste sacerdotali, con l’assoluta negazione dell’esistenza di Dio, in qualunque forma pensabile (ateismo).   A ben guardare, è assai più facile che l’uomo proietti all’esterno il proprio male, immaginando un Essere malvagio in assoluto (Angra Maiynu o Ahriman della religione zoroastriana )  oppure Satana, su cui scaricare i difetti della materia oppure la propria malvagità interiore,  che non il proprio bene, che anzi cerca di tenere per sé  attribuendo agli altri le colpe e a se stesso il merito.
   Si potrà obiettare, secondo concezioni sedicenti ateistiche, che non esiste alcun rapporto Uomo – Dio, in quanto Dio non esiste, ma salvo a voler concepire la realtà  come perenne caos (secondo la tesi di alcuni scienziatucoli attuali, sulla scìa anche lì di antiche concezioni scettiche o sofistiche dell’antica Ellade), che però non ci spiega come mai le cose funzionino non certo da un giorno all’altro, ma per milioni d’anni secondo regole prefissate che l’uomo studia nell’osservazione della natura [1].
Se la Luna non ci cade in testa, o se non siamo assorbiti dal Sole, o se i pianeti non cozzano uno con l’altro,  vuol dire che il caos non esiste, ma esistono regole certe, seppure variabili,  nel corso di milioni e milioni d’anni.  Ora, una volta ammessa la regolarità dei fenomeni naturali, ammessa pure la scala degli esseri, non possiamo che ripensare alle  argomentazioni di Anselmo d’Aosta, ovvero a quella più tradizionale, aristotelica, della scala degli esseri, dall’inferiore al Massimo Assoluto (Monologion), e a quella che verrà qualificata come prova ontologica (Proslogion) [2], ovvero che dalla stessa qualifica di Dio si deduce la Sua stessa Esistenza:  in breve,  se Dio è il Massimo Pensabile,  per ciò stesso Egli non potrà essere privo di esistenza.  Ma Anselmo confondeva essenzialmente la pensabilità di Dio da parte dell’uomo (teoantropologica, dunque), passibile di errore e di imprecisione, con l’Autoconsapevolezza di Dio che è ovviamente Assoluta.  Anselmo, legato forzosamente al  binario della religione cattolica, non poteva che contraddirsi, confondendo la conoscibilità teoantropologica  con l’Autocoscienza Divina (il Pensiero di Pensiero della tradizione aristotelica), che sicuramente non ha bisogno di dimostrare a Se stesso o agli uomini la propria esistenza, come avrebbe intuito successivamente Guglielmo di Occam, quello famoso del rasoio, che non nulla a che vedere con le indagini di polizia, ma con argomenti di natura metafisica.
      E nondimeno, proprio le argomentazioni induttiva e deduttiva di Anselmo (scala ascendente degli esseri, e Massimo Pensabile uguale a Massimo Esistente) ci servono a far capire che un ateismo assoluto (con l’eccezione discutibile  delle dottrine del caos) è impossibile.  Infatti, tolto Dio come Massimo Pensabile, questo può porsi come qualunque altro Ente o Agente (l’umanità stessa, l’uomo singolo,  la Natura fisica,  un idolo, la cassaforte del banchiere, il sesso, il nutrimento, ecc.).  Se neghiamo Dio, non facciamo che sostituirlo con un altro Massimo Pensabile, che si trova più in basso nella scala degli esseri, secondo la formazione e la cultura di ciascuno di noi (potremmo sostenere:  dimmi a che Dio credi, e ti dirò chi sei…).  Infatti, occorrerebbe parlare allora non di un solo ateismo,  bensì di vari ateismi, come di vari teismi, deismi e panteismi.  Lo stesso Caos o il Caso potrebbero diventare dèi, seppure capricciosi ed anarchici, ma pur sempre Essenza della Realtà.   Ricordo infatti che, nel saggio precedente sulle persecuzioni contro i Cristiani da parte politeista, come ci testimonia Giustino,  questi venivano accusati di ateismo  e di empietà,  in quanto negavano la divinità  così come ufficialmente ritenuta (e sebbene filosofie varie avevano ormai da secoli messa in discussione o negata la tradizionale mitologia e teogonia di derivazione omerica ed esiodea).  Si era anche visto che Protagora e Socrate erano stati condannati per aver messo in discussione la divinità pluralistica nei suoi aspetti tradizionali.   Chi si proclama ateo avrebbe dunque il dovere di dire quale idea umana di Dio nega, e non quale Dio nega, perché Dio in generale  - esista o non esista  - non può essere negato (negare il nulla non significa niente;  si può solo negare il Qualcosa che sia pensato come esistente  in un modo determinato).   Feuerbach, ad esempio, divinizzava l’Uomo fisico;  Marx divinizzò  l’Economia come attività fondamentale dell’Uomo, ecc.   Altri atei del tempo divinizzarono la materia (La Mettrie, Buechner, Moleschott).  Altri ancora, proclamando una presunta morte di Dio, in realtà semplicemente affermarono la morte di una certa religione (Nietzsche),  senza affermarne un’altra con una qualche chiarezza, esaltando il profeta (Zarathustra) e le sue rivelazioni,  ma non l’Ente di cui avrebbe dovuto profetare [3].   Alla nostra idea di Dio, possiamo ben dare altro nome, Sommo Bene, Ente Supremo, Dea Ragione, Madre Natura, Assoluto, Architetto dell’Universo, ecc.,  possiamo pure negare o dubitare della Sua esistenza.  Ma l’esigenza di un Sommo Principio della Realtà, per quanto diversamente inteso o qualificato, resta ineliminabile nella nostra mente [4].  
   Mentre l’Illuminismo, il Romanticismo e una parte del Positivismo  tentarono di formulare almeno i princìpi di una nuova teologia (religione naturale, deismo, teismo razionalista),  la fine dell’Ottocento e, soprattutto, il Novecento  misero, per così dire, in soffitta il problema teologico,  scadendo nell’indifferenza assoluta alla questione o negando la questione stessa.   Così si è finito per fare un grossissimo favore alle religioni rivelazioniste, alle Chiese organizzate, che trovavano ben più facile battere le loro vecchie grancasse fideistiche consuetudinarie, di fronte al Nulla Ateologico e Materialista, piuttosto che dover giustificare la propria idea di Dio e, soprattutto, dover confutare in modo adeguato  un’idea razionale di Dio, che si armonizzi  con la realtà naturale e con la scienza umana (che io sappia, nessun ateo dichiarato ed esplicito, fu mai fatto morire ad opera di gruppi religiosi di qualunque tendenza, mentre furono eliminati agnostici o diversamente credenti in Dio).   Oggi ben pochi credono a qualcosa di sovrannaturale in modo logico, ma piuttosto lo accettano per abitudine, alimentando così il fanatismo anche violento da un lato,  il sopore anti-metafisico dall’altro.  Così, ad esempio, abbiamo un Islamismo talmente fanatico da ripigliare criteri arcaici di conversione forzata e sanguinaria, mentre sul nostro fronte ci si vanta cattolici, ma quanti seguono coerentemente e fino in fondo le direttive papali anche nella loro vita personale, quando poi sentiamo un papa stesso cercare conciliazioni teoriche o pratiche con quello che, fino a ieri, condannava come peccato?
    Le conseguenze fatali e inevitabili sul piano della morale, non solo teorica, ma pratica e quotidiana,  si vedono costantemente nei comportamenti collettivi ed individuali,  con disastri crescenti.  Privi di una morale ormai superata, gli esseri umani non sanno formulare una nuova, viva e costruttiva, ci si arrotola in gomitoli  caotici e pieni di nodi, senza alcuna capacità di districarsi da tutto questo:  prospettiva del tutto deleteria per l’umanità intera, e specialmente per la cultura occidentale a rischio di scomparsa per secoli.   Il brutale materialismo nulla ha costruito, né mai costruirà:  sfido il materialista puro a dirmi da dove derivi un’eventuale morale o a che cosa essa serva, l’idea di giustizia benché solo relativa, se siamo solo un agglomerato di atomi destinati a disgregarsi in elettroni, protoni, positroni, neutroni e neutrini.
     Qualcuno, sbadigliando,  potrà domandarsi a che serva questa mia introduzione, per nulla conclusa, ad un tema che ha carattere filosofico-giuridico e giuridico, più che religioso.  Sì, è un tema giuridico, ma deriva da un certo modo assoluto  di concepire il fenomeno religioso, come esprimente una Verità Perfetta, rivelata a noi tramite Libri o tramite Profeti.  Come ciò sia del tutto errato, cercherò  di chiarirlo con un apologo:  ammettiamo che un celebre scienziato,  e ricercatore, nel suo laboratorio sia riuscito a donare ad una particolare specie di virus  il gene dell’intelligenza astratta, espressa in una qual forma di linguaggio.  Questo scienziato  è, data la sua abilità e celebrità, un uomo molto ricco e potente, e pure di enorme intelligenza, tanto da poterne far dono anche ad esseri estremamente piccoli e semplici quali i virus.  Ammettiamo pure che un bel giorno o qualche suo collaboratore, o qualche virus stesso  lo informi che alcuni virus sostengano che egli è a sua volta un Virus estremamente grande e forte;  alcuni altri che il loro Creatore sia uno fra i tanti Virus già esistenti;  altri ancora giungano perfino a dubitare della sua esistenza o a negarla, dicendo che essi sono nati da generazione spontanea, e non per azione altrui.  Alcuni virus arrivano perfino a bestemmiarlo, dicendo “porco scienziato”, oppure a deriderlo, sostenendo che la loro vita è troppo misera e scarsamente durevole per essere stata creata da uno scienziato che dicono così bravo.  E avanti di questo passo.  Ora, che cosa dovremmo immaginarci, che lo scienziato decida di sterminarli, di farli torturare o imprigionare da altri virus, suoi fedeli ?   Certo, lo scienziato è talmente potente che potrebbe lasciarsi andare all’ira e spazzarli via tutti con qualche radiazione atomica o con altro metodo a noi non noto, ma dimostrerebbe d’essere uno scienziato serio ed intelligente se maltrattasse questi suoi virus che, pur errando,  cercano di capire, grazie all’intelligenza ricevuta da lui stesso, la natura dello scienziato e la sua essenza?   Personalmente non credo.  Penso che, date le premesse, lo scienziato si divertirebbe molto ed anzi cercherebbe di capire  come il dono dell’intelligenza  venga usato dai virus e quello che ne possono fare nel bene o nel male:  tanto i virus non possono uscire dalle strutture limitate del suo laboratorio, e quindi non possono fare danni altrove.
       Ebbene, che c’entra questo apologo ?  C’entra, perché se uno scienziato che, per quanto coltissimo, è pur sempre un essere umano con i limiti psicologici di ogni essere umano,  non si adirerebbe a che i suoi piccoli virus lo immaginano chi in un modo e chi  in un altro, potremmo immaginarci che un Ente Sommo come Dio, Creatore ed Ordinatore dell’Universo [5], che agisce su un mondo infinito,  possa adirarsi con noi per quel che pensiamo o che diciamo su di Lui ?  Che emani un Codice Penale contro presunte eresie, che sono altrettante ipotesi umane sulla Sua Natura e sulla Sua Volontà ?  Possiamo pensare che, dopo averci dato  una libera intelligenza ed una libera coscienza, possa poi ordinarci “Devi pensare così di Me, altrimenti ti faccio torturare e bruciare dai tuoi simili”.    Ci sarebbe molta meno distanza  tra quello scienziato dell’apologo e i suoi virus, almeno sul piano fisico, che non tra Chi diciamo Dio  e gli esseri umani. Dunque, se nel primo caso sarebbe assurdo che si adirasse per errori o per presunti “insulti”,  sarebbe tanto più assurdo che Dio, Principio Supremo della Realtà, di una Realtà immensa e quasi del tutto incognita all’uomo,  si adiri per le nostre eventuali sciocchezze concepite su di Lui.
      E’  evidente che, se sul piano etico-religioso può immaginarsi una qualche pena per azioni malvagie che vìolino le regole del Bene poste da Dio stesso nella nostra coscienza,  non è immaginabile che Dio ci punisca per i nostri sforzi mentali teoantropologici  di capirne la natura.  Né  possiamo scambiare Dio per un editore che pubblica un’opera autentica in cui rivela ad uno o più uomini alcuni segreti che poi questi uomini a loro volta si sforzino di capire e di insegnare.   Se avesse voluto far così, farebbe sentire la Sua voce in tutte le lingue e in tutti i modi ogni giorno dalla mattina alla sera per saecula saeculorum, senza bisogno di campane, di muezzin, di chiese, di sinagoghe, di moschee o di templi.  Dio Si rivela soltanto nell’intimo della coscienza e del pensiero umani, silenziosamente, dal momento stesso in cui ci fa nascere come esseri razionali bramosi di valori assoluti.   Ma il pensiero dell’uomo, per i suoi stessi limiti, non è solo Affermazione, né solo Negazione, bensì anche Dubbio, domanda, a cui dà risposte parziali, ipotetiche, più o meno probabili, e lo fa tanto come essere singolo, quanto come Essere collettivo, nel corso di una breve singola vita,  come nell’arco dell’intera storia.  La conoscenza dell’uomo, e non solo su Dio, ma su tutte le leggi della natura e pure su se stesso, è un lungo percorso che si compie ad opera dell’intera umanità nell’arco di millenni, e non sempre in avanti, ma talvolta anche ricadendo in vecchi errori, un po’ come il personaggio mitologico di Sisifo, costretto a portare un masso sul monte, per vederlo poi rotolare all’indietro, o più positivamente, come il marinaio che insegue, senza mai raggiungerlo, l’orizzonte, e nondimeno compie una lunga strada e scopre nuove cose del mondo.
       Con ciò penso di aver chiarito come ogni intolleranza violenta contro forme religiose, fossero pure erronee, arretrate, o troppo fantasiose, che ogni persecuzione in nome di Dio,  è una bestemmia verso Dio.  Il motto, che fu dei crociati e poi di vari movimenti tirannici, “Dio lo vuole,  Dio è con noi” è già una bestemmia, perché si dovrebbe dire esattamente il contrario,  “Noi siamo con Dio, noi siamo con il Bene, noi operiamo per il Bene”. Pretendere che Dio sia al nostro servizio, pronto a combattere per un nostro programma, è ridicolmente blasfemo. Nessun uomo, nessun gruppo di uomini può legittimamente pretendere di parlare per conto di Dio, di esserne rappresentante legale, e di voler, perfino, costringere gli altri a pensare al suo modo stesso. Si dovrebbe dire solo:  “quanto ho capito di Dio, è questo; ma non posso, né voglio, né devo imporlo ad alcuno”.
      L’intolleranza verso le altrui fedi o convinzioni religiose, le persecuzioni, non per fatti concreti o crimini eventualmente compiuti in contrasto con l’Etica e il Diritto generali  verso il proprio simile,  ma solo per idee o per culti pacifici diversi dai nostri,  non ha dunque alcuna giustificazione che sia insieme religiosa e razionale,  ma deriva dalla pretesa rivelazionista, dalla presunzione di aver ricevuto da una qualche Divinità (poco importa quale sia, lo abbiamo già visto nel caso del politeismo, cosiddetto pagano, tutt’altro che tollerante)  una certa Rivelazione, orale o scritta che fosse, racchiusa quindi in un Libro Perfetto che ci racconta tutto ciò che dobbiamo pensare, dire e fare.  E’  evidente che da una tale presunzione deriva anche quella di essere Rappresentante in terra di Dio, di poter imporre a tutti gli uomini ciò che ritiene assolutamente Vero, indiscutibile,  con la forza se necessario, e se questa non basta con la crudeltà vera e propria, infliggendo persecuzioni psicologiche e materiali, sofferenze atroci, tormenti e morte, in nome di Dio.   E’  su tali assurde presunzioni che si fondano le “poco sante Inquisizioni cristiane”.  Attenzione:  al plurale,  perché queste nascono e si sviluppano come organizzazione  giudiziaria in modi diversi, nell’arco del tempo (dal  IV secolo d. C., grossomodo,  al XVIII secolo, quando si comincia a capire che il pensiero e il culto religioso devono essere liberi, purché non violìno altri princìpi di natura etico-giuridica: es.,  sacrifici umani o di animali;  rispetto della pubblica moralità:  orge, ecc.), e sorgono  anche prima della cessazione di quelle pagane ed imperiali imposte ai Cristiani,  ma si istituzionalizzano  a partire dall’Editto costantiniano di Milano (313 d.C),  quando il Cristianesimo diventa religione legittima nell’Impero, per trasformarsi in Unica ed Assoluta con Teodosio nel 380 d. C.

SANTA  INQUISIZIONE:   LEGGENDA  NERA ?

       Taluni storici, a partire almeno da Joseph de Maistre, teorico dell’assolutismo e  del predominio della religione cattolica (vissuto a cavallo tra XVIII e XIX secolo), acuto critico della Rivoluzione Francese [6],  qualificarono la concezione della S. Inquisizione cattolica, sia romana pontificia, sia spagnola, ed altre specifiche, come una “leggenda nera”.  Altri storici, di impostazione laica o atea, qualificarono i precedenti come sostenitori di una “leggenda rosa”, nel senso di voler sminuire tutta la massa di errori e di orrori persecutori compiuti contro persone che non potevano o non riuscivano ad accettare una teologia così complicata come quella cristiana prevalente dal Concilio di Nicea in poi, o persone che pur accettandola, rifiutavano  un certo tipo di morale, o il trasformarsi del Cristianesimo in una religione di Stato, fortemente coordinata o sovraordinata al potere politico.  Si può dire  che tutta la storia del Cristianesimo sia una feroce lotta interna, ancor prima che esterna, soprattutto dopo che il politeismo e le filosofie classiche prevalenti, che pur avevano formulato teologie ben più avanzate (e a cui poi lo stesso Cristianesimo dovette rifarsi insieme all’Ebraismo e all’Islamismo), furono a loro volta oggetto di repressioni abbastanza violente.
     Ora questi storici, col supporto di manuali di metodologia investigativa contro le eresie, o sulla base di dati statistici sempre molto  discutibili per se stessi, ma soprattutto per i tempi in cui la conservazione dei dati numerici era difficile qualitativamente e quantitativamente, spesso perduti in seguito ad incendi occasionali o deliberatamente provocati  (non dimentichiamo come allora si scrivesse, si studiasse e ci si muovesse con l’ausilio di fiamme libere, torce, candele, lucerne, ecc.),  sostengono che la Santa Inquisizione non era poi così cattiva come racconta la “leggenda nera”:  i perseguitati, i torturati, i bruciati erano in fin dei conti “pochi”, e venivano trattati con carità cristiana.  Qualcuno arriva a dire sfacciatamente che potevano avere un servitore in cella, ed altre amenità del genere (dimenticando che allora i carcerati erano due, e che per questo bisognava pagare…).  Per altri, le carceri della Santa Inquisizione erano comode, ariose, luminose:  rischiano, nell’entusiasmo, di sostenere che gli incarcerati per anni, senza neppure conoscere l’accusa e senza poter spesso per molto tempo prepararsi una difesa,  si trovavano quasi in albergo di prima classe (a quei tempi non si misurava la qualità dell’ospizio con le stelle), meglio che a casa, in fin dei conti.  Sì, è vero, qualche volta, con molto tormento psicologico per il Santo Inquisitore (che spesso, dal cuore fragile, non riusciva nemmeno ad assistere a tali operazioni), si decideva di stiracchiare un po’ i muscoli e le ossa del presunto eretico, ma bastava confessare e pentirsi di cuore, e non si arrivava alla tortura.  Pensiamo al caro Galileo (dicono questi zelanti apologisti), aveva un servitore in cella ed è bastato fargli vedere un po’ di ferraglia, a lui mezzo cieco, ormai vecchio e debole, con fare gentile del tipo “Guarda Galileo, se ritratti non ti facciamo nulla, ma se non lo fai, con questo attrezzo ti allunghiamo di statura, con quest’altro ti accorciamo, con questo sentirai male qui e là:  quindi, ti conviene dire che la Terra è ferma, che Giosuè aveva ragione, ecc. ecc.”.  Quindi che poteva fare il povero Galileo, che non era certo Giordano Bruno e neppure Tommaso Campanella, se non ritrattare, magari borbottando tra sé  quel celebre detto “Eppur si muove”?   Il Cristianesimo (non solo il Cattolicesimo, come si specificherà  più avanti)  ha mantenuto una forte componente farisaica, e non solo perché crede, come quella, alla resurrezione dei corpi,  ma per una bella dose d’ipocrisia.  Oggi, quando non ha più mezzi diretti di repressione e il “monopolio della forza” come cantano i giuristi,  può pure recitare la parte della bontà, della misericordia, proclamare giubilei di perdono e della generosità:  ma secoli di storia (oltre un millennio per l’esattezza)  lo inchiodano alla sua contraddittorietà intrinseca. 
   Ivi sta  il suo punto debole: abbia o non abbia proclamato le Crociate per la liberazione del S. Sepolcro (in realtà  per affermare l’universalità della Chiesa Cattolica Apostolica Romana anche nell’Europa centrale), abbia o non abbia fatto sterminare gli Albigesi, abbia o non abbia perseguitato i Valdesi, abbia o non abbia fatto abbattere l’Impero Bizantino per gelosie religiose e con ciò distruggendo un forte antemurale contro i Turchi Ottomani, abbia o non abbia fatto cacciare dalla Spagna Ebrei ed Islamici (che vi risiedevano da un millennio), abbia o non abbia fatto torturare tanti e tanti fratelli di fede, ma diversi per poche sfumature teologiche (assai discutibili, come si dirà), sta di fatto che il Cristianesimo, a differenza di altre religioni ed ideologie, fa del Principio che Dio è Amore, dell’Umanità che deve essere regolata dall’amore reciproco, della povertà che deve caratterizzarne le condizioni socio-economiche, della comprensione e del perdono del peccato, ebbene di tutto ciò fa un modello astratto di vita, ma poi,  quando si tratta di realizzarlo nei fatti, quando si tratta di confrontare le rispettive credenze ed interpretazioni addirittura su uno stesso Vangelo, allora ci si fa felicemente a pezzi, per affermare una propria superiorità, la pretesa blasfema che singoli uomini possano parlare assolutamente in nome di Dio e trasformare quel Dio d’Amore in un Signore dell’Odio, della Vendetta, della Persecuzione, in una sorta di Principe o Signore, umano anche troppo umano (per dirla con Nietzsche) che si adira, sia pure per qualche baggianata che esca da bocca umana, e ordini di sterminare, di torturare, di uccidere con l’impiccagione, col fuoco, con lo squartamento,  ebbene è lì  il  NERO, anzi NERISSIMO,  della vicenda.
      Per giunta,  tutto ciò comincia quando la memoria dei martiri cristiani seviziati e massacrati  da stolidi e criminali imperatori politeisti era pure ancora viva, fresca, quasi quanto per noi potrebbero esserlo i massacri della Prima o della Seconda Guerra Mondiale.
    Anche se la Santa Inquisizione si fosse limitata a torturare uno, due o tre eretici, in compagnia di qualche strega, e con ogni garanzia processuale,  nondimeno il Cristianesimo avrebbe già tradito  la sua missione storica, già si sarebbe rivelata di pari valore delle religioni pagane o di altre venute dopo, anch’esse fondate su uguali pretese rivelazionistiche.  Non ci meravigliamo se un Attila, un Gengis Khan, un Tamerlano abbiano fatto massacrare intere popolazioni, che abbiano eretto cataste di teste mozzate:  non avevano mai proclamato - costoro -  la religione,  il Dio dell’Amore; non avevano mai sostenuto “Amatevi gli uni cogli altri  - ama il tuo prossimo come te stesso e Dio sopra ogni cosa -  Perdona settanta volte sette  -  Se ricevi uno schiaffo, volta l’altra guancia ”.  Quelli hanno sempre cantato la conquista e l’orrore, la vittoria propria e lo sterminio altrui.  I pur civili Romani e un pur grande Tacito non si scandalizzavano del fatto che, dopo la strage di Teutoburgo,  i legionari per vendetta si fossero scatenati in assalti notturni ai villaggi germanici, sterminando donne, vecchi e bambini.   Ma i Romani, come i loro avversari, non si riempivano la bocca di “amore” e di altre sdolcinatezze come il “perdono”.  I Cristiani, viceversa, cantavano appunto le loro nenie sdolcinate e, nondimeno,  si sono perseguitati ferocemente perfino tra loro stessi.  
       Né si venga a sostenere che la Chiesa è composta da uomini e che gli uomini sono fallibili:  certo, gli uomini sono fallibili, ma quando si pretende e si propaganda di essere diretti da Dio, che la Chiesa è sposa di Cristo, che il Papa è infallibile ed infallibilmente ispirato da Dio,  ci si deve permettere di sbagliare molto meno di quanto abbiano sbagliato i pagani o altri rappresentanti di religioni meno tenere, che tali pretese non avevano   E poi non vantano gli alti prelati, monsignori,  vescovi,  arcivescovi,  cardinali, e  papi,  di essere assistiti, pregando intensamente, dalla SS. Trinità, dalla Madre di Dio (erede della Madre degli Dèi),  dai Santi (a partire da S. Giuseppe Artigiano fino a S. Giovanni Paolo),  dagli Arcangeli e dagli Angeli ?  E con tutti questi infallibili consiglieri, come mai hanno commesso errori un po’ grossolani che un semplice ragionamento e un semplice atto di coscienza avrebbero potuto far loro evitare ?
   E’  su questo punto che gli storici, sostenitori di una leggenda nera,  fanno solo propaganda.  Certamente sarà doveroso per uno storico fare resoconti per quanto possibile prossimi alla realtà verificabile, distinguendo pure tra regole e violazioni alla regola, tra responsabilità generali e responsabilità dei singoli,  ma non è  ammissibile cercare di giustificare un atteggiamento persecutorio che, sulla base stessa dei princìpi cristiani,  era riprovevole e ripugnante .
    Il punto della questione è che la teologia cristiana è, fra quelle delle varie religioni rivelate, sicuramente la meno chiara, la più complicata, la più artificiosa.  Senza voler approfondire troppo la questione, vediamo anche solo il “Credo” di Nicea nella sua formulazione più semplice,quella che si trovava (ora non so)  nei catechismi per bambini di Scuole elementare e media.  C’è Dio Padre, creatore del cielo e della terra, ovvero null’altro che lo Jahveh della tradizione ebraico, con qualche piccola variante.  C’è  Gesù Cristo che è la “seconda persona” di Dio, ovvero lo stesso Dio e Figlio di di Dio.  Il concetto stesso di “Figlio” fa presupporre che venga dopo del Padre.  Invece no:  Egli è dello stesso genere del Padre (quindi, una sorta di gemello omozigote, non un “figlio”, e neppure un “fratello minore”), ma si è incarnato sulla terra (e mentre era sulla terra aveva corpo umano, sebbene puro e perfetto,  aveva una psicologia umana, forse un’anima umana, quindi finché visse sulla terra aveva almeno quattro qualità insieme:  la spirituale divina, la spirituale umana, la psiche umana, un corpo umano:  sembrerebbe un po’  troppo, a lume di logica) per noi e per salvarci. Gesù “è generato, non creato”, ma che vuol dire ?  In che senso, Dio, Puro Spirito, genera ?  Obiettano:  ma la generazione del Figlio non è un atto determinato nel tempo, è eterna e continua, nulla ha a che vedere con la generazione in senso fisico.  Ma allora, Gesù sarebbe un “Processo”, non una “Persona”; un “Divenire”,  non un “Essere”.  Eppure, non è nemmeno un’emanazione nel senso neoplatonico o plotiniano, perché ciò comporterebbe (come ritenevano gli Ariani)  una degradazione dell’Essere stesso.
   Infine,  la terza Persona è la più impersonale di tutti, lo Spirito Santo o, in greco, Paraclito:  sfido qualunque teologo a darne una precisa definizione:  esso proviene dal Padre e dal Figlio, ma coesiste con ambedue, da sempre ovviamente.  Come “persona”  non si capisce chi e come possa essere.  Qui c’è una piccola questione concettuale e verbale:  i Greci ortodossi chiamano i tre “elementi” della Trinità  non “Persone”, bensì “Ipostasi”, ossia  “ciò che sta sotto”.  Ma sotto che cosa ?  Sotto l’apparenza.  Tradotte in latino, diventerebbero “substantiae”,  ovvero “sostanze”, nel senso di realtà vere al di sotto dell’apparenza. Nel linguaggio filosofico tradizionale, il termine (come fa anche Spinoza) viene inteso appunto in questo senso e modo.  Ma sappiamo pure che nel linguaggio scientifico e anche popolare “sostanza”  è ciò che sta sotto i sensi, ovvero la cosa materiale. Ecco perché, invece di tre sostanze identiche o, per Nicea, una medesima Sostanza in tre Persone uguali e distinte,  si dovrebbe parlare di tre “essenze o entità” nell’unica sostanza divina. Altresì, andrebbe considerato che anche il termine “Persona” sia del tutto inadatto a definire Dio, in quanto etimologicamente esso deriva dall’etrusco “Phersu”, la vittima del sacrificio, rappresentata da un uomo coperto di sacco ma armato di bastone che deve difendersi da un cane feroce: se vogliamo, un rito simbolico della vita dell’uomo stesso che deve lottare come un cieco contro il destino o le forze della natura.  Persona, quindi, in latino indica il personaggio di teatro, la maschera, e non la sostanza dell’essere umano  o la realtà dell’attore.   Dio, pertanto, non può mai dirsi “Persona” o “personale”,  bensì semmai Individuo, ovvero Indiviso e Indivisibile, Unico ovvero non moltiplicato e non moltiplicabile, Immutabile ed Assoluto . 
       Per non dilungarsi troppo,  una sorta di compromesso storico col politeismo, a livello tanto  popolare che di una certa cultura.  Eppure ciò faceva a pugni con l’unità affermata di Dio:  ogni volta c’era il rischio di cadere in un “triteismo” (credenza in una Triade di tipo classico, come la Trimurti indiana) oppure in un “modalismo” (ovvero, si tratterebbe di tre qualità distinte nel medesimo Essere).  Vedere tre Dèi in uno oppure tre modi d’essere di Dio stesso.  E’  ovvio che la Chiesa ufficiale (non solo cattolica, ma anche greco-ortodossa, e più tardi protestante)  non poteva risolvere la questione, se non come “mistero della fede”.  Vi si deve credere, piaccia o non piaccia, altrimenti sono guai.   Appare altrettanto ovvio che nessuno dei grandi filosofi e teologi  cristiani  poteva mai spiegare in modo almeno ragionevole una cosa del genere.  Già  era difficile credere a Dio che si fa uomo,  in termini razionali, ma poi  che cosa sia lo Spirito Santo nessun teologo lo sa dire. Sembra fatto in rispetto del principio giuridico romano per cui “duo non faciunt collegium” (due non costituiscono un collegio, per cui occorre un terzo.  Ciò è inevitabile per non avere due voti opposti, il terzo a favore di uno o dell’altro risolve la questione).  Sulla Trinità, S. Agostino tagliò corto dicendo a se stesso e ai suoi lettori che è più facile vuotare il Mediterraneo con un secchiello che pretendere di risolvere la questione trinitaria in termini razionali.  E a questo parere in misure diverse aderirono tutti i grandi teologi.  Neppure Gioacchino da Fiore (XIII secolo), altro eretico  con tendenze profetiche, come lo descrive Dante Alighieri,  che parlò di un Regno dello Spirito Santo dopo quello del Padre e del Figlio,  riuscì mai a chiarire chi o che cosa fosse lo Spirito Santo [7].
     Per non parlare poi, ma ne parliamo, di Maria madre di Dio, in greco Theotokos.  Già l’espressione agli antichi doveva suonare in perfetta analogia con  la “Madre degli Dèi” , di cui scrisse Giuliano l’Apostata sulla base di antiche tradizioni di derivazione politeista, ma apparirebbe blasfema ai cristiani di allora e di oggi.  Come fa una donna  a concepire un figlio per opera dello Spirito Santo ?  E come fa ad essere chiamata “madre di Dio”, se in realtà in ogni caso fu la madre di Gesù  in quanto vero “uomo”, e sul piano fisico, perché il resto è opera altrui ?  Come fa ad essere  vergine prima, durante e dopo il parto  (qui già divergono le opinioni dei cristiani, perché i protestanti in larga parte rigettano la verginità post partum).  La fonte di questa verginità perenne, più che nei Vangeli ufficiali,  si trova nei Vangeli apocrifi, in alcuni dei quali si trovano anche dettagli intimi  sulla verifica di tale verginità [8].
      Altri ancora dibattevano sul prossimo giudizio di Dio che secondo l’apocalittico Giovanni doveva essere vicinissimo nel tempo, e Tertulliano, il grande apologista,  vi aderì uscendo  dalla Chiesa ufficiale  aderendo al movimento di Montano.
    Anche in questo piccolo spazio, da me dedicato alle più brucianti questioni teologiche che  - dal punto di vista razionale – risultano propriamente mitologiche ed ispirate a miti pagani o ebraici antichi, come gli stessi filosofi neoplatonici, stoici, aristotelici, ecc.  notavano,  si possono ben capire le molteplici divergenze non solo con tali oppositori, qualificati pagani, ma fra gli stessi Cristiani.  Un Ario espose una tesi di tipo neoplatonico, vedendo nelle due successive ipostasi (Gesù e Spirito Santo) delle nature inferiori a quella di Dio.  Ancora prima Marcione aveva tagliato la testa al toro, rigettando l’Antico Testamento e ammettendo solo il Vangelo di Luca e neppure completo, affiancato da una parte degli Atti degli Apostoli.  In tal modo semplificava la questione e in certa misura preparava il manicheismo, con l’esistenza di un Dio del Bene e della Giustizia e Amore, e di un Dio vendicativo, null’altro che lo Jahveh ebraico dell’Antico Testamento,  cosa non accettabile per la Chiesa ufficiale, che avrebbe perso allora il suo punto di forza profetico, il Messia previsto appunto nell’Antico Testamento, che sarebbe coinciso con Gesù Cristo stesso [9].  I punti di divergenza, talora estremamente sottili,  si tramandarono poi nei secoli riapparendo spesso  in singoli predicatori o in gruppi e sètte.
     Ora tutte le varie questioni teologiche, non spiegabili o dimostrabili razionalmente ed ancor meno scientificamente, diventavano misteri della Fede, indubitabili pena l’accusa di eresia e l’eventuale condanna se non v’era pentimento, ma persistenza nell’”inganno” (di Satana, ovviamente…), ed ancor meno discutibili.   Ad essi si credeva per “rivelazione divina”  tramite i Vangeli e la presunta originale predicazione degli Apostoli.  Vedremo come questa “rivelazione” non poteva essere di fonte divina, sia perché evoluta nel tempo, sia proprio per la violazione delle leggi di natura e della ragione, ambedue poste da Dio fuori e dentro di noi, per i Cristiani stessi. E come Dio, assolutamente Perfetto ed Immutabile, potrebbe porre le leggi per poi occasionalmente violarle ?
    Ma l’uso di questo termine “mistero” ricorda la pratica religiosa e rituale pagana, ovvero quelle cerimonie  a cui potevano essere presenti solo gli iniziati e che non potevano essere rivelate nemmeno sotto tortura (ricordiamo di Apuleio, che infatti sostiene l’inviolabilità del segreto rituale).  Solo che ora sono diventati non riti complessi e segreti,  ma tesi dogmatiche  rivelate e rivelatrici.  Seppure quasi rovesciato il senso del termine, indica la comune origine  sacerdotale,  uno strumento di potere della classe sacerdotale  sui  credenti .
   Ogni religione, rivelata o consuetudinaria, teistica o panteistica, ha le sue eresie, le sue incertezze, le sue variabili interpretazioni.  Anche il Mosaismo [10], da cui nasce – appunto come eresia  -  il Cristianesimo,  ha le sue varianti e anche forti differenze:  pensiamo ai Farisei e Sadducei in contrasto sull’idea delle resurrezione dei corpi.  Pensiamo ai Samaritani che, ancora più anticamente, rigettavano vari libri dell’Antico Testamento dopo il Pentateuco, e si approssimavano ad altre religioni locali;  pensiamo agli Esseni, descritti da Giuseppe Flavio  (legati ai celebri Rotoli del Mar Morto, scoperti dal 1948), e agli Zeloti,  veri guerrieri della fede ebraica, con le punte estremiste dei Sicari (terroristi dell’antichità, che compivano veri e propri  delitti “mirati”).  Per l’Islamismo basti pensare ai Sunniti, agli Sciiti, agli Ismailiti ed altri meno noti.  In oriente il Buddismo appare come un’eresia rispetto alla Brahmanesimo, da cui nasceva. E si potrebbe andare avanti.  Ogni nuova religione nasce come eresia di una forma religiosa precedente.
      Che dunque vi sarebbe da meravigliarsi se il Cristianesimo, che parte già come eresia ebraica, man mano che si espande nell’Impero Romano e assorbe e viene assorbito nel mondo politeista ad esso convivente, nei primi secoli mescolandosi a religioni popolari (per il comune uomo del popolo, ignaro di filosofia, anche se non analfabeta, immaginarsi un dio che egli non potesse vedere e simile agli uomini, anche se immortale e molto più potente, era qualcosa di inaccettabile, di incomprensibile.  Ecco che l’esistenza di un Dio che diventa uomo e che soffre per noi,  sembrava  - ma non senza confusione, ovviamente -  soddisfare queste sue esigenze psicologiche di contatto col divino),  per poi entrare in contatto  con le ben più raffinate filosofie classiche, da Platone ed Aristotele,  fino a quelle più  recenti,  finisca per complicare un rapporto tra Dio e l’umanità oltre ogni limite allora immaginabile e quindi essere fecondo creatore di molteplici eresie fin dai suoi inizi ?   Ebbene, se il Cristianesimo fosse rimasto coerentemente e materialmente fedele ai propri princìpi etici di amore verso il prossimo, di culto della pace, di rispetto verso l’altro, così tanto acclamati ma poco eseguiti, l’enorme e complicata questione delle eresie si sarebbe dovuta affrontare attraverso discussioni, confronti, opere scritte, conferenze, dibattiti, non attraverso scomuniche, interdetti, anatemi, processi e condanne reciproche (inizialmente solo verbali, per quanto aggressive, ma poi anche materiali, appellandosi all’intervento del potere temporale di cui per giunta fini per impadronirsi, soprattutto in Occidente), per cui ognuno pensava di essere assolutamente la Bocca della Verità e di imporre il suo modo di vedere agli altri con la Forza,  questo strumento tanto poco razionale in sede di pensiero in generale e di convinzioni religiose in particolare, quanto comodo per chi ne ha i mezzi materiali di esecuzione.  Non riuscendo a convincere o, almeno, vincere gli altri attraverso il ragionamento, la dialettica, l’eloquenza, ecco che si arriva alla repressione e all’oppressione, ovvero quel vecchio armamentario giuridico e giudiziario, che invece veri Cristiani  avrebbero dovuto del tutto  rigettare, sia sulla base dei propri princìpi d’amore per il prossimo costantemente proclamati perfino dai torturatori (per “amore” si sevizia il corpo nell’illusione di salvare l’anima !), sia anche per la recente memoria degli orrori pagani.  Invece…

DA   PERSEGUITATI   A   PERSECUTORI

      Finché i Cristiani erano perseguitati e dovevano agire e predicare in forme spesso clandestine, secondo la tolleranza o intolleranza di singoli imperatori, potevano esserci dibattiti e polemiche sulle vere Scritture, su testi autentici o apocrifi, ma non c’erano gli strumenti giuridici o materiali per colpire gli avversari in forma repressiva  violenta, ma già Origene (185 – 254 d. C), l’avversario di Celso ed eviratosi per vincere i suoi istinti sessuali, venne cacciato dalla Chiesa di Alessandria quale “eretico”, avendo sostenuto l’eternità della creazione e quindi del mondo, la preesistenza delle anime, la salvezza in Dio per tutti,  Satana compreso.  Fu anche martirizzato in età abbastanza avanzata, ma considerato poi un pensatore eretico, malgrado il sacrificio, nel 543 d. C, sotto Giustiniano, nel Concilio di Costantinopoli. Dunque, un pensatore estremamente interessante, ma anche rivoluzionario rispetto al Cristianesimo legato ad una lettura esteriore del testo biblico, probabilmente sotto l’influsso delle posizioni esegetiche già affermatesi nella Scuola ebraica alessandrina e filoniana.   Se fosse vissuto due secoli dopo, sarebbe stato fatto  a pezzi dai Cristiani alessandrini come fecero con l’astronoma neoplatonica Ipazia .
   Con l’avvicinamento della Chiesa cristiana al potere politico-istituzionale, dopo Costantino e superata la fase transitoria di Giuliano l’Apostata (IV secolo d. C.),  non vi furono più  ostacoli al “saldo dei conti in sospeso”, sia con le residue, ma ancora vivaci tra gli intellettuali, forze “pagane”,  sia fra Cristiani eterodossi o eretici.   Si passava dalla persecuzione passiva alla persecuzione attiva, e non meno violenta della prima .
  Intanto:  qual è il significato etimologico di eresia ?  Essa significa scelta, ma per scegliere, occorre anche prima cercare per poi giungere alla scelta.  Quindi,  eresia è anche ricerca.   Ricerca su quale debba essere la vera essenza di qualcosa, soprattutto in campo religioso.  E, nel Cristianesimo, come si è detto e non ci si deve mai stancare di dire,  l’esigenza di una ricerca per una diversa o migliore interpretazione dei dogmi e dei misteri era ineliminabile, tanto è vero  che, nel corso di oltre un millennio, le stesse eresie riappaiono, talvolta con nomi diversi, talaltra con lo stesso nome:  ad es.,  la credenza nel monoteismo assoluto, analogamente ad Ebraismo e Islamismo,  si ha nel monarchismo dei primi secoli,  poi riapparso nel XVII secolo come unitarianismo [11], da cui nasceranno le concezioni di religione naturale, deismo e teismo razionalista, di cui riparlerò nella parte dedicata al Protestantesimo .   E’  evidente che ciascuna dottrina esegetica sul “vero” Cristianesimo accusa le altre di essere “eresie”, intese non semplicemente come “scelta” o “ricerca”, ma come una violazione dal retto cammino,  per cui i sostenitori di contrapposte posizioni se ne diranno di tutti i colori, ma non tanto mirando alla razionalizzazione dei concetti, quanto ad una lettura prefilologica dei testi, la loro ricostruzione esatta, perché  - va ribadito  -  i quattro Vangeli sono quattro, e non dieci o uno (come avrebbe voluto Marcione)  proprio per far concordare posizione diverse e, soprattutto,  relativamente alla divinità di Gesù, inserire quello di Giovanni con tanto di “Prologo”:
“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio [qui, ad es.  i Testimoni di Geova traducono “era un dio”, come dire un Essere creato inferiore a Dio Padre.  E’  evidente che quell’articolo indeterminativo, non presente in latino che non usa articoli, e non so nel greco,  è essenziale.  Senza di quello c’è assoluta coincidenza, con quello si sottolinea una differenza].   Egli era in principio presso Dio;  tutto è stato fatto per mezzo di lui [con ciò quindi si negherebbe che Dio sia creatore del mondo, ma solo di puri spiriti, che a loro volta producono le cose materiali] e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste… Dio nessuno lo ha visto mai [nemmeno Mosè  che lo udì parlare attraverso il roveto ardente, ma non potè vederlo]:  proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato [il che implicherebbe il rigetto della testimonianza di Mosè, quale profeta del Dio Vivente]…” [12] .
     Il testo greco parla di Logos, che alcuni traduttori conservano, in quanto concetto filosofico (che il culturalmente povero pescatore non poteva certo autenticamente conoscere, ma estrapolato dalla filosofia di Filone d’Alessandria, e tratta dalla tradizione filosofica greca),  e che suscitò qualche problematica nelle versioni latine, perché  Logos significa Pensiero, significa Parola, significa pure Comando come Atto di Volontà  (Dio sarebbe così  Pensiero  -  Volontà  -  Azione, distinte per noi, incapaci di cogliere la complessità nell’unità, ma unite in modo immediato in Dio).  Goethe, all’inizio del suo “Faust”,  fa tradurre al suo protagonista il termine Logos direttamente quale Azione.   Non può sfuggire, a chi abbia mente analitica,  quanto già in quei pochi versetti  il rapporto  tra Dio  Padre e Dio Gesù, in quanto Logos, sia difficile.   Tutta la problematica cristologica, dominante il Cristianesimo stesso e la sua propria definizione, nasce in quelle poche righe, che scatenarono lotte micidiali, prima solo verbali, poi anche violente e repressive .
      Nel 313 d. C., con l’Editto di Milano, ripeto, si ha la liberalizzazione del o dei culti cristiani.  Costantino, che rimase “pagano” fin quasi alla fine, si battezzò poco prima di morire (primo esempio di sovrano che voleva comprarsi facilmente il paradiso), ma con rito ariano, benché a Nicea (325 d.C.) avesse favorito l’affermazione del trinitarismo, che sarà poi alla base della religione non solo cattolica, ma ortodossa (greco-orientale), protestante nelle sue varie accezioni, ecc..  Con ciò si ha anche la prima istituzionalizzazione del Cristianesimo e il suo impadronirsi progressivo del governo dell’Impero, con la breve pausa di Giuliano l’Apostata che, senza riprendere le persecuzioni, tentò  una ridiscussione teorica e una riduzione politico-istituzionale  del Cristianesimo.  La sua morte in battaglia, combattendo contro i Persiani per la riconquista della Mesopotamia (morte che  rimase un “giallo” dell’antichità,  perché secondo alcuni venne ucciso da mano romana e forse cristiana),  troncò l’ultimo tentativo di riscossa, non tanto politeista in senso tradizionale, quanto di una razionalizzazione del politeismo attraverso la filosofia neoplatonica, o più che per un atteggiamento politeista,  per una rivalutazione di poli-teologie, ossia di svariate interpretazioni del Divino [13] .
      L’avvento di Teodosio porta al suo Editto del 380 d. C., che fa del Cristianesimo, secondo il Credo di Nicea (quindi, trinitario),  l’unica religione ammessa nell’Impero.  Le altre persisteranno ancora per decenni, ma sempre più soffocate e respinte, sottoposte progressivamente  alla persecuzione violenta.  Ad esempio, Nestorio che rifiutava l’appellativo, per lui evidentemente blasfemo, di “Madre di Dio”, dato a Maria madre di Gesù (Theotokos), veniva condannato da un sinodo, seguito poi da Concilio generale di Efeso nel 431 d.C. alla presenza dell’imperatore stesso che, durante le invasioni barbariche non aveva nulla di più serio a cui badare.  Alla fine dei vari dibattiti, con la vittoria dei sostenitori di Maria Theotokos,  Nestorio venne cacciato in esilio, presso un’oasi nell’Egitto meridionale.  Nondimeno i suoi seguaci cacciati dall’Impero si diffusero in Persia e perfino in Cina (da cui nacque la leggenda di Prete Gianni nel Medioevo, avversario degli Islamici, confuso con i Gran Khan mongoli o con sovrani etiopici).     Questo fra Cristiani:  per quelli che erano considerati ancora “pagani”, compresi gli studiosi delle filosofie classiche, allora  rigettate dai Cristiani meno colti,  va ricordato il vero e proprio martirio  di Ipazia, scienziata e filosofa, studiosa degli astri, non tanto per quello che oggi chiamiamo  astrologia (influenza degli astri sul comportamento e sul destino umano), bensì nel senso più scientifico, come in Claudio Tolomeo, di astronomia.  Ebbene, questa donna di straordinaria cultura,  abile docente,  affascinante per bellezza fisica, e castità di vita, odiosa al patriarca e vescovo Cirillo di Alessandria, con la quale evidentemente non era in grado di discutere in termini pacifici,  o neppure di  polemizzare verbalmente,  venne fatta massacrare e tagliuzzare con conchiglie (!!!) dai Cristiani in una sorta di pogrom, o di sommario giudizio della plebaglia.   Aveva solo 45 anni (415 d. C.). Questo sistema di repressione violenta e feroce, che dirime le questioni solo sulla base della forza fisica prevalente,  cominciò sempre di più a diffondersi, tra coloro che “amavano gli altri come se stessi e davano l’altra guancia a chi li schiaffeggiava”,  per vari secoli, soprattutto dopo l’assestamento dell’Europa occidentale dopo le invasioni barbariche.  Proprio per fare ordine in queste rozze metodologie di risoluzione dei problemi, si sentì l’esigenza di un’Istituzione poliziesca di indagine, giudizio e repressione delle eresie,  ma per giungere a questo occorse del tempo.
       Chiudendo il discorso sull’eresia,  si deve pure ricordare  che molti teologi e santi, a partire da Origene (a cui si deve il principio di Dio eterno Creatore e dell’apocatastasi, ovvero della salvezza universale, compresa quella di Satana) per arrivare a Giovanni Scoto Eriugena (sostenitore di una Natura dell’Universo distinta in quattro momenti, con una visione neoplatonica e quasi panteista,  filosofo da non confondere con il successivo John Duns Scoto del XIV secolo,  neoaristotelico), ad Agostino, allo stesso Tommaso d’Aquino e  S. Francesco d’Assisi (!!!),  o vennero considerati eretici o corsero il  rischio di essere fraintesi come “eretici”.  Anche il fondatore dell’Ordine dei Gesuiti  Ignazio di Loyola o il filosofo e matematico  Blaise Pascal, prossimo ai Giansenisti (anch’essi considerati passibili di eresia, essendo abbastanza vicini a posizioni etiche calviniste, sulla natura del male, sulla predestinazione, ecc.),  corsero questo rischio.  Più modernamente, nel XIX secolo, Antonio Rosmini, per non dire di Vincenzo Gioberti.  Ciò basti una volta di più a confermare come il Cristianesimo ha nel suo codice ideo-genetico la tremenda capacità di molteplice interpretazione teologica, filologica ed esegetica, ovvero di eresia.   Una ragione in più, e certo non secondaria, per dire quanto iniqua, assurda e violenta fosse stata l’Inquisizione, come sistema di persecuzione religiosa.  Tralasciamo pure le eresie violente, ovvero quelle che per reazione o per propri princìpi, adottarono a loro volta metodi aggressivi, violenti, talvolta perfino insurrezionali:  è evidente che, dove leggi positive venissero violate, era logico intervenire in modo repressivo secondo i criteri di una normale procedura penale, ma nondimeno una fede fondata sull’amore per il prossimo avrebbe dovuto commisurare la pena agli atti effettivi, e non distribuire tortura e morte ogni qualvolta vi fossero delle controversie, pacifiche o violente che fossero.
     Finché  la Chiesa, pur avendo già forme gerarchiche di conduzione,  non aveva ancora poteri effettivi, ci si limitava a misure “disciplinari”, quali la scomunica (ovvero l’espulsione dalla comunità cristiana) e l’’anatema” (maledizione e condanna di talune affermazioni considerate false o eretiche).  Spesso tali misure erano reciproche e di scarsa validità pratica.  La lotta tra Ario ed Atanasio vescovo di Alessandria (IV secolo d. C.) ebbe fasi alterne, ma terminò con la sconfitta di Ario e dei suoi seguaci, alcuni dei quali (come il vescovo Ulfila, a cui si deve la prima traduzione nella lingua protogermanica della Bibbia) si rifugiarono tra i barbari.  Per quanto riguarda l’Italia, furono ariani sia i Goti che i Longobardi, e le due fedi persistettero anche insieme, come è facile vedere ad esempio nei monumenti della  città di  Ravenna, per cui non si potè parlare di una piena vittoria del cattolicesimo trinitario se non dopo la conversione dei  re longobardi ad opera di Teodolinda che, essendo di stirpe bavara, era già cattolica, o addirittura con l’annessione dell’Italia centrosettentrionale all’Impero di Carlo Magno.   Queste controversie venivano, come si è accennato, risolte in un modo o nell’altro in quelle assemblee più o meno generali, con maggioranze variabili, chiamate sinodi e Concili.  Vi si svolgeva un vero e proprio processo, ma tutto sommato a suon di argomentazioni e di votazioni, abbastanza alla luce del sole, malgrado tutta la questione restasse irragionevole in quanto si discuteva su sottili distinzioni, senza alcun fondamento logico o pratico.   I testi, a cui ci si rifaceva per le rispettive argomentazioni, erano sempre gli stessi, dopo che tra IV e V secolo  vennero fissati i Vangeli canonici e si respinse ogni altra opera (ovvero sia quelli apocrifi, di cui ci restano solo parti seppure consistenti;  sia testi d’altra natura ideologica, filosofica o religiosa, considerata “pagana”, di cui ci restano numerosi ma brevi e indiretti frammenti, residui dovuti alle citazioni in opere considerate accettabili), mentre all’opposto si mirò alla ri-stesura  di testi pur originari, ma rimodellati secondo le concezioni trinitarie [14]. Si poteva arrivare anche all’invìo in esilio, ma tutta l’operazione manteneva ancora certi caratteri di regolarità almeno formali.
     Con l’affermazione dell’unica ufficialità di quello che sarebbe diventato il cattolicesimo apostolico romano, poi contrastato non  tanto sul piano teologico e cristologico,  ma su quello della rappresentatività universale, perché Roma, in quanto ultima sede della predicazione e del martirio di Pietro e Paolo sotto Nerone (anche quelle presunte, ma per nulla accertate), e per essere allora capitale dell’Impero e sede dell’imperatore (ma ancora per poco, visto che dopo Teodosio l’Impero si divise definitivamente in due parti e due Imperi, per quanto alleati), vantava di dover essere anche capitale unica della Cristianità, cosa che i patriarchi di Costantinopoli, Alessandria e Antiochia non ammettevano (da cui i vari scismi, come opposizione politica ed organizzativa, ma non come vera e propria contrapposizione teologica).  Il Cristianesimo orientale finì per assumere carattere autocefalo, ovvero con proprio capo e propria gerarchia non obbedienti alla Chiesa di Roma.  Fu in queste Chiese (oltre che in talune eresie, come l’arianesimo a cui si deve, nella persona di Ulfila, la prima forma di alfabeto gotico per la sua traduzione della Bibbia)  che si sentì l’esigenza di tradurre nelle lingue popolari, vive, la Bibbia (come nel caso dei santi Cirillo e Metodio, che inventarono addirittura un alfabeto per rendere le lingue e la pronuncia slava, ovvero il glagolitico precursore dell’attuale cirillico, un misto di segni greci e latini;  oppure l’adozione di segni diacritici, forme di accenti, su alcune lettere latine per rendere suoni tipici delle lingue slave, assenti nella lingua greca e latina)  [15] .
    Per quanto, a prima vista, possa apparire strano, l’Alto Medioevo, ovvero il periodo che va dalla caduta dell’Impero d’Occidente (476 d. C.) al 1000 circa,  è assai meno persecutorio e più  tollerante in materia religiosa di quanto avverrà nel Basso Medioevo e durante Riforma e Controriforma (XVI – XVII secoli), non senza eccezioni se si pensa ai massacri perpetrati da Carlo Magno contro i Sassoni, ancora pagani, allo scopo di “conversione” religiosa.   Dell’Impero Bizantino sappiamo che per lunghi secoli ci si dedicava a forti dibattiti sulla natura di Cristo, perfino alla caduta di Costantinopoli durante l’assedio turco, si dice  che si discutesse sul “sesso degli angeli”, e nondimeno la  caduta di Costantinopoli costituì una severa resistenza contro i Turchi Ottomani, tanto da scatenarne la vendetta.  Sempre nell’Impero Bizantino, sappiamo che esistette una serie di imperatori, cosiddetti iconoclasti, perché sul modello musulmano, vietavano le immagini sacre quale forma di idolatria, ma non viene citata una persecuzione contro le persone, né che venisse istituito un qualche organo specifico, poliziesco e giudiziario, per colpire eresie determinate. Piuttosto  vi furono lotte dinastiche piuttosto feroci, ma di carattere essenzialmente politico, più che religioso.
    In occidente, per circa sei secoli, la situazione era forse più violenta, ma anche più disordinata, e la repressione religiosa spesso si risolveva con l’ordalìa, la cosiddetta prova di Dio, che poteva consistere in prove di annegamento o in prove del fuoco, camminare su carboni ardenti.  Questa strana procedura giudiziaria, l’ultima delle quali, che io sappia, avvenne a Firenze nei confronti di Gerolamo Savonarola e di un suo sostenitore,  non era del tutto priva di logica, come si potrebbe pensare:  infatti, se noi riteniamo che Dio sia giusto ed immediatamente provvidente, dobbiamo anche essere convinti che, se un suo fedele viene messo alla prova, con rischio della vita o di forti sofferenze, Egli interverrà salvando, direttamente o con un angelo, il malcapitato, altrimenti lo lascerà morire.  Un rozzo sillogismo che suppone che Dio ci crei liberi o condizionati, ma comunque senza alcuna responsabilità per gli errori che commettiamo.  Anche questo un modo di proiettare al di fuori di noi il male che è in noi.
     Riguardo agli scritti, sappiamo pure che per il basso livello di conoscenza della lettura, limitata a pochissimo e per la pressoché totale ignoranza del greco durata fino al XV secolo,  un autore come Giovanni Scoto Eriugena (irlandese alla corte di Carlo il Calvo vissuto nel IX secolo)  potè scrivere un’opera sulle quattro nature dell’Universo (utilizzando anche una terminologia greca), tendenzialmente panteista, che venne considerata eretica appena tre secoli dopo.  In effetti, ben pochi al suo tempo potevano capirne il significato e quindi poco conosciuta e diffusa [16],  ma non appena la Chiesa cattolica si fece più forte e più attenta, notò immediatamente che le concezioni eriugeniane non erano confacenti al pensiero cattolico.
     Cessata la paura delle invasioni normanne e ungariche, dopo la battaglia della Lech (X secolo) vittoriosa ad opera di Ottone I,  ricominciati i  primi commerci e ripresa la vita urbana,  stroncati gli ultimi attacchi  dei Saraceni nel Mediterraneo e nella Francia meridionale,  iniziata pure la reconquista in Spagna con fasi alterne ma con una progressiva ritirata araba che finirà nel 1492  con la conquista di Granada,  gli Europei occidentali sembrano assumere costante sicurezza e iniziare una generale controffensiva.  Il primo esempio si ebbe con le prime Crociate, e la prima in assoluto, quella dei pezzenti, ovvero gente miserabile o di modeste condizioni che si mobilitò per liberare il Santo Sepolcro, dopo la  conquista dei Turchi Selgiuchidi ed alcune persecuzioni contro i pellegrini cristiani in Palestina [17].  Ebbene, questi bravi poveretti, sollecitati dalle prediche di Pietro l’Eremita si esercitavano nella liberazione a spese delle popolazioni delle terre centro-orientali, quasi tutte ancora sotto l’influenza greco-ortodossa, finché non vennero a loro volta quasi tutti massacrati.  Dopo questa, seguì la prima vera Crociata, descritta nella Gerusalemme Liberata in forma poetica ed epica,  ma com’è noto in ben diversi toni dai cronisti arabi, riguardo ai macelli nella città di Gerusalemme  (forse la vera radice degli attuali problemi palestinesi).  Come poi si rivelò, l’ultima Crociata importante fu quella scatenata non contro i Turchi o i Musulmani, ma con quel che restava dell’Impero Bizantino, che fu smembrato e decisamente indebolito, dopo aver resistito per secoli ad Arabi e Turchi Selgiuchidi.  Motore non secondario di tale brutale azione cattolica (ah, che buone le radici cristiane dell’Europa !!!)  fu la Repubblica di S. Marco che, prestando la sua flotta, deviò tutta l’operazione in Dalmazia e in Grecia per i suoi fini espansivi.  Poi Genova aiutò la riscossa, ma l’Impero Bizantino era agli sgoccioli e nondimeno resse per altri due secoli.  All’ultimo assedio, oltre al prode imperatore Costantino Paleologo, combatteranno, una volta uniti, Genovesi e Veneziani a  riscattare col loro sangue le offese recate al venerando Impero.  L’indebolimento di quel che restava dell’Impero Bizantino favorì la nascita di Stati slavi, ma soprattutto la progressiva avanzata dei Turchi Ottomani dall’Anatolia a Vienna e lì  fu grazie a Jan Sobiesky,  re di Polonia,  che Vienna potè salvarsi, e l’Impero Absburgico riprendere la sua marcia nella Penisola Balcanica.  Come ben si vede, i rapporti  tra le religioni rivelate  ebbero andamento altalenante e quasi sempre violento [18], per cui è decisamente una frottola l’idea che religioni assolute, sostenitrici dell’essere frutto di  rivelazione divina diretta tramite libri e caste sacerdotali, possano convivere serenamente, se non grazie allo Stato laico, nazionale, illuminista e positivista, tanto oggi deprecato dai clerico-marxisti e da globalismi americanizzanti, ma che riuscì ad imporre almeno il principio di reciproca tolleranza, tagliando unghie e zanne alle parti contrapposte (fine secolo XVIII – XIX).
     La lotta contro i greco-ortodossi e i regni slavi o Chiese autocefale fu, più che teologica (sebbene non mancasse anche quell’elemento),  di natura politica, per la supremazia papale rispetto all’intero pianeta (tanto da affermarsi anche verso le nuove terre scoperte nel XVI secolo  -  cfr.  Trattato di Tordesillas, col celebre  Alessandro VI, ossia Rodrigo Borgia, di origine spagnola ma italianizzato), sempre su delega “divina”, eppure sempre violenta ed oppressiva (le radici cristiane dell’Europa !!!). 
      L’anno Mille, da alcuni indicato come anno della rinascita dopo i terrori apocalittici per la prossima fine del mondo,  segnò anche un maggior imbarbarimento  nei rapporti religiosi.  Infatti a Colonia nel 1145 la plebe, probabilmente aizzata da qualche buon predicatore cattolico,  aggredì e massacrò un certo numero di Catari [19].  Chi erano i Càtari ?   Una di quelle sette che rivedremo nell’arco del Medioevo e che risalivano ai Manichei:  Càtaro, dal greco, significa puro e derivava a sua volta dai Bogomili slavi, soprattutto bulgari.  Questi riprendevano le convinzioni manichee per cui Dio e il mondo fisico (non da lui creato, ma creato da Satana)  erano del tutto contrapposti.  La materia e perfino l’uomo fisico  erano opera del demonio, e bisognava liberarsene.  Anche il Cristianesimo aveva, ed ha  tuttora, elementi di dualismo etico-ontologico, quale contrapposizione tra corpo ed anima, tra spirito e materia, e la fede che il mondo materiale sia, se non opera, certamente condizionato dal demonio,  è una convinzione cristiana di lunga data, per cui molti Cristiani finirono per aderire a questo movimento che, tuttavia, esagerava o prendeva alla lettera tale contrapposizione, tanto da vietare i rapporti sessuali e riducendo il cibo al minimo.  Ebbene,  alcuni cittadini di Colonia iniziarono quella serie di pogrom  che poi  rivolse, assai più tardi, contro gli Ebrei.  S. Bernardo di Chiaravalle che, peraltro aveva poca simpatia per il razionalista Pietro Abelardo critico sia del nominalismo, sia del realismo (filosofie scolastiche [20] che si contrapposero per tutto il restante Medioevo),  condannò tale massacro sostenendo giustamente che la conversione deve avvenire con opera di convinzione, e non con la violenza, che semmai si limitava ad essere verbale o procedurale  contro coloro che pretendevano di discutere razionalmente sui dogmi religiosi.
     Occorre essere grati a questi magistri universitari (quasi sempre monaci domenicani o frati francescani, spesso in reciproca polemica) e ai loro studenti, alle loro lunghe discussioni, anche su argomenti che oggi a noi potrebbero apparire futili (ma, attraverso certe apparenti astrattezze, essi potevano approfondire questioni su cui rischiavano costantemente l’accusa di eresia) o insensati:  ma essi rimettono in moto i cervelli e le lingue degli Europei, bloccati per alcuni secoli fra la decadenza romana e la violenza delle invasioni barbariche, tra il rincitrullimento operato dai ludi circenses imperiali e la ferocia degli invasori, il tutto seguito dalla repressione religiosa.  E ad essi, non ai prelati ufficiali della Santa Chiesa cattolica,  dobbiamo la progressiva rinascita degli studi, della cultura, che condurranno a loro volta all’Umanesimo e alla ricerca scientifica, col loro seppure implicito laicismo razionalista, e non certo ai dogmi assurdi e mitici dell’ufficialità ecclesiastica.

        INTORNO  ALLE PROCEDURE  ACCUSATORIA   ED     
  INQUISITORIA.  LE LEGES TERRIBILES  DI  GIUSTINIANO.
     LA PROCEDURA  PENALE      IN AMBITO   RELIGIOSO 
.

    Generalmente si vuol far credere che la procedura o rito giudiziario  accusatorio sia migliore e “più moderno” di quello inquisitorio: questo soprattutto in chi vede nel modello giudiziario anglosassone uno splendore infallibile di Giustizia.  Quest’errore risale perlomeno all’età illuministica quando quel modello, grazie anche al liberalismo crescente, sembrava effettivamente un modello più corretto.  Analizzando, tuttavia, la storia delle due procedure, specialmente in sede penale (in quella civile la questione è sempre stata diversa),  si vede ben che, fin dall’età classica greco-romana, i due riti si mescolarono, soprattutto  dove il reato da perseguire era contro lo Stato o l’ordine politico vigente.  Il procedimento accusatorio, nelle sue origini,  ha un significato di giustizia privata che prescinde dalle leggi.  Chi aveva subìto un torto si vendicava da sé, senza troppe questioni.  Il potere pubblico intervenne quando cominciarono ad affermarsi (fra i Greci prima, i Romani poi) le prime istituzioni politico-giuridiche con l’emanazione di leggi di natura penale, senza ancora però formulare leggi procedurali.   Sicché  la procedura era un po’  lasciata al caso e non esisteva un corpo specifico di agenti destinato all’indagine.  L’accusatore, se ne aveva i mezzi, cercava di indagare per conto suo, e certo non nei modi più corretti soprattutto se non aveva grande cultura.  Per quanto riguarda i processi a Protagora e a Socrate, sappiamo che in Atene esisteva comunque un corpo di giudici probabilmente eletti (l’Areopago, per esattezza), ma poco possiamo sapere relativamente a una qualche forma di polizia incaricata di verificare le accuse, di corroborarle o di portarle “in giudizio”.  Spettava alle parti, come nel processo civile,  l’onere delle prove, attraverso perlopiù  la dimostrazione testimoniale a favore e contro l’accusato e, soprattutto, grazie all’abilità oratoria delle parti.  Di qui, la grande importanza dell’eloquenza e dell’oratoria giudiziaria .
       Questa procedura  si complica già in Roma, il cui spirito pragmatico ed organizzativo mira non solo alla creazione di un corpo di giudici, ma anche di “agenti investigativi”, di spie, ecc., anche se ben lontano dai tempi moderni.  Infatti, relativamente alla congiura di Catilina,  si è già visto che Cicerone, allora console, avesse già a sua disposizione  un certo corpo organizzato sia di veri e propri investigatori, sia soprattutto di spie e di doppiogiochisti.  Fu infatti grazie alle sue indagini,  che l’organizzazione catilinaria potè essere colpita  prima che completasse le file e i piani d’azione,  reprimendo così  con una certa energia l’intero moto insurrezionale catilinario.  La procedura giudiziaria fu dunque solo in parte accusatoria,  ma la struttura dell’accusa aveva natura inquisitoria.  Del resto, l’aggettivo inquisitorio deriva semplicemente dal verbo latino inquirere, che significa cercare in generale,  indagare nel caso di reati.   Il come è stato poi stabilito nella teoria e nella prassi giudiziaria.     Ancora nel processo contro Gesù,  non regolare in quanto non era considerato cittadino romano e pertanto privo di garanzie procedurali, nondimeno il rito appare accusatorio, soprattutto basandosi sulle accuse di farisei, mercanti del tempio, sacerdoti e quanti altri erano presenti nella piazza.  Nondimeno, il tutto parte da una procedura inquisitoria,  perché, mentre i farisei  e loro alleati studiano il modo (approssimativamente descritto nei vangeli, canonici ed apocrifi, da persone che non avevano grosse nozioni di Diritto, né ebraico, né ancor meno romano)  per “incastrarlo”, quale bestemmiatore e violatore del sabato, alla fine lo abbandonano al giudizio romano come  “nemico di Cesare e ribelle a Roma”, come il celebre cartello INRI  indica chiaramente.  Gesù  quindi non viene condannato con il rito accusatorio ebraico,  ma con quello, già misto fra l’inquisitorio e l’accusatorio,  dei Romani in funzione di ordine pubblico. Infatti non viene condannato alla lapidazione, come avverrà per Stefano, né alla decapitazione come Giovanni Battista, ma alla croce, un supplizio (pena di morte lenta, tramite tortura)  destinato agli schiavi ribelli (cfr.  Spartaco  e i suoi).
      La procedura penale si manifesta sempre più inquisitoria nell’Impero  perlomeno con Nerone, sia verso i Cristiani accusati di “ateismo ed empietà”  sul piano religioso, di attentato  all’Impero e all’ordine pubblico, alla stessa persona “sacra o divina”  dell’imperatore  sul piano politico,  sia verso gli uomini che congiurarono contro Nerone quale tiranno (Pisone, Seneca, Lucano, Petronio ecc.),  contro i quali vennero adottate tutte quelle misure di informazione e repressione particolarmente violente:  tortura e pena di morte, oppure solo l’ordine di suicidio, esercitate  ed imposte tramite indagini di “polizia” e con l’ausilio di spie. Il cittadino romano aveva diritto alla garanzia della non tortura,  ma per evitare comunque sofferenze ed umiliazioni,  era “consigliato” ad uccidersi nel modo generalmente considerato meno doloroso (il taglio delle vene).   Sicuramente il Diritto penale dell’Impero Romano, pur continuando a utilizzare la procedura accusatoria in sede civile e di reati non particolarmente gravi (abbiamo visto parlando di Apuleio nella sua difesa dall’accusa di magia),  diventava sempre più a carattere inquisitorio, ovvero attraverso indagini segrete che si rivelavano tali all’ultimo momento,  fino ad arrivare alle “Leges Terribiles” di Giustiniano.  In esse, che affiancavano il Codice Civile e le leggi nuove emanate dall’imperatore, sentiamo già quell’idea di “Terrore” che poi si ritroverà nella Rivoluzione Francese col celebre Tribunale Rivoluzionario, a cui dedicherò il tema del prossimo saggio.    Perché  “leggi terribili” ?  Perché  il “Terrore” ?  Per la mentalità  tipica del giurista, secondo cui lo Stato è  quello che possiede il monopolio  della Forza (un monopolio per nulla assoluto:  si tratta, piuttosto, di una maggiore prevalenza rispetto alla forza altrui) e che la usa (grazie a princìpi assolutistici),  senza tener conto  delle proporzione tra violazione della legge e correlativa punizione.  Il simbolo della bilancia dovrebbe appunto  rappresentare questo rapporto, di fatto ha sempre rappresentato su un piatto il più forte, sull’altro il più debole fra le due parti contrapposte.  Quindi, lo Stato assoluto, nella persona del suo sovrano (re, imperatore, principe o che altro titolo avesse),  può a suo capriccio alternare clemenza e terrore, o utilizzare sempre il terrore, a scopo preventivo (per altri rei) o vendicativo,  di qui l’uso non solo della pena di morte, ma anche di tormenti, precedenti  la morte stessa,  particolarmente dolorosi (supplizi).  Vediamo ad es.,  nella tanto vantata cultura anglosassone (accusatoria ?),  quanto disse il presidente della Corte che condannò i regicidi di Carlo I Stuart (e siamo ben dopo, nel secolo XVII,  durante la fase intermedia tra le due Rivoluzioni, nella restaurazione degli Stuart) :
“… Voi che aveste mano nella morte del re, su di voi rimane la colpa, poiché  foste una parte degli strumenti che assistettero le persone che ruppero il trattato. Preparatevi a quella morte  per cui dovete perire. La morte è un debito che noi tutti dobbiamo alla natura.  Se in questo caso  vi viene una certa onta, è questo che dovete ricevere in parziale remunerazione del vostro peccato… siate trascinati su un graticcio…” [21].
    Ne riparleremo trattando dei regicidi e dell’Inquisizione protestante.  Le sevizie che vengono imposte ai condannati sono comuni anche alla Francia e ad altri Stati, perché il  sovrano veniva considerato, dopo il papa, come un rappresentante di Dio sulla terra:  era “persona sacra ed inviolabile”.  Chiunque lo colpisse o tentasse di colpirlo era punito in modo atroce, come  viene descritto:  appeso per il collo, evirato e sventrato, mozzata la testa e quindi squartato da morto e, in altri casi, da “vivo”, ammesso che non si morisse per l’infarto provocato dal dolore.  I pezzi del corpo potevano essere appesi in pubblico a monito di futuri tentativi;  il busto veniva poi bruciato.  C’è proporzione tra reato e pena ?  No, perché Carlo I o altri sovrani vennero uccisi senza preventive sofferenze o senza particolari umiliazioni.  Questi deputati inglesi puritani e repubblicani furono uccisi con particolare efferatezza.  L’ultimo di questi orrori si ebbe in Francia, nel 1757 (l’llluminismo è già in marcia:  è già uscito da sei anni “Lo Spirito delle Leggi” di Montesquieu, trentadue anni dopo comincia la grande Rivoluzione Francese !) con l’attentatore Damiéns sotto il regno di Luigi XV   come descrive Michel Foucault [22].    Perché questi orrori ?  Perché un re era considerato persona sacra e divina, per cui solo atroci e prolungati dolori prima della morte potevano “compensare”  il “sacrilegio”.  E’ interessante notare come il giudice britannico parli della morte come destino di tutti i viventi, per cui  solo se corredata di mostruose atrocità,  poteva essere una pena specifica, secondo lui “proporzionale”.  Al bravo giurista non salta in mente  che la pena di morte  era di per sé  una pena non idonea, mai proporzionata,  né nell’ovvio caso di possibile innocenza del reo, ma neppure di sua accertabile colpevolezza, proprio perché destino di tutti i viventi, e il corredarla  di tormenti estremi e feroci non era altro che segno di sadismo intinto nell’ipocrisia.  La Legge in generale e la legge penale nel nostro caso non possono avere contenuti arbitrari, né  esprimere semplicemente la volontà o il capriccio di qualcuno. Il detto assolutista “Ciò che piace al principe ha vigore di legge”  non è ammissibile, perché  il “principe”  o è uno solo, o è costituito da un gruppo limitato:  la Legge deve trovare fondamento nella volontà  di tutti coloro che devono poi eseguirla, ovvero nella totalità dei cittadini, non nel senso di unanimità effettiva (che sarebbe impossibile, quale “pantocrazia, pantarchia”:  governo di tutti), ma nel senso di maggioranza assoluta reale dei cittadini adulti stessi (ovvero, almeno il classico 50 %  + 1), senza limitazioni interne di sesso, di grado culturale, di posizione politica, di condizione sociale, di origine etnica, a cittadinanza acquisita. La Legge, in quanto tale,  deve avere un contenuto giusto, ovvero  fondato sulla ragione, sulla ragionevolezza, sulla coscienza etica, sul Bene generale di tutti coloro  che ne sono interessati o coinvolti, sulla sua reale applicabilità, deve essere chiara, ovvero univocamente interpretabile.  Per poter formulare una Legge siffatta,  è necessaria una serie di condizioni di natura istituzionale e politica, ovvero essere espressione diretta o indiretta della volontà popolare, manifestata attraverso una maggioranza reale, e non fittizia,  quindi da rappresentanti della cittadinanza che rispecchino il più possibile le proporzioni tra le varie posizioni e scelte politiche .
     Una scienza precisa e razionale sulla legge penale non deve prevedere né Terrore, né clemenza, e neppure una vaga “equità”  come pretesa via di mezzo tra due estremi.   Deve fondarsi su un’idea  di giustizia umana,  fondata sulla ragione, non su pietosi o sadici sentimenti.  Deve fissare una scala di valori, dall’alto in basso, la cui violazione costituisca la  scala gerarchica dei reati.  Ciascuno di questi reati ha fissata una pena tra minimo e massimo, onde il collegio giudicante (sempre plurale, per non scadere nel personalismo o nell’individualismo) possa decidere valutando attenuanti ed aggravanti.  Il massimo della pena del grado inferiore non deve mai raggiungere ed ancor meno superare il minimo del grado superiore, in modo che si mantenga sempre una necessaria proporzione.   Se la pena massima, l’ergastolo con lavori forzati [23],  riguarda atroci delitti, genocidi, stermini di massa, azioni particolarmente crudeli e plurime, è evidente che a delitti violenti ma meno gravi e ripetuti,  deve corrispondere una pena prefissata in più anni, scendendo sempre di numero a seconda della minore gravità o efferatezza.   La riabilitazione del criminale può avvenire solo se questo non è recidivo, non compie reati particolarmente crudeli, o non fa parte di organizzazioni criminali, per i quali  - fatte salve eventuali attenuanti o cooperazioni nelle indagini -  si può ben che considerare la sua totale irrecuperabilità sul piano educativo, anche se può essere prevista una Scuola morale  obbligatoria (almeno tre ore quotidiane per cinque giorni settimanali), in cui si esaminino i fondamenti di una società quali il rispetto reciproco, anche per chi sia considerato irrecuperabile sul piano sociale: nessuno è mai riuscito a dimostrare che la rieducabilità del criminale possa essere universale ed assoluta, ma se non altro, servirà al condannato per fargli capire perché è stato condannato.
   Dunque, il Codice Penale deve essere chiaramente scritto con questo preciso ordine discendente.   Ai giudici, infine resterebbe la sola facoltà discrezionale di fissare la condanna tra i minimi e i massimi previsti dalla legge (cosiddetti “edittali”), valutando la presenza di attenuanti ed aggravanti, eventualmente compresenti.  La cooperazione con l’amministrazione giudiziaria va sempre considerata solo un’attenuante all’interno del minimo e del massimo, e non motivo di sconti di pena.  Infine,  trascorso l’intero iter processuale,  determinata la pena,  il condannato la deve scontare integralmente, mentre ogni irregolarità di comportamento compiuta durante la detenzione  va punita con decisione disciplinare, interna all’Istituto di pena, ma  nuovi reati vanno giudicati con nuovo processo in considerazione delle recidive.
       Perché  questo massimo sforzo di regolarità con la legge penale ?  Perché ogni atto discrezionale o arbitrario che dia pene inferiori ad un dato crimine, facilita l’iterazione del reato; ogni atto di “terrore”  che dia pene esorbitanti cosiddette “esemplari” (ovvero, superiori a quanto previsto per legge), ugualmente favorisce il crimine, perché se devo essere punito nello stesso modo,  sia che uccida una volta, sia che uccida tante volte, tanto vale che uccida tante volte quante riesco.   Se poi mi si condanna per un certo numero d’anni, ma poi per buon comportamento in carcere, ricevo sconti e perdoni, ecco che mi convinco che basta recitare manfrine, preghiere, richieste di perdono, frequentare la S. Messa o andare in Moschea col sedere per aria e con pantofoline ai piedi,  compirò  ulteriori delitti, ben sapendo che poi avrò ulteriori  sconti.  Il buon comportamento nel carcere, come in qualunque altro luogo,  è un dovere, un obbligo,  non certo una discrezione  casuale .
      Né  si devono confondere tra loro “forma” della legge  e “formalità” nella loro applicazione:  la “forma della legge”  è  il suo contenuto inteso nella sua precisione espressiva, senza spazi all’arbitrio interpretativo, al preteso “Diritto creativo”;  “formalità”  è l’uso delle formule magiche (tipo:  in nome di Sua Maestà,  in nome del popolo italiano”, ecc.),  l’uso di abiti particolari come arcaiche divise medioevali (vedi toghe, ermellini e berrettini), il doversi alzare in piedi se entra la Corte, il giuramento,  ecc. .   Spero così di essere stato chiaro su quello che intendo un razionale e proporzionale sistema di punizioni .
    Torniamo alla differenza tra procedura accusatoria e procedura inquisitoria:  si crede che nella prima l’onere della prova spetti all’accusatore, come se l’accusato non dovesse mai portare prove a suo vantaggio.  Mentre si sostiene che, nella procedura inquisitoria, l’onere della prova spetti “prima” all’accusato.  La cosa non è esatta:  intanto, per quanto possibile, tutti hanno sempre l’onere di provare ciò che dicono (in un processo regolare, ovviamente).  Non posso accusare qualcuno se non porto prove di ciò che dico, ma è anche ovvio che una volta portate, l’onere delle prove contrarie passa all’accusato, il quale dovrà essere in grado di smontarle o di confutarle, “falsificarle”  (per dirla alla Popper), ossia dimostrare che tali prove non  riguardano la sua persona.  Nel procedimento inquisitorio, l’onere primo della prova spetta apparentemente all’accusato, solo perché l’accusatore-inquisitore ha intanto accumulato un certo numero di elementi, ad insaputa dell’accusato,  contro di lui, che l’accusato-imputato dovrà dimostrare erronei appena ne viene a conoscenza.  In nessun caso si può procedere senza elementi di prova o, peggio, con falsificazione (nel senso italiano) delle prove, ovvero con prove truccate . 
      Da un punto di vista esclusivamente tecnico, devo dire che io sono più favorevole al procedimento inquisitorio puro, soprattutto in caso di reati gravi od organizzati,  in modo da indagare compiutamente e nel tempo necessario senza limiti preventivi sul presunto criminale (soprattutto nel caso di delitti violenti), senza che egli lo sappia, in modo che si tradisca, perché altrimenti non solo il criminale potrebbe colpire chi indaga e chi testimonia,  ma potrebbe falsare le prove distruggendo documenti o rifacendoli in toto.   Non posso certo colpire organizzazioni mafiose, se informo i mafiosi quando andrò a verificare certi loro documenti, né  che metto microfoni spia nei loro appartamenti, né  se uso infiltrati, ecc. ecc. .  Ovvio che al ladro di polli, oppure a qualche piccolo borseggiatore, lascerò maggiori garanzie di difesa, una volta individuato.  Logicamente i mezzi di indagine devono essere proporzionati al tipo, alla gravità del reato e, anche, alla personalità  di chi lo compie. Ma c’è anche un carattere ontologico (essenziale) del Diritto, per cui il metodo inquisitorio ha una prevalente ragion  d’essere rispetto all’accusatorio puro:  quando si compie un reato, si vìola una Legge, ovvero la decisione  dello Stato su determinati comportamenti da tenere.  La Legge è, dunque, la prima vittima del reato, dunque è lo Stato che deve interessarsi a punire chi vìola la Legge.  Ovviamente,  senza la denuncia di qualche cittadino o incaricato d’ordine pubblico (querela di parte, notizia di reato), lo Stato potrebbe ignorare la violazione, ma ciò non toglie che, una volta noto il reato, lo Stato debba agire in prima persona per indagarlo e punirlo per la propria doverosa difesa .
     In conclusione di questo discorso sul metodo di indagine anti-criminale, osservo che, riguardo alle possibili deviazioni e distorsioni, tanto l’uno quanto l’altro metodo possono presentare dei rischi:  così il metodo inquisitorio può diventare persecutorio (se non adottato con rigore legittimo),  mentre il metodo accusatorio può diventare calunniatorio o diffamatorio,  con risultati pratici pressoché uguali:  l’innocente in galera, il colpevole  libero.   L’accusatorio poi consente ai mezzi di informazione di scambiare proprie illazioni e deduzioni per fatti reali e propagandarli per tali, ancor prima (magari) che lo stesso accusato-indagato sappia di essere sottoposto ad indagini  con quella che un tempo si chiamava comunicazione giudiziaria, e nel corso degli ultimi decenni ha cambiato nome alcune volte per dargli un  tono più “democratico”.  Se non erro, oggi si chiama avviso di garanzia, onde l’indagato possa preparare la propria difesa in modo compiuto.

      Quale impostazione venne data all’indagine sulle eresie e su ogni violazione di carattere etico-religioso  dalla Chiesa cristiana, e poi specificamente cattolica ?  Le prime questioni di tale natura ebbero certamente nei primi secoli e, almeno fino al IV, carattere accusatorio:  le due o più parti, nei Concili come nei Sinodi,  si confrontavano in maniera paritaria, sostenendo sulla base dei Testi sacri e delle opinioni di Padri della Chiesa, la propria tesi sulla corretta interpretazione da dare a questo o a quel passo o capitolo.  Man mano, alla discussione di natura teologica, seguì la polemica aggressiva ed offensiva, fino a veri e propri processi con relative, e spesso reciproche condanne.  Seguivano scomuniche e anatemi.   Quando la Chiesa divenne unica legittima nell’Impero, le cose cominciarono ad assumere carattere più violento, sia sulle persone, sia sulle cose e i testi di commento.  Per potersi rendere conto di quanto poco sappiamo sia sul Cristianesimo delle origini,  sia  sulle tesi sostenute dai filosofi “pagani”  (soprattutto neoplatonici e neostoici, oltre che varie forme di eclettismo), sia infine sulle vere o presunte eresie, occorre ricordare  l’Editto degli imperatori Teodosio II d’Oriente (siamo successivi alla divisione dell’Impero Romano dopo Teodosio I) e Valentiniano III d’Occidente che, di comune accordo,  vietano tutti i testi contrari alle tesi ufficiali trinitarie e al Credo di Nicea, ordinandone la distruzione, sia che fossero testi sedicenti cristiani, sia che fossero apertamente anti-cristiani (pagani o ebraici).  Non solo, ma le stesse fonti sacre vennero rielaborate,  in modo da corrispondere il più possibile all’ufficialità.  Il lavoro di trasformazione e riadattamento non dovette essere particolarmente difficile (come, viceversa, potrebbe essere oggi), trattandosi di un numero limitato di copie manoscritte.  Per cui, tutto ciò che ci resta di quei primi secoli è condizionato da quell’Editto.  Molte opere sparirono nei vari roghi  (quella di Giuliano l’Apostata contro i Cristiani, con le esatte ragioni della sua apostasia), altre si salvarono a frammenti (come i vari testi anti-cristiani di Celso e di Porfirio), come citazioni criticate dai padri della Chiesa;  opere cristiane vennero addolcite e corrette come capitò ad Origene [24], che pure venne considerato, malgrado il martirio in testimonianza della sua fede, eretico nel 543 d.C (concilio di Costantinopoli).   Infine, altre opere come  i celebri testi gnostici dell’Egitto o come, ben prima, i Rotoli del Mar Morto, sono stati fortunosamente e fortunatamente ritrovati grazie al clima secco di quelle terre e  perché ben nascosti in grotte asciutte e in anfore o vasi.  Quello che ci resta dunque è una serie, spesso diversificata, di copie di copie manoscritte (i Codici) fatte e rifatte pazientemente nei monasteri:  molto da un lato,  ma poco se lo confrontiamo con quanto  fu scritto realmente nell’antichità classica greco-romana.

    Mentre i filosofi delle Università  affrontavano le grandi tematiche dell’Essere e del Divenire, nello studio e nelle analisi dei concetti universali, spesso travestendo problemi metafisici ai confini della teologia  in modo da ridurre il rischio di accuse di eresia,  i giuristi dal canto loro facevano un lavoro ben più umile, eppure non meno significativo, o anche di più sotto l’aspetto  politico-istituzionale.  Si trattava di cercare di definire le fonti dell’autorità, in modo da attribuirla in tutto o in parte alla Chiesa cattolica (tendenza guelfa) oppure all’imperatore (tendenza ghibellina, presente soprattutto a Bologna, non a caso la prima Università e fondata  su sollecitazione  di Federico Barbarossa, nell’interesse della dinastia Hohenstaufen o Svevi,  che si concluse poi con Manfredi e Corradino, almeno per quanto riguarda l’Italia).  Il lavoro dei giuristi fu quello di ricostruire il sistema giuridico di Giustiniano attraverso analisi dettagliate di singole questioni o addirittura motti, princìpi, brevi frasi, a cui veniva aggiunta  una nota o glossa, da cui il nome di glossatori attribuita a questa Scuola, che fu  essenzialmente italiana.  Più tardi, in Francia sorse una nuova Scuola, quella dei Commentatori  che approfondiva  più accuratamente  singole questioni.  Un lavoro enorme che costituisce il trait d’union  tra il Diritto romano  tardo-imperiale  e il Diritto medioevale, diffuso in tutti i territori del Sacro Romano Impero, specialmente appunto svevo (ovvero Germania e Italia).  Il discorso è diverso per l’Europa orientale greco-ortodossa che seguì il modello bizantino nel quale l’imperatore era anche capo della Chiesa (cesaro-papismo), con qualche analogia col più tardo modello britannico (anglicano).  Fu un lavoro piuttosto debole dal punto di vista della filologia rigorosa e scientifica, nata con l’Umanesimo (Lorenzo Valla) [25], e nondimeno importantissimo, perché pose le basi dello Stato assolutista  medioevale e perfino secentesco, tanto da durare fino al XVIII secolo.  Questo Diritto europeo venne definito come Diritto Comune, da non confondere col common law britannico, il quale invece fu elaborato sulle consuetudini anglosassoni con qualche residuo romano pre-giustinianeo.  La tuttora persistente differenza tra  il Diritto codicistico continentale e quello sentenziario britannico (regolato dal motto maccheronico stare decisis, ovvero affidarsi ai giudizi precedenti) nasce appunto nei primi secoli del II millennio.   Sebbene tra Diritto comune e common law vi fosse qualche analogia relativamente al metodo di giudicare basandosi più che sulle leggi, sulle sentenze dei giudici  (lo stare decisis, di  qui il ripetersi di condanne e supplizi mostruosi), per analogia dei singoli casi da esaminare,  quello europeo continentale si fondava anche sul lavoro di cui si è detto, ovvero l’analisi di quanto restava del Codice Giustinianeo (ovvero, sui pareri dei docenti universitari, avvezzi a risalire appunto a Giustiniano).   Ciò vale soprattutto per il Diritto civile.  Riguardo al Diritto penale e, soprattutto, alle procedure,  il sistema inglese persiste formalmente col rito accusatorio di cui si è detto, quello continentale europeo, proseguendo con quel che restava delle Leges Terribiles  di Giustiniano e il Diritto barbarico,  adottava il rito inquisitorio soprattutto dall’XI secolo, sia per i delitti comuni, sia per i delitti “speciali”  di eresia e di stregoneria .
      Per quanto ho spiegato sopra,  il difetto di quella Istituzione penale, chiamata comunemente e generalmente Santa Inquisizione e che, come vedremo, aveva titoli ufficiali diversi, non stava nell’aver adottato il rito inquisitorio che, tutto sommato, era più preciso, razionale e “moderno”, rispetto a quello accusatorio,  ma nella sua stessa radice, cioè qualificare come reato da punire il diverso pensiero in tema religioso e teologico, rispetto a quello ufficiale della Chiesa.  Poi nell’aver trasformato questo rito, attraverso l’uso della violenza (minaccia, tortura, sanzioni anche sulla famiglia, confische),  da inquisitorio a persecutorio.   Certo, dove vi fossero casi di eresia a sua volta violenta,  i colpevoli meritavano una proporzionata  sanzione penale, ma verso semplici casi di espressione del pensiero in senso eterodosso, di modi di vita non lesivi verso alcuno, di predicazione, tutto ciò non poteva e non doveva meritare alcuna sanzione, né alcun metodo di indagine particolarmente aggressivo tale da comportare sofferenza e morte. Solo l’idea di essere in possesso della Verità assoluta, di utilizzare un Testo sacro rivelato da Dio agli uomini, di appartenere ad una Istituzione voluta da Dio stesso, il cui Capo fosse Interprete assoluto della Volontà divina, tutte cose come ho detto  del tutto inconsistenti ed effetto di pura presunzione e volontà di potenza,  potevano spiegare (ma non motivare, né ancor meno giustificare)  tutta la serie di prevaricazioni contro la libertà di pensiero, non solo religioso, ma anche filosofico e scientifico, il che, sebbene non avesse fermato il progresso umano, certamente  ne ritardò fortemente la velocità e, soprattutto,  la qualità di approfondimento dei problemi umani .

NEMO TENETUR  SE DETEGERE,  OVVERO DELLA TORTURA .

    Un brocardo celebre, espresso in un latino maccheronico (la formula in latino classico sarebbe propriamente con uso del gerundivo,  gerundio passivo:  nemo sibimet (sibi ipso) detegendus est,  o più vicino alla nostra espressione: nemo sese (se ipsum) detegere debet), è appunto quello  che riconosce sul piano giuridico che nessuno è obbligato a scoprirsi, a rivelare le proprie colpe, a confessare un eventuale reato.  Un principio garantista molto famoso, ma che vale soprattutto nel Diritto civile, privato.  Infatti, in opposizione esiste l’altro principio, sia civile che penale,  che la confessione è prova regina.   Una delle non poche contraddizioni della mentalità giudiziaria penale che ha ben lontane origini,  probabilmente fin dai tempi della Roma repubblicana.  Perché sarebbe ovvio che, se uno non ha obbligo di denunciare se stesso, di confessare una qualunque propria illegalità, potrebbe tacere: “avvalersi della facoltà di non rispondere”.  Il metodo della confessione dovrebbe essere considerato l’effetto finale di un’indagine (il reo confessa nel momento stesso in cui riconosce la forza probatoria delle accuse portate contro di lui, e “confessa”  anche se semplicemente ridotto al silenzio, incapace di argomentare contro le prove addotte), e non la prova in sé.  Inoltre, se nessuno ha l’obbligo di confessare, qualunque metodo che tenti di forzare la sua confessione (minacce, violenze, tortura, ricatti, ecc.)  sarebbe per principio illegittimo.  E nondimeno, non occorre essere storici del Diritto penale per sapere come l’intera procedura di indagine  miri a far riconoscere al reo, vero o presunto,  fin dall’inizio la propria colpa.  Anche nei films di produzione anglosassone si vede che il giudice, proprio all’inizio (ne riparleremo parlando dell’Inquisizione protestante) del processo, chiede all’imputato di dichiararsi innocente o colpevole del reato di cui viene accusato:  il che è ridicolo, perché  si istruisce un processo proprio al fine di determinare dopo, e non prima,  se l’imputato sia colpevole o innocente, e non spetta certamente a lui il dirlo, perché uno potrebbe affermarsi colpevole al solo fine di ridurre una pena, comunque accertata, perché prevale la forza dei calunniatori o diffamatori, oppure per difendere qualche altra persona, specie se familiare, e non perché sia veramente colpevole.  Ad ogni modo, si dimostra che anche il rito accusatorio agisce in modo da sollecitare confessioni in contrasto con il grande principio garantista del diritto di difesa, espresso ab antiquo da quel brutto, ma onesto, brocardo.   Questa richiesta, posta dal giudice interrogante, e questa risposta sono addirittura formalmente necessarie alla prosecuzione del processo anglosassone.   Un argomento in più per far capire che il problema dell’obiettività giudiziaria (che è altra cosa dalla Giustizia, concetto religioso e morale)  non è solo dell’Italia, come troppo spesso si ritiene,  ma è proprio di ogni formalismo giuridico, quello legato a formule, non razionali, non ragionevoli, bensì “magiche” nel vero senso della parola, ancora persistenti nel pensiero giuridico tradizionale, tipico di ogni forma di Stato e di governo, caratteristico dell’intrinseco autoritarismo di un regime, anche se dichiaratamente “democratico”.  Finché, dunque, non ci si libera dalla mentalità arcaica magica, tuttora persistente,  ben pochi progressi si potranno fare:  anche se sarà punito il vero colpevole, ciò avverrà per pura coincidenza fortuita, non certo per l’analisi obiettiva e scientifica dei fatti a conoscenza dei giudici,  come il ben noto linguaggio giuridico, tutt’altro che diritto ma tortuoso e contorto, dimostra attraverso una terminologia, più che tecnica, gergale, fatta apposta per non essere compresa dal singolo cittadino, anche se di buon livello culturale che non sia addentro  a quel linguaggio.    In tal modo si dominano, attraverso la nebbia concettuale e terminologica, coloro che vengono presi, come vittime o come colpevoli,  in quell’ambiente .
     La tortura ed ogni altra forma di estorsione, violenta o subdola [26] che sia, di confessioni  vìola  proprio quell’antico principio spesso citato, e che è alla base di ogni sincera forma di garantismo giudiziario, civile, amministrativo e penale .

    Che cos’è propriamente la tortura e che cosa la distingue da un semplice maltrattamento o atto di violenza ?   Oggi si discute come legiferarla, soprattutto in funzione dell’abuso d’ufficio di un qualunque agente di polizia, sia come atto di intimidazione, sia per ricavare informazioni.  Ma  qualunque sofferenza fisica, applicata in un qualunque modo e inferta da qualunque persona, prolungando per quanto si può la vita del torturato,  è tortura, e sarebbe assai strano che non si considerassero “torture”  queste sofferenze se inflitte da una banda mafiosa ad un vittima a cui estorcere qualcosa, solo perché tali persone non sono “pubblici ufficiali”.   La tortura ha appunto questo di orrido, che mira a far soffrire il più possibile la vittima, ma facendolo sopravvivere al tormento stesso o più a lungo possibile.  Quando viceversa la tortura è finalizzata alla morte del torturato, ma in forma prolungata, allora si parla di supplizio:  così era la crocifissione, così era l’impalamento, ovvero il far penetrare un palo acuminato e relativamente sottile nell’ano o, per le donne, nella vagina, riuscendo a non intaccare organi vitali, e lasciandolo agonizzare a lungo.  Anche il semplice appendere qualcuno per i piedi fino a lasciarlo morire è un supplizio.  Gli Etruschi usavano un supplizio, come descritto da Virgilio e da alcuni storici greci, crudele e morboso, legando la vittima a un cadavere, finché ambedue non fossero andati in putrefazione.  Nella Santa Chiesa Cattolica Apostolica e Romana, nella veste di Stato Pontificio, ancora in pieno Ottocento, come testimonia Alessandro Dumas, padre, nel romanzo “Il Conte di Montecristo”, vigeva come supplizio la mazzolatura o supplizio della ruota, con cui il condannato, legato ad una ruota di legno posta orizzontalmente, veniva massacrato con colpi di mazza da spaccapietre (tuttora simbolo della Magistratura, ben messo in mostra nell’Anno Giudiziario, altra prova della trista continuità nella mentalità giuridica !!!), e nondimeno, con la totale dimenticanza papale e giornalistica,  si fanno prediche sull’innata bontà cristiana, la quale fu superata solo e lentamente con l’avvento di Stati laici fondati su sistemi costituzionali liberali o democratici.  L’ipocrisia è bella e buona,  ma il troppo stroppia .
       Ecco a quanto può arrivare l’uomo, senza bisogno di chiamare in causa diavoli o forze del male:  non serve, direbbe Ockham,  moltiplicare gli enti del male,  bastano e avanzano gli esseri umani.  Lo scopo della tortura  è estorcere informazioni e, al tempo stesso, intimidire la vittima e chiunque lo appoggi.   Pietro il Grande, sovrano di tutte le Russie e vissuto tra XVII e XVIII secolo, è considerato un grande “riformatore” dagli storici.  Anche oggi vi è un uso piuttosto discutibile di questo termine che, di per sé, dovrebbe significare “miglioramento”  di una legislazione, e non semplice cambiamento o peggioramento.  In effetti, egli ammodernò l’Impero Russo, ma solo sul piano tecnico, non certo su quello morale.  Il suo erede, lo zarevic Alessio, aderiva invece al gruppo dei tradizionalisti russi.  Accusato di congiura, Alessio venne arrestato e condannato a morte tramite un supplizio prolungato, come viene descritto in una sorta di agghiacciante, sebbene breve, verbale:
“Il 14 giugno [1698] una camera di tortura speciale è stata allestita in una casamatta vicina al bastione Trubetzkoi, la prigione in cui, nello stesso giorno, il Principe era stato chiuso.  Il giorno 19 vi furono due sedute [viene chiamata “seduta”  la fase di tortura!] in questa camera, da mezzogiorno a un’ora, e dalle sei alle nove di sera [per tre ore !]; l’indomani terza seduta dalle otto alle undici; il 24 due sedute, una dalle dieci alle dodici del mattino, l’altra dalle sei alle dieci di sera;  il 26 ancora una seduta in presenza dello Zar dalle otto alle undici del mattino, e questo stesso giorno alle sei della sera lo Zarevich è morto…” [27] .
    Non viene chiarito da questa scarna, e orrenda, descrizione in che cosa consistessero le torture:  probabilmente Alessio morì d’infarto per le sofferenze.   Si pensi all’uomo che venne chiamato “il Grande”, ma che fu grande di statura, di corporatura, come mangione e beone, stando alle descrizioni di Saint-Simon, ambasciatore francese. Ma che razza di cuore paterno poteva albergare in chi, per puro terrorismo politico, assiste alla morte orrenda che infligge a suo figlio?  Che mente di riformatore poteva albergare in un mostro simile ?  Il giorno 24 giugno addirittura la “seduta”  dura ben quattro ore.  La descrizione di tale supplizio che, forse, voleva apparire fredda e asettica, sottolinea invece la brutale crudeltà dell’atto e di un sistema che non si sa se definire men che “bestiale” o “troppo umano”. Ammesso pure che fosse un ribelle, ammesso pure che  - per le leggi del tempo -  meritasse la morte, c’era bisogno di uno scempio del genere  solo per far diventare la Russia un Paese “moderno”  ?  Era modernità quella ?
      Questo, si dirà, avveniva in un Paese ancora arretrato,  ma si è pur annotato che la ben più “moderna” Francia, per un tentato regicidio nel 1757,  adottava sistemi non certo meno barbari, con la sola differenza che il supplizio di Alessio avviene di nascosto senza far sentire gli urli del martire, quello di Damiéns è pubblico e lo strazio, evidentemente destinato all’intimidazione dell’intera popolazione, è visibile e udibile da tutti.  Nel caso russo ci si trova di fronte ad un potenziale ribelle, che si sarà limitato ad opporsi a parole;  nel secondo ad un tentato regicida,  perché Luigi XV  vive fino al 1774:  nessun “santo re”  morto in ambedue i casi, e nondimeno l’orrore del supplizio è uguale .
     Ma chiediamoci :  serviva attendere la pubblicazione di “Dei Delitti e delle Pene”  di Cesare Beccaria, che tra l’altro non era neppure giurista o filosofo del Diritto e della politica, ma piuttosto economista, per capire insieme l’orrore e l’inefficienza insieme della tortura, relativamente alla ricerca di un qualunque crimine ?   Taluni, ancora oggi, sentendo parlare di qualche delitto esecrando,  invocano tuttora torture e pene di morte, magari particolarmente cruente e crudeli, sulla base di quanto asserito dal giudice inglese sopra citato contro i puritani di Cromwell.  E’ forse ammissibile che, in tempi nei quali l’investigazione scientifica era pressoché impossibile (malgrado quanto possa apparire in un romanzo come “Il Nome della Rosa”, dove il francescano Guglielmo di Baskerville,  ben impersonato nel film da Sean Connery con qualche elemento bondiano,  utilizza un metodo di osservazione empirica e sistematica, proposto in quei secoli da Ruggero Bacone, britannico e precursore del quasi omonimo Francesco Bacone), non si utilizzasse la tortura, ma piuttosto metodi non violenti per raggiungere la verità dei fatti, determinare le responsabilità, mettere insieme prove irrefutabili e testimonianze assolutamente attendibili ?   Per onestà va detto che, se anche oggi è molto difficile saper cogliere la verità di un delitto, malgrado i grandi progressi scientifici e tecnici, malgrado telecamere e vari aggeggi che ci controllano anche al gabinetto di decenza o nella camera da letto, allora era ben più difficile ancora, quasi impossibile.  A volte, neppure l’apparente flagranza di un delitto (cfr. il celebre caso del Fornareto di Venezia)  poteva confermare in senso assoluto chi fosse l’autore di un omicidio.  Questo va detto e confermato per onestà storica.  Ma il problema che noi affrontiamo non riguarda delitti di sangue (anche se avvennero talvolta  in casi di eresia con relative ribellioni), bensì semplicemente delitti di opinione religiosa, pareri diversi dall’ufficialità ecclesiastica o eventualmente delitti impossibili come il rapporto sessuale con un diavolo (povero diavolo, sempre messo in mezzo a brutte faccende umane !) o azioni di magia, tutte cose che, sul piano logico, ancor prima che scientifico, sono assurde ed irreali.  La tortura, comunque, può essere un mezzo giuridicamente valido  per individuare i colpevoli di un crimine qualunque ?   Dovremmo pensare che, come sosteneva Bernardo Gui (1261 – 1332) [28], “vexatio dat intellectum”, tradotto dal Cardini “la sofferenza induce a riflettere”, che però  - a mio avviso -  non rende bene il vigore crudele dell’espressione?  La sofferenza non costituisce un metodo filosofico, tutt’altro, e c’è poco da riflettere soffrendo:  il significato più letterale ed insieme più crudo è “La vessazione, il tormento,  dà capacità di comprendere”:  che cosa ?  Chi sia il più forte, a chi si debba obbedire.   Eppure, che la tortura non servisse né per la verità dei fatti, né per riflettere sulle cose, lo si sapeva almeno da 1300 anni prima.  La tortura, oltre che sfogo sadico di criminali,  ha come scopo solo la sopraffazione, il gusto di ridurre un proprio simile ad una carne fragile, incapace di negare (con poche e grandi eccezioni)  quello che il torturatore afferma o vuole sapere, l’imporre con la violenza brutale una propria tesi, non essendo capace di reggere l’urto della dialettica e del discorso.  Come osserva lo stesso Cardini,  a disdoro totale e disonore storico della categoria dei giuristi,  sono i celebri glossatori Accursio, Baldo e Bartolo di Sassoferrato a sollecitare l’uso della tortura come mezzo di indagine [29], e va precisato che le varie inquisizioni antieretiche non furono dirette da teologi, come qualcuno potrebbe pensare,  bensì proprio dai giuristi, mentre teologi e filosofi furono tutt’al più utilizzati come consulenti.   Troppo alta era la tematica teologica per essere compresa da chi si pasceva di formalismi e di formulette, e infatti solo giuristi avrebbero potuto conciliare i princìpi opposti del diritto legale a non confessare, a non rivelarsi,  e quello dell’inquisitore di estorcere confessioni .
    Occorreva, dunque,  aspettare Cesare Beccaria ?   No,  già Marco Fabio Quintiliano che, come già detto in precedenti occasioni, erroneamente è considerato un semplice rètore o, al massimo, un pedagogista, nel suo libro “L’Istituzione Oratoria” a proposito dell’indagine tramite tortura prima usato solo con gli schiavi, ma ben presto allargato a tutti i sudditi schiavizzati dell’Impero da Nerone in poi,  scrive :
“1. Lo stesso vale per la tortura, fonte d’argomentazione usata molto frequentemente: c’è infatti chi la definisce come costrizione a confessare la verità, e chi, spesso, anche come causa di false deposizioni, poiché ad alcuni la capacità di sopportare il dolore renderebbe facile mentire, mentre ad altri la debolezza lo renderebbe necessario.  Ma perché dilungarsi su simili questioni?  I discorsi degli antichi e dei moderni ne sono pieni…” [30] .
     Quintiliano, pertanto, oltre a sottolineare la problematica dell’inutilità della tortura come metodo di indagine (in quanto  non trae la verità dal colpevole che sopporta il dolore, e può trarre il falso dall’innocente che non lo sopporta e che cede alle domande solo per smettere di soffrire:  oggi sappiamo che il cervello produce le endorfine, sostanze che riducono la sensazione del dolore.  Sappiamo anche che le donne, strutturalmente, sopportano meglio la sofferenza, quasi per il fatto biologico di dover sopportare i dolori del parto, che forse l’uomo non sopporterebbe), ci insegna che la tematica era trattata e nota da lungo tempo (antichi e moderni, rispetto a Quintiliano stesso che vive e scrive nel I secolo d. C, mentre Beccaria è del XVIII secolo !).
    Il Cardini altresì ci  conferma che anche il giurista Ulpiano condivideva, per le medesime ragioni, la consapevolezza dell’inutilità della tortura.  Si obietterà  che questi erano Romani e quindi forniti di un’idea di Diritto superiore a quella del Medioevo o del Seicento.  Ebbene, no: ancora nell’866, papa Niccolo I condannava la tortura come violazione della legge umana e divina [31],  anche  tale Eymerich, autore di un importante manuale di procedura inquisitoria nel XIV secolo, è perfettamente consapevole dell’inutilità della tortura, ma l’ammette ugualmente  come strumento di pressione, anche perché  vede le possibilità di errore come infrequenti:
“… lo facciano torturare moderatamente e senza effusione di sangue,  sempre ricordandosi che i tormenti sono ingannevoli e inefficaci [più evidente di così, e nondimeno…].  Ci sono persone di tale debolezza d’animo  che alla minima tortura confessano anche quel che non hanno commesso. Altri sono ostinati a tal punto da non dire niente… perché subito irrigidiscono le membra, le rinsaldano…” [32].
    Secondo lui, alcuni, attraverso formule magiche e invocando l’aiuto del demonio, riescono a resistere all’azione del dolore, e non confessano. 
    Dunque, non occorreva che arrivasse Cesare Beccaria per far conoscere queste cose, anche perché già nel XVII secolo, quindi  in piena adozione di questi sistemi terroristici di estorsione delle confessioni o di informazioni,  uomini come Giuseppe Valletta in Italia e Christian Thomasius in Germania si erano battuti contro l’uso della tortura.  Il secondo poi aveva negato che potesse esistere qualcosa di reale nella stregoneria e nelle opere  del demonio  che tanto impressionavano gli inquisitori  nelle materie religiose, teologiche o etiche.   Il punto è che l’Europa, solo  a partire dal XVIII secolo, cessate le guerre di religione, affermatosi progressivamente lo Stato laico sebbene ancora assoluto contro le pretese ecclesiastiche e contro l’inquinamento religioso  in materia politica ed istituzionale, cominciò ad essere matura per princìpi razionalisti in sede giuridica e giudiziaria solo da quel secolo, e non prima.  Eppure, sappiamo che, sebbene formalmente rigettata in tutte le Costituzioni e legislazioni,  viene utilizzata clandestinamente come abuso della forza, e non solo in conclamate dittature.  Il che denota quanto sia difficile per l’umanità uscire da vecchi schemi di violenza e dall’assurdo pregiudizio del Gui che “vexatio dat intellectum”.
 
 EVOLUZIONE  DELL’ INQUISIZIONE ECCLESIASTICA CATTOLICA .

    Il XII secolo rappresenta la ripresa totale della vita delle città e della cultura nell’Europa occidentale e centrale.  In Italia si affermano sempre di più i Comuni e le Repubbliche Marinare [33], ma anche in Francia ed in Germania si fondano libere Città, ma non tanto per atto autonomo, quanto per concessione imperiale, il che fu in parte caratteristica anche delle città dell’Italia settentrionale.  Tra i Comuni, si possono così distinguere quelli nati per una “rivoluzione popolare” (dalle associazioni e corporazioni  di artigiani) e quelli nati per concessione imperiale, e quindi meno ostili all’Impero e meno rivoluzionari.  Questa distinzione è utile anche a far capire perché si formarono gruppi guelfi (ovvero, nemici dell’Impero e favorevoli al papa) e gruppi ghibellini (ovvero, favorevoli all’Impero), e perché presto si scatenarono guerre tra Comuni retti da amministratori guelfi e Comuni retti da amministratori ghibellini.  Sarà dal ghibellinismo che, attraverso il regalismo (ovvero, la totale distinzione tra potere regio e potere ecclesiastico),  si formerà il laicismo politico, che isolerà completamente la questione religiosa dalla conduzione dello Stato .
      I primi secoli dopo il Mille costituiscono pure la grande controffensiva cristiana con l’illusorio scopo della liberazione del Santo Sepolcro e, quindi, dell’intera Palestina, dal dominio di Stati musulmani, definita come Crociata o serie di Crociate, le quali  - in realtà – non raggiunsero tale scopo, ma piuttosto furono un’occasione di preda e distruzione dei Regni slavi balcanici e di quel poco che restava dell’Impero Bizantino,  ormai ridotto grossomodo alla Grecia di oggi, ma ancora abbastanza forte soprattutto sul mare per resistere all’avanzata, prima dei Turchi Selgiuchidi, poi  - ancor peggio  - degli Ottomani.  Una delle cose più idiote che gli Stati europei cattolici poterono fare (e qui le nostre Repubbliche Marinare, come Venezia e Genova, ebbero una ben pesante responsabilità), perché poi si ritroveranno, come già nell’VIII secolo, le armate musulmane nel cuore dell’Europa  da Costantinopoli a Vienna (tra XV e XVII  secolo), non più da occidente (vedi Poitiers),  ma da oriente.  Oggi, XXI secolo, ci troviamo ad analoga situazione, sia pure nella forma “soft” dell’immigrazione e del profugato, che tanto commuove il giornalismo europeo,  i dirigenti partitocratici, la S. Chiesa Cattolica, il clerico-marxismo,  il marxismo, il capitalismo, i trafficanti di popoli, e via cantando.   Tristi corsi e ricorsi della storia, avrebbe detto il nostro grande Gian Battista Vico !
     Tra le conseguenze di queste guerre e spedizioni, anche per i nuovi commerci,  si ebbe la diffusione di nuove ma in realtà in parte anche vecchie tesi religiose. In pratica, di nuovo vi sono soprattutto i nomi:  si ridiffonde  in tutta l’Europa, e non solo nella parte orientale del Mediterraneo,  il movimento dei manichei, ovvero di quella concezione di origine persiana, mescolata al Cristianesimo gnostico,  del dualismo ontologico ed etico, sul mondo come contrapposizione tra Bene (creazione di Dio) e Male, come creazione di Satana.  A costui, vera figura mitologica a cui attribuire tutti i mali dell’universo,  vero vaso di Pandora,  spetta il dominio della materia, di tutto ciò che è fisico, compreso il corpo umano che, evidentemente, è da rigettare in tutte le sue funzioni biologiche, soprattutto quelle  - peccato dei peccati !!! -  del desiderio sessuale e di riproduzione, non senza contraddizioni ovviamente, presenti anche nel Cristianesimo più ortodosso, ma che nei manichei si rivelava nelle forme parossistiche e, non tanto vagamente, paranoiche.   I manichei erano estremamente rigorosi in sede morale,  ma ovviamente esagerando in tutto  questo.  Molto spesso degeneravano in forme violente, da cui poi la reazione cattolica.  Nella Penisola Balcanica, essi venivano chiamati bogomili, nell’Europa Occidentale  Càtari, ovvero puri,  e Patari o Patarini nell’Italia settentrionale.  Nella Francia meridionale, particolarmente la Provenza  dove si parlava la lingua d’oc (sì,  da cui il nome della regione della Linguadoca;  d’oil invece indicava il nord della Francia, dove il sì era detto in quel modo), dalla città di Albi, una delle loro roccaforti, vennero chiamati Albigesi.  Questi gruppi  trovarono appoggio e sostegno nel conte di Provenza, Raimondo, da cui derivò la feroce Crociata contro gli Albigesi con stragi e distruzioni che impoverirono fortemente quelle terre.  E’  celebre la frase, terrificante, del legato pontificio Arnald-Amaury, di ordine per lo sterminio nella città di Béziers, rivolta ai comandanti dell’armata cattolica :  “Sterminateli tutti.  Dio riconoscerà i suoi !” (1209) [34] .   Una vera bestemmia:  il legato pontificio metteva insieme adulti, donne e bambini senza alcuna distinzione nel massacro da compiere a scopo repressivo ed intimidatorio insieme, ma non solo: pretendeva di coinvolgere Dio stesso nella responsabilità tutta umana del massacro, distinguendo poi all’ingresso del paradiso chi lo meritasse e chi no !  E malgrado la repressione sanguinaria si fosse ampliata diventando vero genocidio,  i gruppi eretici riuscivano a mantenersi organizzandosi come sette segrete e a volte anche violente, spesso con l’appoggio popolare per ragioni sociali, mirando molti di questi gruppi alla “parificazione” tra ricchi e poveri e, soprattutto, alla lotta contro i feudatari.  Infatti la resistenza armata degli Albigesi dette ulteriore motivo di aumento nella violenza repressiva [35].
      Una delle caratteristiche dei Càtari, nelle loro varianti,  era quella del rifiuto della ricchezza, per tutti, ma soprattutto per la Chiesa, un tema molto comune non solo fra loro, ma anche fra altri gruppi meno estremisti, o più vicini all’ortodossia, presente ad esempio in Valdo e in S. Francesco.  Discusso pure all’interno della Chiesa:  la povertà doveva essere solo individuale, dei singoli prelati o monaci, o doveva essere generale, ovvero tutta l’intera Chiesa, anche come collettività, doveva essere povera ?  Ma se fosse stata povera, come avrebbe potuto proteggere gli altri poveri e pure i deboli da coloro che erano ricchi e potenti ?  Ambedue le fazioni si appellavano  al Vangelo:  chi per dire che la Chiesa delle origini era povera e viveva di elemosina e di ospitalità, chi invece ricordava che già con Gesù  vi era un cassiere (e quindi un certo peculio comune, tenuto da Giuda Iscariota), che sarebbe poi accresciuto dopo la sua morte, man mano che le nuove adesioni alla neonata Chiesa Cristiana, con Pietro e Paolo, si stavano ampliando.   Aggiungiamo a tutto questo che in quei secoli era in pieno corso la lotta per le investiture e per la supremazia fra Chiesa ed Impero, e si può ben capire come all’interno dell’alto clero e delle ricche abbazie benedettine e cistercensi  si dovesse avere scarsissima simpatia vero questi movimenti “pauperisti”, che pertanto vennero duramente perseguiti.  Lo stesso Francesco d’Assisi nella sua prima fase corse così il rischio di essere associato ai movimenti eretici.  Lo salvarono la modestia, lo spirito d’obbedienza, l’assoluto pacifismo, e un certo spirito compromissorio non tanto suo,  quanto  del suo Ordine, che presto si divise in vari movimenti secondari.    Non era diverso dal suo il pensiero di Pietro Valdo, che fondò il Movimento dei Poveri di Lione e nel 1170 cedette ai poveri tutti i suoi beni (era stato un mercante): precorrendo Lutero, questo Movimento negava la legittimità della gerarchia cattolica: ovviamente ne scaturì l’accusa di eresia  (infatti, dopo lo Spirito Santo, il Credo di Nicea impone la fede nella Santa Chiesa Cattolica e nella comunione dei Santi:  opporsi a questo, era opporsi all’intera storia del cattolicesimo), e pertanto lo scatenarsi delle persecuzioni, dalla scomunica ai massacri, tanto che i Valdesi dovettero rifugiarsi tra le Alpi Piemontesi.  Recentemente, il buon papa Bergoglio, incontrando il rappresentante della Tavola Valdese, gli ha chiesto perdono per quelle persecuzioni, ricevendone la giusta risposta che egli o i Valdesi non potevano perdonare per eventi tanto lontani nel tempo, e piuttosto invitando il papa ad una ridiscussione generale di natura teologica e religiosa.   Non credo che ciò avverrà mai, perché vorrebbe dire mettere in discussione tutta la storia della Chiesa Cattolica, negandone ogni validità etica o, almeno, ogni idea di supremazia nel Cristianesimo .
     Questo dunque il quadro sommario dei movimenti di radicale rinnovamento del Cristianesimo tra XII e XIV secolo,  con un’ingenua pretesa di risalire alle origini della stessa, quando queste origini erano ormai state sommerse  da strati progressivi di ideologizzazione politica che avevano cancellato le autentiche documentazioni originarie, soprattutto quelle in Palestina, nel I secolo d. C. o al massimo della prima metà del II secolo, quando non si era ancora del tutto affermata la divinizzazione di Gesù Cristo.   Ma si può dire tutto della Chiesa Cattolica, nel bene o nel male, ma nessuno pensi che non sia diretta da grandi menti e da persone di grande astuzia.  Presto la Chiesa Cattolica capì  che la pura repressione di massa, come durante la Crociata contro gli Albigesi o la lotta contro i Valdesi, le semplici scomuniche ed interdetti, risultavano inefficaci, in quanto questi movimenti tendevano a farsi sette segrete, ad operare attraverso simboli, linguaggi e gerghi particolari, in cui si diceva una cosa, ma si intendeva ben altro.  Un fenomeno che divenne caratteristico di certe filosofie e di certe concezioni politiche, formatesi anche nei secoli successivi, e che combattevano l’assolutismo attraverso organizzazioni segrete, di cui la più celebre sarà la Massoneria o Libera Muratoria, che, secondo alcuni,  ha proprio origine in questi secoli.  Combattere queste organizzazioni, questi gruppi e sette clandestini richiedeva ben altro che la repressione violenta, perché agivano in maniera assolutamente clandestina, qualcosa di simile a quello che era avvenuto  durante le persecuzioni imperiali contro i Cristiani.  Di qui la scelta: o accettare la piena libertà di predicazione, che avrebbe significato per la Chiesa il suo sfaldamento (come sarebbe avvenuto da Lutero in poi), o accettare la sfida ed organizzare  una forza di polizia adeguata, con sistemi di spionaggio, raccolta di informazioni, individuazione degli accusati di eresia, indagini segrete, intimidazione dei capi e dei loro sostenitori, e quando l’intimidazione si fosse dimostrata inefficiente, allora processi, torture e morte sul rogo.  Le radici pagane del Cristianesimo riapparivano così anche in questa forma,  rimettendo in moto un organismo già esistente nell’Impero Romano con le sue leggi spietate, con fortissime analogie tra la persecuzione anti-cristiana e la persecuzione degli eretici ad opera del dominante Cattolicesimo.   La stessa pena del rogo non fu un’invenzione cristiana, ma sia per i libri (che vediamo risalire all’età di Atene e utilizzata pure dai Romani),  sia per le persone,  utilizzata molto prima. Venne richiamata in auge alla fine del XII secolo in Aragona, e da lì progressivamente estesa al resto dei territori del Sacro Romano Impero  (inteso nel senso lato, tutta l’Europa occidentale, Italia compresa, e centrale).  Per poter operare in modo efficace questo regime di polizia,  venne creata l’Inquisizione, la cui prima fase  fu affidata ai soli vescovi che, grazie a vari collaboratori, operavano  con visite pastorali, durante le quali si invitavano generalmente gli eretici, clandestini o dichiarati che fossero, a pentirsi, confessarsi ecc., in modo da essere assolti, cambiando vita e modo di pensare.  Altrimenti, seguiva, quando si poteva, la repressione, affidandoli al “braccio secolare”, una prassi rimasta poi sempre curiosamente in auge, perché la Chiesa non voleva sporcarsi le mani di sangue, ma farle sporcare agli altri, invitandoli alla misericordia e alla clemenza [36].     Il Lea, riferendosi all’uso del rogo, che aveva due scopi,  uccidere senza effusione di sangue e “purificare”  l’anima del peccatore spedendola all’altro mondo già depurata dalla sofferenza,  ricorda l’annotazione evangelica di Giovanni dove chiunque non rimanga con Cristo debba essere bruciato, come si fa coi sarmenti della vigna [37].  Nell’intenzione evangelica, probabilmente si trattava solo della previsione delle fiamme dell’inferno, e quindi qualcosa di metaforico.  Ma dopo il Mille, con qualche caso già  precedente, si intesero quelle fiamme come reali e da imporre come pena a conclusione della vita dell’eretico e, ancora più tardi, delle cosiddette streghe. Un commento al decreto del papa Lucio III nel 1184  indica nel rogo la pena più adatta per l’eretico, che deve essere bruciato da vivo.  L’esecuzione doveva essere affidata al braccio secolare, ovvero al potere politico (re o feudatario) che neppure in caso di scomunica era esonerato dall’applicare tale pena [38].  Tutti, altresì, avevano il dovere di denunciare chi avesse manifestato pubblicamente dottrine eretiche, e tale regole valse nel tempo anche per quelle Inquisizioni non dipendenti direttamente dalla Chiesa (come quella spagnola o veneziana, di cui si dirà).  Sempre il Lea cita pure S. Tommaso che non ammetteva tolleranza verso gli eretici,  falsare la  fede religiosa era reato peggiore che battere false monete.  L’eretico doveva essere inviato a riconvertirsi, ma se perseverante doveva essere bruciato.  Altra prassi che oggi farebbe assai impressione e che pure in tutto il Medioevo e fino a Oliver Cromwell compreso, fu adottata, era che, scoperta l’eresia di qualcuno dopo la sua morte, doveva essere riesumato, processato e quindi bruciato, disperdendo le ceneri al vento [39].
      I primi giudici erano scelti tra i vescovi esperti di Diritto civile e canonico (utriusque juris,  un titolo mantenuto poi per secoli almeno fino agli inizi del XIX secolo),  quindi non come si potrebbe pensare tra i teologi che, come si è detto, potevano essere sentiti quali consulenti, ma senza poteri deliberativi.  Ciò  naturalmente favorì l’ottusità di tali procedimenti, anche per il principio dello stare decisis, per cui se in un determinato caso erano previsti torture e roghi, necessariamente questi venivano adottati sempre.  In questa fase, gli imputati di eresia potevano disporre, ovviamente se ne avevano la possibilità economica, di farsi difendere da avvocati,  potenziando così la categoria con questa nuova funzione.  D’altronde, pure l’avvocato era formato  sulle stesse basi della corte vescovile, ovvero senza una preventiva preparazione teologica.  Ad ogni modo, l’efficacia complessiva di questi processi, dal punto di vista della Chiesa Cattolica, parve alquanto debole, per cui ci si orientò   verso un’organizzazione speciale, affidata a persone il cui compito fosse, non tanto badare alla generale moralità, quanto soprattutto  all’eresia e, più tardi, alla magia o stregoneria,  in modo specifico.  Così  non vi sarebbe stata più confusione tra Tribunale civile e canonico,  con funzioni “ordinarie”,  ma un vero e proprio Tribunale Speciale con una propria organizzazione di polizia.   Si preparano insomma le basi tecniche di quello che più tardi  verrà denominato come Stato di Polizia tipico di tutte le dittature moderne del XX secolo, che trarranno dall’Inquisizione ecclesiastica il loro modello sia come organizzazione, sia soprattutto come metodo di indagine .
   Ma a chi affidare tale funzione di indagine, di processo e di condanna (o assoluzione o perdono, che fosse) ?   Occorre sapere che nel XIII  secolo si affermano nuovi Ordini religiosi, e i due più importanti vengono considerati storicamente quello di Domenico di Guzman, spagnolo, allenato alla lotta contro gli infedeli (i Musulmani, allora dominanti ancora tutta la Spagna meridionale),  che ha per obiettivo nemico gli Ebrei e gli eretici, e quello istituito da Francesco di Bernardone,  fondatore dell’Ordine dei Poverelli. In effetti, ambedue gli Ordini, distinti da una diversa divisa (il saio marrone dei francescani,  quello bianco e nero  dei domenicani), sono considerati ordini mendicanti, in quanto privi di proprie risorse e viventi di elemosina, anche se poi la situazione si complicherà più avanti nel tempo.  Ambedue gli Ordini assumeranno sempre più importanza, perché fornivano docenti universitari, i domenicani tendenti piuttosto alla Scolastica neoaristotelica ed ebbero come rappresentanti appunto Alberto Magno e Tommaso d’Aquino.  I francescani più vicini ad una visione naturalistica ed empirica, ed avranno come massimi filosofi Bonaventura da Bagnoregio e Ruggero Bacone (fondatore dell’empirismo britannico, poi ulteriormente sviluppato dal quasi omonimo Francesco Bacone, vissuto nel XVI secolo).  I domenicani vennero definiti l’ordine dei predicatori, non perché non lo fossero anche i francescani, ma perché  miravano piuttosto ad una conversione quasi forzata dei miscredenti.  Domenico di Guzman divenne famoso anche per il rogo dei libri e per l’incitamento alle persecuzioni religiose [40].   Dante Alighieri, rispettivamente nei canti XI e XII del Paradiso, rappresenta il domenicano S. Tommaso d’Aquino che elogia S. Francesco e il suo Ordine, e il francescano S. Bonaventura da Bagnoregio che elogia S. Domenico e il suo Ordine:  il grande Poeta, come tentava di conciliare il potere secolare dell’Impero col potere religioso della Chiesa, secondo l’impostazione guelfo-bianca,  così cercò di contribuire alla pacificazione tra i due Ordini rivali:  missione questa in cui inevitabilmente fallì, perché impossibile, soprattutto nel primo caso, in quanto Impero e Chiesa si ponevano reciprocamente come primi poteri dati da Dio su un piano contrapposto di preminenza .
      Per il loro rigore ortodosso  e per la più accentuata intransigenza (vennero soprannominati Domini canes, ovvero i cani da guardia o da caccia del Signore)   fu proprio l’Ordine Domenicano ad essere individuato  come idoneo al servizio di indagine e di procedimento anti-eretico.  Pochi furono invece i Francescani ad essere utilizzati in questa attività.
     Non si può dire che vi sia una data precisa nella storia di fondazione di tale Istituzione, in quanto essa subì una lunga evoluzione durata alcuni secoli, e partendo da basi strumentali piuttosto modeste (non esistevano sedi specifiche,  occorreva utilizzare le sedi vescovili, e prigioni non sempre associate a queste;  talvolta bisognava arrangiarsi)  diventare poi un’organizzazione di polizia, fornita di tutto il necessario (prigioni, carcerieri e funzionari), e anche di fonti cospicue di arricchimento (una parte dei beni confiscati andava a vantaggio dell’Ordine o della parte che si occupava di repressione anti-eretica).  Certamente il periodo dal XII al XIV secolo costituì  il progressivo irrobustimento dell’Istituzione, le cui funzioni però non avocavano del tutto a sé  il compito di indagine, che spesso si sovrapponeva a quello degli organi vescovili o civili preesistenti (data la confusione tra compiti civico-politici e religiosi,  anche gli organismi “laici”  potevano occuparsi di eresia e perseguirla, questo tanto più negli Stati dove l’Inquisizione ecclesiastica venne esclusa,  Spagna, Venezia, Gran Bretagna,  Paesi protestanti).
   La figura dell’Inquisitore ideale che, certo, spesso non solo corse il rischio di ribellioni e vendette,  ma pure le subì effettivamente, viene descritta dal celebre Bernardo Gui, come:  “… diligente e fervente nel suo zelo per la verità religiosa, per la salvezza delle anime e per l’estirpazione dell’eresia.  Fra le difficoltà… deve mantenere inalterata la sua calma… Deve essere fisicamente attivo…; intrepido, deve affrontare il pericolo fino alla morte, lavorare per la verità religiosa… ma non deve nemmeno precipitare il tutto con un’audacia irriflessiva [un invito alla cautela d’indagine di cui avrebbero tanto bisogno molti moderni inquisitori].  Deve essere insensibile alle preghiere e alle blandizie…, ma non deve mai indurire il suo cuore sino al punto da rifiutare una proroga o un raddolcimento di pena a seconda delle circostanze… Nelle questioni religiose dev’essere circospetto… Deve porgere ascolto, discutere ed esaminare con tutto il suo zelo allo scopo di pervenire pazientemente alla verità…” [41] .
    A leggere questo, l’Inquisitore sembrerebbe un buon commissario di polizia, attento e paziente.   Ma a far cadere il tutto erano i metodi adottati che non potevano se non suscitare l’odio nelle popolazioni, di cui la necessità di disporre presto di guardie del corpo abbastanza numerose, oltre ad usufruire delle guardie del potere pubblico.   Quando si aveva sentore che circolassero in una o più località idee eretiche, veniva inviato, con funzione di ispettore, sia in cooperazione col vescovo e i poteri civili, sia anche del tutto autonomamente, l’Inquisitore.  Le procedure di indagine erano, per quanto possibile segrete, anche se bastava la notizia che fosse arrivato un Inquisitore per far capire alle persone comuni che tirava aria cattiva. Si cominciava con un invito pubblico alla conversione e alla confessione (da non confondersi con la confessione sacramentale che, se pure fu usata talvolta come fonte di informazione,  in teoria almeno doveva essere completamente separata dalla confessione processuale, in quanto la confessione sacramentale è notoriamente segreta e sottoposta a tale vincolo di segretezza), confessione che non doveva limitarsi a parlare di sé e delle proprie idee eventualmente eretiche, ma pure di rapporti con altri eretici.  Era preferita la confessione spontanea e quindi il pentimento “sincero” (provato in pratica da denunce su altri), ciò avrebbe comportato solo alcune punizioni non molto gravi;  ma in caso di perseveranza nel “peccato”, allora si passava all’arresto, ai primi interrogatori stringenti,  alla tortura vera e propria.  La porta del pentimento (ovviamente poco spontaneo)  era sempre aperta,  ma ogni più alto livello di difficoltà opposta all’Inquisitore comportava poi sanzioni sempre più pesanti, fino alla tortura e al rogo.   In teoria, la procedura prevedeva un limite di tempo nell’applicazione e la non ripetibilità, in pratica essa poi veniva applicata ripetutamente e per lunghi tempi.  Due erano le pratiche fondamentali nei processi dell’Inquisizione:  i tratti di corda, con le mani legate dietro la schiena e spesso il corpo appesantito da pesi:  già questo slogava dolorosamente le spalle,  ma senza rompere nulla (tanto che c’erano dei “fisiatri”,  i quali le riaggiustavano, anche se dubito con grandi effetti ), il peggio era costituito dal far cadere pesantemente il corpo a terra.  Altra procedura era quella del riempire la bocca dell’interrogato d’acqua con imbuto o altro sistema, in quantità tale da “affogarlo”:  però qui è da dubitare dell’effetto di tale pratica, in quanto mezzo affogata, la vittima poco avrebbe potuto parlare almeno per un certo tempo.  Difficile è dire se, sempre nel caso dell’Inquisizione religiosa,  venissero adoperati  ferri roventi o altre pratiche sanguinarie.  Anche se lo fossero state, nulla si sarebbe messo a verbale, approfittando poi dell’obbligo del segreto, sicché nessuno di questi Inquisitori o loro  agenti, avrebbe mai rivelato l’uso di metodi non previsti,  Nell’analisi storica, ci si può basare solo sui manuali di procedura e sui verbali, mentre le vittime, perlopiù eliminate,  poco potevano testimoniare .
      Per i processi di Inquisizione religiosa,  era disposto che non vi fosse versamento di sangue, questo implicava una serie di sofferenze che però non implicavano appunto emorragie esterne (ma di quelle interne, nulla si sa).  Viceversa,  torture più atroci potevano essere eseguite nel caso di processi per criminalità comune, dove gli strumenti di tortura erano sicuramente più vari ed anche efferati, ma è difficile dire se queste distinzioni erano veramente praticate oppure lasciate all’arbitrio dei singoli torturatori.  All’interrogatorio erano presenti vari personaggi, tra cui un notaio (altro giurista) che doveva registrare tutto quello che era detto dal torturato, il quale poi in condizioni “normali” poteva anche ritrattare, ma allora la tortura sarebbe ripresa [42]  in forme più gravi e dolorose che, nella maggior parte dei casi, costringevano  la vittima a confessare le cose più ignobili, anche se fantasiose.
    Nella raccolta di informazioni valevano pure le dichiarazioni dei parenti stretti, bambini compresi.  Quanto ai testimoni esterni, secondo i canoni biblici, ne occorrevano almeno due concordanti,  e poteva capitare che essi stessi venissero torturati per conferma della loro testimonianza.  Come dalla Bibbia, i falsi testimoni subìvano la stessa condanna che avrebbero dovuto subire le loro eventuali vittime, quindi trattandosi di eresia, i calunniatori riconosciuti come tali venivano condannati quali eretici.  Ci si può anche facilmente immaginare quanti denunciassero loro nemici personali per puro spirito di vendetta e, tuttavia, per quanto possibile, l’Inquisizione  cercava di dissuadere  tali individui vendicativi da una tale azione calunniosa.  Nel caso di autori di libri, pubblicati spesso anonimi, ma di cui presto si scopriva l’autore,  si procedeva anche a discussioni, che ovviamente potevano lasciare del tutto insoddisfatti gli Inquisitori.  In tal caso, l’autore o abiurava (come Galilei),  o si cercava di farlo abiurare con la forza (vedi Bruno e Campanella).  Se resisteva all’abiura forzata, si cercava di costringerlo anche attraverso la tortura, che poteva prolungarsi per lungo tempo,  riprendendo così inconsapevolmente quella prassi imperiale, irrisa da Tertulliano ed altri,  di torturare non per un reato, ma perché si negasse il reato stesso, nel caso antico perché non ci si dichiarasse cristiani, nel secondo caso perché ci si dicesse cattolici ad ogni costo.   Esistevano poi avvocati?   E’  facile capire che venivano pure ammessi, ma certo potevano permetterseli solo personaggi ricchi.  Ma quel che è ancora più grave che la funzione dell’avvocato era quella di far confessare più rapidamente l’imputato di eresia o di stregoneria, e così risparmiare il tempo prezioso dei S. Inquisitori.  In questo modo ci si avvicina a quella funzione moderna prevista dal nostro CPP, su modello anglosassone del patteggiamento, formalmente chiamato nel Codice “applicazione della pena su richiesta”, art. 444.    Come si può verificare, il processo della S. Inquisizione è la radice del processo penale moderno, sia nella terminologia, sia nell’impostazione metodologica, fatta salva la tortura o la pena di morte (ovviamente dove questa non è ancora in uso), ma questo non certo per merito dei giuristi:  ciò che conta non è la verità dei fatti, ma in primo luogo ridurre le sante fatiche degli operatori giudiziari.
     Un ulteriore riordinamento e potenziamento dell’Inquisizione ecclesiastica si ebbe con il papa Paolo III nel 1542, quando ne riformò la struttura dando ad essa la denominazione durata fin quasi ai tempi nostri,  ovvero la Congregazione della Romana ed Universale Inquisizione,  detta più semplicemente il Sant’Uffizio, col compito di individuare e colpire chiunque aderisse, oltre che a vecchie eresie ormai rare, a quelle nuove come gli Hussiti e i Protestanti, luterani, calvinisti, anglicani, puritani, ecc. soprattutto nel secolo XVII, durante le guerre di religione e la guerra dei Trent’Anni, nata come religiosa, e poi divenuta guerra per l’egemonia in Europa.    Fu proprio questo Istituto, rinnovato e potenziato, a indagare e colpire Giordano Bruno, Tommaso Campanella e Galilei, nonché  coloro che, soprattutto donne, venivano accusate di stregoneria. Riguardo alla stregoneria, va ricordato che il documento più utilizzato dagli Inquisitori  ha origini antiche (la magia era già perseguitata durante l’Impero Romano) ed era fondato su un testo, il “Malleus maleficarum”, ovvero “Il martello (mazza) delle donne malefiche”, opera del XV secolo, un manuale che doveva insegnare come distinguere le streghe, come perseguirle, come combatterle.  Qui bisogna distinguere alcune cose: data l’ignoranza soprattutto nei bassi strati sociali, molte donne (ma anche uomini) ritenevano effettivamente di avere poteri magici e di poter preparare pozioni o seguire procedure magiche;  alcune più “suonate”  erano anche convinte di poter evocare i morti e i diavoli.  Altre forse si divertivano a seguire cerimonie un po’ strane, per curiosità.   Questi fenomeni di follia o stupidità collettivi non dovevano, in effetti, essere del tutto rari.  Né  sarebbe da credere che non esistessero donne malvagie, come vi sono maschi malvagi,  con tendenze criminali più o meno accentuate. Esistevano pure episodi  di mitomania, di esibizionismo fantastico, con suggestioni allucinatorie individuali o collettive, dovute perlopiù (non occorre essere freudiani per capirlo) alla repressione dell’istinto sessuale, che non poteva esplicarsi come natura richiede, ma doveva limitarsi alle rigide regole religiose nell’ambito del matrimonio quasi sempre imposto  tra persone, che neppure si conoscevano, talvolta con notevole differenza d’età, o attraverso lunghi fidanzamenti (prassi tipica non solo tra i controriformisti cattolici, ma anche tra i riformisti protestanti); allucinazioni potevano pure essere provocate dal nutrirsi di funghi particolari o di erbe, senza saperne le conseguenze, o anche dall’abuso di sostanze alcooliche in modo cronico (delirium tremens).  L’esistenza del Demonio, la cui invenzione storicamente si forma dall’identificare con entità maligne gli dèi di altri popoli, specie se nemici, o di religioni preesistenti (cfr. Beelzebul, che null’altro è se non la versione ebraica del dio fenicio Baal), è una delle cose più assurde delle religioni pretesamente “rivelate”,  attraverso la quale l’uomo cerca furbescamente di giustificare il male morale, a lui interiore, proiettandolo all’esterno.  Con ciò cerca di ridurre la propria responsabilità  nella colpa, dicendo a ogni sua azione malvagia “E’  colpa Sua”.  Che poi questo Individuo, oppositore di Dio e al quale Dio lascerebbe dominare il mondo,  appaia come corpo umano ma distinguibile dal piede caprino e si sollazzi con donne graziose lasciando ad esse un segno distintivo e riconoscibile (secondo gli Inquisitori)  sul pube o altrove,  una specie di marchio satanico,  è solo una mitologia di derivazione pagana, quando altrettanto facevano gli dèi, a partire da Giove.  Una delle cose più ridicole nell’assurdità della mitologia infernale e satanica, presente nelle religioni che si dicono “rivelate”,  è credere che Dio attribuisca il compito di boia, di carcerieri punitori dei malvagi, ai diavoli, angeli ribelli a Dio stesso:  come dire che carabinieri, poliziotti, agenti di custodia, ufficiali giudiziari  dei nostri tempi e della nostra società,  siano intrinsecamente nemici dello Stato, ma a cui lo Stato comicamente delegherebbe di vigilare e di punire i rei.
    Dottrine ovviamente ridicole per ogni persona di sano intelletto, che tuttora le religioni pretesamente “rivelate”  continuano a sostenere, con costante pericolosità per il fanatismo latente o effettivo in esse.
     Di reale ancora, nella stregoneria maschile o femminile che fosse, potevano esserci casi di avvelenamento doloso, come poterono esserci casi di guerra biologica o “chimica” (inquinare pozzi), che poi dettero origine alla psicosi degli untori.  Non dobbiamo pensare che sempre e dappertutto i magistrati civili (ordinari) o canonici operassero in modo completamente erroneo o infondato,  ma erano la loro metodologia di indagine e i troppi pregiudizi, religiosi o di puro sospetto,  a farli deviare da una corretta osservazione dei singoli fenomeni, non sapendo distinguere tipologie almeno razionali, se non scientifiche,  di crimine, ed estorcendo con la forza, con le minacce, con altre testimonianze parimenti estorte,  le confessioni.
     Anche qui le situazioni vanno distinte:  la gran parte dei casi erano costituiti da fenomeni innocui, che oggi sarebbero pure divertenti.  In taluni casi, come nella preparazione di farmaci miracolosi o filtri d’amore, si potevano avere omicidi colposi con avvelenamenti involontari.  Tutto ciò, in tempi razionali, poteva essere represso con l’educazione, l’istruzione, quasi sempre negata alle donne ma anche alla gente comune del popolo, con misure penali proporzionate ai singoli casi.  In tempi di fanatismo estremo, in tempi in cui si credeva alla figura del solito Satana che interveniva nella vita quotidiana e seduceva le donne, quando giovani a rapporti sessuali spesso anomali, quando vecchie a corrompere le giovani o a fare questi filtri medicamentosi o amorosi che fossero, a farsi evocare in cerimonie derisorie del Cattolicesimo o della religione cristiana in generale,  ecco che la repressione doveva essere terrorizzante.  Questa repressione non fu solo caratteristica, come si crede, del Cattolicesimo, ma soprattutto del Protestantesimo, di cui riparlerò  più avanti.  Stregoneria ed eresia  furono oggetto della tortura come strumento di confessione, preceduta da minacce, arresti prolungati,  pressioni psicologiche, e in ambedue i casi il rogo, come atto di purificazione finale.   Proprio bella concezione quella di salvare l’anima bruciando il corpo, previ altri strazi !
       L’ultimo periodo dell’Inquisizione cattolica è segnato soprattutto dalla lotta contro una nuova organizzazione, che in parte imitava ed imita l’organizzazione ecclesiastica, circondata per ovvi motivi dal segreto, nelle istituzioni, nelle gerarchie e anche nel linguaggio e nei simboli, la Massoneria o Libera Muratoria, tuttora esistente ma ormai con un certo rituale folcloristico, oltreché culturale (naturalmente ci si riferisce a quella autentica, non a quei gruppi, talvolta criminali, che abusano di tale denominazione).  Le teorie massoniche, mai ben precisate, sul piano religioso erano orientate ad un certo eclettismo fra le tre grandi religioni del Libro, insieme ad elementi laici razionalistici e soprattutto anticattolici ed anticlericali, nata in Gran Bretagna e poi diffusasi largamente in tutta Europa, ottenendo l’adesione perfino di sovrani e di filosofi. Mentre in quei secoli, il mistero e il segreto erano strumenti forzati di sicurezza, per evitare repressioni e persecuzioni, oggi  costituiscono piuttosto un gusto estetico, ludico, oppure semplicemente tradizionalistico. Nei Paesi cattolici, soprattutto in Spagna, Portogallo e Italia (Stato Pontificio),  essa fu perseguitata negli ultimi bagliori della S. Inquisizione.  Ciò è testimoniato dal caso dell’inglese John Coustos, arrestato, sottoposto a forti pressioni psicologiche e minacce, e torturato col sistema della slogatura delle spalle (tratti di corda), dall’Inquisizione portoghese tra il 1743 e il 1744.  Delle sue sofferenze e disavventure, dopo la propria liberazione grazie all’azione del cognato inglese, restano 6000 pagine di documentazione inquisitoriale e le sue memorie “Sofferenze di John Coustos per la Massoneria” [43].
            Solo nel 1965, con Paolo VI si ebbe l’ulteriore riforma  in Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, che mantenne dell’antica  la funzione di predisposizione dell’Indice dei  Libri Proibiti, ossia non consentiti alla lettura del semplice cattolico  (prima, l’Indice ne ordinava la materiale distruzione),  ma solo a chi svolge ricerche particolari con permesso della stessa Chiesa.
    La condanna (a morte o a pene minori) veniva effettuata pubblicamente con cerimonie di natura civile e religiosa, in Chiesa ed in piazza, con grande pompa, e chiamate sermones o auto da fè (atti di fede), come detto nella Penisola Iberica. Seguivano anche confische del patrimonio e venivano pure fatte pagare (ma questa era una prassi anche laica)  le spese del rogo, e di ogni altro materiale usato per la condanna.  Così pure il boia veniva a far parte delle spese giudiziarie, ma questo  fa parte tuttora del sistema giudiziario.  Negli USA, ad esempio, non so se si facciano pagare, al condannato o ai suoi familiari, le spese per l’iniezione letale o per l’energia elettrica consumata, una prova in più di quanto la mentalità giuridica si mantenga intatta nel tempo [44]. Venivano pubblicati anche lunghi elenchi delle persone giustiziate e condannate, il tutto a monito ed intimidazione di chiunque avesse simpatia per quei movimenti.  Come si sa, anche le spese della pubblicazione della condanna  sono a carico del condannato, ancorché morto,  tramite i suoi eredi.   Queste pene aggiuntive, talvolta penosamente ridicole, denotano la continuità della tradizione  giuridica e giudiziaria, e hanno un certo sapore persecutorio, quando vanno oltre la morte del condannato stesso; dimostrano che non siamo riusciti ancora a illuminare con princìpi razionali ed illuministi la tetraggine buia del sedicente Diritto, specialmente penale .
 
L’INQUISIZIONE   SPAGNOLA  E  VENEZIANA

   Quantunque sempre di carattere religioso, con la finalità di combattere l’eresia e il culto del mistero (stregoneria),  questi due modelli, pur sempre polizieschi,  di Inquisizione hanno origine storica diversa e pure una strutturazione più vicina allo Stato di polizia laico  moderno o attuale, e non  - come forse qualcuno penserebbe  - una diramazione statale specifica della stessa Inquisizione ecclesiastica cattolica, dalla quale è del tutto autonoma.   E, malgrado ciò, lo spirito persecutorio che caratterizzava l’ Inquisizione ecclesiastica, era del tutto uguale anche in queste due Inquisizioni “locali”.
    La Penisola Iberica, fino al 1492 circa, era divisa in quattro Stati diversi:  il Portogallo, che poi sotto Filippo II fu annesso alla Spagna per alcuni decenni per poi recuperare la propria indipendenza,il Regno di Castiglia esteso dai Pirenei fino all’attuale Andalusia, il regno di Aragona che, oltre all’attuale Catalogna, possedeva l’intera costa mediterranea, possedeva una forte flotta mercantile e da guerra,  e aveva progressivamente occupato la Sardegna, la Sicilia e, nel secolo XV, l’intera Italia meridionale, abbattendo la monarchia angioina.  L’Italia meridionale aveva così acquistato un’unità politica ben anteriore a quella italiana in generale, e nondimeno ciò non la rafforzò, perché la persistenza del sistema feudale, la distruzione delle Repubbliche marinare e dei pochi Comuni formatisi con l’indebolimento del’Impero Bizantino,  una forte sudditanza verso lo Stato Pontificio, che considerò tutto quella parte un proprio feudo donato a Carlo d’Angiò: pur costituendo lo Stato più esteso e popoloso della penisola, nondimeno non aveva forti basi, tanto che poi col ritorno dei Francesi di Carlo VIII e di Luigi XII, cacciati a loro volta dagli Spagnoli,  si avviò a costituire per la futura Italia unita quell’enorme problema che è tuttora, con la sola buona parentesi dei Borboni tra il 1734 e il 1799.   Dopo la Rivoluzione Partenopea di quell’anno,  scatenata dall’arrivo dell’esercito napoleonico (Prima Campagna d’Italia) e presto soffocata dall’intervento britannico e dalle bande nafediste del cardinal Ruffo e del celebre fra’  Diavolo (protagonista dell’operetta di Auber  e del film di Stanlio e Ollio),  i Borboni,  da Ferdinando IV (poi I)  fino a Francesco II, l’Italia meridionale  ritornò all’arretratezza culturale, politica, istituzionale, ecc.
     Detto ciò riguardo alla storia italiana, in rapporto con altri Stati neolatini, torniamo alla Spagna.  L’ultimo residuo musulmano o islamico nella Penisola Iberica era costituito ormai dal Regno di Granada, che aveva avuto una lunga  e complessa storia, nata dal califfato di Cordova risalente al secolo VIII, quando le armate islamiche  erano avanzate fin nel cuore della Francia, respinte da Carlo Martello nella battaglia di Poitiers, e poi  ricacciate dalla fascia a sud dei Pirenei da Carlo Magno, fino al fiume Ebro.  Intanto, l’originario Califfato di Cordova, ammorbidito sul piano culturale e civile,  molto ricco, si era però indebolito, tanto da cedere progressivamente terreno rispetto alla reconquista cristiana, che darà origine ad una serie di poemi epici, incentrato sulla figura, peraltro non proprio chiara, del Cid Campeador.  Due dinastie arabe si susseguirono in Spagna, dopo gli Omajadi, quella degli Almoravidi e quella degli Almohadi:  partiti ambedue da concezioni più rigide, se non proprio fanatiche, dell’Islamismo,  si ammorbidirono progressivamente, aprendosi alla filosofia e all’arte, tanto da esserci maestri, in quei secoli, in ogni ambito culturale.  Ciò però comportò  un indebolimento dal punto di vista militare rispetto ai rudi cristiani,  i quali, tra fasi molto alterne,  riuscirono a ridurre il dominio musulmano ad una fascia sottile che, assalita dall’alleanza, che poi divenne unione dinastica, tra Castiglia ed Aragona,  venne completamente occupata nel 1492, esattamente lo stesso anno della scoperta dell’America nella prima spedizione di Cristoforo Colombo, a cui proprio il regno di Castiglia aveva affidato il compito di trovare la strada occidentale per le Indie.   Fino ad allora,  nei due regni spagnoli c’era stata una certa tolleranza  verso le due religioni non cristiane, sia l’Ebraismo, sia l’Islamismo, come pure nel Regno di Granada o nei territori prima islamici, si era tollerato il Cristianesimo e l’Ebraismo [45].   Con il 1492, cominciano i problemi soprattutto a causa dell’intransigenza della regina Isabella detta la Cattolica, più o meno sostenuta dal marito Ferdinando.  Inoltre, comincia a formarsi tra i sudditi, forse anche per influenza della Chiesa cattolica locale,  un movimento di vendetta contro gli Islamici, costretti a fuggire o a convertirsi (i moriscos), ma malgrado tale conversione non ritenuti  sinceri.  Lo stesso avviene verso gli Ebrei, i quali  - per Cristiani in generale e Cattolici in particolare  -  furono sempre ritenuti colpevoli di deicidio, un’altra concezione del tutto irrazionale, in quanto Dio non può certamente essere ucciso e nemmeno “morire”.  O esiste, o non esiste.  Ma siccome Gesù Cristo viene considerato Dio e Uomo, malgrado sia stato ucciso nella sua fisica umanità,  ecco che si è parlato di deicidio ancora fino a Giovanni Paolo II.  Gli Ebrei, non solo quelli del I secolo, ma tutta la loro discendenza per l’eternità e fatta salva la sincera conversione,  vennero considerati deicidi.  Che poi  la cosa sia del tutto illogica, in mezzo a tante altre illogicità,  poco importa.  L’ebreo andava perseguitato e se, per evitare  le persecuzioni, si convertiva al Cattolicesimo in maniera più o meno sincera (i marranos),  qui  vigeva la diffidenza preventiva e sistematica. Occorreva scoprire  se lo fossero sinceramente e compiutamente, e se mantenessero o meno riti ebraici in forma clandestina.  La solita  plebaglia fanatica non si preoccupava troppo di sottili distinzioni ed eseguiva pogroms o alla tedesca pogromen,  ovvero  massacri, stupri, confische, saccheggi, distruzioni e avanti.    Era una storia abbastanza lunga nella storia d’Europa, che poi si ripresenterà pure nell’Europa orientale (Polonia, Ucraina, Russia, ecc.),  iniziata con l’affermarsi del Cristianesimo come religione di Stato (altroché accoglienze, altroché misericordia:  il concetto di tolleranza comincia ad affermarsi appena alla fine del XVII secolo sul piano teorico, su quello pratico appena a fine Settecento – inizi Ottocento, e certo non per merito dei cattolici o dei protestanti) [46].
       Proprio per evitare questi massacri indiscriminati, che magari colpivano anche persone del tutto estranee all’Islamismo o all’Ebraismo,  i due sovrani concordarono di istituire  quella Polizia religiosa  che va sotto il nome di Inquisizione spagnola, ma ufficialmente con quello di Consiglio della Suprema e Generale Inquisizione, più comunemente definita La Suprema.   Qui appare una figura che diverrà per antonomasia il grande Inquisitore,  quella di Tomàs de Torquemada, domenicano, che sembrerebbe proprio un ebreo convertito (i conversos erano tanto di derivazione islamica, quanto ebraica, moriscos e marranos), e perciò desideroso di mostrarsi più cattolico dei cattolici.  Fu l’organizzatore di questo regime di polizia che doveva provvedere all’espulsione degli Ebrei ed Islamici non convertiti, al controllo  di quelli convertiti.   La nuova Istituzione, malgrado pretendesse la benedizione papale,  fu del tutto indipendente.  Ad essa parteciparono non tanto frati o monaci, quanto ecclesiastici al servizio dei sovrani.  Fu dunque un’Istituzione “laica”, o a dir meglio relativamente ai tempi “regalista”, perché per “laico” oggi si intende ben altro, autonoma dalla Chiesa e con obiettivi che, seppure di natura religiosa, non dovevano necessariamente eseguire decisioni papali o dipendere in qualche modo dalla decisione pontificia [47].
    Il compito dell’Inquisizione spagnola fu, nel periodo di progressiva unificazione del Regno, quella di individuare e colpire i falsi convertiti, coloro che magari andavano ogni  domenica a messa, ma poi celebravano in casa riti ebraici e islamici.   Altrettanto per quegli Ebrei che, una volta convertiti, tornavano alla loro fede originaria e che venivano considerati apostati ed eretici, e pertanto perseguiti.   Più tardi ancora, quando sotto Filippo II la penisola iberica venne completamente, eppure provvisoriamente, unificata,  l’Inquisizione  vi venne estesa, durando poi, come si è accennato per il caso Coustos, fino a tutto il XVIII secolo. 
      Risolto il problema di moriscos e marranos, o con la loro fuga o con lo sterminio, o con le conversioni forzate,  la caratteristica spagnola era quella della limpieza de sangre, oppure “purezza” nella discendenza familiare, che aveva un peso considerevole.  Qui si hanno pure le radici del passaggio dall’antisemitismo come puro evento religioso, risolubile con la conversione purché sincera, a forme latenti di razzismo biologico vero e proprio.  Questo fenomeno si manifesterà in maniera determinata con l’occupazione delle Indie occidentali (continente americano)  e la polemica tra  Las Casas, sostenitore dell’umanità degli indios e, pertanto, della loro convertibilità,  e  Sepùlveda che riteneva tali popolazioni subumane e non convertibili, ma solo sfruttabili come schiavi o peggio (ma di questo, più avanti).
     Intanto, cominciavano a diffondersi in Spagna le prime idee protestanti, luterane e calviniste,  nonché  forme laiche e liberali sul modello erasmiano, attraverso l’Umanesimo e la cultura del Rinascimento che, in Italia e poi nell’Europa occidentale e centrale, comincia a porre gradualmente la questione della tolleranza e della libertà nella professione di fede [48].  Tutto ciò non fu per nulla gradito all’Inquisizione spagnola che perseguì  tutti coloro che non riuscivano a fuggire,  come Miguel Serveto, ucciso poi dall’altra cristiana Inquisizione di Calvino a Ginevra.  Nel 1559, vennero bruciati decine di luterani [49]. Perfino i protestanti stranieri, temporaneamente in Spagna per ragioni di commercio o altro, subirono persecuzioni, anche se   - per ragioni puramente politico-diplomatiche  -  non finirono al rogo, salvo forse il primo periodo di guerre religiose.  Furono pure colpiti gli alumbrados, un gruppo di mistici, in quanto non perfettamente aderenti alla fede ufficiale .
      L’Inquisizione spagnola viceversa non perseguì sistematicamente i fenomeni di stregoneria, a quanto risulta, considerandoli come fenomeni di isterismo o di follìa.  Come “test”  per riconoscere se una fosse strega, un’ ”esperta”  guardava l’occhio sinistro, dove si diceva fosse imposto il marchio satanico [50].  Oltre all’eresia e alla stregoneria, come reati minori comunque oggetti di indagine dell’Inquisizione,  erano i costumi sessuali considerati illegittimi:  barzellette sconce e blasfeme, bigamia,  seduzione (per nulla infrequente, a quanto pare, nella Spagna di quel periodo storico) nei confessionali da parte del prete verso le donne;  sodomia,  coito interrotto (vizio di Onan), masturbazione, fellatio (rapporti sessuo-orali), coito anale praticato sia etero- che omosessualmente; coito tra le cosce, ovvero esterno [51].  Ovviamente, tutte queste pratiche sarebbero state conosciute in confessionale:  non credo  che la gente ne parlasse apertamente o che venisse colta sul fatto.
      Riguardo all’organizzazione interna ed alle procedure adottate dall’Inquisizione spagnola, non vi sono notevoli differenze dall’Inquisizione ecclesiastica pontificia  nel periodo controriformistico .
      Va osservato altresì che l’Inquisizione spagnola fu presente pure nelle colonie americane [52], dove venne applicata anche contro quegli indios che, convertiti apparentemente, continuavano a celebrare riti considerati pagani, e pertanto perseguiti.  Per tutto il resto, metodi ed organizzazione dell’Inquisizione erano identiche e fondate sulle medesime norme, in funzione soprattutto anti-eretica. Un discorso diverso invece riguarda gli indios non convertiti che, semmai furono difesi energicamente dalla Chiesa Cattolica, soprattutto grazie agli Ordini domenicano e, più tardi, gesuita.  Per difenderli dalle aggressioni dei coloni creollos – creoli,  i Gesuiti crearono veri Stati autonomi addestrando pure gli indios per quanto possibile all’autodifesa.    Proprio per questa organizzazione delle reducciones (riserve, che serviranno almeno come nome agli USA per i loro natives, ovvero indigeni) a beneficio delle popolazioni autoctone e per una pacifica loro civilizzazione e conversione al Cristianesimo protette dagli abusi e dalle violenze, spesso estremamente crudeli, dei coloni spagnoli,  i Gesuiti  vennero essi stessi perseguitati e quindi sciolti come Ordine nel XVIII secolo.  Paradossalmente, dove gli uomini di Chiesa si dimostrarono tolleranti ed umani, lì in pieno Illuminismo vennero costretti al silenzio [53]. Nel frattempo, cominciò in America la tratta dei Neri, considerati più resistenti fisicamente, ma anche più obbedienti  nel lavoro servile, prima nelle colonie spagnole e portoghesi, poi in quelle francesi, olandesi ed inglesi.
     Con l’invasione napoleonica, l’Inquisizione venne sciolta,  ma si dovette attendere appena il 1834 per un’abrogazione definitiva in Spagna, grazie alla regina Maria Cristina e alla liberalizzazione nel Regno, mentre le colonie americane l’avevano abolita fin dalla loro indipendenza (tra il 1815 e il 1820).

      L’Inquisizione a Venezia ha, come quella spagnola, una propria autonomia e una propria evoluzione,  per le sue origini, legate piuttosto al dominio bizantino ripristinato in Italia dal VI secolo d. C, ad opera dei generali di Giustiniano Belisario e Narsete, e mantenuto lungo le coste per alcuni secoli, malgrado le invasioni dei Longobardi e dei Franchi.  Poi le lotte con gli Arabi prima, i Turchi Selgiuchidi poi (VIII – XII secolo),  comportarono la progressiva autonomia di molte città marinare che organizzarono la propria difesa per terra e per mare, e dettero potere politico e civile alle istituzioni sopravvissute come semplicemente amministrative e locali, divenendo poi così un modello istituzionale per i Comuni dell’interno.  Venezia, protetta dalla sua laguna, e da una classe politica che seppe mantenere orgoglio e capacità di difesa  fino al XVIII secolo, ancora forte militarmente malgrado la proclamazione della neutralità disarmata, dopo le ultime guerre con i Turchi di fine Seicento, ma ormai diretta da una vecchia classe patrizia indebolita dal benessere e dall’ozio che non seppe reggere l’urto delle forze austro-francesi durante la prima campagna napoleonica (1796 – 1798) crollando, come spesso avviene, da sé più che per intervento altrui,  aveva un proprio sistema giuridico ed istituzionale, del tutto  indipendente dai sistemi giuridico vigenti in Europa, e che avevano conosciuto il feudalesimo e le prime forme di assolutismo monarchico.   Dopo la grande espansione turca nel Mediterraneo, aveva dovuto cedere una buona parte delle colonie conquistate in Grecia, nella penisola e in molte isole, anche a causa della rivalità con Genova, con cui ha insieme affinità ed avversità.  Ma, mentre Genova alla fine del secolo XVI  diventa una dipendenza prima spagnola poi francese,  Venezia reggerà gli urti, grazie anche al retroterra che essa conquista nel XV secolo e che occupa tutto l’odierno Veneto, la Lombardia orientale (Brescia e Bergamo), l’intero Friuli (allora chiamato Patria del Friuli),  l’Istria marittima, la Dalmazia da Zara a Cattaro, esclusa per certi periodi la città di Ragusa, che mantenne una propria indipendenza.   Aveva altresì tentato di espandersi su tutta la costa adriatica italiana e, in parte, periodicamente vi riuscì, ma proprio questo le suscitò il costante odio della Chiesa Cattolica e dello Stato Pontificio, che organizzò, con Giulio II, la Lega di Cambrai (Stato Pontificio, Francia, Impero Absburgico e Stati minori) contro di essa, segnando la fine della sua fase espansiva. Probabilmente Venezia aveva la forza almeno per riunire la metà orientale della penisola e gran parte dell’Italia settentrionale, ma la guerra in Italia e l’impegno, non meno notevole contro l’Impero Ottomano, alla fine le tolse ogni nerbo espansivo, malgrado fosse riuscita poi , con grande abilità diplomatica, a dividere gli avversari,  far cacciare i Francesi, isolare gli Absburgo e  - cosa straordinaria per i tempi  - far insorgere a suo favore i contadini,  tanto da poter recuperare l’intero territorio nel nord-est italiano,  così  rimanendo per l’intero Seicento una grande potenza europea [54].
    Venezia e i suoi territori italiani, pur caratterizzati  da una sincera cattolicità (nelle colonie greche però  veniva rispettata la fede ortodossa),  non erano disposti a sottomettersi agli ordini papali nemmeno con la lotta all’eresia e conservarono, per quanto fosse possibile in tempi anche di fanatismo dalla Controriforma in poi,  una certa libertà di espressione religiosa, di ricerca scientifica e filosofica.  Non dimentichiamo che Galilei potè insegnare liberamente a Padova, ma molti altri personaggi meno celebri  nella medicina, come nella filosofia, nella letteratura poterono esercitare la loro attività senza grossi problemi. In pieno Seicento, Gian Battista Vico, partendo da osservazioni fattegli dalla Società dei letterati di Venezia,  intuì  nelle origini etrusche piuttosto che in quelle latine arcaiche,  i primordi di una comune civiltà italiana e i suoi primi caratteri filosofici e scientifici [55].    Si trattava del riconoscimento, non puramente retorico, di una comune e antica cultura italiana, base poi di quella etnica e politica.  Alessandro Manzoni segnala la differenza di attenzione verso la peste tra il Governatorato di Milano, allora sotto gli Spagnoli, e la Repubblica di Venezia, come regolatrice di misure di prevenzione e di cura,  a dimostrazione dell’intelligenza di quel Governo, spesso sottovalutato nel tardo Settecento  e durante il periodo napoleonico.  Il Consiglio dei Dieci ed altre istituzioni vigilavano con durezza nel caso di tentativi di colpo di stato, come erano avvenuti in altri Comuni o Repubbliche italiane.  Celebre per tutti è la triste fine del doge Marin Faliero e del condottiero Conte di Carmagnola (da cui la tragedia di Alessandro Manzoni),  accusati di tradimento o di  tentativi “golpisti”. Ancora negli ultimi anni, come testimonia Ippolito Nievo nelle “Confessioni di un Italiano”,  gli inquisitori veneziani dimostravano capacità notevoli di indagine e di repressione.  Sfortunatamente, con la dichiarazione di neutralità disarmata (che poi tanto disarmata non era affatto),  si attirarono le mire austriache da una parte e quelle francesi dall’altra, senza ottenere alleanza o amicizia da nessuno, salvo, ancora una volta, dal popolo [56].    Ciò ne segnò l’immeritata fine e l’umiliazione del 1815, quando, invece di essere restaurata sulla base del principio di legittimità, tanto decantato dai vincitori di Napoleone,  venne ceduta insieme alla Lombardia al dominio absburgico .
    A Venezia, l’iniziativa della lotta contro le eresie venne non dalla Chiesa, ma dallo stesso Doge, nel 1249.  Più che eretico, ma ghibellino, perseguitato invece dalla Chiesa fu il grande Marsilio da Padova,  autore del Defensor pacis, un’opera che già predispose princìpi di sovranità popolare (derivata più che dalle tradizionali idee ghibelline e guelfe,  dalla storia dei nuovi Comuni italiani), in relazione però all’Impero come istituzione europea, avente una sua legittimità di derivazione divina, sviluppando in un certo modo altre dottrine espresse da Dante Alighieri nel “De Monarchia”.  Saranno questi presupposti ad avviare un discorso regalista prima, poi laico nel senso moderno, dello Stato,  quindi liberaldemocratico come oggi lo intendiamo.
       Fatto questo inquadramento storico per la Repubblica di S. Marco, proviamo ad entrare in quello  che fu l’atteggiamento dello Stato veneziano rispetto alla Chiesa cattolica in quanto potere temporale:  Venezia, considerate l’origini e la sua  storia, non poteva non mantenere un atteggiamento di piena indipendenza.  Un esempio famoso fu quello dell’interdetto contro di essa, emanato dal papa Paolo V,  contro lo Stato veneziano che, senza badare ai  privilegi pretesi dalla Chiesa, aveva processato  e condannato due preti colpevoli di alcuni reati comuni.  Venezia, grazie anche all’opera del suo consultor di Stato Paolo Sarpi (frate servita dell’Ordine dei Servi di Maria, ma rigoroso “laico” quanto ai rapporti Stato-Chiesa), reagì energicamente all’interdetto, che vietava la celebrazione delle messe e di ogni altra cerimonia religiosa nel territorio allo scopo di metterne in crisi l’autorità governativa, costringendo i sacerdoti a celebrare ugualmente tali cerimonie.  Malgrado tutto, il Medioevo era finito e il regalismo (preminenza del potere del re rispetto a quello ecclesiastico) trionfava in tutta Europa;  lo Stato si secolarizzava o si rendeva sempre più laico, sebbene per l’idea di una completa separazione dei due ambiti, occorse attendere almeno 150 anni.  Così Stato e popolo veneti superarono in pieno la crisi, e il prestigio papale iniziava la sua discesa, a maggior ragione visto che lo stesso Paolo Sarpi fu ferito da un sicario prezzolato dallo Stato Pontificio (agnosco stilum Romanae Curiae:  riconosco lo stilo – pugnale -  o “stile”  della Curia Romana,  disse il Sarpi ironizzando sul termine dal doppio e non sottile significato).
      Questo grande personaggio, che nella sua qualità di consigliere giuridico di Venezia  conosceva a fondo i meccanismi istituzionali e le regole della politica estera del tempo,  ci è anche testimonio, con le sue lettere, comunicazioni e saggi  dell’Inquisizione veneziana, che  - come quella spagnola – ebbe pieno carattere di autonomia, seppure i metodi non ne differissero granché.  Non va dimenticato che Giordano Bruno, dopo aver rischiato di essere processato in Inghilterra e pure in Svizzera, fu inizialmente perseguito anche a Venezia, a causa della denuncia di un Giovanni Mocenigo il quale, adirato per l’inefficacia della mnemotecnica (arte della memoria)  impartitagli dal Bruno, lo denunciò  per eresia.  Bruno, campano di Nola,  non era cittadino veneziano e, alla richiesta dell’Inquisizione Romana di estradizione,  Venezia, dopo un primo procedimento, glielo consegnò, con le conclusioni che ben sappiamo .
     Se, nel caso di Bruno, Venezia  aveva ceduto, non trattandosi di un proprio cittadino, in altri casi resistette più volte e non accettò, proprio su consiglio di Sarpi, l’introduzione dell’Inquisizione Romana sul suo territorio, organizzandone una propria.  Così scrive il Sarpi, dando il proprio parere tecnico alla questione :
“IN MATERIA DI CREAR NOVO INQUISITOR DI VENEZIA, 29  OTTOBRE 1622.
     Serenissimo Prencipe [il titolo è rivolto al doge in persona],
Per occasione del negozio che si  tratta in Roma, di aver un frate inquisitore all’eresia suddito e confidente [nel senso di spia, agente dello Stato Pontificio, a Venezia] è piacciuto a vostra Serenità commandarmi che io gli rappresenti quello che le leggi dispongono in tal materia, e quale sia la strada per ottenire così giusta instanza [si notano i frequenti venetismi nel linguaggio del Sarpi].
    Essequendo il comandamento di vostra Serenità dirò prima quali fossero le ragioni antiche della Serenissima Republica nell’ufficio dell’inquisizione, e per quali gradi sia andato perdendole [57],  e per quali anco quell’ufficio sia redotto nelli termini che al presente si trova.  A questo aggiungerò li pericoli che porta seco l’aver un inquisitor poco ben affetto, e qual io stimi esser il modo come ottener un confidente.
   Quanto al primo ponto se ben intorno al 1200 queste parti occidentali, ma la Italia più di tutte, erano molto infette di eresie per li molti scandali ricevuti dal popolo per le guerre che molti papi  per 100 anni continuati avevano eccitato contro li imperatori [lotta per le investiture, guerre tra Comuni ed Impero], e per li scandali che il clero dava, eccitando sedizioni et usando altri mali termini, come nelle guerre fazziose occorre, la Serenissima Republica nondimeno, come quella che non era mescolata in queste guerre, e che si teneva separata dalle cose d’Italia, attendendo ad aquisti de Stati in Levante [guerre contro Genova, alleanza con Pisa,  distruzione dell’antico Impero bizantino, definito “latino”   fino al ristabilimento da parte di Genova sempre nel XIII secolo,  guerre contro i Turchi Ottomani ecc., un enorme spreco di forze e di risorse che, meglio usate, avrebbero  fatto allora dell’Italia il più ricco e potente Stato europeo…], restò essente da questa peste in tanto che essendo in grandissime turbazioni tutta l’Italia per le fazzioni de ghelfi e ghibellini, cioè papali et imperiali, che erano in tutte le città, e causavano notabili persecuzioni civili e di religione, gran parte delli perseguitati si ritirarono a vivere in questa città e contrade:  di questi scoprendosi esserne alcun infetto di eresia, fu creato un magistrato di tre giudici… La cura di questo magistrato [trattandosi di un collegio triumvirale, noi diremmo “magistratura”.  Sarpi usa il termine latino, indicante sia un individuo, sia un collegio] era inquirir e scoprir li eretici, e quando vi era dubio se la opinione contenisse eresia, si pigliava il parer e conseglio del patriarca di Grado [da non confondersi con quello di Aquileia:  il primo era di derivazione bizantina, il secondo di investitura imperiale germanica; quello di Grado  venne fuso con quello di Aquileia, quando Venezia si impadronì del Friuli e portò a Venezia quello di Grado, mentre abrogava quello di Aquileia, grossomodo attorno al 1420:  per la loro vicinanza spesso i due patriarchi si erano reciprocamente scontrati dopo il 1000], del vescovo di Castello e gl’altri vescovi del Dogado, e finito il processo la causa era portata al duce [s’intende il Doge] e consiglieri, che facevano la sentenzia per la maggior parte di loro, e se stimavano  il reo degno di morte, era abbrugiato, né in questo ufficio de patarini [gli eretici catari o albigesi, come chiamati nel nord d’Italia], né meno in la sentenzia interveniva alcuna persona ecclesiastica, ma solo in consultare se l’opinione era eresia o no, e così si caminò sino al 1288…” [58] .
   Sarpi prosegue nel suo esame storico riferendo che il papa Nicolò IV, già frate francescano, pretese  nel 1288 di instaurare l’Inquisizione pontificia anche a Venezia,  il che richiese circa un anno di trattative, che si conclusero con l’istituire un inquisitore, a spese pubbliche, con giurisdizione anti-eretica sulla Marca Trevigiana e sul Friuli (allora non legate a Venezia), oltreché sul territorio allora veneziano (grossomodo l’attuale provincia di Venezia, ovvero il tratto costiero). Sarpi aggiunge che tale inquisitore era pagato 12 ducati d’oro, ovvero a 36 ducati del 1600 (in quattro secoli, un’inflazione di tre volte). La nomina dell’inquisitore, sostiene ancora il Sarpi, non abrogava, ma si aggiungeva al magistrato collegiale già esistente:  “…. Il frate poteva venir anco lui a Venezia quando li piaceva, et assumer quei giudicii che non fossero prevenuti dal magistrato secolare…”[59] .
     Ciò comportò uno scontro con tre giudici, Tomà Viaro, Marin Giorgio e Lorenzo Sagreo, pretendendo che questi fossero alle sue dipendenze.  Di ciò scrisse pure al doge Pietro Gradenigo con minaccia di scomunica, il quale riaffermò la piena indipendenza delle leggi veneziane da quelle papali, a parte gli accordi con Nicolò IV. Ancora Paolo Sarpi sottolinea che, dopo il 1355 a causa dello scisma d’Occidente (durato circa un secolo), col trasferimento dei papi ad Avignone, otto controllo francese,  essendo per allora cessate le eresie, l’Inquisizione veneta fu di fatto sciolta, e quella pontificia abrogata dal Senato (veneto) nel 1423.  Ormai Venezia era padrona del nord-est italiano (esclusi Trentino e Alto Adige).  Con l’apparire del luteranesimo anche in Italia, dopo il 1517, l’Inquisizione ricominciò ad operare, ma sempre  - sostiene il Sarpi  - in piena indipendenza da Roma.   Il consultore di Stato ammette che l’Inquisizione ecclesiastica  ebbe una certa espansione nella Repubblica di S. Marco, ma aggiunge un detto latino (brocardo), abbastanza interessante:  “error imperitorum non facit ius, neque consuetudinem” (l’errore degli inesperti non crea diritto, né consuetudine), ovvero, se qualcuno ha sbagliato, sia pure ripetutamente nella prassi giuridica, non crea una regola, né giuridica (scritta), né consuetudinaria (semplice abitudine).  Ricorda un dato interessante che in Francia nel XIV secolo addirittura gli inquisitori ecclesiastici vennero uccisi e in parte cacciati dal Regno, mentre sottolinea che in Spagna nel 1484 Ferdinando il Cattolico (IV), aveva creato una propria Inquisizione regia (di cui sopra).  Ricorda che nel Regno di Napoli (allora dominio spagnolo) non vi era Inquisizione e che nel resto d’Italia gli Inquisitori erano ammessi solo su concessione del sovrano locale.
      Ancora,  Sarpi sottolinea che la religione è causa dei supremi beni dell’uomo, ma anche  - cosa in quei decenni frequentissima –che l’abuso in nome della religione era pure causa di guerre atroci (cita il caso dei Paesi Bassi, ovvero oggi Olanda e Belgio). Cita anche il caso del 1591, quando un inquisitore di Verona (Alberto da Lugo)  accusò il governo veneziano di complicità con gli eretici, sentendo testimoni non affidabili, il che gli provocò poi l’allontanamento dallo Stato, oltre a suscitare contrasti con la Chiesa Cattolica.  Successivamente qualcosa di simile  era avvenuto perché  Venezia aveva in servizio milizie greche che praticavano il loro rito ortodosso.  La cosa viene esaminata in altro scritto dal Sarpi, dove ricorda  che lo Stato Pontificio utilizzava mercenari islamici (!!!), per cui poco aveva il diritto di rimproverare i Veneziani di utilizzare forze militari non cattoliche (come si sa, il predicatore  non è sempre degno del suo pulpito). Ricorda ancora che la Repubblica non soffriva di frequenti casi di eresia, per cui non appariva urgente la necessità di un Inquisitore, invita in tutti i casi il Governo a verificare che tali agenti anti-eretici siano fedeli allo Stato e non abusino dei poteri, già forti, di cui sono in possesso [60] .
     Lasciando ora gli aspetti più generali dell’Inquisizione Veneta,  brevemente rilevo come tale Istituzione non si occupasse  solo di casi particolarmente rilevanti e celebri di eresia presunta o reale, ma intervenivano anche in piccole località, quale Montereale Valcellina,  ancora oggi un piccolo centro collinare della provincia pordenonese (allora dominio veneziano), dove a predicare dottrine cosmologiche e “filosofiche”  era un piccolo personaggio, qual Domenico Scandella, soprannominato “Menocchio”  (una sorta di diminutivo spregiativo di Domenico), il quale sosteneva una dottrina confusamente panteistica, che egli, nelle sue piccole attività commerciali  (per l’esattezza era mugnaio, ma faceva anche vari piccoli mestieri:  per i tempi e per l’ambiente contadino, tuttavia, aveva una certa cultura, aveva in casa ben 10 libri tutti di argomento religioso, una Bibbia  tradotta, ma non legale, ed altri), avrà sentito esprimere al mercato in qualche centro vicino, come Maniago, Aviano o Pordenone stessa, e poi ripeteva all’osteria o in piazza:  ebbene, questo certo non pericoloso personaggio, che oggi qualificheremmo come “un po’  matto, un esaltato, ma innocuo”, buon lavoratore e padre di famiglia, subì almeno due lunghi processi, sulla base di testimonianze anche del parroco locale tra il 1583 e il 1599 (ben 16 anni !!!), per finire poi, con la prevista tortura dei tratti di corda, sul rogo.  Il primo processo, svolto nella sede vescovile di Concordia Sagittaria (presso Portogruaro) si era concluso con un’abiura, con due anni di prigione, col “perdono” e le varie sanzioni infamanti tipiche di quei procedimenti giudiziari.  Poi, riprendendo i suoi discorsi,  re-indagato fino alla condanna definitiva.  Questo, per segnalare come, seppure in sedi estremamente piccole, i presunti eretici venivano sistematicamente perseguiti, anche nella relativamente tollerante Venezia del XVII secolo [61].   Un anno dopo sarebbe stato assassinato a Roma in Campo dei Fiori (oggi  sede del suo monumento), con torture e “mordacchia” (strumento che impediva al condannato di parlare alla folla al momento dell’esecuzione e che, con punte, lacerava il palato, la lingua e le mucose della bocca di chi volesse dire o gridare qualcosa),  Giordano Bruno, le cui idee, forse proprio durante la sua permanenza nel Veneto, erano circolate fino a quel paesino del Pordenonese, ovviamente deformate in modo semplicistico .

LE INQUISIZIONI PROTESTANTI E LA QUESTIONE DELLA TOLLERANZA RELIGIOSA .

     Piero Gobetti è il fondatore di quella teoria storiografica, per cui l’Italia e in genere i Paesi cristiani mediterranei (Grecia, Spagna)  rimasero, e sono, arretrati, perché non conobbero la  Riforma protestante.  Piero Gobetti, sfortunatamente per lui, ma anche per noi,  morì molto giovane a causa dei pestaggi subìti dagli squadristi, e ciò ovviamente non gli consentì di rivedere o di riesaminare tale dottrina, che è molto, molto ingenua. Strazia, viceversa, lo studioso obiettivo, sentir ripetere superficialmente tale dottrina, come se questa costituisse una verità “assoluta”, invece che solo  un’ipotesi tutta da dimostrare.  Infatti, il Protestantesimo fu, semmai, un arretramento culturale per  l’Europa piuttosto che un avanzamento, tanto da costringere la stessa Chiesa Cattolica ad irrigidirsi su questioni dottrinali e teologiche, su cui  - durante l’Umanesimo e il  primo Rinascimento – aveva dimostrato  ben maggior tolleranza.  Pensiamo ad esempio alla differenza di trattamento verso lo stesso Copernico, oppure a posizioni tendenzialmente panteiste come quelle del cardinale Nicola Cusano rispetto a Galilei, o a Giordano Bruno e Campanella, oppure verso Giovanni Pico della Mirandola, rispetto al periodo successivo.  Così i papi, già umanisti, amanti della cultura e dell’arte,  per difendere un rigore di costumi come rimproverato dai protestanti,  ridivennero violenti ed intolleranti  verso qualsiasi cambiamento, almeno fino a Gregorio XVI (XIX secolo)  e in parte fino addirittura al Concilio Vaticano II (anni ’60 del XX secolo, ovvero “ieri”  in termini storici) .
     Sfugge ad esempio, all’ipotesi Gobetti il fatto che la Francia, pur cattolica, in cui i protestanti calvinisti (ugonotti) vennero massacrati nella tristemente famosa notte di S. Bartolomeo (23 – 24 agosto 1572),   dopo che già erano avvenuti scontri violenti e sanguinosi tra le due parti (come sempre le ragioni  non sono da una parte sola:  anche gli ugonotti avevano agito con la forza): e nondimeno, la Francia non viene associata quasi mai all’arretratezza cattolica (è in Francia che si rifugiano tanti antifascisti, e Gobetti stesso, dove morì).  Del resto,  la Francia con la sua grande Rivoluzione del 1789 – 95 divenne motore della Rivoluzione europea con le guerre napoleoniche e poi con le insurrezioni nazionali dell’800.  Fa il paio, con l’ipotesi Gobetti, quella di Max Weber, socialdemocratico tedesco e docente universitario del XX secolo, che sostiene essere il concetto calvinista di predestinazione, del resto di derivazione agostiniana (quindi, anche cattolica  e giansenista),  il motore del capitalismo, dottrina già confutata da Marx ed Engels, a cui il Weber pretendeva di ispirarsi.  Il capitalismo, come teoria e come prassi, appare già con l’Impero Romano (deriso, nella figura di Trimalchione, da Petronio nel suo Satyricon), crolla ovviamente col crollo dell’Impero Romano soprattutto in occidente, per rinascere con le Repubbliche Marinare italiane e con i Comuni,  non solo italiani, ma anche quelli francesi e tedeschi del XIII -  XIV secolo, come dimostra largamente il nascere e il diffondersi del sistema bancario in Europa.
    Vedere nel Protestantesimo  il motore del progresso morale ed intellettuale, quando semmai fu solo la progressiva rovina della religiosità cristiana, che facilitò, ma solo indirettamente,  la rinascita di concezioni laiche (anticlericali, areligiose o antireligiose, o di teismo razionalista, ecc.), è dal punto di vista storico una grossissima ingenuità, come cercheremo di dimostrare in questo lavoro.  Furono piuttosto le dominazioni straniere in Grecia (Turchi Ottomani) e in Italia (Francesi, Spagnoli, Austriaci, ancora Francesi, ancora Austriaci), prolungate per secoli, a determinare realmente l’arretratezza di questi Stati, in quanto qualunque dominazione straniera tende ad asservire i popoli, non solo come fatto, ma anche come mentalità e malcostume.  Semmai, la colpa della Chiesa cattolica è nell’aver boicottato o rallentato per secoli la formazione di uno Stato unitario in Italia.  La Spagna, viceversa, è indipendente da secoli,  ma la dominazione araba, per quanto in sé  culturalmente positiva, condizionò  gli sviluppi successivi della sua storia, dando al Cattolicesimo un carattere nazionalistico e culturalmente violento.  La Germania, per  protestante o  cattolica che fosse, dopo le disastrose guerre  dei contadini (dal 1525) e dei Trent’Anni (1618 – 1648),  subì devastazioni che pesarono gravemente almeno fino a Federico II di Prussia (1740 – 1786), il quale a differenza del padre Federico Guglielmo, si aprì a quelle riforme illuministiche in sede procedurale e penale, che avviano il Diritto penale contemporaneo.  Eppure,  lo stesso Kant  viene messo a tacere, quando vuol affrontare in termini laici e razionali la questione religiosa, ad opera del successore di Federico II. Presto segue  l’Austria “cattolica” dove viene abrogata la tortura  (restando però punizioni, quali la fustigazione) nel 1776;  vengono pure abrogati i supplizi correlativi alla pena di morte;  nella Toscana cattolica  tortura e anche pena di morte vennero abrogate ad opera dell’absburgico Pietro Leopoldo (1787), mentre in un certo Paese a prevalenza protestante, tanto celebrato, osannato, adorato e declamato come Primo Modello nel Mondo, la pena di morte e la tortura (cfr.  Guantanamo) si praticano tuttora.  Il progresso europeo non fu certo accelerato dal Protestantesimo, se non incidentalmente come fattore secondario.
    Che cosa fece sì che il Protestantesimo divenisse non la causa efficiente, ma la causa materiale (per dirla con Aristotele), o meglio (diremmo noi) l’ambiente,  per il progressivo disfacimento dell’assolutismo culturale, dell’arretratezza scientifica ed ideologica ?  La dottrina, luterana e poi protestante in genere, del libero esame  della Bibbia,  un puro slogan, a dire il vero, in quanto il Protestantesimo non fu per nulla morbido nelle interpretazioni della Bibbia, ma per la sua stessa illogicità: infatti, non si può conciliare la fede nella divinità del testo,  con la possibilità di leggerlo, interpretarlo, tradurlo,  come ci parrebbe opportuno.  Un testo “divino” avrebbe bisogno di essere trattato ben diversamente da un libro qualunque, ovvero umano.  Un testo “divino” ha bisogno di interpreti speciali, organizzati, magari  in una gerarchia che, etimologicamente, vuol dire proprio potere sacro.
    Una volta, invece, che lo si considera passibile di libera lettura, commento ed interpretazione, questo libro è implicitamente considerato umano:  di qui il rapidissimo sbriciolarsi del Protestantesimo in una serie infinita (e tutt’altro che conclusa) di gruppi, gruppetti, chiese, chiesuole, sètte,  spesso in lotta reciproca tra loro.  Il Protestantesimo non afferma nulla di nuovo in sede teologica o scientifica,  non arriva per nulla a riconoscere la pura umanità dei testi biblici,  ma nega il fondamento della Chiesa Romana, le sue pretese di assoluto controllo dell’universo,  le sue pretese, spesso esose, di denaro per costruire nuove cattedrali, la sua gerarchia sacerdotale,  i suoi ordini religiosi:  di qui, la lotta contro il sistema di raccattare denaro con Giubilei e indulgenze (“paga, e potrai andare in Paradiso”).  Nega la validità dei riti, quali “sacramenti”.  Lutero li riduce a tre, Calvino ad uno solo:  viene negata la transustanziazione (trasformazione del pane e del vino in corpo e sangue di Cristo), mentre Lutero afferma la compresenza delle doppie sostanze (consustanziazione:  pane e vino coesistono nella particola con il corpo e il sangue di Cristo;  Calvino sosterrà il puro simbolismo del rito), il matrimonio cessa di essere sacramento, come l’ordine:  il matrimonio diviene semplice contratto civile, per quanto possa essere benedetto  da Dio, ecc. Perdura il battesimo, però limitatamente agli adulti e consapevoli, e celebrato come immersione (alla maniera originaria, invece che per aspersione).
     In fondo, il Protestantesimo  non fa che riassumere, raccogliere e lanciare contro la Chiesa Cattolica secoli di critiche interne alla Chiesa stessa, di cui  l’ultima in ordine di tempo era stata quella di Wycliff in Inghilterra, e di Huss e Gerolamo da Praga  in  Boemia.   Il nostro grande Gerolamo Savonarola, domenicano,  non aveva predicato per nulla cose nuove, aveva solo condannato, come già aveva fatto Dante con Bonifacio VIII,  il comportamento sozzo e peccaminoso del papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia), e per questa sua critica, non certo per contrasti teologici, era finito sul rogo a Firenze.  Ma ormai, con Lutero (e grazie solo al fatto che fu difeso e protetto dal principe di Sassonia, malgrado gli ordini dell’imperatore Carlo V),  la Chiesa Cattolica  perde  il suo potere assoluto  per molteplici motivi.  Come dice il proverbio, “gutta cavat lapidem” (la goccia scava la pietra), e anche la pietra di S. Pietro  cominciava a sgretolarsi  dopo questa pioggia continua di proteste, di ribellioni, di conquiste scientifiche, di dubbi, durata ormai da cinque secoli circa.
     E, nondimeno, la Chiesa Cattolica col Concilio di Trento e le sue riforme anti-riformistiche ovvero antiprotestanti,  con il rafforzamento del’Inquisizione, con l’istituzione di nuovi Ordini intellettuali e pedagogici (Gesuiti in testa, Oratoriani, e altri), non solo resse la sfida protestante, ma addirittura recuperò non pochi territori (tutti i Paesi germanici meridionali, Austria, Baviera,  e gli Slavi occidentali Boemia e Polonia).  Né va dimenticato, per chi sia intellettualmente e storicamente onesto, la difesa compiuta dalla Chiesa Cattolica a favore delle popolazioni degli indios nell’America Latina (nulla di simile fra i protestanti nell’America anglofona !), di fronte alle violenze laiche dei padroni europei e creoli.  Se ancora oggi (XXI secolo !!!)  vediamo esaltare un papa, peraltro non il massimo dell’intelligenza e della coerenza, incerto e vagamente balbettante,  in Paesi protestanti o misti come gli USA,  mentre ciò non succede né per l’arcivescovo di Canterbury, né per qualche prestigioso pastore luterano o calvinista,  né  per il patriarca di Costantinopoli o quello di Mosca,  né per qualche preteso califfo islamico (l’unico analogo potrebbe essere il Dalai Lama, buddista),  ciò ha pure un significato a dimostrare quanto tuttora, pur in mezzo a tanti, e tanto declamati, ateismi e materialismi,  la Chiesa Cattolica mantenga la sua forza ed il suo prestigio nell’intero pianeta .
    Il mondo contemporaneo, come mentalità, non nasce in ambito cristiano,  ma ha una lunga storia ultramillenaria, spesso segreta e clandestina perché  perseguitata o soffocata,  ed è quella del  laicismo, che appare, come al solito,  nell’antica Grecia, con Senofane, critico di Omero e di Esiodo, precursore di Parmenide,  che criticò  con sana ironia l’antropomorfismo  ellenico o di altre religioni mediterranee quale quella egizia (VI secolo a. C.)  nei pochi frammenti rimasti  dice “Se buoi e cavalli avessero le mani come noi, dipingerebbero gli dèi  come buoi e cavalli”, il che, se vogliamo, già era avvenuto in parte con lo zoomorfismo egiziano.  Nasce con Protagora, perché negava che si potesse parlare degli dèi, per la complessità del problema e per la brevità della vita umana.  Cacciato in esilio da Atene, morì in un naufragio mentre si avviava verso la Magna Grecia.  Nasce con Socrate,  che dichiara di nulla sapere, anche se spinto da un dèmone, ma anche di sapere di non sapere, a differenza dei tanti ignoranti presuntuosi del tempo (e, aggiungiamo noi, anche di oggi). Ovvio, venne condannato a morte con la cicuta.   Platone e Aristotele espressero un concetto “laico” del Divino, ossia razionalistico, seppure in forma abbastanza diverse.  Così,  Epicuro e seguaci, che formularono il deismo, ovvero quella dottrina, ripresa circa 2000 anni dopo , secondo cui gli dèi esistono  in mondi speciali (intermundia) nella loro assoluta felicità, ma non si occupano dei disgraziati umani.  Sostenitori  di una Provvidenza divina,  come Legge universale, furono gli stoici.   Tutto ciò fu poi ripreso ed elaborato dai grandi pensatori romani, di cui qui ricordo solo Cicerone, negatore di una “divinazione” umana (ovvero, che l’uomo potesse conoscere attraverso vari fenomeni fisici e celesti  la volontà degli dèi),  e Seneca, che negò  che Dio  potesse rallegrarsi delle nostre preghiere o dispiacersi dei nostri errori, ma, secondo i termini stoici, affermò che Dio pone le leggi, che l’uomo deve eseguire:  un concetto che, in forme diverse,  sarà ripreso da Kant (l’imperativo categorico), da Lessing (Dio educatore dell’umanità), da Fichte e da Mazzini (come Dovere e Missione dell’uomo).   Ma già Pico della Mirandola, col suo rifacimento del Genesi (Dio crea Adamo con ogni potenzialità:  spetta ad Adamo far tesoro di questo nel bene, oppure di ridursi ad essere infimo, e nel male o nell’inerzia),  suggerisce questa idea dell’umanità che deve elevarsi spiritualmente attraverso la cultura, la scienza e la libertà di espressione.
       Il Medioevo, considerato erroneamente come periodo tetro,  ha uomini come Giovanni Scoto Eriugena che formula un’idea di Dio almeno tendenzialmente panteistica in formule che ricordano quelle di Cusano, Bruno, Campanella, Spinoza,  per finire col nostro Gioberti nel XIX secolo.  Attorno al XIII secolo, circola un libro segreto, attribuito da taluni a Pier delle Vigne, poi arrestato e condannato da Federico II di Svevia per tradimento e uccisosi in carcere (il tradimento è poco documentato e fondato su molte illazioni, a cominciare da Dante, che rappresenta Piero nel Canto XIII dell’Inferno),  intitolato “Dei tre impostori”, che sarebbero stati Mosè, Gesù e Maometto.  Pietro Abelardo, di cui si è già parlato, nel dialogo tra un giudeo, un filosofo e un cristiano, pone alcune questioni risolvendole per forza di cose a favore del cristiano,  ma si vede che le sue intenzioni sarebbero a favore del filosofo, razionalista e laico.  Così  nel suo “Scito te ipsum  - Conosci te stesso” sfida il moralismo religioso del tempo quando osserva che, se in una chiesa una donna viene violentata, tutti lamenteranno i sacrilegi verso la chiesa,  mentre per Abelardo  il sacrilegio consiste nella violazione del corpo femminile “tempio di Dio”, un’affermazione che possiamo dire ben moderna espressa nel XII secolo !
      Boccaccio, invece, attraverso la novella “Dei tre anelli”, rappresentando un mercante ebreo, sotto Salah ad Din (il Saladino),  interrogato  da questo su quale sia la dottrina più vera tra le tre religioni del Libro, risponde con la storia di un padre che dà per eredità ai tre figli un anello, di cui l’originale non si sa quale sia, e le due copie sono perfettamente simili all’originale, per cui ciascun figlio vanta il proprio “anello”  come l’autentico.  Così  ognuna di queste tre religioni  vanta se stessa come la sola vera, ma non poteva certo il modesto e astuto mercante dire quale fosse.  Quattro secoli dopo Ephraim Lessing riprese il tema nel suo racconto “Nathan il Saggio”, che è alla base di quella sintesi eclettica concepita dalla Massoneria settecentesca per superare finalmente gli antagonismi fra le tre religioni.
      Prima di queste dottrine, nell’Università di Parigi,  Sigieri di Brabante, fondatore dell’averroismo  latino (ovvero di quella corrente razionalista aristotelica che si ispirava al filosofo arabo Averroè), sosteneva  l’idea di una “doppia verità” (quella biblica, valida nella teologia e nella religione;  quella umana, valida per la scienza delle cose: posizione che, in certa misura, fu poi ripresa da Galilei);  non è un caso che Sigieri, esaltato da Dante che lo spedì in Paradiso,  finì pugnalato da un fanatico cattolico  per le varie accuse di eresia.  Lenta ma continua, spesso a noi ignota perché insegnata in maniera clandestina o con procedimenti allegorici,  la marcia del laicismo che giungeva a chiedersi con Guido Cavalcanti, “se Dio non fosse” (ma già con Gaunilone, rivale di Anselmo d’Aosta,  si faceva la difesa dell’insipiente, inteso come ateo),  come lo descrive il Boccaccio.   Ecco emergerla con Miguel Serveto e la negazione della trinità, da cui la condanna dell’Inquisizione spagnola, eseguita di fatto dall’Inquisizione calvinista a Ginevra.  Rinasce il monarchismo, eresia dei primi secoli, col nome ora di unitarianesimo, negazione della divinità di Cristo e riaffermazione dell’unità divina.   Dopo Serveto, avremo Ochino,  Giulio Cesare Vanini (a cui fu strappata la lingua prima del rogo:  aveva 34 anni !), e i fratelli Fausto e Lelio Socini.
    Ma  è in Gran Bretagna il filosofo Herbert of Cherbury (1583 – 1648) a formulare per primo il concetto di deismo,  poi largamente usato, come teoria della religione naturale, razionalista,  fondata sull’esistenza di Dio (provvidente o non provvidente che sia), sulla sua creazione del mondo (in termini a noi ignoti), sull’esistenza dell’immortalità dell’anima, come ente individuale, libro, cosciente, responsabile, guidato dalla ragione logica ed etica, che determina i nostri aspetti spirituali.  Sarà seguito da Shaftesbury, Clarke, Hutcheson, Tindal, Toland,  Wolff ecc..  Di Toland, va detto che in lui vi è una lunga evoluzione: dalle “Lettere a Serena” (che sarebbe stata un’intellettuale del tempo, la principessa Sofia Carlotta di Hannover:  Toland è anche un femminista, perché incoraggia l’educazione intellettuale delle donne) , dove esprime lo sforzo per ritrovare la radice razionale della religione cristiana fino a “Pantheisticon”, dove invece esprime favore per una concezione panteistica di Dio,  organizzata da una società che ha molte analogie con la Massoneria.  Interessantissimo, sul piano storico e filologico, il lavoro di interpretare antichi documenti (specialmente il Vangelo degli Ebioniti e alcune fonti arabe alla base della nascita dell’Islamismo,   ovvero Vangelo di Barnaba), per quanto lo consentissero i frammenti e le citazioni a noi rimasti.   Pierre Bayle, tra l’agnostico e lo scettico, autore di un Dizionario storico-critico, modello poi per quello di Voltaire e l’Enciclopedia delle Scienze e delle Arti, celebre monumento illuminista,  si pose per  primo il  problema se l’ateo potesse avere una morale propria, ovvero autonoma (come sarà poi per Kant), e non eteronoma, ovvero dipendente da una qualche religione.  Per Bayle la risposta fu affermativa:  anche l’ateo può avere una propria morale, e non meno nobile rispetto  a quella del credente.
    Deismo e laicismo avranno poi ulteriori sviluppi soprattutto fra Settecento ed Ottocento,  come espressi da Voltaire, Helvétius, Diderot, d’Holbach, Hume, Rousseau [62], Louis-Marie La Revelliére-Lepeaux, quindi da Lessing,  Kant, Herbart, Fichte, Schelling, in parte Hegel (soprattutto della fase giovanile),  Friedrich David Strauss, Bruno Bauer,  e nei nostri Vico,  Romagnosi,   Mazzini, Gioberti, Cattaneo. A metà strada fra Cristianesimo e laicismo, sono le concezioni religiose di un Claude-Henri de Saint-Simon e Felicité de Lamennais, peraltro teorici di un socialismo religioso. Più tardi ancora, sviluppi in un senso o nell’altro (teista, deista, panteista e ateo),  si ebbero con Herbert Spencer,  Ernst Haeckel, Roberto Ardigò,  Miguel de Unamuno, Bernardino Varisco, Piero Martinetti,  Pantaleo Carabellese.  
      In effetti,  il termine laicismo, da  laico, che è concetto cattolico come per colui che non è sacerdote, chierico, sarebbe alquanto improprio per chi rigetta  l’istituzione ecclesiastica, pur credendo in Dio, ma ormai l’uso predominante del termine ha assunto significati diversi nel corso storico, ovvero si è laici, ma credenti nella divinità non “delegata” ad istituzioni e persone religiose, laici in quanto “indifferenti” al problema (salvo celebrare riti per pura convenienza sociale),  e laici anche atei, purché tuttavia non avvenga, come nell’Unione Sovietica e negli Stati comunisti, che l’ateismo diventi una concezione imposta ed intollerante di altre convinzioni metafisiche o religiose, perché allora l’ateo non sarebbe più laico, ovvero tollerante. Di fatto, oggi non esistono più deismi o teismi razionalisti, ma rispetto al problema di Dio,  si tende alla noncuranza, all’indifferenza, perfino tra persone che frequentano le chiese, per semplice abitudine sociale.  Il che, a mio parere,  non è certo positivo, perché l’indifferenza non favorisce il confronto e l’approfondimento delle reciproche convinzioni, e questo a sua volta può contribuire alla resurrezione di forme fanatiche.   La fede religiosa, per essere seriamente solida, deve temprarsi ed affinarsi all’esame critico della ragione e della filosofia,  altrimenti o cade nello scetticismo puro (indifferenza), o nella semplice negazione, o all’opposto negli estremismi religiosi, magari diversi dalle convinzioni iniziali (conversione).   Il credente per abitudine (sono cristiano perché i miei genitori, nonni e bisnonni, antenati, furono cristiani, e quanto a me vado a messa, utilizzo i sacramenti, prego e faccio processioni, ma poi faccio abortire mia moglie, divorzio oppure pratico atti sessuali considerati peccaminosi dalla Chiesa, vado in Comune per registrare il suicidio assistito  o un matrimonio gay, sono partigiano dell’eutanasia, e così via), molto spesso alla prima grossa disgrazia, crolla rapidamente, negando acriticamente ciò in cui prima acriticamente credeva.  Molti credenti abitudinari ed irrazionalisti preferirebbero magari il martirio dei leoni o  del rogo, piuttosto che affrontare un’analisi critica delle loro credenze:  dover capire perché crede in questo o quello, diventa una tortura psicologica più  terrificante dei vecchi tratti di corda.   Sono questi i personaggi più facili a farsi convincere dal fanatismo, oppure da pratiche religiose, confuse e misteriche, specie se di provenienza occidentale transoceanica.    Va infine chiarito che, nel laicismo, si possono anche distinguere due tendenze, in materia gnoseologica (della conoscenza in generale, e non solo teologica):  quella dell’agnosticismo, che è -  come in Socrate -  un “sapere di non sapere”, intuire l’esistenza dell’ente senza poterne individuare o determinare le caratteristiche,  e quella dello scetticismo che è un “non sapere  assoluto”,  impossibilità di conoscere una qualche verità o determinare in un qualche modo la realtà (si potrebbe citare il caso estremo di Pirrone che, dubitando dell’ostacolo che vedeva,  vi andava a sbattere contro, ma questa è probabilmente un’esagerazione satirica, in quanto, se si arrivasse a tali dubbi sulle nostre capacità sensoriali, non potremmo neppure sopravvivere, e non solo vivere).   Agnosticismo e scetticismo sono molto importanti sul piano critico-metodologico perché insegnano a non fidarsi troppo di ciò che pare, ma non è, evidente .

      Ciò chiarito, passiamo ora all’esame di alcune dichiarazioni protestanti a partire da colui che viene considerato tra i primi teorici della tolleranza, ovvero John Locke:
“… I papisti [ovvero seguaci del papa, cattolici] non devono godere i benefici della tolleranza, perché, dove essi hanno il potere, si ritengono in obbligo di rifiutarla agli altri:  E’  infatti irragionevole che abbia piena libertà di religione [63] chi non riconosce come proprio principio che nessuno debba perseguitare o danneggiare un altro per il fatto che questi dissente da lui in fatto di religione [sebbene nel Regno Unito  i cattolici costituiscano una minoranza innocua, nondimeno essendo intolleranti nel resto dell’Europa dove costituiscono la maggioranza,  non devono essere tollerati: tutto sommato, un certo grado di ipocrisia nel pensiero  lockiano]. Infatti, se è vero che la tolleranza è posta dal magistrato come fondamento su cui stabilire  la pace…, tollerando uno che gode dei benefici di quest’indulgenza condannandola al tempo stesso come illecita, egli non fa altro che blandire chi professa di essere  tenuto a danneggiare il suo governo non appena sia in grado di farlo.
    E’  impossibile… rendere i papisti amici del governo fintantoché sono papisti, poiché essi sono suoi nemici…  perciò devono essere considerati nemici irriducibili della cui fedeltà non ci si può mai garantire fintantoché essi sono debitori di cieca obbedienza ad un papa infallibile che porta legate alla cintura le chiavi della loro coscienza…” [64] .
     E’  così evidente che la tolleranza religiosa vale solo per chi è  tollerante, ma chi lo sarebbe per Locke ?   Solo gli Anglicani e gli altri gruppi protestanti.  Infatti, ecco che cosa dice sugli atei, verso i quali, ma con motivazioni diverse, non deve esserci tolleranza, altrettanto che per i cattolici :
“… In quarto e ultimo luogo non devono in alcun modo essere tollerati coloro che negano che esista una divinità.  Per un ateo, infatti, né la parola data, né i patti, né i giuramenti [ricordo che durante le persecuzioni anticristiane dell’Impero, i Cristiani venivano colpiti proprio per il divieto di giuramento e varie sette  eretiche altrettanto si rifiutavano di farlo, secondo quanto Gesù  stesso affermò:  “Sia il vostro parlare sì, sì, no, no:  il più viene dal Maligno”: Locke pare completamente ignorarlo, e l’intera società anglosassone, che ha il vizio di giurare sulla Bibbia anche ciò che si oppone  alla Bibbia, dimostrano livelli di ipocrisia anche superiori a quelli del tradizionalismo cattolico], che sono i vincoli della società umana, possono essere stabili o sacri;  eliminato Dio anche soltanto col pensiero, tutte  queste cose cadono.  Inoltre, chi elimina dalle fondamenta la religione per mezzo dell’ateismo, non può in nome della religione rivendicare a se stesso il privilegio della tolleranza…” [65] .  Della terza lettera  sulla tolleranza, basti il titolo del capitolo X:  “Della necessità della forza in campo religioso” [66] .
    Questo, senza doverci dilungare troppo, scrive un teorico della libertà, in altre opere con un pensiero rivoluzionario addirittura più avanzato di quello di Montesquieu, tanto da appoggiare l’idea dell’appello a Dio, ovvero del diritto del popolo alla rivoluzione contro tiranni e re assoluti, e che nel “Saggio sull’intelletto umano”  esprime un’idea di  Dio più vicina a quella dei razionalisti, che non a quella dei Cristiani in generale.  Che cosa dovremmo aspettarci da un Thomas Hobbes, sostenitore dell’assolutismo e della famiglia Stuart, riguardo ai medesimi problemi [67]?   Ciò spiega pure la morte  di un Thomas More che, fedele al Cattolicesimo, alla Chiesa Cattolica e al papa di Roma, rifiutò, come analizzerò più avanti, di riconoscere la validità del matrimonio di Enrico VIII con Anna Bolena e la costituzione della Chiesa Nazionale (autocefala, avrebbero detto i Greci ortodossi) Anglicana, per cui venne condannato a morte come traditore.  Thomas More, noto tradizionalmente come Tommaso Moro, fu autore dell’opera “Utopia”,  una finzione che rappresenta uno Stato ideale e sociale, sul modello platonico [68] .
    E’  evidente che ogni religione che pretenda di essere la registrazione delle rivelazioni  divine non può, per definizione e fatte salve le contraddizioni dell’animo umano, l’indifferenza, il nicodemismo ed altre forme più o meno aperte di ipocrisia,  essere in alcun modo tollerante.  Per cui non ci si dovrebbe meravigliare che, pur nel secolo dello sviluppo scientifico  come tra XVI e XVII, ma anche il secolo delle guerre di religione con l’espansionismo musulmano al centro dell’Europa, la disgregazione del Cristianesimo e le lotte ferocissime tra le varie forze in campo anche in funzione di predominio territoriale, la tolleranza religiosa fosse stata più uno slogan contro gli avversari  che un vero prodotto  di convinzione, e nondimeno vi furono vari pensatori che tentarono, allora  completamente ignorati,  di diffonderne il principio e la prassi.
     Vediamo che, ad esempio, Martin Lutero, partito dal principio di libero esame della Bibbia,  era ben presto entrato in polemica con i vari riformatori, come Zwingli, svizzero,  e Calvino, francese, ma rifugiatosi a Ginevra dove di fatto  diresse la città, allora del tutto autonoma e sovrana.  Così si oppose con estrema durezza contro Thomas Muentzer, che sulla base di alcuni princìpi evangelici della povertà  (solito tema ormai plurisecolare…), si era messo a capo della rivolta dei contadini germanici nel 1525.  Va detto che il Cristianesimo, in materia sociale, ha scoperto certi princìpi di natura sociale solo con la celebre “Rerum Novarum”  di papa Benedetto XV a fine Ottocento, a parte alcuni isolati pensatori come Lamennais o Gioberti.  In effetti i princìpi evangelici elogiano la povertà come condizione fisica ed economica per salire più rapidamente in Paradiso (la cruna, l’ago, il cammello o la corda che fosse:  il senso è che i ricchi molto difficilmente salgono in Paradiso).   Ma il povero è correlativo al ricco, in quanto senza il ricco,  il non potrebbe ricevere l’elemosina, e senza il povero, il ricco non saprebbe a chi far dono della sua ricchezza.  Un solo apostolo, Giacomo, esprime nella sua Lettera una forte deprecazione contro i ricchi, specialmente al cap. 5, accusandoli, in termini che diremmo socialisti, di aver defraudato il salario dei lavoratori.  Nessun altro arrivò a termini così duri e, certo, inequivocabili.   Fu probabilmente proprio a  Giacomo  che  si rifecero i contadini ribelli di Thomas Muentzer (in Europa vigevano ancora la servitù della gleba e le condizioni durissime di vita a cui i contadini erano sottoposti).   Chi, fra i  due gruppi opposti, cominciò la lotta violenta ?   E’  difficile dirlo:  l’ignoranza sfocia presto in violenza, ma l’ignoranza non era certo una colpa dei contadini, bensì la condizione culturale a cui erano di fatto obbligatoriamente sottoposti.  Essi espressero le loro idee in 12 punti, il primo dei quali esigeva il diritto di elezione dei capi;  nel secondo, si voleva che le imposte  in natura sarebbero state pagate solo come decime ai parroci, ed il resto per i poveri.  Il terzo punto,  diceva espressamente “Sarà soppressa la schiavitù, perché Cristo col prezioso sangue ci ha tutti redenti senza distinzione” [69] .   I vari  punti, senza voler travolgere i rapporti di dipendenza sociale del tempo,  oggi potrebbero sembrare del tutto moderati, a parte questo terzo.  Il XII afferma che gli articoli contrari alla “parola di Dio” erano automaticamente abrogati, ovvero non validi.   Quindi, nessuna  rivoluzione religiosa.  Nondimeno vi furono delle violenze, a cui risposero violenze maggiori.  Lutero, che in un primo momento avrebbe voluto  far da intermediario, riconoscendo come giuste alcune rivendicazioni,  forse timoroso di perdere  la protezione datagli dai nobili tedeschi,  in un lungo scritto non solo attacca come opera demoniaca la rivolta contadina, ma sollecita i principi a scatenare una lotta feroce e repressiva contro di essi :
“Nel precedente libretto [“Esortazione alla pace”] non ardivo giudicare i contadini, perché avanzavano richieste giuste…, d’altronde anche Cristo impone di non giudicare (Matt. 7, 1).  Ma in un batter d’occhio essi hanno  passato la misura… e predano e infuriano come cani furiosi… In breve, esercitano solo opere infernali e in particolare è l’arcidiavolo [Thomas Muenzer] che li governa da Muehlhausen e non va preparando che rapine, assassinii e spargimento di sangue, come dice di lui Cristo (Giov. 8, 44)… [oltre che di satanismo li accusa di tradimento e di infedeltà ai loro signori,  di aver preparato una rivolta, di coprire col Vangelo i loro delitti proclamandosi “Fratelli Cristiani”].  Già per questo meritano dieci volte la morte del corpo [si vede il 10 trattarsi di una fissazione tedesca: per ogni Tedesco ucciso, Hitler ordina che siano ammazzati 10 Italiani, poco importa se colpevoli o innocenti] e dell’anima, perché non udii giammai peccato più orrendo… [dopo aver confutato le pretese contadine con le solite citazioni di versetti biblici,  continua].
  Poiché ora i contadini eccitano contro  di sé entrambi:  Dio e gli uomini, e poiché per tante ragioni sono già passibili della morte del corpo e dell’anima,… devo a mia volta indicare all’autorità civile come deve comportarsi in buona coscienza [quantunque ormai non più monaco agostiniano  - aveva stracciato l’abito e si era poi sposato con un’ex-monaca  (questi fanatici religiosi scoprono di avere un sesso in età avanzata) -  e privo di poteri politici, ordina quanto poi si dirà  ai principi tedeschi !] in questa situazione…
   Si devono offrire ai folli contadini, benché non lo meritano, proposte giuste e ragionevoli.  Da ultimo, qualora tutto ciò non giovi, bisogna mettere mano senz’altro alla  spada… [dopo ulteriori predicozzi e giustificazioni, conclude]…
 I tempi sono così straordinari, che un principe spargendo sangue può guadagnare il cielo meglio che altri pregando…
   Perciò, cari signori, liberate, salvate, aiutate e abbiate misericordia della povera gente;  ma ammazzate, scannate, strangolate quanto potete;  e se ciò facendo sopraggiungerà la morte, buon per voi, non potreste incontrare mai morte più beata, perché morite in obbedienza alla parola e al comando di Dio (Rom. 13, 5 ss)…” [70].
   Ricorda molto il grido  contro gli Albigesi e gli abitanti di Béziers del 1209,  di cui sopra, “Uccideteli tutti…”.  Vi è qualcuno che decanta tanto le radici cristiane dell’Europa:  eccole !   Qualcuno cercherà, come spesso avviene,  di giustificare l’ira di Lutero a causa delle violenze contadine.  Ma, ammesso che queste precedettero quelle principesche, ebbene,  anche i contadini di Muentzer si proclamavano “fratelli cristiani”, e questi in nome di Cristo si ammazzavano a tutto spiano .
    Come si esercitò  l’Inquisizione negli Stati protestanti ?  Essa non dipendeva, come negli Stati cattolici, da una sorta di Polizia e Tribunale speciale, anche per il semplice fatto che i Protestanti, fin dalla prima rivolta di Lutero  (rivolta di cui si era scordato, quando se la prese con l’”arcidiavolo”  Muentzer),  negavano e rifiutavano gli Ordini religiosi,  né si sforzarono di creare Tribunali straordinari, seppure retti da giudici laici.  Essi utilizzarono i Tribunali normali, civili o penali, i quali, quanto a violenza e crudeltà  superavano piuttosto che moderare la crudeltà di quelli dell’Inquisizione cattolica, utilizzando gli stessi metodi allora in voga contro la criminalità comune.  Se i tribunali cattolici usavano i tratti di corda, il  cavalletto ed altri sistemi “senza effusione di sangue”, quelli ordinari penali, non avevano certo limiti, passando dai ferri roventi ad altre sevizie con cui estrarre la “verità” preventivata  dalla bocca dei torturati.  Ora, infatti, vediamo che cosa scrive Filippo  Melantone,  intellettuale, umanista, professore universitario [71],  a proposito di eresie e di repressioni delle stesse :
“… Pertanto i profani e gli epicurei, mostratisi colpevoli per evidenti ed efferati misfatti, possono  essere al massimo scomunicati… non è permesso ai ministri del vangelo di ucciderli o di costringerli all’obbedienza con la forza [oh, che bello, dirà l’eroico lettore che mi ha seguito fin qui…]…
… Così come gli Anabattisti [72] hanno tentato di fondare nuove chiese e di mettere insieme alcune loro specifiche assemblee…  Alcuni da Muenster hanno anche preso in mano la spada per estirpare i malvagi… e per riunire un nuovo popolo di fedeli e ampliare il regno di Cristo con la violenza fisica.
    A tutti costoro Cristo oppone queste parole [segue la citazione del grano e della zizzania:  questa venga fatta crescere per non rovinare il grano, ma poi deve essere distrutta:  quindi non vi è idea di tolleranza in Melantone]… Ancor meno vuole che chi insegna il vangelo [nella chiesa] compia azioni estranee alla propria mansione, che prenda le armi, che si arroghi il diritto di punire con la forza dietro il pretesto del vangelo…
    Ora qui ci si chiede, se  Cristo con queste parole abbia voluto vietare gli uffici istituiti per volontà divina… sia anche quelli propri dell’autorità civile o dei magistrati, ai quali altrove  si ordina di punire con le armi e di infliggere pene corporali ai colpevoli di delitti pubblici  [col suo apparente lassismo Melantone sostiene che, mentre ai religiosi è vietato di intervenire,    ai magistrati civili, con poteri autoritativi, ciò era possibile, il che assomiglia a quanto sostiene la Chiesa Cattolica quando affida i “malfattori” al braccio secolare, dopo  - però  - un suo proprio giudizio separato].
   Rispondo. Non è proibito tutto ciò che attiene  all’ufficio dell’autorità ecclesiastica e politica, ma è vietata la confusione della diversità esistente tra questi uffici…” [73].
   Fatte le debite distinzioni fra chi esercita la funzione religiosa e chi quella politica, aggiunge :”… Il magistrato o l’autorità civile, invece, ha il diritto di vita e di morte, perché  è a capo  di un regno mondano, che è di gran lunga altra cosa dal regno di Cristo “ [74] .
     Quali gli specifici compiti del magistrato civile (laico, statale) ?  La tutela dell’ordine pubblico, l’emanazione di leggi,  le modalità di punizione, il rispetto della pubblica moralità, l’uso della forza per ottenere obbedienza alle leggi, colpire la bestemmia, vigilare sulla conoscenza della sana dottrina della chiesa,  punire i blasfemi, gli spergiuri, i maghi e gli eretici, prestando attenzione al Vangelo [75].  Si rivelano pertanto assai ingenui coloro che, in assenza del nome o della specifica istituzione inquisitoriale per fatti religiosi,  credono che il Protestantesimo non avesse un’inquisizione.  Questa era completamente delegata al magistrato civile (laico, ordinario), il quale  sicuramente era ancora meno idoneo a saper distinguere le eresie dalle convinzioni ortodosse.  Dunque, per Melantone e tutti i gruppi protestanti, non si tratta di tollerare l’eterodossia o eresia, ma di affidarne la persecuzione al magistrato pubblico che si occupa di tutti i reati “comuni” .
  Più avanti, ponendosi la domanda “Se si debbano uccidere gli eretici”, obiettando sulle tesi dei tolleranti che lo negavano,  Melantone sostiene che, come il magistrato non può obbligare qualcuno ad amare la propria moglie, ma può e deve punirlo se il suo adulterio è reso noto, “…Così il magistrato non punisce i reati che si riferiscono alla religione… fino a quando rimane nel cuore. Ma non dal momento in cui [tale religione]si manifesta con una professione esterna, con un discorso e con azioni esteriori.
… Da solo il magistrato non è un giudice:  l’inchiesta è di competenza della chiesa.  Ma essendo il magistrato membro della chiesa [pur senza essere ecclesiastico o pastore], ha il dovere di partecipare all’inchiesta ordinaria assieme agli altri membri della chiesa… Quando poi il fatto è stato regolarmente giudicato, cioè quando è stato dimostrato che alcuni insegnano empietà e le difendono tenacemente, allora il magistrato ha il dovere di prendere quei provvedimenti che sono propri del governo civile:  punire i blasfemi, vigilando che non contaminino altri. M prima deve esserci sempre l’indagine e a norma di legge… se si sarà che la cosa è vera e il fatto sussiste…” [75] .
     Pur attraverso ghirigori sofistici, che differenza sostanziale vi è, nel metodo, dall’Inquisizione cattolica ?  Prima indagano gli uomini di chiesa, tra cui vi è lo stesso magistrato  civile, poi questo (detto dai cattolici “braccio secolare”)  giudica e fa eseguire la condanna, sulla base della legge vigente, se l’eresia sussiste effettivamente.  Melantone certo non si pone la domanda se una semplice diversità nei dogmi di fede giustifichi indagini ed eventuali punizioni.  Naturalmente la cosa che oggi ci stupirebbe  è che, nei vari antagonismi cristiani, uno diceva all’altro “sei eretico” e pertanto”degno di morte” [76] .
    A proposito di Miguel Serveto, di cui riparlerò più avanti, dopo essersela presa con gli eretici antichi, Melantone dice :
“… Ai nostri giorni Serveto ha escogitato in modo astuto delle deformazioni dell’articolo sulla persona di Cristo… Tentava di svicolare in ogni modo e ricercava le testimonianze della scrittura e il consenso della chiesa primitiva, che invece affermano che il logos è ipostasi, e non verbo evanescente…” [77].
  Prosegue sostenendo che i “papisti” (ovvero seguaci  del papa), non sono veri “cattolici”, ovvero “universali”, ma sono solo eretici a loro volta, mentre sono loro stessi (ossia, i luterani) i veri “cattolici”.
    Alla predica successiva “Invocavit”, di nuovo si scatena contro le eresie, antiche e moderne e contro il celibato ecclesiastico:
“… Anche oggi le dispute teologiche non mancano davvero!  Pochi si attengono alla dottrina genuina.  Molti sono abili riformatori, pretendono d’essere sapienti, vogliono modificare tutto. Assecondano le loro deduzioni… stravolgono la dottrina…
Osiandro [Osiander, ovvero Hoseman] afferma che noi abbiamo annunciato un Cristo dimezzato…. Asserisce che l’uomo viene giustificato non per il sangue di Cristo, ma per la giustizia essenziale…
  Così Serveto ha avuto i suoi sostenitori, diffondendo dogmi contro la divinità del Figlio di Dio…
   Questo tipo di tentazione è molto frequente in età giovanile.  Molti provano piacere nel portare avanti discussioni inverosimili…” [78] .
   Ovviamente tutte queste tentazioni sono opera del demonio e vanno combattute, sia con la predicazione, sia  con la forza.  Ma il tanto affermato “libero esame” dei testi sacri, ne “La libertà del Cristiano” di Lutero, da parte luterana dov’è ?   Serviva per ribellarsi alla Chiesa Cattolica, ma poi ?   Mi pare dunque d’aver dimostrato che il ritenere il Protestantesimo favorevole al nascere dello spirito critico e della libertà di  pensiero,  sia una grossolana ingenuità: ognuno dei contendenti contrappone la propria fede come la vera e nega che l’altro rappresenti la verità, salvo nei punti comuni. Perlopiù,  tra Protestantesimo e Cattolicesimo, la differenza verte non su questioni propriamente teologiche, ma di struttura  gerarchica e sulla funzione dei sacramenti, che vengono di fatto rinnegati, poi su quelle liberali e spesso ricche donazioni date alla Chiesa per indulgenza (perdono) dei peccati, note appunto come indulgenze. Potremmo pure paragonare il Cattolicesimo ad un carcere degli spiriti ben organizzato, con carcerieri ligi e severi, mentre il Protestantesimo fu un carcere mal organizzato con porte sfondate, muri cadenti e carcerieri mezzo orbi e sordi,  ma sempre di carcere si trattava.
     Per il resto, se non sono zuppa, sono “pan bagnato”. E tutto ciò accadeva, va ricordato per una migliore intelligenza dei fatti, mentre le armate musulmane dei Turchi Ottomani minacciavano l’Europa  dalla Penisola Balcanica fino a Budapest e Vienna, tanto per capire che teste circolavano allora  in Europa, non granché migliori delle attuali !

      Se gli antagonismi tra cattolici e protestanti (luterani e calvinisti)  hanno qualcosa di miserando,   il processo a Thomas More, decapitato per la sua fedeltà al cattolicesimo, alla Chiesa Cattolica e alle sue direttive in materia di matrimonio anche tra sovrani, raggiunge livelli di bassezza smisurata, perché il tutto nasce dalle voglie sessuali del re di Gran Bretagna Enrico VIII, un grassone abbastanza vizioso  e capriccioso.  Qui non c’è nemmeno la questione di gerarchie o di sacramenti, ma delle pure voglie di questo signorotto capriccioso,  vera espressione del “quod principi placuit, legis habet vigorem”. Il brav’uomo si era sposato con Caterina d’Aragona, di cui però si era stancato, attratto dalla celebre Anna Bolena.  Malgrado avesse più che consumato le nozze con la Caterina,  voleva che il papa Clemente VII  gliele annullasse per sposare, come un verginello, la signorina Anna.  Il papa rifiutò,  allora si fece annullare il matrimonio dai suoi cardinali britannici.  Clemente VII rispose con la scomunica, a cui Enrico VIII rispose con l’Atto di Supremazia (1534), proclamando del tutto indipendente la Chiesa Cattolica d’Inghilterra, da allora  in poi chiamata Anglicana, conservando quasi tutto salvo la dipendenza da Roma, ma mantenendo le persecuzioni soprattutto contro luterani e calvinisti inglesi, per le quali prima era stato proclamato defensor fidei.  A titolo di gossip, ricordo che si stufò anche di Anna Bolena, che mandò al patibolo (1536), e poi cambiò con i suoi sistemi uxoricidi altre due mogli.  Qualcuno disse che l’uxoricidio è un divorzio all’italiana [79], titolo di un celebre film:  perché  nessuno dice che è un divorzio all’anglicana ?  Queste dunque le serie motivazioni storiche della Chiesa Anglicana, la quale  - anche per impadronirsi di vari beni conventuali  -  ne eliminò gli Ordini .
     A questo punto si inserisce la persecuzione, il processo e la morte di Tommaso Moro, ovvero Thomas More, il quale fu uno dei pochi [80] in Gran Bretagna a rifiutare questa tragica farsa pseudoriformistica, e a morire da martire in difesa della fede cattolica.  Si pensi che, malgrado tale martirio affrontato con coraggio e perseveranza,  venne proclamato santo appena nel 1935 ad opera di Pio XI insieme all’altro cattolico, vescovo oppositore del pluri-uxoricida Enrico VIII,   John Fisher, con alcuni monaci, uno brigidino ed altri certosini.  La storia della riforma protestante raggiunge qui il livello di una farsa sanguinaria.
    Poiché i giuristi sono sempre servi devoti di ogni potere, anche se tirannico o violento (seguiti in questo dalla gran massa dei giornalisti),  ci fu ben chi  preparava documenti fondati su pretesti cavillosi per dimostrare come e qualmente il primo matrimonio, quello con Caterina d’Aragona, fosse nullo per principio. Ciò venne proclamato nell’Atto di successione nel quale si sosteneva che, essendo stata Caterina d’Aragona già cognata pur vedova, del re, questo matrimonio era un incesto. Un codazzo di giuristi, specie docenti di Diritto canonico,  avevano  sostenuto tale tesi. Tra l’altro, il bravo reuccio aveva avuto per amante la sorella di Anna Bolena, per cui l’uomo era ben dotto in materia di tali “incesti”. Comunque sia, l’arcivescovo Cranmer il 23 maggio 1533 annulla il primo matrimonio, poi il 28 maggio (pragmatismo e tempismo britannici !) sancisce le nozze con Anna Bolena, la quale  - a sua disgrazia, poveretta  -  divenne regina il 1°  giugno, rapida carriera finita nel giro di tre anni.   Detto di passaggio, questo cialtrone di arcivescovo finì  condannato per eresia nel 1553, ad opera di Maria la Cattolica (figlia della Caterina) e soprannominata pure la Sanguinaria nella sua breve restaurazione del cattolicesimo in Gran Bretagna.  Nell’Atto di successione,  Enrico VIII  fa scrivere:
“… i quali matrimoni [asseriti incestuosi, sebbene non  vi siano legami genetici di nessun genere fra i due sposi], benché manifestamente vietati … dalle leggi di Dio [quali ? anzi nella Bibbia si fa obbligo al fratello di sposarne la vedova,  cfr. anche il dialogo  tra i Sadducei e Gesù], tuttavia hanno avuto luogo a motivo di presunte dispense…  nessun uomo, di qualsiasi stato, grado o condizione ha potere di dispensare dalle leggi di Dio, come confermano e pensano la totalità del clero di questo regno riunito in Convocazione e la maggioranza delle famose Università dell’intera cristianità, e come afferma e ritiene questo Parlamento…”[81].
    Questo capolavoro di egoismo sessuale, travestito da opera giuridica,  si conclude poi dichiarando trattarsi atto di alto tradimento  quello compiuto da chi non riconosca il secondo matrimonio e le sue “giuridiche” motivazioni, comminando la pena di morte, con i soliti graziosi sistemi del tempo (squartamento, ecc.) [82] .    In un nuovo Atto di successione si prevedeva una formula di giuramento di fedeltà al sovrano e alla sua seconda moglie Anna Bolena (poi spedita al patibolo per adulterio compiuto, e qui si vede il “dolo” del bravo Enrico fedifrago e pluriuxoricida, col fratello di lei George Boleyn visconte di Rochfort, evidentemente perché non poteva accusarla di rapporti sessuali con estranei alla famiglia, così oltre all’adulterio vi fu l’accusa di incesto:  il fratello fu decapitato due giorni prima di lei),  nonché ai loro discendenti,  annullando tutti i giuramenti precedenti contrari  a questo,  vietando qualunque tentativo di impedire quanto previsto nell’Atto. L’obbligo di giuramento valeva per tutti i sudditi.  A questo seguì  l’Atto di supremazia venne approvato, come i precedenti, dal Parlamento  nel novembre 1534:
“Benché la Maestà del re sia e debba giustamente e legittimamente essere capo supremo della Chiesa d’Inghilterra [una legittimità imposta dal re stesso per i suoi capriccetti] – e come tale sia riconosciuto dal clero di questo regno per decisione delle Convocazioni dei vescovi – tuttavia, a rafforzamento e conferma di tutto ciò e ad incremento della religione di Cristo [povero Cristo !!!] in questo regno d’Inghilterra e a repressione e estirpazione di tutti gli errori, eresie  ed altre irregolarità e abusi fin qui in esso esistenti, per delibera di questo Parlamento sia decretato che il re nostro sovrano, come pure i suoi eredi e successori, re di questo regno, sia riconosciuto, accettato e reputato quale solo e supremo capo della Chiesa inglese, o Anglicana Ecclesia, sopra la Terra [!!!  - modesto !], ed abbia o goda, congiuntamente e unitamente alla corona imperiale di questo regno, sia il titolo e l’appellativo ad essa inerenti, sia tutti gli onori, dignità, priorità, giurisdizioni, privilegi, poteri, immunità, profitti e beni spettanti e pertinenti alla suddetta dignità di capo supremo della stessa Chiesa…” [83].
     Di passaggio, si può notare che il titolo di questo reuccio (allora ben lontano dalle conquiste coloniali fatte nei secoli successivi) si proclamava re d’Inghilterra, di Francia e Irlanda, Difensore della fede, ecc.  Ormai, con la sconfitta nell’ultima fase della Guerra dei Cent’Anni e la Guerra delle Due Rose,  la corona inglese aveva completamente perso i feudi in Francia, salvo La Rochelle, recuperata dal cardinale Richelieu nella guerra dei Trent’Anni.
     A questi due Atti, seguì uno nuovo sui tradimenti, dopo  lo Statuto di Edoardo  III. E’ interessante riportare come, durante il processo del 1571 a Thomas Howard, duca di Norfolk,  si manifestasse l’opinione del giudice inglese in quella che gli anglomani considerano già dal XIII secolo modello di democrazia,  una delle balle maggiori che in tema storico si possano cantare (in due battute si verifica anche la mentalità giuridica inglese che, con poche varianti, dura tuttora) :
“ Norfolk: ‘Voi asserite che la mia incriminazione poggia esclusivamente sullo statuto di Edoardo III.  Ma quello statuto si riferisce a tre casi ben definiti:  tramare la morte del principe, muovere guerra contro il principe e dare aiuto ai nemici del principe; e per ciascuno di questi l’accusa deve fondarsi su provate azioni manifeste […]’.
Il Presidente della Corte (Catlin):  ‘Nessuno interpreta la legge meglio della consuetudine [ovvero, la consuetudine, come nel Diritto canonico,  è la prima norma della gerarchia delle leggi,  ci si basa sul principio dello stare decisis o sistema sentenziario.  Conta non la legge scritta, ma l’applicazione giudiziaria, di qui il conservatorismo nei supplizi], cioè della consuetudine secondo cui è stato inteso e interpretato; e quello Statuto non è che un atto declaratorio della legge consuetudinaria’ “ [84] .
      Ecco quanto delibera il nuovo enrichiano “Atto su tradimenti” del 1535 :
“ Sia dunque decretato, con l’assenso e il consenso del Re nostro signore e sovrano, dei Lords spirituali [arcivescovi e vescovi della nuova Chiesa] e temporali e dei Comuni qui riuniti a Parlamento, e per delibera del Parlamento stesso, che a partire dal prossimo 1° febbraio, chiunque dolosamente – da solo o in concorso con altri – con parole o con scritti intenda, si proponga o desideri, o di fatto progetti, trami, tenti o perpetri alcunché inteso  a recare fisicamente danno alla regale persona del Re, della Regina o dei loro legittimi eredi, od a privarli, o a privare qualsivoglia di loro, della dignità … della loro regale condizione; o calunniosamente e dolosamente propagandi o asseveri esplicitamente con parole o con scritti che il Re nostro sovrano e signore è eretico [come si può constatare,  nell’Europa di quei secoli,  la separazione tra potere religioso e potere politico non era per nulla compiuta, ma  - va detto  - in teoria nella Gran Bretagna d’oggi, dove il re o regina sono Capi della Chiesa anglicana,  questa separazione non è ancora avvenuta], scismatico, tiranno, fedifrago o usurpatore della corona…  sia giudicato reo di tradimento… subire la pena di morte e gli altri rigori nelle forme e i modi stabiliti e consueti nei casi di alto tradimento” [85] .
    Questa era la “democrazia” britannica tra il XVI e XVII secolo tanto osannata dagli anglomani.  Va pure ricordato come l’orrida procedura e le sue presunte basi giuridiche, furono imposte dal re al Parlamento, più tardi dal Parlamento al re, poi da Cromwell ai suoi nemici, quindi di nuovo dal re ai regicidi.  In Gran Bretagna si cominciò a respirare aria liberale solo con l’avvento della dinastia Orange, dopo la Seconda Rivoluzione detta gloriosa con la proclamazione del Bill of Rights (Dichiarazione dei Diritti, del 1688) .
      E’  interessante notare come, nel perfetto stile inquisitorio,  si fosse riuscito ad estorcere al Fisher il suo “tradimento” verso Enrico VIII:  in carcere nella ben nota Torre di Londra, tale Richard Rich, agendo come provocatore per conto del re, chiese in via “amichevole”  il parere del Fisher sull’Atto di Supremazia, promettendo riservatezza sulla risposta.  Fisher, fidandosi dell’interlocutore, disse che, a suo parere, il re non poteva essere capo supremo della Chiesa inglese. Tanto bastò come “prova”  per farlo condannare a morte, con le procedure “consuete” [86].   Sia l’arcivescovo Fisher, sia Thomas More ricevettero un Atto di proscrizione, che ne consentiva la morte senza un vero processo e, inoltre, la confisca di  tutti i beni (indulgenze anglicane ?), incamerati evidentemente dal sovrano
       L’atto di accusa contro More afferma:
“... Per questi motivi [ovvero, la violazione dei due Atti di successione e di  supremazia], la predetta Commissione inquirente [si noti il termine per chi non credesse fosse esistita l’Inquisizione, anche in Gran Bretagna, sebbene senza tribunali speciali, ma ordinari] dichiara che il sunnominato Tommaso Moro perfidamente, proditoriamente e dolosamente ha di fatto progettato, tramato, tentato e perpetrato di privare interamente il predetto serenissimo Re nostro sovrano dei suddetti dignità, titolo e appellativo di capo supremo della Chiesa inglese…” [87] .
    Mentre al Fisher era stata, con domenicana o gesuitica abilità, estorta la confessione di non credere che il re potesse divenire capo di una qualsivoglia Chiesa, al More veniva contestato un “ostinato e doloso silenzio”  (!!!), avendo risposto di non volersi più occupare di questi problemi di politica ecclesiastica, bensì solo delle cose di Dio.  Certamente un buon, solido, “democratico” e perfettamente giuridico motivo per condannare qualcuno a morte.  Qui veramente sarebbe il caso di evocare la favola esopiana del lupo e dell’agnello !   Viene pure citato un colloquio con quello stesso Rich che aveva fatto da agente provocatore nei confronti di Fisher, nel quale  - sempre sotto il  pretesto dell’informalità del dibattito -  si ipotizzano i motivi per cui considerare il re come capo di una Chiesa. La risposta di More, che in sostanza invoca la separazione dei poteri per cui il  re sarebbe investito del titolo di capo della Chiesa non dal Parlamento, bensì da se stesso, è negativa [88]. 
    Come sempre, da buoni cristiani (la clemenza non manca mai da parte di un buon re),  all’inizio del processo, More viene invitato a pentirsi per essere perdonato [89], ma tale pentimento gli avrebbe salvato la vita, ma subendo comunque l’ergastolo secondo l’Autore.  Una clemenza insomma che, non potendosi dire gesuitica, si può certo definire anglicana (e cristiana in tutti questi casi !).  More risponde:
“Signori, vi ringrazio di cuore della vostra benevolenza. Tuttavia, prego Dio Onnipotente che voglia mantenermi fermo in questa mia giusta opinione così che io possa perseverarvi fino alla morte. Quanto ai reati di cui mi fate carico, i capi di imputazione sono così lunghi e prolissi che io  temo che, anche a causa della lunga incarcerazione [era da 15 mesi anglicanamente in carcere] e della grave malattia e spossatezza di cui soffro attualmente, non avrò né prontezza, né memoria, né voce atte a darvi delle risposte esaurienti…” [90] .
    Coraggio e fede da vero filosofo, come sul lato opposto Bruno, Campanella,  Serveto  e Vanini!  Nel successivo dibattimento, More sottolinea che egli aveva espresso un parere sul matrimonio del re con Anna Bolena, ricevendone come pena l’arresto e addirittura l’ergastolo, pur essendosi espresso per lealtà, e non certo per ribellione o disobbedienza.  Ma la lealtà per il re e i suoi servili consiglieri era già un reato da punire duramente.  Rimproverato per questo suo silenzio, More ribatte  che, secondo il brocardo latino “qui tacet consentire videatur”,  il nostro comune “chi tace acconsente” o silenzio-assenso, non si può accusarlo di opposizione.  Di fronte alla segnalazione che il suo dovere era di esprimersi, egli ribatte che il proprio dovere consiste nell’obbedienza alla coscienza, ma che quest’atto di coscienza non era stato rivelato a nessuno, né di aver propagandato in alcun modo la sua convinzione.   A tale Wilson che gli aveva chiesto un parere sull’identico problema e sul giuramento alle decisioni regie, quand’era già in carcere, aveva risposto che i fatti  di coscienza devono essere decisi da se stessi e che egli non poteva dirgli nulla nel merito [91].
     Relativamente alle lettere scritte nel carcere e che il vescovo di Rochester Fisher aveva bruciato, dichiara trattarsi di questioni familiari.  In riferimento in un’altra dove si parlava dello Statuto del re sull’essere capo della Chiesa, egli aveva sostenuto come sola ipotesi che tale Atto fosse  una spada a due tagli: con un lato si perdeva la vita fisica, con l’altro la vita spirituale.  Su tale materia vennero interrogati alcuni testimoni:  dal primo di questi si ricava l’informazione che l’arcivescovo Fisher avrebbe distrutto le lettere mandate e ricevute da More.  I restanti quattro testimoni confermano la versione del primo con poche varianti e si parla anche della lettera del Fisher alla figlia Margaret. Tutto questo carteggio sarebbe stato distrutto per disposizione dello stesso Fisher, il quale non voleva fosse poi usato come prova contro se stesso e l’amico [92].
      Alla chiamata come testimone del provocatore Rich, More si oppone, e riferisce egli stesso il contenuto del colloquio, accusando il Rich di aver giurato il falso, riguardo alla questione che il Rich gli aveva posto, ovvero se il Parlamento inglese lo avesse eletto papa, More lo avrebbe riconosciuto, More nega che il Parlamento inglese avrebbe potuto eleggere qualcuno capo della Chiesa.   Il Reynolds cita anche un documento originale dell’epoca che in parte conferma quanto asserito dal More.  In tale documento è riportata la minaccia del Rich al More :
“…  Bene, signore, che Dio [questi spregevoli esseri nominano sempre Dio, anche quando compiono delitti o esprimono minacce.  Quando mai Dio punirebbe qualcuno per l’espressione di un’opinione umana su Se stesso ?] vi assista, giacché vedo che la vostra opinione non vuol mutare; ciò che temo sarà molto pericoloso per voi dato che ritengo che la vostra reticenza sulla questione che vi è stata posta, sia un reato altrettanto grave quanto l’altro che ha negato…  E che Gesù vi dia miglior grazia” [93] .
        Vorrei sapere dagli anglomani e da coloro che ritengono la Riforma Protestante un motore di progresso per l’Europa, quale differenza vi sia tra le untuose parole dei S. Inquisitori cattolici e quelle di untuosi commissari dei sovrani protestanti .
      More nega di aver fatto asserzioni al Rich, a cui allora come ora negava ogni fiducia e, quindi, confidenza.  E glielo dice in faccia durante il processo, aggiungendo che, anche se avesse risposto come testimoniato dal Rich, lo avrebbe fatto in modo ipotetico, come durante una lezione universitaria.  A specifiche domande postegli dai giudici, sempre sul re come capo della Chiesa e sul matrimonio con Anna Bolena, More non risponde oppure lo fa in modo evasivo.   A sua volta il Rich chiama due testimoni sul colloquio, ma ambedue dicono di non aver seguito i discorsi, essendo impegnati in altre cose [94]. 
      Malgrado  la reticenza voluta o meno di due testimoni, per la legge enrichiana basta un testimone soltanto a far condannare il More, grazie anche all’imbonimento, minaccia o altro dei giurati.  Il Reynolds annota che nulla si sa su un’eventuale discussione nella giuria, ma pare che essa fosse durata solo 15 minuti e unanimemente decisa per la condanna.  More oppone al giudice la procedura per cui si dovesse chiedere al condannato eventuali obiezioni, così il giudice, suo malgrado, glielo consente.  More ormai libero da ogni remora, condannato per condannato,  non teme di motivare la sua opposizione come segue:
“ – Vedendo che (Dio sa in qual modo) avete deciso di condannarmi, desidero adempiere alla mia coscienza     e dire chiaro e aperto il mio pensiero riguardo alla mia incriminazione e il vostro Statuto.  L’incriminazione è basata su un Atto del Parlamento che contrasta direttamente con le leggi di Dio e della Chiesa, in quanto la suprema giurisdizione della Chiesa o di una sua parte non può venire avocata a sé, con nessuna legge, da nessun principe temporale, appartenendo di diritto alla sede di Roma [qui è, dal punto di vista storico e di politica ecclesiastica un’inesattezza,  perché un simile “diritto”  è stato assunto dalla Chiesa Romana con la forza, malgrado l’opposizione di vari patriarcati orientali, quali Costantinopoli, Alessandria, Antiochia.  Da nessuna parte del Nuovo Testamento si dice che Roma sia capitale della Cristianità, visto che il riferimento a Pietro è solo ad una persona, non ad un luogo, né si allude minimamente ai suoi successori:  ma non va dimenticato che il re e i suoi scagnozzi avevano, fino a non molto tempo prima, condiviso queste inesattezze storiche] per quel primato spirituale trasmesso per singolare privilegio a San Pietro e ai suoi successori… dalla parola stessa di Cristo [un’invenzione della Chiesa Romana, non un fatto]…   spiegò che il regno d’Inghilterra… non può  promulgare una legge particolare in contrasto con la legge generale della Chiesa cattolica…
…. Tutto ciò era contrario alle leggi e agli Statuti del nostro Paese [tra cui citò la Magna Charta Libertatum]...” [95] .
     Come ogni buon giudice che non ama né la filosofia, né  i “romanzi”,  l’Audley, degno servo di cotanto re,  lo interrompe  col pretesto che tanti dotti sostenevano il contrario:  qui sarebbe lungo dover affrontare la questione sui pretesi diritti “universali” della Chiesa cattolica, diritti che trovarono opposizione nelle Chiese orientali, fin dall’inizio,  in taluni gruppi eretici e da parte dei protestanti in quel periodo.  Ma nel caso inglese, la cosa era di così evidente strumentalità  (i capriccetti del re) che tale discussione sarebbe del tutto fuori luogo:  se il papa avesse accettato la tesi dell’”incesto”  con Caterina d’Aragona (tesi  del tutto fuori luogo non essendovi alcuna parentela fra i due sposi) e avesse annullato il relativo matrimonio come chiesto dal volitivo sovrano,  oggi non esisterebbe una Chiesa Anglicana e non vi sarebbe stato alcuno scisma inglese, almeno secondo le modalità storiche avvenute.
Ed è quello che nota alla fine il More, quando, dopo ulteriori discussioni su chi abbia ragione in questo caso (il numero dei “dotti” richiamati dal re e dai suoi cortigiani - in senso ampio -  oppure  il principio generale affermato per almeno un millennio),  osserva:
“… Del resto, non è tanto per questa Supremazia che voi esigete il mio sangue, quanto perché non ho voluto consentire al matrimonio del re” [96] .
     L’Audley, incerto di fronte all’autodifesa del More, chiede al collega Fitz-James un ultimo parere.  Questi si esprime in forma condizionata:  se l’Atto del Parlamento era legittimo (e di ciò i due giudici non hanno dubbio, anche perché altrimenti avrebbero fatto la medesima fine di More, Fisher ed altri),  la condanna era inevitabile.   Sebbene il testo esatto non sia pervenuto, sappiamo che Thomas More avrebbe dovuto essere impiccato e poi il cadavere squartato, post mortem per “fortuna”.  Venne comunque commutata l’esecuzione con la sola decapitazione e la messa in pubblico della testa, con lo scopo terrorizzante e ammonitorio tipico di quei tempi. Ebbe la possibilità di parlare alla folla, ma per ordine del re con poche frasi. La parte più dura per lui fu affrontare il dolore dei familiari:  quanto al resto affrontò la morte con coraggio facendo una battuta di spirito col boia, che si sarebbe fatto poco onore, perché egli aveva il collo corto.   E ciò, malgrado avesse ammesso di aver paura del dolore fisico.  Un’altra sua battuta, riferita, riguardava l’invito a non mozzargli anche la barba.  Lo humour britannico fu sempre vivo in lui [97].   Se c’è un elemento interessante di differenza da sottolineare tra i processi britannici e quelli dell’Inquisizione cattolica era il fatto, che ha comunque un certo valore simbolico ed educativo, che le vittime potevano almeno in breve parlare, mentre la stessa cosa non avveniva nelle esecuzioni cattoliche, dove il condannato doveva tacere o, al massimo, pregare .

    Ora vediamo invece  quel che successe a Miguel Serveto, spagnolo, negatore della Trinità e pertanto vittima predestinata, come del resto Giordano Bruno,  di tutte le Inquisizioni cristiane del tempo.  Miguel Serveto, nel suo libro “De Trinitatis Erroribus” (Sugli Errori della Trinità),  riprende l’antica eresia (?) monarchiana a proposito dell’umanità di Gesù Cristo e dell’assoluta unicità di Dio.  Tale dottrina fu poi il fondamento della tuttora esistente Chiesa Unitariana e fra le prime spinte di posizioni deistiche o  teiste razionaliste, come si espanderanno tra Settecento e Ottocento.   Naturalmente, un “ottimo” motivo per perseguitare e assassinare questo personaggio, il quale, essendo solo, a parte la simpatia personale verso di lui e  il senso di tolleranza di taluni, tra cui Sebastien Castillon,  non aveva affatto sostenitori e non poteva certo dirsi personalmente pericoloso, e nondimeno   tanto l’Inquisizione spagnola da cui era sfuggito, quanto i luterani, quanto il bravo Calvino (altro modello spacciato per “democratico”)  volevano toglierlo dal mondo dei vivi, sempre in nome dell’”amore universale”,  di Dio Uno e Trino, e di Gesù  morto per il bene dell’umanità.    Un “amore”  che ricorda piuttosto una sadica e sfrenata gelosia possessiva ed omicida in questi fanatici,  che non la dedizione agli altri: il dare a chi si ama ciò che si ha e che l’altro non ha; il senso di identificazione tra la persona amante e la persona amata; preferire, quando tocca, la morte propria a quella altrui.      
        Come rileva Roland H. Bainton, “… Su tutti e tre i punti, il Cattolicesimo e il Protestantesimo, in quanto entrambi persecutori, si trovavano d’accordo… al di fuori della Chiesa non vi è  salvezza e che l’eresia danna le anime…” [98].    Calvino, che taluni ritengono “democratico” solo perché ebbe la ventura di trovarsi a Ginevra, allora libera città della Svizzera, dopo essere sfuggito alle persecuzioni antiprotestanti della Francia,  sosteneva che era più opportuno obbedire a Dio che agli uomini, quando la scelta politica era contraria alle verità bibliche, una tesi per nulla dissimile a quella classica di certo Cattolicesimo (come in Tommaso d’Aquino) e più  tardi dei Gesuiti, sfociata spesso nel movimento dei monarcomachi, che autorizzava l’individuo ad uccidere il tiranno in contrasto con le leggi di Dio [99].  Molti di questi, come Ravaillac, Clemént, Damiéns, fecero poi una fine orribile con torture, sevizie varie e lo squartamento da vivi:  cose di una crudeltà  inimmaginabile che farebbero disgustare anche il Tyrannosauro Rex.  Il problema era che Calvino si identificava con Dio stesso o che si sentiva a sua volta il rappresentante di Dio in terra, per cui essere “con Dio” significava essere “con Calvino, col Papa, con Lutero, o qualche altro caposetta”,  a seconda delle situazioni.
      Serveto, come tanti altri, era venuto a Ginevra fidando dello spirito di tolleranza vantato da quella città, ma in quella città  troverà la morte sul rogo, più o meno come se fosse rimasto in Spagna, con la sola differenza giudiziaria che venne condannato da un’assemblea di laici e non da una speciale Inquisizione:  una grande soddisfazione per tutti quelli che sostengono il Protestantesimo come motore di progresso per l’Europa !   Serveto (nato in Spagna nel 1511) avvìa gli studi storici, sulla scìa dell’Umanesimo, sulle origini della credenza trinitaria.  Egli riteneva che questa si fosse determinata nel Concilio di Nicea del 325 d. C., confondendo l’affermazione ufficiale e formale  con la nascita di tale principio, in effetti già presente alla fine del I secolo e, soprattutto, col II secolo d. C..  Così  Serveto, il quale più che eretico, andrebbe considerato come uno  studioso critico del Cristianesimo, nega la divinità di Gesù e ritiene lo Spirito Santo semplicemente come lo spirito stesso di Dio, dimorante nell’uomo.  Gesù, più che come “Persona”,  era visto come un’eterna operazione fuori del tempo,  distinta dall’uomo Gesù, in cui si sarebbe manifestata.  Il “De Trinitatis erroribus” (Sugli errori della Trinità) venne pubblicato nel 1531 (egli aveva solo 20 anni, e questo spiega sia l’audacia, sia anche la scarsa chiarezza nell’impostazione del problema, condizionata ovviamente dai pericoli che si correvano a quel tempo per ogni piccola virgola spostata nei termini imposti della fede).  Ovviamente la sostanziale negazione della Trinità suscitò la generale opposizione dei teologi.  Compiuti studi di medicina ed anatomia a Parigi,  si trovava d’accordo con gli Anabattisti  (quelli di Muentzer, ecc.)  sulla necessità  che per il battesimo si attendesse una completa maturità di coscienza, quindi a trent’anni d’età.  Mentre Serveto aveva un certo interesse per Calvino, questo lo considerò un emissario di Satana, e nondimeno gli spedì  una copia della sua “Institutio” (testo di carattere pedagogico-didascalico) per convincerlo sulla questione trinitaria.  Serveto, con atto provocatorio, non solo gli rispedì il manoscritto con varie note duramente critiche, ma gli inviò anche un’altra sua opera la “Restitutio” [100],  secondo il Bainton, quasi un gioco di parole, nel senso che gli restituiva materialmente il manoscritto, “restaurando”  la verità  teologica.   Calvino, pertanto, interruppe ogni corrispondenza, ripromettendosi la morte di Serveto, se questo fosse arrivato a Ginevra.  I cattolici intanto sottolinearono la particolare offensività di Seveto che paragonava sarcasticamente la Trinità a Cerbero, il cane a tre teste della tradizione infernale.  Va però aggiunto che le opere erano conosciute, ma sotto uno  pseudonimo, e che l’Inquisizione spagnola non era ancora stata capace di individuare con precisione l’autore [101].  Ma si noti che la tecnica del tempo si era abbastanza affinata e, nel sospetto trattandosi di manoscritti,  erano stati fatti confronti grafologici.  Così, come dice il Bainton, vi fu una cooperazione tra Calvino e l’Inquisizione spagnola o romana.  Serveto viene arrestato e cerca di disconoscere la proprietà della stesura, attribuendosi anche di aver voluto discutere la tesi antitrinitaria  per puro fatto accademico.  Dopo essere riuscito a recuperare i propri risparmi, riesce a fuggire dalla prigione per un certo tempo.  Intanto l’Inquisizione aveva fatto  distruggere tutte le copie ad essa disponibili della citata “Restitutio”, di cui oggi rimangono tre copie manoscritte.   Già condannato al rogo “a lenta fiamma” (manco fosse un tacchino…),  Serveto si rifugia in incognito proprio a Ginevra, dove però viene riconosciuto e denunciato da alcuni Lionesi.
    Alcuni sostengono che egli avesse pure tentato di abbattere il regime di Ginevra, soprattutto per la sua parte religiosa, ma il Bainton sottolinea che non fu sollevata contro di lui, nel processo, alcuna specifica accusa di natura politica, ma solo di immoralità e di natura teologica [102].  A ciò si aggiungeva una certa sfacciata temerarietà,  facendo conto sulla vendetta del cielo.  Forse sperava, senza farvi parte, in una rivolta anti-calvinista.  Serveto, che si dimostrava anche uno storico critico, dava della Palestina del I secolo d. C. una diversa descrizione, forse ricavata da fonti ebraiche;  si riferiva a Isaia, Ciro (liberatore dalla cattività babilonese) e Cristo;  negava il peccato originale (quindi, la non necessità della venuta redentrice di Cristo), negava la predestinazione (punto di fede per i protestanti, ma non per tutti i cattolici, con parziale eccezione dei giansenisti);  vedeva le “Persone” di Dio  come semplici “Modi d’essere”  di  Dio stesso.   Praticamente, il celebre Credo di Nicea veniva spazzato dalla tesi di  Serveto, il che gli provocò la condanna a morte sul rogo, che gli fu irrogata non da Calvino in persona (che non ne aveva il formale potere), bensì dalla decisione del Consiglio Municipale  (evidentemente però ispirato dal pensiero calvinista).  Serveto non ritrattò le sue tesi, chiese solo la misericordia di morire con un colpo di spada (decapitato, suppongo), e non sul rogo.  Tale desiderio non gli fu accordato, e venne bruciato insieme ai suoi libri.  Se questo è un modello di democrazia, mi faccio frate  dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi et Ignudi !
    Prima di arrivare alla Prima Rivoluzione Inglese, al dominio di Cromwell e alla restaurazione degli Stuart per pochi anni,  ricordo alcuni punti cronologici.  Nel  1555, come primo compromesso delle guerre di religione si stabilì  il  principio del cuius regio, eius et religio (l’appartenenza della religione del suddito sarà quella del suo signore:  la traduzione è libera, perché altrimenti sarebbe in italiano mal traducibile:  di chi il regime, di quello anche la religione), ovvero che solo il signore, il sovrano, era libero di praticare liberamente la religione, non i suoi sudditi.  Nel 1561  in Calabria vengono massacrati gruppi di Valdesi.  Nel 1562, si ha il primo massacro di calvinisti (ugonotti)  in Francia, seguito dal ben peggiore massacro del 1572 a Parigi, in occasione delle nozze fra Enrico di Borbone e Margherita di Valois, della Notte di San Bartolomeo, sempre di Ugonotti, che li ridusse ad una fragile minoranza, protetta poi dal convertito Enrico IV, e fatta sparire del tutto con la presa della Rochelle nel secolo successivo ad opera del cardinale Richelieu, in qualità di capo del governo di Luigi XIII.
   Di fatto, queste guerre di religione reciprocamente spietatissime,  fra Cristiani,  durarono oltre 100 anni, concludendosi  col 1648 (Pace di Westfalia), sebbene l’ultimo periodo, più che dalla religione, era caratterizzato da espansionismo e supremazia politici,  e dalla politica di potenza  (guerra dei Trent’Anni).   Sarà proprio la stanchezza data dalla totale assurdità di queste guerre, non solo fratricide, ma anche “correligionarie”, perché causate da divergenze minime sugli stessi testi “rivelati”, a facilitare poi l’impulso razionalistico all’affermazione, tra gli Illuministi, della religione naturale, al deismo e, in taluni casi, al conclamato ateismo .

      Ora resta da esaminare la Prima Rivoluzione inglese, la dittatura cromwelliana e la restaurazione (breve)  degli Stuart.  Immagino subito l’obiezione:  qui si tratta di lotte e persecuzioni politiche, non religiose.  E’  verissimo che la Rivoluzione Inglese, nel suo complesso, ebbe carattere economico, politico ed istituzionale, con la contrapposizione tra i tentativi di assolutismo (tra cui lo stesso periodo cromwelliano, ancorché formalmente “repubblicano”) e di liberalismo affermatosi solo però con l’avvento di Guglielmo d’Orange, venuto dalla liberale Olanda,  ma  nel XVII secolo questione politica e questione religiosa erano fortemente intrecciate e lo saranno almeno fino agli ultimi decenni del XVIII secolo, affermandosi in pieno la laicizzazione dello Stato, in modo dichiarato e formale solo con la Rivoluzione Francese.  Non sarà un caso che Napoleone si incoroni imperatore da sé, e non dalla mano papale per evitare simbolicamente ogni dipendenza dalla Chiesa, sebbene con la sua “benedizione”.  La Rivoluzione Inglese è, oltre che politica, una lotta di natura religiosa tra forze tendenzialmente cattoliche (dopo la restaurazione del Cattolicesimo sotto Maria la Sanguinaria, figlia di primo letto di Enrico VIII [103], ma successiva a Elisabetta I che non ebbe figli), rappresentate da alcuni sovrani Stuart, tra forze anglicane (rimaste fedeli alla “riforma” enrichiana),  i puritani, prevalentemente repubblicani, e i presbiteriani di John Knox di ispirazione calvinista.  Tutti i discorsi del tempo sono infarciti di citazioni bibliche, ancorché con l’aggiunta di qualche riferimento alla storia romana tratta dalle opere di Tito Livio e di Tacito, che trionferanno invece del tutto in bocca ai rivoluzionari francesi, quando ormai alla Bibbia nessuno credeva, né la prendeva a modello.   Basti leggere, a prova, il testo dell’accusa contro i regicidi di Carlo I  (10 ottobre 1660)  per capirlo :
“… egli [il signor Harrison, già deputato della Camera dei Comuni], insieme con altri, non avendo davanti agli occhi il timore di Dio ed essendo istigato dal demonio [povero diavolo, sempre a lui viene attribuita la colpa principale !] dolosamente, proditoriamente e criminosamente, in contrasto con la sua dovuta fedeltà…  pronunziò la condanna contro il nostro defunto sovrano signore, re Carlo I, d’eterna e sacra memoria…” [104] .
    In queste poche righe si possono notare cose che, oggi in uno Stato laico, non diremmo mai:  ad es.,  che uno, nel compiere un omicidio, sia ispirato o spinto dal demonio, perché ciò potrebbe servire da attenuante, ammesso che credessimo legalmente al demonio.  Infatti, come si fa a resistere alla tentazione di un signore  così potente ?  Non diremmo mai che un re, decapitato, era di “eterna e sacra memoria”, né che l’omicida non aveva “alcun timore di Dio”.   Quelli erano tempi in cui sacro e profano,  religioso e civile (o laico),  erano aspetti strettamente connessi.   Oggi ci meravigliamo se i Maomettani applicano la “shaharija”,  ovvero una legge sacra, religiosa;  ma nell’Europa di quei secoli  il Diritto canonico, le norme che confondevano Diritto ordinario e Diritto religioso,   manteneva intatta la sua determinazione, e non certo solo fra i cattolici.  Né capiremmo qualcosa della storia europea e inglese in modo specifico,  se non segnalassimo l’intreccio fortissimo tra questioni religiose e politiche, nelle feroci guerre contro gli Irlandesi, rimasti cattolici (come lo sono in prevalenza tuttora),  e i massacri perpetrati contro di essi proprio da Cromwell.  Né  ci renderemmo conto delle origini degli attuali USA, in tutta una loro certa mentalità abnorme, se trascurassimo che essi nascono da una colonizzazione di tipo religioso  con i Padri Pellegrini, sfuggiti dall’Inghilterra proprio  a causa di sanguinose lotte di religione, oltre i cattolici irlandesi,  anche i puritani perseguitati dopo la morte di Cromwell. Né infine capiremmo perché, con la restaurazione Stuart, lo stesso Cromwell venga dissepolto, bruciato e disperso (un rito orribile,  eseguito contro gli eretici fin dal Medioevo, e credo l’ultimo caso nella storia dell’Europa occidentale).   Ripeto, fino alla noia,  che  non fu il mondo protestante a far progredire l’Europa fino a giungere alla nostra mentalità prevalentemente laica, liberale e democratica,  che non può ammettere che esistano crimini di natura religiosa come semplice credenza o diffusione di idee, ma proprio la reazione illuministica agli orrori delle guerre di religione.  Ne avremo la prova definitiva parlando di stregoneria nell’ambiente protestante.
     Mentre sotto i Tudor, il rapporto tra sovrani e Parlamento fu abbastanza positivo e privo di contrasti, tanto da poter realizzare, come si è visto, senza grandi ostacoli la Riforma anglicana e sostenere la guerra contro la Spagna, respingendo  - grazie anche alle tempeste -  l’Invincibile Armada,  i successori Stuart  ebbero, già con Giacomo I, problemi rilevanti.  Giacomo, o James per dirlo all’inglese, aveva una cultura assolutista, come si era consolidata in Spagna e come si affermerà del tutto in Francia nei medesimi anni, soprattutto con Luigi XIV. Quindi, faceva molta fatica a dover “implorare”  il Parlamento per essere fornito dei mezzi finanziari, sia per le guerre, sia per la dispendiosa vita dei sovrani del tempo, che certo non badavano ai centesimi.  Invece, il costume britannico era particolarmente  rigoroso in questo.  Così, tanto Giacomo I che suo figlio Carlo I, dovettero barcamenarsi prima con compromessi, chiusura di sessioni, umiliazioni e scioglimento del Parlamento con nuove elezioni, ma con risultati non dissimili.  Inoltre, quantunque anglicani,  gli Stuart  avevano, o desideravano avere, buoni rapporti con i Regni cattolici, sia con la stessa Spagna,  sia con la Francia.  Guerre e paci si alternavano e si alterneranno per tutto il secolo, senza contare poi le guerre del Settecento (dove tuttavia il fattore religioso si era andato diluendo,  completamente sostituito dall’espansione territoriale e coloniale).  Rimaneva certo il reciproco disprezzo di natura religiosa,  ma non era più causa sostanziale di guerra .
       Con Carlo I (dal 1625),  la situazione finanziaria, politica e religiosa nei rapporti col Parlamento si era fatta esplosiva.  Il concetto che il re personificava la Legge e che era un rappresentante divino, fondato su un’elezione divina ed ereditaria, e per nulla elettiva,  era rinnegato dalle forze liberali, tendenzialmente o effettivamente repubblicane (rappresentate soprattutto dai puritani).  Un accordo, un compromesso, era impossibile, e non fu neppure tentato se non come dilazione provvisoria, rinvio del problema.  Nel 1628,  in un discorso alle Camere [105],  Carlo I  ordinò con velata minaccia che gli venisse fornito il finanziamento richiesto.  Il guardasigilli, lord Coventry,  sottolineò maggiormente la minaccia, sollecitando all’obbedienza.  La Camera dei Comuni rispose con la Petition of Rights, che preluse al ben più tardo Bill of Rights (1689), ottenuto appena con la Seconda e Gloriosa Rivoluzione che abbattè definitivamente le pretese della dinastia Stuart.   In tale Petizione si imponeva la famosa questione tra  sistema fiscale e diritto di rappresentanza, nonché il divieto di arresto per motivi politici ed altre garanzie, tra cui il divieto di ospitare obbligatoriamente militari.  Vi fu altresì una rimostranza sulla riscossione illegale di sussidi.  Il re tentò di impedire che tale mozione si discutesse,  ma vanamente:  la mozione venne approvata, e nel 1629 (10 marzo),  il re rispose con lo scioglimento del Parlamento, che tuttavia ribadì l’assoluta opposizione a riscossioni di denaro senza propria autorizzazione.   Nel frattempo era diventato capo della Chiesa Anglicana, l’arcivescovo William Laud, il quale si comportava nel settore religioso nello stesso modo dei sovrani autoritari Giacomo I e Carlo I:  egli arrivò quindi a far mozzare orecchie e naso al medico Leighton e all’avvocato William Prynne, colpevoli di opporsi alla sua politica ecclesiastica che, ai Puritani, sembrava filopapista (questo tanto per ricordare che, se i Cattolici non erano buoni,  gli Anglicani e i Protestanti competevano in scarsa bontà con i primi).  Subirono il medesimo trattamento il teologo Burton e il dottor Bastwick.   Seguiranno le frustate  ad un allora giovanotto,  il futuro capo dei Levellers (livellatori, egualitari, da cui si formò poi il gruppo dei Diggers, scavatori, ossia distruttori delle limitazioni di proprietà estensiva dei signori),  John Lilburne,  perseguitato poi dal dittatore Cromwell:  in questi gruppi si notano in nuce  le ideologie rivoluzionarie democratiche e “socialiste”, che si affermeranno sempre più nell’800.  Mentre era sul patibolo a ricevere frustate, aveva gettato, ciò nonostante, i volantini che aveva in tasca.  Calato dal palco ebbe la forza di gridare:
“Ora sono più forte del più forte guerriero, per la grazia di Dio, che m’ha testimoniato il suo amore” [106] .   Aggiunge il Walter : “… Il fermento degli spiriti si diffondeva sempre più.  Occorreva far uso della forza pubblica per obbligare i fedeli ad assistere al culto ufficiale [anglicano, si badi, non cattolico !].  In più d’un villaggio il prete ‘laudista’ [seguace dell’arcivescovo Laud] rimaneva solo nella chiesa vuota, mentre a qualche passo di distanza, nei pressi di un granaio, la folla s’addensava e premeva per ascoltare un predicatore proscritto.  Si dovette ricorrere alle armi per disperdere quelle riunioni.  Queste ripresero nella clandestinità, in fondo ad una cantina o in mezzo a un bosco.  Così andavano prendendo consistenza già da allora gli elementi d’urto della futura armata repubblicana [in sostanza, i futuri puritani].
   Adesso non si trattava più di soli borghesi frondisti che faceva il broncio al fisco.  L’agitazione s’era estesa al popolo, alla moltitudine di gentuccia che… si mostrava pronta a sacrificarsi per la difesa d’un bene fra tutti stimato prezioso:  la libertà della propria coscienza.
  Il re finì col cedere davanti a questa marea crescente… annunziando la prossima convocazione del parlamento…” [107] .
    Qui appare chiaro come questioni finanziaria, politica e religiosa fossero, nella Gran Bretagna del tempo,  strettamente unite, ben più che nella Rivoluzione Francese, ben più “secolare”, ovvero laica:  ma tra l’una e l’altra, vi è quell’immenso fenomeno culturale  costituito dall’Illuminismo, l’assenza del quale spiega come possano stupirci fenomeni di fanatismo religioso in Paesi extraeuropei, che non hanno conosciuto tale corrente di pensiero.  La stessa Rivoluzione Americana e la nascita degli USA restano più legate, di quanto superficialmente non sembri, ai caratteri della Rivoluzione Inglese, che non alla tradizione laica europea [108].
     Il 13 aprile 1640,  Carlo I  convoca un nuovo Parlamento, dopo dodici anni, e tanto per ri-cominciare chiede 12 sussidi in una volta.  John Pym contrattaccò  rinfacciando tutti gli abusi di quegli anni.  Un mese dopo, il Parlamento venne sciolto (Corto Parlamento).  Vennero così indette nuove elezioni che portarono ad una presenza di 221 monarchici assolutisti e di 290 deputati misti.  Nel novembre di nuovo John Pym attaccò la politica regia,  progettò di presentare quel documento di protesta, noto come  Grande Rimostranza.  Con essa Pym riuscì ad avere una maggioranza di soli 14 voti (1° dicembre 1641).  Di essa, dato l’argomento, cito soprattutto gli aspetti della questione religiosa:
“… Il dovere che ci incombe verso la Vostra Maestà e verso il nostro Paese non può non farci consapevolissimi del fatto che la molteplicità, l’asprezza e la perversità dei mali che ormai da molti anni abbiamo patito sono fomentate… da un partito corrotto… il quale, tra gli altri suoi mezzi malvagi volti alla modificazione della religione e del governo, ha cercato con molte diffamazioni… di macchiare e disonorare i nostri modi d’agire…
…  abbiamo motivo di credere che quelle malevoli fazioni, i cui modi d’agire appaiono palesemente volti soprattutto al vantaggio e allo sviluppo del papismo, siano costituite dal subdolo intrigo dei gesuiti e altri orditori e agenti per conto di Roma, e che, con grave pericolo…, abbiano a tal punto prevalso da corrompere diversi vostri vescovi e altri che occupano posti primari della Chiesa [si tratta sempre della Chiesa Anglicana, accusata di mantenere vecchie usanze e riti cattolici, contrari alla Riforma protestante]…
… l’insurrezione dei papisti nel vostro regno d’Irlanda e il sanguinoso massacro del vostro popolo [tempo dopo, Cromwell parlerà di 20.000 protestanti uccisi dai cattolici irlandesi:  non ho cognizione per sapere se ciò fosse vero oppure propaganda puritana, per compiere a propria volta massacri di Irlandesi, tuttavia va sottolineato che le parti in lotta, ambedue riferentisi al medesimo Testo Sacro, si ammazzavano di “santa” ragione] sono stati non soltanto tentati e intrapresi, ma anche in notevole misura attuati ed effettuati…” [109] . 
     Si chiede pertanto a Carlo I l’isolamento dei gruppi “papisti”  (cattolici),  togliendo pure il diritto di voto al clero (seppure anglicano),  l’eliminazione degli abusi ecclesiastici e di cerimonie “oppressive e superflue” (con ciò intendendo tutto quello che, nella Chiesa Anglicana del tempo, era considerato residuo cattolico).  La “Grande Rimostranza” approvata presenta ben 204 punti, di cui parecchi concernono questioni religiose e di ordinamento delle Chiese [110].  Carlo I rispose in modo più breve (23 dicembre 1641) e, devo dire, abbastanza argomentato (non era uno sciocco).  Anche qui mi limito ai punti di natura religiosa :
“ … Relativamente alla prima supplica, che riguarda la religione…, diciamo che, per difendere la pace e la sicurezza di questo regno dal disegno del partito papista… sempre acconsentiremo a tutte le giuste richieste del nostro popolo…;  quanto al privare i vescovi [anglicani] del loro voto in parlamento, vorremmo che consideraste come il loro diritto sia fondato sulla legge fondamentale del regno e della costituzione del parlamento…
   Circa il punto che riguarda le corruzioni (come voi le designate) nella religione, nel governo della Chiesa e nella disciplina, e la soppressione delle cerimonie superflue… noi concorreremo di buon grado alla sua rimozione [accetta la proposta di un sinodo]… ma siamo dolentissimi di sentire che si protesti contro la corruzione nella religione in termini così generici, poiché siamo in coscienza convinti che non si possa trovare sulla terra nessuna Chiesa [quale quella anglicana] che professi la vera religione con maggior purezza di dottrina di quanto lo faccia la Chiesa d’Inghilterra… difenderemo perennemente (finché saremo in vita) nella loro purezza e gloria non solo da tutte le intrusioni del papismo, ma anche dall’empietà di molti scismatici e separatisti…” [111] .
    Riguardo alla guerra contro gli Irlandesi cattolici,  il re prometteva di dar battaglia, anche in difesa dei Britannici, ivi già residenti.  Malgrado le offerte di compromesso,  la Camera dei Comuni (più che il Parlamento in blocco che, come si è detto,  era costituito anche dalla Camera dei Lords e dalla presenza fisica del re),  non le accetta.  Il re addirittura (contro le consuetudini)  vi si presenta per farne arrestare cinque membri, resisi  - come dice egli stesso – “uccel di bosco”  e, intanto, minacciare tutti con l’accusa di tradimento, che toglierebbe loro ogni immunità [112].
      Sintetizzando i fatti all’estremo,  ricordo che il contrasto tra il sovrano, che i ritiene tale per diritto divino, e la Camera dei Comuni con una parte minima dei Lords, giunge nel 1642 ad una sorta di “dichiarazione di guerra”  del re al Parlamento, il che comporta l’accusa di tradimento fatta al re e la mobilitazione di una milizia nazionale.  Con Carlo I, si schierano molti Lords, tutta gente ben addestrata alle armi e per due anni circa, le forze regie sembrano prevalere.  La salvezza per il Parlamento viene da un piccolo nobile deputato, Oliver Cromwell, che crea prima reparti di cavalleria, poi un esercito vero e proprio, il New Model Army, costituito con criteri di mobilitazione che oggi sembrerebbero assai strani:  si sceglievano non solo persone di tendenza repubblicana, ma pure di orientamento religioso puritano, oggi diremmo pure “fanatizzati”  dalle idee di  Cromwell e seguaci.  Così il nuovo Esercito inizia a battere le forze regie e nel 1647, in sintesi, tradito dagli Scozzesi, di cui per discendenza, era anche sovrano, viene consegnato al Parlamento,  Nel frattempo, due anni prima,  l’arcivescovo Laud (quello che faceva tagliare orecchie e nasi ai suoi oppositori) fu giustiziato.  Vennero anche prese misure di espulsione dei cattolici e si commina la pena di morte a chiunque abbia rapporti col re o con monarchici (come “democrazia” non c’era male…).  Malgrado la situazione sembri essersi consolidata a favore del Parlamento (già ben ridotto),  la guerra continua dato che gli Scozzesi ribaltano la frittata e, in accordo col re, riprendono gli attacchi.  Nel settembre 1648  Cromwell entra in Edimburgo.  Il 23 dicembre,  Carlo I è rinviato a giudizio dal Parlamento dopo una drastica “purga” da parte del colonnello Pride.  In sostanza,  con Cromwell & Company ci si trova davanti ad una dittatura militare, così i repubblicani o presunti tali (quali il citato Lilburne e poi Harrison, tra i regicidi) cadranno dalla padella nella brace.   Creata un’ “Alta Corte di Giustizia”, interna alla sola Camera dei Comuni, dopo un processo di 8 giorni, Carlo I  finisce decapitato.  E’  la prima volta nella storia d’Europa che un sovrano, considerato “sacro” e di investitura “divina”,  finisce ucciso, tra l’altro con un processo che  - come si dirà  -  non era del tutto legittimo in generale, e non solo sulla base delle leggi del tempo.  L’Alta Corte doveva essere costituita di 135 membri, di fatto dovevano essere molti di meno, perché nel successivo processo ordinato da Carlo II contro i regicidi furono rinviate a giudizio 32 persone.  Il confronto fra i due processi è interessante, sia per dimostrazione della mia tesi sulla natura anche religiosa, e persecutoria sul piano religioso, della Rivoluzione Inglese,  sia per capire come da una stessa mentalità giuridica possano scaturire risultati opposti.
“ Il mandato… l’Atto dei comuni d’Inghilterra riuniti in parlamento, recante la costituzione di un’Alta Corte di giustizia per… giudicare Carlo Stuart, re d’Inghilterra:
Atteso ch’è notorio come Carlo Stuart, presentemente re d’Inghilterra, non contento delle diverse usurpazioni che i suoi predecessori hanno compiuto…, abbia assai chiaramente palesato… di rovesciare le leggi e l’antica libertà di questa nazione, e d’introdurre in loro luogo un governo arbitrario e tirannico…, avendo mosso e sostenuto una crudele guerra nel Paese contro il parlamento e il regno…  uccise parecchie migliaia di suoi buoni sudditi e commesso un’infinità di altre scelleratezze…, dappoi ch’è piaciuto a Dio di consegnarlo nelle sue mani…  tale ritegno e clemenza usati verso di lui sono serviti soltanto ad incoraggiarlo, e ai complici… a suscitare nuovi torbidi e nuove ribellioni nel regno… [dopo un lungo elenco di nomi di coloro che costituiscono l’Alta Corte, in testa alla quale vi era Oliver Cromwell, insieme a Fairfaix e Ireton (i capi militari del Commonwealth,  termine che allora doveva significare “repubblica”, e non come ora Confederazione delle ex-colonie britanniche), segue:]… saranno… commissari e giudici, per udire esaminare e giudicare il detto Carlo Stuart. E i detti commissari, in numero di venti o in numero maggiore [discutibile questa incertezza del numero dei componenti] saranno e sono qui  autorizzati e costituiti ad essere un’Alta Corte di Giustizia…” [113].
    Dal punto di vista puramente giuridico, quest’Alta Corte di “Giustizia”  è a tutti gli effetti un Tribunale Straordinario ed eccezionale, non previsto dal  Diritto pubblico, con la funzione di esaminare l’imputato, sentire testimoni e emanare la sentenza.  Il re,  non privo di conoscenze giuridiche, ma non appoggiato, a quanto risulta dai verbali, da alcun avvocato,  mette in dubbio e in modo fondato la validità giuridica di tale Tribunale Straordinario, sia sulla base del proprio conclamato diritto “divino” di essere re in modo assoluto, e pertanto “irresponsabile” (nel senso tuttora vigente di non giudicabile per i propri atti), sia sulla più ristretta base giuridica di tale Corte:  chi era, chi rappresentava, quale autorità avesse.  Un vero rigetto che egli tenta di fare dell’intera procedura.  Segue cosi, tra il 20 e il 28 gennaio 1649, un classico dialogo tra sordi, finti, il che è peggio, una tragica farsa, ridicola nel suo svolgersi, se non fossero state in discussione la vita di un uomo e la guerra civile ancora in corso.
“PRESIDENTE.  -  Carlo Stuart, re d’Inghilterra, i comuni riuniti in parlamento …  a fine d’adempiere il loro dovere verso Dio [ecco qui che appare l’elemento religioso, che poi lo stesso Carlo batterà come una grancassa] e la giustizia ch’essi debbono al regno e a loro stessi, secondo il potere che per le leggi fondamentali risiede in essi ed è affidato loro dal popolo [assai indirettamente, perché quella Camera era  - si direbbe oggi -  di “nominati”,  in maggior parte scelti da Cromwell], mancando loro  presentemente ogni altro mezzo per colpa vostra, sono risoluti a sottoporvi a processo…” [114] .
   Il procuratore, in veste d’accusa,  è  John Cooke, che poi finirà a sua volta processato, condannato e fatto a pezzi su ordine di Carlo II: Cooke porta avanti motivazioni di tradimento, e di pessima conduzione finanziaria, politica e militare.  A quanto risulta, senza dar segni di timore,  Carlo si mette perfino a ridere quando si parla di lui come “tiranno e traditore”.  Letta l’accusa, il presidente della Corte gli chiede di rispondere.  Ecco come ribatte il re :
“Il Re.  -  Prima ch’io voglia rispondere, debbo sapere innanzitutto in virtù di quale autorità io sono stato condotto qui [a Londra].  Non è passato molto dacché mi trovavo nell’isola di Wight…  in quel luogo ero entrato in trattative con le due Camere… con numerosi lords e gentiluomini… eravamo sul punto di concludere questo trattato.  Vorrei ora proprio sapere in virtù di quale autorità… legittima, perché ve ne sono di parecchie sorte che sono illegittime:  i ladri…,  ma vorrei proprio sapere per quale autorità legittima io sono stato portato via di lì e da quel momento menato sempre di luogo in luogo…  E quando avrò riconosciuto che ciò è stato fatto per un legittimo potere, allora io vi risponderò.  Ricordatevi signore ch’io sono il vostro re … il vostro re legittimo, e quale peccato [per il Diritto divino e per la legge in vigore egli era sacro ed inviolabile, nessuno poteva “legalmente” mettergli le mani addosso senza commettere un “sacrilegio”] state attirando sulle vostre teste, oltre ad altri grandi giudizi sul Paese.  Pensateci bene… prima d’inoltrarvi da un peccato a un altro che sia maggiore.  Io non vedo che abbiate alcuna autorità, e pertanto fatemi sapere in virtù di quale autorità legittima io mi trovo qui;  allora non ricuserò di rispondere… E… sappiate che… io ho un deposito che m’è stato commesso da Dio per effetto di un’antica e legittima successione dai miei antenati… datemi soddisfazione in questo, e io vi risponderò…”[115] .
     Questo è, e resterà, in tutte le udienze l’argomento difensivo di Carlo I e che consiste, di fatto e formalmente, in una netta ricusazione di tutto il procedimento.   Alla fine del dibattito farò le mie osservazioni.   Il presidente replica :
“PRESIDENTE.  -  Signore, se vi foste compiaciuto di notare quel che la Corte vi ha dapprima delimitato  e scritto…, avreste riconosciuto in virtù di quale autorità noi siamo qui riuniti, cioè l’autorità dei comuni d’Inghilterra, riuniti in parlamento in nome del popolo inglese, dal quale siete stato eletto re, la quale autorità vi richiede ora in nome di questo popolo di rispondere alla vostra accusa. “ [116].
   Il presidente si appella quindi ad una “sovranità popolare”, che avrebbe eletto i vari re britannici,  e che quindi avrebbe il diritto di delegare alla Corte stessa il potere di giudizio sul sovrano.  Carlo ha facile gioco nel confutare l’argomento ed esige viceversa che l’autorità non sia solo legittima nel senso secolare (politico, laico), bensì anche in quello divino, fondato sulla Bibbia:
“… sono obbligato per giuramento a conservarne la pace [del regno] per il mio dovere verso Dio e verso questo Paese… E pertanto, signore, fareste bene a dare soddisfazione a Dio e a questo regno facendo conoscere in virtù di quale autorità legittima voi agite qui;  se è per un’autorità usurpata non può durare a lungo, e v’è un Dio in Cielo che ne farà rendere conto…;  e  pertanto date questa soddisfazione a Dio, poi a me e a tutti, e udrete la mia risposta.  Io non temo nulla in questo affare.
PRESIDENTE.  -  [rimanda al lunedì la nuova udienza, per decidere su come procedere di fronte alla ricusazione,  poi ribatte:] “… Qualunque fossero le ragioni… per assicurarvi che la nostra autorità è fondatissima, esse non vi convincerebbero… Appunto per sostenere la causa di Dio [fino ad allora né il giudice né il procuratore vi avevano accennato] e quella del regno ce ne serviamo.  E non dubitiamo assolutamente che, dopo che avremo fatto la giustizia che ci si aspetta da noi, otterremo e assicureremo quella pace, e pertanto pensate bene a quanto avrete da fare…” [117] .
    Il re non si spaventa per la minaccia, esce senza salutare,  mentre la Corte ordina di invocare la benedizione di Dio sull’Inghilterra, e non  quella consuetudinaria sul re.  Carlo presenta le ragioni di ricusazione della Corte in forma scritta nell’udienza del 23 gennaio, tra cui è interessante osservare la sua citazione dall’Ecclesiaste, VII, 4   dove si dice:  “dov’è la parola d’un re, là è il potere;  e chi può dirgli:  Che cosa fai?”.  Interessante è pure l’obiezione che presenta, ovvero che non si può processare un re, in nome del quale si esercita la legge.   Ma poi,  mette in discussione la questione perfino dal punto di vista “democratico”, il che rende evidente come non fosse certo né un imbecille, né un ignorante :
“… E ammesso, ma non concesso, che il mandato del popolo d’Inghilterra poteva assegnarvi il vostro preteso potere, io non vedo nulla che possiate mostrarmi a riprova di questo;  perché non avete certamente mai sottoposto la domanda nemmeno alla decima parte della popolazione del regno, e a questo modo voi manifestamente ingannate persino il più povero oratore se non chiedete il suo libero consenso;  né potete vantare una qualsiasi parvenza per questo vostro preteso mandato, senza almeno il consenso della maggioranza degli uomini d’Inghilterra di qualsivoglia qualità o condizione, il che sono sicuro che  non siete mai andati in giro a cercare, così lontani siete dall’averlo…” [118] .
     Fa quasi stupore  vedere come un sovrano assoluto del tempo potesse dar lezioni di procedura democratica a quei puritani “repubblicani”, o meglio sarebbe dire cromwelliani (alias “teste rotonde”, a causa dei loro capelli corti alla maniera classica).  Infatti, di democratico in quel processo, quantunque spiegato dagli eventi di guerra civile e di violenza generalizzata, vi era assai poco.  Il procuratore Cooke si dichiara disponibile a presentare “parecchi testimoni”,  ma chiede pure di “dare prontamente sentenza e giudizio contro il prigioniero” [119].   Ancora una volta c’è lo scontro tra “finti sordi”, che termina con l’espulsione del re dall’aula.  Divertenti le ultime due battute tra presidente che afferma:  “… ancorché facciate finta di non intenderlo, … siete davanti ad una Corte di giustizia.  IL RE.  -  Oh sì, signore, mi sembra d’essere davanti a persone che hanno potere (il che disse molto sottovoce…)” [120] .
     Sulla “legittimità”  delle Corti, specie se straordinarie in una fase analoga,  c’è sempre da dire che la legittimità non esiste, ma si fondano solo sulla forza materiale.  A parti inverse,  si ripeterà lo stesso fatto quando ad essere giudicati saranno i regicidi.  Il 27 gennaio si ha l’ultima udienza (l’intero processo, evidentemente sommario, era durato complessivamente otto giorni),  dove il presidente  presenta un lungo discorso, dove si cita anche la storia romana e si ribadisce il diritto parlamentare alla deposizione del sovrano (cita la regina di Scozia, credo Maria Stuarda, e per l’Inghilterra Edoardo III e Riccardo II).  Inoltre sottolinea che la metà dei re inglesi fu insediata con scelta parlamentare (avverrà pure con gli Orange).  Torna poi con citazioni dalle Sacre Scritture (9° Genesi  e 35°  Numeri).  Conclude la lunga predica affermando che per la Scrittura “assolvere il colpevole è un abominio pari a quello di condannare l’innocente”, ma non dà riferimenti precisi.  Segue la sentenza di morte per decapitazione.   Carlo I  tenta di parlare ancora, ma gli viene impedito [121].   Ebbe modo di aggiungere qualcosa sul patibolo come d’uso in Gran Bretagna, a differenza  - va detto -  sia degli Stati europei cattolici, sia protestanti.  Il re, tra l’altro, afferma di morire cristiano, secondo la fede anglicana, ricevuta dai suoi antenati.  Dopo il taglio della testa, molte persone, evidentemente monarchiche, bagnarono il fazzoletto col suo sangue, come una reliquia.  Tutto ciò ad ennesima  conferma della natura anche religiosa della guerra civile inglese [122].
      Potrebbe essere considerato, Carlo I Stuart, un “martire”  della Chiesa anglicana ?  Certamente tale, e pure santo, lo considerarono il figlio e i vari cortigiani al suo seguito, oltre ai giudici dei regicidi.  In realtà, egli fu tanto poco “martire e santo” quanto lo furono i suoi avversari.  La lotta tra Parlamento e re fu in certo modo assurda, ma conseguenza di un sistema istituzionale di derivazione feudale, ormai nettamente superato: il diritto di far pace e guerra spetta al re, poi però spetta al Parlamento la decisione sui finanziamenti, questa è certamente una disfunzione che i nostri attuali sistemi politici hanno in parte ereditato, solo che oggi  il contrasto sarebbe tra governo (Consiglio dei Ministri) e Parlamento, qualora il primo non godesse di maggioranza stabile.  La prassi di sciogliere il Parlamento, non sempre con successive elezioni,  non poteva se non esasperare gli animi.  Carlo I, seguendo la politica paterna, pretendeva di imporre al Parlamento le sue decisioni (qualcosa del genere avvenne in Francia nel medesimo periodo e fino al 1789), soprattutto in merito delle spese della Corte e della politica estera;  scioglierlo serviva a poco, malgrado i suoi tentativi di ottenere fonti alternative di finanziamento.  Riaperto il Parlamento,  la questione tornava a galla peggiore di prima.  Carlo I si trovò poi non solo il problema finanziario aggravato, ma pure la volontà di estendere la libertà religiosa alle altre fedi protestanti, e non solo a quella  anglicana.  Questi due forti elementi di contrasto comportarono un antagonismo assoluto che era sfociato in quello strano (per noi) atto con cui un re dichiara guerra al Parlamento del proprio regno, e questo risponde con la mobilitazione di un proprio esercito.  Ciò che Carlo I compie è un rito probabilmente feudale, ma che scatena la guerra civile.  E’  qui il suo primo grave errore,  perché egli o chi per lui è incapace di pensare ad una riforma radicale del sistema feudale,  creando istituzioni adatte ad una vera monarchia assoluta, come egli auspicava (ad es.,  abolendo la Camera dei Comuni e mantenendo quella dei Lords: l’esatto opposto di quello che avvenne sotto Cromwell).  Certamente era sicuro di sé, avendo inizialmente forze maggiori e ben addestrate, ma non calcolò l’imponderabile, ovvero che il Parlamento, grazie soprattutto alle capacità organizzative di Cromwell e alla sua abilità militare, rovesciò nettamente i rapporti di forze, e non solo interni, ma anche con Potenze estere.
     Sul piano strettamente giuridico, la questione è certo complessa:  aveva ragione Carlo I  a negare legittimità alla Corte di Giustizia straordinaria?  Sicuramente sì:  essa veniva creata solo come risultato delle molteplici azioni di forza.   Stando alle leggi del tempo, come sarà rilevato dal successivo processo, il re  era “legibus solutus”, ossia libero dalle leggi.  Il suo potere era derivato dalla “grazia di Dio”, come dicevano le formule del tempo, e non per “volontà della Nazione”, come si aggiunse poi nell’800.  Un tale re era intangibile.  Che si poteva fare ?  Sulla base della pura legittimità, trattarlo da prigioniero di guerra rendendolo del tutto innocuo (ovvero, senza possibilità  - come invece avvenuto  - di mantenere o stabilire contatti con forze alleate, straniere o nazionali), soprattutto se la sua dichiarazione di guerra era fatta (e questo non appare chiaro), come sovrano di Inghilterra, o di Scozia, e concludere quelle trattative che pure erano state iniziate ed anche interrotte a causa del re stesso, che tentava un doppio gioco anche con l’aiuto di Francia, Spagna ed Olanda.  Peraltro, se la legge di Edoardo III, poi quella di Enrico VIII,  riguardavano il tradimento di uno o più sudditi contro il sovrano, non esisteva una legge che prevedesse il tradimento di un re verso lo Stato, la Nazione, o il Parlamento.  Quindi il processo non aveva basi legali adeguate.  Inoltre, come sarà rilevato dal giudice  del  processo successivo (contro i regicidi), il club  che ne decise la morte e che pomposamente era chiamato  Alta Corte oppure Parlamento,  era improprio come tale, in quanto decapitato non solo dei Lords,  ma pure di molti deputati monarchici ed anche repubblicani autentici, ad opera di Cromwell:  non era per nulla rappresentativo del popolo inglese.  L’episodio di molti sudditi, che bagnano il fazzoletto nel sangue del re per averne una “reliquia”,  dimostra che suscitava ancora molte simpatie tra gli Inglesi.   La sua decapitazione era dunque un atto del tutto “rivoluzionario”, ma in senso negativo:  intanto concepire la morte come la soluzione di un problema è sempre un errore, appunto perché si trasformano in santi e martiri persone che non lo sono (avverrà lo stesso con Luigi XVI in Francia, e con i Romanov nella  Russia leninista).  Poi perché una rivoluzione in senso proprio deve consistere non nei massacri e nelle decapitazioni, ma  nel miglioramento netto delle istituzioni, nell’allargamento formale e sostanziale della sovranità, nella trasformazione dei sudditi (obbedienti, confusi e selvaggi)  in cittadini (coscienti e consapevoli).   Impedì in sostanza alla Rivoluzione Inglese quel salto di qualità che ne avrebbe fatto una Repubblica in senso moderno e democratico (analogamente alla Svizzera del tempo), non riuscì a soffocare la guerra civile, soprattutto etnica e religiosa (in Irlanda) o solo religiosa (in Scozia),  ma la trascinò praticamente fino all’avvento degli Orange con la creazione di una monarchia costituzionale.  Quanto al “martirio” o alla “santità” del re,  diciamo che in gran parte la sua fine se l’era cercata, l’aveva provocata in ogni modo.  Avrebbe potuto accontentarsi di un pre-pensionamento, se non voleva fare il sovrano costituzionale con poteri simbolici, o ritirarsi in Scozia di cui pure era sovrano (ma forse anche lì avrebbe generato nuovi problemi, specialmente con i presbiteriani calvinisti di John Knox o gli anabattisti di George Fox).  Insomma, errori gravi da una parte, come nell’altra.  L’Inghilterra, intanto, non riuscì a trovare un equilibrio per altri decenni.   E’  significativo, comunque, che  - seppure non attuate o puramente dichiarate -  certe idee di libertà, in sede politica, come economica e pure religiosa, cominciassero  a diffondersi  nell’opinione pubblica.  Più per questa diffusione teorica, non necessariamente effettiva,  l’Inghilterra diverrà un modello politico ed istituzionale per gli intellettuali europei, tanto da ripresentarsi  nelle Costituzioni dei secoli XIX e XX .
     Oliver Cromwell, uomo di piccola nobiltà e di fede puritana,  aveva progressivamente assunto pieni poteri, grazie alla sua abilità militare e capacità organizzativa.  Era stato veramente il maggior mandante del regicidio, tanto che dopo morto venne dissepolto e bruciato, come si faceva con gli “eretici”.  Durante il suo Protettorato, l’Inghilterra si rafforzò ulteriormente, tanto da vincere qualunque avversario,  lasciando in gioco solo la Spagna.  Con la morte del re, la guerra dei Trent’Anni era finita e aveva portato in Europa il predominio militare della Francia, con cui però l’Inghilterra ebbe allora rapporti relativamente buoni.  Ma la lotta contro la Spagna, estremamente cattolica,  continuò ancora a lungo.   Così come continuava la lotta “interna”  con l’Irlanda, anche questa cattolica,  tanto che il 10 settembre 1649 a Drogheda vi fu il massacro di 3.000 Irlandesi (si cominciava così anche la numerosa emigrazione irlandese nelle colonie americane, e poi negli USA per gran parte dell’Ottocento).  Non furono buoni invece i rapporti col “Parlamento”, ovvero con la sola Camera dei Comuni,  dato che i Lords erano stati sciolti nello stesso fatidico 1649 (6 febbraio – il giorno dopo è soppressa formalmente la monarchia:  il nuovo regime è chiamato Commonwealth ossia Bene Comune, non propriamente una Repubblica).  Nella Camera dei Comuni si segnala l’opposizione repubblicana di Lilburne, che viene arrestato, poi liberato.  E’ interessante notare che, nel 1653, dopo l’espulsione di quel che restava del vecchio Parlamento operata per ordine di Cromwell,  la nuova Camera si insedia con questa perorazione:
“ Se la nostra intrapresa viene da Dio, ch’Egli la benedica e  la faccia prosperare, e che ciascuno badi a non combattere contro Dio;  ma se non viene da Dio, ch’essa perisca quantunque si debba perire noi per primi” [123].
     In sostanza,  è il principio che il Diritto divino passa dal re al popolo ed alla sua rappresentanza  (qualcosa del genere si ritroverà nel motto “Dio e il Popolo”, della Repubblica Veneta del 1848/ 49 e della Repubblica Romana del 1849).   Ma l’impresa puritana non doveva essere “voluta da Dio”, perché questo Parlamento cromwelliano venne già sciolto nel dicembre 1653, ovvero cinque mesi dopo la sua proclamazione.  Per la storia giuridica britannica è importante segnalare che era stata approvata la redazione di un unico codice di leggi, per cui l’Inghilterra anticipa un’esigenza che essa stessa ha poi rigettato, mentre si afferma sul continente europeo.   Allo scioglimento ne seguiranno altri tre fino al 1658, anno della sua morte.  Questo, tanto per capire come fosse “democratico”,  o meglio dittatoriale il suo regime: vi  fu chi lo propose come re, ma egli modestamente rifiutò, malgrado poi designasse quale “erede”  il  figlio Richard, che però nel 1659  rinunciò  e sparì dalla storia.  Da segnalare, a proposito di libertà religiosa, pur affermata (come citerò), il divieto nel novembre 1655 di leggere il Prayer Book, Libro anglicano di preghiere:  i predicatori, che lo usavano o attaccavano il governo di Cromwell, finivano “democraticamente”  in prigione [124].
     A leggere i discorsi parlamentari del “Lord Protettore”,  sembra di sentire continue prediche (per i riferimenti a Dio e alla Bibbia), inframmezzati  da questioni belliche, finanziarie, di politica estera, che non riporto, per non abusare “oltre ogni limite” della pazienza del lettore.  Ma ritengo doveroso riportare quanto pur dice sul principio di libertà religiosa e di coscienza, così come espresso il 12 settembre 1654.  Dopo essersi lamentato col suo Parlamento che non era ossequiente alle sue direttive (era libero, ma doveva essere libero anche lui in modo reciproco  [125]),  dopo aver affermato (con quanta convinzione, possiamo immaginarlo, visto che, per superare le difficoltà parlamentari, cacciando i deputati con l’Esercito, e non con gli angeli o i santi del Paradiso)  che era stato invocato alla suprema guida dello Stato da Dio in persona (anzi, nelle Tre Persone uguali e distinte) e dal popolo, e che solo ad essi spetta di farlo sloggiare dal suo “trono”, dopo altre disquisizioni ai limiti della schizofrenia,  eccolo a parlare di “libertà di coscienza”:
“… Inoltre, la libertà di coscienza in fatto di religione non è forse fondamentale ?  Finché v’è libertà di coscienza per il magistrato supremo d’esercitare la sua coscienza nell’erigere la forma di governo ch’egli è convinto di dover instaurare, perché non dovrebbe egli dare l’analoga libertà agli altri ?  La libertà di coscienza è un diritto naturale…  Ogni setta dice.  ‘Oh, datemi la libertà’.  Ma dategliela e, per quanto sarà in poter suo, non la concederà a nessun altro [se vogliamo, un’ammissione di colpa che vale anche per lui].  Dov’è la nostra ingegnosità?  Libertà di coscienza… Ecco invero una cosa che dovrebbe essere quanto mai reciproca!  Il magistrato ha la sua supremazia;  egli può instaurare la religione, vale a dire il governo della Chiesa, secondo la sua coscienza.  E quanto al popolo, sono in grado di dirvelo, posso dirlo:  tutto il denaro di questa nazione non avrebbe allettato gli uomini a combattere per una causa… se non avessero avuto speranza d’una libertà di coscienza migliore di quella che l’episcopato [anglicano] concedeva loro o di quella che sarebbe stata data da un presbiterio scozzese [calvinista], o anche inglese, se questo avesse compiuto i passi che minacciava di fare e fosse stato severo e rigido come minacciava d’essere…  E se v’è assolutismo… avremo il popolo costretto a trasferirsi nelle solitudini…  andarsene in una desolante e ululante solitudine della nuova Inghilterra [colonie del Nordamerica  -  126]…”.
      Che buon predicatore, che però razzolava assai male, visto che perfino il Libro di Preghiere, secondo il rito anglicano, era causa d’arresto!  Per non dire dei cattolici, esclusi dalla piena libertà  ben oltre i suoi tempi, e non alludo solo agli Irlandesi, i quali resistendo militarmente davano motivo di repressione, ma anche quelli del tutto pacifici, sebbene per costrizione, che erano Britannici.   Quattro mesi dopo, nel far chiudere il suo Parlamento (quello che, secondo canoni liberali, deve dare la fiducia al governante, mentre invece, secondo Cromwell, doveva avere la sua fiducia,  dopo la solita sequela di riferimenti a Dio, alla sua missione ecc.),  ecco come annuncia misure repressive contro i levellers anabattisti e democratici :
“… attendono, da autentici Cristiani [non si capisce quali fossero stati allora, fatti salvi i servi di Cromwell], gli uni e gli altri la salvezza solo nella fede del sangue di Cristo, uomini che professano il timore di Dio e che ricorrono al nome di Dio come a una torre fortificata…  avreste potuto… stabilire la pace e la tranquillità fra tutti coloro che professano la religiosità… impedire agli uomini devoti d’ogni credenza di precipitarsi l’uno contro l’altro…  E in che cosa consistette questo se non nell’ottenere la libertà dalla tirannia dei vescovi [anglicani] per ogni sorta di protestanti [ovviamente non per i cattolici:  è la stessa dottrina di Locke] d’adorare Dio secondo i propri lumi e la propria coscienza [fin qui, il buono;  ora arriva il brutto]…
… Ci fu mai maggiore ipocrisia di quella di coloro che furono oppressi dai vescovi e che diventarono a loro volta oppressori non appena fu rimosso il loro  giogo [è in sintesi la storia dell’intero Cristianesimo, ma Cromwell non se ne accorge]?  Vorrei augurarmi che coloro che invocano ora la libertà non abbiano anch’essi tale spirito in eccessiva copia ove il potere dovesse trovarsi nelle loro mani.  Quanto alle persone empie, blasfeme, quelle che predicano la sedizione; gli ingiuriatori litigiosi, i maldicenti, che cercano… di corrompere i buoni costumi; le persone dissolute… la pena del magistrato civile dovrebbe colpirli.  Perché, se si fingono coscienziosi…, ma in contraddizione col Vangelo e persino con i lumi naturali, essi sono giudicati da tutti.  E i loro peccati, essendo manifesti, li rendono soggetti alla spada del magistrato [ovvero, la sua], il quale non dovrebbe reggerla invano…” [127] .
     Pare ovvio che, a parte i veri reprobi che pure vi saranno stati in quei tempi di disordine, l’obiettivo della sua repressione erano i vari gruppi di opposizione, tanto è vero che conclude il discorso con lo scioglimento del suo Parlamento, al che “democraticamente” e manu militari ne seguiranno altri.   Concludendo il periodo cromwelliano, va dunque osservato che esso si afferma quale dittatura militare a tutti gli effetti (per trovare gli antecedenti storici, occorrerebbe risalire alle guerre civili di Roma e soprattutto all’avvento di Gaio Giulio Cesare e successori),  come conseguenza della sua indiscutibile abilità militare che non ha paragoni né  in Gran Bretagna, né  negli Stati europei avversari,  ma politicamente non seppe costruire nulla di solido, tanto da far crollare il suo regime,  appena il capo morì.  Non si capisce come abbia trovato ammiratori tra i repubblicani europei, visto che in realtà egli, seppure non si fosse mai proclamato re, nondimeno pretendeva un’ereditarietà del potere per suo figlio Richard, il quale  - non avendo né capacità militari, né  carattere di dittatore -  preferì sparire dalla storia,  mentre il corpo del padre veniva bruciato e disperso, come si usava per gli eretici.  Di tutto questo periodo, resta il termine Commonwealth (ricchezza, bene comune), usato però in altro senso dai Britannici attuali .
     E veniamo ora al processo ai regicidi, in particolare a quell’Harrison che, prima sostenitore poi oppositore  di Cromwell, era pure stato in prigione per questo.  E nondimeno, proprio per il suo repubblicanesimo, venne processato su ordine di Carlo II Stuart, che aveva ripreso il potere dopo tanti tentativi falliti, grazie anche alla promessa di un’amnistia generale, cosa che venne completamente disattesa:  non solo, ma, come si è accennato,  per il regicidio si prevedevano ancora supplizi orribili.  Così, mentre con Carlo I ci si limitò alla sola decapitazione senza contorno di mostruose sofferenze, con gli imputati di regicidio si tornò a pratiche orribili che denotano in Stati, pur considerati civili e al massimo della modernità (Francia e Inghilterra), un livello di barbarie inimmaginabile oggi.   Questo denota dai giuristi, in particolar modo magistrati (accusatori o giudici che siano), un livello di conservatorismo spaventoso che, mutatis mutandis,  dura tuttora, e specialmente in quei Paesi dove si mantiene il criterio dello stare decisis, ovvero della persistenza di pratiche giudiziarie procedurali e sentenziarie, sebbene superate da un più maturo livello di civiltà.  Così è per la pena di morte, anche se corredata da supplizi più o meno durevoli, come se mai questo tipo di pena (a cui, come si ribadisce, siamo condannati tutti per natura, buoni o cattivi)  potesse essere espressione proporzionale di “giustizia” [128]. 
       Il 4 aprile 1660, Carlo II a Breda (Olanda) si faceva confermare re d’Inghilterra con una dichiarazione d’amnistia valevole per tutti i responsabili della guerra civile, escludendone però coloro che avevano contribuito alla morte del padre.  Di questi, vennero catturati e processati 29, tra cui l’Harrison,  di cui riporto  alcuni punti del dibattito.  La prima udienza si ebbe il 9 ottobre del 1660 e si concluse l’11 ottobre.  Successivamente fu processato, dopo pochi giorni, il procuratore del processo a Carlo I, Cooke, ma mi limito a primo per non tormentare eccessivamente il paziente lettore, sebbene sia interessante notare come si rovescino i rapporti tra accusa e difesa, pur restando in piedi un’identica procedura fondata sulla forza materiale, ovvero chi la detiene, vince e si impone, indipendentemente dalla validità intrinseca delle argomentazioni.  Interessante è anche notare il formalismo con il culto cieco delle formule rituali [129] :
“…  poiché questo mandato è dato da un caso speciale, l’esecrabile omicidio del re benedetto ch’è ora un santo in Cielo [come si nota, mentre tra i cattolici bisogna generalmente subire un lungo esame per la santificazione,  qui basta un giudice per ottenerla in vie brevi],  re Carlo I, non vi [è rivolto ai giurati] infastidiremo coi capi d’una lunga accusa [la sostanza dei fatti è poco trattata, ci si sofferma sulle “forme”].  A fondamento di questo mandato, stava… la Legge d’amnistia e d’immunità [quella promessa a Breda pochi mesi prima].  Constaterete come in tale Legge sia contemplata l’eccezione di parecchie persone che (per i loro esecrabili tradimenti nel sentenziare a morte il nostro  detto sovrano…) sono soggette a essere perseguite come traditori conformemente alle leggi del Paese… nel caso del re, la sua vita era così preziosa, che l’intenzione era tradimento in virtù della legge comune e dichiarata tradimento in virtù di questo Statuto [quello deciso da Edoardo III]… nel caso della morte del re, è la testa della nazione ad essere mozzata [qui è evidente la sacralità attribuita al re, che viene identificato con la Nazione:  ma se così fosse, nessuno sarebbe sopravvissuto per giudicare i regicidi stessi che diverrebbero “nazionicidi”]…  Per la vita d’un singolo uomo v’è la vita del colpevole, esiste un certo risarcimento. Ma per la morte del re quale risarcimento può essere fatto [di qui la giustificazione per l’orrido supplizio inflitto ai condannati]…
     Per concludere, voi dovete ora accertarvi di sangue, di sangue reale, di sangue come quello dei santi sotto l’altare, che grida.  Quousque Domine ‘fino a quando, Signore’, ecc.  Questo sangue invoca vendetta e non sarà placato senza un sacrificio di sangue…
    E sappiamo che quando gli Ebrei dissero:  ‘Che il sangue ricada su di noi e sul nostro seme’ [130], esso continuò a ricadere su di essi e sulla loro posterità [un concetto che noi oggi consideriamo iniquo ed abnorme] sino a questo giorno.
Dio salvi il re.  Amen, amen…”[131] .
      Già in questo primo attacco si nota come il processo non abbia solo carattere politico o giuridico in senso stretto, ma religioso, sia per la sacralità attribuita al re defunto, sia per le continue citazioni di passi biblici,  soprattutto per le udienze contro Cooke, magistrato nel processo precedente,  sia contro Peters che era pastore puritano.  Il giorno dopo, comincia il processo con interrogatorio dell’imputato, in cui si nota quello stesso dialogo tra sordi, già visto con Carlo I,   ma qui non tanto sulla legittimità della Corte, quanto sul dichiararsi innocente o colpevole,  una procedura ridicola, eppure ritenuta necessaria:
“… CANCELLIERE DELLA CORONA  -  Thomas Harrison, che cosa dici ?  Sei colpevole del tradimento di cui sei accusato… ?  Oppure non colpevole ?
HARRISON  -  Miei signori,  m’è consentito di parlare ?
CORTE  -  Per dire non più (per il momento) che colpevole o non colpevole.  Signor Harrison, avete udito prima l’ordine…  Se vi dichiarate non colpevole, sarete ascoltato liberamente;  se colpevole, sapete quel che rimane.
HARRISON -   Vorrete consentirmi di darvi la mia risposta con le mie proprie parole?
[non sia mai, usare le proprie parole in Diritto ?  le formule magiche sono sacre !]
SUPREMO MAGISTRATO  -  Non v’è altra risposta se non quello che ordina la legge;  è la stessa cosa per voi come per tutti gli altri… Dovete dichiararvi non colpevole oppure, se vi confessate colpevole, dev’esservi giudizio per effetto della vostra confessione [con questa procedura si evita  - apparentemente -  la tortura nel procedimento anglosassone: dico apparentemente, perché i supplizi adottati come pena fanno pure supporre che la tortura, sebbene non registrata come tale, venisse comunque in taluni casi applicata:  si ha la confessione,  prova regina per tutti i giuristi del mondo:  che poi sia estorta,  non conta]…
HARRISON  -  Avete espresso benissimo la vostra regola [va detto che era stata applicata anche a Carlo I,  ma senza l’insistenza  formalista  di questo processo]…;  ma ho qualcosa da dire alle signorie vostre che riguarda insieme le signorie vostre e me.
CORTE  -  Dovete astenervene e dichiararvi colpevole o non colpevole.  Se agirete in modo diverso (…),  sarà come se non dichiaraste assolutamente nulla, e allora verrà proceduto al giudizio contro di voi.  La legge prescrive le parole, struttura la vostra risposta, d’altro non si tratta se non della legge:  colpevole o non colpevole ?
HARRISON  -  Milord, sono stato tenuto in stretta reclusione in questi quasi tre mesi [da qui si vede come la procedura accusatoria poteva essere distorta:  d’altronde l’Habeas Corpus, garantista, venne approvato soltanto 19 anni dopo] in modo che nessuno potesse avere accesso a me.  Potete mai invitarmi a darvi una risposta legale quando ero ignaro del mio processo fino alle nove di ieri sera e sono stato portato via dalla Torre [di Londra, quella celebre] in questo luogo alle sei di stamane?
CORTE   -  Dovete dare la vostra risposta schietta:  colpevole o non colpevole.  Non potete dire ch’essa è improvvisa o imprevista.  Perdete inutilmente tempo.  Infastidite la Corte [povera Corte, che fastidio dover sentire l’eccezione di un imputato prima del resto !]…” [132] .
   La schermaglia dura per oltre una pagina, alla fine Harrison si dichiara “non colpevole”, segue poi un’altra formuletta “Voglio essere giudicato conformemente alle leggi del Signore” (come puritano si riferisce solo a Dio, come Giudice Supremo);  qui scatta un’altra schermaglia, perché i giudici parrucconi (possiamo immaginarceli)  insistono che deve dire “Da Dio e dal Paese”.  Harrison cerca di resistere e alla fine conclude:  “Mi presto a essere giudicato a vostro modo, da Dio e dal mio Paese”.  Il Cancelliere, generoso, augura:  “Dio vi mandi un buon verdetto”, altra formula magica di rito.  Il “buon”, come sappiamo, fu l’essere orribilmente seviziato prima della morte.
      Qui ritengo necessario ribadire una distanza fondamentale tra “forma” della legge e “formalismo giuridico”:  la “forma”, che diventa anche sostanza,  è quella non solo del rispetto alla lettera della legge, ma anche del rispetto della legge verso la razionalità, ragionevolezza e corrispondenza alla realtà dei fatti e delle condizioni generali di vita e di cultura.  Una legge non razionale, non ragionevole, non realistica (quindi, inapplicabile), superata dagli eventi, dovrebbe decadere da sé, o essere abrogata.  Il rispetto formalistico di una legge irrazionale, irragionevole, non proporzionale ai fatti, superata dagli eventi  è, appunto, puro formalismo giuridico, che non deve, né può, essere rispettato.  Ma si dirà, chi  può decidere sulla sostanza di una legge ?  Evidentemente il  Corpo, il Collegio che esprime il potere legislativo ed è, nelle democrazie, eletto dal popolo nella forma più diretta e proporzionale possibile.  Altrimenti, ogni potere diventa abusivo ed illegittimo, quantunque formalisticamente “legale”.  Nel nostro caso, il non aver lasciato che Harrison spiegasse le proprie obiezioni (del resto sappiamo che era, comunque, pre-condannato ad una pena orrenda)  mostra l’iniquità del procedimento, pur ammettendo  - come si è detto per quello di Carlo I  -  che a sua volta non era stato corretto e legittimo quello precedente, istituito da una Camera dei Comuni “nominata”  da Cromwell.  Insomma, scorrettezza ed iniquità si sovrappongono dall’un caso all’altro.
    Il giorno dopo, gli imputati (oltre ad Harrison, Adrian Scroop, John Carew, John Jones, Gregory Clement e Thomas Scot)  vengono portati alla sbarra e, dopo aver detto di tacere,  si dice loro che hanno diritto a penna, inchiostro e carta, nonché di aver il diritto  di ricusazione dei membri della giuria, ma prima del loro giuramento.  Anche qui  c’è una procedura sacrale da adottare:  il giurato (il primo è tale Thomas Allen) deve posare la mano sul Libro, evidentemente la Bibbia.  Dopo aver giurato gli si dice:
“ Voi giudicherete bene e veritariamente, ed emetterete un verdetto veritiero, tra il nostro sovrano signore il re e gli accusati…
Così v’aiuti Iddio…” [133].
   Ovviamente il “verdetto veritiero”  (qualcuno confonde verdetto con sentenza:  in realtà il verdetto è solo la decisione della giuria su colpevolezza o non colpevolezza di un imputato, mentre la sentenza è la decisione specifica e particolareggiata, anche se non motivata in antico,  della Corte giudicante),  doveva essere di colpevolezza:  si tratta quindi del solito formalismo giudiziario.  Si fanno cose del tutto superflue rispetto a decisioni già predeterminate .
     Heneage Finch,  già speaker dell’ultima Camera dei Comuni di Carlo I che egli sosteneva allora, come fece poi con il figlio Carlo II,  svolse il ruolo di procuratore generale del re in questo processo.  Ecco come teorizza il potere religioso oltreché politico, dei sovrani assoluti, nella medesima udienza dell’11 ottobre, dopo aver citato un episodio della storia persiana e una frase di Tacito :
“…  Dubitare o esitare in fatto di fedeltà al sovrano [ovviamente da parte di un suddito, perché su quello che succede tra re, nulla conta per questi maggiordomi di regime] è immediato tradimento [l’abbiamo visto già con l’innocuo Thomas More] o apostasia…  i re, che sono i ‘vicari di Dio in Terra’ [ovvero, come papi] , hanno a tal punto una sorta di somiglianza con la Maestà divina [ovviamente, dico io, con un “Dio” assai piccolino, quasi “umano”], che i loro sudditi sono responsabili verso di loro fin degli stessi pensieri del proprio cuore [ovvero, pensare qualcosa contro il re è già un crimine, per questo tremebondo magistrato]…
… Si trattò della distruzione dell’unto di Dio nel nome del Signore.  Si trattò dell’omicidio del sommamente benedetto e amato principe in nome del suo popolo… E quand’ebbero così spento la luce d’Israele, tenebre e confusione si sparsero sulla faccia del Paese.  Molti poveri sudditi in patria e alcuni protestanti nelle nazioni straniere caddero a terra morti, come se quell’eccellente re fosse stato, in un senso naturale così come quello religioso, il respiro delle nostre narici, l’unto del Signore [unto forse, perché a quel tempo ci si lavava poco…], che veniva portato via nei loro abissi…” [134].
       Questo servetto del vincitore dimentica che, se guerra vi è stata, l’aveva proclamata il re stesso e che, a parte la divinizzazione di un re, penosa e ridicola ai nostri occhi,  ragioni e torti, violenze ed abusi si compirono in parti uguali sui due fronti.  Ma così è, quando la forza sostituisce la ragione, quando il Diritto è amministrato in nome della forza:  se n’era accorto anche lo stesso Carlo I, come ricordato.  Poi, sempre con la sua pompa barocca, Finch fa l’elenco dei responsabili dell’atroce omicidio che era pure per lui un vero genocidio, di cui su ottanta 24 o 25 erano morti, 18 o 19 fuggiti  “con il marchio di Caino”, 29 condotte a processo. L’udienza procede con ascolto dei testimoni.  E’  curioso notare non solo la presenza del Finch, ma anche di altri procuratori e, perfino, di un avvocato della Corona, tutti con i loro vari interventi.  Interessante, sul piano tecnico, le perizie sulla firma di Harrison nel documento di condanna del re, che in ogni caso lo stesso Harrison riconosce come propria, che però obietta sulla natura della prova, perché, in quanto atto pubblico, non sarebbe valida, al che gli si oppone che, avendo riconosciuta come propria la firma, l’atto poteva essere considerato come prova del tradimento nei confronti del re.  Pure interessante l’eccezione che Harrison presenta contro la Corte che lo sta giudicando (anche qui le parti si rovesciano):
“HARRISON.  -  Non seguii il mio proprio giudizio;  feci quel che compii come per un dovere di coscienza verso il Signore [come può notarsi questi fanatici, che siano vincitori o vinti, processati o processanti, hanno la paranoica convinzione di essere ispirati da Dio in faccende di umana o “troppo umana” violenza reciproca, tra persone che si riferivano  -  tra l’altro  - al medesimo Libro Sacro, che ognuno tirava a sé  come ne fosse l’Autore !    Ecco a che cosa conduce ogni forma di fanatismo  religioso !]…  Può darsi ch’io potessi un poco [sic !!!] sbagliare;  ma io feci tutto al meglio della mia comprensione, desiderando che a me facesse da guida il volere di Dio rivelato nelle Sue sante Scritture…  credo umilmente che sia mio dovere farvi presente sin dall’inizio che questa Corte, o qualsiasi altra Corte inferiore all’Alta Corte del parlamento, non ha nessunissima giurisdizione sulle azioni di quest’ultima.  Qui vi sono molti eruditi nelle materie legali…  Ripeto… che allora [il Parlamento] era l’Autorità suprema… un parlamento legittimo…
CORTE  -  Fatelo smettere !   Sappiate dove vi trovate, signore;  vi trovate in un’assemblea di Cristiani;  non vorrete forse fare di Dio l’autore dei vostri tradimenti ed eccidi?  Badate a dove vi trovate;  dei Cristiani non debbono udire questo…” [135] .
       E’ evidente, se non bastasse quanto sopra esposto, che  tali procedimenti giudiziari non hanno soltanto carattere politico e di guerra civile, ma religioso:  religioso, sia per la natura del re c di nomina “divina”, sia per la contrapposizione violenta tra sette e gruppi che si definivano tutti cristiani, che tuttavia attribuivano agli avversari la qualifica di eretici:  oggi,  a parte le guerre islamiche,  nessuno tirerebbe in ballo la divinità in questo modo sfacciato e fanatico  per beghe del tutto umane, odi e massacri del tutto umani:  questa era l’Europa del XVII secolo, e questo era uno Stato protestante anglicano, in cui si scatenavano simili antagonismi.  Se Dio in quel momento avesse ascoltato simili discorsi, che Lo chiamavano in causa, da una come dall’altra parte, per giustificare le proprie violenze fanatiche, avrebbe dovuto mandare un ben più terrificante e durevole Diluvio Universale di quello dei tempi di Noè.  Ma torniamo alla questione giuridica:  i giudici hanno avuto facile gioco contro Harrison e gli altri imputati a sottolineare come, legalmente, il Parlamento di quel tempo era bicamerale e necessitava, per essere nel pieno delle funzioni, della compresenza del re.   A parte il fatto che sarebbe stato comico che il re, con la sua essenziale presenza, dovesse giudicare di se stesso nelle accuse contro di lui,  sicuramente la Camera dei Lords era stata eliminata e la stessa Camera dei Comuni era ridottissima a causa  delle epurazioni cromwelliane.  Quindi, nulla poteva restare di legittimo nel processo e nella condanna di Carlo I.
“PROCURATORE GENERALE.  -   Questi due punti, milords, sono in effetti soltanto uno, e costituiscono un nuovo tradimento perpetrato alla sbarra, per il quale egli merita la morte quand’anche non ci fosse nessun’altra imputazione [il neretto è mio].  Esso consiste nella malvagità del suo cuore verso la dignità e la corona d’Inghilterra…  insinuazione d’un uomo invasato dal demonio [stavolta è quel povero  diavolo di Satana ad essere chiamato in campo !], dirò che i lords e i comuni non sono un parlamento;  che il re e i lords non possono compiere nulla senza i comuni, né il re e i comuni senza i lords, e neppure i lords e i comuni senza il re, specialmente contro il re.  Se lo fanno, devono risponderne con la loro testa; poiché il re non è soggetto a nessun potere coercitivo [il neretto è mio]... 
SIGNOR ANNESLEY. [è un membro della Corte e già deputato]  - Fui  uno di quella ‘maggioranza corrotta’ (come la chiamarono) che fu cacciata dalla Camera.  Egli non può dimenticare che a quel tempo c’erano guardie nell’una e nell’altra Camera…;  e che quelle guardie furono rimosse con la forza dall’imputato e sostituite…  la Camera dei Comuni da sé sola non ha potere di giudicatura di vita e di morte…” [136] .
     Non mi dilungo per evidenti ragioni.  E’  chiaro che, nel corso di una rivoluzione,  saltano  tutti i riferimenti istituzionali.  In Gran Bretagna mancava, come manca tuttora, una precisa Costituzione scritta che indichi il da farsi per eventuali riforme “costituzionali”.  Un confronto con la situazione francese di 129 anni dopo sarà significativa.  Lì il sistema era tricamerale (i ben noti Stati Generali):  secondo la prassi di origine medioevale ogni Stato faceva assemblea a sé, poi si contavano i voti per ciascuno Stato: di solito erano due (nobili e alto clero)  contro il Terzo Stato (borghesia, basso clero, artigiani).  Per evitare il reiterarsi di simili situazioni, all’Assemblea del Terzo Stato si associano elementi dei primi due, sicché  - malgrado i tentativi di Luigi XVI  - possono proclamarsi Assemblea Nazionale Costituente, e quindi  imporre la “sovranità della Nazione” contro la sovranità del re, ed iniziare tutta la serie di riforme che la maggioranza richiese ed impose.  La situazione inglese era opposta, perché  all’Assemblea unita si sostituì non solo una singola Camera, ma anche questa defraudata  di un bel numero di deputati, cacciati con la forza.  Considerarla quindi dotata di una qualche “legittimità”, anche in senso riformistico, era un totale assurdo [137], sia rispetto alle leggi preesistenti, sia rispetto ad un qualche concetto “democratico”,  cosa che avverrà solo con l’arrivo degli Orange, 28 anni dopo .
       Il processo, quindi, finisce con l’orrido supplizio inflitto ai vari imputati (sventramento, castrazione, squartamento e rogo finale).  Ma non si deve ritenere che con l’esecuzione dei regicidi e, più tardi, l’avvento degli Orange, provenienti dall’Olanda,  l’antagonismo religioso fosse del tutto soffocato.  Certo, i contrasti fra gruppi protestanti (anglicani, arminiani, puritani, presbiteriani, ecc.)  finalmente sembra, almeno in Gran Bretagna, risolversi con reciproca accettazione, ma non è così con i cattolici, soprattutto con quelli Irlandesi, molto combattivi e piuttosto favorevoli all’esilio nelle colonie che alla conversione.  Delle tristissime condizioni dei cattolici irlandesi,  sono prova sia  le sarcastiche osservazioni di Jonathan Swift (XVIII secolo) [138],  sia quelle dello scrittore Archibald Joseph Cronin (XX secolo) nel romanzo autobiografico “Anni Verdi”, che testimoniò il durevole odio e disprezzo dei protestanti  britannici per i “papisti” irlandesi ancora nei primi decenni del secolo scorso  (com’è ben noto, in quegli anni, dopo la Prima Guerra Mondiale, si ha l’insurrezione dei cattolici irlandesi che porta alla nascita dell’EIRE).  Nel 1679, ancora sotto gli Stuart (Giacomo II che, del resto, era cattolico dichiarato e per questo trovò la dura opposizione britannico), fu emanata una delle prime leggi “garantiste”  della storia giudiziaria mondiale, ovvero il celebre e quasi proverbiale “Habeas corpus” (“Abbi il corpo”, letteralmente:  noi diremmo “cattura o arresta la persona fisica dell’indagato”):  in essa si prevedeva  perfino un risarcimento per arresti illegittimi o per trattamenti non ammessi per leggi vero il prigioniero.   Ai nostri fini,  è però più interessante il Bill dei Diritti (Bill equivale a progetto di legge) del 1689,  dove si prevedeva una serie di garanzie politiche (prevalenza del Parlamento sul re, cosa che gli Stuart mai ammisero) e finanziarie-fiscali  (il famoso principio, poi scatenante la Rivoluzione Americana, del “senza rappresentanza, nessuna tassazione”).  Ai fini delle libertà, insieme sociopolitiche e religiose, è di notevole interesse (anche attuale per spiegare certi comportamenti statunitensi) il diritto per ogni cittadino protestante di portare armi a propria difesa;  ovviamente non per i cattolici, considerati sempre minacciosi e pericolosi [139] .

      Chiusa la questione politico-religiosa della lotta interna alla Gran Bretagna nel secolo XVII,  torno alla questione generale delle persecuzioni religiose nell’ambito del protestantesimo europeo e delle colonie puritane britanniche, relativamente alla stregoneria.  Perseguitata in ambiente cattolico, la stregoneria lo era ben di più in ambiente protestante, questo perché tra i popoli nordici la mitologia della Notte, del Buio, delle Tempeste,  del Demonio, ed altra simile paccottiglia, ha sempre mantenuto un grande peso, basti pensare alla prima letteratura romantica dei Paesi britannici e germanici, alla tradizione della Walpurgisnacht (la Notte di Valpurga), ovvero il Sabba, quella cerimonia per cui Satana in persona appariva soprattutto a donne invasate e faceva orge a dire il vero un po’  ridicole, come il fatto di dovergli baciare il deretano.   Ma come si è formata l’idea di Entità spirituali infernali e malvagie che intervengono nella vita dell’uomo ?  Ne ho più volte accennato:  sorge nell’ambito di religioni politeiste che vedevano nel dio o negli dèi dei popoli nemici entità appunto malvagie.  Questa concezione viene quasi codificata nell’Avesta zoroastriano, adottato dai sovrani persiani (Achemenidi, poi Arsacidi, quindi Sassanidi),  Libro Sacro e Rivelato, dove si parla di Angra Maiynu o Ahriman, quale Oppositore di Ahura Mazda, ovvero il Dio che pena e agisce, creando le cose buone del mondo, mentre il primo crea tutto ciò che è malvagio.  Angra Maiynu ha al suo servizio, schiere infinite di Daeva,  termine nel quale è facile ritrovare l’etimologia dei nostri diavoli, così come Ahura Mazda ha a disposizione  angeli (gli Amesha Spenta) per l’attuazione della sua volontà.   Tutta questa costruzione di Entità spirituali che intervengono sulla Terra e sull’umanità fu poi assorbito nella religione ebraica e da questa trasmessa alla religione cristiana, non senza contaminazioni col preesistente politeismo europeo e con tutta la serie di fiabesche mitologie dei popoli indoeuropei.  Il forte persistere di questa mitologia, sia a livelli di religiosità popolare, sia in sede letteraria,soprattutto fra i popoli nordici, ed espressa nel primo Romanticismo germanico,  dimostra  in modo poco confutabile che il Protestantesimo, il quale, della lotta contro streghe, maghi e simili, fece una bandiera, perché credeva effettivamente all’esistenza di tali Entità malvagie,  non poteva certo considerarsi più evoluto rispetto al Cattolicesimo, ma forse addirittura si doveva considerare un arretramento culturale, sebbene ecclesiasticamente, teologicamente e scientificamente molto più fragile (il che consentì poi, come si è osservato,  l’affermarsi  - per nulla voluto, ma non evitabile  -  del laicismo e dell’illuminismo).
    C’è, l’ho già sottolineato, una forte contraddizione nel Cristianesimo (rispetto a Zoroastrismo ed Ebraismo)  proprio nella funzione di Satana e dei suoi demòni o diavoli:  ed è quella che, sebbene siano visti come tentatori verso il Male, nondimeno sono anche i carcerieri e i punitori (anzi torturatori)  delle anime dei defunti per i loro Peccati:  come dire che  Satana, pur nemico di Dio, viene fatto Giustiziere e Carceriere per conto di Dio.  Più logico sarebbe quindi vedere l’Inferno come luogo in cui le anime dei peccatori si sollazzano, tra i peccati e i piaceri carnali, in orge fantasmagoriche (un luogo di delizie peccaminose), almeno finché, stando all’Apocalisse di Giovanni,  Dio non elimini tutto questo mondo  infernale  dissolvendolo.  La comica schiera dei diavoli Barbariccia, quello che intona la marcia con un peto rumoroso, Malacoda, Farfarello ecc., è quindi più logica di quella del Lucifero che divora Bruto, Cassio e Giuda, rispettivamente nel percorso e nel fondo  dell’Inferno dantesco.   Certo, si può obiettare, se si presentasse  l’Inferno come un allegrissimo rave party, sia pur con finale tragico,  come bambini e adulti potrebbero essere distolti dal Male ?   Quindi, necessitava una rappresentazione del Male che, bello all’inizio, diventa un’autopunizione crudele ed eterna alla fine, con questi diavolacci che, prima piacevoli, si trasformano poi in sadici torturatori.  Questa cupa rappresentazione, storicamente, si rifaceva alla tradizione etrusca del periodo delle invasioni celtiche e delle guerre con i Greci e Romani (dal IV al I secolo a. C.), in cui l’Aldilà, da gioioso banchetto, si era trasformato  in un luogo di torture (l’etrusco Charun,  con la compagnia del cane Cerbero, è il precursore del barcaiolo infernale Caronte della tradizione virgiliana e dantesca).  Una simile rappresentazione delle anime separate dal corpo poteva certo spaventare bambini e adulti di scarso livello culturale, molto meno gente abituata alla lotta e al dolore:  eppure,  molti uomini, vissuti da “duri”, nella fase finale cercavano di conquistare un posto prima in Purgatorio, poi in Paradiso,  attraverso donazioni generose alla Chiesa,  segno che gli antichi infantili terrori riapparivano sul limitare della vita.  Ma personalmente ritengo poco credibile che alte Intelligenze, Entità puramente spirituali, buone o malvagie che siano,  vengano a rompersi le scatole tra noi, piccoli esseri umani con tutti i nostri terreni problemucci, per indurci al peccato e poi punirci per conto di un Terzo.  Se esistessero, li vedrei piuttosto come “dèi”  alla maniera epicurea,  che vivono per i fatti loro nell’Empireo, lasciandoci alle nostre microbiche beghe.  In realtà, in tutte queste concezioni tra il fiabesco e il mitologico, vige un fortissimo antropo- e geocentrismo del tutto irrazionale ed a-scientifico.  
      Se qualcuno ritenesse che l’Europa cattolica era la più severa in fatto di stregoneria,  viene smentito dallo storico Turberville che così scrive:
“… Mentre l’Inquisizione spagnola in complesso era singolarmente ragionevole nel suo trattamento della stregoneria [140], ritenendo che le storie del Sabba fossero illusioni e fantasie,  la Scozia protestante torturò atrocemente e arse vive migliaia di infelici donne ritenute streghe.  Noi fremiamo, oggi, al pensiero del supplizio del rogo: rammentiamoci allora che ancora nel 1726 una donna di nome Caterina Hayes fu bruciata viva a Tyburn per l’uccisione del marito…” [141] .
     E riguardo quella meraviglia del mondo, costituita dagli USA, va ricordato che a Salem, nel Massachussets, nel 1692, in ambiente puritano, un bel numero di ragazze e donne vennero considerate “streghe” e partecipanti ai “sabba”, e quindi condannate a morte (probabilmente si trattava dei primi “festeggiamenti”  per Halloween, oggi tanto di moda anche da noi)[142].   In ambiente protestante tedesco, si ebbe la prima critica sulla valenza giudiziaria della magia (in senso negativo)  da parte del filosofo e giurista  Christian Thomasius nel 1701, con la pubblicazione della sua opera “De Crimine Magiae”, in cui affermava la totale inefficacia di tali presunte pratiche, e quindi la loro nullità giuridica indipendentemente dalle intenzioni di chi la pratica o sia accusata di praticarla, ma non dobbiamo ritenere  che avesse avuto immediato riscontro.  Thomasius è pure celebre per aver preceduto, come l’italiano Giuseppe Valletta, Beccaria nella critica di ogni validità inquirente della tortura.
    Credo, dunque, che l’ampio spazio dedicato al tema delle inquisizioni  protestanti, spesso troppo trascurate nella storiografia, a causa di preconcetti anglomani o germanofili, meriti  appunto per tale ragione,  sottolineando così come la tesi di Gobetti (giustificabile per la giovane età) e dei suoi successori  (non giustificabili altrettanto), sia stata adeguatamente smentita.  La differenza tra Stati di cultura protestante e Stati di cultura cattolica è dovuta non a fattori di pretesa tolleranza religiosa, ma a diversa situazione politica ed economica, come pure alla posizione geografica, per quanto almeno riguarda la Gran Bretagna o l’Olanda, condizioni che ne hanno favorito lo sviluppo in ogni campo .
 
IL  MANUALE   DI  NICOLAU  EYMERICH .

   Malgrado il nome sia di probabilissima origine slava, si tratta di un inquisitore spagnolo che, dopo Bernardo Gui,  ha creato un suo Manuale di procedura inquisitoria nel XIV secolo, poi commentato circa due secoli dopo dall’altro inquisitore Pena (non essendo in grado di riprodurre la “tilde” sulla mia tastiera, la sostituisco sottolineando la “n”).  La Casa editrice PIEMME di Casale Monferrato ha pubblicato una riedizione, a cura di Rino Cammilleri, non so se parente del celebre scrittore Andrea Cammilleri.  Per i motivi che espongo sotto,  dubito che l’opera sia  un’esatta traduzione dei testi originali, ma siccome è l’unico testo disponibile, devo necessariamente rifarmi a questo.  In generale,  bisogna diffidare da testi ed opere di giornalisti che si atteggino a storici, in quanto la concezione del tempo e della scala di valore dei fatti è diametralmente opposta.  Il giornalista di quotidiano non vede oltre la settimana, come periodo da memorizzare, quello dei settimanali non supera il mese, e quello dei mensili non va oltre l’anno in corso.  Inoltre, il giornalista ignora per natura (con rarissime eccezioni)  una scala di valori tra le notizie su cui lavora:  ciò che lo colpisce è quello che gli procura non tanto più lettori, quanto più acquirenti del giornale  (se potesse vendere fogli bianchi,  lo farebbe volentieri:  per il giornalista, scrivere non è un piacere, ma un obbligo,  un lavoro forzato,  una routine).   Di qui l’enorme spazio che lascia alla pubblicità  con slogans fissi.  E nondimeno, per la loro facile, ancorché  scarsamente durevole celebrità,  le Case editrici spesso  lasciano  ai giornalisti il ruolo di storici, che,  sempre per la scarsa serietà del sistema culturale, arrivano pure a diventare docenti universitari con tanto di cattedra prestigiosa.  Ne escono opere, il più delle volte di facile lettura e consumo, ma di infimo valore sul piano scientifico.  Questa che esamino è, ahinoi, una di quelle.  Esemplifico per spiegarmi meglio: “L’Unità” commette un grossolano errore di un secolo a proposito del Concilio di Trento, anticipandolo al XV, anziché  porlo al XVI:  sulla scia di un collega de “Il Giornale”, lo stesso per il quale scrive anche lui,  il Cammilleri critica ciò con aria molto professorale.  Solo che, ahinoi,  il “professore” si rivela non meno incolto, quando  attribuisce alle truppe napoleoniche l’aver trafugato l’intero archivio dell’Inquisizione romana nel biennio 1816-1817 [143],  quando notoriamente la battaglia di Waterloo,  che toglie di mezzo Napoleone e i suoi eserciti, avviene nel giugno 1815.  Si dirà:  ma un secolo è più di un anno o di qualche anno:  questo forse vale per i giornalisti, non per gli storici, in quanto l’errore dell’Unità potrebbe essere solo un refuso di stampa,  senza contare che la  distanza di tempo dai fatti rende più “nebulosa”  l’epoca storica,  mentre invece scrivere una doppia inesattezza di data, sicuramente non è errore grafico, bensì di scarsa conoscenza dei fatti, e la maggior vicinanza nel tempo (due secoli, rispetto a cinque)  rende in tutti i casi più grave l’imprecisione.   Per giunta, il periodo delle forti asportazioni di materiale culturale dall’Italia avviene nella prima campagna napoleonica (1796 – 1799), e non alla fine dell’Impero, quando ormai la Francia era dissanguata e l’Italia, come la Germania, già vedevano da un anno la Restaurazione sul proprio territorio.  Ma non basta:  tutto teso a copiare le tesi dell’assolutista de Maistre, controrivoluzionario del XIX secolo,  Cammilleri vede nell’Inquisizione cattolica un esempio di moderazione, di bontà e di garantismo, irride a personaggi come Tommaso Campanella, che subì per motivi religiosi, come politici, 27 anni di prigionia e di tortura, perché si faceva passare per pazzo riuscendo a sopravvivere; ma anche Giordano Bruno,  qualificato come truffatore e spia [144], nonché causa di adulterio della moglie di Giovanni Mocenigo (colui che lo denunciò all’Inquisizione veneziana), senza il minimo senso di pietà umana e neppure delle proporzioni. Lo stesso fa  con Arnaldo da Brescia  (forse perché vede più consona la figura di Cola di Rienzo, o Rienzi, massacrato dal popolo romano).  Fortunatamente nulla dice sulla sorte di Gerolamo Savonarola, che certamente non era eretico, ma solo critico e morale fustigatore dei comportamenti di Alessandro VI Borgia.  Come sue fonti, cita un romanzo di Ken Follet, per sostenere che la fustigazione era “simbolica”,  e “L’Elogio dell’Inquisizione” di J. (Jean ?) Guiraud [145].  Ora, è veramente un peccato che una società editrice, che pure ha vari meriti culturali per la ripubblicazione di testi oggi introvabili,  si affidi a commentatori di questo calibro assai giornalistico,  che evidentemente non si rendono nemmeno conto che i tempi dell’Inquisizione sono terminati  e per motivi ben validi, solo per ragioni commerciali e per superficiale leggibilità, dato il loro stile così squallidamente plebeo.  In conclusione, non avendo altro testo dell’originale,  dobbiamo di necessità far “virtù”  ed esaminare quello che il convento ci ammannisce.
      Entriamo ora nel merito della questione:  questi manuali inquisitori non sono “codici” e neppure norme obbligatorie di procedura.  Sono soltanto  dei lavori consultivi, senza impegno,  per i giovani inquisitori alle loro prime esperienze, scritti dai vecchi esperti del mestiere.  Non si può da essi ricavare la certezza (nemmeno i nostri Codici attuali ce la darebbero, come ben dimostrano certi fatti recenti)  che la prassi effettiva fosse così o non peggiore (o, anche se difficilmente,  migliore).  Così, per quanto particolareggiati, i  verbali di interrogatorio e degli “esami rigorosi” (ovvero, accompagnati da torture, minacce e sofferenze)  siano necessariamente realistici:  sicuramente le vittime, non uscendone vive, non potevano certamente dire il contrario e, ammesso che ne uscissero, è ben difficile che si permettessero di dare una propria versione dei fatti, sapendo che avrebbero rischiato di peggio.  Nondimeno, lo storico non può vagare con la fantasia, e deve attenersi a quanto risulta documentato.  Così dunque scrive lo Eymerich, nella versione di Cammilleri:
“… Chi non compare [alle convocazioni obbligatorie dell’inquisitore, durante le sue visite:  ricordo che non avevano sede fissa, ma si muovevano come ispettori nelle zone “sospette”] spontaneamente a confessare di aver compiuto atti eretici, ma nega tuttavia di aver aderito intellettualmente all’eresia, sarà sottoposto a tortura affinché l’inquisitore possa farsi un’opinione sulla verità dell’adesione mentale dell’accusato alla sua fede.  Se dopo essere stato torturato, egli rimane  nella sua primitiva posizione, gli verrà ugualmente ingiunto di abiurare come gravemente sospetto di eresia [l’abiura, come quella che fu costretto a fare Galilei, riguardava la fede anti-cattolica o anti-cristiana,  come tale ritenuta dall’inquisitore del momento:  le convinzioni scientifiche di Galilei, sulla linea del sistema copernicano, erano ritenute eretiche, quindi dovette abiurarle, sebbene oggi nessuno vi vedrebbe nulla di anti-cristiano]…” [146] .
     Più avanti, il glossatore Pena  commenta:
“  Non ci sono oggi nuove eresie, bensì una rimessa a nuovo di vecchie eresie [segno che considerava quelle protestanti ormai stabili, sebbene esistessero da non più di 100 anni]…
… l’Inquisizione si considera competente per il giudizio di ogni bestemmiatore che abbia qualche vicinanza o connessione con l’eresia [fu il caso di Vanini, considerato bestemmiatore eretico]…” [147] .
     Il Pena  poi specifica quali siano i sortilegi, indicando gli invocatori del demonio (es.  Faust], e coloro che preparano filtri d’amore (streghe o maghe) [148].   Più avanti, l’Eymerich ottiene che l’inquisitore non deve farsi condizionare dal potere secolare o politico, come diremmo noi, per intraprendere un processo di eresia,  mentre il suo glossatore specifica  che, con Gregorio IX nel 1230,  si fecero distruggere le copie del Talmùd in quanto pieno di empietà.  Il Cammilleri, per farsi vedere altrettanto bravo del Pena,  ricorda che gli stessi rabbini di Montpellier pregarono  l’Inquisizione di bruciare le copie della “Guida dei perplessi”, l’importante e tuttora interessante opera di Mosè Maimonide di  filosofia e reinterpretazione allegorico-aristotelica della Bibbia.  Ancora, il Pena considera sospetto di eresia chi è spretato o smonacato, e si sposa (es.  Lutero), perché evidentemente esce dalla Chiesa in quanto eretico.  In tal caso, l’inquisitore deve intervenire e punire.  Anche coloro che aiutano un eretico, ospitandolo, sono considerati  sospetti di eresia [149].   Scrive ancora il Pena:
“  L’Inquisitore si circondi di mille precauzioni prima di procedere contro un magistrato [non va inteso nel senso moderno, ma come colui che ha una qualche carica politica,  segno che il glossatore del XVI secolo  riconosce i non sempre buoni rapporti col potere politico, in sede di libertà religiosa] benefattore dell’eresia.  Il magistrato potrebbe infatti sobillare il popolo contro l’inquisitore.  Se non si può farne a meno, è meglio riferire al papa… [poi aggiunge a proposito di rapporti tra congiunti]… ognuno, privato o no, è tenuto sotto pena di scomunica, a denunciare gli eretici [ed esemplifica con la moglie che non denunci per paura il marito che mangia carne al venerdì !!!  ma chi, di solito, prepara il pranzo ?  Oppure il marito mangia fuori,  ed allora come fa lei a sapere  che cosa ha mangiato ?    Si vede bene qui l’ottusità del giurista canonico;  più sotto Pena specifica sul caso di diffamazione in fatto di eresia ]
… C’è diffamazione, e dunque procedimento quando si può contare sulle accuse o la deposizione di due testimoni.  Tuttavia, l’inquisitore non sarà precipitoso e avrà la  saggezza di inserire nell’incartamento [l’inquisitore doveva preparare un vero e proprio fascicolo, come fanno i magistrati moderni] qualche indizio atto a provare la veridicità delle delazioni… “[150] .
    Vi è poi l’elenco delle eresie:  negare la Trinità (cfr.  Serveto), la divinità di Gesù,  l’immacolata concezione e la perpetua verginità di Maria, anche dopo il parto (come, viceversa, i protestanti non credono),  ritenere Giuseppe padre carnale di Gesù, negare la morte di Gesù sulla croce (come sostenuto da eresie antiche) [151].
   Relativamente alla procedura,  l’Eymerich, dopo aver tracciato le premesse sull’insediamento dell’inquisitore all’inizio della propria ispezione, scrive:
“… Vi ordiniamo di accogliere favorevolmente l’inquisitore; di arrestare o fare arrestare  tutti coloro che l’inquisitore vi indicherà come sospetti del crimine di eresia… noi col presente documento prendiamo lui, il suo commissario [un incaricato dello stesso inquisitore], il suo notaio, la sua scorta e i suoi beni [sempre si riferisce all’inquisitore che ha tutto un seguito di persone al suo servizio] sotto la protezione della nostra reale clemenza [si riferisce al potere sovrano in quel luogo, re o feudatario che fosse]… nessuno li molesti in alcun modo…  Garantite i loro spostamenti…”.   Questo documento, fissato in un modulo con le varianti necessarie,  serviva a fornire all’inquisitore tutta la competenza di indagine in una determinata zona.  Viene pure minacciata o la scomunica (individuale), o l’interdetto (alla collettività),  per chi ostacolasse le indagini in corso [152] .
     Viene prevista una cerimonia pubblica di “apertura” (una sorta di anno giudiziario!) dell’indagine, che quindi non era del tutto segreta, come sostengono taluni:  le indagini specifiche erano tali, ma tanto l’inizio, quanto la conclusione, spesso orrenda,  erano veri e propri spettacoli pubblici.  Vi era, in tale cerimonia, un esplicito ordine di delazione a chiunque anche solo sospettasse l’esistenza di eretici sul luogo:  i delatori avevano diritto di indulgenza per i loro peccati, ma non si poteva approfittare della “confessione”, quale sacramento, in quanto sottoposto a segreto religioso, per far sapere certe cose, anche se è probabile che in taluni casi se ne approfittasse su chi aveva troppa fiducia in tale segreto, ma questo non andava certo detto.  Si davano da 30 a 40 giorni di grazia per  rivelare i nomi o gli atti di eretici (mi ricorda molto i 40 giorni di Michele Misseri, chissà perché…), senza conseguenze negative [153].  Prosegue l’Eymerich:
“… I delatori saranno ascoltati giudiziariamente nel lasso di tempo all’uopo previsto.  Se i delatori fossero tanto numerosi da far diventare impossibile ascoltare… le loro deposizioni, l’inquisitore farà loro scrivere in un quaderno… cosa denunciano e chi, il proprio nome, i… testimoni… Questo quaderno verrà conservato con cura dall’inquisitore…
    Trascorso il tempo di grazia [i 40 giorni], l’inquisitore compulsa il suo promemoria, soppesa le delazioni, scarta quelle poco verosimili, isola i crimini più gravi… comincia a indagare citando [come termine giuridico, ovvero convoca] colui che denuncia i fatti, gli fa prestare giuramento…” [154] .
      Così il processo parte dall’accusa, per causa di denuncia o per risultato di inchiesta.  L’accusatore, se non riesce a dimostrare quanto riferito, a sua volta è sottoposto alla “legge del taglione”, ovvero alla stessa pena che avrebbe meritato il calunniato se fosse stato eretico (con il che,  si disincentivava teoricamente la vendetta personale contro l’accusato ingiustamente, ma siccome questo veniva o minacciato  di tortura o effettivamente torturato, è facile che confermasse da sé la calunnia subìta).  Infatti, il Pena commenta osservando la controproduttività  di tale “taglione”.  Il procedimento per inchiesta non differisce dal primo, se non per il maggior numero di fatti e di persone da esaminare.  L’indagato per eresia viene interrogato solitamente su questioni di fede, dopo la parte biografica e familiare, si cerca di fargli dire in che cosa crede veramente, o se crede profondamente ai dogmi  fissati dalla Chiesa.  Se dai normali interrogatori non si ricava nulla, si procede con l’arresto, sia per tenere sott’occhio l’eretico, sia per intimidazione dello stesso, perché bastava la prigionia, seppure non atroce a quanto sostenuto da vari storici,  a convincere  il preteso eretico a confessare [155]. Il Pena consiglia da parte sua:
“… L’inquisitore esaminerà frequentissimamente l’accusato -  come dice Eymerich… -  nonostante la promessa di misericordia [anche le ripetute interrogazioni hanno un effetto intimidatorio, debilitante la resistenza dell’indagato, in quanto lo fa sentire sempre sotto pressione]…  In conclusione, gli interrogatori saranno tanto frequenti quanto l’inquisitore vorrà [la procedura è ad arbitrio della persona dell’inquisitore, non è soggetto a regole cogenti], ma dovrà essere salvaguardato sempre il principio di tacere tutto quel  che potrebbe essere suscettibile di mettere l’accusato sulla pista dei suoi denunciatori…”.   Nemmeno le spie avevano vita facile, perché, se individuati da parte del reo o dei suoi sostenitori, potevano subirne la vendetta.  Lo steso inquisitore del resto poteva subire attentati. Le risposte date alle domande dell’inquisitore sono perlopiù intese in senso colpevolizzante, ma l’inquisitore deve pure tenere conto del grado di cultura e delle eventuali capacità di simulazione dell’interrogato (come fingere di sentirsi male, farsi passare per pazzo, darsi arie di santità).  Nel caso di simulazione della pazzia, il Pena consiglia, sulla linea di Bernardo Gui, di procedere alla tortura, per schiarire “l’intelletto” del finto pazzo.  Si cerca pure di sollecitare la delazione di altri in modo benigno, con una frase del tipo:  “Dimmi chi ti ha indotto in errore (te, che non facevi alcun male!), dimmi dove ti hanno indottrinato” [156] .
   Si bara anche sulle affermazioni delle spie o degli accusatori, facendo finta di leggere sul citato quaderno  frasi diverse da quelle effettivamente scritte, per saggiare se l’indagato cadesse nel trabocchetto, confessando o tradendosi in  un qualche modo.  L’inquisitore, con una certa finezza psicologica, alterna le minacce ai modi melliflui (un metodo, sappiamo, tuttora adottato).  Per cui, dopo tutte queste operazioni preliminari, l’Eymerich afferma:
“… Se confessa è fatta.  Se no,  ciò basterà con gli altri indizi, per sottoporlo alla tortura [il neretto è mio] e strappargli per  questa via la confessione.
Tuttavia, questo tipo di interrogatorio – che favorisce le risposte divergenti [presumibilmente nel senso che, la volta successiva, vengono rinnegate, appunto perché dette per smettere la sofferenza] – verrà riservato agli accusati la cui ostinazione appare ben chiara…” [157].
   Si consiglia pure il trucco di metterlo in cella con un reo già confesso per strappargli confidenze ed informazioni, o magari nomi di sostenitori,  osservati pure da altri agenti o carcerieri,  per testimoniare poi quanto detto in tali occasioni.  Il Pena, invece, non approva tale metodo, come pure quello di promettere la grazia, per cui, in tal caso, necessita una successiva ratifica, come dopo la tortura.   Si prosegue poi a trattare i vari ostacoli che rallentano il processo, quale l’alto numero di testimoni.  Si prevede che l’avvocato possa essere utilizzato d’ufficio, mai di fiducia, se il reo non confessa ed ha testimoni a difesa;  il reo può pure ricusare  dei testimoni contro di sé, ma a condizione che abbiano attentato alla sua vita, che lo abbiano minacciato di morte o addirittura ferito, ma la testimonianza di semplice inimicizia, senza minacce o aggressioni, può essere probatoriamente valida.  Il Pena mette in discussione tale diritto di ricusazione dei testimoni.  L’appello al papa, contro arresto e procedimento, deve essere presentato entro due giorni:  si capisce bene come questa scadenza lo renda praticamente impossibile.  Occorrono poi 30 giorni per formulare il “giudizio apostolico”  (queste scadenze ricordano le nostre attuali in sede amministrativa).  Si devono attendere poi fino a 25 giorni per il ricevimento della risposta, che però può essere prorogata.  Ripetuti appelli contro la tortura da effettuare o già effettuata, o per opere già bruciate, vanno rigettati.  Ancora per il Pena, il reo evaso o contumace va considerato un bandito che chiunque può colpire o uccidere.   Seguono poi indicazioni sulla tortura (già citate), che non devono però effondere sangue (ma il taglio della lingua o del naso, ed altre sevizie del genere, non “effondevano”  sangue? No, direbbe, il gentile inquisitore:  il taglio della lingua  è un supplizio, non una sevizia da interrogatorio;  nulla si dice sull’uso di ferri roventi, in quanto questi non “effondono” sangue).  Ancora, l’Eymerich, con una distinzione che noi diremmo farisaica o gesuitica,  sostiene  che non si deve “ricominciare” la tortura, oltre il tempo previsto, ma si può “continuarla”, fin dal giorno dopo.  Lo stesso avviene dopo una ritrattazione della confessione a seguito di tortura, per cui “libero da sofferenza”, se rigetti quanto detto nella sofferenza, vieni rimesso sotto torchio, magari con qualche aggravamento.  Così, non resta che firmare e dare per buono il tutto.  E’  evidente che una tale insistenza nella procedura costrittiva è integralmente persecutoria, piuttosto che semplicemente inquisitoria.  Il Pena specifica pure che la tortura può essere fatta su donne, purché non incinte (ma dopo il parto, sì:  che buoni, che generosi !!), su bambini e su vecchi, però  in modo più moderato, vista la fragilità dei soggetti (oh, quali anime pie !).  Se l’accusato confessa alla sola vista dello sgradevole ambiente e strumentario della tortura (cfr.  Galilei),  la sua confessione va considerata “spontanea” e valida a tutti gli effetti  [158] .
   Riguardo poi alla comodità di permanenza nelle carceri inquisitoriali (vantata da taluno:  il Cammilleri sostiene che si poteva pure godere del servizio di propri domestici,  come Galilei:  e chi non li aveva ?),  queste, secondo l’Eymerich e col sostegno del suo glossatore, prevedevano l’alternanza delle maniere forti (incatenamento), di prediche, di visite dei familiari a scopo di ammorbidire le convinzioni o il silenzio del reo, perfino la coabitazione con la moglie (altro che le carceri moderne !), probabilmente per carpire altre informazioni tra le carnali effusioni dei due.  Si poteva tirare per le lunghe la detenzione fino ad un anno (meglio che attualmente, quando vediamo due donne tenute in carcere per cinque anni e più…) “… perché le difficoltà della prigione e la pressione costante risvegliano di frequente l’intelligenza…” [159].  E’  quasi la stessa frase di Gui, che si riferiva però alla tortura.  La detenzione per lungo tempo, e senza scadenze dichiarate,  poteva sciogliere l’animo e la lingua.  Vediamo che oggi,  mutatis mutandis,  non siamo lontani da questa mentalità, malgrado Illuminismo, Romanticismo, Positivismo e il culto della scienza…   Potevano pure essere utilizzate testimonianze dei familiari, ma solo se a carico del reo, non a difesa  (una prassi vietata oggi, con l’ovvia eccezione delle violenze domestiche,  e nondimeno  talvolta adoperata, come ben sappiamo).
      Nel caso di persistente resistenza, malgrado ogni sollecitazione psicofisica,  il reo va abbandonato al braccio  secolare (potere ordinario), che procederà all’esecuzione.  L’inquisitore lo affida alla “misericordia” del giudice ordinario, che provvederà alle ultime sevizie e alla morte.  Infine alcune note sulla composizione del collegio inquisitoriale:  qui il Pena consiglia di costituirlo con un teologo e un giurista, sempre che il giudice non sia l’uno e l’altro.   La semplice diffamazione (falsa accusa di eresia)  viene considerata una “mezza prova”,  che viene completata ovviamente, senza confessione spontanea,  dalla solita tortura “senza effusione di sangue”, la quale non serve a determinare la verità del fatto, ma solo ad ottenere la confessione, che è  “prova regina”:  dunque che cosa si pretende di più ?  Forse un Amaro Lucano… . Pure i testimoni, in caso necessario, potevano essere torturati  (mi ricorda quell’antica pubblicità della Fabbri, dei beneamati caroselli anni ’60, in cui si vedeva  in cartoni animati un pirata che chiedeva, con accento siciliano, al capobanda di costringere uno a confessare dov’era il tesoro nascosto:  “Lo possiamo torturareee?”.  “Macchè – rispondeva il capobanda  -  basta dargli l’Amarena Fabbri”.   Bastava insomma il dolce-amaro liquore per fargli aprire la bocca e fargli dire tutto sulla dislocazione del tesoro.  Magari fosse stato così anche sotto l’Inquisizione…) [160].

IL  MANUALE  DI  TOMMASO  MENGHINI 

    Rispetto a quello di Eymerich-Pena, commentato da Rino Cammilleri, il manuale  che esamino ora è riprodotto fotograficamente con caratteri di stampa dell’epoca: tipico l’uso della “s” in carattere gotico (assomiglia ad una “f”, senza trattino)  e la “v”  scritta con la lettera “u”.  Si tratta di un testo italiano pubblicato a Roma nel 1730, con annotazioni dell’inquisitore romano Gio. (vanni) Pasqualone, con il quale chiudiamo questa esposizione storico-critica del sistema inquisitorio per fini religiosi o teologici [161].   L’opera, per una qualche tragica ed inconsapevole ironia,  è dedicata a S. Pietro Martire, il fondatore della Chiesa Romana, qualificato “Glorioso Inquisitore”.   Desidero sottolineare l’osservazione del Migliorini, in merito all’invito di taluni, ad ignorare o  tacere gli orrori delle persecuzioni religiose, e soprattutto degli strumenti orridi della tortura.  Giustamente, a mio avviso, il Migliorini, col sostegno di padre Davide Maria Turoldo, osserva che tacere queste cose,  rischia poi di farle ripetere in altre forme, come in effetti avviene, dimenticando come queste azioni non vadano considerate cose scomparse di un tempo lontano, ma tutto sommato, nei loro caratteri generali,  spesso persistenti.  Lo si è visto qui, nella “moderata” e “democratica” Italia del 2001, lo stesso anno, curiosamente, di questa pubblicazione.  Ricordo che, nell’anno scolastico 1986 / 87 (l’ultimo nel quale insegnai  nella Scuola Primaria, tra l’altro in una quinta, prima di trasferirmi al Liceo  di Schio), al castello di S. Giusto a Trieste  vi era proprio la mostra sugli strumenti di tortura.  I miei alunni chiesero insistentemente  di visitarla.  Sinceramente, ero molto perplesso, trattandosi di bambini, per quanto maturi ed intelligenti per l’età.  Mi parve però che, di fronte ad un loro forte interesse (forse dettato dai loro stessi genitori, questo non ho modo di saperlo),  vietare di soddisfarlo, sarebbe stato piuttosto controproducente.  Perciò, decisi di portarveli.  Qualche tempo dopo, ad un incontro di aggiornamento, ne venne una discussione con uno psicologo dell’età evolutiva, il quale criticò quegli insegnanti che avevano condotto bambini di Scuola Primaria a quella mostra.  Pur continuando a condividere la perplessità, non quella certezza,  osservai che, di fronte ad un forte interesse didattico dei bambini,  impedirglielo sarebbe stato negativo.  Né personalmente credo che, a vedere strumenti di tortura, si diventi torturatori.  Per quanto mi riguarda,  quando nei films storici, che a me da piccolo come ora, sono sempre piaciuti, si vedevano scene di tortura (come in “Sansone e Dalila”, con Victor Mature, anni ’50, quando Sansone viene accecato, o in altre analoghe),  queste mi spingevano a respingere con disgusto la violenza, piuttosto che a farla propria.  Ma non sono certo (e chi potrebbe esserlo?) che, ad altri, non succeda il contrario .
     Nessun dubbio può viceversa esservi verso persone adulte e mature, le quali non devono affatto ignorare le molte pulsioni alla violenza e ad imporre sofferenza da parte degli esseri umani sui loro simili o su altre specie.  Rendersi conto dei livelli di crudeltà a cui possono arrivare gli uomini, è,  a mio parere, necessario per evitarli in sé o negli altri.   Quindi do ragione a quanto sostenne padre Davide Maria Turoldo nella sua Presentazione al lavoro del Migliorini [162].
     Il testo, così come riprodotto,  comincia con un dato interessante e, potremmo dire, “scientifico”  relativamente ai tempi, cioè  la necessità  di avere un ritratto, il più preciso possibile, del “reo”, a scopo di identikit,  ciò con l’evidente scopo di ridurre la possibilità di equivoci e di scambi di persona  :
“ Qui cadendo meravigliosamente in acconcio perché sia palese lo studio, e diligenza, con cui si fabbricano  li Processi nel Supremo Tribunale della Santa ed Universale Inquisizione di Roma,  se ne darà un saggio colla seguente formola, sopra il modo da tenersi per fare la ricognizione [riconoscimento, individuazione] del Reo per mezzo del suo Ritratto, che compose il Reverendissimo Padre F. Francesco Ottavio de Orestis dell’Ordine dei Predicatori [i soliti Domenicani, anche nel ‘700]… abbastanza famoso per la felice condotta  della Causa dell’empio Eresiarca Molinos;  in occasione che negando un Reo d’essere quegli [una delle poche forme di difesa che gli accusati avevano per sfuggire ai procedimenti inquisitori] di cui si trattava in una Causa gravissima, era quasi impossibile, per la grande distanza del luogo del delitto, di far venire in Roma li Testimonj, o di mandare colà il preteso Reo, per farne fare la ricognizione:  e sebbene nel caso suddetto non fu messa in pratica, perché il preteso Reo alla fine confessò …
Nuovo modo di fare la ricognizione  di un Reo per via del suo Ritratto.
   Perché può occorrere molte volte, che il Reo, ed i Testimonj sieno in diversi Paesi, e lontani, e per qualche accidente, o d’infermità, o altro non sia possibile accoppiarli, ad effetto d’identificare la Persona del Reo colla ricognizione personale oculare (supponendo, che non l’abbiano  i Testimonj saputo dimostrare per il vero Nome, e cognome) e vedendosi, che la sola descrizione fattane, o che potessero farne, non suol essere giudicata bastevole per venire alla punizione conveniente del Reo, mi è sovvenuto pensiero di una nuova Ricognizione per via del Ritratto;  nuova sì, né più praticata, che Io sappia, ma contuttociò dopo, non sia per dispiacere a Criminalisti [dunque, nel 1700 comincia a nascere la criminologia, sebbene del tutto imperfetta] .
Primieramente dunque è necessario far fare un Ritratto del Reo da un Pittore accurato, che lo ritragga da capo a piedi secondo la dilui vera grandezza con quegli abiti, che trova aversi [a quei tempi ci si cambiava e lavava poco], massime se fossero quelli, co’  quali si supponeva vestito, quando commise il delitto;  e che procuri di effigiare aggiustatamente la corporatura, la faccia, il colore e tutti gli accidenti [caratteri, aspetti: es., cicatrici] notabili della di lui Persona; in maniera tale, che non venghi trascurata alcuna particella, da cui possa indursene la cognizione disegnativa dell’Individuo, e lo ritragga di prospetto, non di profilo, e colla luce in faccia, acciò le ombre non possano coprire qualche segno, che vi fosse.
Secondo:  è necessario, che co[n]sti negli Atti la vera somiglianza di quel Ritratto all’Originale;  e perché il Pittore, che lo fece, non deve esser Giudice dell’Opra sua, è necessario il Giudizio di due Periti, li quali confrontando diligentemente il Ritratto coll’Originale, esaminati poi giuridicamente depongano – Che Quel Ritratto è totalmente simile all’Originale…
Terzo:  è necessario far fare altri due Ritratti [si tratta di una sorta di confronto, come si vede fare per il riconoscimento di un colpevole  tra più persone abbastanza simili, per individuarlo senza successive confusioni], o sieno Effigie, che somigliano alquanto al Reo, ma non in tutto… [l’inquisitore osserva che pure nei confronti diretti, occorre che vi sia una certa differenza per non confondere la “fantasia”  (memoria visiva, diremmo noi) del testimone.  Propone che, nei due ritratti di paragone,  si cambino le proporzioni, per cui uno appaia più alto, l’altro più basso]…” [163].
       E con ciò si dimostra che questi fratozzi, questi predicatori domenicani,  non erano per nulla sciocchi, né ancor meno talmente tradizionalisti da non saper adattare la loro metodologia investigativa al progresso scientifico.  Ciò  che non attenua, ma aggrava la loro responsabilità in merito alle persecuzioni su casi di sola natura religiosa (ovviamente, per aspetti penali che riconosciamo come tali anche oggi, violenza, truffa, minaccia, ecc., il discorso  è ben diverso), diverse concezioni teologiche o metafisiche, che erano estranee alla tradizione cattolica o, più generalmente, cristiana.   Faccio qui una breve parentesi sull’atteggiamento degli inquisitori  verso la scienza.  Essi, certamente,  credevano all’infallibilità del pensiero aristotelico nella reinterpretazione tomista, ma  - ripeto  -  non erano sciocchi e nemmeno, sotto altri aspetti, arretrati (basti pensare alle loro dottrine monarcomache, ovvero sull’omicidio di un sovrano, da essi considerato tiranno o magari eretico).  I racconta che il cardinal Bellarmino &  Soci  si rifiutassero di guardare, come richiesto da Galilei,  il Sole attraverso il telescopio.  Mica avevano del tutto torto, in quanto lo stesso scienziato fu colpito da cecità proprio per le sue osservazioni solari  senza lenti protettive offuscate.  Quanto alla Luna,  i bravi cardinali forse non trovavano chissà che interessanti i suoi “mari” e le sue montagne.  Qui Galilei difettava di quella capacità, ben ideata dai pragmatici propagandisti americani, del  marketing,  ovvero del sapere propagandare un prodotto o un’invenzione, badando agli interessi personali del cliente piuttosto che all’utilità generale.  Credo infatti che, se Galilei, invece di far guardare il Sole, avesse loro indicato la possibilità di seguire i movimenti e le frequentazioni di qualche bella eretica o maga, dirimpettaia, oppure di una monaca di Monza, attraverso  il suo cannocchiale,  di sicuro i furbi cardinali si sarebbero ben che accostati al suo nuovo apparecchio, per verificare a distanza e senza essere notati le forme e gli atti  delle suddette signore, specialmente se giovani e belle, apprezzando integralmente la novità tecnologica .
     Ma torniamo al nostro serio manuale Menghini.   Una volta preparati i ritratti, egli consiglia di inviarli a destinazione in un pacco ben sigillato, onde nessuno infili qualcos’altro o scambi il ritratto con altri (le pensavano tutte, questi predicatori !).  Il contenuto doveva essere registrato, onde non si perdesse o aggiungesse nulla.  Si ascoltano poi i testimoni oculari,  facendo loro verificare i ritratti e ripetere le descrizioni del reo, quindi verbalizzare quale dei tre ritratti fosse quello più simile al reo.  Lo stesso esame viene pure ripetuto col reo, che deve riconoscere se stesso, addirittura fornendogli uno specchio per controllarsi (la cosa non appaia strana: a quei tempi gli specchi, soprattutto ben riflettenti come i nostri, erano rari ed uno poteva anche non conoscere i suoi  propri lineamenti).  Ammesso poi che il reo si ostinasse a non riconoscersi, gli si contesta la testimonianza delle altre persone che lo identificano nel ritratto, anche per l’identità o somiglianza della voce e di altri caratteri esteriori,  per cui si fissa una sorta di regola:
“--- Gli accidenti estrinseci della persona, e del volto, che sono in uno, non possono esser tutti unitamente in un altro, e totalmente simili, come ne dimostra la pratica;  hor’io vedo in questo uomo, che rimiro [questa formula viene fatta dire al testimone che sta osservando o ha osservato il reo], tutti gli accidenti empirici, che aveva colui, che vidi commettere il tal delitto, dunque questo è esso, e non può essere altri, e così pronunzio sicuramente.  Quest’uomo è quello, che ha commesso il tal delitto…” [164] .
     Non male, mi pare, quanto ad accuratezza investigativa per essere nella prima metà del ‘700,  quando la fotografia doveva attendere circa un secolo per essere inventata.  Il frate de Orestis, che ha predisposto queste osservazioni, affronta pure il beneficio del dubbio,  notando che, se il ritratto non pare corrispondente del tutto, comunque la perizia di due esperti  riduce al minimo la possibilità di errore.  Anche il confronto con due ritratti diversi per certi aspetti (statura, proporzioni)  serve ad aumentare la probabilità nella corrispondenza.  Se si pensa che la criminologia,  formulata scientificamente solo a fine ‘800,  era di là da venire, non si può negare né intelligenza, né capacità  investigativa a questi inquisitori, che  - per quanto  dato dai tempi  -  sapevano il fatto loro, e possono pure considerarsi maestri, se non della scienza investigativa, perlomeno di un’arte procedurale nelle indagini, oltre che di molte procedure attuali del Diritto penale.  Ma questo, in sede di inquisizione religiosa, non è una giustificazione, bensì un’aggravante, perché non abbiamo a che fare con gente tolta od ottusa, ma con gente che ragiona a suo modo, anche se con finalità totalmente erronee .
      Ecco ora quanto scrive il Menghini  a proposito della tortura :
“… Forme da osservarsi in certi accidenti, che sogliono avvenire nel negotio della Tortura [negozio,  come dire “affare”,  “contratto”,  un puro atto giuridico:  la formale freddezza delle espressioni rendono ancora più orribile questa odiosissima procedura] .
     Se il Reo nel minacciarglisi la Tortura, avanti il Decreto, allegherà qualche difetto suo corporale da i Giudici non conosciuto, per lo quale pretenda di non poter esser tormentato di corda [si tratta sempre di quella straziante ginnastica per cui si sollevava l’interrogato con le mani legate dietro la schiena e, se non sufficientemente pesante per sé,  con pesi attaccati ai piedi, quindi sollevato a strappi, poi mollato di colpo, in modo da sbatterlo a terra…  Ma chi di noi è tanto sano da reggere una cosa simile ?  Perché  se si è sani all’inizio, si diventa ammalati poi, malgrado l’intervento del vetero-fisiatra “giusta-ossi”,  con slogatura prima ed artrosi grave poi nel corso degli anni], daranno essi Giudici ordine, che sia chiamato un Medico, o Chirurgo, ad effetto di farlo visitare [da notare l’incommensurabile generosità, che strappa gridi d’ammirazione ai vari apologisti della S. Inquisizione]; e se il Medico o Chirurgo, visitatolo riferirà non esservi impedimento alcuno, potranno senza ansietà procedere alla Tortura d’esso Reo, e si noterà il tutto nel Processo così [segue poi una delle tante formule, scritta in latino  che il medico  doveva firmare.   Se i tratti di corda non erano adatti alle malattie del reo, ecco che se ne propongono di altre,  come segue]…
Si scriverà interamente la sua relatione, & i Giudici, licentiatolo col giuramento di dover tacere [secondo criteri inquisitori;  con quelli accusatori avrebbero scritto il tutto  sui giornali o declamato per radiotelevisione…], procederanno alla tortura… [idem, nel caso che la dichiarazione venisse fatta dopo il  decreto dei giudici, in pratica, mentre viene legato.  Ma che succede se il buon dottore dice che il reo soffre di artrite o dolori addominali o d’altro ?]…
Ma riferendo il Medico, overo il Chirurgo, esservi il tale, & il tale impedimento, il che dovrà minutamente registrarsi nel Processo,  farà di mestiero venire ad altro tormento, o di Stanghetta [ti fracassavano ginocchi e caviglie], o di Ciufoli [dovrebbe essere qualcosa di simile alla precedente,  ma con polsi e dita], e ne formeranno i Giudici Decreto, nel primo caso, cioè quando il Reo protesta d’esser inabile alla Tortura [della corda]…
[nel caso che ancora durante la tortura  il reo si lamenti per tale incapacità, ecc.  si richiama il medico, seguendo la medesima procedura.  Se poi il reo, sotto tortura sviene] Se finalmente il Reo ne i Tormenti venisse meno, di che dovrà farsi espressa mentione dal Notaro, ponendo ogni atto, &  ogni moto d’esso Reo, per cui si mostri di essere stato da cotal accidente [piccolezze, come se fosse stato investito da un carro…] soprapreso si farà deporre, e con diligenza visitare nel modo seguente [com’erano buoni, com’erano generosi:  ti stendevano, ti facevano vistare con cura per vedere se eri ancora in vita… Ma che vuoi di più ?  Com’erano santi !]…
 Et ad effetto di sapere, se il Reo veramente sia stato da così fatto accidente occupato, ò pur habbia finto, o se vi sia alcun pericolo nel farlo di nuovo alzare, non si dovrà tralasciare la sudetta diligenza della Visita del Medico  [altro che le ASL di oggi ! allora sì che c’era assistenza 24 ore su 24 !], e secondo la relatione di lui governarsi, con far notare l’atto in quella forma…” [165] .
     Nel caso il medico confermasse che poteva  essere risollevato senza pericolo di vita (erano proprio anime sante),  lo rimettevano in piedi, non si capisce  se per continuare la tortura o lasciarlo così in piedi;  se viceversa il medico confermava il suo stato di rischio, allora tanto bonariamente lo rimandavano in cella  a contare i suoi dolori fino alla prossima puntata.  Ma, in realtà, nulla si può sapere con precisione sulle reali capacità interdittive del medico in merito alla procedura tormentosa di interrogatorio,  né pare di ricavare da tutto questo che si sentissero altri pareri, come pur avveniva nel caso del ritratto (occorrevano, si è visto,   due periti).  Altrettanto non si sa quanta fosse la differenza di trattamento relativamente alle diversità economiche, sociali e culturali, allora enormi,  di un eventuale gran signore imputato di eresia e per un contadino o piccolo artigiano, sempre in occasione di questi interrogatori.  A leggere questi manuali o i verbali, il procedimento sembrerebbe “democratico”,  ma molto vi è da dubitare di questo.   Sappiamo, infatti, che le giurisdizioni cambiavano per ciascun delitto,  a seconda che a compierlo fosse un don Rodrigo (mettiamo), un Innominato, oppure un semplice Renzo Tramaglino.   E’  difficile immaginare che in caso di eresia o di stregoneria da classisti gli inquisitori diventassero egualitari .
 
CONCLUSIONI

    Gli apologisti, antichi e presenti dell’Inquisizione cattolica (o cristiana più in generale), possono cantare quanto vogliono sulla bontà, clemenza o generosità del sistema inquisitorio, ma restano fatti e princìpi a smentire tale leggenda “rosa” o “verde-speranza”.   Certo,  si può anche ammettere per l’esattezza storica che gli inquisitori religiosi fossero meno violenti di quelli ordinari e che le torture inflitte fossero meno crudeli,  ma non va dimenticato  che tali procedure partivano da presupposti del tutto erronei, ovvero che l’eresia, in quanto manifestazione di pensiero diversa da quella canonicamente ammessa dalla Chiesa Cattolica, o da quelle cristiane più in generale,   meritasse persecuzioni di ogni genere: soprattutto sul piano teologico, la complessità e nebulosità del pensiero cristiano è  riconoscibile da tutti, con tutte le possibili varianti  di tale pensiero nell’interpretare la Bibbia, il rapporto tra Antico e Nuovo Testamento,  il significato di questa o quella parte della Bibbia.  Ma immaginare Dio come un qualunque signorotto terreno che si offende per “lesa maestà”  solo perché taluno lo considera diversamente dal prescritto, o lo nega, o lo ingiuria,  è qualcosa di talmente irragionevole ed assurdo  che non meriterebbe alcuna attenzione (e nondimeno ancora oggi il nostro Codice Penale prevede, all’art. 724, una sanzione amministrativa  da 51 a 309 euro, salvi aggiornamenti, certamente un bel progresso da quando si mozzavano lingue, prima di mandare al rogo i bestemmiatori).  Chi bestemmia, in realtà, bestemmia se stesso, e chi sostiene concezioni eterodosse, rispetto a  quelle cristiane o ebraiche o musulmane, non fa null’altro che esprimere la propria idea di Dio, come Esistente o come inesistente.  In sostanza, non fa del male a nessuno, e certamente non può farlo a Dio stesso.   Così, se qualcuno pensa di invocare il Diavolo, non fa che invocare i  propri aspetti negativi, ma non certo  un Essere superione e Maligno.  E’  assai probabile, contando anche sull’arbitrio in voga nei tempi andati, quando non esistevano codici di  procedura precisi,  che i magistrati ordinari si rivelassero molto  più crudeli rispetto agli inquisitori religiosi, ma è anche assodabile che quelli combattevano contro atti che, tuttora  e sia pure più  moderatamente puniti,  sono considerati spesso reati anche oggi, quali omicidi, stupri, rapine, furti e truffe. Quindi, il fine  dei primi era di colpire reati immaginari o impossibili,  i secondi colpivano spesso reati  effettivi, ossia che procuravano effettivi danni alle cose e alle persone.  Che, pertanto, le varie Inquisizioni religiose non avessero in sé  una vera giustificazione,  lo si poteva capire benissimo anche allora, quando fior di  teologi, filosofi e pensatori definivano Dio come un Essere Perfetto, Onnisciente, Onnipotente, Creatore, ecc., talmente più Alto di noi, da rendersi di per sé   Inconoscibile.  Ma,  una volta ammessa una Rivelazione divina, espressa in un Libro e comunicata a noi da profeti e sacerdoti, le cose cambiano, in quanto  - ritenendo di avere in possesso una Verità assoluta -  con amore o per “giustizia” o con quale altra motivazione ci si possa inventare,  si tende inesorabilmente a volerla imporre agli altri, con le buone o con la violenza.  Quindi, il nodo di queste Inquisizioni cristiane,  pur partendo da presupposti amorosi, bonari,  clementi, ecc., finisce  per diventare quello di un’imposizione a chiunque e comunque, con la conversione spontanea o con la conversione forzata, e se non basta questa, con la tortura e la morte .
      La tortura:  una procedura non certo esclusiva delle Inquisizioni religiose, e anche ben anteriore all’affermarsi del Cristianesimo come religione di stato, religione unica nell’Impero.  Ma una procedura sempre falsa e falsificatrice, oltreché crudele:  perché, se anche fosse vero che con essa  si conosce una determinata realtà (un delitto qualunque, comune o speciale, religioso o politico), o come scriveva Cervantes “spremi la verità dalle ossa”, essa inquina sempre e comunque le prove.  Infatti, per colui che subisce un’atroce sofferenza diventa impellente, prioritario, farla cessare a qualunque costo e, sapendo ciò che si vuole confessi, testimoni  o dica,  non fa che confermarlo per accontentare il suo torturatore e farlo smettere.  Di qui, non è mai possibile verificare seriamente se ciò che ha confessato in tal modo sia vero, parzialmente vero, oppure del tutto falso, tanto che si tratti  di nomi di persone, quanto di fatti compiuti da lui o da altri.  In forma più moderata, si può dire per ogni altro modo (trucchi polizieschi) di ottenere determinate confessioni (ad es., testimonianze inventate,  minacce alla famiglia),  esercitando una coercizione.  Certo, a quei tempi in cui la ricerca scientifica di natura criminologica   era praticamente inesistente, forme alternative per individuare i responsabili dei delitti erano del tutto fantastiche,  quindi  per reati effettivi,  sistemi coercitivi di interrogatorio potevano avere qualche “attenuante”,  ma è da escludere  per reati puramente immaginari, impossibili o inventati come tali, a scopo di generale intimidazione sul pensiero umano. 
      Certamente,  quando l’eresia assumeva caratteri violenti, cadendo in reati effettivi, il discorso è diverso:  questo avvenne con una certa frequenza tanto nel secolo XIII, quanto nei secoli XVI e XVII, ma va anche specificato che queste violente ribellioni erano, perlopiù, reazioni a preventive repressioni violente, ed in ogni caso dovevano  essere perseguite appunto quando assumevano carattere violento, e non quando si limitavano alla predicazione orale o  scritta.  Proprio il tanto decantato Cristianesimo, come religione dell’Amore, e le antiche esperienze di sangue e di ferocia subìte dai martiri cristiani, avrebbero dovuto impedire ogni deviazione nel senso che qui viene deprecato .
       In effetti, la tortura (non  occorre essere freudiani o  psicoanalisti per capirlo)  è caratterizzata da aggressività sessuale, conscia o inconscia che sia:  il costringere la vittima alla nudità totale o parziale, infierire sugli organi sessuali primari o secondari (specialmente il seno delle donne),  denota un evidente mostruoso gusto dei torturatori, che sono esattamente sadici nel senso psicoanalitico e psichiatrico del termine:  provano piacere  nell’infliggere sofferenza o nel farla infliggere,  “sublimando”  tale voluttà  con pretesti teologici e mistici.  Dà loro comunque un senso  di onnipotenza.  Se non fosse per questo, nessuno  adotterebbe tale orribile procedura, ben sapendo (e gli Inquisitori, come si è visto, lo sapevano,  non erano sciocchi)  che le prove risultavano comunque inquinate, tanto è vero che pretendevano una conferma scritta dopo che la tortura era cessata.  Quindi, la malafede di costoro era assoluta e, a mio parere, del tutto indiscutibile.  Metterla in dubbio,  è solo per mantenere posizioni di una faziosità ideologica, il grossolano tentativo di salvare una fede irragionevole.
      Va ancora segnalato che un tempo, il rapporto umano col dolore fisico era ben diverso:  quando verifichiamo che talune persone, e non poche, sapevano affrontare morti orribili o sofferenze incredibili, con estremo coraggio, poco importa senza o con lamenti,  non possiamo che restare stupefatti.  Per noi già andare dal dentista è una tortura che ci infligge spavento se, generalmente, chiediamo ed otteniamo l’anestesia:  invenzione questa che è stata  un mezzo di progresso chirurgico enorme (l’uso del cloroformio risale all’800).  Un tempo, venivano adottati mezzi assai empirici e poco efficaci per poter resistere al dolore (es.  quello di un’amputazione;  per i denti penso che ci  si limitasse ad un bicchiere  di liquore forte).  Non si conoscevano nemmeno esattamente le dosi necessarie di durata, quindi possiamo ben immaginare quanto dolore  potessero provare in operazioni chirurgiche di qualunque genere, per non dire dei dolori inflitti volutamente.  Questo atteggiamento “stoico” degli antichi, in parte dovuto anche a convinzioni profonde, era soprattutto attribuibile a quelle sostanze scoperte da qualche decennio, dette endorfine, ovvero anestetiche, create dal cervello stesso.  Ovviamente, per coloro a cui l’organismo ne produceva in quantità maggiori, affrontare dolori per noi intollerabili  diventa spiegabile.   Ma, pur ammettendo tutto ciò, pur riconoscendo questo diverso rapporto col dolore fisico per gli uomini del passato,  in tutti i casi la tortura va considerata una tecnica di interrogatorio mostruosa e deplorevole .
     Le questioni statistiche:  come si sa, è d’abitudine in queste polemiche, sostenere che le vittime effettive di morte e di tortura  fossero tante o poche, a seconda dell’ideologia dello storico  ricercatore.  E’   difficile quantificare con precisione dati statistici, sia perché la demografia era una scienza tutta da inventare (è appena del secolo XVIII, tanto per cambiare, che  - per ragioni  soprattutto di teoria economica  -  si cominciarono a registrare e valutare con una certa cura gli spostamenti delle popolazioni:  si pensi alle prime grandi emigrazioni in America, si pensi alle epidemie devastatrici  del tempo, come la peste, che riducevano spesso ad un decimo le popolazioni;  si pensi alle guerre continue (altro che i nazionalismi del XIX e XX secolo !), per ragioni dinastiche e religiose, oltre che all’espansionismo turco nell’Europa balcanica e centrale, e avanti di questo passo.  Si pensi che le anagrafi non esistevano, ma solo registri parrocchiali, quanto precisi è difficile dire (riguardavano i battezzati, e quelli che non lo fossero stati ?  Riguardavano matrimoni, e quelli che si limitavano a convivere “nel peccato” ?  Riguardavano le morti,  e quelli che erano dispersi, in guerra o per banditismo?).  Si pensi ai facili incendi, casuali, colposi  o dolosi in epoche in cui l’unica luce notturna era quella di torce e candelabri,  che distruggevano archivi e biblioteche.  Si pensi che non tutto quanto avveniva veniva debitamente registrato, anche se a noi oggi, riguardando il materiale, possiamo averne l’impressione positiva.  Ed allora, pensando a tutto ciò, si comprende quanto sia difficile per l’esperto di demografia storica avere dati  precisi sul numero di morti e di torturati, a causa dell’Inquisizione,  nei periodi più conflittuali della storia europea.  Sappiamo che nemmeno centri minimi erano immuni dall’interesse poliziesco di tale Inquisizione, per cui possiamo comunque comprendere che il fenomeno era molto vasto, pur riconoscendo l’indicatività  dei dati statistici oggi reperibili,  ma resta il fatto che tutto ciò non aveva alcuna giustificazione morale, teologica o criminologica che fosse.   Ed è questo che rende l’Inquisizione un fenomeno ben peggiore rispetto ad ogni altro, anche se materialmente più violento e repressivo.
      Pertanto, non è neppure il caso  di sottovalutare questi fenomeni  con un rozzo e superficiale storicismo (quello di chi pensa che il passato non sia ripetibile, o comunque negativo), per cui si pretende di giustificare queste pratiche riferendosi ad “altri tempi”,  ad una cultura e sensibilità “diverse”,  ad usi e costumi generali che non sono più i nostri.  Nossignori, la storia non “giustifica” nulla,  la storia, in quanto scienza crono-antropologica (intesa come studio sociologico ed antropologico del comportamento umano, nel corso dei secoli), spiega dando motivazioni, nel caso in esame per questioni già ben chiare almeno dal I secolo d. C., con Quintiliano e con i dubbi da lui espressi seguendo altri, sebbene non nominati, precursori.  La storia non approva, non “strizza l’occhio”, né fa altri cenni di assenso ai fenomeni di violenza umana, non deve distinguere se il male viene compiuto dai vincitori o dai vinti, pur comprendendo la complessa natura psicologica dell’uomo, che è tendente tanto al bene, alla solidarietà, quanto al male, all’egoismo e alla sopraffazione.  Deve cercare, per quanto si può, sia il primo che l’aspetto opposto,  ma non ignora, non dimentica, non abbellisce i fatti negativi compiuti da singoli o gruppi umani, e non scarica su pretese Entità esterne e fantastiche le responsabilità degli atti negativi [166]. E lo stesso Medioevo, nella sua fase più oscura, aveva rigettato pratiche del genere, sostituendole con le mistiche “ordalìe”  o “prove di Dio” (certo, non piacevoli, ma tutto sommato affidate piuttosto al caso,  che non all’intenzione investigativa, punitiva o vendicativa).  E’  solo a partire dal XIII secolo che si ritiene di risolvere la questione eretica con indagini poliziesche, minacce e tormenti.  Il giudizio storico, dunque, non può né attenuare, né tantomeno  “giustificare” un simile fenomeno di fanatismo tracotante e sopraffattore, poco importa se manifestatosi fra Cattolici o fra Protestanti, in tempi di per sé  tutt’altro che barbarici, quando il gusto della ricerca scientifica, filosofica o empirica (solo con Galilei e successori, può dirsi sperimentale), aveva ripreso la sua marcia nelle Università medioevali o nelle Accademie umanistiche.  Attenuare o giustificare simili fenomeni non è ammissibile, soprattutto pensando agli analoghi eventi  del secolo XX e del corrente XXI

NOTE

[1]   Già il poeta degli astri,  Manilio, nel I secolo d. C., rispondeva a Lucrezio, sostenitore del caos e dell’atomismo alla radice della realtà universale, e negante ogni forma di divinità provvidenziale o legislatrice,  che, se il mondo non avesse regole ben precise e prefissate da una Divinità assoluta ordinatrice o creatrice,  non si spiegherebbero in alcun modo né l’assoluta stabilità delle leggi, né la regolarità assoluta dei moti,  né quella più relativa dello stesso pianeta terrestre.  Cfr.  Manilio “Il Poema degli Astri (Astronomica)”,  ed. it. a cura della Fondazione Valla, ed. Arnoldo Mondadori (Milano, 2011), trad. e commento di Scarcia, Flores, Feraboli, voll. 2.
[2]   La tesi  di Anselmo d’Aosta, poi diventata con molte varianti patrimonio  di molte filosofie almeno fino ad Hegel,  è espressa in due opere: il “Monologion”, dove cerca di dimostrare l’esistenza di Dio con un metodo induttivo dai particolari della natura all’esistenza dell’Essere Perfetto, tipico di una tradizione aristotelica;  e il “Proslogion”, dove si segue una linea deduttiva dall’Essere Perfetto alle cose concrete.  Per quanto riguarda la pretesa dimostrazione dell’esistenza di Dio, va detto che le due opere vanno lette correlativamente, e non come fa la tradizione manualistica  unilateralmente,  per la presunta novità (che novità non era, trovandosi già  in Platone ed in Aristotele, almeno in forme implicite) dell’argomento ontologico, ovvero che parte dall’essenza e dalla definizione dell’Essere Primo, secondo appunto un procedimento di natura deduttiva (dall’universale al particolare): deduzione e induzione, in Anselmo, sono reciprocamente verificanti.
[3]   Zarathustra o, latinamente,  Zoroastro  concepiva ben diversamente la realtà e la divinità,  in forma tendenzialmente monoteistica, ma ammettendo la presenza di più  forze  sovrannaturali, a partire  da Angra Maiynu (o Ahriman)  che si oppone ad Ahura Mazda (o Ormzud), ovvero Colui che pensa facendo:  un Ente malefico contro il Creatore Benefico.  Tutt’altro dal personaggio nietzscheano, scelto  dal grande scrittore tedesco, non ho mai capito con quale criterio, a parte la polemica antireligiosa.
[4]  L’unico, ma formidabile, argomento dell’ateismo contro l’esistenza di un Essere Supremo, che sia anche Sommo Bene (perché, se non lo fosse, se fosse come l’Angra Maiynu della religione zoroastriana, cadrebbe anche quello), è l’esistenza del male, sia nel senso materiale (malfunzionamento della vita, malattie, dolore fisico, ecc.), sia nel senso morale (il male dell’uomo verso il suo simile, verso l’ambiente naturale, la sofferenza volontariamente imposta ad altri).  Il ragionamento è addirittura elementare, ma molto efficace rispetto alle tesi delle varie religioni sedicenti rivelate.  Dio è assolutamente Buono, Dio è Onnipotente, Dio è l’unico Creatore del Mondo.  Dunque, perché  permette il male ?  Il male, indubbiamente, esiste, e pare invincibile.  Se esiste il Male  (ed esiste, perché lo constatiamo ogni giorno),  Dio non può esistere, perché significa che lo permette. Se lo permette, significa che o non è Buono, o non è Onnipotente.
Uno zoroastriano, un manicheo, risponderebbero che il male non è creato dall’uomo, ma da altro Essere spirituale quasi altrettanto potente.  Agostino d’Ippona e Tommaso d’Aquino rispondono che bisogna distinguere tra male fisico, dovuto all’intrinseco difetto della materia, che non è perfetta,  e il male morale che è effetto diretto e indiretto della libertà e responsabilità dell’uomo, che preferisce seguire i consigli di Satana o i suoi propri egoismi alle direttive e comandamenti divini.  L’esistenza di Satana è una pura estroiezione, una proiezione all’esterno della parte oscura dell’animo umano che conosce innatamente la differenza tra il Bene e il Male, e li sceglie non sulla base di leggi razionali assolute (cfr.  le tre formule dell’imperativo categorico kantiano), ma solo sulla base del proprio comodo.  Quanto al male intrinseco della materia,  esso  è dovuto alla sua imperfezione, ma se noi riteniamo che sia Dio stesso ad averla creata, dovremmo di necessità ritenere che è stato un creatore difettoso.   Quale la soluzione ?  quella che già Origene aveva prospettato:  Dio agisce sul mondo, che esiste da sé:  non è creazione diretta di Dio, ma il Suo campo d’azione, azione che si prolunga per tempi ed ere lunghissimi.  E l’idea dell’evoluzione o progresso, che secondo alcuni è negazione della fede in Dio (in realtà solo del Dio delle grandi religioni “rivelate”), non è altro che quella della continua azione di perfezionamento esercitata da Dio sul mondo, per renderlo sempre più vicino all’idea del Bene, da un Caos primigenio ad un Mondo assolutamente ordinato, azione che si sviluppa in uno spazio e in tempi infiniti.  Quanto al male morale, compiuto dall’uomo, l’uomo, in quanto libero (sebbene relativamente),  ne è relativamente e proporzionalmente responsabile, singolarmente, nel gruppo e nell’intera specie.
L’ateismo, in quanto tale, nega l’esistenza del problema:  negando Dio, nega la chiave della soluzione:  accetta il male fisico e morale come ineliminabili, se ne duole  ma non sa come uscirne, se non qualificandoli come “leggi di natura”.    Sarebbe un po’ strano se, da studenti, quando il docente di matematica ci avesse portato un problema  particolarmente complicato, avessimo rifiutato di svolgerlo sostenendo che il professore di matematica non esiste, oppure che il problema stesso non esiste.  Di sicuro, non saremmo stati promossi.  L’ateo, quindi, nega la soluzione, ma nega pure ogni speranza di soluzione.  Va aggiunto che, se tutto fosse male, esso costituirebbe un mondo eticamente neutro, non un mondo malvagio.  Il male è concetto negativo di un Bene, in quanto possiamo ben immaginare un Mondo assolutamente buono o, anche, eticamente neutro, ma non possiamo immaginare un mondo esclusivamente malvagio, perché se il male fosse appunto il normale, cesserebbe di avere carattere negativo, diventerebbe il reale stesso.   Possiamo, ad esempio, supporre un mondo in cui gli esseri non si divorino tra loro, considerando questo atto, pur obbligatorio per legge di natura, come moralmente negativo, ma se pensiamo così, lo facciamo in relazione ad un possibile Mondo perfetto in cui tutti gli esseri possano sopravvivere senza uccidere nessuno (esempio, di soli erbivori).   Ora, questo mondo di soli erbivori è irreale, quindi la nutrizione carnivora va considerata eticamente neutra, almeno in correlazione agli animali spinti dall’istinto ad aggredire altri per nutrirsi e sopravvivere .
[5]  Noi possiamo cogliere tre elementi o qualità divine, che, per i limiti del pensiero umano, distinguiamo come coesistenti, sebbene esse siano un solo Atto immediato, senza mezzi o intermediari, ma non possiamo dividerli, perché si tratta di Atti istantanei ed immediati, cooperanti,  non in successione.  In Dio, il Pensiero (Intelletto, Intelligenza, Mente, Conoscenza di Sé e del Mondo) non precede la Volontà (Legge o Comando al fine di ordinare il Mondo, per migliorarlo costantemente), che a sua volta non è seguita dall’Azione (sul Mondo), o anche Provvidenza, ma cooperano insieme con immediatezza per l’eternità, essendo Dio Perfetto (ovvero, assolutamente Compiuto, senza alcuna esigenza di migliorare Se stesso) o in Atto (come direbbe Aristotele).  Dio pensa–vuole–agisce istantaneamente in un unico Atto, nei confronti dell’intero Mondo, senza nessun antropocentrismo o geocentrismo.  A differenza di quanto sostenuto da Aristotele,  Dio non pensa Se stesso (non ne avrebbe alcuna necessità),  se non come Autocoscienza assoluta (sapere di essere e di conoscere:  è per questo Onnisciente), ma pensa al Mondo, operando su di esso  per avvicinarlo a Se stesso,  dalla neutralità etica al Bene, in modo progressivo.   Viceversa, l’Uomo pensa, vuole ed opera in successione cronologica, e guai se non procedesse attraverso pensiero e volontà prima di operare, essendo imperfetto ma perfettibile.  Quando crede di  poter agire senza il pensiero, scade dalla volontà alla velleità, al capriccio, non commisura la propria opera ai propri mezzi, e procura o si procura solo guai:  per quanto possa essere rapida la successione nell’opera umana,  essa comunque implica tempo, gradualità ed attenzione .
Ma  - si obietterà  - perché, se Dio pensa-vuole-opera istantaneamente sul Mondo, gli effetti di questo Procedere non sono altrettanto immediati ?  Perché  si traducono in ere lunghissime, incalcolabili dal pensiero umano ?   Possiamo supporre, non dimostrare, che ciò avvenga per due fondamentali ragioni:  1)  per la forza d’inerzia, inerente alla materia di per sé (prescindendo dall’Azione Divina), che si traduce in resistenza;  2) per l’infinità spaziale in cui la Mente Divina opera.  Ogni infinitesima particella dell’Universo riceve ad ogni istante un infinitesimo dell’Azione divina, ma lo riceve per un tempo infinito o, meglio, per l’eternità.   Quindi, per quanto minimo sia l’effetto dell’Azione Divina su quella particella infinitesima, essa viene modificata costantemente, il che vale per tutte le infinite particelle che compongono l’Universo. In sostanza, ciò che, scientificamente, chiamiamo evoluzione dell’Universo (come se si trattasse di qualcosa di intrinseco ed assolutamente autonomo del mondo fisico), è precisamente l’effetto costante, seppure qualitativamente variabile e relativa, dell’Azione Divina sul mondo.  Accumulandosi gli effetti, si ha pure un’accelerazione della stessa evoluzione:  tanto più complesso in senso organizzativo diventa il Mondo, tanto più rapidamente si evolve.
Secondo Newton, lo spazio geometrico ha la funzione di “sensorium Dei”, ovvero di tramite tra Dio e il mondo.  Ma, come ha dimostrato Kant,  lo spazio geometrico (infinito contenitore di un infinito contenuto) è una pura astrazione mentale umana, così come le leggi della prospettiva sono esclusivamente una procedura obbligata del nostro sistema nervoso (cerebrale ed ottico).   La prima manifestazione di Dio non potrebbe nemmeno consistere in un big bang, come riterrebbe certa astrofisica attuale, in un’esplosione primigenia (e prima ?  e perché?  Anche questa teoria si rifà a certe dottrine greche, stoiche specialmente, di conflagrazioni cicliche del mondo), ma all’opposto nella forza di gravità che spinge le particelle della massa complessiva dell’universo ad unirsi progressivamente, costituendo corpi sempre più complessi.  Forza d’inerzia della materia e forza di gravità, come manifestazione divina, potrebbero essere considerate le due basi di forze secondarie, dipendenti o derivate, quali la forza centrifuga o di repulsione,  le quali costituirebbero il fenomeno elettro-magnetico.  Tutto ciò spiegherebbe sia l’evoluzione dei corpi celesti, sia il loro equilibrio non eterno ma lungamente durevole, sia la vita fisiologica  con tendenza allo sviluppo pluriorganico e la sua fine,  in una trasformazione evolutiva ontogenetica (individuale)  e filogenetica (della specie).  Così, per dirla  con Lavoisier,  nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma,  come effetto della Volontà Divina .
[6] Joseph de Maistre  fu autore  di  “Lettere sull’Inquisizione”,  e di altre opere.  Quantunque avesse sostenuto tesi che oggi consideriamo paradossali (almeno per chi abbia mentalità liberale e democratica),  fu un pensatore tutt’altro che spregevole, proprio in sede di razionalità, che pur negava  in lode al fideismo cattolico.
[7]  Lo Spirito Santo, ovvero Paraclito, potrebbe essere inteso non come “persona”, ma come Azione di Dio sul mondo.  Secondo S. Anselmo d’Aosta, nel “Monologion”, è l’Amore divino che procede dal Padre e dal Figlio.  Già, ma l’Amore, per quanto spirituale, è un Sentimento,  non una Persona e nemmeno un’ipostasi (alla greca). E’  lo Spirito Santo che feconda Maria,  è lo Spirito Santo che appare agli apostoli, trasformandoli da discepoli fifoni e timidi di Gesù, in candidati alla predicazione pubblica in ogni lingua, e al martirio.  Procedendo dal Padre e  dal Figlio, a maggior ragione sembrerebbe l’azione di ambedue sul mondo.  Ma l’azione non è “persona”, non è “sostanza”, non “entità o essenza”,  potrebbe essere invece Forza Attiva sul mondo di Dio stesso. 
Quanto alla Seconda Persona Divina, ossia Gesù Cristo, divinizzata non subito ma comunque verso la fine del I secolo d. C.,  essa ha natura di carattere mitologico, e forti analogie con la divinizzazione della famiglia Giulia,  come si rivela proprio nel commento all’opera astrologico-poetica di Manilio:  Gaio Giulio Cesare vantava la propria discendenza, a partire da Enea quale figlio di Venere e quindi divinizzato fin dalle origini delle leggende romane, o perfino etrusche (secondo Svetonio il nome stesso di Cesare - in latino, Caesar -  evocava il nome etrusco di Dio, ovvero Aesar – Aisar -  cfr.  Vita di Augusto § XCVIII). Manilio, come tanti altri poeti romani, ribadisce questa origine divina trasmissibile geneticamente (!!!),  cosa insita del resto in ogni forma di assolutismo monarchico.  Ottaviano Augusto sarebbe pre-esistito, per poi scendere sulla terra e quindi risalire dopo la morte al cielo.  Cfr.  Manilio, op. ed edizione citate, vol. I, nota 9, pagg. 191 – 193).    La divinizzazione di Gesù quindi non sarebbe altro che un sorta di sincretismo o eclettismo tra il monoteismo e il politeismo, effettuato anche per ragioni politiche:  conquistare l’animo e il costume mentale pluralistico dei pagani, un forte passo di conciliazione tra due culture contrapposte.    In quanto a Gesù Logos, questo si trova nel celebre Prologo del Vangelo di Giovanni, ma  - ahinoi -  un pescatore per quanto benestante, considerato dagli Ebrei  come “illetterato” (non senso di analfabeta, ma in quello di ignorante di cose religiose), difficilmente avrebbe potuto utilizzare un linguaggio filosofico greco, che Filone d’Alessandria aveva assunto come proprio. Questo Prologo, appare dunque come un’interpolazione successiva, nella fase di divinizzazione della figura di Gesù.
 [8]  Cfr.  Vangelo dell’Infanzia del Salvatore (Codice Arundel 404),  §§. 69 – 79.  Apocrifi del Nuovo Testamento, ed. it. TEA (Milano, 1989), a cura di Luigi Moraldi, pagg. 137 – 141. Maria viene assistita per la nascita straordinaria di Gesù dall’ostetrica Rachele, la qual già verifica la persistenza della verginità di Maria anche dopo il parto.  Lo racconta alla sua collega Salome, la quale si rifiuta di credere e pretende di controllare  a sua volta con una visita ginecologica, ma la sua mano viene bruciata e resa inutilizzabile, come punizione per la sua miscredenza.  Se ne lamenta e si pente, per cui viene consigliata di pregare e toccare il Bambino. La guarigione è altrettanto miracolosa e immediata.  Rachele e Salome  esaltano quindi il miracolo di quella nascita, anche se viene ordinato loro di non far conoscere tutti i dettagli.  Cfr.  Medesimo Vangelo nel Codice Hereford, §§ 69  -  80,  ibidem,  pagg. 179 – 184;  Vangelo dello Pseudo Matteo,  §§ 3 – 5, ibidem, pagg. 216 – 217.
Anche questo sforzo di proclamare una nascita miracolosa, tipica del resto dell’intera Bibbia in forme più o meno accentuate, ha molto in comune con la mitologia pagana:  pensiamo ai tanti personaggi femminili sedotti dalle divinità (solo per la tradizione romana ricordo Rea Silvia, madre di Romolo e Remo, che sarebbero figli di Marte).  Molte donne antiche probabilmente, non volendo dichiarare di essere state violentate o sedotte da qualcuno, raccontavano di aver subìto un rapporto da qualche Dio, o qualche demone.  Ovviamente, qualcosa di assolutamente incoerente l’immagine di un dio che ha rapporti sessuali con donne terrene, ma molto legato all’antropomorfismo fisico con cui venivano rappresentati.   Una fiaba etrusca, quella di Tages che è fanciullo già sapiente e nasce dalla terra svelando  a Tarconte i segreti del mondo (Libri Tagetici, testi andati del tutto perduti, di cui parla anche Cicerone in “Della Divinazione”, ha la sua magica coerenza, e pure un forte simbolismo, concependo la terra  come principio della natura, della vita e della scienza in una società fortemente fondata sull’agricoltura.  E’  una storia magica e tale rimane coerentemente, ma la pretesa di immaginare una fecondazione asessuale che però genera una gravidanza comune e un parto normale, che però a sua volta è magico, perché non provoca neppure esso deflorazione, soddisfa sì l’idea di un Dio onnipotente che può fare tutto, ma al tempo stesso che considera sporche le leggi naturali della riproduzione della specie (mediante atto sessuale), e in tutti i casi un po’ capriccioso:  non è forse Dio che ci ha creati  in quel certo modo ?   E perché dovrebbe vedere come sporco quello che Egli stesso ha creato ?
[9]  I termini Messia e Cristo equivalgono a Salvatore, Redentore, rispettivamente dall’ebraico e dal greco (in latino,  Redemptor Mundi).
[10]   Per superare l’interpretazione più plebea e letterale dell’Antico Testamento, il filosofo neoplatonico e neostoico Filone d’Alessandria (I secolo d. C), contemporaneo di Gesù di cui tuttavia non sembra parli in alcuno dei suoi molteplici testi, sulla base di una tradizione culturale e metodologica tipica di quella città ellenistica fortemente portata alla razionalizzazione dei miti, come “simboli ed allegorie”,  interpreta l’intera Bibbia ebraica  come allegoria.   Lo seguirà, secoli dopo, Moshe ben Maimon o semplicemente Maimonide (XII secolo, inizi XIII), altro filosofo ebreo ma di tendenze neo-aristoteliche,  nello sforzo  di razionalizzare le narrazioni bibliche. Maimonide poi formulerà anche la dottrina della “teologia negativa”, ovvero il metodo per cui Dio si può definire soltanto negandogli tutte quelle qualità  fisiche o  di tipo psico-antropomorfo che nei testi sacri gli vengono attribuiti, ciò in opposizione con la tendenza islamica di attribuirgli  un’infinità di nomi, perché solo l’infinità dei nomi potrebbe rappresentarlo dal punto di vista umano.  Lo stesso Corano ogni volta presenta Allah con una trafila di nomi.  Per la teologia negativa, Dio è in sé l’Indicibile, l’Inesprimibile, troppo alto essendo per le povere capacità umane di comprensione:  bisogna dunque togliere dall’idea di Dio ogni riferimento a caratteri fisici o umani.   Coerentemente con questo, occorre dare un significato diverso ai testi sacri nei punti in cui vi sia ambiguità  tra lo spirituale e il materiale, tra il divino e l’umano.   Questa teologia negativa fu in parte adottata anche fra i Cristiani, e arrivò addirittura al Positivismo (il nostro Roberto Ardigò oppure l’inglese Herbert Spencer, rispettivamente come Ignoto e come Inconoscibile, di fatto simili, in quanto l’Inconoscibile viene conosciuto solo nella sua esistenza in generale, non nei suoi caratteri determinati), attraverso anche l’agnosticismo kantiano (anche qui da specificare:  Kant ammette l’esistenza di Dio, quale postulato della legge morale, ma  respinge la pretesa di poterlo conoscere nella sua realtà ed essenza.  Tale posizione si spiega anche per il fatto che, malgrado negli ultimi decenni del XVIII sia giunto l’Illuminismo in Europa, parlare di Dio al di fuori dei cànoni cristiani era vietato in Prussia, soprattutto nelle Università.  Nondimeno Kant scrive “La religione nei limiti della sola ragione” (1794), che gli procurerà  la minaccia di sanzioni da parte del re.
[11]  Gli attuali Testimoni di Geova sono nati  come Studenti Biblici verso la fine del secolo XIX negli Stati Uniti, terra feconda di nuove religioni o di nuove interpretazioni di vecchie religioni, tutte cose poi esportate grandemente nel mondo perché agli uomini USA  rimane tutto degli loro progenitori Padri Pellegrini della Mayflower. Devono dunque convertire gli altri con le buone o le cattive, qualunque  sia la dottrina propagandata, di natura religiosa, economica o politica. Almeno per la parte strettamente teologica, i Testimoni di Geova in realtà  - e non so quanto ne siano consapevoli -  non sono che la forma moderna dell’Arianesimo, credendo in Gesù  come la Prima Creatura, puramente spirituale beninteso,  di Dio, e con Lui cooperante alla creazione del mondo materiale.  Essendo creato, Gesù non può essere della stessa natura del Padre, ma leggermente inferiore.  Lucifero, l’Angelo Ribelle,  sarebbe la terza.  Nulla si trova di questo nella Bibbia ma in testi del Talmùd.   I Mormoni, invece, sono una vera e propria religione diversa, quantunque si riferiscano alla storia biblica e a Gesù stesso,  perché hanno un proprio Libro sacro (il Libro di Mormon,  dove si racconta che Gesù apparve anche in America e per altre cose sembra trattarsi di una scopiazzatura dell’arrivo degli Ebrei nella Terra Promessa).  Ma lo Spirito predicatorio universale è tipico anche di loro.   Le stesse cose potremmo dire sullo spiritismo, inteso come ricerca parascientifica di dimostrare l’esistenza di un’anima immortale  con cui mettersi in contatto con rituali magici.   Riguardo al fondamentalismo islamico attuale, trova le sue radici negli USA con i Musulmani Neri, Black Power ecc. .  Gli USA non possono avere una qualche convinzione se non ne rendono edotto tutto il resto del mondo (così in questi ultimi decenni avviene per l’omosessualità e i diritti di “matrimonio” tra omosessuali, un’idea che avrebbe fatto ridere tutti nel passato, se non Nerone che, oltre ai matrimoni di Ottavia e di Poppea, volle sposarsi con un ragazzotto debitamente evirato, come narra Svetonio) .
[12]   Vangelo di Giovanni,  1. Prologo,  Edizione Ufficiale della CEI (Roma, 1974), pagg. 1058 – 1059 .
[13]  Non va trascurato che, oltre alle eresie cristiane, non meno numerose erano religioni varie, specialmente orientali,  come il Mithraismo, di provenienza persiana, alla base stessa  dello zoroastrismo, e alcune professioni di fede sincretiche o eclettiche, quali lo Gnosticismo e il Manicheismo, che assorbivano insieme la fede cristiana, ebraica, zoroastriana, politeista in senso più ampio.  Concezioni molto diverse, messe insieme in modo vago, semplicemente sommatorio (sincretismo), o in modo tendenzialmente sistematico (eclettismo, tipico del resto anche della tradizione romana, che fondeva semplificando l’eredità religiosa, come filosofica, greca ed orientale).  L’immagine degli angeli o dei demòni serve perlopiù a soddisfare l’esigenza di un divino molteplice, ma anche gerarchicamente ordinato, in una rilettura del politeismo tradizionale.
[14]  Non va affatto dimenticato che i testi evangelici e anche molti testi apologetici dei primi secoli vennero rivisti e corretti, perché  ciò che noi possediamo è costituito da manoscritti ben successivi  al I secolo d. C, periodo nel quale sarebbero stati scritti.  Così ci sono pervenuti testi “apocrifi”  grazie a ritrovamenti archeologici di papiri in Egitto presso Nag Hamadi sulla riva orientale del Nilo, quasi tutti di carattere gnostico, ovvero di posizioni non propriamente cristiane, ma sincretiche, che fondono elementi cristiani ad elementi non cristiani, di natura misterica, tipica di molte religioni orientali.  Dovette esservi un enorme lavoro di riassestamento filologico e contenutistico dei testi sulla vita di Gesù e su quella dei primi Cristiani, di cui ci rimangono tracce significative, anche se non sempre documentabili.  Il Prologo al Vangelo di Giovanni, ad esempio, va considerato  come un’interpolazione ben successiva, e così molte delle varie affermazioni sulla divinità di Gesù nello stesso Vangelo.  Tutte le altre opere, non considerate cristianamente valide, vennero distrutte o nascoste in luoghi quasi inaccessibili (tipico l’esempio dei papiri gnostici).  La presenza di quattro Vangeli, invece di uno solo come sarebbe stato logico (ne fu un tentativo il Diatessaron  -  Attraverso i Quattro [Vangeli], di Taziano, testo considerato gnostico e oggi perduto, se non in una forma riassuntiva), oppure la conservazione di tutti, anche quelli di genere evidentemente fiabesco, mitologico o leggendario,  ma ciò avrebbe reso evidente la natura non divina, ma esclusivamente umana di tutte quelle narrazioni,  dimostra l’esistenza di almeno quattro grosse correnti cristiane, di cui quella di “Giovanni” è sostenuta dai primi trinitari.  La presenza del miracoloso doveva essere calibrata, nella mentalità dei tempi, in modo da essere credibile quale opera dichiarata “divina”, rivelatrice .
[15]   La traduzione nelle lingue proto-nazionali  dei testi sacri  fu anche argomento per più di un millennio di specifiche controversie.  La Bibbia originale era in ebraico, in aramaico, in siriaco, poi in greco, quindi in latino.  Queste, pertanto, vennero considerate lingue sacre, con le quali i profeti e i santi, ispirati da Dio, si erano espressi.  Si poteva ammettere che anche i traduttori avessero identica ispirazione divina, oppure era da temersi  che, traducendo, avrebbero tradito i concetti di partenza ?  Il timore non era del tutto ingiustificato se si considera che tuttora molti sostengono che “tradurre è tradire”, e che taluni concetti o modi espressivi sono intraducibili in altre lingue, figuriamoci poi nel caso di testi dichiarati sacri.   Un’argomentazione non certo irragionevole, ne convengo, ma non si può pretendere che, nell’evoluzione linguistica, si possa andare avanti per millenni con lingue ormai non più parlate, ma solo scritte.  Cicerone, ad es.,  non avrebbe capito nulla dell’orripilante latino ecclesiastico del Medioevo e, peggio che mai,  di certo latino giuridico  tuttora utilizzato in frasette orripilanti (brocardi), che deriva perlopiù dal precedente.  Né si può pretendere che la conoscenza adeguata di queste lingue sia generalizzata a tutti i fedeli, i quali non capirebbero un tubo o distorcerebbero completamente la pronuncia di certi testi, come succedeva in Italia durante la Messa, finché il Concilio Vaticano II non ammise finalmente la traducibilità dei testi sacri o di testi interpretativi, mentre le Chiese protestanti e quelle ortodosse l’avevano riconosciuto da secoli.   Eppure, anche la sola pretesa di tradurre i testi sacri nelle lingue proto-nazionali e poi nazionali  divenne oggetto di persecuzione e di condanna.
[16]   Fu traduttore dello pseudo-Dionigi Areopagita, un autore di fatto anonimo, molto importante tuttavia nella filosofia medioevale per quel metodo di teologia negativa, a cui già si è accennato.  Dio è Inconoscibile direttamente:  se ne può cogliere la natura solo negando tutti gli attributi corporei o psichici di  tipo antropomorfico o comunque organico e materiale.  Scoto Eriugena scrisse un’opera sulla predestinazione e una sulla divisione della Natura.  Prelude per certi tratti a Baruch Spinoza (XVII secolo)  e a Vincenzo Gioberti (XIX secolo), per il rapporto stretto tra Dio e il mondo fisico.  Venne condannato, post mortem, nel 1225 .
[17]  I soliti ingenui che oggi parlano di colonialismo come causa di attuali nomadismi africani dimenticano che il mondo musulmano si era espanso prima fin nel cuore della Francia (battaglia di Poitiers  tra Carlo Martello e la cavalleria araba, nel 732 d. C),  poi  con i Turchi Ottomani  fino a Vienna assediata due volte, nel 1529 - 1532 con Solimano il Magnifico, e nel 1683; e nel Mediterraneo fin quasi alla costa algerina e marocchina;  dimenticano la pirateria esercitata nel Mediterraneo ancora agli inizi del XIX secolo, tanto che perfino la flotta USA  appena nata aveva dovuto bombardare Tunisi, centro di questa pirateria.   Il fatto è che la specie umana è la più aggressiva di tutte le specie viventi, sia contro le altre, sia contro se stessa, e non conosce santi da una parte e demòni dall’altra, ma il santo e il demoniaco sono presenti in ciascuno di noi secondo le occasioni.
[18]   Chi oggi si scandalizza per la violenza dell’ISIS in Medio Oriente o in Libia, ancora una volta dimentica  che i Turchi (Mamma, li Turchi !, espressione diventata proverbiale) non erano certo più teneri.  Ricordo al congresso  dell’AMI a Firenze nel 1994, lo storico e già capo del Governo Giovanni Spadolini tessè l’elogio della “tolleranza ottomana”  rispetto ai “cattivi” Serbi di quegli anni.  Si era dimenticato non solo dei martiri di Otranto (1480),  con la testa tagliata per non essersi convertiti all’Islam,  ma il ben più recente eccidio o genocidio degli Armeni avvenuti all’inizio del secolo XX.  Ora tutti sanno che quello sugli Armeni fu un genocidio (ma neppure ne ricordano le cause…).
[19]  Cfr. Henry Ch. Lea,  “Storia dell’Inquisizione -  Origine ed Organizzazione”, ed. it. Feltrinelli (Milano, 1974), pag. 113  I colonna .
[20]   La filosofia medioevale europea,  che rinasce dalle sue ceneri greco-romane, soprattutto per il tramite della filosofia araba,  viene insegnata soprattutto nelle Università (di qui il termine “Scolastica”.  A differenza della precedente, la “Patristica” fino a S. Agostino e Severino Boezio, essa si sviluppa come filosofia neo-aristotelica, piuttosto che neoplatonica, il cui ultimo rappresentante fu appunto il citato Giovanni Scoto  Eriugena, che ha però anche una storia personale e segna uno spartiacque).  Due ne furono le correnti principali, nettamente contrapposte:  quella di Roscellino, detta nominalista, per cui  i concetti generali o universali erano puri “flatus vocis”, parole prive di significato concreto,  e quella realista, che ha Guglielmo di Champeaux  come rappresentante principale che, viceversa, sosteneva fossero delle realtà specifiche.  Questa contrapposizione è, se vogliamo, ben più antica, perché riguarda la controversia tra il cinico Antistene e Platone.  Antistene infatti sosteneva:  “Vedo bene questo, o quel cavallo, ma non vedo la cavallinità”.  Platone, invece, rispondeva:  “Perché non hai gli occhi per vederla”, dandogli così dell’ignorante o dello stupido, non essendo Antistene riuscito a cogliere con la mente i caratteri comuni a ciascun cavallo, ovvero quello che diciamo la specie cavallo.   Nel Medioevo, la  discussione universitaria su questi temi fu lunghissima e complessa, quasi tutta fondata su deduzioni sillogistiche che suscitavano perfino il tifo tra gli ascoltatori, soprattutto fra gli studenti.  Pietro Abelardo oppose alle due correnti il suo pensiero, sostenendo che il concetto  universale è nella mente umana e che, come tale, ha una sua propria realtà, non è puro “flatus vocis”, ma non è una realtà “iperuranica”  o divina, con ciò  riprendendo il concettualismo socratico.  Di questa discussione, conclusa  con Guglielmo di Occam ovvero Ockham (col suo famoso rasoio “entia non sunt multiplicanda sine necessitate”:  non serve raddoppiare  le cose se non è richiesto dai fatti,  è del tutto inutile inventarsi il Cavallo in quanto tale, visto  che esistono i cavalli, e questi si chiamano così avendo elementi comuni in quanto specie.  Ma il Cavallo in sé non serve e non esiste), resta una traccia nel romanzo di Umberto Eco, tanto meritatamente celebre, perfino nel titolo, “Il Nome della Rosa”, e nella sua conclusione “nomina nuda tenemus” :  abbiamo solo  puri nomi.
[21]  Gérard Walter, “La Rivoluzione Inglese 1641 - 1666”, documenti accompagnati da commenti dell’Autore, ed. it. Istituto Geografico De Agostini (Novara, 1963), pag. 502.  La descrizione dei tormenti, come “pene aggiuntive” è data alla pag. 456.    Gli ingenui, che parlano della Gran Bretagna, come di una “democrazia”, fin dalla Magna Charta Libertatum (1215),  confondono i privilegi feudali con la libertà democratica.  Occorse attendere il secolo XIX  per vedere le prime forme autenticamente liberali.
[22]  Michel Foucault,  “Sorvegliare e punire”,  ed. it. Einaudi (Torino, 1993),  pagg. 5 - 6,  dove si descrive la morte di Damiéns, attentatore fallito del re Luigi XV.  Qui, sebbene si sia già nel 1757 le “pene aggiuntive”  erano ancora più sadiche:  vennero strappati i capezzoli, strappati pezzi di carne alle braccia e alle gambe,  la mano del delitto bruciata con zolfo ardente;  sulle atroci ferite, gettato piombo fuso, pece bollente, olio bollente.  Quindi,  squartato, e quel che restava venne bruciato sul rogo.  Questo Damiéns doveva avere un cuore d’acciaio, per sua disgrazia, perché, secondo alcuni, era ancora vivo quando il suo povero tronco orrendamente seviziato venne gettato tra le fiamme.  Naturalmente  come nel caso dei regicidi inglesi, non mancava l’assistenza di un buon prete, con le sue preghiere, le sue novene, e l’acqua santa o l’olio !  Alla crudeltà  feroce si univa l’ipocrisia clericale !
[23]  Il buon Cesare Beccaria, che tanto tenero non era come si vuol far credere, prevedeva per i reati più gravi la pena della schiavitù perpetua, in modo che il condannato a reati cruenti e feroci,  dovesse ben pagare il saldo dei suoi delitti con la società e con la sua propria coscienza.
[24]   Un caso abbastanza esplicativo è quello di Rufino che cercò di tradurre su misura ufficiale un testo di Origene “Il Commento al Vangelo di Giovanni” (cfr.  Introduzione di Eugenio Corsini, all’ed. UTET - Torino, 1968,  pag. 16), .  Rufino ebbe la sincerità di dire di averlo fatto per liberarlo da successive adulterazioni “pagane”, e questa sincerità venne ricompensata trattandolo da falsario.  In realtà, Rufino testimonia come si manipolassero i testi dalle varie parti, a favore delle proprie tesi e da tutte le parti.  La filologia, come scienza, doveva aspettare almeno mille anni per arrivare, e non essere condizionata  da altri fattori repressivi.  Altri, che non svelano i loro trucchi  probabilmente ben più pesanti e comunque meno sinceri,  sono poi stati considerati “canonici”.   Ma in effetti  tutto quel periodo storico  va, sotto l’aspetto della precisione scientifica,  considerato mistificatorio:  altro che bellezza o bontà delle “radici cristiane” !
[25]    Filologicamente, il linguaggio adottato, un latino plebeo, che diremmo maccheronico,  con latinizzazione di termini delle lingue volgari, soprattutto in Italia (allora dominatrice del campo), mezzo mescolato con terminologia filosofica, mezzo con espressioni teologiche ed ecclesiastiche, ma col vantaggio di essere comprensibile e ancora parlato nei Tribunali dell’Europa occidentale e centrale,  è alla base tuttora del linguaggio giuridico attuale, che pure  - per l’anglomanìa di questo secolo -  adotta pure una terminologia anglosassone, più o meno copiata.   Vi sono addirittura termini mezzo latini e mezzo inglesi !   Con quanto vantaggio per l’eleganza stilistica e verbale, si può ben immaginare.   Non lieve influenza sul Diritto penale ebbe anche il Diritto penale canonico, sia per i concetti, sia per la terminologia.  Cito soprattutto il celebre actio libera in causa, letteralmente “libera azione (scelta) nella causa”  che, in latino classico, non significherebbe assolutamente nulla, ma il concetto è questo:  quando il reo, non essendo capace di compiere il reato nel suo stato psicologico normale, per timidezza o per inibizioni emotive o di natura morale ed educativa,  si ubriaca o si droga per vincere queste proprie resistenze e compiere un reato.  Ad esempio, non essendo capace in condizioni normali di forzare la volontà femminile in un approccio sessuale, il reo si ubriaca  o si droga, per riuscirvi usando la violenza, e utilizzando poi tale stato alterato per giustificarsi per la violenza stessa.  Ma  il Diritto penale considera una simile condizione, provocata volontariamente (ecco l’actio libera), come un’aggravante e non come attenuante .
[26]   Forme subdole per provocare confessioni sono usate tanto con rito accusatorio, quanto inquisitorio.  Nel primo, è tipico di films americani, debitamente copiati anche da noi perfino nel Codice di procedura,  dove nell’apparente garantismo si dice al criminale arrestato:  “Qualunque cosa dirai,  potrà essere usata contro di te”  il che è un invito al silenzio totale, con l’aggiunta poi “Hai diritto di parlare in presenza del tuo avvocato”.   Sicché anche un lamento potrebbe essere usato contro l’arrestato.  Nel secondo, le tecniche sono diverse e più fini:  mettere nella cella un’altra persona, anche ignara, e registrare i discorsi tra i due;  mettere in cella un finto carcerato per provocare risposte compromettenti dal vero carcerato;  fargli leggere un atto in cui un amico o un co-arrestato lo denuncia, magari falsificato, in modo da ottenere per reazione la sua collaborazione;  minacciare la sua famiglia;  far  intervenire la famiglia dell’arrestato per convincerlo a parlare, ecc. .
[27]  La narrazione è riportata nella biografia francese di Pietro il Grande, di Walissewski, riportata da Armando Saitta  in “Il Cammino Umano”, manuale di storia per i Licei (ed. La Nuova Italia,  Firenze, 1971,  vol. II,  pag.  260) .
[28]  Bernardo Gui, o di Guido, è un personaggio storico, uno dei primi grandi inquisitori ed autore di un manuale di procedura inquisitoria, descritto nel romanzo di Umberto Eco, quale rivale nelle indagini del protagonista.  Nel film, lo si fa morire gettato in un burrone da sudditi ribelli,  ma nel romanzo non si dice nulla di ciò, bensì si spiega come se ne tornasse alla base con i suoi prigionieri da bruciare sul rogo.  La frase viene citata da Franco Cardini, storico del Medioevo, proprio sulla copertina del suo saggio destinato alla storia dell’Inquisizione (cfr. nota successiva).
[29]   I tre celebri glossatori del Codice Giustinianeo  contribuirono non poco alla rinascita del Diritto Romano nell’Europa medioevale e moderna, preparando la strada ai successivi Commentatori della Scuola francese. Il giurista è essenzialmente un conservatore, colui che appoggia con i suoi formalismi i poteri forti, giustificando l’oppressione dei deboli. Cfr.  Franco Cardini, “L’Inquisizione” ,  ed.  Giunti (Firenze, 1999), pagg. 39 – 40 .
[30]   Marco Fabio Quintiliano,  “Institutio Oratoria”,  Libro V, cap. IV, § 1  - ed. it. BUR (Milano, 2001), testo latino a fronte, trad.  di Cesare Marco Calcante e Stefano Corsivo,  vol. II,  pag.  773.   Una dimostrazione di quanta incomprensione i  giuristi  abbiano per il pensiero logico ed argomentato, ed amino prevalentemente lo studio mnemonico, è data dal fatto che, nelle storie del Diritto Romano, Quintiliano non viene citato o lo viene solo di passaggio, mentre la sua opera è, per i tempi, uno sforzo razionale e “scientifico”  di porre le basi per una formazione completa del giurista, particolarmente come oratore forense, ovvero avvocato, fin dall’infanzia.  Quindi non è un semplice rètore e, neppure, un semplice pedagogista generico.  In effetti, un lavoro di preparazione professionale, che non si riduca ad un semplicistico manuale, esce dalla visione dei giuristi e pure degli stessi storici del Diritto di formazione giuridica.
[31]    F. Cardini, op. cit.,  pag. 39. Vedi anche Barbara Garofani, in “Le Eresie Medioevali”, ed. Carocci (Roma, 2008), pag. 122 .
[32] Fra’ Nicolau Eymerich,  “Manuale dell’Inquisizione”, ed. It. PIEMME (Casale Monferrato, 1998),  a cura di Rino Cammilleri, pag. 197 .  Ne riparleremo in capitolo apposito .
[33]  Comuni e Repubbliche Marinare si fondano sul concetto di città libera, ma vi è una notevole differenza storica nella formazione delle due istituzioni.  Le Repubbliche Marinare, non solo le quattro più celebri e ben presto terribili rivali tra loro, ma anche molte città portuali minori, si rendono indipendenti con il progressivo indebolimento dell’Impero Bizantino che, dovendo contrastare ad est l’avanzata dei Turchi, a nord la formazione di Regni Slavi (soprattutto Serbi e Bulgari), non era più in grado di reggere la difesa delle coste italiane dagli attacchi dei Saraceni, per cui queste città, rendendosi autonome, costituirono flotte ed eserciti che reagirono all’avanzata musulmana.  Quelle dell’Italia meridionale (Amalfi, ma anche Napoli e Sorrento, ed altre minori) caddero sotto il dominio normanno prima, degli Svevi poi,  il che, se costituì in quei secoli una sicurezza e un segno di potenza, mantenuto poi anche dagli Angioini, finì per feudalizzare quelle terre e quelle città, e a iniziare quel lento processo di disfacimento e di corruzione,  che poi costituì  il problema meridionale tuttora persistente, che ha pertanto lontane radici .
[34]  Cfr.  Michael Baigent e Richard Leigh “L’Inquisizione -  Persecuzioni, ideologia, e potere”  ed. it.  Marco Tropea (Milano, 2000), trad. di Anna Maria Cossiga e Gabri Passalacqua, pag. 29 .
[35]   In Italia, ha carattere religioso e sociale, apocalittico, il movimento ribelle di fra’  Dolcino, a cui si fanno non pochi cenni nel romanzo “Il Nome della Rosa”, anche questo legato ai movimenti di riforma religiosa .
[36]    E’ caratteristico di tutte le religioni sedicenti rivelate, fornite di Libri Sacri, di sacerdoti e di profeti,  appellarsi alla misericordia, alla carità, alla pietà, all’umiltà, alla clemenza, al perdono.  Nel Corano Allah è sempre definito “il Grande, il Misericordioso, il Clemente”,  e nondimeno sappiamo che in nome di Allah si è ucciso volentieri nel passato come in questi ultimi anni.  Così nell’Ebraismo, dove però c’è un minor riferimento alla clemenza specialmente nei Libri più antichi.  Il Cristianesimo sovrabbonda poi di queste attribuzioni,  ma chiunque abbia una ancorché minima cognizione di storia, sa bene quanto valessero o fossero praticati questi princìpi.
[37]  Cfr. Henry Ch. Lea,  “Storia dell’Inquisizione…”, cit.,  pag. 114, II colonna.  Precedentemente l’Autore ricorda che a Troyes, nel 1219, un pazzo che diceva di essere lo Spirito Santo, fu bruciato vivo dalla plebaglia in una sorta di pogrom.  Analogamente, una donna inferma considerata eretica o strega, venne portata con tutto il letto e bruciata viva, nel medesimo periodo .
[38]  ibidem,  pag.  117, II colonna.  Il Lea critica quanto sostiene il de Maistre, che l’esortazione alla clemenza fosse sincera, e che quindi il rogo e la morte fossero responsabilità del potere secolare.  Naturalmente una tesi inconsistente, perché sarebbe bastato non condannare per eresia o non condannare al rogo:  come dire che, se uno viene “giustiziato”, la colpa è del boia, e non del giudice .
[39]   Questa di bruciare  il cadavere di un eretico come punizione fece sì che gli atei e i miscredenti, per l’Ottocento e larga parte del XX secolo, scegliessero la cremazione, così non tanto per ragioni igieniche o per comodità amministrativa, come sta avvenendo negli ultimi anni a causa del ribaltamento cattolico nei riguardi della cremazione, ora ammessa anche per il  rito religioso, ma proprio quale manifestazione di protesta  verso l’inumazione, imposta invece dai cattolici.  Questo ribaltamento ritualistico da parte della Chiesa Cattolica è una delle tante capriole fatte nel corso dei secoli e particolarmente tra XX e XXI secolo,  se si pensa poi che in antico e fino al periodo napoleonico  le sepolture avvenivano all’interno della Chiesa o nelle immediate vicinanze in terra considerata “consacrata”, ovvero benedetta;  mentre persone non considerate “regolari” (non si parla di eretici, ma ad es.  attori, uomini di circo),  venivano sepolti in terra “non consacrata” e senza benedizioni .
[40]   Sempre nel romanzo “Il Nome della Rosa”, lo scontro tra  Gugliemo di Baskerville e Bernardo Gui avviene sia per un differente approccio filosofico, da cui consegue anche una diversa metodologia di ricerca (induttiva ed empiristica in Guglielmo, francescano, e deduttiva e puramente razionalistica, o meglio sillogistica, in Bernardo Gui, domenicano):  da queste due diverse metodologie filosofiche, deriva, per Eco, anche la loro diversa prassi di indagine da parte dei due personaggi sui delitti nell’abbazia.   Eco forse accentua troppo queste differenze che pur esistettero fra i due Ordini, dimenticando che pure i domenicani si segnalarono per spirito innovatore (basterebbe ricordare Gerolamo Savonarola, e soprattutto Giordano Bruno e Tommaso Campanella), mentre furono francescani due opposti teorici quali John Duns Scoto (legato al realismo medioevale, ovvero agli universali come pensieri di Dio)  e Guglielmo di Ockham (nominalista,  pluralista e tendenzialmente empirista;  politicamente, vicino a posizioni ghibelline).
[41]  Cfr.  Lea, cit., pag. 191, I colonna .
[42]  In un processo contro le streghe, messo a verbale, una certa Maddalena Andrei, detta, “la filosofa” il 10 gennaio 1647 confessava prima, con semplice interrogatorio, di aver avuto rapporti anche sessuali col demonio e di esumare cadaveri di bambini morti che venivano bolliti o arrostiti e mangiati:  tre giorni dopo ritrattava tutto, dicendo che erano “baje”, ovvero fantasie, chiacchiere di donne;  dopo essere stata “benignamente” sollecitata dal giudice che legge il verbale di interrogatorio di altra donna, Lucia Caveden, viene sottoposta ai tratti di corda, dopo i quali riconferma di essere anch’essa una strega.  Cfr.  T. Dandolo “La Signora di Monza e le streghe del Tirolo”, ripubblicato nel 1980 da M. Craveri in “Sante e streghe.  Biografie e documenti dal XIV al XVII secolo”:  brano riportato nel manuale di Rosario Villari,  “Storia Moderna”, ed. Laterza (Bari,  1983),  pagg.  164.   Non tanto stranamente, tutte queste “sataniche” descrizioni erano estremamente simili, tanto che fossero frutto di fantasie malate di alcune donne, che si ritenevano appunto in rapporto col demonio,  quanto della gran parte che ripetevano null’altro se non luoghi comuni spesso suggeriti dagli stessi Inquisitori.  E’  interessante notare, come si usano verbali di una per accusare l’altra o le altre e far loro confermare quanto detto sotto tortura dalla precedente.  Ovviamente, nessuna di queste infelici persone era in grado di poter verificare l’autenticità delle stesse dichiarazioni che, spesso, erano false e usate strumentalmente, un trucco poliziesco, largamente usato anche durante il Risorgimento dalle varie Polizie.
[43]   Cfr. M. Baigent – R. Leigh, “L’Inquisizione…”,  cit., pagg. 192 – 196 .
[44]   Qualcuno potrebbe chiedersi, non illegittimamente:  ma chi, se non il condannato, dovrebbe pagare le spese per la sua condanna a morte ?   Diremmo:  ma non paga abbastanza con la propria esistenza e le sofferenze annesse all’esecuzione ?   Se è interesse pubblico eliminarlo dall’esistenza,  dovrebbe essere onere pubblico pagare le spese per questa operazione.   E perché dovrebbero pagare i suoi eredi, se innocenti del fatto addebitato ?  Inoltre,  se tutti i suoi beni venivano confiscati, non era logico che ciò bastasse a pagare  il costo dell’esecuzione ?   A che titolo opporgli ulteriori addebiti ?    Se poi la condanna comporta la sopravvivenza del condannato, le spese dovrebbero essere coperte dal futuro lavoro obbligatorio durante la detenzione .
[45]   La storia dell’Islamismo attraversa fasi alterne di fanatismo e di tolleranza.  Gli Arabi, dopo la prima fase espansiva in Egitto e in Persia, diventano progressivamente più tolleranti, sia rispetto alle proprie interne divisioni (Sunniti, Sciiti, ecc),  sia verso le due altre religioni del Libro (al Khitab), Ebrei e Cristiani.  I non-credenti o infedeli potevano praticare la loro religione pagando un’imposta, a differenza dei musulmani.  Secondo gli storici questa pratica “bonaria”, unita ad una teologia assai più semplice rispetto al trinitarismo cristiano, fu causa non secondaria di molte conversioni alla nuova fede.
Con l’adesione all’Islamismo dei Turchi Selgiuchidi, del Regno Fatimida in Egitto e infine dei Turchi Ottomani, si hanno nuovi fenomeni di irrigidimento e di persecuzione, che porteranno per reazione alle nostre Crociate e poi alla lotta espansiva nella Penisola Balcanica, conclusasi a fine secolo XVII, per poi ritirarsi progressivamente fino alla Prima Guerra Mondiale, terminata la quale Ataturk  procedette ad una forte laicizzazione dello Stato.  Ora, come ben si sa, è ripreso un moto riespansivo, violento e fanatico da parte islamica .
[46]   Sincerità storica obbliga a dire che nemmeno gli Ebrei, tra di loro, erano particolarmente tolleranti verso ciò che violava la loro fede:  ben noto è il caso di Baruch Spinoza, discendente da ebrei spagnoli emigrati appunto in Olanda,  il quale formulò una filosofia, come Nicola Cusano e Giordano Bruno,  di tendenza panteistica partendo dal concetto di “sostanza”, come Ciò che è causa di se stesso, ovvero Dio.  La realtà in sé è dunque Dio, nella sua forma di natura creante (naturans)  e di natura creata (naturata), ovvero l’estensione materiale.  Una tale dottrina, non confacendosi alla teologia ebraica, venne condannata, e Spinoza cacciato dalla comunità.  Rischiò pure la vita, ma per ragioni politiche avendo difeso  l’amico Jean de Witt massacrato dalla folla.  Fu pure accusato di ateismo, in quanto “panteista”, e fu anche uno dei primi grandi pensatori a parlare di tolleranza, sia come fatto religioso, sia come fatto politico.   Il fanatismo religioso di quel periodo storico ha molte analogie con quello islamico attuale .
[47]   Cfr.  Joseph Perez, “Breve storia dell’Inquisizione Spagnola”, ed. it. Corbaccio (Milano, 2006), trad.  di Luciana Pugliese, e il già citato testo di Baigent – Leigh, pagg. 81  -  113 .
[48]   Molto importanti per la svolta laica e razionalista in materia religiosa, vanno ricordati i nostri umanisti Lorenzo Valla, che confutò per via filologica la celebre Donazione di Costantino, dimostrandola falsa,  e Pico della Mirandola, approfondito conoscitore oltre che dei nostri classici, anche della Kabbalah ebraica, da cui  - probabilmente – trasse un rifacimento del Genesi, nella sua opera “De hominis dignitate”, in cui sostenne  che l’Uomo  - Adamo  -  ebbe da Dio la capacità e la potenza di elevarsi al cielo, come di abbrutirsi.  L’uomo dunque ha libero arbitrio, ma anche responsabilità del suo essere e del suo divenire, del suo elevarsi come del suo abbrutirsi, suo il merito come sua la colpa.  Un concetto fondamentale della missione umana,  come sarà poi ripresa da pensatori romantici (Lessing, Fichte, Mazzini).   Pico fu anche indagato dall’Inquisizione, ma riuscì ad evitarne i rigori, grazie al fatto che allora la Chiesa aveva abbastanza manica larga, come si usa dire, ma anche per l’aiuto ricevuto dai Medici.
Seguiranno Giordano Bruno e Campanella, uno superatore del concetto di Universo limitato e di un Dio biblico (tanto da finire, previe prigionia e torture, sul rogo),  l’altro seguace di Galilei, nemico della Spagna, tanto da essere imprigionato tanto dall’Inquisizione romana, quanto dal regime spagnolo:  anche lui  fu sottoposto a lunghi  tormenti, per ben 27 anni, e riuscì con coraggio ma anche astuzia a fingersi pazzo, e pertanto a salvare la propria vita (ma che vita ?) .
[49]  J. Perez, op. cit.,  pag. 74 .
[50]   ibidem,  pagg.  82  -  87.  Stando al Perez nel 1609 – 10 nel processo di Logrono si descrivono le procedure del sabba (il Walpurgisnacht, notte di Valpurga, della tradizione tedesca) col bacio sul deretano del diavolo e messe nere:  ma su 29 accusate, 17 donne vennero assolte, 6 bruciate vive e 6 all’ergastolo.  Riferisce anche di 367  processi con pene infamanti, ma senza tortura o condanne a morte.  Questa relativa mitezza verso la stregoneria in Spagna viene riconosciuta anche da altre fonti.   Solo nel XVIII secolo vi fu un notevole inasprimento verso la stregoneria, tanto che nel 1781 a Siviglia, l’ultima strega venne garrotata e poi il corpo bruciato, probabilmente per reazione all’espansione dell’Illuminismo in Europa.
[51]  ibidem, pagg. 92 – 95.  Per nulla “cristiana”  la fine inferta agli omosessuali, che venivano appesi per i piedi, evirati e con i testicoli appesi al collo,  una ferocia comune a molte altre situazioni di quei secoli.
[52]  Oltre al testo del Perez, cfr.  Baigent – Leigh, op. cit., pagg.  103  -  113 . 
[53]  Per avere un’idea, abbastanza ben rappresentata, della vita nel Sudamerica delle popolazioni indigene del XVIII secolo e delle reducciones gesuitiche, ricordo il film “Mission”, nel senso cattolico del termine, da cui missionario, colui  che opera per la conversione di popolazioni considerate primitive o selvagge.
[54]  A dimostrarlo, ricordo che, mentre i Lanzichenecchi entravano in Italia e molti Lombardi fuggivano sotto la protezione dell’Innominato (nei Promessi Sposi), tra cui Lucia e la madre,  il Manzoni mette in bocca a don Abbondio, notoriamente non molto audace e combattivo,  il timore per i cappelletti, così come chiamati (probabilmente i non meno duri, ma fedelissimi a Venezia, Schiavoni,  mobilitati in Dalmazia),  che si erano piazzati ai confini per dare un’eventuale dura lezione agli invasori germanici, se vi fosse stato bisogno (siamo nel 1630, verso la fine della Guerra dei Trent’anni e la contemporanea in Valtellina), come davano del filo da torcere ai non meno aggressivi Turchi.   La storia di Venezia dimostra che il popolo italiano, se governato da una classe politica saggia ed astuta,  intrinsecamente onesta,  energica per quanto basta,  può essere orgoglioso di sé e un modello per l’intera umanità,  così come lo fu e lo è, nel suo piccolo territorio romagnolo,  la Repubblica di San Marino, gloriosamente intatta ed inviolata con le sue antiche istituzioni repubblicane, mai scopiazzate da regimi stranieri.   Quando invece l’Italia si fece asservire da padroni stranieri, direttamente o seguendone i modelli, ha sempre ceduto al disfacimento ed alla corruzione .
[55]  Discussione e polemiche dopo la pubblicazione del saggio  “De Antiquissima Italorum sapientia ex linguae latinae originibus eruenda” (Sull’antichissima sapienza degli Italici, ricavabile dalle origini della lingua latina):  qui per correttezza va osservato che, tramite finzioni espositive per evitare persecuzioni religiose, tipiche di quell’epoca,  Vico  espone le sue dottrine metafisiche di critica a Cartesio e ad altri pensatori stranieri, attribuendole ad un, oggi discutibile, studio filologico di termini latini, dai quali, secondo Vico, si potevano ricavare i concetti filosofici  degli antichi Latini.  Saranno proprio i Letterati Veneti a mettergli in evidenza che era più opportuno  studiare il pensiero dei Pitagorici italioti (magno-greci) e quanto si poteva trarre dalla civiltà etrusca, di cui però tuttora conosciamo poco, per la perdita di lunghi documenti scritti.  Quanto poi delineato dal Vico, in tale opera e nella “Scienza Nuova”, come nelle sue opere di filosofia giuridica “Sull’unico principio e fine dell’unico Diritto Universale” e “Sulla costanza (coerenza, ma potremmo anche dire ironicamente ottusità) del giurisprudente”, opere con le quali vanamente sperò  di entrare alla Facoltà di Giurisprudenza, che viceversa diffida di tutti i suoi criticamente studiosi, sarà messo a frutto soprattutto da Vincenzo Cuoco nel “Platone in Italia”  e da  Terenzio Mamiani, che si occupò pure dell’antica filosofia italica, nel suo libro “Del Rinnovamento della filosofia antica italiana”, un tema che fu caro a Mazzini, a Cattaneo e a Pisacane .
[56]  Ricordo le Pasque Veronesi, quando i cittadini si ribellarono alle violenze e ruberie delle soldatesche di Napoleone, mettendole in difficoltà, e quando dopo il celebre Trattato di Campoformio (oggi Campoformido, in friulano Cjamp Fuarmit)  gli Schiavoni di Cattaro seppellirono la gloriosa bandiera rossa col leone dorato, con una lunga e tuttora commovente cerimonia.  Sarò curioso di sapere, dopo la mia morte e discesa all’inferno tra i diavoli e le fiamme,  chi verserà lacrime in Italia e in Europa, quando cadranno la sedicente Repubblica Italiana (alias  Stato Pontificio d’Italia)  e la sedicente Unione Europea (alias, degli speculatori europei e loro complici),  magari per l’invasione delle nuove armate islamiche dell’ISIS o di chi altro…
[57]  Non va trascurato che, mentre Venezia fino agli inizi del XV secolo occupava solo la costa veneta,  in quegli anni si allargò rapidamente dilagando non solo in tutto l’attuale Veneto, ma anche ad est nel Friuli, già Patriarcato autonomo di Aquileia, Stato feudale ecclesiastico di derivazione germanica, ma anche in Lombardia, grossomodo le attuali province di Brescia e Bergamo fino al fiume Adda (celebre confine che Renzo fuggitivo doveva sorpassare per andare dal suo cugino Bortolo,  ne “I Promessi Sposi”).  Ora in tutti i territori interni vigeva probabilmente l’Inquisizione romana o forme autonome di inquisizione,  come nella Patria del Friuli.  Non è ben chiaro se Venezia, nel corso dei tre secoli successivi,  avocò ed unificò a sé  queste Inquisizioni preesistenti, data la sua tendenza, ottima all’inizio ma nociva a lungo termine, di conservare buoni rapporti con le istituzioni feudali o comunali già esistenti.
[58] Cfr.  Paolo Sarpi, “Gli Ultimi Consulti 1621 – 1623”, ed.  Einaudi, Classici Ricciardi, a cura di Gaetano e Luisa Cozzi (Torino, 1979), pagg.  38 – 40.
[59] ibidem, pag. 41 .
[60] ibidem, pagg. 42 – 47.  Cfr. altresì, nella medesima edizione,  “Le relazioni tra Cattolici ed ‘eretici’ “ dei commentatori Gaetano e Luisa Cozzi, pagg. 48 -  55, dove si spiegano anche i suoi rapporti epistolari con autori inglesi (altro che Italia isolata nel 1600!); di Sarpi,  “Sopra una Bolla pontificia in materia delli eretici abitanti in Italia. 5 Genaro 1622”, pagg. 56 -59; e, sempre di Sarpi, “Quaestio quodlibetica, an liceat  stipendia sub principe religione discrepante merere” (Questione su argomento libero, se sia lecito ricevere stipendi da un principe con religione diversa, ovvero combattere da mercenari sotto un governo di diversa religione, ad es. protestante o islamica),  pagg. 60 – 111. Il testo è in latino, ma tradotto dai curatori.  Merita anche attenzione, per queste problematiche, il saggio, sempre del Sarpi, “Della Potestà de’  prencipi” ed.  Marsilio (Venezia, 2006),  a cura di Nina Cannizzaro e con un commento di Corrado Pin, dove l’Autore sostiene che lo Stato, e non solo la Chiesa, è fondato da Dio, un principio regalista derivato dal ghibellinismo.   Ciò dimostra, come sostengono vari storici, che nel Seicento le idee medioevali non erano del tutto sparite, sebbene in via di evoluzione .
[61] Se ne sono occupati Carlo Ginzburg in un suo saggio “Il formaggio e i vermi”, così intitolato ispirandosi ad una concezione della nascita del mondo come alla formazione del formaggio e dei vermi in questo, espressa dallo stesso Scandella durante le sue esposizioni,  pubblicato nel 2003 a cura del Messaggero Veneto, Collana Biblioteca,  e Andrea Del Col in “DOMENICO SCANDELLA DETTO MENOCCHIO – I processi dell’Inquisizione 1583 – 1599”. Ed. Biblioteca dell’immagine,  Pordenone 1997. Suo è anche il vastissimo lavoro su “L’Inquisizione nel Patriarcato e Diocesi di Aquileia [attuale Friuli e provincia di Gorizia], 1557 – 1559”, ed. dell’Università di Trieste in cooperazione col Centro Studi Menocchio di Montereale Valcellina, PN, 1999,  che occupa ben 439 fitte pagine di documentazione, verbali e commento,  per soli tre anni di storia in una zona di per sé periferica.    Già le dimensioni di questo lavoro dimostrano  quanta attenzione venisse posta per faccende di eresia e stregoneria, associate, da parte delle varie Inquisizioni. Ciò è spiegato anche per l’avanzante riformismo religioso, costituito dai luterani e dai calvinisti, oltre che gruppi minori, precedenti e successivi .
[62]   Di tutto il deismo del XVII e XVIII secolo, si ha l’esposizione più approfondita  da parte di Rousseau, nella sua “Professione di fede di un vicario savoiardo” inserita nell’opera pedagogica “Emilio”,  Libro IV.
[63]  In quei decenni, Oliver  Cromwell,   “lord protettore di Inghilterra, Scozia ed Irlanda”, praticamente dittatore della sua “Repubblica puritana” (Commonwealth) nelle sue varie guerre interne ed esterne,  approfittò anche per compiere massacri nell’Irlanda cattolica, tanto da popolarla e costringerne molti abitanti a rifugiarsi in America .
[64] John Locke,  “Saggio sulla tolleranza”,  in “Scritti sulla tolleranza”,  ed. it. UTET (Torino, 2005), a cura di Diego Marconi,  pag. 111.
[65]  J. Locke, “Lettera sulla tolleranza”, medesima edizione, pag. 172 .
[66]   ibidem,  pagg. 607 -  740 .  Questa terza “lettera”, ma è un vero e proprio libro  del 1692, e dedicata a tale Proast, che altrettanto si occupava di tolleranza religiosa.  Locke vi si firma philanthropos,  amante dell’uomo .
[67]    A partire da Norberto  Bobbio, molti attuali filosofi del Diritto vedono in Hobbes un precursore del principio di libertà negativa (libertà dall’imposizione, dal dover fare), tipica di certo liberalismo (Benjamin Constant) e in contrapposizione alla libertà positiva, ovvero la libertà di poter fare e agire.  A parte l’ovvio fatto che la libertà, in quanto tale, vale sia in senso positivo che negativo, purché subordinata kantianamente al principio di responsabilità (la libertà è capacità di scelta, che si esercita nella piena consapevolezza dell’oggetto della mia scelta e delle conseguenze correlative a tale mia scelta,  ovviamente limitata da condizioni esterne),  dipingere Hobbes come un liberale quando sosteneva la necessità di delega incondizionata, attraverso un “contratto originario”, ad un sovrano assoluto (vuoi come individuo, vuoi come dinastia, o vuoi come collegialità  di potere) e quando non ammetteva nemmeno la libertà in sede di etica e metafisica (come appare in una sua polemica con gli Arminiani), pare qualcosa di assolutamente antistorico .
[68]  Già  Francis Bacon aveva previsto una Nuova Atlantide , titolo della sua opera, dove però prefigura uno Stato fondato sul progresso tecnologico e quindi, non tanto sulla giustizia politico-sociale, quanto sulla comodità di vita.
[69]  Alberigo,  “I dodici articoli dei contadini tedeschi”, riportato da Antonio Desideri,  “Storia e Storiografia”,  ed. D’Anna (Firenze, 1987), vol. I,  pag. 862 .
[70]  Martin Lutero,  “Contro le bande brigantesche e assassine dei contadini”, ed. cit.  pagg. 863 – 864 .
[71]   “Melantone” è l’italianizzazione del termine greco per dire “nero”.  Il suo vero cognome tedesco era Schwarzerd (Terranera).  Divenne sostenitore di Lutero e creò le basi della Scuola tedesca, popolare, largamente diffusa anche nelle più modeste classi sociali, per cui fu anche soprannominato “Praeceptor Germaniae”,  Educatore della Germania .
[72]  Ovvero “contrari al battesimo”.  In realtà, essi si chiamavano e si chiamano tuttora “battisti”,  in quanto sostenevano che il battesimo si dovesse impartire solo agli adulti e consapevoli, una tesi ovvia che poi divenne patrimonio di tutto il Protestantesimo .
[73]  F. Melantone,  “Predicazione Evangelica  -  Sermoni per le domeniche dell’anno”, V Domenica dopo l’Epifania - ed. it. PIEMME (Casale Monferrato,  2001),  a cura di Stefano Cavallotto,  pagg.  90 – 92 .
[74]   ibidem,  pag. 94 .
[75]   ibidem, pagg. 95 – 98 .
[76]  ibidem,  pagg. 100 – 102 .
[77]   Domenica di sessagesima,  Vangelo di Luca 8 – ed. cit., pagg. 114 sgg. .
[78]   Domenica Invocavit,  I Domenica di Quaresima -  Vangelo di Matteo 4 -  ed. cit.  pagg.  155 – 157.
[79]  Penso che nessun popolo come il nostro ami tanto autodenigrarsi, è un vizio antico che Carlo Cattaneo giustamente deplorò  come un’”escandescenza di amor patrio”.  I vari sovrani sono sempre stati capricciosi, liberandosi delle mogli con facilità:  lo fece tanto Nerone,  quanto Carlo Magno con Ermengarda, figlia di Desiderio ultimo re longobardo, ripudiata e chiusa  in convento.
[80]  Tra questi pochi va ricordata una donna, Elizabeth Barton che profetizzava una brutta sorte  per il fedifrago re. Venne anch’essa condannata e giustiziata per “alto tradimento” (1534),  anche se si trattava di pure esternazioni di un proprio sentimento, senza alcuna organizzazione antimonarchica. Cfr.  Ernest Edwin Reynolds “Il Processo di Tommaso Moro”,  ed. it Salerno (Roma, 1985), con commenti di Francesco Cossiga e Luigi Firpo, trad.  di Marialisa Bertagnoni, pag. 67 e nota 35.  Ma, si sa, i giuristi britannici, tanto osannati come democratici e moderni fin dal secolo XIII,  scambiavano per “tradimento”  qualunque opposizione al loro sovrano.  Lo si vedrà bene nella condanna per i regicidi di Carlo I Stuart .
[81]  E. E. Reynolds, op. cit.  nota 80,  pag. 98.  Per le premesse, pagg. 93 -98.
[82]  ibidem, pagg. 99 -100.  Era pure prevista (i soldi non guastano mai) anche la confisca integrale dei beni, gettando  nella miseria anche eventuali famiglie prima benestanti o ricche. 
[83]  ibidem,  pagg. 117 – 118.  Si pensi che la Chiesa Anglicana si fonda tuttora su questo fantasmagorico Atto di Supremazia,  fondato null’altro che sul capriccio di un reuccio,  subìto e accettato da un Parlamento di servi, oggi modello prediletto  da un presidente del consiglio italiano .
[84]  ibidem,  pag. 122.  Il duca di Norfolk, considerato complice di una rivolta contro Elisabetta,  venne decapitato.  Nel secolo successivo, durante le due “rivoluzioni” inglesi,  si vedranno sragionamenti simili, che tuttavia si spiegano in una tradizione tipica del Diritto medioevale, detto common law in Gran Bretagna,  Diritto Romano o Comune nel continente.  Benché di diversa origine, avevano lo stesso metodo sentenziario  come grado di prevalenza nel giudizio, e non la legge scritta, in sé.
[85]  ibidem, pagg. 123 - 124 .  Come si è già accennato, la pena di morte con supplizio, prevedeva una mezza impiccagione, lo sventramento ancora vivo, lo squartamento e l’infissione della testa sul Ponte  di Londra (nota 6, pag. 124).
[86]  ibidem, nota 9 alle pagg. 125 - 126 .
[87]  ibidem,  pag. 132 .
[88] ibidem, pag. 135.   Secondo il Reynolds, autore del libro a cui mi riferisco, a quel tempo non era stato ancora applicato il sistema accusatorio, ma quello inquisitorio sotto l’aspetto dell’onere della prova.  Può darsi che ciò valesse in processi per lesa maestà (secondo la tradizione imperiale romana, cosa che proverebbe la “romanità” pre-giustinianea del Diritto britannico: i regni degli Angli e dei Sassoni in Britannia si erano formati almeno un secolo prima rispetto all’avvento di Giustiniano, ma in ogni caso dopo che Teodosio II insieme a Valentiniano III avevano emanato un “codice”  di leggi.  Infatti, il sistema britannico ricorda su alcuni punti  i decreti del pretore romano come fonte di legge), ma nei processi comuni, il common law era già sostanzialmente accusatorio, anche se, come ho rilevato, il problema dell’onere della prova è formale e fittizio, visto che questo si sposta ogni volta tra accusa e difesa, in ogni fase del dibattimento (a prova segue controprova, e viceversa).  Inoltre l’atto di accusa non viene conosciuto prima del processo, ma solo all’inizio del processo.  Più significativa per sottolineare la “democraticità” in quel tempo dei processi britannici,  era la condizione dei giurati:  a proposito di un precedente processo, questi erano stati minacciati per il verdetto di innocenza; in uno  del 1554 (circa un ventennio dopo) addirittura i giurati vennero incarcerati per verdetto di innocenza su Nicholas Thockmorton, uscirono solo pagando pesanti ammende. Veramente un ottimo sistema di larga democraticità e fair play inglesi ! Cfr.  pagg. 136 - 137.
[89]  ibidem,  pag. 142 .
[90] ibidem, pag. 147.  Al duca di Norfolk che, volendo far imitare Enrico IV di Francia (quello del Parigi val bene una messa) ma al contrario (“per la messa non serve morire”), lo invitava ad una conversione di comodo, avendogli questo duca minacciato l’ira dei potenti come causa di morte, More aveva risposto: “Io morirò oggi e voi domani”, sottolineando così implicitamente che la morte comunque è nostro destino:  cfr.  pag. 146 .
[91] ibidem, Primo capo d’imputazione, pagg. 151 – 162.   Va ricordato che l’ottima autodifesa di Thomas More è dovuta anche alle sue conoscenze di Diritto, tanto civile, quanto costituzionale, come diremmo oggi. Il Reynolds giustamente sottolinea che More, nella sua opera di filosofia politica “Utopia”,  proclama la libertà di fede religiosa, ma ne vieta la propaganda o, peggio, la forzata conversione .
[92]  ibidem,  Secondo e terzo atto di imputazione, pagg. 163 – 176 .
[93]  ibidem, Quarto capo d’imputazione, pagg. 177 – 182.  La frase citata è a pag. 182 .
[94]  ibidem,  pagg. 183 – 189 .   In una lunga nota (25) alle medesime pagg., a cura della Bertagnoni, si osserva che More aveva preso con Rich in esame una questione ipotetica, ovvero che lo stesso Rich venisse proclamato papa o altro.  Naturalmente un modo indiretto per intendere la stessa cosa sul re Enrico VIII, e di certo i due, durante la conversazione, lo intesero a quel modo.  Tra l’altro, More concepisce il papa come un “Eletto” da Dio, il che però risulta evidentemente erroneo, se in buona fede, o falso.   More non mette in discussione che lo stesso pontefice cattolico possa essere veramente il capo almeno religioso nell’intero pianeta.  Ma questo voleva dire andare alle radici della ragionevolezza e legittimità dell’intera Chiesa cristiana, e non solo romana.  Il che, evidentemente, era fuori discussione per l’uno come per l’altro.  Ovviamente, nell’esempio dato dal Rich, Rich equivaleva ad Enrico VIII, e non accettarlo come “papa”, voleva dire non accettare Enrico VIII come capo della Chiesa inglese:  bene, ma era un motivo serio per ammazzare un uomo?
[95]   ibidem,  pagg. 194 – 195 .
[96]   ibidem,  pag. 204 .
[97]   ibidem,  pagg. 229  -  241 .
[98]   Roland  H. Bainton,  “La lotta per la libertà religiosa”, ed. it.  Il Mulino (Bologna, 1963), trad. di Franca Medioli Cavaro e presentazione di Nicola Matteucci,  pag. 11.  Cfr.  pure Roberto de Mattei,  “A sinistra di Lutero  - sette e movimenti religiosi nell’Europa del ‘500”,  ed.  Città Nuova (Roma, 1999), specialmente a pag. 177 dove cita l’opera di Sebastién Castellion “De haereticis an sint perseguendi” (Se sia necessario perseguire gli eretici)  del 1554:  il Castellion rispondeva alla propria domanda sostenendo che la sostanza del Cristianesimo consiste nella morale, non nella teologia .
[99]   Lo stesso cardinale Roberto Bellarmino, tanto deprecato per il processo contro Galilei, nondimeno su questo piano era molto “rivoluzionario” e sosteneva il diritto ad uccidere i tiranni che fossero in contrato con la legge di Dio .
[100]   R. H. Bainton, op. cit.,  pagg. 67  -  79 .
[101]   ibidem,  pagg.  80  - 82 .
[102]   ibidem,  pagg. 82 -  85 .
[103]   Romanzieri e tragediografi furono sempre molto colpiti dalle vicende amorose e tragiche di Maria Stuart o Stuarda, all’italiana, regina di Scozia e romanticamente colpita  da relazioni infuocate di passione e di brama di potere.  Poco invece si occuparono della, secondo me,  più interessante psicologicamente, sovrana Maria la Cattolica o la Sanguinaria, la quale, pur primogenita, si trovò poi considerata illegittima a causa del comodo annullamento del primo matrimonio tra  Enrico VIII e Caterina d’ Aragona.  Quante amarezze e quanto desiderio di rivalsa dovettero regnare in quell’animo infelice che, per ultimo,  scambiò temporaneamente un tumore all’utero, che la portò alla morte, per una gravidanza (cfr.  dati su Wikipedia)!   Personaggio estremamente interessante sul piano storico come su quello psicoanalitico, sentendosi respinta dal padre e disconosciuta.
[104]  G.  Walter, “La Rivoluzione Inglese”, cit. , pag. 420 .
[105]   Forse è superfluo rilevarlo, perché la situazione del Parlamento inglese non è granché diversa dall’attuale:  c’era la Camera dei Comuni (essenziale nella Rivoluzione), rappresentata dai Comuni (città)  britannici, a loro volta espressione della borghesia, dei mercanti, artigiani, uomini di legge, ecc., tendenzialmente liberali se non integralmente democratici, e la Camera dei Lords, o Pari,  di natura ereditaria, che rappresentava i nobili e l’alto clero.  A differenza di oggi,  i Lords avevano molto più potere. Inoltre, il Parlamento era considerato tale solo se costituito insieme dalle due  Camere con la presenza del re.  Proprio su questo punto di vita del Diritto istituzionale inglese si fonderà la “giustificazione” per la condanna dei regicidi.  Ma di ciò più avanti .
[106]  G.  Walter,  op. cit.  pag. 49;  per quanto scritto precedentemente sugli Stuart,  pagg. 34 – 48 .
[107]   ibidem,  pag. 49 .
[108]   Lo dimostrano il culto della Bibbia, come mezzo di giuramento e di continuo riferimento ad essa;  la smania di convertire tutti, anche dove la religione non c’entra per nulla; il richiamo a Dio nella Dichiarazione d’Indipendenza;  il nome di Dio (God)  sul dollaro, ovvero sullo “sterco del demonio”;  tutta una serie di atti che con la religione non hanno a che vedere, ma che la richiamano in via del tutto formale.  L’Illuminismo negli USA ha avuto solo un riscontro laterale, periferico;  a parte forse Franklin,  non presenta pensatori illuministi propri.  Più che  uno Stato laicamente moderno, gli USA rappresentano per se stessi e per il mondo, una biblica Terra Promessa,  e non è certo un caso che vi nasce una religione, come quella mormone, con la pretesa antistorica che Gesù Cristo sia apparso pure in America !
[109]  G.  Walter, cit. ,  pagg. 50 -  53 per i fatti;  pagg. 127 -  129, per la citazione della Grande Rimostranza (per l’esattezza, la sua presentazione).
[110]  ibidem,  pagg. 130 – 161.  Il 52°  punto della Rimostranza annota: “L’Alta Commissione [per affari religiosi] è giunta a un tale eccesso di rigore e di severità da non essere molto da meno dell’Inquisizione romana, e anzi, in molti casi, grazie al potere dell’arcivescovo [l’anglicano Laud], è stata resa assai più pesante, essendo assistita e rafforzata dall’autorità della tavola di consiglio” (pag. 141).  Su 204 punti, almeno 37 riguardano affari religiosi ed ecclesiastici .
[111]  ibidem,  pagg.  166 – 167.  Gli stessi puritani, nella loro Rimostranza, avevano accennato ai libertini, quelli che poi furono chiamati liberi pensatori, allora più che atei (come avvenne due secoli dopo), deisti o sostenitori della religione naturale, priva di dogmi e di istituzioni sacerdotali.
[112]  ibidem,  pagg. 173 – 177.   Come sappiamo dal processo contro More e Fisher, l’accusa di tradimento riguarda anche faccende di religione .
[113]  ibidem,  pagg. 181 – 184 .
[114]  ibidem, pagg. 186 – 187 .
[115]  ibidem,  pagg. 191 – 192 .
[116]  ibidem,  pag.  192 .
[117]   ibidem,  pag. 194 .
[118]   Dichiarazione scritta come apologia di Carlo I.  Ibidem, pagg. 202 – 203 .
[119]    Udienza (Terza) del 23 gennaio,  ibidem,  pag. 207 .
[120]   ibidem,  pagg. 210 – 211 .
[121]   Quarta Udienza del 27 gennaio,  ibidem,  pagg.   212 – 238 .
[122]   Gli ultimi momenti di Carlo I,  ibidem,  pagg. 243 – 250 .
[123]   ibidem,  Cronologia,  pag. 119 .
[124]   ibidem, Cronologia, pag.  121 .
[125]   Discorso di O. Cromwell del 12/ 9/ 1654,  ibidem,  pagg. 304 – 305 .   Viene da sogghignare, se non sghignazzare, sentire oggi le medesime fiabe, quando il buon presidente del Senato (italiano)  dice che ad un governo  forte corrisponde un Parlamento forte:  chiacchiere di propaganda.  La forza di un Parlamento sta nelle sua indipendenza di decisione rispetto al suo governo che, in quanto esecutivo, dovrebbe limitarsi ad applicare quanto deciso dal Parlamento, quale potere legislativo direttamente eletto dai cittadini, ed espressione diretta della sua volontà, e non viceversa fare da notaro collegiale delle decisioni governative, come da tradizione liberale britannica.  Forti erano le Assemblee della Rivoluzione Francese  che decidevano sulla base di maggioranze non predeterminate.  Che poi all’interno siano avvenuti abusi (specie alla Convenzione tra il 1793 e il 1795),  ciò era dovuto al solo fatto che si volevano risolvere i problemi eliminando fisicamente le minoranze o le maggioranze scomode, specie nella fase robespierriana.  Ma malgrado rivolte, colpi di mano, epurazioni, ecc., quelle Assemblee crearono una legislazione moderna che servì poi da modello a tutti gli Stati non fittiziamente democratici.
[126]   ibidem,  pagg.  318 – 319 .
[127]   Discorso del  22/ 1/ 1655,  ibidem,  pagg. 338  -  339.   Cfr.  Discorso del 17/ 9/ 1656,  ibidem,  pagg. 365 – 371;  pagg.  374 – 381 (in quest’ultima pagina dichiara pure di aver incarcerato all’isola di Wight alcuni oppositori, tra cui  -  in nota 1  -  Lilburne, Wildam, Overton e l’Harrison, di cui si parlerà per il processo dei regicidi).
[128]   Intendo Gran Bretagna e USA  soprattutto, oltre alle meno rinomate culture orientali  dove la pena di morte con corredo di sofferenze si continua ad applicare quotidianamente.  In questi Stati anglosassoni,  in taluni casi la pena di morte è stata eliminata (vedi Regno Unito), ma fino agli anni ’60 per gli omosessuali, oggi tanto tutelati in quell’ambiente forse per la  coda di paglia della loro classe politica e del loro moralismo puritano d’infima lega, si usava quale “cura” l’elettrochoc che, se distruttivo per i malati di mente,  è soltanto una forma di tortura tecnologicamente più avanzata nel caso dell’omosessualità.  Oppure l’uso di ormoni femminili come antidoto della sessualità,  o altre schifezze del genere. Oggi questi Paesi pretendono di impancarsi a maestri e modelli  non solo per la tolleranza, ma addirittura per la benevolenza verso l’omosessualità, una scelta da imporre a tutti, col velato rischio di trasformare gli omosessuali (come avvenne nel caso dei Cristiani)  da perseguitati a persecutori .
[129]   Come aveva notato lo storico del Diritto romano Axel Haegerstroem,  c’è un rapporto diretto tra jus e magia, ma tale rapporto va oltre l’antico Diritto romano, ed è mantenuto dai vari Diritti nazionali e internazionali moderni,  fondando la procedura sulla sacralità della figura del magistrato particolarmente giudicante.  Una veste arcaica, che null’altro è, non la toga romana (come erroneamente chiamata, che era materialmente ben diversa),  ma il mantello farisaico deriso da Gesù Cristo, con tanto di fronzoli dorati,  l’uso di parrucche (magistrati  britannici),  uso di formule fisse,  colori comuni ai gruppi sacerdotali (nero e rosso, soprattutto,  che -  vedi caso  -  sono anche i colori di Satana), ermellini, berrettini ridicoli, scarso uso del ragionamento,  interpretazione “creativa”  della legge, e via discorrendo.  Senza questo armamentario fisso, il giudizio, che viene dal cielo su ispirazione, vuoi da Giove in persona, vuoi dalla sua delegata Dike (dea della giustizia), vuoi da qualche angelo inviato da Dio, o da Dio stesso che illumina la mente del giudice (individuo o collegio che sia) e gli ispira la Verità e quindi la sentenza, che viene infatti motivata sempre a distanza di almeno un mese.  Infatti, l’Ispirato condanna o assolve, ma poi deve studiare a lungo perché ha condannato o assolto, entrando nei meandri del fatto e della legge, perché  appunto per l’Ispirazione mica sa subito perché ha condannato o assolto.   Anche in Paesi a dittatura comunista avviene la medesima cosa, solo che l’Ispirazione viene di volta in volta dal Partito o dal Proletariato oppure dal Popolo, considerati come entità metafisiche (e, indirettamente, religiose).
[130]   Questa formula, che sappiamo presente nei Vangeli per la morte di Gesù Cristo,  era utilizzata, come risulta dal Talmùd, quale formula rituale ebraica in tutti questi casi.  Lo scopo era di collegare una certa sentenza di morte non solo a chi la pronuncia, ma all’intero popolo. Di questa formula, non dissimile da quelle “in nome del Re o del Popolo”  oggi vigenti,  approfittarono poi gli antisemiti cristiani per giustificare le persecuzioni su tutto il popolo ebraico, fatte salve le conversioni.
[131]   G.  Walter, op. cit.,  Udienza  del 9 ottobre 1660 nel processo a Thomas Harrison,  pagg. 417  - 418 .
[132]  Udienza del 10 ottobre,  ibidem,  pagg. 420 – 421 .
[133]  Udienza dell’11 ottobre,  ibidem,  pag.  424 .
[134]   ibidem,  pagg.  425 e  427 .
[135]   ibidem,  pagg.  441  -  442.  Per i punti precedenti, pagg. 432 – 439 .
[136]   ibidem,  pagg. 443  -  446 .
[137]  Va ribadito che, se si vuol dare un qualche valore positivo al concetto di Rivoluzione, da non confondersi né con colpo di Stato, né con semplice insurrezione vittoriosa popolare o di classe,  questa deve concludersi con l’allargamento della sovranità, formale e sostanziale, ai cittadini adulti, maschi e femmine,  e non con la sua restrizione.  Per cui è Rivoluzione quella inglese del 1688,  quella americana del 1776, quella francese del 1789, non il colpo di Stato robespierriano del 1793 o quello bolscevico dell’ottobre 1917, che restringono e non allargano tale sovranità.  Rivoluzione poteva anche essere quella italiana tra il 1945 e il 1946, se essa non si fosse limitata alla sola estensione elettorale, lasciando viceversa intatte molte istituzioni e leggi prefasciste, e anche fasciste. Ma qui il discorso si complicherebbe di parecchio.  In effetti, la sovranità italiana, come indipendenza, è andata perduta dal 1938 e l’affermazione delle leggi razziali per l’abietto scopo di aggregarci alla Germania nazista;  più tardi per asservirci con occupazioni straniere e accettazione di usi e costumi anglosassoni.  Una sovranità, senza indipendenza,  non  sussiste,  è puro e nominalistico flatus vocis.
[138]  Jonathan Swift, in “Una modesta proposta”,  in modo ovviamente del tutto sarcastico, consigliò gli Inglesi di allevare  bambini irlandesi per nutrizione e risolvere i problemi alimentari che affliggevano anche le genti povere della stessa Inghilterra.
[139]  Sia per il testo dell’Habeas Corpus , sia per quello del Bill of Rights, ambedue parzialmente citati,  mi riferisco all’antologia storica di Antonio Desideri, cit. ,  vol. 1°, pagg. 1054 – 1056 .
[140]   L’affermazione è confermata dagli storici, già citati, Joseph Perez  e Baigent-Leigh, questi due ultimi a pag. 141, dove si dice che a Treviri vennero giustiziate 368 “streghe”,  500 a Ginevra.  Pure Cromwell le fece giustiziare, così avvenne anche nel New England.  Cfr. pure pag. 145.
[141]   A. S. Turberville,  “L’Inquisizione Spagnola”,  riportato in brano da A. Desideri,  op. cit.,  vol. 1°,  pag.  931.
[142]   Ne fu fatto un film, dal titolo “La seduzione del Male”, della Century Fox (titolo originale  The Crucible), regista Nicholas Hytner .
[143]   fra’  Nicolau Eymerich,  “Il Manuale dell’Inquisitore”, con le glosse del Pena; ed. it.  PIEMME (Casale Monferrato, 1998),  pagg.  12 e 15.  Precedentemente, anche Cammilleri disquisisce di “leggende nere e rosa”  sull’Inquisizione cattolica, trascurando  completamente la nullità delle motivazioni per le indagini di quel tipo.  Egli altresì insiste che le principali questioni di indagine vertevano su finti preti, su bigami, su fattucchieri, ma questi erano, e sarebbero tuttora,  reati di ordinaria competenza.
[144]  ibidem,  pagg. 29 (Arnaldo da Brescia), 47, 133 (qui addirittura Giordano Bruno viene qualificato come “famigerato” ! a pag. 189 riferisce come “fonte” contro il filosofo nolano il romanzo di John Bossy “Giordano Bruno e il mistero dell’ambasciata”),  154-155 (su Campanella).
[145]  ibidem,  pagg. 212 (il romanzo di Ken Follet)  e 229 (il Guiraud).  A pag. 143, qualifica le eresie quali “idee cristiane impazzite”  e se la prende pure con gli attuali Testimoni di Geova (pag. 117) .
[146]   ibidem,  pag. 36 .
[147]   ibidem,  pagg.  48 e 53 .
[148]   ibidem,  pagg. 58 e 61 .
[149]   ibidem,  pagg. 74 – 87 .
[150]   ibidem,  pagg.  90 e 105 .
[151]   ibidem,  pag. 107 .
[152]  ibidem,  pagg. 111 – 118.  Un po’ oltre, il Cammilleri elogia il “garantismo” della S. Inquisizione (pag. 121) .
[153]  ibidem,  pagg.  122 -  128 .
[154]   ibidem,  pagg. 130 -131 .
[155]   ibidem,  pagg.  134 – 143 .
[156]   ibidem, pagg. 145 – 156 .
[157]   ibidem,  pag.  158 .
[158]   ibidem,  pagg.  176 -  201.  A pag.  202 il Cammilleri esalta la tortura anche ai “bambini”, che egli qualifica come “minori” non sotto i 14 anni, ma viene smentito più avanti dal Pena stesso, che propone la fustigazione per i minori di anni 14 e le fanciulle fino ai 12 anni, a pag. 264.  Evidentemente, il giornalista apologista dell’Inquisizione non ha letto nemmeno il suo libro !   E quanto al glossatore,  fustigare è accarezzare…, dimenticando il Vangelo stesso, dove Gesù vien fatto fustigare, o meglio flagellare, da Pilato…   Erano tormenti che arrivavano alla carne viva nei loro colpi, altro che fustigazioni “simboliche”
[159]   ibidem,  pagg. 222 – 225.
[160]   ibidem,  235 – 260 .
[161]    Il tutto è riportato, con materiale fotografico e documentario, e con testo trilingue (inglese e spagnolo, oltre all’italiano)  in :  Aldo Migliorini,  “Tortura, Inquisizione, Pena di morte”,   ed.  Lalli (Poggibonsi, Siena, 2001) .
[162]   ibidem,  pagg.  11  - 13 .
[163]   ibidem,  pagg.  26 -  27 .
[164]   ibidem, pagg.  28  -  31.  La citazione è a cavallo delle pagg.  30  - 31 .
[165]   ibidem,  pagg.  39  - 42 .
[166]  Tanto il nostro Gian Battista Vico, quanto Immanuel Kant sottolinearono il cosiddetto “male radicale”  della natura umana,  non tanto perché l’uomo sia assolutamente malvagio, né perché l’uomo sia “neutro”, ovvero né buono né malvagio, ma perché in lui vi è questa doppia naturale tendenza:  la consapevolezza di intuire il bene, e di contrapporlo al male, è tipica solo dell’uomo, non degli animali, che non conoscono e, pertanto, non compiono il male, ma seguono solo istinti non da essi controllabili;   tendenza che è espressione della sua doppia e opposta capacità.  Conoscendo ciò che è bene e ciò che è male, l’essere umano può compiere sia azioni buone, sia azioni malvagie, con atto di scelta deliberata  (è  un principio che già si trova in Pico della Mirandola, XVI secolo).   Può  apparire curioso ciò che molti studiosi tedeschi notarono in Vico, ovvero l’affinità di certi argomenti col contemporaneo o successivo pensiero tedesco:  ad es.,  sono interessanti certe sue osservazioni sui “punti metafisici”  in analogia con le mònadi, o anche punti metafisici, come definiti  da Leibniz.  Questa affinità di linguaggio non deve però far credere che si tratti della medesima concezione:  per Vico, come il punto geometrico è tramite tra il non spaziale e lo spaziale geometricamente intesi, così il punto “metafisico” consente l’azione dello spirito sulla materia (cosiddetto “conato”, ossia sforzo, azione in potenza), in opposizione al dualismo cartesiano che separa e contrappone le due sfere dell’Essere.  Per Leibniz, viceversa, la mònade è l’entità singola e reale  che rappresenta a se stessa lo spazio e su cui così agisce (l’azione molteplice, ma   finalisticamente unitaria, delle mònadi funziona con un’armonia prestabilita da Dio stesso sul mondo).  Così, sembra analogo il pensiero di Vico con quello di Leibniz in materia storica (Leibniz fu autore enciclopedico) e storico-giuridica.   Riguardo al “male radicale”, certo la base comune fu una certa interpretazione della Bibbia e del peccato originale, in ambito cattolico per Vico, in ambito protestante e pietista per Kant.

CONSULTAZIONI    BIBLIOGRAFICHE

Opere   di storia generale .
     
1)    Autori Vari,  “Storia Universale Feltrinelli” (Milano, 1980),  voll. 9, 10, 11 (dall’ultimo secolo dell’Impero d’Occidente al Basso Medioevo).
2)   Bendiscioli Mario,  “Storia Universale”,  vol. 5°   Età Moderna,  ed.  De Agostini (Novara, 1968),  pagg. 364 .
3)   Desideri Antonio,  “Storia e Storiografia”, ed.  D’Anna (Firenze, 1987), vol. 1 (secoli V – XVII),  pagg.  1150 . 

Opere  generali di storia della filosofia .

1)   Cassirer Ernst,  “Storia della filosofia moderna”, ed. it. Newton Compton (Roma,, 1978), trad. Lucio Tosti,  voll. 6 .
2)   Garin Eugenio,  “Storia della filosofia italiana”, ed.   Einaudi (Torino,  1978),  voll.  3 .
3)   Gilson Etienne,  “La filosofia nel Medioevo, ed. it. La Nuova Italia (Firenze, 1973), trad. Maria Assunta del Torre, con presentazione di Mario Dal Pra,  pagg. 991 .
4)   Sini Carlo,  “I filosofi e le Opere”, ed. Principato (Milano, 1988),  voll. 3.

Opere  di storia delle religioni e del Cristianesimo .

1)   Davies John Gordon,  “La Chiesa delle Origini”,  ed. it. Il Saggiatore (Milano,  1996),  trad. Francesco Mei .
2)   Foot Moore George,  “Storia delle Religioni”,  ed. it.  Laterza (Bari, 1929), trad. Giorgio La Piana,  vol. 2°  Giudaismo, Cristianesimo, Islamismo”, pagg. 634 .

Opere   sulla  questione religiosa e teologica.    Questioni metafisiche:  ontologia dello Spirito e della Materia, e la problematica del loro rapporto .

1)  Abelardo Pietro, “Dialogo tra un filosofo, un giudeo e un cristiano”, ed. it. Fabbri (Milano, 2008), trad. Cristina Trovò, pagg. 178;  “Teologia del Sommo Bene”, ed. it. Rusconi (Milano, 1996), trad. di Marco Rossini,  pagg.  330;  “Conosci te stesso, ovvero l’Etica”, ed. it. La Nuova Italia (Firenze, 1976),  trad. Mario Dal Pra, pagg. 123 .
2)  Agostino Aurelio d’Ippona (Sant’Agostino),  “La Città di Dio”, ed. it. Bompiani (Milano, 2004), trad. Luigi Alici, pagg. 1288 .
3)   Alighieri Dante,  oltre alla “Divina Commedia” che va considerata un poema teologico,  anche  “De Monarchia”, ed. it.  Garzanti (Milano,  1985), testo latino a fronte,  trad. di Federico Sanguineti,  pagg. 163;  “Convivio”, testo it.,  ed. Garzanti (Milano, 1987),  a cura di Piero Cudini, pagg. 359 .
4)  Anselmo d’Aosta,  “Monologion”, ed. it. Herbita (Palermo, 1973), trad. e cura di Giuseppe Muzio e Giulio Buonafede,  pagg. 164;  “Proslogion”,  ed. it. Europia (Novara, 1994), trad. e cura Alessandro Caretta e Luigi Samanati,  pagg.  141:  queste due opere che, rispettivamente,  seguono un ordine induttivo e deduttivo,  non dovrebbero essere lette separatamente ma quasi in parallelo.  La seconda contiene anche la confutazione di Gaunilone sul ragionamento a priori, ovvero ontologico, e la risposta di Anselmo.  Gaunilone obietta che dall’idea di perfezione (Isole Beate)  non si può giungere alla realtà della Perfezione.  Anselmo controbatte che le Isole Beate rappresentano una perfezione relativa e parziale, quindi non necessariamente esistente,  mentre Dio, Perfezione Assoluta,  non può essere considerato privo di esistenza;  ma in Anselmo vi è un involontario sofisma, perché solo Dio può avere un’Idea (Coscienza e Conoscenza) assolutamente perfetta della Propria Esistenza, ma non gli servirebbe per dimostrare a Se Stesso la propria Esistenza,  mentre l’uomo può avere solo un’idea relativa a se stesso e alla propria capacità intellettiva della Perfezione Assoluta,  per cui giustamente Vico accennerà ad una sostanziale, seppure involontaria, empietà  di tale argomento che, comunque, sarà ripreso da Leibniz a favore,  da Kant contro,   e da Hegel a favore .
5)  Arata Carlo,  “Discorso sull’Essere e Ragione Rivelante” ,   ed.  Marzorati (Milano,  1967) pagg. 263 .
6)   Berkeley George,  “Trattato sui princìpi della conoscenza umana”, ed. it. Laterza (Bari, 1984), trad. di Mario Manlio Rossi, pagg. 145 .
7)  Bonaventura da Bagnoregio,  “Itinerarium mentis in Deum” (Percorso della Mente verso Dio), ed. it. Fabbri (Milano, 1997), testo latino a fronte, trad. Marco Rossini,  pagg. 206 .
8)   Bruno Giordano, “Spaccio della Bestia trionfante”, ed. Fabbri (Milano, 1997), pagg.  307 .
9)  Campanella Tommaso, “La Città del Sole”, ed.  Laterza (Bari,  1999), a cura di Luigi Firpo, pagg.  137;  “Apologia per Galileo”, ed. it. Rusconi (Milano,  1997),  testo latino a fronte, e lettera a Sebastiano Fantone sull’opinione dei Pitagorici,  trad. di Paolo Ponzio, pagg. 237
10)   Cattaneo Carlo, “Delle Dottrine del Romagnosi”  (polemica con Antonio Rosmini contro il da lui presunto ateismo di Romagnosi:  Cattaneo aderisce ad una forma di teismo razionale, sebbene non approfondisca oltre  questa convinzione), ed.  Einaudi (Torino, 1972), a cura di Delia Castelnuovo Frigessi,  vol. 1°  “Industria e Scienza Nuova”, pagg. 88 – 127 .
11)  Descartes Renée (Renato Cartesio),  “Opere” (essenziali  “Il Discorso sul Metodo” e “Le Meditazioni Metafisiche”, ed. it.  Mondadori (Milano, 1986), trad.  G. Cantelli e M.  Renzoni,  pagg.  312 .
12)   Duns Scoto John,  “Trattato sul Primo Principio”, ed. it. Bompiani (Milano, 2008), testo latino a fronte, trad.  di Pasquale Porro, pagg. 251 .
13)  Galilei Galileo,  “Opere”, ed. UTET (Torino, 2005), a cura di Franz Brunetti (cfr. specialmente “Le Lettere Copernicane”, vol. 1°), voll. 2 .
14)   Gregorio di Nissa,  “Teologia Trinitaria -  Contro Eunomio”, ed. it.  Rusconi (Milano, 1994),  trad.  Claudio Moreschini,  pagg.  667 .
15)  Hegel Wilhelm George Friedrich,  “Enciclopedia delle Scienze Filosofiche in compendio”, ed. it. Laterza (Bari, 1971), trad. Benedetto Croce,  voll. 2  (comincia l’opera sostenendo che filosofia e religione hanno lo stesso oggetto, ovvero la Verità, e che Dio e Dio soltanto è la Verità.  Per Hegel, la religione è il momento dello Spirito in progresso che precede la Filosofia);  “La Fenomenologia dello Spirito”, ed. it. La Nuova Italia (Firenze, 1988), trad. Enrico De Negri,  voll. 2 .
16)  Herbart Johann Friedrich,  “Manuale di psicologia”, ed. it. Armando (Roma, 1982), trad.  Ignazio Volpicelli (soprattutto la psicologia razionale, ovvero natura spirituale dell’anima), pagg. 167;  “Metafisica Generale”, ed.  it.  UTET (Torino, 2003), trad. Renato Pettoello, pagg. 571 .
17)  Hobbes Thomas,  “Il Leviatano” (una teoria dello Stato assoluto e confessionale),  ed. it. Laterza (Bari,  2005), trad.  Arrigo Pacchi,  pagg. 584;  “Libertà e Necessità” (polemica col vescovo arminiano di Londonderry:  Hobbes sostiene che l’uomo è sottoposto alla necessità, e dunque non è libero), ed. it.  Bompiani (Milano, 2000), testo inglese a fronte, trad. Andrea Longega,  pagg. 346 .
18) Hume David,  “La Religione Naturale”, ed. it. Editori Riuniti (Roma, 2006), trad. Alba Graziano,  pagg. 254 .
19)    Kant  Immanuel,  “La Religione nei limiti della Ragione”, ed. it.  Rusconi (Milano, 1996), testo tedesco a fronte, trad. Vincenzo Cicero, pagg. 470;  “Prolegomeni ad ogni metafisica futura che voglia presentarsi come Scienza”, ed. it. Rusconi (Milano, 1995), testo tedesco a fronte, trad.  Piero Martinetti,  pagg.  489.    Anche le tre Critiche della Ragion Pura, Pratica e del Giudizio”  coinvolgono i problemi  di Dio e del mondo, ma soprattutto sul piano della conoscenza (gnoseologia) .
20)    Leibniz Wilhelm Gottfried,  “La Monadologia”, ed. it. Paravia (Torino,  1936), trad. Antonio Bozzone (pagg. XXIV, Presentazione,  e  38,  testo);  “I nuovi Saggi dell’Intelletto Umano”, ed. it. Laterza (Bari, 1911),  trad. Emilio Cecchi,  voll. 2 .
21)   Lessing  Gotthold  Ephraim,  “L’Educazione del Genere Umano”, ed. it.  Laterza (Bari, 1951), a cura di Fabrizio Canfora;  “Nathan il Saggio” (rifacimento in dramma della novella  del Boccaccio “I tre anelli”,  come tentativo di conciliare  le tre grandi religioni  rivelate,  di derivazione abramica), ed. it.    Garzanti (Milano,  2000),  trad. Andrea Casalegno, presentazione di Emilio Bonfatti,  pagg.  305 .
22)   Locke John,  “Saggi sull’Intelletto Umano”, ed.  it.  Bompiani (Milano, 2010),  testo inglese a fronte,  trad.  V. Cicero e M.G. D’Amico,  pagg. 1386;  “Scritti sulla Tolleranza”,  ed. it. UTET  (Torino,  2005),  trad.  Diego Marconi,  pagg. 780 .
23)  Luther  Martin,  “Le  95 Tesi”,  con “La Libertà del Cristiano”  e  “Sulla Prigionia babilonese della Chiesa”, ed. it.  Studio Tesi (Pordenone,  1984), trad. Italo Pin, pagg. 181 .
24) Manilio “Il Poema degli Astri  -  Astronomica”,  ed.  it.  Mondadori  - Fondazione Valla (Milano,  2001),  trad.  Riccardo Scarcia,  commento di S. Feraboli  e R.  Scarcia,  voll.  2 .
25)  Martinetti Piero,  “Ragione e Fede”,  ed.  Gallone (Milano, 1997), a cura di Italo Sciuto, pagg.  218 .
26)   Mazzini Giuseppe,  “Dal Papa al Concilio  -  Dal Concilio a Dio”,  ed.  AMI (Torino, 1962), a cura di Giuseppe Tramarollo,  pagg.  99, importante perché delinea in termini più filosofici la sua opposizione al Cattolicesimo e al materialismo.   Il discorso su Mazzini e il suo concetto di Dio dovrebbe essere molto lungo;  va ricordato che praticamente in ogni suo saggio egli affronta la questione religiosa.  Malgrado avesse esortato i partiti repubblicani in Europa a diventare partiti religiosi, ancora prima che politici (in “Fede e Avvenire”  del 1835),  per acquistare un maggior spessore programmatico,  il Partito Repubblicano Italiano si limitò alle questioni politiche e sociali evitando il tema religioso, salvo spunti anticlericali, per poi finire per decenni modesto alleato della DC, per cui sappiamo  la fine a cui è giunto tra il 1990 e oggi.  Sarebbe stato opportuno, tra le moltissime raccolte dei suoi scritti, oltre all’Edizione Nazionale di Imola e quella, precedente,  del Daelli,  raccogliere tutti gli scritti su tema religioso, nelle sue battaglie contro la Chiesa Cattolica da un lato e il materialismo metafisico e dialettico:  un lavoro del genere avrebbe messo in evidenza il suo teismo razionalista, al di là dello stile letterario talvolta con toni biblici, confutando coloro che videro nel suo pensiero filosofico-religioso vaghezza e nebulosità, per non dire di un suo inesistente “cristianesimo” .
27)  Melantone Filippo,  “Predicazione Evangelica  -  Sermoni per le Domeniche dell’Anno”, ed. it.  PIEMME (Casale Monferrato,  2001),  a cura di Stefano Cavallotto,  pagg.  349 .
28)  More  Thomas,  “Utopia  - ovvero dell’Ottimo Stato di Repubblica”,  ed. it.  Sonzogno (Milano,  inizi ‘900),  trad.  Carlo Romussi,  pagg. 97 .
29)    Newton Isaac,  “Princìpi Matematici di filosofia naturale  -  Teoria della Gravitazione”, ed. it. Fabbri (Milano, 2002), a cura di F. Enriques e U. Forti,  pagg.  217 (sul suo concetto di Dio, pagg. 160 – 164 .
30)  Pascal  Blaise,  “Pensieri”, ed. it. S. Paolo (CiniselloBalsamo, MI, 2005), trad.  Giuliano Vigini, pagg. 374;  “Lettere Provinciali”, ed. it.  BUR (Milano, 1989),  trad. Ferruccio Masini:   su questo grande scienziato e matematico, vicino ai giansenisti, grande moralista, va detto che, sul piano metafisico, dimostra una credulità  e una ingenuità più vicine a quella di un’educanda adolescente da Collegio giansenista, che non a quella di un pensatore:  basti pensare che,  tra l’ésprit de geometrie di Cartesio e di Spinoza e l’ésprit de finesse, predilige l’ésprit de finesse, ovvero il fideismo verso il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe (nemmeno di Cristo !);  che sfida gli atei e i miscredenti  col suo pari (scommessa), per cui chi si inginocchia e prega ferventemente, riesce a cogliere il Dio di Abramo, Isacco,  e Giacobbe,  e si converte.   Personalmente mi sembra più ovvio cogliere l’idea di Dio e del Suo rapporto con noi attraverso i princìpi di Ragione (che sono anch’essi “fede”, ma fede logica, punto di partenza e di arrivo del processo razionale),  che non la mitologia biblica.   Sono più vicino ai vari Cartesio, Spinoza e Leibniz che non a Pascal .
31)  Petazzi Giuseppe, ”Dio, Sua Natura  e Suoi Attributi”,  appunti delle sue Conferenze e dibattiti  tenuti  a Trieste  dal padre gesuita neotomista, allora celebre polemista e predicatore,  nel 1938  nella Chiesa di Via del Ronco:   malgrado il suo tomismo e la sua notevole preparazione teologica e scientifica, evita l’esame della Trinità:  pagg. 151 .
32)   Rousseau  Jean  Jacques,  “Opere”,  ed. it.   Sansoni (Firenze,  1972),  traduttori vari, pagg. 1429.  Cfr.  soprattutto “La  professione di fede di un vicario savoiardo”  nell’”Emilio”,  Libro IV.
33)    Schelling Friedrich Wilhelm Joseph, “Filosofia della Rivelazione”, ed. it.  Bompiani (Milano, 2002),  testo tedesco a fronte, trad.  Adriano Bausolo,  pagg.  1568:  l’opera è essenziale perché apre la strada alla critica filosofica e scientifica  delle religioni,  seguito poi da Schopenhauer,  Kierkegaard,  Strauss, Bauer, e successori .
34)  Scoto Eriugena Giovanni,  “Sulle Nature dell’Universo”, ed. it.  Mondadori  -  Fondazione Valla (Milano,  2012),  testo latino a fronte,  trad.  Michela Pereira, voll.  3 .
35)   Seneca Lucio Anneo,  “Lettere a Lucilio” ,  ed. it.  BUR (Milano,  1987), testo latino a fronte,  trad. Luciano Monti,  voll.  2  (in queste lettere Seneca esprime al giovane Lucilio concezioni soprattutto morali, ma anche teologiche, con un’impostazione prevalentemente stoica, nel caratterististico eclettismo romano nei confronti della filosofia greca).
36)  Sigieri di Brabante,”L’Anima dell’Uomo”, ed. it.  Bompiani (Milano, 2007), testo latino a fronte, trad.  Antonio Petagine,  pagg.  359 .
37) Spinoza Baruch,  “Ethica, more geometrico demonstrata” (L’Etica, dimostrata con procedimento matematico),  ed.  it.  Bollati Boringhieri  (Torino,  2004), trad. Sossio Giametta,  pagg.  251:  malgrado l’intenzione e malgrado la struttura apparente, che vuol sembrare teorematica,  forse perché postuma, e non rivista dall’Autore,  non riesce a mantenere  la consequenziarietà promessa, procedendo per assiomi e postulati, ma non per dimostrazioni:   questo modello “geometrico”  ha, apparentemente,  più successo con Nicola Cusano e il suo De Docta Ignorantia” (Sull’Ignoranza che sa di ignorare), ed. it.  Fabbri (Milano, 1999),  trad. Graziella Federici Vescovini,  pagg. 231.   In realtà, malgrado l’atteggiamento “socratico”,  il  Cusano procede per sofismi geometrici e ridefinendo la  geometria euclidea a modo suo, per utilizzare paragoni  su Dio e la Trinità, e poi ricondursi ad una teologia misticheggiante, che qualcuno vorrebbe “panteistica”.
Ancora, B. Spinoza, “Trattato Teologico-Politico”, ed. it.  Einaudi  (Torino,  1980), trad.  di A. Proetto  e E. Giancotti Boscherin,  pagg.  497:   valida è soprattutto la parte finale, sulla tolleranza, mentre ciò che precede è l’ingenua pretesa di conciliare la Bibbia, attraverso le solite citazioni di versetti,  con un liberalismo di marca politica, tipico dell’Olanda del tempo .
38) Toland John,  “Opere”,  ed. it.  UTET (Torino,  2002),  trad.  Chiara Giuntini, pagg.  625:   autore importante per una certa tendenza critica allo studio storico del Cristianesimo, ondeggiando però  tra deismo, panteismo e Cristianesimo, anche a causa delle pressioni esterne, sempre minacciose .
39) Tommaso d’Aquino,  “Summa contra Gentes”(Trattato  contro i Gentili, nel senso di miscredenti, eretici, ecc.), ed. it.   UTET (Torino, 1975), trad.  Tito S. Conti, pagg.  1274 .
40)  Varisco  Bernardino,  “Dall’Uomo a Dio” (opera postuma a cura di Enrico Castelli),  ed.  CEDAM (Padova, 1939),  pagg.  384 .
41)  Vico Gian Battista,  “Opere Filosofiche”, ed.  Sansoni (i testi in latino hanno la traduzione a fronte,  Firenze, 1971),  trad.  Paolo Cristofolini,  pagg.  855;  “Opere  Giuridiche”,  ed. Sansoni (Firenze,  1974:  testi e traduzione, come nel volume precedente) .
42)  Wolff Christian,  “Metafisica Tedesca”, ed. it. Bompiani (Milano, 2003),  testo tedesco a fronte, trad.  Raffaele Ciafardone,  pagg. 1552:   generalmente, gli storici della filosofia considerano il Wolff un semplice riordinatore del pensiero di Leibniz, un suo sistematico espositore;  tale il Wolff non si considerava, non accettando  la teoria delle monadi, come centri di conoscenza.  Ad ogni modo è importante  relativamente al pensiero del Kant “pre-critico” e  poi di Herbart (teoria dei “reali”,  molteplicità degli enti).  Indirettamente, anche tramite la metafisica vichiana, si rifaranno ad una metafisica pluralista, Bernardino Varisco e i suoi seguaci (Francesco De Sarlo, Enrico Castelli,  Pantaleo Carabellese) .

Opere  sull’ateismo  e  l’anticlericalismo.

1)  Bada  Juan,  “Clericalismo e anticlericalismo”, ed. it.  Jaca Book (Milano, 1998), trad.  Bruno Pistocchi,  pagg.  120 .
2) Bakunin  Michail,  “Dio e lo Stato”,  (saggio in contrapposizione alle critiche di Mazzini all’Internazionale, rimasto  incompleto),  ed. it.  Valentino  Marafini (Roma, 1946),  con prefazioni di Filippo Turati, Leonida Bissolati e Carlo Cafiero,  pagg.  63 .
3)   Del Noce Augusto,  “Il Problema dell’ateismo” (saggi  su vari autori, fra cui Pascal, Nietzsche, Marx),  ed.  Il Mulino (Bologna, 1964),  pagg.  589 .
4)  Marx  Karl,  “L’Ideologia Tedesca” (opera rimasta incompleta contro Feuerbach, Bauer, Stirner, accusati tutti di astrattezza), ed. it.  Istituto Editoriale Italiano (Milano, 1947), trad.  Giulio Pischel, pagg. 387;  “Per la Critica della filosofia del Diritto - Introduzione”  (saggio del 1844, in cui si ritrova la celeberrima frase “La religione è l’oppio del popolo”,  ripresa poi da Lenin)  e “La Questione Ebraica” (saggio in risposta alla critica sull’Ebraismo di Bruno Bauer),  ed. it.  Newton Compton (Roma, 2011)  a cura di  Ferruccio Andolfi,  che raccoglie molti dei suoi scritti, con commenti e presentazioni di Engels, pagg.  944 (i due saggi vanno da p. 19 a 51) .
5)   Mehta Ved,  “Teologi senza Dio”,ed. it.  Einaudi (Torino,  1969),  pagg.  202 .
6)  Stirner Max (pseudonimo di Kaspar Schmidt)  “L’Unico e la Sua Proprietà”, ed. it. Casa Editrice Sociale (Milano, 1922), a cura di Vittorio Roudine,  pagg. 442:    uno dei “capolavori”  dell’anarchismo ottocentesco, di scuola hegeliana (cosiddetta “Sinistra”),  è  la plateale  dimostrazione che, abolendo l’idea di Dio,  si finisce per deificare qualunque altra cosa, nel caso di Stirner  l’Individuo, il Singolo che, nella sua pretesa Onnipotenza,  può ottenere ciò che vuole.  Peccato che non risulta che lo stesso Stirner vi sia mai riuscito .

Opere generali di storia del Diritto  Medioevale e Moderno (Comune).

1)   Birocchi  Italo,  “Alla Ricerca dell’Ordine”, ed.  Giappichelli (Torino,  2002),  pagg. 634 .
2)  Cavanna Adriano,  “Storia del Diritto Moderno in Europa”, ed. Giuffrè (Milano, 1982), vol. 1°, pagg. 709 .
3)   Faralli Carla,  “Diritto e Magia  -   Il realismo di Haegerstroem”, ed.  CLUB (Bologna,  1992), pagg. 268 .
4)  Tarello  Giovanni,  “Storia della cultura giuridica moderna”, ed.  Il Mulino (Bologna,  1976),  pagg.  644 .

Opere  specifiche su eresie, persecuzioni ed inquisizioni cristiane .

1)  Baigent Michael  -  Leigh Richard, “L’ Inquisizione  -  Persecuzioni, ideologia e potere”, ed.  it. Marco Tropea (Milano, 2000),  trad.  di Anna Maria Cossiga e Gabri Passalacqua,  pagg. 349 .
2)  Bainton  H.  Roland,  “La lotta per la libertà religiosa” ,  ed.  it.  Il Mulino (Bologna, 1963),  trad.  Franca Medioli Cavaro,  presentazione di Nicola Matteucci,  pagg.  279 (una storia dal protestantesimo al deismo).
3)  Bonanno M.  Alfredo,  “L’Inquisizione  -  La tortura in nome di Dio “, ed. Anarchismo (Trieste, 2013), pagg.  431:   il problema inquisitorio, non solo cristiano, visto da un facondo e fecondo  autore anarchico .
4)  Cammilleri Rino ( a cura e trad. di)  “Fra’  Nicolau Eymerich  -  Manuale dell’Inquisitore”, ed.  PIEMME (Casale Monferrato, 1998), pagg.  309 .
5)  Cardini  Franco,  “L’ Inquisizione”,  ed.  Giunti (Firenze, 1999),  pagg.  62 .
6)  Craveri Marcello,  “Sante  e streghe  -   Biografie e documenti dal XIV al XVII secolo”,  ed.  Feltrinelli (Milano,  1980),  pagg. 283 .
7)   Del Col Andrea,  “Domenico Scandella, detto Menocchio  -  I  processi dell’Inquisizione 1583 – 1599”, ed.  Biblioteca dell’Immagine,  Pordenone, 1997,  pagg. 260;  il monumentale lavoro  di storia dell’Inquisizione in Friuli,  per soli due – tre anni:  “L’Inquisizione nel Patriarcato di Aquileia, 1557 – 1559” (va ricordato che Il Patriarcato di Aquileia fu, fino al 1420,  feudo ecclesiastico dipendente direttamente dal Sacro Romano Impero di Nazione Germanica e Stato  indipendente di fatto, sebbene alleato dell’Impero Germanico:  fu per questo sconfitto, assorbito e, quindi, ridotto a pura funzione religiosa da Venezia in una rapida offensiva;  nominalmente si estendeva oltre all’attuale Friuli, con la provincia di Gorizia, al Cadore e al territorio portogruarese, e ad est, oltre alle Alpi, alla Carnìola, ovvero grosso modo l’attuale Slovenia,  sebbene ulteriormente suddiviso tra Abbazie - Moggio Udinese,  Sesto al Reghena,  Summaga -,  Comuni e contee.  Poiché  Venezia lasciò, per ragioni politiche largo spazio alle istituzioni feudali locali,  può ben darsi che quella friulana avesse avuto caratteri propri, rispetto a quanto scritto in merito da Paolo Sarpi),  ed.  a cura dell’Università di Trieste in collaborazione col Centro Studi “Menocchio”, di Montereale Valcellina (PN), 1999,  pagg.  439 .
8)   de Mattei Roberto,  “A sinistra di Lutero  -  sette  e movimenti religiosi nell’Europa del ‘500”, ed. Città Nuova (Roma, 1999), pagg. 195 .
7)  Foa Anna,  “Eretici  -  Storie di streghe, ebrei e convertiti”, ed.  Il Mulino (Bologna,  2004),  pagg. 145 .
8) Foucault  Michel,  “Sorvegliare  e punire”, ed. it.  Einaudi (Torino,  1993),  trad. Alcesti Turchetti,  pagg.  340 .
9)  Garofani Barbara,  “Le Eresie Medioevali”,  ed.  Carocci (Roma, 2008),  pagg.  145 .
11) Ginzburg Carlo,  “Il Formaggio e i Vermi” (si riferisce alla curiosa “cosmologia” di Menocchio, riguardo alla formazione del mondo, in tempi nei quali si credeva ancora alla generazione spontanea di forme viventi),  ed.  Biblioteca de Il Messaggero Veneto (Udine,  2003),  pagg. 222 .
12)  Lea Ch.  Henry, “Storia dell’ Inquisizione  -  Origine e  Organizzazione” (titolo originale “L’Inquisizione del Medioevo”) ,  ed. it.  Feltrinelli (Milano,  1974),  formato a due colonne,  pagg.  331 .
13)  Migliorini  Aldo,  “Tortura, Inquisizione, Pena di morte”, ed.  Lalli (Poggibonsi  - Siena,  2001),  pagg. 167,  con testi trilingue e moltissime raffigurazioni .
14)    Perez  Joseph,  “Breve Storia dell’Inquisizione Spagnola”,  ed. it.  Corbaccio (Milano, 2006), trad.  Luciana Pugliese, pagg. 238  .
15)  Quintiliano Marco Fabio,  “Institutio Oratoria” (Formazione dell’Oratore Forense,  qui riportato per la critica, già nel I sec. d. C.,  della tortura),  ed. it. BUR (Milano, 2001),  trad.  di Stefano Corsi,  voll.  3  (sul caso specifico,  vol. II,  Libro V, cap. IV, pag. 773).
16)  Reynolds Edwin  Ernest,  “Il  processo  di Tommaso Moro”, ed. it.  Salerno Editrice (Roma,  1985),  Introduzione di Luigi Firpo  e trad. Marialisa Bertagnoni,  pagg.  258 .
17)  Sarpi Paolo,  “Della Potestà de’ prencipi”,  ed. Marsilio con partecipazione della Regione Veneto (Venezia, 2006),  a cura di Nina Cannizzaro e saggio di Corrado Pin,  pagg.  125;  “Gli Ultimi Consulti -  1621-1623”, ed.  Einaudi (Torino,  1979),  a cura di  Gaetano e Luisa Cozzi,  scritti sull’Inquisizione veneta  e sugli eretici (particolarmente protestanti),  pagg.  122 .
18) Voltaire  Arouet François-Marie,  “Trattato sulla Tolleranza” (vari scritti, di cui quelli riguardanti il caso Calas a Tolosa,  famiglia protestante, accusata dalla follaccia,  canaille per dirla alla sua maniera,  di aver ucciso il figlio  Marcantonio perché desiderava diventare cattolico,  mentre in realtà si era impiccato per ignoti motivi.  Il padre Jean fu condannato a morte sulla ruota  -  un altro orrendo supplizio,  previa tortura -  nel 1762 e perseguitati tutti gli altri, finché dopo opportuna revisione del processo l’anno dopo si  riconobbe l’estraneità dei familiari, compreso il padre già condannato  con sentenza eseguita.  Questo fatto ci insegna tuttora quanto occorra, anche di fronte ad una sentenza di ben otto giudici,    ad andare assai cauti nell’infliggere pene, senza una precisa indagine, e piuttosto per nulla curarsi delle voci di massa,  i famosi “crucifige”  della plebaglia, tuttora di moda),  ed. it.  Demetra  (Colognola ai Colli,  VR, 1999), trad.  Glauca Michelini,  pagg. 140;  Dizionario Filosofico (particolarmente le voci riguardanti la Storia Biblica, Chiesa Cristiana, Cattolica, e l’Inquisizione),  ed.  it.  Fabbri  (Milano,  2001),  trad.  R. Lo Re e L.  Sosio,  voll. 2 .
19) Walter  Gérard,  “La Rivoluzione Inglese  -  1640-1660”, ed. it.  Istituto Geografico De Agostini  (Novara,  1972),  trad. Franco Della Pergola,  pagg.  552:  riporta molti documenti sui processi e discorsi di un ventennio  dalla Prima alla Seconda Rivoluzione  Inglese.

INDICE

Dedica e citazioni.                                                                                                         p.    1

Premessa  Teoantropologica.                                                                                         p.    2

Santa Inquisizione:  Leggenda Nera ?                                                                             p.    6

Da  perseguitati  a  persecutori.                                                                                      p.  13

Intorno alle procedure accusatoria ed inquisitoria.   Le  Leges Terribiles di Giustiniano.
La procedura penale in ambito religioso.                                                                         p.  20

Nemo  tenetur se detegere,  ovvero della tortura.                                                            p.  27

Evoluzione dell’Inquisizione Ecclesiastica   Cattolica.                                                       p.  33

L’ Inquisizione Spagnola  e  Veneziana.                                                                           p.  43

Le  Inquisizioni Protestanti  e  la  Questione della Tolleranza Religiosa.                             p.  52

Il  Manuale  di  Nicolau  Eymerich.                                                                                 p.  95

Il  Manuale di Tommaso Menghini.                                                                                 p. 102

Conclusioni                                                                                                                   p. 107

Note                                                                                                                             p. 111

Consultazioni Bibliografiche                                                                                           p.  130  


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RECENSIONE SU "AUTOPSIA DI UN FALSO" - DI MIMMO FRANZINELLI
ed. Bollati Boringhieri (Torino, 2011), pagg. 278
(Bertiolo - UD, gennaio 2013)

Non si deve necessariamente pensare che un giallo debba avere, per forza, qualche omicidio nella trama, sia nella realtà, sia nel romanzo, anche se generalmente un morto è considerato necessario ai fini di suscitare interesse nel grande pubblico. Si può ben avere un “giallo” anche quando si tratta di un semplice lavoro letterario o simile. Mimmo Franzinelli, storico archivista (autore anche dell’interessante “Il Duce Proibito”, raccolta commentata e crifica di fotografie di Mussolini, vietate per varie ragioni estetiche e politiche, pubblicata da Mondadori, collana Scie, Milano, 2003), nel suo testo critico sui “diari veri o presunti” in corso di pubblicazione a cura dell’editrice Bompiani, dimostra largamente che non è così, seguendo un metodo analogo a quello che Lorenzo Valla adoperò per smontare la pretesa autenticità della Donazione di Costantino nel XV secolo, fondando con ciò stesso la critica filologica e documentaristica tuttora valida nello studio storico. Vediamo di ricapitolare i fatti più recenti: Marcello Dell’Utri, noto senatore del PDL, acquisendo il possesso o la proprietà di alcuni diari attribuiti a Mussolini e scritti apparentemente di suo pugno, dopo vari tentativi con varie case editrici, è riuscito a farne pubblicare alcuni (del 1939 per primo, e più recentemente del 1937) ad opera della casa editrice Bompiani. Di qui è sorta, o meglio risorta, un’ormai antica polemica (che risale agli anni ’50) sull’autenticità di quei manoscritti. Dalla polemica è anche derivata la decisione di intitolarli “I Diari (veri o presunti) di Mussolini”. A dire il vero, sarebbe bastato chiamarli soltanto “presunti”, in quanto il “presunto” può indicare sia il vero, sia il falso, l’inautentico, ma fatto passare per vero o ritenuto vero.
Più corretto ancora, sarebbe stato intitolarli “I Diari Immaginari di Mussolini”, perché infatti, come dimostra la lunga e complessa storia, sono frutto di immaginazione, talvolta con velleità poetiche, piuttosto che uno sforzo di ricostruire un reale atteggiamento di Mussolini nei confronti di se stesso, del popolo italiano, del regime fascista e così via. Perché la prima cosa che questo strano lavoro mette in mostra è che tra il fantomatico autore e il personaggio storico, vi sia un abisso, proprio a cominciare dal modo di esprimersi, di raccontare, di riassumere. Ovviamente, questo soprattutto appare a chi abbia un mentalità da storico, ovvero da studioso critico degli eventi umani, e non da giornalista o gazzettiere, colui che racconta i fatti giorno per giorno, dando per buona ogni superficialità o apparenza, ovvero ciò che può far comodo in un determinato momento, ciò che può produrre profitto o, perlomeno, fama e successo. Sulla differenza tra le due mentalità, vi invito ad entrare nel mio sito cliccando su: “La storia, secondo gli storici e secondo i giornalisti”. Il giornalista ha sempre fretta di pubblicare per poter vivere e guadagnare, lo storico viceversa si commisura con le lunghe durate della storia umana, se non dell’intero pianeta. Quindi ha pazienza, esamina, studia, confronta. Ed ecco che nella vicenda fa presto a risalire agli anni Cinquanta, quando due brave donne di Vercelli, madre e figlia, Rosetta Prelli in Panvini e Amalia Panvini Rosati, passano dall’innocuo hobby dell’imitazione della scrittura di Gabriele D’Annunzio e di Benito Mussolini, al tentativo di far passare per autentici presunti diari ed agende di Mussolini, diligentemente scritti dalla figlia Amalia, e questo tentativo è sollecitato da problemi economici, dovendo acquisire la proprietà di un palazzo che altrimenti sarebbe venduto, con conseguente sfratto.

Se questa appare la storia nei suoi termini minimi, la realtà è ben più complessa, perché vi sono ammissioni, confessioni, ma anche ritrattazioni, particolarmente da parte della figlia Amalia, perizie grafiche sull’inchiostro, sulla carta, sui singoli contenuti, quasi tutti negative rispetto alla pretesa autenticità degli scritti. Per questa vicenda, i cui complessi contorni è bene leggere sul libro oppure cercare su Google, le due donne ed altre persone subirono processi, due gradi di giudizio, per falso ideologico e per truffa già nel 1957 – 1960, che non ebbe i riscontri carcerari previsti solo grazie all’amnistia di quegli anni. Questi Diari, stando alla storia, avrebbero dovuto essere distrutti (secondo la sentenza), ma viceversa sparirono per riapparire più volte fino alla pubblicazione operata da Bompiani, e riapparvero non come un fatto letterario, ma appunto come un preteso documento storico.

L’assurdo di questo documento, immediatamente percepibile anche da chi non è uno storico professionista ma cultore di studi storici, è il basso livello culturale e stilistico dei testi, malgrado pretenziosità talvolta poetiche, la frequenza di errori ortografici riconoscibili come tali in quanto ripetuti in frequenti occasioni, e non semplice effetto di frettolosità nello scrivere, ma soprattutto una colossale schizofrenìa che manifesterebbe il preteso autore, in quanto ciò che scrive sul Diario, specialmente nell’anno 1939, è spesso l’esatto contrario di ciò che diceva e faceva in pubblico. Parrebbe un vano tentativo di giustificarsi in opposizione ai più credibili Diari di Ciano o di Bottai, o di altri personaggi dell’epoca e del regime. Del resto, appare difficile pensare, malgrado molti ed autorevoli pareri contrari, che Mussolini, impegnatissimo in politica, nel governo, con amanti varie, nell’attività sportiva, nel giornalismo, e così via, avesse avuto anche il tempo per compilare Diari personali sistematici, e non piuttosto semplici note occasionali per qualche fatto personale per lui essenziale (come fu in modo accertato, la nascita dell’ultimo figlio Romano, morto alcuni anni fa e noto musicista di jazz, padre di Alessandra Mussolini).

Ora, proprio l’evidente assurdità di questi documenti avrebbe dovuto convincere la Magistratura del tempo ad un atteggiamento meno formalmente severo e più sostanzialmente critico, come pur la invitò a fare l’avvocato difensore delle due donne. Ma si sa che i magistrati ed i giuristi in generale hanno poco spirito storico, in senso opposto allo scarso senso storico dei giornalisti: il giurista infatti considera il tempo come un eterno istante iperuranico ed immutabile al di fuori dalla variabile realtà quotidiana; viceversa, il giornalista vede nella realtà solo il quotidiano e non capisce la direzione in cui i singoli eventi si evolvono. Se si può dir così, il giurista è parmenideo, il giornalista eracliteo, il primo coglie la Realtà come immutabile, il secondo come il moto a scatti della pellicola cinematografica. L’uno e l’altro non riescono ad inquadrare il tempo come legge di evoluzione continua, sulla base di rapporti tra causa ed effetto, e tra ciò che resta e ciò che muta.

Vediamo di capire meglio la questione sul piano giuridico e storico-giuridico: non è un reato inventarsi il presunto Diario di qualcuno, compresi personaggi storici, purché si faccia capire con chiarezza che si tratta di opera letteraria inventata e non un atto autentico attribuito al protagonista della storia. Vincenzo Cuoco nel suo “Platone in Italia”, si inventò l’incontro di Platone con parecchi filosofi e pensatori magno-greci (soprattutto pitagorici) e con qualche pensatore italico autoctono del tempo. Questa narrazione, fondata sul fatto biografico effettivo (Platone in effetti era stato in Italia, soprattutto in Sicilia, ospite di Dioniso o Dionigi di Siracusa), è però del tutto fantasiosa, relativamente ai dialoghi o a singoli episodi. Questa fantasia, pur dichiarata nello stile dell’epoca come riferita a scritti reali (un preteso avo di Cuoco), era tuttavia riconoscibile come tale, non per nulla venne definita subito come “romanzo filosofico” in cui, sia per ragioni di gusto dell’epoca, sia per difendersi dalla censura, si attribuivano ad altri affermazioni proprie. Lo stesso fece, precedentemente, Gian Battista Vico, quando scrisse il “De antiquissima Italorum sapientia...” dove attribuì, particolarmente ai Latini pre-romani, idee che in realtà erano soltanto sue o di derivazione pitagorico-platonica, o anche neoplatonica. Nel primo Ottocento molti letterati europei adottarono la forma pseudoepistolare, o il finto documento, per raccontare non degli antichi, ma del pensiero filosofico o politico allora attuale. Vi era anche chi scriveva opere anonime o chi usava pseudonimi, appunto per evitare sanzioni allora durissime.

Farlo oggi, per puro divertimento, non è per nulla proibito, ma bisogna sia chiaro che il documento non sia, neppure ipoteticamente, attribuibile al preteso autore, che è in realtà solo il protagonista di un romanzo in forma diaristica. Nella contemporaneità, proprio discutendo del caso Panvini, Lucio Ceva scrive al Franzinelli che anche lui, nel testo “Asse pigliatutto”, si era immedesimato nei personaggi storici facendoli scrivere o parlare in modo non reale, ma immaginato e pur coerente col loro pensiero originale (p. 251). E la prima regola è, evidentemente, quella di non scrivere imitando alla perfezione o quasi nel testo la scrittura di quel personaggio. Già l’imitazione della scrittura è un fatto che ci pone nel rischio di un falso, anche se poi cerchiamo (come fatto dalla signora Amalia Panvini) di truccare le cose, dicendo di avere una scrittura molto simile e pertanto confondibile, il che poi risulta falso alla prima prova materiale. La cosa diventa passibile di reato, quando si vuol mistificare questo nostro lavoro come opera originale del personaggio che l’avrebbe stilato. Qui siamo già nell’ordine del falso ideologico. Se poi usiamo quest’atto per scopi di profitto, entriamo nella truffa; oppure, anche quando senza un diretto lucro pretendiamo tuttavia di capovolgere, a scopi politici, il giudizio storico su quel personaggio stesso che, considerato negativamente, apparirebbe invece un sant’uomo calunniato dalla storia.

Ora le due Panvini, e particolarmente la figlia, incapparono nei due reati, intanto per l’imitazione quasi perfetta della scrittura mussoliniana, poi per averlo fatto passare, o aver lasciato che passasse, come documento originale di Mussolini, sia per scopi finanziari, sia per scopi politici (pur la donna dichiarandosi non fascista o simpatizzante del fascismo, ma questo in quegli anni era anche ovvio, perché altrimenti si finiva per cadere in un terzo reato, quello di apologia del fascismo, tuttora vigente).

Torniamo ai nostri giudici: se avessero avuto una mentalità storica, non avrebbero affatto ordinato (cfr. pag. 245 del testo del Franzinelli) senza riuscirvi, il che è ancora peggio dal nostro punto di vista, la distruzione materiale di quegli atti. Se questi fossero stati conservati in un sicuro archivio, come “corpo del reato”, nessuno li avrebbe poi utilizzati a scopo di pubblicazione, se non come eventuale opera letteraria (del tipo “I Diari Immaginari di Mussolini”) . Invece i poveretti fecero il contrario e non seppero neppure far eseguire l’operazione, come pur si usava fare fin dai tempi di Protagora e di Socrate, con molta maggior efficacia. Nella sentenza del Tribunale di Vercelli, del 15 novembre 1960, ci si rifà all’art. 480 del Codice di Procedura Penale, non più vigente dal 1989 che però non parla di distruzione, bensì di cancellazione, spiegata nel successivo art. 481. Ne riporto alcuni passi, secondo l’edizione a me disponibile Giuffrè (I Cinque Codici - Milano) del 1974 : “Art. 480". - La falsità di un atto pubblico o di una scrittura privata, accertata con sentenza di condanna (...) deve essere dichiarata nel dispositivo della sentenza stessa. Con lo stesso dispositivo deve essere ordinata la cancellazione totale o parziale [già la “parzialità” della cancellazione dimostra che cancellazione e distruzione non sono usati come sinonimi, ma con significato ben diverso, come si vedrà all’art. 481], secondo le circostanze, e se è il caso la ripristinazione, la rinnovazione o la riforma [anche questi atti impossibili, se il documento venisse distrutto materialmente] del documento, con la prescrizione del modo con cui deve essere eseguita. La cancellazione, la ripristinazione, la rinnovazione o la riforma non è ordinata quando può pregiudicare interessi di terzi non intervenuti come parti nel procedimento”.

In concreto, come si doveva eseguire questa “cancellazione” che non è “distruzione”? Ecco come si esprime il successivo art. 481: “Art. 481" (...) La cancellazione totale del documento si effettua mediante annotazione della sentenza in margine di ciascuna pagina del medesimo, e mediante compilazione del processo verbale, in cui si attesta questo adempimento, con la dichiarazione che il documento non può avere alcun effetto giuridico. Il documento rimane allegato al processo verbale, e una copia di questo è lasciata in sostituzione del documento a chi lo possedeva o lo aveva in deposito, quando costui la chiede dimostrando di avervi legittimo interesse. (...) Se il documento era in deposito pubblico è restituito al depositario unitamente ad una copia autentica del processo verbale a cui deve rimanere annesso. Se il documento era posseduto da un privato, il cancelliere lo conserva annesso al processo verbale e rilascia copia alla detta persona, quando lo chieda dimostrando di avervi legittimo interesse. Tale copia vale come originale per ogni effetto giuridico...”.
Per cancellazione va dunque intesa una sorta contraria di autenticazione, nel senso che si dichiara quel tale documento falso e senza effetti giuridici. Tale cancellazione, come l’autenticazione, è annotata sul documento stesso.

La minacciata distruzione, seguita però da sparizione degli atti (secondo il Franzinelli ad opera dell’avvocato delle due donne, con la cooperazione - more solito – di un cancelliere e la complicità di qualche altro magistrato competente del caso), si dovette all’amnistia che, cancellando il reato, non consentì di eseguire la sentenza, che, se avesse proseguito il suo iter, in terzo grado sarebbe stata annullata almeno sotto questo aspetto visto il gravissimo equivoco tra cancellazione e distruzione materiale . Equivoco gravissimo, perché la procedura è ben descritta e va intesa come annotazione di condanna per falso. Resta pure la questione se questi manoscritti, con scrittura falsificata di Mussolini, si dovessero considerare atti pubblici oppure privati: come è narrato nel testo del Franzinelli, se ne erano interessati perfino i servizi segreti del tempo (l’antico e celebre SIFAR). Perché? Occorre sapere che la figura di Mussolini, nel secondo dopoguerra e fino circa agli anni Sessanta, era soggetta ad una damnatio memoriae, tanto che era vietato sentire i suoi discorsi, anche se con soli intenti di documentazione storica, in pubblico (ad esempio, in una conferenza). Girando gli sceneggiati sull’epoca, si evitava di mostrare l’attore che potesse rappresentarlo, lo si vedeva solo di spalle, mai in faccia. Ebbi occasione di sentirne la voce, per la prima volta, in televisione alla fine degli anni ’60 (il discorso della dichiarazione di guerra, 10 giugno 1940), mentre però non lo si faceva vedere, ma soltanto girando scene sulle facciate dei palazzi circostanti di Piazza Venezia. Questa, tutto sommato infantile (perché articoli e saggi su Mussolini erano frequentissimi invece sui settimanali più diffusi), damnatio memoriae, venne a cessare solo con le prime riforme della RAI-TV negli anni ’70.

Sui dischi, distribuiti spesso da settimanali o in vendita negli appositi negozi, c’era l’avviso del divieto di pubblica audizione degli stessi. Mussolini oratore, insomma, faceva paura ancora ad oltre 20 anni dalla sua morte, il che ci dice molto sulla qualità morale della repubblica instauratasi dopo il 1948. Ciò spiega almeno in parte anche la complessità della storia di questa falsificazione e il ripetersi delle apparizioni di questo falso. La sparizione degli originali Panvini non consente tuttavia allo storico di poter accertare con pienezza se il testo pubblicato da Bompiani su richiesta di Marcello Dell’Utri sia esattamente lo stesso (perché poi Amalia Panvini sulla base di fotocopie rifece ulteriori diari, in periodo successivo - cfr pag. 42 del testo Franzinelli), anche perché non è difficile supporre che esistessero altri falsificatori a scopi politici o di lucro (o entrambi). Potrebbe anche trattarsi dunque di imitazioni compiute da altri. Oppure quelli che Amalia Panvini fece diffondere negli anni ’70, in un numero più limitato di agende.

Per fortuna o per disgrazia, in questo caso pur complesso non si utilizzò mai il trucco della scrittura medianica, ovvero quella procedura spiritistica per cui l’anima di qualcuno, in veste di fantasma, detta o suggerisce silenziosamente alla persona-medium di scrivere qualcosa, esattamente con la scrittura che aveva da vivo. In tal caso dovrebbe trattarsi di personaggio relativamente recente che utilizzava una scrittura su fogli e non su tavolette. Riguardo alla lingua, l’avrebbe dovuta dettare nella sua lingua (es., greco, latino, celtico, ecc.) e non nella nostra, altrimenti il trucco sarebbe evidente. Fortunatamente non risulta che si giungesse mai a questo: forse avrebbe aggiunto un mistero più profondo, pertanto più attraente, ma si vede che i vari personaggi impegnati in questa serie di operazioni vollero rimanere attaccati alla realtà, malgrado tutto.

Un fatto è comunque molto difficile: Amalia Panvini (la figlia) si attribuì l’intera stesura e, durante il processo, disse che sfornava ogni volumetto per ciascuna settimana (cfr. pag. 38, Franzinelli). Il che, così posto, è difficile da credere. La donna si sarebbe dovuta comunque documentare su giornali e libri dell’epoca, il che implica non poco tempo, pur volendo ammettere che non facesse altro in quegli anni. Inoltre scrivere tutto questo con lentezza è tutt’altro che semplice, proprio perché non è facile imitare un’altra scrittura in modo ordinato (tanto è vero che i famosi copisti del Medioevo ci impiegavano anni, adottando una scrittura regolare e impersonale, tipo quella che poi divenne a stampa).

Va pertanto supposto che la donna non lavorò da zero, ma probabilmente su qualche brogliaccio già precedentemente scritto da qualcuno e poi ritrascritto da lei in scrittura “mussoliniana”, Denis Mack Smith fu ingannato sull’autenticità di questo materiale, proprio dalla presenza di dettagli molto specifici (incontri con persone dell’epoca) che richiedevano una conoscenza dei fatti non indifferente. (pag. 56 – 57, Franzinelli); perfino Renzo De Felice, che pur li aveva considerati falsi, ebbe qualche dubbio successivamente (cfr. pag. 72); il paleografo Armando Pistruci intuisce, a mio parere in modo realistico, una cooperazione tra un ignoto autore dei Diari, come contenuti, e le due donne che hanno ritrascritto il lavoro nella scrittura “mussoliniana” (pag. 57), ma di questo ignoto autore (forse il padre, morto abbastanza presto) nulla si è mai saputo.

Secondo il Franzinelli, Mack Smith si è fatto ingannare sull’autenticità dei Diari, o meglio delle affermazioni in essi contenute, in quanto ha sempre ritenuto Mussolini persona poco seria (pag. 70). Al processo citato seguì, con meno clamore, un ricorso in appello dove la pena venne ridotta soprattutto alla madre. Sia per ragioni d’età che per aver cooperato solo nella diffusione e non nella stesura, malgrado poi la donna avesse asserito di aver scritto anche lei ma che la figlia fosse più brava nel farlo (pag. 49). Ma Amalia Panvini ritrattò in più occasioni, asserendo la tesi iniziale che, negli ultimi mesi di guerra, un certo Zerbino, ministro dell’Interno della Repubblica Sociale, avesse portato a casa del padre l’intero pacco di agende e quaderini, che originariamente, risalirebbe addirittura al 1920, in gran parte spariti, distrutti o asportati dai vari archivi. Non tanto accertata è l’esistenza del primo documento manoscritto originale di Mussolini, a cui ispirare la scrittura di tutto il resto. Sembrerebbe da qualche fotocopia riportata in un libro, ma non sarebbe del tutto improbabile che qualche documento originario scritto di pugno di Mussolini fosse effettivamente stato portato lì, da questo Zerbino o da chi altro, e avesse ispirato le due donne nell’opera di contraffazione ed imitazione. Naturalmente tutte vaghe ipotesi, in quanto nei processi nulla è emerso, se non confessioni del falso da parte della sola figlia e successive ritrattazioni. Un gioco, questo delle ritrattazioni e nuove versioni, che sappiamo pure molto attuale, un po’ per paura di pene più severe, un po’ per l’orgoglio di aver avuto in possesso effettivamente documenti originali.

Potrebbe pure trattarsi di una forma di schizofrenìa presente nel soggetto falsificatore quando in questi convive, oltre a quella normale (prevalente) una seconda personalità che si identifica nel soggetto falsificato, fornendogli quelle giustificazioni che in vita non avrebbe potuto dare. Anche questa ipotesi non venne, a quel che risulta, presa in considerazione, probabilmente perché il comportamento di Amalia Panvini, soprattutto, cercando di farne un uso economico, dimostrava di essere in perfetta capacità di intendere e di volere, per cui era più facile vedere in lei una tentata truffatrice che non una squilibrata.

Le argomentazioni del Franzinelli, che criticano la pretesa autenticità di questi Diari, sono sempre accettabili e serie, salvo in alcuni punti dove, ad esempio, confronta le recenti annotazioni di Clara Petacci alle dichiarazioni stesse (cfr. pagg. 122 – 128). Anche se autentiche come autrice, sono state secretate per motivi di sicurezza: la solita coda di paglia di un regime che si è instaurato in modo apparentemente democratico, ma in realtà semplice frutto di imposizione straniera e controllato da uno Stato estero, anche militarmente con la presenza di forze armate sul territorio (e questo a ben oltre 67 anni dalla fine della II Guerra Mondiale e a 24 dalla fine della tanto millantata minaccia sovietica !!). Uno Stato satellite solo formalmente indipendente, che trema, o tremava, per ogni sciocchezza, quale potrebbe essere stata la serie di note di Clara Petacci, povera donna, la cui unica colpa fu quella di innamorarsi disperatamente di un capo di Governo e di morire per lui in modo orribilmente triste. Note innocue sulla vita quotidiana con Mussolini e certe sue dichiarazioni riportate in modo ovviamente personale. Lo stesso Franzinelli, da storico, dichiara che i diari e simili non vanno considerati come atti storici “oggettivi” (quali solo la documentazione ufficiale o, perlomeno, pubblica, possono essere), ma puramente “soggettivi” e pertanto passibili di travisamenti, di faziosità, di falsi veri e propri (p. 192).

Franzinelli confronta taluni episodi descritti nei Diari della Bompiani con le annotazioni della Petacci, per sottolineare parecchie notevoli differenze; tuttavia, proprio sulla base di quanto egli riconosce come metodo storico, il procedimento non è corretto. Un po’ più credibili, viceversa, i Diari di Ciano e di Bottai, ma anche questi vanno presi con pinze e con le molle, soprattutto quando riportano opinioni di Mussolini e non fatti concreti, verificabili per altre vie.

Un esempio specifico può riguardare l’atteggiamento sugli Ebrei a cui Mussolini, finché non si adeguò dal 1938 all’antisemitismo hitleriano e nazista, fu tutt’altro che sfavorevole. Atteggiamento mantenuto nei Diari Bompiani mentre, viceversa, le annotazioni della Petacci descrivevano il contrario. Relativamente alle persecuzioni antiebraihce in Francia e in Dalmazia, varie fonti storiche (tra cui l’americano R.A.C. Parker in “Storia Universale Feltrinelli” - vol. 34, pag. 378 - e il dalmata Talpo Oddone, in uno dei testi pubblicati a cura dell’ Ufficio Storico Militare dell’Esercito Italiano) rilevano che l’atteggiamento mussoliniano non ebbe la ferocia fanatica degli hitleriani o del Governo Petain, almeno prima della Repubblica Sociale: molte vite infatti vennero salvate anche da fascisti. Così l’atteggiamento verso la Germania nazista che fu caratterizzato da molti ondeggiamenti e incertezze, per farsi alla fine trascinare quando la guerra sembrava volgersi nettamente a favore della Germania. Mussolini non aveva affatto quel carattere fermo e deciso che si vantava di avere: specialmente tra il 1939 ed il giugno 1940 fu afflitto da grave insicurezza ed indecisione, dovute soprattutto alla consapevolezza dell’enorme potenza militare raggiunta dalla Germania e dalla previsione di un suo dominio sull’Europa che stravolgesse la stessa politica italiana, pur allora dittatoriale e totalitaria, per cui non sarebbero del tutto irrealistiche le discrepanze tra le note dei Diari Bompiani e certe dichiarazioni pubbliche.

Tutt’altra questione nello stile e nell’ortografia, in molti errori sulla descrizione dei mezzi tecnici e militari del tempo, che dimostrano invece un livello culturale ben diverso tra il falsificante ed il falsificato, anche se poi Mussolini non ebbe questa enorme cultura, come si sa, ma comunque non quella del tutto traballante, sebbene con molte ambizioni, del falsificante. Amalia Panvini era laureata in chimica e pure docente di Scuola: nondimeno, se i testi Bompiani e quelli suoi fossero gli stessi, e non ulteriori elaborazioni di altri personaggi rimasti nell’ombra, dimostrerebbero una certa povertà linguistica, non certo esemplare per un’insegnante di Scuola secondaria, tralasciando pure le inesattezze tecnico-storiche, che in una donna del tempo potrebbero anche essere comprese.

In conclusione: un libro, quello di Franzinelli, meritevole di attenta lettura per chiunque si interessi di “giallistica” senza morti, di storia contemporanea e di metodo storico applicato. 
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 Manlio Tummolo: La “Netiquette” di internet dal punto di vista giuridico

Il termine “netiquette” è un neologismo composto da “net” (rete) che sta per INTERNET, ed il francesismo “etiquette” (etichetta), ovvero consuetudine (uso, non obbligo) di eleganza, finezza, formalità. Già il termine è uno di quegli orrori linguistici nato con questo sistema di trasmissione, le cui origini è bene chiarire per capire poi certe pretese imposte ai suoi utenti. Questo sistema di comunicazione, che significa “rete internazionale”, nasce in ambito militare e ne conserva tuttora l’atmosfera vagamente criptica e misteriosa, atta ad essere compresa solo da una cerchia relativamente ristretta di persone. Nulla di male in questo se, esportandola come mezzo di comunicazione internazionale aperto a tutti, non ne risultasse di per sé un’evidente contraddizione. Le regole di un club anglosassone funzionano bene quando appunto sono funzionali ad un certo ambiente e ad una certa mentalità ristretti, che è una comune base per i pochi e scelti soci; diventano ridicole quando si pretende, viceversa, di imporle a tutti, una volta trasformato il club ristretto in una piazza universale. Qualunque norma, per avere carattere universale, deve essere concordata, direttamente o indirettamente, con delega o di persona, dai membri che poi devono eseguirla.

Una norma, e tanto meno in un regime che si proclama democratico, non può essere imposta arbitrariamente ed unilateralmente da persone a cui nessuno ha affidato né il potere, né la competenza, e che quindi agisce con arbitrio totale. Quando si afferma che una certa Università negli United States of America ha deciso di sua iniziativa determinate regole, e che poi queste regole sono state accettate da una o altra società per azioni che funziona da motore di ricerca, significa dire che una docente qualsivoglia di tale Università ha poteri legislativi relativamente ad un campo sterminato, sia per numero di utenti, sia per quantità e qualità di argomenti. Una pretesa veramente eccessiva, ma tipica di una mentalità che, aprendo a tutti un sistema chiuso, pretende tuttavia che resti chiuso nelle sue regole, e che obbedisca con criteri gerarchici, senza che mai sia individuabile il responsabile (individuo o gruppo) di queste decisioni. Dal punto di vista politico e giuridico una bestialità, che però gli United States of America stanno imponendo al mondo. Pensiamo, ad esempio, a WIKIPEDIA, nella quale scrive un numero enorme di collaboratori “volontari”, scelti non si sa bene con quale criterio, e che scrivono o comunicano in forma del tutto anonima. Ciò non avveniva nemmeno negli Imperi antichi d’Oriente, dove pur si sapeva chi fosse il Faraone, chi i suoi consiglieri, i sommi sacerdoti e gli amministratori.

Qui siamo viceversa di fronte a ignoti per definizione, che tuttavia pretendono di spiegare i segreti del mondo. Il che è vergognoso, perché ogni competenza, sul piano giuridico anche assolutamente titrannico, deve essere individuabile, e quindi responsabile di ciò che si fa e di ciò che non si fa. Una società aperta a tutti, o che regge un vasto pubblco di ogni origine sociale, ovviamente non può essere abusivamente trattata come un gregge di pecore, retto da un Pastore misterioso. Può forse funzionare in parte in un servizio segreto, ma sicuramente non in un’organizzazione gerarchica militare. Attraverso tale premessa, si capisce come le regole imposte da misteriosi soggetti, che non si riferiscano a leggi e norme statali ed internazionali precise (ad esempio: il divieto di diffamazione, di ingiuria, di falsificazione dei fatti, di offese a credi religiosi, da non confondere però con critiche motivate sul piano teoretico), non abbiano alcun valore giuridco, né formale né sostanziale. Quando si arriva a dire che bisogna scrivere con certi caratteri invece che con altri, addirittura rivoluzionando la grammatica di una certa lingua, si arriva a determinare pretese assurde, che possono funzionare nel club ristretto, non certo nella pubblica piazza. In un club ristretto, per statuto, posso pure impedire l’ingresso alle donne (tipico della mentalità anglosassone); posso pure obbligare i soci a vestirsi in smoking o in frac per entrare; posso pure obbligarli a fumare solo la pipa o a non fumare sigari cubani.

Ma se poi apro a tutti questo circolo, e dico che è democratico ed aperto ad ogni opinione, non posso certo vietare l’ingresso alle donne, non posso obbligare qualcuno a venire con lo smoking o ad applicare ogni regola strana, immotivata e stramba che mi passa per la zucca. Aprire democraticamente un certo ambiente, vuol dire anche accettare tutte quelle diversità che, ovviamente, non costituiscano un pubblico pericolo (ad es.: accettare un bombarolo notorio, accettare un serial killer ben individuato, accettare un conosciutissimo molestatore di fanciulle e bambini). Dunque, si può obbligare qualcuno a scrivere con una certa simbologia invece che con un’altra? Posso rimproverare Tizio perché usa le maiuscole oppure non le usa? Posso obbligare qualcuno ad usare quei geroglifici infantili, che si chiamano “faccine”? Assolutamente no. Con che potere, con quale competenza giuridica e territoriale potrei imporlo? Sono un legislatore? Sono un capo di governo? La mia società è forse un ente che ha il monopolio della forza, e dunque posso imporre con questa quello che voglio? No. Che valore giuridico ha dunque la “netiquette” per la parte in cui non sia fondata su leggi statali ed internazionali ? Assolutamente nessuno.

Ma, si obietterà, se tu entri in casa mia devi rispettare le regole che vigono nella mia casa. Vero, benissimo, sicuro. Ma quella che tu apri non è la tua casa personale, in cui tu mi offri ospitalità, bensì un ambiente virtuale in cui mi fai entrare facendomi pagare quote d’abbonamento piuttosto elevate: es. 24 euro al mese sono 288 euro all’anno, il che non è poco. Poi, se moltiplichiamo tale tariffa annua per il numero di utenti (suppongo nel pianeta centinaia di milioni, ma per facilità di calcolo diciamo che siano 100 milioni), vediamo che 288 X 100 dà 28.800 a cui vanno aggiunti gli zeri dei milioni di euro, il che rappresenta sicuramente una bella sommetta per i gestori di questo enorme baraccone: 28.800.000.000 di euro all’anno. Ora, pretendere da questa massa enorme di utenti paganti di eseguire pedissequamente i miei ordini è un tantino eccessivo, soprattutto dove questi non siano giustificati .

Le maiuscole urlano? Non le ho mai sentite urlare, sinceramente, ma forse io soffro di sordità assoluta. So tuttavia che quelle che oggi sono chiamate “maiuscole” in realtà sono i caratteri lapidari anticamente usati, perché più facili da scalpellare nella pietra o da incidere nella cera. Almeno per quanto riguarda l’alfabeto latino, ma penso che il medesimo valga pure per l’alfabeto greco. Le minuscole sono in realtà relativamente recenti, perché inventate al tempo di Carlo Magno (VIII – IX secolo), per cui nei Codici scritti vennero chiamate “scrittura minuscola carolina”. Ciò facilitava la scrittura su pergamena e rendeva possibile l’invenzione di una scrittura veloce, quale il corsivo. Suppongo, ma non ne sono certo, che viceversa l’alfabeto ebraico avesse già caratteri “minuscoli”, così almeno potrebbe risultare o apparire su papiri, la cui struttura è simile a quella della carta e con certe caratteristiche.

Ora vietare o sconsigliare l’uso di maiuscole in testi virtuali, che tuttavia sono stampabili (per cui occorre anche una certa correttezza formale grafica, nel rispetto di ciascuna grammatica linguistica), mi pare assurdo, giuridicamente infondato, segno soltanto di mentalità oppressiva ed ultratirannica (ricorda certe norme della stampa fascista, quando nelle veline si obbligava l’uso dei caratteri maiuscoli di scatola, ovvero a tutta pagina, per dire che il Duce aveva conquistato l’Etiopia, fondato l’Impero e vinti gli Anglo-Americani sul bagnasciuga). Se, per ipotesi, la lingua inglese fa poco uso delle maiuscole, questo è affar loro, ossia degli anglosassoni, e non nostro quando scriviamo in italiano fra italiani. Sarebbe ridicolo, come imporre ai Cinesi o ai Giapponesi o ai Russi o ai Greci di usare su INTERNET l’alfabeto latino. Tra loro, gli anglosassoni, per quanto mi riguarda possono pure scrivere minuscolo anche il nome della loro amata regina, oppure del presidente degli USA, ma noi che c’entriamo? Scriviamo e scriveremo sempre come è d’uso in Italia e secondo i nostri individuali sentimenti, piaccia o non piaccia agli appassionati ammiratori della cultura anglosassone.
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 Bertiolo (UD) Agosto - Settembre 2012

Tutta la vita degli uomini… è retta da natura e leggi. E di queste la natura è una realtà disordinata e particolare, a seconda dell’individuo che la possiede, mentre le leggi sono una realtà universale, e ordinata, e per tutti identica. La natura, se malvagia, tende spesso ad azioni perverse: troverete quindi in colpa chi la segua. Le leggi hanno invece di mira il giusto, il conveniente, l’utile, e questo ricercano; e quando ciò sia stato individuato, esso viene posto in forma manifesta quale norma comune, uguale e analoga per tutti: questo è la legge. Conviene che tutti obbediscano alla legge, soprattutto perché la legge è invenzione e dono degli dèi, deliberazione di uomini saggi, correzione di colpe volontarie e involontarie, patto comune della città… Per due ragioni vengono poste le leggi: perché nessuno compia ciò che non è giusto, e perché con la punizione di chi trasgredisce queste norme, gli altri possano essere resi migliori…

Anonimo, “Sulle Leggi” riportato dallo Pseudo-Demostene, in “Contro Aristogitone” [1]

PREMESSA STORICO-FILOSOFICA

Secondo la manualistica della storia dela filosofia in generale, e di quella greca antica, derivata da una tradizione espositiva platonicamente orientata, in parte seguita anche da Senofonte e poi trasmessa da Hegel, tra la mentalità dei celebri Sofisti, visti quasi sempre negativamente come demolitori del pensiero piuttosto che come costruttori critici, e il pensiero socratico passa un’enorme differenza. Secondo tale tradizione, i Sofisti insegnavano anche ciò che non conoscevano, erano degli imbonitori e dei diseducatori, Socrate invece sapeva di nulla sapere e avviava i suoi discepoli alla costruzione di un metodo di ricerca, di analisi, alla formulazione esatta dei concetti attraverso l’analisi precisa delle parole che li rappresentano. Studiosi più esatti della filosofia greca hanno da tempo, viceversa, confutato questa rozza e, tutto sommato, moralistica contrapposizione, per la quale Socrate era buono e bravo, i Sofisti dei veri imbroglioni.

Comiciamo così ad analizzare gli stessi termini “Sofisti” e “Sofistica”, che poi hanno dato origine ad altri termini qualitativamente negativi come “sofisticare”, nel senso di usare prodotti scadenti o scaduti, una sostanza nociva al posto di una buona, e così avanti. Il termine “sofista” null’altro significa, etimologicamente, che “sapiente”, e tali si qualificavano i primi studiosi della natura, ricordati poi come i “sette sapienti” dell’antica Grecia (tra cui Solone e Talete). Tale termine “sofista” viene contrapposto al termine “filosofo” che significa ”amante del sapere”. Tale attributo fu usato da Pitagora e dai Pitagorici indicando sé stessi, e ben prima che apparissero i “sofisti” veri e propri. I “sofisti” del V secolo A. C. sono stati qualificati variamente: secondo Theodor Gomperz, che pure li apprezzò e seppe criticare la svalutazione fattane da Platone, erano paragonabili culturalmente ai giornalisti d’oggi, persone che si occupano di tutto senza sapere nulla in modo specifico. Alcuni saranno stati così, ma non tutti, e non certo i più celebri quali Protagora di Abdera, Gorgia di Leontini, Prodico, Antifonte, ed altri. Si tratta semplicemente di docenti liberi e privati che avviavano i giovani all’oratoria politica e forense ed avevano un certo numero di alunni e di ammiratori. Furono, a partire da Protagora, i primi studiosi del linguaggio, formulando un sistema di regole grammaticali, poi universalmente accettato. Non si può dire che costituissero una Scuola, sul modello di quelle precedenti (i filosofi naturalisti e i pitagorici, o come più tardi avvenne per i socratici, i platonici, gli aristotelici, gli scettici), avendo tra di loro, soprattutto nella filosofia politica e del Diritto notevolissime differenze. Molti di loro erano fortemente democratici (della democrazia furono i primi teorici), altri invece fortemente aristocratici o tirannici. Ciò che li accomuna è, generalmente, un fortissimo spirito critico, una capacità di analisi dei fatti e dei termini molto acuta, uno sprezzo per le tradizioni soprattutto religiose ed istituzionali, un’abilità dialettica e retorica nel giocare sui termini. In pratica, tutto l’armamentario metodologico della filosofia, non solo greca, ma universale, è sostanzialmente loro invenzione. Ad essi va il merito di aver creato un vero pensiero “europeo ed occidentale”.

Di essi, che scrissero ed insegnarono molto, ci è rimasto poco, come dei filosofi precedenti: praticamente “frammenti”, inseriti quali citazioni negli scritti di Platone, Senofonte, Aristotele, e successivi. Le loro opere o vennero distrutte intenzionalmente (lo vedremo nel caso di Protagora), o furono perdute nelle varie vicissitudini di quei tempi. Per cui il giudizio negativo complessivo, che la tradizione manualistica ha ereditato e anche l’uso comune (ad es., identificare come “sofisma” il paralogisma, il falso ragionamento, il discorso ingannatore, poi accentuato dai cosiddetti “eristi”, che ne fecero un vero e proprio metodo), ha avuto buon gioco non restando di loro altro che frammenti interpretati ad uso e consumo dei successori e loro critici. Prendiamo il celebre principio di Protagora, che è il fondamento dell’Umanesimo greco o dell’Illuminismo greco (come più correttamente si dovrebbe qualificare il periodo) “dell’uomo misura di tutte le cose”, che vi siano o non vi siano, è stato interpretato in senso solo individualistico. Protagora avrebbe, assurdamente, sostenuto che ciascun individuo è misura della realtà. Giustamente Theodor Gomperz ed altri rigettarono una tale interpretazione che sarebbe la negazione di ogni conoscenza, sostenendo viceversa che, quasi preludendo al pensiero kantiano, ”l’uomo” di cui parla Protagora è una collettività, la specie umana nel suo insieme, il pensiero umano, il quale non può che vedere la realtà secondo l’ottica umana, per cui non può ragionare né da angelo, né da bove, né da pulce, ma appunto da uomo singolo per quanto riguarda la propria esperienza, gruppo o collettività universale. La verità, che egli raggiunge, non è rivelata da nessuno, bensì acquisita dall’esperienza e dalla mente umana. Da qui, la negazione che si possa conoscere la natura divina: Protagora, cosa che metteva in crisi la mentalità religiosa del tempo, diceva che all’uomo era impossibile sapere se gli dèi esistessero o non esistessero, perché il problema della loro natura è troppo complesso e sfugge alla vita di ciascuno di noi. Ovviamente, per i contemporanei tradizionalisti egli era un ateo, degno quindi, come lo fu poi Socrate, o di esilio o di morte. E Protagora e Socrate, è lo stesso Platone, ad ammetterlo, furono in realtà amici, spesso in polemica quando si incontravano, perché il primo sosteneva che la scienza si potesse insegnare, l’altro negava che si potesse insegnare qualunque cosa [2], salvo alla fine scambiarsi con reciproca ironia le parti. Infine l’uno e l’altro ebbero un destino analogo, perché Protagora accettò l’esilio, ma morì nel naufragio della nave che lo portava in Italia, dopo aver viste distrutte tutte le sue opere; Socrate, del quale si dice che nulla avesse mai scritto, rispettoso delle leggi, rifiutò l’esilio, sfidò i suoi miserabili giudici, bevve la cicuta meditando con i suoi discepoli sulla vita e sulla morte, sul doveroso rispetto verso la Legge e le decisioni giudiziarie, anche se ingiuste. Personaggi grandiosi, certo oggi non di moda negli ambienti culturali del mondo.

Ho introdotto il frammento dell’Anonimo “Sulle Leggi”, riportato in uno scritto attribuito erroneamente a Demostene [3] appunto per sottolineare quanto anche in sede teoretica del Diritto, noi dobbiamo moltissimo ai Greci e, in modo particolare, a questo periodo che, in senso lato, possiamo defnire dell’Illuminismo o Umanesimo greco, e che inizia proprio con i Sofisti, i quali passarono da un preteso studio sui princìpi della Natura, allo studio dell’uomo, il quale vede e studia la natura con la propria mente, per cui anche le pretesi leggi della natura sono, in realtà, leggi dell’uomo. Quella che definiamo “filosofia del Diritto” o “teoria generale del Diritto”, più che nei Romani, trova nei Greci la propria radice, sia in sede costituzionale ed istituzionale (forme di governo), sia nelle regole generali di applicazione delle leggi. Tali presupposti, che sono “sofistici”, vennero poi sviluppati sia da Platone (cfr. “Repubblica”, “Politico” e “Leggi”), sia da Aristotele (in “Etica Nicomachea”, “Politica” e le “Costituzioni”). Ma ci si chiederà: in tale campo i Romani non hanno forse importanza? Il Diritto romano non è una gloria che consideriamo tuttora nostra? Va intanto chiarito che ciò che chiamiamo “Diritto romano” è essenzialmente la rielaborazione, medioevale prima, rinascimentale poi, del Codice Giustinianeo, che rappresenta a sua volta la “summa” del Diritto precedente, ma non è da confondere il Diritto romano formale, anche autentico, con l’applicazione [4]; inoltre, la mentalità romana è rivolta essenzialmente alla vita pratica, concreta, poco portata alla base teorica che la deve reggere, e solo con Cicerone, Seneca, Quintiliano e successivi, si riprese la tematica teorica, ispirandosi alla radice greca della filosofia del Diritto, tanto in sede costituzionale, istituzionale, e di procedure civili o penali. Inoltre, il Diritto romano, che pure non differisce così enormemente dai Diritti concreti soprattutto ellenico ed ebraico, prevalse nel prestigio per il fatto di essere divenuto dominante nel mondo antico, medioevale e fino al Settecento in Europa, per cui ebbe modo di essere conservato maggiormente pur con molte rielaborazioni, spesso falsificanti (da cui le successive polemiche nel Rinascimento, tra i tradizionalisti e i classicisti del Diritto romano, che portarono prima ad un enorme sforzo di razionalizzazione, quindi alle codificazioni delle leggi).

Tornando al nostro tema, i cosiddetti “sofisti” sono altresì importanti per aver iniziato la distinzione tra Diritto divino, Diritto naturale e Diritto positivo; a contrapporre o a cercare di armonizzare la Natura con la Legge umana; la volontà divina con le applicazioni religiose concrete (positive, nel senso di “poste dall’uomo”); ad essersi posti il problema della scelta tra legge “giusta” e legge “ingiusta”; a meditare sull’istituzione democratica, allora formalmente vigente in diverse città (Atene, ovviamente, in testa); quindi alla tirannide. Troviamo, ad esempio, nel cosiddetto Anonimo di Giamblico (un sofista citato appunto da questo storiografo della filosofia greca) un’importante argomentazione contro le teorie, già allora sussistenti, di un preteso “superuomo”, che avesse per ciò stesso diritto di dominio su tutti gli altri, perché più forte o più astuto. Ora l’Anonimo di Giamblico sostiene con molta forza argomentativa che, se anche esistesse un uomo più forte e più astuto degli altri, non potrebbe dominare su un’intera collettività che gli si ribellasse [5], perché nessuno può avere, fosse anche figlio di dèi o Ercole stesso, la forza di tener a bada centinaia di uomini che lo assalissero. In sostanza, nell’Anonimo di Giamblico, non solo troviamo il fondamento dell’idea di democrazia come governo di una maggioranza o di una totalità consapevole, bensì anche il principio del diritto rivoluzionario di un popolo oppresso da qualcuno ad insorgere. Un tale principio si trova, anhe se ridicolizzato, fin ”dall’Ilìade” [6], quando il semplice soldato Tersite, descritto anche fisicamente come un debole (ma lo vedreste un vecchietto, brontolone e mezzo gobbo, combattere a Troia? è un’evidente caricatura), quando sfida Agamennone incitando i semplici guerrieri ad abbandonare gli Eroi, lasciandoli soli contro i Troiani a conquistare la città e a recuperare la bella Elena. Omero narra con sarcasmo che Tersite viene picchiato e messo a tacere, anzi a piagnucolare, con due buone bastonate, da Ulisse, così che i guerrieri, che non avevano mal visto la proposta di Tersite, si mettono il cuore in pace ridendo e continuando a farsi massacrare nell’interesse dei vari Menelao, Agamennone, Ulisse, Achille, e via discorrendo. Il tema non sarà più ripreso. E’ difficile immaginare che tale tema fosse già in discussione fin dal IX – VIII secolo A.C in Grecia, durante quello che viene chiamato Medioevo Ellenico, dalle invasioni dei Dori e dei popoli del mare, che distrussero tanto la civiltà micenea (quella descritta nel poema), quanto il potente Impero Ittita e minacciando lo stesso Antico Egitto. E’ probabile che un simile episodio venisse inserito da qualcuno nella rielaborazione scritta del poema avvenuta ben più tardi, in età alessandrina, dai cosiddetti “logografi” (noi diremmo filologi critici), rielaborazione che ci ha dato il poema così come lo conosciamo oggi e come è stato studiato dalle generazioni successive. E’ pure presumibile che un tale dibattito, ancronistico in un poema così antico, fosse dovuto alla volontà di tali logografi di sostenere gli Imperi assolutistici, nati sotto modello orientale, con e dopo Alessandro Magno.

La forza del numero contro la forza fisica o psicologica di un uomo o di pochi uomini, ma la forza del numero, per affermarsi, deve essere accompagnata da alta consapevolezza civica, politica e sociale: è ciò che ci vuol far capire questo “anonimo sofista”, e che valeva allora come oggi. Non può esservi democrazia, se non formale, se non è consapevolezza collettiva dei propri doveri e diritti, attraverso giuste leggi e attraverso una loro rigorosa applicazione. Il numero da solo non basta ed i quasi tremila anni che ci separano da Omero ce lo insegnano largamente.

IL RELATIVISMO DI PROTAGORA E L’AGNOSTICISMO DI SOCRATE

Si è detto che, stante la tradizione, soprattutto platonica e senofontea, poi largamente dominante nella storia della filosofia, il pensiero di Protagora e di altri sofisti, ed il pensiero socratico fossero quasi agli antipodi. Ciò non è affatto esatto, ma uno di quei luoghi comuni che si ripetono senza una seria analisi critica: è chiaro che sia prevalso, per il fatto che Platone e Senofonte furono considerati uniche fonti informative di tale pensiero, trascurando invece altre considerazioni. Per un contemporaneo di Socrate, ovvero il commediografo Aristofane, la differenza era pressoché inesistente. Nella sua commedia “Le Nuvole” (già il titolo dice molto), Socrate è uno dei protagonisti e, con molto sarcasmo, così viene descritto nella premessa: “Un vecchio, tale Strepsìade, oppresso dai debiti del figlio che alleva cavalli, lo prega di andare alla scuola di Socrate per apprendere il Discorso Debole – se in qualche modo usando argomenti ingiusti in tribunale, possa vincere i creditori e non rendere nulla ad alcuno degli usurai [si noti già questo primo passo: Socrate viene visto come un abile “sofista” che deve insegnare l’arte “sofistica”, per ingannare i giudici e riuscire ad evitare di dover pagare debiti: in sostanza un Socrate agli antipodi di quello platonico o senofonteo]. Poiché il ragazzo non vuole, decide di andare lui stesso a imparare: chiama fuori un discepolo di Socrate, e discorre con lui. Quando viene mostrata la scuola, si vedono i discepoli seduti in cerchio, sudici [similmente verranno poi descritti i Cinici, quelli di Antistene e del celeberrimo Diogene (quello della botte e di Alessandro Magno), allievi appunto di Socrate, chiamati “cinici” ovvero cani, cagneschi, per la loro trascuratezza negli abiti e nel resto, e che costituiscono insieme ai Cirenaici e ai Megarici le tre scuole socratiche di tendenza scettica, materialista ed utilitarista], e appare Socrate in persona, sospeso in una cesta e intento ad osservare i fenomeni celesti [in Platone stesso viene detto che Socrate da giovane seguiva i filosofi della natura, specialmente Anassagora; solo abbastanza tardi cominciò a studiare l’uomo e i limiti della sua conoscenza]. In seguito egli finisce per accettare il vecchio [Strepsìade], e invoca gli dèi in cui crede: Aere e inoltre Etere e le Nuvole [si osserva qui una derisione dei noti quattro princìpi della natura, anche oggi alla base dell’astrologia, ovvero Aria, Acqua, Terra e Fuoco, teorizzati da Empedocle, ma anche dalla filosofia orientale]. Alla sua preghiera entrano le Nuvole in forma di coro; quando Socrate ha trattato dei fenomeni naturali in modo non inverosimile, rivolgendosi agli spettatori esse conversano intorno a molte cose. Poi il vecchio, istruito sulla scena, mette in ridicolo una serie di insegnamenti; e poiché per la sua ignoranza viene cacciato dal pensatoio, trascinando a forza il figlio lo affida a Socrate. Costui fa venire per lui in teatro il Discorso Ingiusto e quello Giusto: l’Ingiusto contende con il Discorso Giusto, ottiene il figlio e lo ammaestra. Quando è istruito per bene, il padre lo riprende con sé e maltratta i creditori, e fa festa insieme a lui, convinto di avere sistemato ogni cosa. Invece, a causa di un contrasto durante il banchetto, il figlio lo picchia, e lui protesta a gran voce; ma il figlio lo confuta dimostrando come sia giusto che i padri vengano a loro volta pestati dai figli. Infuriato per le percosse del figlio, il vecchio abbatte e incendia il pensatoio dei socratici…” [7].

Non possiamo sapere perché Aristofane ce l’avesse tanto contro Socrate irridendolo in quel modo, ma la citazione da me fatta alla sottostante nota 7, da “Le Rane”, probabilmente ce lo spiega. Socrate, pur così beffeggiato dal commediografo, viene descritto come personaggio fornito di una concezione filosofica completa, sia sulla natura, sia soprattutto sui rapporti umani, compresa la retorica forense da utilizzare nei tribunali. Abbiamo già visto qualcosa di analogo nel Discorso in difesa di Elena, scritto da Gorgia: ebbene Socrate viene rappresentato satiricamente da Aristofane come uno dei tanti sofisti, abili nell’ingannare con discorsi tortuosi e fumosi (“sofismi”) tutti, compresi i giudici. Ad Aristofane non andava giù, si presume, l’atteggiamento antiletterario di Socrate, soprattutto contro commedie e tragedie, dove si presentava una realta umana e sociale falsa. Questa sembra, dunque, la ragione fondamentale dell’astio di Aristofane per Socrate. Nondimeno ne dimostra anche la formidabile influenza sui giovani, da cui deriverà poi l’accusa, sostenuta da Anito e Meleto, di “corruzione dei giovani”, di cui più avanti dirò, accusa lanciata anche contro altri Sofisti.

Che cosa dunque accomuna Socrate ai Sofisti in generale e soprattutto Protagora e Gorgia? proprio l’interesse umanistico, la critica alla tradizione religiosa o politico-sociale, il rigetto di vecchie convinzioni, ormai non più idonee ad una società che, dopo le guerre persiane e le guerre civili con Sparta, aveva rigettato gli antichi valori ed era alla ricerca di nuovi e più razionali.

Viceversa, che cosa poteva dividerli? Per i Sofisti, la conoscenza e le scienza umane, soprattutto, sono insegnabili all’uomo, pur nella relatività e nella limitatezza di mezzi. La verità è una conquista umana, parziale e relativa, ma trasmissibile attraverso l’insegnamento per un uso pratico (soprattutto politico e forense). Si rigetta la pretesa di poter scoprire i princìpi assoluti della realtà, che sono fuori dalla nostra portata (Gorgia col suo discorso sul “Non-Essere” satireggia, in modo assai fine e sottile, le concezioni di un Essere universale immutabile, ma Determinato (secondo Parmenide e Zenone di Elea), Indeterminato ed Infinito (secondo Melisso): con abilità notevole Gorgia contrappone i due discorsi e ne deduce che l’Essere non esiste, ma esiste il Non-Essere. Questo fa credere che un Gorgia ed altri fossero negativisti, in realtà sono agnostici, né più né meno di Socrate, ma in reazione alle teorie metafisiche e fisiche, piuttosto che sul piano della razionalità umana e dei rapporti umani.

Anche questo apparente scetticismo negativista diverrà patrimonio delle citate Scuole socratiche, soprattutto dei Cinici, ma anche dei Megarici e dei Cirenaici, ma lo stesso pensiero platonico nella fase intermedia (età ellenistico-tomana) tenderà a forme scettiche: qui basti ricordare Carnèade, quello celebre di Don Abbondio, (“Carnèade, chi era costui?”), il quale recatosi ai tempi di Marco Porcio Catone senior (quello che insisteva sull’esigenza che Cartagine venisse rasa al suolo “Ceterum censeo Carthaginem delendam esse” – II sec. a C.), il primo giorno sostenne che Roma avrebbe mantenuto il dominio del mondo continuando ad agire come agiva, e il secondo giorno sostenendo che, con gli stessi mezzi, sarebbe precipitata a rovina. Il che fece infuriare Catone e molti senatori tradizionalisti (non gli Scipioni, viceversa, che furono ammiratori del pensiero greco), per cui per almeno un secolo cacciarono tutti i filosofi da Roma. Ebbene, Carnèade null’altro faceva che utilizzare formule “sofistiche” (i discorsi duplici, le antilogie), per le quali la verità è relativa alla convenienza del singolo e del momento. Per cui, tirando le somme, se perfino la Scuola platonica, nemica fierissima dei Sofisti, ne utilizzò metodi e mentalità, possiamo dire senza timori di confutazione, che il pensiero socratico fu uno tra i vari sistemi di pensiero gnoseologico (il problema della conoscenza e della sua comunicazione), tipici di quell’età comunemente detta “sofistica”, ma che più correttamente va qualificata come “umanistica, illuministica, antropologico-culturaleellenica e pre-ellenistica. Ad Aristotele poi, allievo critico di Platone, spettò di descrivere le “Confutazioni sofistiche”, ovvero sia le argomentazioni negative, sia la risposta ad esse (contro-confutazione), ispirandosi anch’egli a quel pensiero.

Il problema interpretativo del pensiero socratico (o questione socratica) nasce dal fatto che egli non sembra aver lasciato scritti o che questi, forse dopo la sua morte, vennero fatti completamente distruggere. Di lui, non rimangono che ricostruzioni dalle opere di Platone e Senofonte, ossia non espressioni sue seppure parziali (forse l’unica è la celebre “So soltanto una cosa, di non sapere nulla”). Viceversa di quasi tutti i grandi o piccoli sofisti, rimangono frammenti attraverso le citazioni fatte da autori successivi, sia per scopi critici, sia per riferimento storico.

Da quello dunque che ci resta e prescindendo dalle cose che, soprattutto a Socrate, furono attribuite da altri e particolarmente da Platone, vediamo di capire per quanto possibile ciò che distingue il relativismo protagoreo e dei maggiori sofisti, relativismo che non è scetticismo, e neppure agnosticismo, ma semmai convinzione che una qualche conoscenza della realtà sia umanamente possibile, anche se condizionata dai limiti della specie, del gruppo culturale o etnico e dell’individuo. Relativo qui può significare tanto “parziale” (per quantità e qualità), quanto in rapporto ad altro, eventualmente anche di un Assoluto, di cui tuttavia non conosciamo nulla, nemmeno la determinata esistenza. In sintesi, l’uomo conosce da uomo, ma conosce, mentre il pensiero socratico è più radicale, in quanto nega la possibilità del conoscere, ma soprattutto del poter trasmettere tale conoscenza; solo attraverso la maieutica, termine che deriva dall’arte medica greca, ossia la tecnica di facilitare il parto, tecnica usata qui non nel senso fisico, ma nel senso morale e spirituale. Ossia: si tratta, per Socrate, di trarre fin dove possibile dalla conoscenza interiore dell’uomo, attraverso il ragionamento e un metodo induttivo (dai particolari all’universale, soprattutto passando da esempi concreti alla definizione generale, come per qualificare la natura dell’uomo), l’unica conoscenza possibile per l’uomo, ovvero princìpi morali, esigenza del rispetto dell’altro, il dovere verso le leggi e la società. Socrate non si spinge, come invece avrebbe fatto Platone, ad un mondo superiore, l’Iperuranio (letteralmente, il “mondo oltre il cielo”), quale fonte primaria di conoscenza, per cui la maieutica si trasforma in un’opera di richiamo al ricordo ormai inconscio di un Sapere primigenio (conoscenza, dunque, come Memoria), ma presumibilmente si limita all’intuizione di quei princìpi basilari della Ragione umana, del pensiero dell’uomo in quanto uomo, quindi alcunché di superiore all’istinto animale, che pure conosce ma non sa di conoscere. E’ difficile tuttavia poter dire con certezza quanto questa metodologia sia l’iniziale platonica (che, non va dimenticato, si ispirò largamente anche al pensiero pitagorico, alla concezione delle realtà come Numero, come Misura, unitamente ad una concezione parmenidea dell’Essere in quanto uno, da cui derivò l’esigenza di conciliare in Platone l’Unità con la Molteplicità, l’Essere – statico – con il Divenire dinamico), oppure veramente ed esclusivamente socratica. Tuttavia, confrontando la descrizione platonica a quella senofontea dei “Memorabili” e di un’altra “Apologia Socratica”, nei punti di concordanza possiamo ben dire che Socrate effettivamente teorizzò la dottrina gnoseologica (della conoscenza) di un ritrovare, come dirà poi S. Agostino, la verità nell’interiorità dell’uomo, e l’insegnamento null’altro può essere che stimolo esterno a questo lavoro interiore (principio dell’autoeducazione).

Di Protagora possiamo dire che fu colui che avviò, forse insieme a Gorgia, un’analisi critica del pensiero religioso e filosofico-scientifico del tempo. Egli scrisse molte opere, di cui qui ricordo “I Discorsi Demolitori”, “Le Antilogìe” e, qui di grande attualità, “Azione giudiziaria per l’onorario”. Alunno di Democrito, con Leucippo il primo teorizzatore dell’atomismo, ovvero la dottrina fisica che riteneva la materia composta da particelle indivisibili separate dal vuoto assoluto, egli scandalizzò la società nella quale operava con questi assiomi: “Di tutte le cose è misura l’uomo, di quelle che sono in quanto sono, e di quelle che non sono in quanto non sono”. Peggio che mai per i tempi, dire: “Riguardo agli dèi, non posso dire né se esistono, né se non esistono, in quanto la vita umana è troppo breve e l’argomento troppo complesso per poter dimostrare tali asserti”. Generalmente si considera la società politeista come molto tollerante: in realtà tollerava per definizione qualunque dio ci si volesse inventare (per esempio il dio dell’informatica), ma non accettava né il monoteismo (tipo quello ebraico o cristiano), né men che meno anche il solo dubbio sull’esistenza degli dèi. Di qui, come rivedremo, il perché egli fu cacciato in esilio e i suoi libri bruciati. Ora riporto una sorta di barzelletta, perché Protagora, come Gorgia, fu uomo di spirito:

… una volta chiese l’onorario al suo scolaro Evatlo; e obiettandogli questo: ‘Ma io non ho ancora vinto nessuna causa’, gli ribattè: ‘Ma se vincerò io, dovrò averlo perché ho vinto: se tu, perché hai vinto tu [in quanto mio alunno]” [8] .

Questa battuta spiega anche il successo dei sofisti in generale, in quanto essi preparavano i loro allievi, sia all’oratoria politica, sia a quella forense, insegnamento dunque non da poco e abbastanza lucroso, in quanto lo stesso Platone ricorderà i lauti guadagni di Protagora, come docente. Secondo Filostrato, Protagora fu anche allievo dei magi persiani, ovvero seguaci delle dottrine di Zoroastro o Zarathustra, che insegnavano sul piano etico-religioso l’eterna lotta tra il Bene (rappresentato dal Dio Ahura-Mazda) e il Male (rappresentato dal demoniaco Ahriman). Questo, vero o falso che fosse, è importante, perché la filosofia, in quanto pensiero critico, nasce appunto dalla e nella contrapposizione tra pensieri diversi, che pure devono essere ben conosciuti. E questo spiega pure perché la filosofia greca nasce non nel cuore dell’Ellade (Atene o Sparta), ma alla periferia, nella Ionia anatolica e nell’Italia greca, di fronte soprattutto a religioni e mitologie locali, come quella persiana, etrusca e fenicio-cartaginese.

Di notevole interesse per le teorie sulla responsabilità d’un delitto, il dialogo che egli ebbe con Pericle, su una vicenda che, nei giorni scorsi, si è ripetuta:

10. Plutarch. Pericl. 36 (da Stesimbroto). Capitò nel pentatlo che un tale colpì involontariamente con un giavellotto Epitimo di Farsalo, e lo uccise; allora Pericle stette un giorno intero a discutere con Protagora chi, secondo il ragionamento più giusto, si dovesse ritener colpevole della disgrazia. Se il giavellotto o, piuttosto, il lanciatore o gli agonoteti [controllori dei giochi, addestratori]” [9].
Non illudiamoci di emarginare un tale dibattito, con l’aggettivo “sofistico” in senso deteriore. Simili ragionamenti, che poi il pensiero giuridico romano erediterà e farà propri con rigide classificazioni, prepara quella distinzione tra colpa, preteintenzione e dolo, formulata da Aristotele nella “Etica Nicomachea”, divenuta quindi patrimonio del Diritto romano e di quello canonico cattolico, e da lì giunta a noi nel Diritto penale. Recentemente è successo un fatto analogo: il dibattito tra i due (ma in un’altra versione c’era pure un terzo personaggio) mette in discussione se l’incidente può essere ascritto al puro caso oppure al cattivo addestramento, o ancora ad una volontà precisa. Oggi una cosa del genere è facilmente risolubile, ma forse non lo sarebbe senza quell’antico dibattito.

Già la filosofia, precedente questa fase, aveva formulato un primo abbozzo dell’idea di evoluzione della materia; già Talete, ritenendo l’acqua, il principio liquido, come origine di tutte le cose, pose le basi per la formidabile intuizione che nel mare si formassero tutti i viventi, il che fu approfondito ulteriormente da Anassimandro e, più tardi ancora proprio da Democrito, maestro di Protagora, col suo atomismo. Qui siamo di fronte ad un’evoluzione della materia intesa come aggregazione e disaggregazione degli atomi. Protagora, oltrepassando i limiti degli studi fisici, comincia a formulare un’idea di progresso culturale umano. Egli (ecco perché si parla del suo come illuminismo, oltre che umanesimo greco) vede nella cultura, nello studio, la base fondamentale del progresso dell’uomo, tanto come singolo quanto come società. Di lui non abbiamo frammenti riferiti ampiamente ad un progresso socio-culturale umano, ma è lo stesso Platone ad attribuirgli un interessante discorso nel dialogo “Protagora”, di cui riporto alcune parti:

Plat. Protag. 320 c sgg (mito di Prometeo). Ci fu dunque un tempo che esistevano gli dèi, ma non le stirpi mortali. Come giunse anche per queste il momento fatale della nascita, ecco che gli dèi le plasmano… mescolando terra e fuoco… Al momento di trarle alla luce, ordinarono a Prometeo ed Epimeteo di distribuire le facoltà applicandole convenevolmente a ciascuno… Ed ecco che ad alcuni esseri dava forza senza velocità, mentre forniva di velocità i più deboli; alcuni armava, altri faceva inermi, ma escogitando per loro qualche altro mezzo di salvezza… E tutto il resto distribuiva, secondo una legge d’equilibrio… 

Ma ecco che Epimeteo, che era un po’ sciocco, senza accorgersene spese tutte le facoltà per gli esseri irragionevoli, mentre rimaneva ancora da fornire il genere umano… viene Prometeo a esaminare la distribuzione; e vede… l’uomo invece nudo, scalzo, senza giaciglio, senz’armi… Allora Prometeo, non sapendo più qual mezzo di difesa inventare per l’uomo, ruba la perizia tecnica di Efesto e di Atena insieme col fuoco (ché separata questo, era impossibile a chiunque o acquistarla o servirsene [formidabile argomento: non basta dare il mezzo tecnico, occorre dare anche l’intelligenza, la razionalità, la capacità intellettuale per usarlo, altrimenti è perfettamente inutile]) e la regala all’uomo. In tal modo l’uomo ebbe sì la sapienza per la vita pratica; ma non possedeva la sapienza politica, ché questa era presso Zeus… più tardi Prometeo, a quanto si racconta, dovette scontar la pena del furto. Dopo che dunque l’uomo divenne partecipe della condizione divina, anzitutto, unico tra gli animali, credette negli dèi, ed ecco erigere altari… Poi con l’arte ben presto articolò la voce in parole, e inventò case, vestiti, calzari, giacigli e scoprì gli alimenti che ci dà la terra… da principio gli uomini vivevano sparsi, perché non c’erano città; sicché perivano uccisi dalle fiere…; e la perizia pratica… era insufficiente nella lotta contro le fiere; ché non avevano ancora l’arte politica, di cui la bellica è parte. Cercarono allora di radunarsi… fondando città; ma quando facevano tanto di raccogliersi, si facevano offesa tra loro… sicché di nuovo si disperdevano e perivano. Allora Zeus, temendo per la nostra specie, che non andasse tutta in rovina, manda Ermes a portare agli uomini Rispetto e Giustizia, perché fossero ordinatori della città e vincoli conciliatori di reciproco affetto. Domanda Ermes a Zeus… ‘Debbo distribuirli come furono distribuite le arti … o debbo darne a tutti?’ - ‘A tutti – rispose Zeus – e che tutti ne partecipino; ché se solo pochi li avessero come le arti, le città non potrebbero esistere. E fa’ pure una legge a nome mio, che chi non è capace di accogliere in sé Rispetto e Giustizia, sia ucciso come peste della città” [10].

Questo mito platonico messo in bocca a Protagora è assai interessante, ma suscita alcuni problemi: quanto di esso appartiene al pensiero di Platone e quanto a quello di Protagora? Sicuramente, se lo stile è nettamente platonico, il contenuto è protagoreo. Infatti, Platone possiede una cultura nettamente aristocratica, rifiuta la democrazia, e quindi non avrebbe accettato mai il principio che tutti debbano essere forniti, in modo uguale o proporzionale, di determinate doti intellettuali. Platone ritiene che la società debba essere divisa in vere e proprie caste, sul modello egizio o, più moderatamente, spartano. Non apprezza il sistema ateniese. Dunque, l’idea democratica che tutti debbano esser forniti di cultura quale base per una corretta convivenza tra singoli e gruppi, è certamente protagorea e di alcuni altri sofisti, sicuramente non tanto di Socrate, più propenso se non alle caste, ad una distinzione di categorie sociali e professionali, ad una specializzazione tecnica dei ruoli. Protagora, viceversa, ritiene che tutti possano fare tutto, ma soprattutto che tutti abbiano capacità intellettuali e morali, in grado di superare gli antagonismi personali e collettivi.

Un altro problema si pone: ma non si era detto che Protagora non credeva alla possibilità di conoscere il Divino? Come mai si rifà al mito? Questo interrogativo si potrebbe risolvere o come stile tipico di Platone (che cita miti in abbondanza, anche di sua totale invenzione per far capire, al modo delle parabole di Cristo, certi concetti difficili per le persone comuni), oppure che lo stesso Protagora, rivolgendosi a persone credenti nel politeismo del tempo, cerca di razionalizzare le loro convinzioni, le adotta come metodo di avvicinamento, ma le trasforma. Zeus, la Divinità suprema, visto il lavoro confuso di Epimeteo che si era dimenticato di fornire all’uomo ogni mezzo di difesa, visto l’aiuto un po’ truffaldino di Prometeo, che ruba doni tecnici come il fuoco [11], decide di far avere per mezzo di Ermes, messaggero degli dèi, ma anche dio dei mercanti e dei ladri, due princìpi per la fondazione della società umana: il Rispetto reciproco e la Giustizia, ahinoi, ahinoi, tuttora ben lontani dall’essere realizzati, come ciascuno può constatare nella vita quotidiana. E nondimeno come si farebbe a non dare ragione a Protagora nel sostenere che una società, senza l’applicazione rigorosa di questi princìpi, non possa reggere?

Ora, sia pure con metodologie abbastanza diverse (eteroeducativa in Protagora, autoeducativa in Socrate), sia pure con la forte distanza sul piano dei rapporti con gli allievi (a pagamento ad opera di Protagora, gratuito da parte di Socrate), questi due uomini furono maestri essenziali di etica per quei tempi e nella società ellenica, un’etica non più legata al costume religioso, alla prassi consuetudinaria, ma al continuo confronto con la ragione e in modo critico, in modo da stabilire basi ben più solide nella coscienza e nell’effettivo comportamento. Ora, come mai ambedue vengono associati nell’accusa di corruzione dei giovani, ambedue processati ed ambedue condannati, sia pure - anche qui - con pene diverse? Il fatto curioso è che di Protagora abbiamo un maggior numero di frammenti e una più ampia esposizione del pensiero, ma non abbiamo nessun documento del processo. Di Socrate, al contrario, non abbiamo frammenti, citazioni dirette, ma solo ricostruzioni personali di due autori principali suoi ex-alunni; abbiamo tuttavia due versioni, quella platonica ben più bella per contenuto e forma, e quella senofontea, della sua “Apologia” ovvero discorso difensivo (arringa, si direbbe oggi, con parola però di origine germanica) davanti ai suoi accusatori e ai giudici .

ACCUSE E PROCESSO A PROTAGORA E SOCRATE

Tanto a Protagora, quanto a Socrate venne intentato un processo a causa di una presunta “corruzione dei giovani”. Sgomberiamo subito il campo da una discutibile e rozza interpretazione di tale accusa, secondo certi superficiali e confusionari interpreti del pensiero soprattutto platonico: che questi due maestri venissero accusati di omosessualità o di forme di pedofilìa nei confronti dei loro alunni. In questo settore, di Protagora non si sa granché, di Socrate, con totali equivoci del dialogo “Simposio”, si pretende che egli avesse rapporti omosessuali, pur con moglie e figli. I Greci antichi, adoratori della bellezza fisica come segno esteriore di una bellezza morale e metafisica, non disdegnavano avere rapporti d’ogni genere, non esaltavano o propagandavano l’omosessualità, come oggi di moda, ma la tolleravano notevolmente. Tolleravano pure la pedofilìa, soprattutto nei confronti degli efebi (adolescenti). Ma di Socrate nulla si dice a questo proposito, anzi proprio nel dialogo “Simposio”, quando appare al banchetto Alcibiade [12], mezzo ubriaco, ne elogia la personalità, che paragona a quella di Sileno, brutto e tozzo di fuori, ma bello e pieno di fascino interiore. Narra anche, nel dialogo, di aver tentato di sedurlo, infilandosi nel suo lettino, senza che Socrate desse segni di un qualche interesse, ma anche senza cacciarlo: “… sappiatelo bene per gl’Iddii e per le Dee ch’io, dopo aver dormito con Socrate, mi levai non altrimenti che se dormito avessi con mio padre o mia madre(Simposio, cap. 34 [13]).

Chiarito che il senso dell’accusa di “corruzione dei giovani” non concerneva l’aspetto sessuale, vediamo di che cosa potesse trattarsi, per capire poi la difesa di Protagora (indirettamente riportata) e quella di Socrate, nelle versioni di Platone e di Senofonte, il quale tuttavia limitò tale difesa nel senso che Socrate si vantò semplicemente, nel processo, di essere uomo ligio alle leggi. Il testo platonico è ben più articolato.

Una delle accuse fatte a Protagora, come a tutti i sofisti, e spinta avanti, non da Socrate, ma dal gruppo socratico, fu quella di farsi pagare per le proprie lezioni. Come detto, non si sa se tale rimprovero divenne un’accusa formale, ma lo si può ritenere probabile. Secondo Senofonte: "Xenoph. Mem. 6, 13. Perché se uno vende la sua bellezza per denaro a chiunque la desidera, lo chiamano prostituto;… e analogamente, quelli che vendono per denaro la sapienza a chiunque, vengon chiamati sofisti, che è quanto dire prostituti. Xenoph. Cyn. 13, 8. I sofisti parlano per trarre in inganno, e scrivono per il loro guadagno, e non giovano in nulla a nessuno; né v’è alcuno di loro né vi fu mai che sia ‘sofo’ [un vero sapiente] , ma ognuno si contenta d’esser chiamato sofista, il che, presso la gente assennata, suona come un’ingiuria. Raccomanda di guardarsi dagl’insegnamenti dei sofisti, e invece, di tener in gran conto i ragionamenti dei filosofi “ [14].

Vediamo: tanto Platone, quanto e forse più Senofonte ci tengono a distinguere Socrate dai sofisti, proprio per difenderne la memoria, rispetto alla tradizione calunniosa affermatasi contro la corrente illuministica ed umanistica, che comprende se non altro la parte migliore di tutti questi pensatori e maestri di arte dialettica e retorica, oltre che di filosofia in senso più generale. Senofonte, ma anche Platone rimproverano Protagora ed altri di farsi pagare: Senofonte, mettendolo in bocca al suo “Socrate”, parla addirittura di prostituzione. E’ facile sottolineare come l’accusa fosse del tutto infondata: intanto, non risulta che Protagora ed altri si facessero pagare per i loro insegnamenti filosofici, ma piuttosto per l’arte dialettica, soprattutto in sede politica e forense. I maestri del tempo come altrimenti facevano a vivere ? E lo stesso Socrate, di cui pur si faceva vanto che non si facesse mai pagare (del resto, è ovvio: diceva di nulla conoscere…), come viveva: aveva un lavoro? Non risulta, risulta dallo stesso Senofonte che la moglie Santippe, arrabbiatasi un giorno perché non le aveva portato né soldi né cibo, gli gettasse in testa un vaso da notte pieno, da cui il detto “memorabile”: “Tanto tonò finché piovve”. Eppure, come dimostrano i dialoghi che ne descrivono la morte, Santippe amava Socrate, e non meno i numerosi figli. Probabilmente quindi Socrate viveva di doni ed omaggi in natura, vi era chi, non pagandolo in denaro sonante, però gli forniva direttamente il necessario. Egli poi spesso era invitato a cena. Qui l’accusa di farsi pagare, e quindi di prostituire il proprio pensiero, da parte dei sofisti (uomini il cui pensiero risulta viceversa assai libero, e poco propenso a ripetere affermazioni a comando), appare in generale, o almeno nel caso dei migliori, del tutto inconsistente. Lo stesso Platone, ad esempio, mette in bocca a Socrate, questo elogio di Protagora:

8. PLAT. Men. [Menone] (Socrate ad Anito): - Io so d’un uomo, Protagora che ha guadagnato lui solo più danari con questa scienza (la sofistica), che non Fidia, le cui belle opere sono così celebri, e dieci scultori insieme… PLAT. Men. 91 E. Ma intanto di Protagora, nessuno in tutta quanta la Grecia s’è acccorto che guastava i discepoli e li rimandava peggiori di come li aveva ricevuti: e questo, per più di quarant’anni ! … E in tutto questo tempo fino ad oggi la sua celebrità non è mai venuta meno” [15].

Ancora Platone fa dire allo stesso Protagora: “5. PLAT. Protag. 317 a (la scena nel 431 circa; parla Protagora). Io dunque ho preso la via del tutto opposta (a quella dei sofisti camuffati da poeti, iniziati, ginnasti, musici, ecc.) e convengo d’essere sofista, e di educare gli uomini… PLAT. Protag. 317 c. E sì che da moltì anni sto nell’arte; perché ne ho parecchi addosso - né v’è alcuno tra voi, al quale non potrei, quanto a età, essere padre… PLAT. Protag. 318 A. Ragazzo mio, se tu frequenterai la mia scuola, già il primo giorno che verrai, potrai tornartene a casa migliore; e il giorno dopo lo stesso; e così ogni giorno potrai progredire verso il meglio… PLAT. Protag. 318 E Gli altri rovinano i giovani; sfuggiti questi alle scienze speciali, li riconducono loro malgrado e li ricacciano alle scienze speciali, insegnando loro e calcolo e astronomia e geometria e musica (e qui diede un’occhiata a Ippia [altro celebre sofista]); mentre chi vien da me, non altro studierà se non quello per cui viene. Materia di questo studio è un retto discernimento tanto nelle cose domestichequale sia il miglior modo di amministrare la casaquanto nelle politichein che modo si diventa abilissimi al governo, sia con l’opera, sia con la parola [il neretto è mio: ci vorrebbe oggi un Protagora, visti i pessimi governanti che abbiamo da alcuni decenni]…” [16].

Stando dunque a questo riferimento, lo scopo di Protagora è la formazione del buon padre di famiglia, economo nella propria casa, e dell’ottimo politico. Ovviamente con metodi e con un’impostazione critici e razionali che per i tempi parevano, ai tradizionalisti greci, soprattutto ateniesi, rivoluzionari e dunque pericolosi. Infine, sull’onorario, Platone fa dire allo stesso Protagora quanto segue: “6. PLAT. Protag. 328 B (Protagora): - E perciò anche la faccenda dell’onorario l’ho regolata in questo modo: dopo che uno ha sentito le mie lezioni, se vuole paga la somma che io chiedo: se no, va in un tempio, giura. E quanto afferma che valga il mio insegnamento, tanto vi depone. (Aristot. Eth. Nic. K 1)” [17].

Tanto poco interessato al denaro, pur ricevendolo e richiedendolo, appariva Protagora, è dimostrato dal fatto che, se la somma richiesta non era accettata, egli si faceva valutare con giuramento in un tempio e il valore corrispondente veniva dato in beneficenza o simile. Quanto riportato e riferito da suoi avversari, dimostra a mio parere che l’accusa di farsi pagare per le sue lezioni, forse portata in tribunale come sembrerebbe indirettamente dal continuo confronto fatto dai socratici col comportamento diverso di Socrate, non aveva consistenza, né morale, né giuridica. Resta dunque in sostanza da chiedersi: perché fu condannato all’esilio e i suoi non pochi libri interamente distrutti con un rito che poi si ritroverà anche in pieno Cristianesimo e con le varie S. Inquisizioni anche protestanti? il motivo, come risulta, fu essenzialmente di natura poltico-religiosa: aveva messo in dubbio non tanto l’esistenza degli dèi, quanto la possibilità che fossero conosciuti dagli uomini. La motivazione viene così esposta dal filosofo scettico Sesto Empirico, anche sulla base della testimonianza di Timone Filasio: “12. Sext. Emp. Adv math [Contro i matematici, soprattutto gli astrologi - 18] IX 55 – 56. S’accorda con costoro (cioè gli atei Evemero, Diagora, Prodico, Crizia [19]) anche Teodolo l’ateo, e, secondo alcuni, anche Protagora di Abdera… per aver scritto testualmente così: ‘Riguardo agli dèi, non posso affermare né se sono, né di che natura sono; perché molte sono le cose che me l’impediscono’. A cagione di ciò gli Ateniesi lo condannarono a morte; riuscito a fuggire, fece naufragio e morì per mare. Allude a questa storia anche Timone Filasio nel Secondo Libro dei ‘Silli’ (fr. 5 Diels):

<al primo di tutti i sofisti, di prima e di poi>,
di bella voce, d’acuto versatile ingegno, a Protagora.
Ma in cenere vollero ridurre i suoi scritti, perché
Scrisse di non sapere, di non poter comprendere
Gli dèi, chi sono, come, e quali sono,
massima cura avendo d’un imparziale giudizio.
Non gli valse, e la fuga cercò, per non bere anche lui
La fredda bevanda di Socrate e scendere all’Ade… “ [20].

Sarebbe assai errato credere che l’intolleranza religosa fosse nata solo con l’affermarsi del Cattolicesimo, o, prima ancora, del Mosaismo. Questa intolleranza colpiva già nella pur “democratica” Atene, come più tardi nell’Impero Romano. Perché già allora la religione era vista come strumento di comando e di ordine costituito, quindi non già solo il negare l’esistenza della divinità era considerato pericolo di disordine sociale, ma pure il metterla in dubbio. Eppure, anche in questo Protagora prelude a Kant, non solo perché vide nell’intelletto umano il limite della conoscenza, ma anche per il rifiuto ad esprimere certezze nel merito dell’esistenza di Dio, e, come ben si sa, il re di Prussia costrinse per diversi anni Kant a non scrivere nulla di religione appunto per il suo agnosticismo. Kant eseguì, Protagora invece dovette scegliere, come più tardi Socrate, tra l’esilio e la cicuta (bevanda ricavata da una pianta velenosa che paralizza la circolazione del sangue, progressivamente dai piedi al cuore. Quando arriva al cuore ovviamente c’è la morte), una pena di morte sostanzialmente “dolce” rispetto a forme ben peggiori d’allora e quelle inventate poi, e che lascia al condannato una certa dignità materiale, come avvenne appunto a Socrate. Protagora preferì l’esilio (qualcuno parla, invece, di fuga), ma la sorte fu forse più terribile per Protagora che, partendo per la Magna Grecia, morì in un naufragio. Così finì una delle maggiori menti del tempo antico, contemporaneo ma più anziano di dieci anni, di Socrate, ed anteriore a Platone ed Aristotele, insieme a Gorgia ritenuto il maggiore dei “sofisti” (ma, ripeto, meglio sarebbe definirli umanisti ed illuministi, o razionalistico-critici).

Plutarco, nelle sue “Vite Parallele”, scelse di confrontare singoli personaggi greci con singoli personaggi romani, generalmente nell’intento, non troppo scoperto, di sostenere che i secondi, per quanto simili, fossero migliori dei primi. Avrebbe potuto scegliere, viceversa, di confrontare tra loro personaggi greci e personaggi romani separatamente. In questo caso, sono convinto che avrebbe potuto parlare di Protagora e di Socrate appunto per le loro somiglianze e differenze. Ora espongo con larghe citazioni quella che fu “L’Apologia” di Socrate nella versione platonica, quindi la sua decisione finale di preferire la morte all’esilio o alla fuga, per la virtù dell’esempio da dare ai giovani: il rispetto assoluto verso le leggi, anche se ingiuste, e la fermezza nel non rinunciare mai alla propria coscienza. Chi, viceversa, rimarrà nell’infamia della storia furono, oltre ai suoi farisaici accusatori Anito, Meleto e Licone, soprattutto i suoi giudici, gente nemica della verità e dell’onestà per professione.

Carlo Carena nella Premessa all’ “Apologia” scrive : “L’anno 399 A.C. fu presentata all’arconte re l’accusa di empietà contro Socrate, in questi termini: ‘Accusa mossa e giurata da Meleto figlio di Meleto del cantone di Pitto contro Socrate figlio di Sofronisco, da Alopece. Socrate commette reato non credendo negli dèi in cui crede la città e cercando d’introdurre nuove divinità; commette anche reato corrompendo i giovani. Pena, la morte. Dietro Meleto stavano un ricco industriale, Anito, e uno screditato demagogo, Licone…” [21].

Il documento citato dal Carena era ancora reperibile presso l’Archivio del Tempio di Cibele, ad Atene, come testimonia un certo Favorino, secondo quanto riportato da Diogene Laerzio; rivela anche come venissero presentate le denunce con rito assolutamente accusatorio ad Atene. L’accusa è del tutto vaga e generica, e nessuno oggi la prenderebbe sul serio, vista la sua indeterminatezza. Allora, invece, venne accettata da un magistrato dell’Eliea, una sorta di corte popolare, quindi discussa nei testi di querela ed opposizione, ancora sentite le testimonianze. Poi vennero ascoltati accusatori e accusato, il quale non risulta avere avuto avvocati. E’ altresì interessante rilevare che, se ancora nel II secolo D. C., era consultabile l’accusa, nessun atto invece doveva essere rimasto della difesa, in quanto sarebbe stato l’unico documento scritto di pugno da parte di Socrate. Il motivo di questo è certamente oscuro, ma denota anche qui la tipica violazione di una procedura che pure doveva essere prevista, oppure che lo si volesse cancellare anche nel pensiero. Ed ora sentiamo Socrate, come descritto dalla penna di Platone

… se ho da dire, essi non han detto nulla di vero. Ma delle molte loro menzogne ne ammirai massimamente una, questa; dissero che a voi bene conveniva guardarvi non foste tratti da me in inganno, perciò che sono terribile dicitore… questa mi parve la loro maggior impudenza: salvo che non chiamino terribile dicitore uno che dice il vero… udirete cose dette senza niuno studio, con quelle parole che vengono, ma giuste, io credo; e niun di voi si aspetti altro da me… Dunque ripigliamo da principio. Che è l’accusa, dalla quale m’è nata la calunnia, e alla quale prestando fede scrisse la querela sua Meleto? E che mai dicendo mi calunniarono i calunniatori? Via essendo accusatori essi, la loro querela giurata conviene che la legga. Eccola: ‘Socrate fa rea opera, e temeraria, cercando le cose sotto terra e quelle su in cielo, e le più deboli ragioni facendo più forti, e questo insegnando agli ‘altri’. – Su per giù così ella dice… nella commedia di Aristofane [è interessante notare come i contemporanei vedevano Socrate né più né meno che come un sofista, raffigurato viceversa da Platone e Senofonte tutto all’opposto] … voglio che vi contiate l’un l’altro quanti mi avete udito ragionare… se mi ha udito mai alcuno o poco o molto ragionare di cose simili… e se avete mai udito che io mi provo a educare uomini e fo danari, né anche questo è vero… come Gorgia il Leontino, o Prodico di Ceo, o Ippia di Elide [tutti considerati sofisti dei maggiori] … mi glorierei anch’io ed inorgoglirei, se sapessi; ma io non so, Ateniesi [dopo aver ricordato l’oracolo della Pizia, nel tempio dell’Apollo di Delfi, la quale aveva asserito essere Socrate il più sapiente di tutti, appunto perché riconosceva la propria ignoranza delle cose, mentre molti altri ritengono di essere sapientissimi, ma nulla sanno realmente] … Or da questi esami mi son nate molte inimicizie [mettendo a nudo col suo metodo maieutico appunto l’ignoranza dei presuntuosi], e molte aspre e fierissime, fra l’altre questa: ch’ei mi chiamano sapiente… No, cittadini, quel che pare è questo: sapiente davvero essere Iddio, e volere Egli dire per quell’oracolo che la sapienza umana vale poco o nulla… Oltre a ciò, i giovani che s’accompagnano meco… udendo esaminare gli uomini, godono, e molte volte fra loro provano d’imitare me, e poi si mettono a esaminare gli altri… e [i suoi nemici] dicono che ci è un certo Socrate, scelleratissimo uomo, che guasta i giovani… dicono quel che si è soliti dire contro tutti i filosofi: che insegna le cose del cielo e le cose di sotto terra, e a non credere negl’Iddii, e a fare diritto il torto: perocché la verità credo che non la vorrebbero dire, che si sono palesati persone che presumono di sapere, non sapendo nulla… Meleto in collera per ragion dei poeti, Anito per gli artefici e i politici, e Licone per gli oratori… Qua a me, Meleto: di’, non ti sta assai a cuore che divengano buoni, quanto si può, i giovani? - A me, sì – Via, di’ a costoro chi li fa migliori [abbiamo visto la stessa espressione in bocca a Protagora: rendere migliori gli alunni]. Lo dèe sapere, se ti sta a cuore, dacché trovato hai, come tu di’, chi li guasta, e me trai al cospetto di costoro, e me accusi. Via, chi li migliora? Mostralo: chi è? Meleto, tu taci, e non sai che dire. E non ti pare brutta cosa? E non ti par sufficiente prova di quel che dico io, che dei giovani non te ne sei curato niente? Ma di’, o buono uomo, chi li migliora? – Le leggi - Ma non dimando questo… ma sì chi prima conobbe ancora questa medesima cosa, le leggi- - Costoro, o Socrate, i giudici… Tutti? o alcuni di loro... ? - Tutti…” [22].

Qui il dibattito si fa vivo: Socrate attacca con le sue domande terribili, mostrando l’inconsistenza, sia delle motivazioni di Meleto, che è trascinato nel vortice delle definizioni, sia dei restanti accusatori. Citare tutto sarebbe piuttosto complesso: Socrate prova che Meleto parla senza cognizione di causa, né mai si è occupato di educazione o istruzione dei giovani. Non ha dunque la competenza per dire quando si educano o si diseducano gli allievi. Meleto è costretto ad affermare ridicolmente che tutti gli Ateniesi sono bravi educatori, salvo Socrate stesso, il che ovviamente non regge. Contro Anito e gli altri, Socrate esprime quella che ritiene la propria missione, a cui lo spinge il dèmone interiore, una sorta - per usare un linguaggio freudiano – di Super-Io, una voce intima che gli impone di agire come agisce. Nel discorso, spesso Socrate invita il pubblico alla calma e all’ascolto, perché spesso i suoi atteggiamenti e toni, che diventano sempre più provocatori, li fa rumoreggiare, protestare o forse anche ridere, come spesso avviene in tali occasioni.

… nol lascerò sì tosto, non me ne andrò via, ma lo interrogherò, lo esaminerò, ed iscruterò; e se mi pare ch’ei non possieda la virtù, pur dicendo di sì, lo riprenderò… Ché sappiate, questo mi comanda l’Iddio; e io credo che niuno maggior bene abbia la città vostra, che questo ministerio che fo all’Iddio, questo mio andare attorno non facendo altro che confortar voi, e giovani e vecchi… E soggiungerei: - Ateniesi, diate retta ad Anito, o no; mi assolviate o non mi assolviate; io non farò altrimenti, né anche se molte volte io avessi a morire. Non rumoreggiate, Ateniesi… state quieti a udire come vi ho pregato; ché, udendo, penso che ne riceverete giovamento… sappiate che se ucciderete me… più che me danneggerete voi medesimi. A me non farebbe niuno danno né Meleto, né Anito; ché non potrebbero… non è lecito che il più buono possa essere danneggiato dal più tristo [questa è la dottrina morale che Platone attribuisce a Socrate: il male, che è compiuto per ignoranza del Bene, danneggia più chi lo compie di chi fisicamente deve subirlo]… Dunque , io non difendo ora me per me, come penserebbe alcuno, ma per voi; acciocché condannando me, non pecchiate contro il dono di Dio. In vero, se mi ucciderete, non vi sarà agevole cosa (la dirò anche se fa ridere) trovare un altro come me, messo da Dio addosso alla città, come addosso a grande e generoso cavallo, ma… un poco sonnolento… - … gli accusatori, pur accusandomi di tante altre cose spudoratamente, non hanno avuto tanta spudoratezza da addurre testimoni che io abbia patteggiato mai o dimandato mercede [si risente qui la polemica platonica e senofontea contro l’interesse pecuniario dei sofisti]. Ma io un buon testimone credo di avercelo… la povertà. Ma parrà strano che io dia consigli in privato… La cagione l’avete da me udita molte volte: cioè, ch’ei m’avviene un che di divino e demonìaco… come disse… anche Meleto… Ed è una cotal voce che, sin da fanciullo, sento io dentro. E tutte le volte che io la sento, mi svolge da quello che son per fare: sospingere, non sospinge mai. Ella mi si oppone che non metta mano nelle cose della città; e mi par che a ragione… se da un pezzo ci avessi messo mano, da un pezzo sarei morto…” [23].

Chiarito dunque che egli sente questa forza interiore non per smania di potere ma tutt’altro, per un puro fatto di coscienza, spingere i propri concittadini a migliorare se stessi per sé e per la vita politica, Socrate ricorda anche sue esperienze precedenti nell’amministrazione, quale Pritano, ed elenca molti testimoni in suo favore del rischio che corse sotto il dominio (imposto dagli Spartani) dei Trenta Tiranni. Conclude la prima parte del discorso ricordando (e dovremmo ricordarlo tutti) che: “…né mi par giusto il pregare il giudice, né pregando procurar suo scampo, ma sì informare e persuadere lui… non per cotesto [pregare] siede il giudice, per dispensare graziosamente i diritti, ma sì per giudicare di quelli, e giurò egli di non favoreggiare chi a lui paresse, ma sì di sentenziare secondo le leggi… “ [24].

L’ottusa giurìa lo giudicò colpevole. Ma restava ancora da decidere o scegliere la condanna. Ormai sapendo che la partita era perduta, Socrate comincia a farsi beffardo, e ciò aggraverà ulteriormente la condanna : “… anzi mi meraviglio assai del numero [280 votarono a favore della condanna, 220 contro; nondimeno per la condanna decisiva i suoi nemici aumentarono ulteriormente, probabilmente proprio per il tono beffardo che Socrate assunse] di voti dell’una e dell’altra parte… se soli trenta voti fossero caduti giù nell’altra urna, scampava io. Ma, anche così, da Meleto sono scampato…; se non fosse montato quassù Anito e Licone, ei doveva pagar mille dramme, per non aver avuto la quinta parte dei voti [era una sorta di misura fiscale per gli accusatori, che non raggiungevano voti sufficienti dalla giurìa]. Colui vuole dunque la mia morte? Sia. Ma che pena mi assegnerò da me, Ateniesi? [come era avvenuto per Protagora o altri, la legge prevedeva che il condannato proponesse una pena alternativa: qui Socrate ridicolizza l’intera giurìa, il che peggiorerà la sua posizione]. E’ chiaro, quella che merito… Adunque, quale pena merito io, se sono così’ non pena, ma premio…. E un premio che mi convenga. E che si conviene a povero e pur benefico uomo…? Nulla è più che si convenga, come l’essere cotale uomo nutricato nel Pritanèo; molto più che se alcun di voi con cavallo o biga o quadriga vinto avesse nei giochi olimpici [qui Platone mette in bocca a Socrate un concetto già espresso dal rapsodo e filosofo Senofane, commentatore di Omero, di critica al culto sportivo degli antichi Greci: Socrate ribadisce che vale molto di più la formazione critica della ragione umana che non l’addestramento fisico e muscolare. Egli dunque va premiato e non punito, e messo al posto dei ben pasciuti atleti di Atene. Come si vede, in oltre venti secoli le cose non sono poi granché cambiate sotto questo aspetto] …io sono persuaso che mai ho fatto torto a nessuno volontariamente… E per paura di che? Che non riceva la pena che vuol Meleto, la quale, dico, non so se è male né se è bene, e per scegliermi in cambio qualche pena, la quale so essere male davvero. E quale? La carcere? E perché devo vivere in carcere, sommesso al magistrato, agli Undici? Danari, forse? E stare in ceppi insino a che non avrò pagato? Ma gli è il medesimo… Mi condannerò all’esilio?… E poi la bella vita che farei io, a questa età, tramutarmi sempre d’una città in altra, sempre cacciato via?… [ancora, Socrate, sempre beffardo, propone di pagare una mina d’argento come multa proposta da altri. Alcuni suoi amici ed alunni, tra cui lo stesso Platone, propongono trenta mine. Nondimeno, venne condannato a morte. Non cessa Socrate tuttavia dallo sfidare giudici e giurati, ringrazia chi ha votato per la sua assoluzione e poi conclude la lunga orazione con quel sublime concetto, secondo cui subisce più il male colui che lo compie, che non chi debba riceverlo] … Ma già ora è di andare: io, a morire; voi a vivere. Chi di noi andrà a stare meglio, occulto è a ognuno, salvoché a Dio” [25].

E’ bene, si chiede per l’ultima volta Socrate (ma ripeterà la questione anche nel carcere in attesa della morte, prima e dopo aver preso la cicuta), vivere servilmente obbedendo agli ordini ingiusti, fare i comodi propri ed altrui, oppure affrontare impavidamente la morte per un proprio ideale e per un fatto di coscienza? E’ migliore una vita da schiavo o la morte da uomo libero (libero soprattutto nella propria coscienza)? Di fatto Socrate non ha dubbi in questo, e cerca di farlo capire a tutti i suoi interlocutori. Egli, ben lungi dall’essere uno scettico e neppure un agnostico in merito all’idea di divinità, ne esprime un concetto etico-logico non legato alla tradizione, una Divinità impersonale, non fisica, non corporea, che agisce nell’intimo degli uomini e che ne indirizza la coscienza, qualcosa che persone comuni, non avvezze alla filosofia, non potevano allora (e forse neppure oggi) comprendere. Uomini ottusi, nemici della ragione, nemici di quella coscienza che è insieme razionale e morale, che deve essere presente in ciascuno di noi, agli amanti del successo, proni alla forza, non potevano lontanamente capire un uomo simile: per questo lo condannarono a morte, elevandolo involontariamente all’immortalità di una giusta e incrollabile Fama. E questo avviene sempre, o molto spesso, quando il giudizio si fonda solo sull’obbedienza cieca ad un potere, che ciò avvenga per proprio o per altrui interesse, ma non per l’interesse o le esigenze della collettività umana nel suo complesso. Non di giudici o di giurati burocrati ed ottusi ha bisogno l’umanità, ma di menti pensanti e di coscienze libere. 

Ragioni di tempo mi impediscono di approfondire un discorso che meriterebbe certo ulteriori approfondimenti, né mancherà per altri eventi storici l’occasione di farlo. Qui mi limito ad esporre le motivazioni per cui Socrate rifiuta anche la possibilità di fuggire, che del resto aveva già osservato nell’autodifesa. Anziano, con moglie e figli, come poteva girovagare nel mondo, senza denaro, senza aiuti? Meglio dunque una morte affrontata con serenità e fermezza, che non una misera vita da esule. Nel testo citato, è riportato l’ultimo discorso di Socrate ai suoi allievi: il “Critone”, suo amico, che gli propone la fuga. A lui, Socrate obietterà che egli non deve disobbedire le leggi, né far del male ai suoi incolpevoli carcerieri; nel “Fedone” si parla di lui dopo la morte e la calma con cui affrontò il blocco progressivo della circolazione sanguigna, dai piedi al cuore.

… Dunque, essendo noi di accordo in questo, rimane a considerare se è giusto ch’io tenti di uscire di qua, non dandomene gli Ateniesi la licenza; ovvero se non è giusto. E caso che ci paia giusto, tentiamo; se no, lasciamo stare. Perché quell’altre considerazioni, la spesa, il vociare della gente, i figliuoli che non c’è modo di camparli, son buone, bada, per codesto volgo leggero, che ti uccide senza una ragione al mondo, e ucciso che t’ha, senza una ragione al mondo, potendo ti revocherebbe a vita [Socrate rileva le contraddizioni della gente comune che ti odia fino ad ucciderti, e poi pentita vorrebbe farti risuscitare. Gli argomenti di questa gente non sono idonei alla filosofia] ... Ma noi, guarda se piuttosto non ci convenga esaminare, dacché così richiede la ragione, se noi operiamo giustamente pagando con danari…; ovvero se iniquamente… [a questo punto, Socrate, personificandole, fa parlare le stesse leggi e i cittadini] … Considera appresso: rompendo questi patti, macchiandoti di tale peccato, qual bene procaccerai a te e ai tuoi amici? Che tu metterai i tuoi amici nel pericolo d’essere sbandeggiati [messi al bando, cacciati essi stessi], o di esser privati di tutte le loro sostanze, è chiaro quasi. Quanto a te, poi, se ti rifuggirai in alcune delle città più vicine, come Tebe o Megara (ché si reggono con buone leggi tutt’e due), tu entrerai là come un ch’è nemico del loro reggimento. E quelli che hanno a cuore la città, ti guateranno con occhio bieco, immaginandosi che tu sii un corruttore delle leggi; e raffermerai nell’animo de’ giudici la credenza che abbiano giudicata la tua lite rettamente… - … Dunque, Critone, lascia stare: andiamo pure per questa via, che è quella per la quale ci mena Iddio”. [26].

Socrate sostiene: non solo a Megara o Tebe, città rette da buone leggi, ma anche in Tessaglia o Tracia, dove i costumi sono meno regolati, egli non si troverebbe mai bene. Le Leggi, personificate, gli indicano un futuro triste ed umiliante per lui, meglio è dunque affrontare la morte così come è stato deciso. Socrate non sembra porsi il problema se la legge sia giusta o ingiusta, come pur fece Antigone, e che alla legge ingiusta non si debba obbedire, anche a rischio della morte. Egli, proclamandosi ignorante di tutto, è, del resto, perfettamente coerente con se stesso. Egli non potrebbe affermare quando una legge sia giusta o ingiusta, La legge, e qui Platone si accosta a quello che viene chiamato formalismo giuridico (da intendersi però in Socrate come obbedienza morale alla legge, piuttosto che come cieca adesione alla stessa: del resto, il fatto di non voler rinunciare al suo metodo maieutico e critico dimostra che c’è in lui una certa contrapposizione alla legge stessa: se fosse stato un puro formalista in senso deteriore, un “fariseo”, un ipocrita, avrebbe rinunciato, non si sarebbe più accostato agli altri esigendo da loro la definizione di concetti generali, piuttosto che discorsi eleganti), deve essere obbedita sempre, anche quando ingiusta o assurda. Un tema capitale in tutta la storia e filosofia del Diritto.

N O T E

[1] Riportato da: Margherita Isnardi Parente in “Sofistica e Democrazia antica”, ed. Sansoni (Firenze, 1977), pag. 76 – 77.
[2] Cfr. il dialogo “Protagora” di Platone.
[3] Molti scritti, dell’antichità e primo Medioevo, vengono attribuiti a personaggi celebri, che poi non risultarono essere quelli, per cui spesso troviamo questo “pseudo” davanti ad un nome proprio. Nel caso specifico, l’Anonimo teorizza, analogamente al pensiero socratico, il rispetto dovuto alla Legge, sia per origine divina, sia quale elaborazione di uomini saggi. Troviamo qui una contrapposizione tra Natura e Legge tipica della filosofia politica e giuridica degli antichi Greci, quale ad esempio si ritrova nella celebre tragedia “Antigone” di Sofocle, dove Antigone, violando l’ordine umano e tirannico di lasciare insepolti i due fratelli, invece li seppellisce ed affronta impavida la morte. Per Sofocle, così come fa parlare Antigone, esiste una Legge divina, vera, antica, che va eseguita, mentre quella degli uomini e dei tiranni è spesso falsa, crudele, ingiusta, e non va eseguita. Una tale dottrina deriva appunto dalle concezioni di alcuni Sofisti.
[4] Ne riparlerò trattando, alla prossima occasione della “congiura” di Catilina, e il conseguente dibattito senatoriale che ne derivò.
[5] Mentre Trasimaco, Ippia, Crizia ed altri personaggi, spesso citati da Platone o da successivi storici, sostenevano che era più corrispondente a natura la tirannide, in quando il più forte dominava con pieno diritto tutti gli altri, l’Anonimo ribatte con estrema sagacia: “Se tra gli uomini ne sorgesse uno di natura tale da possedere originariamente doti eccezionali di immunità da malattie, invulnerabilità, resistenza a offese, forza straordinaria, sì da esser quasi d’acciaio nel corpo e nell’anima, forse si potrebbe credere che ad un uomo del genere potesse bastare il proprio potere, fondato su una tal superiorità agli altri (un tale individuo potrebbe godere di immunità anche non sottomettendosi alle leggi); ma tale opinione non sarebbe giusta. Ammettendo pure che vi sia un uomo simile... questi… non potrebbe riuscir vincitore se non alleandosi con le leggi, e sostenendole, e valendosi della sua forza a loro beneficio… non certo operando in senso contrario. Potrebbe infatti bastare che tutti si unissero insieme come comuni nemici contro un uomo di tal natura in difesa del giusto regime, ed ecco che la massa del popolo, superiore a uno solo, riuscirebbe ad avere ragione di lui con l’astuzia o con la dorza. Appare così che la stessa forza, proprio in quanto è forza, si salva in virtù della legge e della giustizia. Anche la tirannide, ch’è male tale e sì grande, non nasce da altra causa se non dall’illegalità… Stolto è chi crede che un re o un tiranno abbia origine da qualcos’altro che non sia l’illegalità o la sfrenata ricerca di superiorità: quando tutti si volgono alla malvagità, è proprio questo che avviene, perché non è possibile che gli uomini vivano senza legge e senza giustizia…” (In “Sofistica e democrazia antica”, cit., pagg. 75 – 76. Cfr. anche Anonimo di Giamblico “ La Pace e il Benessere” - Idee sull’economia, la società e la morale), ed. it. BUR, (Milano, 2003), a cura di Domenico Musti, testo greco a fronte, traduzione it. e commento critico di Manuela Mari.
[6] “Ilìade”, Libro II. Interessante il punto in cui Ulisse, rivolgendosi ad Agamennone, dice che è assurdo affidare ai molti la decisione sulla guerra, nascendone solo confusione. “Omero” affida, dunque, ad Ulisse un discorso favorevole alla monarchia assoluta, mentre l’Anonimo di Giamblico è assolutamente nemico di qualunque regime monocratico. Pur, dunque, teoricamente di molto anteriore, il discorso di Ulisse nel Libro II parrebbe quasi una risposta al discorso dell’Anonimo.
[7] Aristofane, “Le Nuvole”, ed. it. Arnoldo Mondadori, Fondazione Lorenzo Valla, Milano 2002, a cura di Giulio Guido Rizzi, trad. di Dario Dal Corno, testo greco a fronte, pagg. 13 – 15. Di Socrate, si parla anche, ma non come personaggio, ne “Le Rane” dove si dice:
“E’ bello non fare chiacchiere
seduti insieme a Socrate,
spregiando la poesia [anche Platone, pur poeta altissimo nella descrizione dei suoi miti, valutava negativamente la poesia]
e trascurando i sommi princìpi dell’arte tragica.
Con discorsi solenni
e insulse futilità
passare inerti il tempo
è da uomo dissennato -
Aristofane, “Le Rane”, a cura di Dario Del Corno, ed. Arnoldo Mondadori, Fondazione Lorenzo Valla (Milano, 2000), testo greco a fronte pag. 149.
[8] “I Presocratici. Testimonianze e Frammenti” , ed. Laterza (Bari, 1986), vol II, pag. 876. Da quest’opera traggo larga parte delle citazioni su Protagora.
[9] ibidem, pag. 879.
[10] ibidem, pagg. 899 – 901.
[11] Del furto del fuoco donato agli uomini, Prometeo, secondo la mitologia greca, venne punito, incatenandolo ad una roccia del Caucaso, dove ogni giorno veniva un unccello rapace a divorargli il fegato; solo Ercole poi riuscì a liberarlo.
[12] Alcibiade fu uno dei maggiori generali dell’esercito ateniese, durante la guerra civile (detta Peloponnesiaca) tra Sparta ed Atene, passato per un certo periodo con gli Spartani essendo stato cacciato in esilio, pur evidentemente per sua dichiarazione (nel dialogo citato) non disdegnando rapporti omosessuali, era anche un gran seduttore di donne, e penetrava talvolta nei ginecei travestito da donna per raggiungere il suo scopo. Lo descrive Plutarco nelle sue “Vite parallele” tra celebri personaggi greci e personaggi romani.
[13] Nel dialogo, in realtà, si narra di una serie di tentativi di Alcibiade per riuscire ad avere un rapporto intimo con Socrate, sempre vanamente: ciò è largamente spiegato nei capitoli da XXXII a XXXVII. Ricorda, sempre in sua lode, il coraggioso comportamento di Socrate che portò in salvo un amico ferito durante la battaglia di Potidea (cfr. PlatoneDialoghi” ed. Einaudi, trad. it., a dire il vero un po’ antiquata e con stile toscaneggiante, di Francesco Acri, Torino, 1970, pagg. 337 - 344, in particolare sui tentativi di seduzione, pagg. 339 - 341. Utilizzo la traduzione di Acri relativamente ai punti concernenti la difesa e la morte di Socrate.
[14] Ne “I Presocratici”, cit., vol. II, pag. 873.
[15] ibidem, pag. 879.
[16] ibidem, pag. 878.
[17] ibidem, pag. 879.
[18] Sesto Empirico visse ben più tardi, in pieno Impero Romano, nel II secolo d. C. Nel suo scritto, egli attaccò violentemente e sarcasticamente le pretese che l’astrologia del tempo vantava di esattezza matematica. Prelude in tale scritto alla teoria della relatività, che poi Einstein sviluppò con formule a loro volta matematiche, e al pirncipio di indeterminazione di Heisenberg. Sosteneva l’impossibilità di misurare o commisurare due fenomeni diversi in uno stesso istante, sia da uno, sia da due osservatori. Una volta di più per dimostrare a quali livelli giunse la scienza greca, alla quale - in sostanza - dobbiamo praticamente tutto.
[19] Di questi, Crizia precede Feuerbach, soprattutto nel punto in cui gli vien fatto affermare dal solito Platone (di suo non rimane nulla), che la credenza nella divinità ha pure ragioni politiche, dovendo imporre agli uomini il rispetto della volontà dei capi attraverso la paura di punizioni dopo la morte. L’idea della divinità, quindi, era un inganno per scopi di dominio.
[20] “I Presocratici”, cit., vol. II, pagg. 880 – 881.
[21] PlatoneI Dialoghi”, ed. Einaudi, cit., pag. 27.
[22] ibidem, capp. I - XII, pagg. 29 - 37.
[23] ibidem, capp. XVII – XIX, pagg. 42 – 44.
[24] ibidem, cap. XXIV, pag. 47.
[25] ibidem, capp. XXV – XXXIII, pagg. 48 – 54.
[26] Platone, dialogo « Critone» , testo cit., pagg. 59 – 63.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

Argomenti generali di storia della filosofia:

1) Qualunque buon manuale, soprattutto se corredato da parte antologica.
2) Carlo Sini, “I filosofi e le opere”, ed. Principato (Milano, 1988), Antologia e commento, vol. I.

Argomenti generali di storia della filosofia e del pensiero greco:

1) Hermann Diels e Walter Kranz, "I Presocratici", ed. it. Laterza (Bari, 1986), vol. II.
2) Moses Finley, “Uso e abuso della storia” (sul Diritto ed il pensiero greco), ed. it. Einaudi (Torino, 1981), trad. Barbara MacLeod.
3) Theodor Gomperz, “Pensatori Greci”, ed. it. La Nuova Italia (Firenze, 1967), trad. Luigi Bandini, vol. III.
4) Margherita Isnardi Parente, “Sofistica e Democrazia antica”, ed. Sansoni (Firenze, 1977).
5) Léon Robin, “Storia del Pensiero Greco”, ed. it. Einaudi (Torino, 1982), tr. Paolo Serini.”

Opere Specifiche:

1) Anonimo di Giamblico, “La Pace e il Benessere”, ed. it. BUR (Milano, 2003), a cura di Domenico Musti, trad. e commento di Manuela Mari.
2) Aristofane, “Le Nuvole”, ed. it. Arnoldo Mondadori – Fondazione Valla (Milano, 2002), a cura di Giulio Guidi Rizzi, trad. Dario Dal Corno; “Le Rane”, ed. it. Mondadori – Fondazione Valla (Milano, 2000), a cura di Dario Dal Corno.
3) Platone, “Dialoghi”, ed. it. Einaudi (Torino, 1970), trad. Francesco Acri, a cura di Carlo Carena. Riguardo alle posizioni anti-“sofistiche” di Platone, in età matura, quando il disprezzo e discredito che getta su quelli che egli considera più propri avversari che di Socrate, e su tutta la tematica che li coinvolgeva, va visto il dialogo “Il Sofista” (ed. it. Bompiani, Milano, 1992, testo greco a fronte, a cura di Mario Vitali, con presentazione di Francesco Maspero). Qui Socrate non è protagonista (dà solo l’avvìo alla conversazione), ma, come nelle “Leggi”, uno straniero proveniente da Elea (patria di Parmenide, Zenone e Melisso).
4) Plutarco, “Vite Parallele”, ed. it. Oscar Mondadori (Milano, 1981), trad. Carlo Carena, voll. 3.
5) Livio Rossetti, “L’Eutidemo di Senofonte. Memorabili, IV 2” (2007), reperibile su INTERNET in pdf, saggio sul metodo dialogico socratico, come espresso nei “Memorabili” di Senofonte. La BUR ha pure pubblicato tale opera, ma non mi era disponibile; altrettanto dicasi per la versione senofontea dell’ “Apologia socratica”, considerata piuttosto negativamente dalla critica storica analogamente ai “Memorabili”, come lavoro superficiale. Di ciò non posso esprimere opinione diretta. Come rilevato, la critica storica su Socrate predilige la sua immagine come tramandata da Platone, anche se ammessa come parziale e non del tutto corrispondente alla realtà.
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Saggio di Manlio Tummolo

Il presente scritto è dedicato a tutte le donne iniquamente accusate... ed ai loro difensori.

Nell’ottica dei nostri tempi, siamo convinti che soltanto nel secolo XX, o poco prima [1], si siano stabiliti i primi diritti della donna e che in questo campo vi sia ancora molto da fare. Un’ottica certamente corretta, ma che dovrebbe anche essere in parte ridimensionata. Gli esempi che sotto farò, due nella cultura ebraica ed uno nella cultura greca, dimostrano che una certa coscienza dei diritti della donna esisteva fin dall’antichità, e che la loro frequente violazione non era sempre propriamente un fatto culturale universalmente accettato, ma un puro abuso della forza fisica sul Diritto e sulla legge. In sostanza, già nell’antichità si poteva avere coscienza di un rapporto paritario tra uomo e donna, ma questa coscienza veniva azzerata sotto l’aspetto pratico.

Susanna e i due vecchi satiri

Questa storia, un po’ boccaccesca e che dimostra come certa mentalità sia molto antica e per nulla ancora superata, si ritrova nella Bibbia, esattamente nell’Antico Testamento, nel Libro del profeta Daniele [2]. Il Libro di Daniele viene ambientato a cavallo tra gli Imperi neo-babilonese e quello Persiano, tra il VII ed il VI secolo avanti Cristo. La parte che qui interessa viene considerata apocrifa, ovvero non originale e non rivelata da Dio, ma aggiunta nella versione greca. Questo è interessante perché si collega al terzo esempio, tutto greco che farò, ovvero quello di Elena. La storia della casta Susanna e dei tre vecchi satiri voyeurs viene narrata al capitolo 13, versetti 1- 64.

Chi era Susanna? Una giovane donna, molto bella, moglie di Ioakim, e già madre. I due vivevano a Babilonia durante l’esilio. La disgrazia di questa splendida signora era di avere come vicini e confinanti due vecchi, già eletti giudici dal popolo e quindi in possesso di una certa autorità, ma piuttosto guardoni, i quali dalle loro case potevano vedere che, col caldo, la bella Susanna faceva il bagno, ovviamente nuda, nel suo giardino, aiutata da due ancelle. Guarda oggi, guarda domani, i due cominciarono a sentire il risveglio dei loro ormoni ed umori già ossidati ed alquanto arrugginiti, e cominciarono a meditare come tradurre tanta grazia dalla pura contemplazione estetica all’azione sensuale e corporea. Un giorno finsero in riunione di doversi allontanare, ma poi si ritrovarono vicini nell’atto di una più concreta progettazione. Trovandosi insieme, e convinti che l’unione faccesse la forza, e soprattutto che avrebbero potuto consolidare il loro potere attraverso la reciproca autorevolezza di giudici, passarono all’azione. I due dunque, decisero di nascondersi nel giardino di Susanna, approfittando della temporanea assenza delle ancelle, e così colsero la giovane donna nuda ed in una situazione assai imbarazzante. I due vecchi, con fare mellifluo e ricattatorio (tipico degli Inquisitori di sempre) la esortarono a cedere alle loro voglie, minacciandola in caso contrario di denunciarla per averla colta in flagrante adulterio con un giovane fuggito in loro presenza. L’accusa, per una giovane Ebrea, era estremamente grave. Dice infatti il Comandamento, che vale per tutti, uomini e donne “Non commettere adulterio” e il Deuteronomio specifica (cap. 22, v. 32): “Quando un uomo verrà colto in fallo con una donna maritata, tutti e due dovranno morire: l’uomo che ha peccato e la donna. Così toglierai il male da Israele”.[3]

Più avanti si sostiene che, in caso di rapporto sessuale prematrimoniale, se consenziente, tanto l’uomo che la giovane, se fidanzata, devono essere lapidati; ma se la fanciulla è stata violentata e ha cercato di difendersi gridando vanamente in cerca di aiuto, doveva morire solo il violentatore. Relativamente alla testimonianza probatoria (Cap. 17, v. 6) era ordinato: “Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o tre testimoni [sottinteso oculari]; non potrà essere messo a morte sulla deposizione di un solo testimonio”. Flavio Giuseppe, nelle sue “Antichità Giudaiche” dice addirittura che i testimoni dovevano essere tre o almeno due [4], e concordanti sullo stesso fatto e circostanze. Il che dovrebbe valere anche oggi, e nondimeno vediamo che ancora non si è capito quanto sia importante la presenza di più testimoni oculari, per poter avere valore probatorio in un qualche reato e, a maggior ragione, delitto di sangue. La procedura contro Susanna ha dunque carattere accusatorio, non inquisitorio, come si vedrà tra poco: non vi è alcun magistrato destinato alle indagini. Secondo Giuseppe Flavio, invece, nel caso di morte violenta con autore ignoto, si creavano degli inquirenti con funzione di indagine. Se tuttavia, nel caso che nessuno risultasse responsabile, si sacrificava una povera mucca innocentissima ad espiazione del delitto umano (una pratica che non è del tutto abbandonata, ma applicata a persone). Far pagare agli animali i vizi degli uomini era, nella mentalità antica una corretta punizione per l’intera società, in quanto - non va dimenticato - bovini, ovini e cavalli, erano fonti di vita e strumenti di lavoro, anche se forse gli animali non se ne sarebbero certo sentiti confortati.

La giovane, infatti, benché terrorizzata dalla prospettiva di dover sostenere un infamante accusa, rigetta il ricatto dei due sordidi vecchiacci e affronta il processo sostenuta moralmente dalla famiglia e dai suoi servitori, che ne conoscevano l’onestà.

“Il giorno dopo, tutto il popolo si adunò nella casa di Ioakim, suo marito, e andarono là anche i due anziani piene di perverse intenzioni per condannare a morte Susanna… mandarono a chiamarla, ed essa venne con i genitori, i figli e tutti i suoi parenti. Susanna era assai delicata d’aspetto e molto bella di forma; aveva il velo e quei perversi ordinarono che le fosse tolto per godere almeno così della sua bellezza. Tutti i suoi familiari ed amici piangevano…” (Cap. 13, vv. 28 - 33).
I due vecchi sudicioni (non certo per il loro naturale desiderio verso una bella donna, ma per l’intenzione di prenderla col ricatto, per poi vendicarsene al rifiuto) formulano dunque pubblicamente l’accusa, sostenendo che, mentre essi passeggiavano nel giardino, Susanna aveva allontanato le ancelle e aveva fatto arrivare clandestinamente un giovane, il quale era poi riuscito a fuggire quando i due avrebbero gridato al peccato. Essi dunque si presentano come gli accusatori ed insieme i testimoni del fatto; il che per il Diritto moderno sarebbe una scorrettezza, ma nel rito accusatorio originale ciò era ammissibile: si accusava e si testimoniava sulla verità del fatto, senza altre prove. Susanna non potè difendersi altro che con una sorta di giuramento pubblico davanti a Dio e al popolo:
“Dio eterno, che conosci i segreti, che conosci le cose prima che accadano, tu lo sai che hanno deposto il falso contro di me. Io muoio innocente di quanto essi iniquamente hanno tramato contro di me. E il Signore ascoltò la sua voce”.

Ormai Susanna era condannata, perché vi erano due persone contro una, la quale non aveva testimoni a discarico, essendo lei sola in quel momento. Daniele che allora era ancora giovanetto, ispirato da Dio, gridò di essere innocente del sangue della donna e rimproverò la gente lì attorno per una condanna affrettata, senza aver eseguito un’accurata indagine, secondo i dettami del tempo. Allora, i presenti invitarono Daniele a dimostrare che quei due sostenevano il falso; e il giovanetto profeta, sempre su ispirazione di Do, li interrogò separatamente, con un procedimento che diremmo molto moderno, al fine di cogliere le contraddizioni fra i due. Vi è dunque, nel procedimento accusatorio, il fondamento dialettico di confronto tra fatti, circostanze e dettagli che, nel primo momento, erano stati trascurati solo sulla base di una parvenza di accordo tra i due testimoni. Preso il primo e accusatolo di una carriera poco corretta in tutta la sua vita giudiziaria [5], gli chiede davanti al popolo: “Sotto quale pianta del gardino Susanna peccava col suo amante?”. Il primo vecchio risponde “Un lentisco”. Chiamato poi il secondo ed interpellatolo in modo non meno rude e, diremmo, intimidatorio, ripete la domanda, alla quale il secondo risponde: “Sotto un leccio”. Ecco: il processo si risolve con l’assoluzione di Susanna e la condanna dei due biechi giudici, perché il “locus commissi delicti” non era lo stesso per i due calunniatori. Delle due l’una, direbbero i nostri avvocati: o Susanna ha peccato sotto il lentisco, oppure ha peccato sotto il leccio; non può nello stesso momento aver peccato con lo stesso giovane sotto due piante diverse. In tal modo, con razionalità e determinazione, il giovane profeta salva Susanna (altro che i moderni avvocati!!) dall’infamante condanna a morte e viceversa fa pagare ai due sozzoni la pena capitale prevista per i calunniatori di adulterio, ovvero la lapidazione.

La storia di Susanna dimostra come non si debba mai giudicare sulla base di testimonianze superficiali, che potrebbero essere calunniatorie, ma che la concordanza degli elementi tra le due o più versioni deve essere messa a confronto anche su apparenti dettagli. Teoricamente, la casta Susanna avrebbe potuto passare dal lentisco al leccio e viceversa, ma è proprio la caparbietà e decisione nell’accusa (avrebbero potuto sostenere di non ricordare o di non saper distinguere le piante, o di non averle osservate, distratti anche dalle nudità attraenti e procaci della donna, per salvarsi), ma è tipico dei calunniatori dire che quella è la Verità, quella la Giustizia, dànno un valore assoluto alle loro asserzioni e così cadono in reciproca contraddizione. Di qui lo scoprimento logicamente serrato della verità effettiva. Avessimo oggi giudici così acuti ed intelligenti !

Salomone e le due madri

Nella storia di Israele, il Regno di Salomone rappresenta il momento culminante della fase espansiva di questo Stato che, tutto sommato, rimase del tutto marginale tra le grandi Potenze d’Egitto, della Mesopotamia (Assiria e Babilonia), dell’Anatolia (Ittiti) e del vicino, piccolo ma ricco di colonie, Stato confederale della Fenicia. Tuttavia, sebbene limitato ad una zona periferica per questi Imperi, ma al tempo stesso topograficamente importante come zona di passaggio per le armate dei vari invasori e contro-invasori tra Asia occidentale e Nord-Africa, il Regno di Israele, con Saul, Davide e suo figlio Salomone, aveva acquisito un’importanza considerevole, approfittando anche di una fase di pausa nell’espansionismo dei grandi Imperi confinanti. Questo periodo si situa nel secolo X avanti Cristo. Per capirci: la guerra di Troia, che aveva segnato la fine dei grandi Imperi precedenti (soprattutto l’Ittita e quello miceneo) in guerra tra loro, a seguito delle invasioni dei “popoli del mare” (così chiamati dagli Egizi, che furono anche gli unici in grado di respingerli), si era avuta circa due secoli prima. Siamo in un periodo abbastanza oscuro che, per la storia greca, si chiama anche “medioevo ellenico”, ovvero una fase di transizione. Gli Ebrei, trasformati da popolo nomade in popolo stanziale, erano riusciti, soprattutto con Davide e lo stesso Salomone, a sottomettere un vasto territorio, grosso modo corrispondente all’Isarele attuale, alla Giordania e parte della Siria attuali, nonché una sorta di protettorato sulla Fenicia (l’attuale Libano).

Come Stato allora unitario, il Regno di Isarele si divise abbastanza presto, appunto dopo la morte di Salomone, in Israele vero e proprio e in Regno di Giuda. Oltre questi, sussisteva la Samaria, una sorta di regione retta da una religione considerata eretica (quella ben nota nell’Evangelo, dei Samaritani), la Filistea (da cui presumibilmente derivò il termine Palestina), più altre regioni quali Moab, Idumea ed altri. La forza dell’Israele di Salomone, oltre che in una discreta potenza militare (certo non paragonabile mai ai vicini grandi Imperi), era fondata sul commercio. Ma il nucleo di tutto era la “saggezza”, l’abilità diplomatica propria di Salomone che, a differenza di suo padre Davide o del predecessore Saul, non risulta un grande guerriero, ma piuttosto un grande politico capace di approfittare delle situazioni favorevoli, un grande amministratore e costruttore. Oltre che per la saggezza, che fu il dono che richiese a Dio, Salomone era pure noto per il suo amore verso le donne, in questo non differente dal padre [6], ed ebbe un vero e proprio harem. Da ricordare ancora che egli, al culmine del prestigio e della potenza, fece costruire quel celebre Tempio, poi distrutto e ricostruito più volte, di cui esistono ancora le rovine e un muro detto “del pianto”, tutta la zona che, in Gerusalemme, contrappone oggi ancora Palestinesi musulmani ed Ebrei, fonte di contrasti e di lotte. Tutto ciò si trova principalmente descritto nel Primo Libro dei Re, I, capp. 1 - 11), ed anche in “Antichità Giudaiche” di Flavio Giuseppe.

Ed ora vengo all’episodio che ci interessa per capire come Salomone, senza saper nulla di DNA e complicazioni genetiche di questo tipo, risolse un caso di morte accidentale di un neonato con il saggio uso della psicologia naturale e razionale. Ci troviamo al Capitolo 3°, vv. 16 – 38. Due prostitute, ambedue madri da poco, convivevano insieme. Una d’esse, girandosi nel letto nel sonno, aveva soffocato il figlio del tutto involontariamente. Avrebbe dovuto limitarsi al proprio dolore e invece meditò di impadronirsi del piccolo dell’altra donna e di mettere il corpicino del suo nel letto di lei, in modo che svegliandosi, questa credesse di averlo involontariamente ucciso. Benché i due piccoli non dovessero avere segni particolari, la madre del bambino vivo, si accorse che non era suo figlio e scoprì facilmente l’inganno orribile. Nondimeno, il problema era di dimostrare l’inganno in un pubblico processo. Andarono dunque ambedue in giudizio davanti a Salomone, una sorta di processo in ultima istanza. Salomone era già allora noto per la sua equità. Egli non aveva certo alcun mezzo per scoprire la verità, se non utilizzare la propria saggezza, razionalità ed esperienza di vita, per decidere. Doveva un po’ seguire l’esempio del profeta Daniele, anche se in realtà non sappiamo se tale precedente episodio fosse già conosciuto da Salomone, in quanto, secondo una certa tradizione, è una narrazione apocrifa e posteriore, inserita da estensori greci della Bibbia. Comunque sia, le donne si presentarono davanti al re:
“Ascoltami, signore! Io e questa donna abitiamo nella stessa casa; io ho partorito mentre essa era sola in casa. Tre giorni dopo il mio parto, anche questa donna ha partorito; noi stiamo insieme e non c’è nessun estraneo in casa fuori di noi due [principio del terzo escluso: è impossibile che il neonato sia stato ucciso o soffocato da una terza persona. Dunque, o l’una o l’atra è colpevole, seppure involontaria, del soffocamento del piccolo]. Il figlio di questa donna è morto durante la notte, perché essa gli si era coricata sopra. Essa si è alzata nel cuore della notte, ha preso il mio figlio dal suo fianco - la tua schiava [ovvero, la stessa donna che parla] dormiva – e se lo è messo in seno e sul mio seno ha messo il figlio morto [siamo dunque al caso di un infanticidio colposo e allo scambio di persona, due reati e non uno soltanto, di cui il secondo evidentemente doloso]. Al mattino mi sono alzata per allattare mio figlio, ma ecco, era morto. L’ho osservato bene; ecco, non era il figlio che avevo partorito io…”.

Il processo, dunque, si svolge, anche qui, con rito accusatorio: non interviene alcun magistrato a sostenere l’accusa. Si ascoltano le due donne. Soprattutto il re, in qualità di giudice terzo ed imparziale, le ascolta e le osserva attentamente. Non sono donne pubblicamente considerate oneste, sono due prostitute, e quindi una non è più credibile dell’altra, anzi per la mentalità comune erano due donne spregevoli. Se Salomone fosse stato guidato dai pregiudizi, le avrebbe condannate ambedue. Invece egli ha infusa la saggezza, dono di Dio, non si lascia traviare, come è pur di moda anche oggi, da pre-giudizi e da pre-condanne. Osserva ed ascolta. L’altra donna ovviamente nega tutto e sostiene che il figlio sopravvissuto è suo, e l’altro quella dell’amica con cui conviveva. Il re non ha in mano alcun elemento per giudicare in modo obiettivo, ma sa una cosa: le madri amano i figli a tal punto da sacrificare se stesse per loro e per il loro benessere, almeno una madre vera ed integrale, non solo biologicamente, ma moralmente. Egli quindi assume una prima decisione per mettere alla prova le due donne, vuol capire quale delle due sia sincera, quale la madre falsa e che, in ogni caso, non sarebbe una buona madre per il piccolo sopravvissuto. Ordina quindi di portare una spada.

“ ‘Prendetemi una spada!’ Portarono una spada alla presenza del re. Quindi il re aggiunse: ‘Tagliate in due il figlio vivo e datene una metà all’una e una metà all’altra…”.
L’apparente ragionamento di Salomone è fondato su un principio di eguaglianza: un bambino è morto, non si sa di chi sia quello sopravvissuto, non resta che ucciderlo, dividerlo a metà e dare ciascuna metà alle due donne. E’ il cosiddetto “giudizio salomonico”, che sembra paritario ed imparziale tra le due contendenti ma così non è. Quello di Salomone è uno statagemma, analogo a quello usato da Daniele, per intuire chi delle due dice la verità. Infatti, qui la madre falsa e bugiarda si scopre e dice di approvare questa decisione. Ua vera madre non riponderebbe mai così. La madre vera grida di lasciare il figlio all’altra, purché questo viva. Rimarrà sola, ma le resterà il conforto di avergli potuto salvare la vita. L’altra viceversa grugnisce come una belva, quasi contenta della decisione. Pensa: “Io ho perso il figlio, lo perderà anche lei”. E’ una donna evidentemente malvagia, perfida, senza sentimenti, salvo l’invidia. La morte del suo piccolo non è certo intenzionale, ma sommando i fatti dimostra che, non dando spazio e respiro al suo piccolo, è sempre stata un’egoista, tutta concentrata sul suo comodo. Ora, il vero giudizio di Salomone è fermo ed inevitabile:

“Il re disse. ‘Date alla prima il bambino vivo; non uccidetelo. Quella è sua madre' ”. Il testo biblico non dice che ne fece dell’altra, ma è presumibile che venisse punita per la menzogna, per la calunnia e per l’infanticidio seppure colposo.
Mi chiedo: abbiamo oggi giudici di tale saggezza da riuscire a scoprire la verità con un semplice stratagemma [7]? Dai fatti quotidiani non sembrerebbe.

Gorgia e l’ “Encomio di Elena”

Anche qui c’è necessità di una premessa, distinta in due parti: quella più generale che spieghi quella grande corrente della filosofia greca, comunemente chiamata “sofistica” e il carattere del greco siceliota (di Leontini) Gorgia, considerato il fondatore della Scuola insieme a Protagora. La manualistica liceale, sulla base della tradizione platonica [8], presenta la Scuola sofistica (che, molto più correttamente, va qualificata come Illuminismo o Umanesimo greco) in modo negativo, come se si trattattasse di una banda di chiacchieroni ed imbonitori che pretendevano di fare da maestri. Certo, nella Scuola entrarono anche, sotto il nome distintivo di “Eristi”, quella gente che amava molto i giochi di parole e i paralogismi (detti appunto anche sofismi), al puro scopo di truffare il prossimo ricavandone del denaro, o insegnando come aver parvenza di cultura, senza troppo sacrificarsi. Ma non sono certo né i fondatori e neppure gli esempi fondamentali della Scuola. Essi si qualificarono, o vennero qualificati “sofisti”, come noi potremmo dire insegnanti di filosofia, di oratoria politica e forense. Il termine “sofista”, poi con significato negativo, in origine vuol dire semplicemente “sapiente”, “colto” “docente”, “esperto di”... null’altro.

Già con Pitagora, poi seguito da Platone, si fece una prima distinzione tra il filosofo (Colui che ama e cerca la sapienza, la verità) ed il sofista (ovvero colui che pretende di essere già sapiente). E’ una distinzione che viene ereditata da Socrate, e quindi da tutta la filosofia successiva. E’ filosofo non colui che pretende di conoscere la Verità, ma colui che la cerca, la studia e, tutt’al più, insegna i metodi di questa ricerca, sia nell’ambito della natura, sia nell’ambito dello studio dell’uomo, fisico e morale. In questo senso, i migliori dei cosiddetti “sofisti”, contemporanei del resto di Socrate (vivono nello stesso ambiente e nello stesso periodo storico, V secolo a. C.) non solo sono “filosofi”, ma anche sono fondatori della filosofia in quanto tale, ovvero scienza razionale critica, scienza che non presenta verità assolute, non ha pretesa di essere sapienza rivelata da un qualche Dio, ma metodo rigoroso di ragionamento, fondato su una ragione che è pure discorso (logos), che sfida le pretese sapienze altrui, anche dei precedenti pensatori e ricercatori (soprattutto i filosofi “fisici” da Talete a Parmenide, Melisso e Zenone di Cizico), mettendone in evidenza le contraddizioni.

Come vedremo nel prossimo saggio sui processi a Protagora e a Socrate, Protagora sfidò le varie classi sacerdotali negando che di Dio si potesse conoscere l’esistenza e la natura. Egli è anche il primo pensatore laico ed agnostico. Gorgia va oltre e si diverte ad attaccare la filosofia ontologica (dell’Essere in sé) di Eraclito, di Parmenide e delle due versioni opposte di questo pensiero in Melisso (che concepisce un Essere infinito nello Spazio) e in Zenone (che, come Parmenide, lo concepisce finito ed immobile nello Spazio). Il socratico Antistene, precursore dei Cinici, per far notare che, malgrado i ragionamenti di Zenone (celebre quello di Achille e della tartaruga [9]), gli risponde, mettendosi a camminare onde far constatare la realtà del movimento. Questi sofisti sono considerati pure i fondatori della retorica, ovvero dell’arte del discorso. Sempre sulla scia della critica, piuttosto maldicente e talvolta diffamatoria di Platone, la retorica va distinta dalla dialettica: la prima mira all’estetica, al piacere del discorso; la seconda, viceversa, alla sostanza e alla realtà profonda dei concetti. E’ una distinzione un po’ partigiana, come sempre avviene nella storia del pensiero umano. In realtà, la retorica, definita da Aristotele come “arte della persuasione” e così confermata anche da pensatori attuali [10] (a differenza di quel che ritenne Michelstaedter, che contrappose erroneamente i due concetti nella sua bozza di tesi di laurea: la persuasione non dipende tanto dal mezzo con il quale si acquisisce - bellezza estetica del discorso o rigore logico formale o esperienza scientifica -, quanto da un’accettazione interiore, per cui l’argomento altrui, rielaborato interiormente, viene fatto proprio), è insieme l’arte del bel discorso, ma attenta e finalizzata ad ornare un discorso di verità, come tra poco vedremo proprio nel prologo all’”Encomio di Elena”.

La retorica, come dirà poi anche Quintiliano, non semplicemente estetica, non deve fare della semplice poesia, non deve incantare e intontire chi ascolta. La retorica ha la funzione, come diceva lo stesso Gorgia, di rendere forte un argomento debole e di indebolire un discorso apparentemente forte. Necessita di una tecnica, di una grammatica e sintassi del discorso razionale, deve mettere in luce aspetti positivi e negativi senza mai dare nulla per scontato, per certo e per assodato. La vera retorica, quindi, non è semplice estetica, ma un’arte multidisciplinare in cui logica, tecnica ed estetica, si fondono al fine di riuscire convincenti agli ascoltatori. Più che di un “persuadere” nel senso di trasmettere determinate convinzioni convertendo, si tratta di rendere interessante il proprio discorso, attraente sul piano estetico, ma al tempo stesso positivamente e negativamente critico rispetto ad altre tesi contrapposte. In questo senso, la dialettica, di cui Platone fa l’elogio in contrapposizione alla retorica, in realtà ne è, a tutti gli effetti per il pensiero antico e per una corrente che lo riabilita oggi, il nucleo di base, il contenuto primigenio, come a dire il seme circondato dal frutto; l’ovario circondato dal fiore.

E veniamo dunque a Gorgia, greco di Sicilia che, a tutt’oggi, potrebbe farsene un vanto come di Empedocle: Gorgia è figura di un’attualità notevole e, per quanto mi consti, il primo femminista della storia in una società considerata (seppure a torto, ma il discorso sarebbe lungo) misogina e tendenzialmente omosessuale. A dire il vero anche su questo punto, la società greca antica fu certo larga di manica nei fatti, ma sarebbe del tutto sbagliato considerarla una società omosessuale. Lo stesso Platone spesso considerato quais il teorico dell’amore omosessuale, ne fu anzi severo critico e teorico semmai di un rapporto di forte amicizia e solidarietà all’interno dello stesso genere sessuale, ma non esaltatore di rapporti fisici. Di ciò si rinvia a nota apposita [11]. Gorgia fu oratore notevole: di lui, come di tutti i presocratici, rimangono frammenti più o meno ampi, ma di certo tutti godibilissimi per i cultori di letteratura e di filosofia. Alcuni storici vedono ad esempio, sempre sulla scìa di una certa tradizione platonica, Gorgia come un esaltatore del “non essere”. Al contrario, opponendo con finissima ironia (certo non inferiore a quella socratica) Parmenide, Zenone e Melisso, ne conclude logicamente che l’Essere non esiste e che tutto è: Non-Essere. Il suo è il classico teorema per assurdo che spesso si utilizza in geometria. Elegante nell’esaltazione dei caduti ateniesi a Siracusa, nel tentativo di conquistare la città, ridiventa umorista nell”Encomio di Elena”.

Questo discorso è, giustamente, considerato un modello retorico ed oratorio: ma di che? L’Elena di cui si parla è la leggendaria moglie di Menelao di Sparta, fuggita con Paride a Troia (da cui la guerra). Bisogna dire una cosa: a differenza del Diritto romano che si sviluppa con la ripetizione mnemonica di formula antiche, ricavate dalle XII Tavole o dei giudizi di re e di pretori, il Diritto greco, almeno nel suo svolgersi reale, ha carattere di improvvisazione e di originalità. Esistono sì modelli oratori o retorici, che però non ripetono vecchie formule stantìe (ereditate tra l’altra anche dalla moderna giudirspudenza), spesso irragionevoli ed irrazionali, ma sono regole di ragionamento, regole di obiezione, regole di dimostrazione positiva o negativa (confutazione). Ora si potrebbe chiedere che c’entra Elena con un procedimento giudiziario; la risposta è di una semplicità disarmante: immaginiamoci essere avvocati e di dover difendere non solo una donna adultera, ma una che sia fuggita con l’amante abbandonando i figli. Il che poi scatena addirittura una guerra (ma al nostro fine questo è secondario). Ebbene, quale modello storico/leggendario di donna più adatto di Elena? Gorgia si prefigge dunque di difendere una donna adultera e fuggiasca, e la difende, come si vedrà, con argomenti non solo “retorici”, come diremmo noi, ma, due almeno, di assoluta sostanza. E ciò che è modernissimo, splendido, affascinante in lui, è di un’attualità che ci lascia a bocca aperta.

Qualcosa del genere nell’XI secolo farà un altro colosso della filosofia critica, in pieno Medioevo, Pietro Abelardo di Bretagna, quando difenderà la donna e la dignità del suo corpo offeso e violentato [12]. Gorgia viveva in un ambiente non lontano da un’altra cultura italica, con la quale i Greci Italioti si erano scontrati militarmente, ma anche con cui intrattenevano rapporti commerciali e culturali tutt’altro che disprezzabili (anche qui il discorso sarebbe lunghissimo). La civiltà etrusca o dei Thyrsenoi, per dirla alla greca, quelli che avevano dato il nome al celebre Mar Tirreno, così chiamato perché gli stessi Greci, potentissimi sul mare, ne temevano la presenza e le capacità marinare. Ebbene, una delle caratteristiche di questo popolo era il rapporto paritario tra uomo e donna, e che a noi resta ben sottolineato dai sarcofagi, in cui le immagini dei due coniugi erano unite in atteggiamenti affettuosi come quando (massimo scandalo per i “misogini” greci: si sa che tra i Greci le donne vivevano separatamente e, salvo le etère, non partecipavano al pranzo o cena degli uomini) mangiavano allo stesso lettino, coperti da un medesimo lenzuolo. Ebbene, Gorgia è evidentemente influenzato da questo costume paritario e, sebbene non citi affatto gli Etruschi, in certo modo come quelli, esalta la dignità della donna, anche se adultera, anche se fuggiasca, anche se causa di guerra. 

Resta da dire, di passaggio e con assoluta tristezza, di quanta miseria intellettuale sia questo secolo XX - inizi XXI, dove uomnii di quel calibro e di quel coraggio intellettuale e morale, non sussistono più, ma semmai semplici vuoti ripetitori di vecchie tesi, gente priva di forza, molluschi del pensiero, attaccati a piccoli particolari oltre ai quali non sanno uscire. Altro che nani sulle spalle dei giganti, come diceva l’antica Scuola medioevale di Chartres, bensì minuscoli parassiti, virus del pensiero e della fede antica. Alle signore e alle giovani ragazze, va detto che l’”Encomio di Elena” non è soltanto un modello giudiziario di difesa della donna, un documento femminista ante litteram, ma è anche un atto di omaggio alla donna in generale, di tutti i tempi e Nazioni, Donna che sia veramente Donna, ovvero Signora, Vita essa stessa e Fonte di Vita, un Essere magnetico che, col suo fascino, la sua grazia e la sua bellezza, anche quando è ormai matura o anziana, in qualunque situazione, quando ride, quando è seria, quando sorride, quando piange, quando è disperata, quando è gelida, esercita pure sull’uomo, come amica, come amante, come moglie, come madre e come figlia, come sorella o come estranea, su di noi, uomini, un’attrazione sempre formidabile, che costituisce la sua forza irresistibile. Vere Colonne dell’Amore”, concepito in ogni senso, di questo irresistibile potere, le donne non sono sempre consapevoli, anzi spesso non lo sono in modo quantitativamente o qualitativamente completo, perché se lo sapessero fino in fondo dominerebbero il mondo e nulla ad esse potremmo rifiutare, non con gli ordini imitanti forme maschili di tipo militaresco controproducenti e stucchevoli (Fa questo, non fare quest’altro), ma con gli sguardi, i sorrisi, i desideri espressi ed inespressi, gli atteggiamenti.

Ed ora a noi col testo.
“E’ decoro allo stato una balda gioventù; al corpo bellezza; all’animo, sapienza; all’azione, virtù; alla parola, verità. Il contrario di questo, disdoro. E uomo e donna, e parola ed opera, e città e azione conviene onorar di lode, chi di lode sia degno; ma sull’indegno riversar onta; poiché è pari colpevolezza e stoltezza tanto biasimare le cose lodevoli, quanto lodare le riprovevoli. E’ invece dovere dell’uomo, sia dire rettamente ciò che si addice, sia confutare <il contrario>; e dunque è giusto confutare i detrattori di Elena… Pertanto io voglio, svolgendo il discorso secondo un certo metodo logico, lei così diffamata liberar dall’accusa, e dimostrati mentitori i suoi detrattori e svelata la verità, far cessare l’ignoranza…” [13]
Già nel Prologo, Gorgia dimostra fin dall’inizio di non esser affatto un ciarlatano, di non esser uno scettico, ma un critico, di voler analizzare fatti per ritrovare la verità secondo metodo logico. Il suo compito è quello di difendere Elena, in quanto modello di donna, non certo per esaltare semplicemente una figura leggendaria e poetica. Per far ciò esprime in sintesi il suo ideale perfettamente ellenico di bellezza e di verità, che vanno esaltate, mentre il loro opposto va confutato e deprecato. Questo dimostra come Gorgia sia tutt’altro che uno scettico o un negativista, anzi esprime un ideale classico di moralità, dove bellezza, verità e giustizia confluiscono in un unico sistema ontologico.
“Che per nascita e stirpe fosse prima tra i primi - uomini e donne – la donna di cui ora parliamo, non c’è chi lo ignori… sua madre fu Leda, e padre autentico un dio… Da tali generata, ebbe bellezza di dea e, avutala, non nascose d’averla. Ché in moltissimi moltissime brame d’amore suscitò, e con una sola persona molte persone attirò…; e tutti vennero, indotti da amore avido di vittoria e da invita avidità di onore…”.
Per Gorgia, quindi, Elena è donna molto bella e molto amata, conosce il suo potere psicologico sugli uomini e non teme di usarlo. E si arriva al nucleo dell’accusa: ella fu, e viene considerata, causa della guerra di Troia, e perciò causa della perdita di tanti eroi e combattenti illustri e non illustri di ambedue. Immaginiamoci Elena viva in una sorta di processo di Norimberga dell’antichità: ovviamente un’ipotesi fantasiosa. Ebbene, Gorgia, in questa causa, punta sulla tesi più fragile, meno condivisa, mira a renderla più forte ed inconfutabile. Una missione che, a mio parere, gli riuscirà perfettamente soprattutto in due punti fondamentali: la potenza dell’amore invincibile per ogni uomo e l’abuso maschile sul corpo della donna, in tempi nei quali la violenza sulla donna e il suo possesso, dopo una vittoria, era un premio per i vincitori [14] .

“… esporrò le cause per le quali era naturale la partenza di Elena verso Troia [espone così le varie possibili motivazioni che giustificavano in un senso o nell’altro la fuga di Elena e la successiva guerra]. Infatti, ella fece quel che fece o per cieca volontà del Caso [in cui i Greci credevano, sia come forza delle cose, sia come Destino, Fato], e meditata decisione di Dèi, e decreto di Necessità: oppure rapita per forza; o indotta con parole <o presa da amore>. Se è per il primo motivo, è giusto che s’incolpi chi ha colpa; poiché la provvidenza divina non si può con previdenza umana impedire… Che se dunque al Caso e alla Divinità va attribuita la colpa, Elena va dall’infamia liberata…”.

La prima motivazione si fonda quindi sulla fede popolare nella Divinità e nel Destino. Se tale fuga era destinata da una Forza maggiore, nulla avrebbe potuto fare Elena per resistere. Quindi, in tal caso fu soggiogata dal Fato o dalla Volontà divina, nei cui progetti vi era la caduta di Troia dopo una lunghissima e sanguinosissima guerra.
“… E se per forza fu rapita, e contro legge violentata, e contro giustizia oltraggiata, è chiaro che del rapitore è la colpa, in quanto oltraggiò, e che la rapita, in quanto oltraggiata, subì una sventura. Merita dunque, colui che intraprese una barbara impresa, d’esser colpito e verbalmente, e legalmente, e praticamente; verbalmente, gli spetta l’accusa; legalmente, l’infamia: praticamente, la pena, Ma colei che fu violata, e della patria privata, e dei suoi cari orbata, come non dovrebbe essere piuttosto compianta che diffamata ? ché quello compì il male, questa lo patì; giusto è dunque che questa si compianga, quello si detesti”.
Qui Gorgia passa dalla moralità e mentalità fatalistiche, allora dominanti, ad una giustificazione di assoluta modernità. Soffermiamoci perché il punto è cruciale (per tale motivo lo riporto in neretto) e dimostra per l’ennesima volta l’altissimo livello a cui il pensiero greco, anche grazie al confronto con le molte culture circostanti (compresa, come si è detto, la civiltà etrusca, sostanzialmente paritaria nel rapporto uomo-donna), seppe giungere. Gorgia dice: il secondo caso è quello di un rapimento violento compiuto da Paride Alessandro, che strappò Elena dai suoi affetti e la condusse con la forza e contro la sua volontà a Troia e poi ne fece la moglie (stando alla leggenda omerica ed ai poemi ciclici). Ebbene, in tal caso - dice Gorgia – la colpa non si deve attribuire ad Elena, che semmai è la vittima di una violenza, ma al rapitore che la costrinse a subire questo ratto e la conseguente fuga. Non a lei si può ovviamente attribuire neppure la guerra conseguente, ma a Paride e a chi accettò tale rapimento, invece di restituire la donna.

Vi è quindi la terza possibile motivazione, e qui sentiamo l’orgoglio del rètore o dell’oratore che ne approfitta per esaltare la potenza seduttrice della parola:
“Se poi fu la parola a persuaderla e a illuderle l’animo, neppur questo è difficile a scusarsi e a giustificarsi così: la parola è un gran dominatore che, con piccolissimo corpo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere; riesce infatti a calmar la paura, e a eliminare il dolore, e a sucitare la gioia, e ad aumentar la pietà… Qual motivo ora impedisce di credere che Elena sia stata trascinata da lusinghe di parole, e così poco di sua volontà, come se fosse stata rapita con violenza ? Così si constaterebbe l’imperio della persuasione, la quale, pur non avendo l’apparenza dell’ineluttabilità, ne ha tuttavia la potenza. Infatti un discorso che abbia persuaso una mente, costringe la mente che ha persuaso, e a credere nei detti, e a consentire nei fatti. Onde chi ha persuaso, in quanto ha esercitato una costrizione, è colpevole; mentre chi fu persuasa, in quanto costretta dalla forza della parola, a torto viene diffamata…”.
Anche qui Gorgia è modernissimo: tutte le odierne teoriche sulla persuasione occulta, utilizzate con metodi sociopsicologici, si fondano sul medesimo argomento, anche se applicate - qui bisogna aggiungerlo - oggi in maniera ben più misera di quella dell’antica retorica, che è estetica del discorso, ma anche argomentazione logica e dialettica, in un’armonia tra l’eleganza del dire e l’efficacia della razionalità o ragionevolezza del discorso. Personalmente, non sono convinto che la retorica persuada veramente, ma piuttostro che attragga ed interessi, piaccia, ma la convinzione è cosa in realtà ben più profonda. Comunque è un’opinione largamente presente anche in autori contemporanei, come si è detto. L’abilità nel discorso porta a sedurre chi ascolta: più che una convinzione esercita una seduzione: esprimendo certezze, le trasmette, se vi riesce, anche all’ascoltatore. Nella concorrenza tra oratori, ovviamente quello più abile, elegante, sottile, ma che è a suo modo dimostrativo, produce una seduzione maggiore che non l’altro. Molto dipende poi dalle personali propensioni dell’ascoltatore. Non è solo lo stile che influisce, ma anche il fascino personale e soprattutto la musicalità della voce, la sua variazione (non deve essere monotona), deve scendere e salire nel tono e nel volume. Solo utilizzando la parola cone si deve fare con un pianoforte o altro strumento musicale, armonizzando i passaggi dalle note basse a quelle alte; solo allora il discorso giungerà a quella pienezza seduttrice che può spingere una moglie fedele a preferire, ad un marito alquanto noioso o poco presente, un altro uomo, a scapparsene col giovane bello, audace, affascinante.

Ultima motivazione poi è la forza prepotente ed irresistibile dell’Amore: stando alla leggenda omerica, Menelao, il marito spartano di Elena, non doveva essere il massimo dell’attrazione, sebbene forte e coraggioso, doveva essere uno di quelli convinti che con le donne si fanno figli e basta. Paride Alessandro, il giovane straniero, l’arciere infallibile che più tardi sarebbe riuscito a colpire Achille nel solo punto mortale, il tallone, vendicando così la fine di tanti fratelli da lui uccisi, doveva essere ben più affascinante e, supponiamo, più giovane e bello, anche se pigro (stante la descrizione che ne fa Omero). Doveva quindi avere quelle doti che suscitano l’amore della donna ben più che un marito scialbo e, magari, manesco. La forza dell’Amore, che è quella di un Dio, quindi ineluttabile come il Fato, poteva giustificare la fuga di Elena da un marito non granché intelligente né granché bello:
“… Ora la quarta causa spiegherò col quarto ragionamento. Che se fu l’amore a compiere il tutto [amore reciproco, va aggiunto], non sarà difficile a lei sfuggire all’accusa del fallo attribuitole.. Infatti la natura delle cose che vediamo non è quale la vogliamo noi, ma quale è coessenziale a ciascuna; e per mezzo della vista, l’anima anche nei suoi atteggiamenti ne vien modellata… Che, se dunque lo sguardo di Elena, dilettato dalla figura di Alessandro [ovvero Paride], inspirò all’anima fervore e zelo d’amore, qual meraviglia? il quale amore, se, in quanto dio, ha degli dèi la divina potenza, come un essere inferiore potrebbe respingerlo, o resistergli? E se poi è un’infermità umana [l’amore inteso come una malattia psichica, quasi una follìa, altra teoria allora vigente] e una cecità della mente, non è da condannarsi come colpa, ma da giudicarsi come sventura; venne infatti, come venne, per agguati del caso, non per premeditazioni della mente; e per ineluttabilità d’amore, non per artificiosi raggiri. Come dunque si può ritener giusto il disonore gettato su Elena la quale, sia che abbia agito come ha agito perché innamorata, sia perché lusingata da parole, sia perché rapita con la violenza, sia perché costretta da costrizione divina, in ogni caso è esente da colpa? Ho distrutto con la parola l’infamia d’una donna, ho tenuto fede al principio propostomi all’inizio del discorso, ho tentato di annientare l’ingiustizia di un’onta e l’infondatezza di un’opinione; ho voluto scrivere questo discorso che fosse a Elena di encomio, a me di gioco dialettico”.

Trovatemi oggi un avvocato che, con tale finezza e un fondo di amabile ironia, sappia difendere una donna fedifraga e fuggiasca (che povera epoca è la nostra, tutta tecnologia e per il resto: Nulla!). Ricordo che per “gioco dialettico” va inteso come modello di difesa, oggi diremmo con parola d’origine germanica, di "un’arringa”. In sostanza, per quanto riguarda la modernità di Gorgia, essa risulta evidente soprattutto quando parla della costrizione fisica della violenza oppure psicologica dovuta all’inganno di un bel discorso. Ma per Gorgia, Elena è da assolvere in ogni caso. Ci associamo al nostro simpatico ed entusiasta “sofista”: W Elena, W Gorgia e W tutte le donne, che sono le Colonne della nostra vita, dei nostri sentimenti e, pure, della nostra educazione morale, Motori non immobili della nostra esistenza di maschi, maschietti e maschiacci!

NOTE :

[1] Una prima organizzazione femminile a tutela del proprio genere si ha in Francia già nel XVII secolo con le femmes savantes, ovvero non solo donne colte, ma consapevoli dei propri diritti culturali e di costume. In piena Rivoluzione Francese fu Olympe de Gouge, simpatizzante del gruppo girondino alla Convenzione, a formulare una Dichiarazione dei Diritti della Donna (pubblicata dall’ed. Argo, Lecce, 2005, a cura di Sophie Mousset, in traduzione italiana di Anna Rita Galeone nel saggio “Olympe de Gouge e i diritti della donna”). Una simile associazione di donne “ribelli” viene descritta nella commedia di Aristofane “Lisistrata”, nella quale in forma satirica si descrive anche una protesta femminile dell’antichità, con il primo sciopero sessuale, contro l’assenza maschile per cause di guerra
[2] Utilizzo l’edizione ufficiale della CEI del 1987, Cinisello Balsamo, Milano. Ricordo che in altre edizioni, quale quella dei Testimoni di Geova, la storia di Susanna non viene riportata, appunto perché risulta apocrifa, ovvero non appartenente alla Rivelazione. Suppongo che, altrettanto, debba dirsi per le varie versioni protestanti.
[3] Il testo, più lungo che quello comunemente conosciuto, si trova in Esodo, Cap. 20. Al Cap. 23 vv. 1 – 3, 6 e 7, si dice altresì come procedura in materia di testimonianza :
“ Non spargerai false dicerìe; non presterai mano al colpevole per essere in favore di un’ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agir male e non deporrai in processo per deviare verso la maggioranza, per falsare la giustizia [il neretto è mio, per sottolinearne l’attualità]. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo… Non farai deviare il giudizio del povero che si rivolge a te nel suo processo. Ti terrai lontano da parola menzognera. Non far morire l’innocente e il giusto, perché io non assolvo il colpevole…”.
Nel Talmùd si trovano moltissime norme di Diritto civile, penale e di procedura. Cfr. A. Cohen, “Il Talmùd” edizione riassuntiva ed espositiva, pubblicata in italiano da Laterza (Bari, 1935), traduzione di Alfredo Toaff, capitoli III, § 6 – 7, sul peccato e il pentimento; V, sulla vita domestica § 1 e 2 sulla donna, sul matrimonio e divorzio, VI, § 4 sulla pace e la giustizia; VIII, § 1, sulla cura del corpo; Cap. X, interamente su tutto il Diritto.
Cfr. Giuseppe Flavio, “Antichità Giudaiche”, opera di carattere espositivo, destinata ai Gentili, ovvero non-Ebrei, specialmente di cultura greca e romana, ed. UTET (Torino, 2006), trad. it. a cura di Luigi Moraldi, Vol. I, Libro IV. L’opera di Giuseppe Flavio (I secolo d. C.) va considerata una storia laica e non sacra degli Ebrei, interessante se si vogliono confrontare gli eventi e le circostanze in una versione non sempre corrispondente in pieno all’Antico Testamento. Questo dimostra anche come la versione, che noi conosciamo, sia storicamente più recente rispetto a quella originaria o tradizionale. Giuseppe Flavio fu prigioniero di Tito, durante la Guerra Giudaica che egli descrive, venne liberato da Vespasiano e Tito, di cui assunse il nome della gens (appunto i Flavi).
Sul piano filosofico, sono pure interessanti le opere di Filone d’Alessandria (anch’egli del I secolo d. C.) “Le Origini del male” ed. italiana Rusconi, Milano, 1984, a cura di Roberto Radice e trad. di Claudio Mazzarelli, ove egli interpreta in senso neoplatonico ed allegorico l’intera Bibbia, nonché di Moisè Maimonide, “La Guida dei Perplessi”(ed. it. UTET, Torino 2005, a cura di Mauro Zonta),di impronta aristotelica e razionalistica, per cui, come Filone, nega valore ad ogni interpretazione letterale della Bibbia. Maimonide è vissuto nell’Impero arabo tra il XIII e il XIV secolo, scrive in arabo, per cui è rivolto a far conoscere dottrine ebraiche ai Musulmani dell’epoca, che, detto di passaggio, erano allora ben più tolleranti e “moderni” di certo loro attuale estremismo fanatico o integralismo. Moshe ben Maimon (questo il suo nome in ebraico) era scienziato, medico e giurista, oltre che filosofo, come del resto è tipico di gran parte della filosofia antica, considerata “scienza delle scienze”. La differenza tra Filone e Maimonide, oltre che quella ovvia tra concezioni neoplatoniche ed aristoteliche, è quella che il primo tratta la questione del male su un piano essenzialmente morale e storico-ideale, mentre il secondo affronta il problema nell’ottica prevalentemente giuridica .
[4] Giuseppe Flavio, op. cit. alla nota precedente, Libro IV, 219, vol. I, ed. UTET, pag. 258. Aggiunge che né donne, né schiavi devono testimoniare. Il calunniatore doveva subire la stessa pena che avrebbe ricevuto il calunniato, se fosse stato condannato ai termini di legge. Le differenze col testo considerato rivelato, non sono poche.
[5] Nel testo che sicuramente almeno in questo passo va considerato apocrifo, l’ispirazione divina in Daniele assume un vero atto di accusa preventiva e molto violenta, fatto questo piuttosto improbabile, essendo lui un giovane e i due essendo non solo vecchi, ma anche autorevoli in quanto giudici. Tuttavia è opportuno segnalare come nella Bibbia la “politically correct” e una presunta netiquette, oggi di moda, non esistessero:
“ Daniele disse al primo: ‘O invecchiato nel male ! Ecco i tuoi peccati commessi in passato vengono alla luce, quando davi sentenze ingiuste opprimendo gli innocenti e assolvendo i malvagi,…. Ora dunque, se tu hai visto costei, di’: sotto quale albero tu li hai visti stare insieme?’. Rispose: ‘ Sotto un lentisco’. Disse Daniele: ‘ In verità, la menzogna ricadrà sulla tua testa. Già l’angelo di Dio ha ricevuto da Dio la sentenza e ti spaccherà in due’. Allontanato questo, fece venire l’altro e gli disse: ‘Razza di Canaan e non di Giuda, la bellezza ti ha sedotto, la passione ti ha pervertito il cuore. Così facevate con le donne di Israele ed esse si univano a voi… Dimmi dunque, sotto quale albero li hai trovati insieme ?’ Rispose: ‘Sotto un leccio’. Disse Daniele: ‘In verità anche la tua menzogna ti ricadrà sulla testa. Ecco l’angelo di Dio ti aspetta con la spada in mano per spaccarti in due…’…” (Libro di Daniele, Cap. 14, vv. 52 – 59). Appare strano che né i due vecchi giudici, né altri protestino contro questo atteggiamento aggressivo di Daniele, ma forse la cosa si spiega ritenendo allora che un giovane puro fosse stato meglio ispirato dalla verità divina.
Giuseppe Flavio, che parla abbastanza a lungo di Daniele alla fine del Libro X, non fa cenno a questo episodio.
[6] Cfr. Il Primo Libro dei Re, Cap. 1, “La Sunnamita”.
[7] Anche Giuseppe Flavio descrive l’episodio, ma con due varianti: dice infatti che anche il corpicino del morto doveva essere tagliato in due, e che in un primo momento il popoli presente avesse deriso il re per questa sua prima apparente sentenza (Libro VIII, Cap. II, 26 – 34). Nel testo di Giuseppe si parla anche della successiva condanna della donna menzognera,
[8] Nella sua “Storia della filosofia greca” in quattro volumi (ed. La Nuova Italia), lo storico tedesco Theodor Gomperz sottolinea, con giusta ironia, che Platone rimproverava ai sofisti di farsi pagare per le loro lezioni, il che veniva a quei tempi considerata una forma di prostituzione intellettuale; nondimeno, se ai grandi filosofi di questa Scuola, come Protagora, Gorgia, Antifonte, ecc., rimproverava di farsi pagare eccessivamente, derideva ancor di più quei sofisti considerati minori che si facevano pagare poco. L’atteggiamento di Platone nei confronti dei sofisti era alquanto contraddittorio, e non tiene adeguato conto del fatto che lo stesso Socrate veniva considerato come uno dei tanti sofisti dai contemporanei, in modo particolare da Aristofane.
[9] Il ragionamento o paralogisma di Zenone è fondato sul concetto dell’infinita divisibilità dello spazio. Se tra due enti in movimento, il primo (una tartaruga), pur essendo più lento, parte per primo, il secondo (Achille), sebbene più veloce, non la raggiungerà mai. Infatti, tra la Tartaruga ed Achille, c’è un segmento di distanza composto da “infiniti” punti. Ora se la tartaruga avanza, Achille non potrà raggiungerla, avendo da percorrere una serie infinita di punti. Il problema ha spaccato la testa ai matematici per risolvere l’enigma, che in realtà è fondato su un equivoco: il segmento di distanza è composto da “indefiniti” e non da “infiniti punti”, ovvero non sappiamo quanti possano essere, visto che il punto è un’entità geometrica ovvero del tutto astratta (come voler contare le idee che abbiamo in testa), ma di certo la serie di punti è in un numero limitato, perché altrimenti esisterebbero “infiniti” maggiori e minori dello stesso tipo unidimensionale, il che è contraddittorio. Inoltre, tanto il passo della tartaruga, quanto quello di Achille percorrerebbero spazi “infiniti”, per cui nulla di impossibile che l’”infinito”, bensì minore, passo della tartaruga e quello “infinito”, ma maggiore, di Achille consentano non solo il raggiungimento, ma anche il superamento della tartaruga da parte di Achille. Zenone, preludendo agli Eristi, svolge un paralogismo fondato su più termini equivoci, soprattutto per la confusione tra “indefinito” ed “infinito”, Più semplice e brutale la soluzione di Antistene, precursore della Scuola Cinica: mettendosi a camminare prova che ci si può muovere. Il movimento non si dimostra logicamente, ma nella verifica di fatto, come del resto ogni forma di esistenza. Antistene e Platone, poi, polemizzarono un bel giorno sulla “cavallinità”, ovvero la natura universale, o idea, del cavallo. Antistene osservò sarcasticamente “Vedo bene questo o quel cavallo, ma non riesco a vedere la cavallinità”, e Platone, un po’ furbescamente, obiettò: “Perché non hai gli occhi per vederla”, ossia l’idea universale di cavallo esiste, ma non è percettibile da occhio umano, bensì solo da una mente pura da pregiudizi materialistici. Il tema sarà poi ripreso dalla Scolastica medioevale, dalle due contrapposte correnti del realismo (realtà dell’Idea universale) e del nominalismo (l’universale, puro nome, soffio). Intermedia fu la posizione concettualistica che riconosce nella mente umana la presenza di concetti universali ed ordinatori.
[10] Cfr. Chaim Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, “Trattato dell’Argomentazione - La nuova retorica”, ed. italiana Einaudi (Torino, 1989), con prefazione di Norberto Bobbio.
[11] Il mondo classico è amante della bellezza in tutte le sue forme, compresa ovviamente quella del corpo umano. Tra gli antichi Elleni erano diffuse di fatto tanto le pratiche omosessuali (maschili e femminili), quanto la pedofilìa e il rapporto con gli èfebi (adolescenti). Tuttavia di questi rapporti pur fisici, non solo non ne fecero un vanto, ma anzi semmai condannavano sul piano morale, esaltando all’inverso un rapporto affettivo e spirituale rappresentato dalla forte amicizia. Forse la formula più esatta di questo rapporto di amicizia intensa e di comunanza di idee e di volontà è dato dalla frase che Sallustio mette in bocca al rivoluzionario romano Lucio Sergio Catilina :”Eadem velle, eademque nolle, ea firma amicitia est”: ossia, volere le medesime cose e il non volerne altre nello stesso modo, quella è salda amicizia. Platone dedica all’amore, inteso nel senso fisico e nel senso spirituale, il dialogo “Simposio”, ovvero “Convito”. Mentre si discute dell’esperienza amorosa, soprattutto passionale intesa anche come malattia, giunge Alcibiade mezzo ubriaco, e fa un elogio un po’ strano, un po’ sarcastico, di Socrate. In pratica dichiara di aver tentato di sedurlo e di essere perfino entrato nel suo giaciglio, ma Socrate rimase completamente indifferente alla tentazione (cfr. “Simposio” ovvero “Convito”, capitolo XXXIII), eppure, mentre Socrate non si può dire né giovane né bello, Alcibiade lo era. Ed è pure noto che, pur con una certa propensione a questi rapporti di natura omosessuale, non disdegnava affatto le donne, di cui era un attivo ammiratore. Sempre Platone nelle “Leggi”, mettendolo in bocca al personaggio detto genericamente “Ateniese”:
“… il piacere sessuale fu assegnato secondo natura tanto alle femmine quanto ai maschi perché si accoppiassero in vista della procreazione, mentre la relazione erotica dei maschi con i maschi e delle femmine con le femmine è contro natura e consiste se mai altra in un’audacia indotta dall’inacapacità di dominare il piacere. Tutti noi rimproveriamo ai Cretesi di aver inventato il mito di Ganimede [ossia il mito del rapporto amoroso tra Giove-Zeus e questo adolescente, che poi divenne coppiere degli Dèi Il neretto è mio]...” (Platone, Le Leggi”, Libro I, 603 c> e d>, ed. italiana. BUR, Milano, 2005, a cura di Franco Ferrari, pag. 117. Cfr. anche Libro VIII, 836 c> e d>, pag. 703.
Pure Aristotele nella sua “Etica Nicomachea” scrive:
“ … altre ancora sono pratiche morbose o derivano dall’abitudine: ad esempio tingersi i capelli e mangiarsi le unghie… e, inoltre, la pratica dell’amore coi maschi. Per alcuni queste pratiche sono per natura, per altri arrivano dall’abitudine, per esempio per coloro che sono stati fatti oggetto di violenza fin da bambini…”(Aristotele, op. cit.. Libro VI, Cap. VII, § 6, 1148 b; ed. it. BUR, Milano, 2002, a cura di Marcello Zanatta, pag. 459). E’ interessante rilevare come 2000 anni prima di Freud, si prospettasse già l’infanzia come il periodo nel quale si formano certe attitudini sessuali.
Ricordo infine Plutarco il quale, parlando di Demetrio Poliorcete nelle sue “Vite Parallele”, narra un tragico episodio. Demetrio si era incapricciato di un adolescente che frequentava la sua stessa palestra. Costui poco apprezzava le attenzioni del condottiero (celebre per aver utilizzato strumenti tecnici di guerra per l’abbattimento delle mura, da cui il soprannome, in età post-alessandrina). Il ragazzo cercò di evitarlo andando in altro luogo, nondimeno Demetrio, vero stalker dei tempi antichi, lo seguì; un giorno lo sorprese solo nei bagni e l’avrebbe certamente sopraffatto, se il ragazzo, pur di sfuggirgli, non si fosse gettato nella caldaia d’acqua bollente, preferendo una morte atroce ad un rapporto intimo con quell’uomo.
E mi pare che come esempi bastino per spiegare che l’omossesualità, nei tempi classici, intesa come fatto fisico, non era poi così apprezzata quanto si vorrebbe sostenere. L’amore “platonico”, di cui molti parlano a sproposito, non era indirizzato dall’uomo verso la donna, ma semmai identificato nell’amicizia spirituale e solidarietà tra due uomini.
[12] Siamo nell’XI - XII secolo, agli albori del Basso Medioevo e della civiltà comunale. Quando si costituiscono le prime Universita (allora vere e proprie associazioni di docenti e studenti) e si cominciano a porre le basi per scalzare il feudalesimo, il fanatismo clericale, preludendo a quello che avverrà poi sei-sette secoli più tardi. Nessuno si aspetterebbe di vedere in un’opera scritta allora una frase di questo tipo:
“… Mettiamo per esempio che uno abbia violato una donna unendosi a lei in chiesa; quando questo fatto giungerà alle orecchie del popolo, si scandalizzano non tanto per la violazione della donna, vero tempio di Dio, quanto per la profanazione del tempio di pietra; invece è più grave far violenza alla donna che alle pareti del tempio, cioè è più grave portare ingiuria ad un essere umano che ad un luogo…” Pietro Abelardo, “Conosci te stesso ovvero l’Etica”, ed. it. La Nuova Italia, Firenze, 1976, a cura di Mario Dal Pra.
Chi era Pietro Abelardo ? Era un giovane studente di teologia e di filosofia, che, anticipando le concezioni tomistiche, criticò il realismo, ovvero quella concezione gnoseologica di derivazione platonica, che sosteneva la realtà delle idee universali. Abelardo criticò pure la posizione opposta, quella di Roscellino, secondo la quale le idee universali erano solo “soffi di voce” (flatis vocis). Secondo Abelardo, l’universalità e generalità delle idee è un prodotto mentale, un concetto, come secondo la tradizione più propriamente socratica, alla fine conclusasi con il pensiero di Guglielmo di Ockham. Abelardo si innamorò in età matura di Eloisa che sposò segretamente; quando i familiari di lei lo scoprirono, lo aggredirono, evirandolo, e mandando Eloisa in convento. Dei due rimane un celeberrimo carteggio, che dimostra come, se Abelardo era già un femminista ante litteram, Eloisa fosse più legata all’immagine, seppur passionale, ancora legata alla tradizione. Ecco che cosa gli scrive, pur essendosi egli fatto monaco per necessità ed ella suora per forza:
“… soltanto tu sei l’unico padrone del mio corpo e della mia anima.
Dio sa bene che in te non ho mai cercato altro che te solo; ho desiderato esclusivamente te, e non le tue sostanze. Non miravo al matrimonio né alla ricchezza; e tu sai bene che sempre ho cercato di soddisfare non i miei piaceri e la mia volontà, ma unicamente i tuoi. E se il nome di moglie appar più sacro e più valido, per me è sempre stato più dolce quello di amica, o, se non ti scandalizzi, di concubina o di prostituta …” (Abelardo ed Eloisa, “Lettere”, ed. Einaudi, Torino, 1979, a cura di Cesare Vasoli e Nada Cappelletti Truci, Lettera II, pag. 131). Chi scrive questa frase appassionata, confermata in diversi altri punti, è ormai una donna prigioniera in un convento, a cui è stato tolta ogni possibilità affettiva. A differenza di Abelardo, essa, per quanto culturalmente ben più evoluta delle donne del tempo, non disdegna una posizione di “inferiorità”, sebbene tutt’altro che imposta (infatti Abelardo respinge un tale atteggiamento), nel senso di totale dedizione, ormai solo interiore, all’uomo amato. Esistono oggi amori del genere ?
[13]. Il testo è reperibile nella raccolta “I Presocratici, Testimonianze e frammentii”, ed. Laterza (Bari, 1986), trad it. dalla versione di Hermann Diels e Walter Kranz, vol. 2°, pagg. 927 – 933.
[14] Ben cinque secoli dopo, il pur mite poeta Virgilio fa promettere ad Ascanio Julo figlio di Enea. nel Libro IX vv. 272 – 273, dell’ “Eneide” a due giovani guerrieri (Eurialo e Niso) che, se riusciranno a penetrare a scopo spionistico nel campo dei Rutuli, nemici dei Troiani, portando informazioni precise, nonché il padre Enea, che essi avranno “Preaterea, bis sex genitor lectissima matrum corpora”, ovvero “(Mio) padre, inoltre, (vi donerà) due volte sei (dodici) piacevolissimi corpi di donna fertile”, in premio per l’impresa che, detto di passaggio, fallirà con la morte dei due scoperti dai Rutuli. Ora, l’idea che il corpo della donna sia merce di scambio o premio della vittoria, e che se ne possa abusare in ogni modo a seguito di azioni belliche, era tipico dell’antichità, e non certo dei soli Greci e Romani. Per cominciare a superare tale presunzione sul diritto dei vincitori alla violenza sessuale indiscriminata, quale premio della vittoria (“mettere a sacco le città” voleva dire anche questo), bisognerà aspettare almeno Ugo Grozio e il suo “Diritto della Guerra e della Pace”. Di fatto, sappiamo che ancora oggi siamo ben lontani dal concepire l’inviolabilità delle donne in una città conquistata. Ebbene Gorgia nel V secolo a.C. , fu, a quel che mi risulta, il primo che, almeno sul piano teorico, si oppose a tale consuteudine.
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Il Debito Pubblico, Calandrino e gli italiani
di Manlio Tummolo

I soliti fanatici dell'autorità, dei poteri forti, dei Governi, si chiederanno che rapporto possa esservi tra il Debito pubblico, Calandrino e gli Italiani. Si potrà chiarire ad essi questo intimo rapporto, dopo l'esposizione della novella decameroniana che, per quanto accorciata, dovrà comunque mantenere nel fiorito linguaggio boccaccesco tutta la sua fresca ironia e tutta la sua efficacia, in modo tale che tale intimo rapporto, a cui si è accennato, possa apparire fresco e palpabile. iniziamo intanto col chiarire chi sia Calandrino, che è presente nel “Decamerone” in tre novelle (la terza dell'ottava giornata, titolata “Calandrino, Bruno e Buffalmacco alla ricerca dell'elitropìa”, la sesta dell'ottava giornata, che è quella che qui esamineremo, “Bruno e Buffalmacco imbolano un porco a Calandrino” e la quinta della nona giornata “Calandrino innamorato”, mentre i suoi “amici” Bruno e Buffalmacco hanno anche l'onore di una quarta novella (la nona dell'ottava giornata “Maestro Simone beffato da Bruno e Buffalmacco”.

Esaminamo sinteticamente il protagonista: Calandrino è il tipico ingenuo, vittima degli imbroglioni e dei furboni: oggi lo paragoneremmo a Fracchia o a Fantozzi, i classici personaggi di Paolo Villaggio. La tipica persona comune che non si immagina mai che gli amici più cari possano ingannarlo o beffarlo, oppure è abbastanza intelligente da rendersene conto, ma il bisogno psicologico dell'amicizia prevale alla fine su qualunque altra considerazione, e preferisce subìre danni e beffe, piuttosto che rimaner solo, il contrario insomma di quello che il noto proverbio insegna: “Meglio soli che male accompagnati”, oppure l'altro: “Dagli amici mi guardi Iddio, ché ai nemici penso io”. Viceversa, i suoi due amici, Bruno e Buffalmacco sono dei furboni, abbastanza sadici sul piano psicologico, che si divertono un mondo a tormentare, deridere e beffeggiare il prossimo, specialmente se ingenuo come Calandrino. Calandrino, contadino e artigiano insieme, è anche sposato con una di quelle mogli terribili, tipiche di chi, pur di non star solo senza una donna, si sposerebbe anche con una strega, che lo comandi a bacchetta e lo terrorizzi, ma nelle novelle non si capisce che cosa gli dia in cambio, se non forse il mantenimento materiale. Infatti, la vera padrona è lei, non lui. Questo episodio sfata quanto si dice del Medioevo, a cui si attribuisce un'oppressione sulla donna che, seppure diffuso, non era poi così generale come supponiamo. E infatti, anche la vita comune dei narratori, nella novella cornice, indica rapporti tutt'altro che dominanti in generale tra uomini e donne.


Ma veniamo ora al testo e prepariamoci a trovare quelle forti analogie a cui sopra accennavo:

"... Chi Calandrino, Bruno e Buffalmacco fossero, non bisogna che io vi mostri, ché assai l'avete di sopra udito [per la novella sull'elitropìa, ovvero la pietra che fa diventare invisibili]… dico che Calandrino aveva un suo poderetto non guari lontano da Firenze, che in dote aveva avuto dalla moglie. Del quale, tra l'altre cose…, n'aveva ogni anno un porco; et per sua usanza sempre colà di dicembre d'andarsene la moglie et egli in villa. E ucciderlo, e quindi farlo salare. Ora avvenne una volta… che non essendo la moglie ben sana, Calandrino andò egli solo ad uccidere il porco. La qual cosa sentendo Bruno e Buffalmacco, e sappiendo che la moglie di lui non v'andava, se n'andarono a un prete loro grandissimo amico [i preti in queste vicende non mancano mai], vicino di Calandrino, a starsi con lui alcun dì. Aveva Calandrino… ucciso il porco, e vedendogli col prete, gli chiamò, e disse: - Voi siate i ben venuti. Io voglio che voi veggiate che massajo io sono.

E menàtigli in casa, mostrò loro questo porco. Videro costoro il porco esser bellissimo, e da Calandrino intesero che per la famiglia sua il voleva salare. A cui Brun disse: - Deh, come tu se' grosso! Vèndilo, e godiamoci i denari. E a mòglieta dì che ti sia stato imbolato [involato, rubato].

Calandrino disse: - No; ella nol crederebbe, e caccerebbemi fuor di casa. Non v'impacciate, che io nol farei mai.

Le parole furono assai, ma niente montarono. Calandrino gl'invitò a cena cotale alla trista, sì che costoro non vi vollero cenare… Disse Bruno a Buffalmacco: - Vogliamgli imbolare stanotte quel porco?
Disse Buffalmacco: - O come potremo noi?

Disse Bruno: Il come ho io ben veduto, se egli nol muta di là ove egli era testé.
Adunque - disse Buffalmacco - facciàmlo; perché nol faremo noi? E poscia cel goderemo qui insieme col domine [il buon prete del villaggio e vicino di Calandrino].
Il prete disse che gli era molto caro. Disse allora Bruno: - Qui si vuole usare un poco d'arte. Tu sai, Buffalmacco, come Calandrino è avaro, e come egli bee volentieri quando altri paga: andiamo, e menianlo alla taverna, e quivi il prete faccia vista di pagare tutto per onorarci, e non lasci pagare a lui nulla. Egli si ciurmerà, e verracci troppo ben fatto poi, per ciò che egli è solo in casa.

Come Brun disse, così fecero. Calandrino, veggendo che il prete non lasciava pagare, si diede in sul bere; e benchè non ne bisognasse troppo, pur si caricò bene… andossi al letto. Buffalmacco e Bruno se n'andarono a cenare col prete; e come cenato ebbero, presi certi argomenti per entrare in casa Calandrino…, là chetamente n'andarono. Ma trovando aperto l'uscio, entrarono dentro; e ispiccato il porco, via a casa del prete nel portarono… Calandrino, essendogli il vino uscito dal capo… come scese giù, guardò e non vide il porco suo, e vide l'uscio aperto…; incominciò a fare il romor grande: oisé, dolente sé, che il porco gli era stato imbolato! Bruno e Buffalmacco, levatisi, se n'andarono verso Calandrino, per udir ciò che egli del porco dicesse… quasi piagnendo, chiamati, gli disse: - Oimé, compagni miei, che il porco mio m'è stato imbolato!
Bruno accostatoglisi, pianamente gli disse: - Maraviglia che se' stato savio una volta!
Oimé - disse Calandrino - che io dico daddovero!
Così di' - diceva Bruno - grida forte, fatti ben sentire, sì che egli paja bene che sia stato così.

Calandrino gridava allora più forte, e diceva: - Al corpo di Dio, che io dico daddovero che egli mi è stato imbolato!
E Bruno diceva: - Ben di', ben di': e' si vuol ben dir così; grida forte, fàtti ben sentire, sì che egli paja vero.
Disse Calandrino: - Tu mi faresti dar l'anima al nimico! Io dico che tu non mi credi, se io non sia impiccato per la gola, che egli m'è stato imbolato!
Disse allora Bruno: - Deh come dèe poter essere questo? Io il vidi pur ieri costì. Credimi tu far credere che egli sia volato?
Disse Calandrino: - Egli è come ti dico!

Deh - disse Bruno - può egli essere?
Per certo -disse Calandrino - egli è così! Di che io son diserto e non so come io torni a casa: mògliema nol mi crederà; e se ella il mi pur crede, io non avrò uguanno pace con lei!
Disse allora Bruno: - Se Dio mi salvi, questo è mal fatto, se vero è; ma tu sai, Calandrino, che ieri t'insegnai dir così. Io non vorrei che tu ad un'ora ti facessi beffe di mòglieta, e di noi [come già nella novella dell'elitropìa, Bruno e Buffalmacco recitano la parte degli imbrogliati da Calandrino, per imbrogliarlo meglio].

Calandrino incominciò a gridare…: - Deh perché mi farete disperare, e bestemmiare Iddio e’ Santi e ciò che v'è? Io vi dico che il porco m'è stato imbolato.
Disse allora Buffalmacco: - Se egli è pur così. Vuolsi veder via, se noi sappiamo, di riaverlo.
E che via - disse Calandrino - potrem noi trovare?
Disse allora Buffalmacco: - Per certo egli non c'è venuto d'India niuno a tòrti il porco: alcuno di questi tuoi vicini dèe essere stato. E per certo, se tu gli potessi ragunare, io so fare l'esperienza del pane e del formaggio. E vederemmo di botto chi l'ha avuto.
Sì - disse Bruno - ben farai con pane e con formaggio a certi gentilotti che ci ha dattorno; ché sono certo che alcun di loro l'ha avuto, e avvederèbbesi del fatto, e non ci vorrebber venire!
Com’è dunque da fare? - disse Buffalmacco.

Rispose Bruno: Vorrebbesi fare con belle galle di gengiovo [zenzero] e con bella vernaccia come il pane e il cascio…
Calandrino, che di'? Vogliamlo fare? Disse Calandrino: - Anzi ve ne priego io per l'amor di Dio; ché se io sapessi pur chi l'ha avuto, sì mi parrebbe esser mezzo consolato.
Or via - disse Bruno - io sono acconcio d'andare fino a Firenze per quelle cose in tuo servizio, se tu mi dài i denari.

Aveva Calandrino forse quaranta soldi, li quali egli li diede. Bruno andatosene a Firenze ad un suo amico speziale, comperò una libbra di belle galle di gengiovo, e fècene far due di quelle del cane [di sterco di cane], le quali egli fece confettare in uno aloè pàtico fresco; poscia fece dar loro le coverte del zucchero [probabilmente miele o qualche derivato, in quanto nel Trecento non era stata ancora scoperta l’America, né si conoscevano la canna da zucchero e neppure l'alternativa della barbabietola], come avevan l'altre, e per non… scambiarle, fece lor fare un certo segnaluzzo, per lo quale egli molto bene le conoscea; e comperato un fiasco d'una buona vernaccia, se ne tornò in villa a Calandrino. E dissegli: - Farai tu che inviti domattina a ber con teco coloro di cui tu hai sospetto. Egli è festa, ciascun verrà volentieri; e io farò stanotte insieme con Buffalmacco la ‘ncantagione sopra le galle, e recheròlleti domattina a casa. E per tuo amore io stesso le darò. E farò e dirò ciò che fia da dire e da fare.

Calandrino così fece. Ragunata adunque una buona brigata… e fatti stare costoro in cerchio, disse Bruno: - Signori, e' mi si convien dir la cagione per che voi siete qui… a Calandrino che qui è, fu iernotte tolto un suo bel porco… vi dà a mangiare queste galle una per uno, e bere… chi avuto avrà il porco, non potrà mandar giù la galla, anzi gli parrà più amara che veleno, e sputeralla. E perciò, anzi che questa vergogna gli sia fatta in presenza di tanti, è forse il meglio che quel cotale… in penitenzia il dica al sere [il prete complice della truffa]…

Ciascun che v'era disse che ne voleva volentier mangiare; per che Bruno… cominciò a dare a ciascun la sua. E come fu per mei [davanti] Calandrino, presa una delle canine [quelle confezionate con sterco di cane] gliele pose in mano. Calandrino prestamente la si gittò in bocca, e cominciò a masticare; ma sì tosto come la lingua sentì l'aloè, così Calandrino, non potendo l'amaritudine sostenere, la sputò fuori. Quivi ciascun guatava nel viso l'un all'altro, per veder chi la sua sputasse. E non avendo Bruno ancora compiuto di darle…, s'udì dir dietro: - Eja, Calandrino che vuol dir questo? Per che prestamente rivolto, disse: - Aspèttati, forse che alcuna altra cosa gliele fece sputare: tènne un'altra.

E presa la seconda, gliela mise in bocca… Calandrino, se la prima gli era paruta amara, questa gli parve amarissima. Ma pur vergognandosi di sputarla, alquanto masticandola la tenne in bocca; e tenendola, cominciò a gittar le lagrime che parevan nocciuole, sì eran grosse; e ultimamente, non potendo più la gittò fuori come la prima aveva fatto. Buffalmacco faceva dar bere alla brigata, e Bruno. Li quali insieme con gli altri questo vedendo, tutti dissero che per certo Calandrino se lì’ aveva imbolato egli stesso; e furonvene di quegli che aspramente il riprèsono… gl’incominciò Buffalmacco a dire: - Io l'aveva per certo tuttavia che tu l'avevi avuto tu, e a noi volevi mostrare che ti fosse stato imbolato, per non darci una volta bere de' denari che tu avessi.

Calandrino, il quale ancora non aveva sputata l’amaritudine dello aloè, cominciò a giurare che egli avuto non l'avea. Disse Buffalmacco: - Ma che n'avesti, sozio, alla buona fe’? Avèstine sei?

Calandrino, udendo questo, s'incominciò a disperare. A cui Brun disse: - Intendi sanamente, Calandrino, che egli fu tale nella brigata che con noi mangiò e bevve, che mi disse che tu avevi quinci una giovinetta che tu tenevi a tua posta, e dàvile ciò che tu potevi rimediare; e che egli aveva per certo che tu l'avevi mandato questo porco. Tu sì hai apparato ad esser beffardo! Tu ci menasti una volta giù per lo Mugnone, ricogliendo pietre nere; e quando tu ci avesti messo in galea senza biscotto… e poscia ci volevi far credere che tu l'avessi trovata! E ora similmente ti credi co' tuoi giuramenti far credere altressì che il porco che tu hai donato ovver venduto ti sia stato imbolato. Noi sì siamo usi alle tue beffe, e conosciamle: tu non ce ne potresti far più! E perciò, a dirti il vero, noi ci abbiamo durata fatica in far l'arte; perché noi intendiamo che tu ci doni due paja di capponi, se non che noi diremo a monna Tessa [la moglie tremenda] ogni cosa.

Calandrino, veduto che creduto non gli era, parendogli avere assai dolore, non volendo anche il riscaldamento della moglie, diede a costoro due paja di capponi. Li quali, avendo essi salato il porco, portàtisene a Firenze, lasciaron Calandrino col danno e le beffe ..."

(L’edizione seguita è quella di Curcio, Roma, data non riportata, a cura di Luigi Cùnsolo, pagg. 356 – 359) .

Ora che ho riportato gran parte della novella, salvo alcune abbreviazioni segnate dai puntini, vediamo perché questa novella è un po' la parabola di tutti gli Stati mediterranei dell'Unione Europea, comunemente definiti PIGS, acronimo che, vedi combinazione, significa anche “porci”. Ognuno di noi sa che, se due privati hanno un rapporto reciproco di debito-credito, questo deve essere risolto e concluso all'interno delle due parti in causa. Ovvero, il debitore, stante un contratto prestabilito, restituirà una certa somma o bene a rate oppure in blocco ad una certa scadenza. Nel Debito Pubblico, viceversa, le cose non stanno così. Il debito pubblico, storicamente, nasce negli Stati medioevali e rinascimentali quando un sovrano, un feudatario o un signorotto, non avendo fonti sicure e regolari di entrata, in caso di guerra oppure di festeggiamenti matrimoniali o celebrazioni varie, si faceva prestare dai grandi banchieri (quella volta gli Italiani, particolarmente senesi, fiorentini, veneziani e genovesi, erano in testa) le somme necessarie per stipendiare le compagnie mercenarie, oppure artisti, uomini di spettacolo, ecc. Fu proprio nel XV secolo che, ad esempio, alcune banche fiorentine ebbero un crollo proprio grazie al fatto che i re di Francia e di Inghilterra, nel corso della Guerra dei Cent'Anni, si rifiutarono di pagare i loro debiti, causando alla città di conseguenza rilevanti danni finanziari. Questa tradizione di debito del sovrano fu poi continuata, perché appariva più comodo chiedere ai cittadini in forme morbide e volontarie denaro in cambio di un certo interesse, che imporre esazioni fiscali pesanti e sgradevoli. Ma, com'è ben noto, il debito finisce comunque per scaricarsi sul comune cittadino in forma di imposte sempre più pesanti e senza aver in cambio adeguati servizi o utilità. Questa prassi è tipica anche dello Stato più moderno, e in Italia, che fino agli anni '70 era riuscita a tenerlo sotto controllo, con la crisi petrolifera cominciò a crescere in modo assai pericoloso, sia per l'inflazione che imponeva interessi anche fino al 20 %, sia per il fatto che, dovendo attrarre denaro, occorreva proporre interessi ancora più alti. Malgrado le manovre ed i “sacrifici” imposti ogni anno sempre con la promessa di risolvere la crisi, il debito continuò a crescere spaventosamente fino a diventare materialmente non solubile. Nondimeno, tale debito, fino all'inizio degli anni '90, rimase un fatto prevalentemente interno (come tuttora è in Giappone), finché quel genio dell'alta finanza ex-socialista craxiano di nome Giuliano Amato non cominciò ad esportarlo all'estero con quelle belle gare, rese celebri nell'estate scorsa e con il più celebre ancora “spread”, sul quale non fa conto qui parlare, visto che ne parlano sempre i mezzi d'informazione. La creazione dell'euro, riducendo drasticamente la percentuale inflattiva e con il diverso trattamento tra stipendi e prezzi o tariffe, ridusse quasi al 50 % gli interessi del debito, ma questo successo si realizzò, ancora una volta, a spese dei normali contribuenti italiani, i quali inoltre, col solito pretesto che “dovevamo entrare in Europa”, dovettero altresì caricarsi di tasse, imposte, gabelle e tickets per ottenere il brillante risultato.

Ora, perché la novella di Calandrino può esser considerata la parabola della vicenda finanziaria italiana e dei PIGS in generale? Vediamo le analogie. Come detto, il debito è un rapporto obbligatorio fra creditore e debitore, nei termini fissati dal comune contratto. Qui invece succede che tale rapporto diventi oneroso, non fra le due parti (governo che emette titoli e gli investitori che li acquistano per proprio vantaggio), ma tra i terzi (cittadini che non hanno investito alcun denaro e nulla ci guadagnano, ma ne hanno una secca perdita) e il governo, il quale paga col denaro altrui i propri debiti. Non solo, ma poi il governo recita la manfrina per cui ogni cittadino, compresi i lattanti, diventa debitore verso questi investitori. Viene addirittura colpevolizzato rispetto alle future generazioni e gli si dice che non deve lasciare un debito così alto, come se questo debito fosse stato stipulato o contratto dal singolo cittadino, che magari non ha mai visto in vita sua un BOT, un CCT, un BTP, ecc., e non piuttosto ai medesimi governanti che concionano .

Ecco, dunque, l'analogia tra Calandrino e il popolo italiano (o dei PIGS). Come Calandrino viene beffato a ripetizione, per cui gli si ruba il porco (ovvero la ricchezza nazionale) per usi illegittimi, si pretende di far credere ai contribuenti che è stato proprio il comune cittadino a rubare il ”porco” o, come dicono furbescamente, “a vivere al di sopra delle proprie possibilità”, anche se ha lavorato interamente per tutta la vita, sempre sacrificandosi, spesso ammalandosi sul lavoro o, addirittura, morendo sul lavoro; non solo, ma che vuole anche fare il furbo andando in pensione troppo presto, o evadendo il fisco, che - di passaggio - è esoso sia per quantità, sia per modalità, sia soprattutto per il pessimo uso di tale denaro. I vari Bruni e Buffalmacchi della politica, dell'alta finanza e del fisco, obietterebbero a questo punto che il debito pubblico è pagaro da tutti perché concerne il pubblico interesse, per i servizi utili alla vita del cittadino, ecc. Ora questo è vero, solo parzialmente, all'inizio del processo, ma non nel suo pieno sviluppo, in quanto il debito stesso, instauratosi con quella modalità, nutre se stesso e pur avendo la fiscalità generale saldato tutte le spese necessarie per uno Stato, nondimeno si deve pagare molto di più ed ulteriormente per soddisfare le esigenze degli investitori, i quali - per essere esatti - vanno distinti in tre categorie fondamentali: i semplici risparmiatori, i quali hanno investito in pubblici titoli per avere un certo interesse e per la sicurezza del guadagno; gli speculatori, i quali traggono, manovrando ingenti quantità di titoli, un lauto lucro; ed infine gli aggiotatori che, a loro volta, facendo circolare notizie tendenziose e manovrando al contempo anch'essi ingenti quantità di titoli, riescono non solo a guadagnare lautamente come i secondi, ma anche a mandare in fallimento interi Stati.

Se “monna Tessa”, la moglie di Calandrino, può essere il simbolo del governo germanico nella deliziosa persona della signora Angela Merkel, che impone le sue leggi punitive ai PIGS, anche della Commissione Europea, e della Banca Comunitaria Europea che ne segue le direttive (non a caso si trova a Francoforte sul Meno), Bruno e Buffalmacco, col prete (che potrebbe rappresentare il nostro presidente della Repubblica sempre disposto alle prediche), rappresentano evidentemente l'alta finanza ed i potentati politici, i quali, non bastando loro di aver rubato il “porco” (ovvero, la ricchezza nazionale), non bastando di infliggere le spese minori (quelle dell'acquisto delle galle di zenzero), infliggono pure le spese per interessi (le due paia di capponi per tacitare la cosa). Le galle o “bomboloni” con sterco di cane ed aloè sono le manovre “lacrime e sangue” che devono essere ingoiate, pure ringraziandole come“salvezza della Patria e dell'economia”, Infine, i grandi opinionisti della pubblica informazione, delle accademie universitarie, ecc. sono ben rappresentati dai vicini di Calandrino, sdegnati da quella che dicono o credono “truffa” da parte di Calandrino.

In Grecia hanno imbrogliato le carte non i comuni cittadini ellenici, ma i politici e l'alta finanza, pur di entrare a far parte dell'euro; nondimeno, chi deve pagare il conto falsificato, è il comune cittadino, che magari si è sempre spaccato in quattro per mantenere decorosamente la propria famiglia. Lo stesso dicasi per italiani e spagnoli, o altri Paesi assimilati a questi. Non fu il comune cittadino ad indebitarsi, anzi, è dal 1974, anno in cui cominciarono a sentirsi gli effetti enormi dell'aumento esponenziale del prezzo del petrolio e prodotti derivati, che i vari Governi alternarono misure di incremento della tassazione all'emissione crescente di titoli pubblici, con interessi stratosferici. Lo fecero senza certo chiederci il permesso: infatti, l'art. 75 c. 2 della Costituzione vieta qualunque referendum su fatti di politica estera ed economica, essendo il popolo italiano considerato un popolo di grulloni, di “Calandrini”, buoni soltanto ad essere truffati e non in grado di decidere in modo alcuno, neppure con quorum speciali, sul loro futuro economico e di politica estera. I cittadini italiani non sono né responsabili, né corresponsabili dell'attuale Debito Pubblico che dovrebbe essere pagato, viceversa, dalle parti in causa, ovvero i governanti che lo accrebbero senza misura e quegli speculatori ed aggiotatori che ne ricavarono lucri impressionanti. Se sentiamo dire che 10 persone hanno il guadagno di 3 milioni di altre persone, significa che, in media, ciascuno di loro ricava ben 300.000 volte il comune contribuente o lavoratore, il che non è dovuto né a particolare genialità, né ad alti meriti, perché non vi è alcuna proporzione naturale ed accettabile tra una cosa e l'altra. La differenza è dovuta esclusivamente al fatto che la ricchezza comune ha avuto i suoi leoni, che si prendono quasi tutto, e gli altri che devono prendersi soltanto le briciole, ed ancora sentirsi dire, per soprammercato, che “vivono al di sopra delle proprie possibilità”.

Ora, per concludere questo tragicomico discorso, mi chiedo: fin quando i popoli PIGS, i contribuenti italiani, greci, spagnoli, portoghesi, ecc. continueranno a farsi trattare da “Calandrini”? Per dirla col Manzoni, “Ai posteri l'ardua sentenza”!

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Oratoria e Retorica in Marco Tullio Cicerone
di Manlio Tummolo
Bertiolo (UD)
Marco Tullio Cicerone è una figura centrale in ogni storia delle teorie estetiche, perché segna il passaggio dalle teorie elleniche ed ellenistiche, finora esaminate, a quelle più propriamente romane, che non hanno caratteristiche di particolare originalità, ma assorbono e adattano una mentalità più rigorosamente teorica, come quella ellenica, alle finalità pratiche della mentalità tipicamente romana. Già del resto i Greci avevano fatto dell’oratoria e dell’eloquenza strumenti di natura politica; i Romani, e Cicerone in particolare, accentuano la funzionalità concreta nelle attività quotidiane politico-organizzative. Cicerone, poi, ha un’importanza prevalente nella storia dell’estetica oratoria e nella retorica, in quanto è una figura pressoché completa: non è soltanto un grande politico, un abilissimo avvocato, ma è anche un notevole filosofo, scrisse pure un poemetto elogiativo su certe vittorie da lui ottenute in oriente. Tutte quelle che oggi consideriamo scienze umane furono per lui oggetto di studio e, sebbene senza caratteri di spiccata originalità (non è certo all’altezza dei grandi filosofi greci), tuttavia ha una sua ricca ed interessante personalità, che riordina e rielabora le concezioni altrui rendendole proprie o, comunque, con proprie caratteristiche. Si potrebbero, volendo, anche confrontare le sue teorie retoriche e di estetica del discorso oratorio con i suoi discorsi, così come trascritti (soprattutto le celebri “Catilinarie” e le “Filippiche” contro Antonio), per verificare quanto quelle teorie fossero state applicate di fatto. Ma, sinceramente, non mi sembra necessario, nell’economia di questi saggi, in quanto richiederebbe uno spazio notevole, con confronti puntuali, ed il tutto risulterebbe di dubbia utilità, in quanto i testi che noi abbiamo a disposizione (a parte il fatto che noi lavoriamo su traduzioni, per non complicare il discorso e per renderlo fruibile a tutti) non sono i discorsi effettivamente pronunciati, ma quelli trascritti più tardi sulla base probabile di appunti, anche in forme stenografiche, per noi completamente perduti. 

E’ celebre, ad esempio, il fatto che il discorso “Pro Milone” risultava pronunciato in maniera ben più modesta a causa della presenza fisica dei sostenitori di Clodio, ucciso in uno scontro di bande da Milone, che Cicerone difendeva. Il grande oratore non era uomo di estremo coraggio, sebbene seppe morire poi con dignità, e non pronunciò affatto quelle energiche frasi che, viceversa, si leggono nel testo scritto, a noi tramandato e che, secondo lo stesso Milone, sarebbero riuscite a salvarlo. Le stesse “Catilinarie”, pur pronunciate in ben altro stato d’animo, con la sicurezza del largo sostegno del Senato e l’appoggio delle forze militari regolari, furono rielaborate successivamente alla repressione del moto catilinario. Sarebbe così errato ritenere che i discorsi a noi tramandati siano pressoché uguali a quelli effettivamente pronunciati, e che possano così consentirci di confrontare le sue teorie con la pratica oratoria .


I testi sui quali lavoro sono due: “L’Oratore” (1) e “La Retorica a Gaio Erennio” (2), il cui testo non è attribuibile con certezza a Cicerone, ma è una di quelle opere la cui stesura è incerta relativamente all’autore, ma viene ascritta a Cicerone per tradizione. Beninteso, la mia analisi non ha pretese di completezza né quantitativa, né qualitativa: è soltanto un’occasione per proseguire con una certa logica, che coincide spesso con la cronologia, l’approfondimento del pensiero estetico, qui, come anche in molti autori ellenici, rivolto essenzialmente all’arte oratoria e del bello scrivere, piuttosto che allo stile narrativo (i Romani conoscono i poemi, le poesie, le tragedie e le commedie, ma ignorano, almeno fino a Petronio, il romanzo o il lungo racconto, per cui sembrano ignorare ogni dottrina sullo stile nel settore narrativo, seguono le direttive aristoteliche, senza grandi divergenze: tutt’al più, nel caso delle commedie, appare una certa tendenza pratica alla tradizione italica etrusca - di cui conosciamo cose molto indirette e parziali - ed osca, ovvero campano-sannita), di cui, per quanto mi risulta, Cicerone si occupò solo parzialmente .

Il “De Oratore” si presenta in forma di dialogo, in 3 Libri, a carattere autobiografico, dove intervengono, quali interlocutori, il fratello Quinto e Lucio Licinio Crasso, uno dei principali oratori dell’epoca, padre o, almeno, parente del celebre personaggio che, bramoso d’oro e di ricchezze, catturato dai Parti nella battaglia di Carre, fu spietatamente ucciso dagli stessi con oro fuso colatogli in bocca, per ordine della regina Tamiri, proprio per punirlo di aver organizzato quella spedizione, al fine di impadronirsi delle ricchezze di quel popolo.
Entriamo, dunque, nell’argomento: nel Libro I, dopo una premessa di carattere personale, Cicerone confronta l’eloquenza con altre discipline, chiedendosi del perché, numericamente, i cultori di tali altre discipline (ad esempio, l’arte militare) prevalgano sugli oratori. Nega ancora che la storia romana precedente abbia segnalato grandi oratori, pur essendovi molti uomini ben capaci di governare. E’ anche interessante notare come egli, pur potendosi considerare un grande patriota, negava che Roma potesse vantarsi di aver avuto grandi scrittori, filosofi, poeti: “... i meno numerosi sono i poeti di grande valore. E anche in questo piccolo numero…, mettendo a confronto con cura il numero dei poeti e degli oratori nostri e greci, si può nondimeno constatare che il numero dei valenti poeti è sempre maggiore di quello dei valenti oratori...” (3) .

Cicerone sembra quasi stupirsi di tale fatto, visto che l’eloquenza è una qualità o arte da utilizzarsi quasi ogni giorno, ma ciò è dovuto al tipo di espressione che si discosta dal linguaggio comune. Cicerone, tuttavia, ritiene che, dopo l’espansione della repubblica nell’intero Mediterraneo, lo studio dell’eloquenza cominciò ad appassionare i giovani che mirassero alla vita politica, al successo, alla “gloria”. Si cominciò così a seguire il modello greco (4). Si ripete, insomma, quanto già avvenuto in Grecia, dove l’oratoria diventa non semplice strumento di comunicazione politica, ma addirittura una garanzia di successo, in quanto solo chi avesse un’eloquenza brillante poteva sperare di ottenere risultati migliori alle elezioni e quindi ascendere il cursus honorum .
Nel capitolo successivo, egli si occupa dei requisiti necessari per essere un buon oratore. E’ celebre il detto di Catone, in riferimento all’oratore in senso politico: “Vir bonus dicendi peritus”, ovvero “un uomo onesto esperto nell’arte del dire” (5); ben più articolata è la valutazione di Marco Tullio: “... Si deve infatti possedere una vasta cultura, senza la quale l’oratoria è un vaniloquio futile e ridicolo; e lo stesso stile deve venire ben plasmato non solo con la scelta ma anche con la disposizione delle parole; si devono poi conoscere a fondo tutti i sentimenti e le passioni di cui la natura ha dotato il genere umano; perché tutta la potenza e tutta l’arte dell’eloquenza devono essere impiegate a placare ed eccitare l’animo degli ascoltatori. Bisogna inoltre che nel discorso vi sia una certa grazia ed arguzia, e poi una cultura degna di un uomo bennato [il neretto è mio: proprio la cultura è una delle qualità che più fanno difetto nei politici d’oggi], prontezza e concisione sia nel replicare sia nell’attaccare, non disgiunte da fine garbo ed eleganza. E’ inoltre necessario conoscere bene la storia del passato… Né dev’essere trascurata la conoscenza delle leggi e del diritto civile…, [il] che deve essere sorvegliato nei movimenti, nella mimica e nella giusta e varia modulazione della voce…” (6) .

Ora, il filosofo romano non intende affatto dire, come si confermerà, che l’oratore debba assumere pose preventivamente studiate, ma possedere l’intuizione della giusta valutazione del momento, del pubblico presente, della situazione circostante; la sua non è una recita improvvisata, ma l’espressione sentita e viva nella compartecipazione con i suoi ascoltatori (fossero anche rivali o nemici). Come si è detto, nei saggi precedenti, l’oratoria deve essere insieme spontanea, sincera per quanto possibile, ma non improvvisata, non abbandonata al caso. La presenza dello studio e delle conoscenze dell’oratore non deve intervenire meccanicamente, ma in modo fluente, vivo e naturale, in modo che il pubblico non lo senta artificioso, ma come se fosse creato del tutto di getto in quel momento. L’ultima, ma non per importanza secondo Cicerone, è la capacità mnemonica: infatti, allora soprattutto, era necessario, proprio per dare il senso dell’immediatezza delle cose dette, avere prontezza di memoria: oggi, lo è meno, anche per l’abitudine di leggere discorsi scritti, ma questo è uno dei nodi dell’oratoria se il discorso non è una conferenza e non presenta dati di particolare complessità, non dovrebbe mai essere scritto, ma improvvisato, con al massimo qualche appunto scritto da utilizzare come traccia e per evitare la dispersività : “... Per questo non dobbiamo più chiederci stupiti il motivo per il quale sono così poco numerosi i buoni oratori, dal momento che l’eloquenza è la sintesi di tutte quelle discipline, ciascuna delle quali esige una grandissima fatica, ma dobbiamo esortare i nostri figli e tutti gli altri di cui ci stiano a cuore la fama e il prestigio, a rendersi consapevoli dell’importanza dell’eloquenza… (...) A mio parere, nessuno può essere un oratore compiuto se non ha acquisito la conoscenza degli argomenti e delle discipline più importanti. Infatti il discorso deve sbocciare e sgorgare abbondante dal sapere; se non è sotteso un contenuto ben conosciuto e padroneggiato dall’oratore, esso si riduce ad un’esposizione per così dire vuota e puerile…” (7) .
Dunque, l’oratore, o è uomo colto e parla di cose ben conosciute, oppure è un ciarlatano, un chiacchierone. Molto spesso si sentono complimentare personaggi celebri, attribuendo ad essi doti “comunicative”, confondendo ancora l’arte oratoria che si avvale della scienza e della conoscenza, con l’abitudine imbonitrice del venditore ambulante che esalta le merci in vendita .
Cicerone prosegue poi con il riferimento alla teoria ellenica dell’oratoria ed alle sue distinzioni: riconosce così l’inutilità di seguire una strada già battuta e a tutti nota, e preferisce esaminare invece i politici romani quali modelli di oratoria, almeno quelli del secolo a lui corrente, prendendo occasione da un dialogo (probabilmente in parte realmente accaduto) a Tuscolo, patria dello stesso Cicerone, tra Lucio Crasso ed altri personaggi. Ora, per evidenti ragioni in quanto non riguardano il tema estetico ma quello politico o sociale, tralascio le considerazioni sull’utilità dell’oratoria come strumento di propaganda, anche se Crasso asserisce pure importante l’eleganza della conversazione in ambito familiare o tra amici, Scevola, il suo interlocutore, pur apprezzando l’eloquenza respinge l’idea che essa possa essere l’unica qualità utile in politica e nei rapporti sociali, e cita personaggi antichi da Romolo in poi quali fondatori di uno Stato, senza bisogno di essere grandi oratori. Ricorda anche, quali abili oratori, i due fratelli Gracchi, primi forse in Roma ad usare questa arte di persuasione nell’attività politica. Crasso, quindi, riconosce che l’oratoria è importante per il politico, ma anche per il filosofo e lo scienziato, ricordando fra gli altri Platone, il quale, pur schernendo l’oratoria (aggiungerei io, di natura propagandistica, politica), era di per sé un grande oratore: “Che c’è, infatti, di tanto insensato quanto un vuoto risuonare di parole, siano pur sceltissime ed elegantissime, quando dietro ad esse non ci siano nessun pensiero e nessuna competenza ?….” (8) .

Crasso ancora sottolinea che, anche nel settore più tecnico dell’oratoria, come quello giudiziario, occorre essere capaci di incitare all’ira, all’odio, allo sdegno, o - inversamente – alla calma, alla pacificazione: ebbene, solo con un’ottima conoscenza dell’animo umano ciò sarà possibile (ed, infatti, quanti pretesi consiglieri di pace, con quel famoso e comune “càlmati, càlmati”, finiscono per eccitare ancor di più la rabbia dell’adirato: solo assumendo, almeno apparentemente, una rabbia ancora maggiore, chi vuol calmare, riesce nello scopo, perché la persona arrabbiata si rende conto dell’esagerazione e ne sorride; un altro pessimo sistema è quello di dare ragione ad uno dei due contendenti; ciò finisce per irritare l’altro: dunque, in un tal caso, occorre cercare, per calmarli, di dare ragione ad ambedue, mettendo in evidenza gli aspetti positivi delle pretese di uno e dell’altro).
Più avanti, c’è un capitolo sul paragone tra l’oratore ed il poeta, che viene considerato come “il parente stretto dell’oratore”(9): la cosa non appaia stramba perché tanto il poeta, come ogni letterato, deve esercitare opera di convinzione, ma più come seduzione, che non quale convincimento razionale o semi-razionale. Deve saper trasmettere sentimenti, con la differenza che l’oratore opera su fatti reali che stanno accadendo, il poeta perlopiù su cose inventate o trascorse, ma modificate dalla sua fantasia. Per Crasso, in sostanza, il vero oratore, come poi ulteriormente specificherà l’oratore “ideale”, deve essere cultore di tutte le arti liberali, utilizzandole non in modo saccente o dottorale, bensì con spontaneità, quasi per “ispirazione”. Scevola, viceversa, nega che gli oratori del tempo possedessero tali qualità e cita lo stesso Crasso come un esempio incompleto di tale oratore. Così Crasso allora risponde: “... io non ho parlato delle mie capacità, ma di quelle dell’oratore ideale: infatti, cosa ho imparato e cosa ho potuto conoscere io… se in me cui, a tuo parere, non manca completamente l’ingegno, ma certamente mancarono preparazione, tempo da dedicare allo studio e, per Ercole, anche la passione ardente di imparare, ti sembra ci sia tanta bravura, di che livello pensi sarà l’oratore in cui si fonderanno con un ingegno magari maggiore del mio le conoscenze che io non ho acquisito ?” (10) .

Antonio, un altro interlocutore (si tratta sempre di personaggi storicamente esistiti, ma a cui non necessariamente vengono attribuite tesi effettivamente sostenute dagli stessi), sostiene che l’ideale dell’oratore come uomo coltissimo è fuori della realtà, e non sarebbe praticabile una simile formazione. Quasi con un gioco di specchi contrapposti, Antonio ricorda un dibattito fra studiosi greci, che più o meno ripercorre la questione se l’oratoria abbia natura pratica o natura scientifica, con ciò affrontando il tema che, alla fine, rimane pure lo stesso, della distinzione fra “disertus” (facondo, chiacchierone, imbonitore, ecc.) ed “eloquens” (elegante, raffinato nel parlare, colto, ecc.). Riprende Crasso, sollecitato da altri personaggi, che gli chiedono se esista un’arte dell’eloquenza; egli inizialmente si schermisce, poi nega che esista una specifica arte dell’eloquenza, che si acquisisce non tanto con lo studio teorico, quanto con la pratica: “... che c’è di più sconveniente infatti del parlare del parlare, dal momento che il fatto stesso di parlare è sempre fuori luogo se non è motivato dalla necessità ?” (11).

Dunque, si parla per uno scopo concreto, non per parlare delle stesse regole del discorso (naturalmente, l’affermazione non va vista in una prospettiva didattica, dove necessariamente si insegnano le regole del discorso). Ed ecco un punto fondamentale: sono le doti naturali, in primo luogo, a fare dell’oratore ciò che è. Come si nasce con attitudini di un certo tipo, così si nasce o non si nasce oratore: “Ecco, dunque, come la penso – continuò Crasso - per prima cosa sono una disposizione naturale e l’ingegno che dànno il maggior contributo all’eloquenza, a codesti scrittori di retorica di cui ha parlato poco fa Antonio, non mancarono né il metodo né le regole dell’oratoria, bensì le qualità naturali; cuore e intelligenza devono infatti avere prontezza e agilità, da cui derivino acume nell’invenzione degli argomenti, ricchezza nello svilupparli e nell’ornarli, fedeltà e tenacia nel ricordarli. Se qualcuno pensa che tutto questo si possa ottenere con l’arte (il che è sbagliato…), cosa dire di quelle doti che senza dubbio sono congenite, vale a dire la lingua sciolta, il timbro della voce, i buoni polmoni, la vigoria fisica, la conformazione armoniosa del corpo e i bei lineamenti del volto…” (12).

Probabilmente, qui Crasso si lascia prendere la mano; d’accordo sui primi quattro punti (discutibile tuttavia la vigoria fisica, però è certo che chi non sta bene di salute, non ha certo voglia di far discorsi pubblici), ma il bel corpo ed il bel viso possiamo escluderli dalle qualità dell’oratore (chi mai possiede tante qualità riunite ?), L’affermazione va presa come paradosso, tuttavia non eccessivo: per l’oratore, anche il fascino, la piacevolezza complessiva conta. Nella storia dell’antica Ellade, è celebre l’episodio di una delle guerre tra Sparta e Messene: avendo chiesto gli Spartani aiuto agli Ateniesi, questi mandarono loro un poeta gobbo e storpio, il celebre Tirteo. Il dono poteva sembrare una derisione, ma Tirteo con la sua poesia infiammò così tanto gli Spartani in battaglia, da far loro ottenere una celebre vittoria. Il significato dell’episodio, probabilmente in parte esagerato, significa però che la bellezza della parola esula dalla bellezza del parlatore, mentre tuttavia non è del tutto irrelata alla bellezza della voce. Un oratore, per quanto bellissimo, elegante, facondo, che avesse una voce stridula o troppo bassa, o rauca, non trasmetterebbe agli ascoltatori la necessaria passione. Per Crasso, in sostanza l’oratore è un atleta della parola, come furono poi chiamati i celebri oratori francesi durante la Rivoluzione (detti, un po’ ironicamente, anche “tenori”).
Il fatto della voce, che sia alta, ma armoniosa, forte, chiaramente udibile, mai stridula, dote di natura che si può perfezionare (come, del resto, avviene nel canto che è ben più complesso), ma che c’è alla base o non c’è (chi ha voce bassa, rauca o stridula, può curarla sicuramente, ma mai tanto da apparire piacevole, solo meno spiacevole). Un aiuto, che nei tempi antichi non esisteva e che in parte veniva dato da una buona acustica in ambienti chiusi, ma pure aperti, se la disposizione degli edifici era tale da facilitare la diffusione del suono senza disperderlo, oggi è dato dal microfono, dall’altoparlante, da sussidi tecnici (in radio e televisione) che modulano la voce artificialmente, ma. per quanto si faccia, una pessima voce si tradirà comunque (ascoltando certi orribili dibattiti poi, oggi di moda, in cui tutti urlano, sovrapponendosi l’un l’altro e rendendosi reciprocamente incomprensibili, si verifica che, se la voce giusta, ben modulata, non c’è, tutte le soluzioni tecniche non servono a nulla). L’oratore è un po’ attore e un po’ cantante: nel suo discorso egli recita la propria parte, esprime se stesso, comunica le proprie aspirazioni ed i propri sentimenti, ma per essere piacevolmente ascoltato, egli deve pronunciare le cose appunto con un’arte data da attitudini spontanee, congenite, raffinate dall’esperienza e dallo studio .
Crasso, una volta fissate le doti dell’oratore ideale in generale, prosegue poi con il descrivere le doti dell’oratore politico, il quale non deve limitarsi a ricevere applausi e a suscitare entusiasmi, ma deve ottenere voti e sostegno concreto: “... non ci sono né diverbi né controversie che costringano a tollerare in teatro i cattivi attori come nel foro gli oratori incapaci. L’oratore deve procurare con cura non solo di accontentare coloro nei confronti dei quali ha precisi doveri, ma di suscitare ammirazione proprio in coloro che possono giudicare disinteressatamente… anche coloro che parlano molto bene e sono in grado di farlo con grande facilità e ricchezza espressiva, tuttavia se non provano un senso di paura quando si accingono a parlare e se non provano forte emozione nell’iniziare il discorso, mi dànno l’impressione di sfrontatezza… più un oratore è bravo… e più teme le insidie del parlare, l’esito incerto della sua orazione e le attese del pubblico…” (13) .
 
Qui Crasso-Cicerone dimostra la sua profondità psicologica, basata su una lunga esperienza: il grande oratore, essendo animato da una viva passione in modo autocritico, non può restare indifferente né a ciò che dice, né al modo in cui lo dice, ma ancor meno di fronte ai possibili effetti rispetto alle reazioni del pubblico, che possono essere più o meno favorevoli o negative. Descrivendo se stesso, Crasso riconosce di manifestare il suo “timore” anche fisicamente, col pallore del viso ed un certo tremito, che tuttavia l’esperienza pratica sa tenere sotto controllo, ed entro certi limiti mascherare. Pur tuttavia, il pubblico deve sentire l’emozione dell’oratore, altrimenti essa non potrebbe trasmettersi al pubblico, ma tale emozione deve apparire per le cose da dire, piuttosto che per il timore di parlare (eventuali oppositori ne approfitterebbero per disturbare l’oratore onde intimidirlo ancora di più, soprattutto in sede politica).
Antonio conferma quanto osservato da Crasso con ulteriori osservazioni: “... noi siamo esposti a un giudizio ancora più severo quando parliamo: … siamo sotto esame; e, mentre di un attore che ha sbagliato un gesto, non si pensa subito che non sappia gestire, al contrario l’oratore nel cui discorso è stato rilevato un errore, incorre in una fama, se non eterna sicuramente ostinata, di ottusità…” (14) .

Stabilite le qualità naturali necessarie all’oratore, Cicerone, per bocca di Crasso, espone poi la tecnica della retorica che, essendo già esaminata in altri autori senza differenze significative, ritengo utile omettere, onde evitare noiose ripetizioni anche perché poco utili all’aspetto estetico, e non meccanicamente tecnico, del tema che tratto. L’unico aspetto che può avere un certo interesse concerne l’esercitazione, la quale consente di aumentare la sicurezza e di rafforzare le doti naturali, soprattutto la modulazione della voce, l’atteggiamento, e così via, al fine di risultare più convincente (come ho già osservato nelle precedenti occasioni, non è tanto la possibilità di “persuadere”, quanto quella di mostrare in modo più efficace la propria “persuasione”; una retorica moderna non ha pretese di conversione degli altri, quanto di mostrare agli altri che si è effettivamente convinti di ciò che si dice, di ciò che si sostiene non come mero “slogan”, ma come prodotto di un ragionamento).
Il dialogo continua, con interventi vari, ma, sempre dal nostro punto di vista, è abbastanza ripetitivo e, pertanto, poco apprezzabile. Nel Libro II, Cicerone interviene direttamente rivolgendosi al fratello Quinto, con un commento che potrebbe apparire di scarso apprezzamento nei confronti dei personaggi storici che egli fa discutere, considerandoli non particolarmente colti. Tuttavia, non nega che le modalità della conversazione affrontano le tematiche dell’arte oratoria con una certa completezza. Riprende quindi il discorso, mettendolo in bocca ai personaggi, ma non vi è nulla di particolarmente nuovo. Vi ribadisce la necessità del coinvolgimento emotivo dell’uditorio, puntando così non tanto sulle sue capacità razionali, quanto sui sentimenti degli uditori. Ora, tale affermazione ha sicuramente una sua importanza: l’oratore, infatti, parlando in un tempo necessariamente limitato, né facendo una conferenza su argomenti specifici e scientifici, è costretto, volente o nolente, a puntare più sulle reazioni emotive degli ascoltatori, che non sulle loro capacità razionali, sia in sede politica, sia in sede giudiziaria. Gli stessi giudici - dice Cicerone - devono essere coinvolti dall’oratore, come avvocato di parte. In effetti, il giudice, ieri come oggi, giudica non tanto in base a coinvolgimenti psicologici, emotivi, inconsci, quanto ad un opportuno calcolo delle forze, sulla base del quale interpreta ed applica la legge (o la norma, più in generale), Se bastassero buone doti oratorie, avrebbe ragione il Manzoni nel suo celebre aneddoto sul giudice che dà ragione prima all’uno, poi all’altro, quindi al figlioletto che, voce della coscienza logica, gli esclude che possano aver ragione ambedue. E’ difficile pensare che giudici, generalmente ben smaliziati, si lascino indurre nelle loro decisioni da ragionamenti fini o da esclamazioni commoventi. Pensiamo ad esempio all’”Apologia di Socrate”: il testo, scritto da Platone sulla linea del discorso originale di Socrate stesso, non è privo di nessuna delle doti oratorie, né razionali, né emotive, né di ironia (e quindi di piacevolezza estetica), eppure la cicuta non gliela tolse nessuno: il fatto che egli, in quel momento, rappresentava la parte debole, quindi più facile da colpire, era un motivo più che sufficiente per mandarlo a morte. Se ciò vale per il primo processo documentato della storia (per quel che so), vale per tutti i successivi processi. Errano dunque, i teorici dell’oratoria che ritengono importante, nel giudizio, l’abilità eloquente, la capacità dimostrativa, l’acutezza argomentativa. Eppure Cicerone, che fu a suo tempo avvocato, accusatore e giudice, così fa dire ai suoi personaggi (nel caso specifico Antonio): “Strettamente connesso a questo tipo di eloquenza ce n’è uno diverso, che, in tutt’altro modo, scuote l’animo dei giudici e lo spinge all’odio o all’amore [addirittura !], li rende favorevoli alla condanna o all’assoluzione, li spinge al timore o alla speranza, alla simpatia o all’avversione… dal punto di vista dell’oratore è auspicabile che i giudici già di per se stessi nutrano nei confronti della causa sentimenti favorevoli ai suoi interessi [la visione, espressa da Cicerone, è l’esatto contrario del modello che si spaccia nelle aule di giurisprudenza e nelle opere teoriche, ma è di gran lunga più realistico, anche oggi, malgrado i due millenni trascorsi]… anch’io, quando mi appresto ad agire sull’animo dei giudici in una causa molto importante e incerta, concentro ogni mio pensiero nell’accurato studio di fiutare, con quanto più sagacia posso, i loro sentimenti, i loro pensieri, le loro aspettative… Nel caso invece che il giudice sia spassionato e neutrale, c’è più da fare: bisogna dar vita a ogni emozione con il discorso, senza l’aiuto della propensione naturale del giudice [il neretto è mio, per sottolineare il concetto di giudice comunque manovrabile, anche se inizialmente onesto ed imparziale]…” (15) .
Importante è, però, che si aggiunge che è l’oratore in primo luogo a dover provare quei sentimenti: se facesse finta e basta, la sua espressione non avrebbe tale efficacia da trasmetterla al giudice. Più avanti, citando se stesso (ma è sempre Cicerone che sottoscrive), ricorda l’esigenza, nel corso dell’arringa o della requisitoria, di modificare lo stile (guai alla monotonia, guai a dimostrarsi sempre infuriato o sempre calmo, pur esaminando situazioni diverse: chi urla sempre o chi sussurra sempre, finisce per stancare il pubblico, tanto più se il discorso è lungo e complesso). Ancora, vengono esaminati i modi con cui coinvolgere emotivamente i giudici o il pubblico (anche far reagire il pubblico, che sussurra, si lamenta, o talvolta esce in esclamazioni, è un modo per far pressione sul giudice), ad esempio puntando sul disinteresse della persona difesa, sulla gelosia, sull’invidia (un corredo di “ottime” qualità per smuovere persone che dovrebbero essere del tutto indifferenti a simili emozioni), sul ridicolo (suscitare il riso per umiliare l’avversario), sull’ironia anche come uso di doppi sensi e giochi di parole.
Sempre saltando le considerazioni di carattere più tecnico, che qui consideriamo superflue ai fini del nostro argomento su temi estetici, Cicerone considera modello insuperabile nell’ironia proprio Socrate per piacevolezza e garbo, in cui scherzosità e serietà si affiancano e si armonizzano, ma elenca poi moltissimi altri esempi di personaggi della storia di Roma, tra cui Catone il Censore, celebri per le loro battute ironiche o sarcastiche: “... Il riso si sollecita frustrando le attese, deridendo il carattere altrui, rivelando in modo comico il proprio, con paragoni degradanti, oppure facendo dell’ironia o dicendo cose paradossali o censurando la stupidità. Pertanto, colui che vorrà esprimersi in modo spiritoso, dovrà assumere un’indole, per così dire, e abitudini consone ai vari generi, in modo tale da saper adeguare anche l’espressione ai vari tipi di facezie. E quanto più uno è serio e severo…, tanto più sapide solitamente risultano le sue battute…” (16) .
Sempre secondo il grande oratore, le battute di spirito sono molto importanti nei discorsi al popolo, che richiedono brevità, sintesi, conoscenza della psicologia di massa, ovvero prevederne le reazioni, in modo da conquistarne la simpatia o, almeno, evitarne la contestazione che può seppellire colui che parla in un coro potentissimo di urla e di fischi (oggi, almeno; non so se al tempo dei Romani si usasse fischiare gli oratori). Dopo altre disquisizioni di carattere tecnico, si passa al Libro III, all’inizio del quale si rievoca la morte, frattanto avvenuta, di Crasso, esprimendo dolore per questo, ma anche il conforto che non avesse potuto vedere l’aggravarsi delle guerre civili. Si riprende poi il dialogo. Per Crasso, l’unione tra contenuto e forma risulta imprescindibile anche nel discorso: “... infatti ogni orazione è fatta di contenuto e di parole: le parole non trovano collocazione se viene a mancare il contenuto, e il contenuto non si può esprimere con chiarezza eliminando le parole [oggi errano anche coloro che sostengono che certe immagini sono più significative delle parole, dimenticandosi che già una tale affermazione è costituita da parole. Se, infatti, ci limitassimo a vedere immagini fotografiche, senza didascalie, o immagini in movimento senza l’accompagnamento sonoro, non capiremmo nulla dei fatti in corso pur trattandosi di personaggi già conosciuti. Basta provare a togliere l’audio: che cosa si capisce di quanto si vede?]. credo che i grandi del passato, che avevano una visione mentale più ampia, abbiano spinto la loro comprensione ben al di là di quanto possa farlo il nostro ingegno: essi affermarono infatti che quanto esiste sopra e sotto di noi è un tutto unico, tenuto insieme da un’unica forza e armonia della natura, Non vi è nessun genere di cose che possa esistere da solo, separato dagli altri, e che non sia indispensabile agli altri per conservare la loro essenza e la loro eternità…” (17) .
 
Cicerone mette così in bocca a Crasso una giustificazione ontologica panteistica per la sua concezione estetica, sul rapporto stretto ed ineliminabile tra forma e contenuto nell’arte del discorso (e, aggiungerei io, in qualunque forma d’arte, dove ad esempio il termine “arte astratta”, pretendendo di rappresentare solo una forma, un’astrazione senza un determinato contenuto, è tutto sommato inapplicabile o contraddittorio, in quanto il contenuto, seppure non corrispondente ad una realtà concreta, è pur sempre sussistente come disegno, come rappresentazione grafica, come colore, e così via). Ancora, Crasso critica i contemporanei, i quali, non sapendo cogliere l’unità della realtà, affrontano i problemi suddividendoli ed analizzandoli in modo da risultare dispersivo, e quindi rendendoli irrisolvibili. Prosegue sottolineando che, nell’eloquenza, esistono sicuramente stili diversi, ma devono comunque essere tutti piacevoli, mostrando come anche in altre arti ciò avvenga, sollecitando il piacere di tutti i sensi; elogia la dignità ed il garbo di Catulo, la celebre espressione di Cesare, allora del tutto nuova, l’accuratezza e precisione di Cotta, l’impeto di Sulpicio, la forza e la veemenza di Antonio (sono gli interlocutori nel dialogo). Tornando alle origini, sottolinea le comuni radici tra oratoria e filosofia, specialmente nella Grecia classica, ritorna su Socrate, che considera un modello sotto ambedue gli aspetti. Riguardo alla filosofia più idonea in quel momento all’arte oratoria, Cicerone respinge quella degli epicurei, degli stoici, soffermandosi su peripatetici (aristotelici) ed accademici (platonici, a loro volta divisi in due scuole). Cicerone qui adotta una curiosa metafora, sostenendo che da uno stesso “fiume”, un ramo sfociò nell’Adriatico, e fu quello dei filosofi, l’altro nel Tirreno, e fu quello degli oratori “etrusco, barbaro, pieno di scogli e pericoloso” (18): qui si apre come un lume sul rapporto, quasi ignorato, tra cultura etrusca e cultura romana. In una forma criptica, Cicerone sembra sostenere che l’oratoria romana, almeno nelle sue radici, non ebbe come modello quello ellenico, ma quello etrusco. La cosa appare di notevole interesse perché sulle arti letterarie etrusche conosciamo pochissimo, in parte perché già anticamente distrutto (Roma quasi si vergognava di dovere tantissimo all’Etruria, quasi un matricidio psicologico), in parte perché perduto successivamente (ricordo che ancora l’imperatore Claudio scrisse un’opera sulle antichità etrusche) .
L’esposizione di Crasso procede ancora lungamente con un’analisi dei vari aspetti e delle parti del discorso che più o meno ricalcano quanto detto dai rètori precedenti e che ritengo inutile ripetere qui (come si è detto la monotonia annoia l’ascoltatore e il lettore, ed anch’io devo rispettare questa regola evidente, se non voglio che chi mi segue, passi a cose più amene…). Verso la conclusione si ribadiscono le analogie tra attore ed oratore, per quanto riguarda certi aspetti: in fin dei conti, l’oratore non è che un attore che recita una parte specifica riguardante però fatti reali in corso, e non situazioni del tutto inventate o in parte romanzate, come farebbe un attore. Così avviandomi alla conclusione di quest’opera, ritengo opportuno riportare le parole stesse di Cicerone, che mi sembrano ineguagliabili per chiarezza concettuale e finezza psicologica: “Tutte queste emozioni devono essere accompagnate dal gestire, ma non da quello teatrale…, bensì… che chiarisca la situazione e il pensiero in generale, non con la mimica [punto assai interessante questo, di fronte ad oratori celebri del ‘900, pensiamo ad un Mussolini o a Hitler, ed altri che molto puntavano sulla mimica: Hitler arrivava anche a vere e proprie smorfie. L’oratore deve mantenere dignità al suo volto, non far “boccacce”, appena gli occhi o qualche cenno del viso devono esprimere i moti dell’animo; è sulla voce che bisogna contare e sul gesto non eccessivo] ma con semplici cenni, e questo portamento del busto vigoroso e virile preso… da chi si esercita con le armi e nella palestra. I movimenti delle mani devono essere meno espressivi, con le dita che accompagnano le parole e non le sostituiscono; il braccio, quasi come l’arma dell’orazione, deve essere ben proteso in avanti; nei momenti di maggior tensione… si batterà il piede. L’elemento fondamentale è però l’espressione del viso, che a sua volta dipende completamente da quella degli occhi… L’actio scaturisce direttamente dall’anima; il volto è lo specchio dell’anima, e gli occhi ne sono gli interpreti, perché essi sono la sola parte del corpo capace di dare espressione diversa a tutte le passioni e a tutte le loro sfumature… Perciò c’è bisogno di grande senso della misura nel muovere gli occhi: non si deve alterare troppo l’espressione del volto, per non cadere nel ridicolo o in qualche smorfia… usare gli occhi, assumendo un’aria severa, ora mite, ora corrucciata, ora ilare…(...) l’espressione del viso è la cosa più importante dopo la voce: ed essa dipende dagli occhi…(...) Senza alcun dubbio… riveste il ruolo più importante la voce. Dobbiamo in primo luogo augurarci di averne e poi prendercene cura, qualunque essa sia. Il modo migliore di curare la voce non rientra affatto nei precetti che vi sto esponendo tuttavia ritengo che essa sia da coltivare con molta attenzione… Per preservare la voce niente è più utile del frequente mutamento di tono, e niente è più dannoso di una tensione continua…(...) In ogni voce c’è un tono medio, ma ciascuna voce ha il suo; l’innalzare gradatamente la voce dal tono medio è utile e piacevole (iniziare a parlare gridando ha infatti un che di rozzo), ed è anche benefico per conferire forza alla voce stessa. C’è poi un punto estremo del forzare la voce, che si trova però più in basso della nota più acuta… Di contro… c’è il punto estremo di abbassamento, che si raggiunge scendendo per così dire una scala di toni. Questa varietà e questi passaggi ella voce attraverso tutti i toni salvaguarderanno la voce e aggiungeranno fascino all’actio…”(19) .

Potrebbe essere interessante, ma io non sono in grado di farlo con la dovuta competenza, confrontare queste regole d’uso della voce con quelle più specifiche e complesse del canto, ma sarebbe da sottolineare una notevole differenza: mentre l’oratore pronuncia il suo discorso, e dà egli stesso l’andamento dei toni e del volume necessari (o che tali ritiene), nel canto le regole vengono date dall’andamento musicale di base, che, se può sicuramente essere variato nel tempo e nel volume, non può essere variato nella successione matematica delle note. Con queste osservazioni e con qualche inevitabile convenevolo, il dialogo si conclude .
Personalmente, a commento conclusivo e riassuntivo, osservo i seguenti punti fondamentali :

1) la capacità oratoria è un elemento essenzialmente congenito della persona, una dote naturale, che è caratterizzata dall’abilità di impostare un discorso in modo logicamente ordinato e “piacevole” (non nel senso che diverta necessariamente, ma che sappia conquistare l’interesse degli ascoltatori);
2) tale capacità è rafforzata dalla dote naturale di una voce forte e gradevole, non stridula e non monotona, che sappia variarsi di tono, di volume e di ritmo;
3) non conta la bellezza fisica dell’oratore o la sua imponenza, ma l’atteggiamento, che deve “imporsi” psicologicamente agli ascoltatori, dimostrando autorevolezza;
4) i contenuti del discorso (che non sia una conferenza di natura scientifica, ovviamente) devono essere esposti in maniera stringata, sintetica, tale da esporre concetti fondamentali, non come puri slogans propagandistici, ma come conclusioni di un ragionamento implicito;
5) le doti naturali si affinano con l’esercizio e l’esperienza (soprattutto, si intende l’esperienza di parlare ad un pubblico, cosa questa che, le prime volte, intimidisce, anche di fronte a bambini, come ben sanno gli insegnanti); oggi i nostri mezzi tecnici ci consentono di osservarci con l’occhio di un estraneo, nel senso che l’oratore non deve fare esercitazioni artificiose davanti ad uno specchio, immaginandosi di essere di fronte ad una folla, bensì farsi filmare senza che lo sappia, in una situazione reale, quindi osservarsi criticamente, onde eliminare gli inevitabili, ma più vistosi, difetti di atteggiamento e di pronuncia. La perfezione è impossibile e sarebbe, di fatto controproducente, perché andrebbe a danno della naturalezza e della personalità del discorso: i difetti, se non eccessivi, dànno comunque un carattere personale all’eloquenza dell’oratore. Se tutti fossimo perfetti, tutti saremmo uguali e, dunque, ripetitivi e noiosi: meglio dunque difetti limitati e perdonabili, che non la monotonia artificiosa .
L’altra opera, che qui esaminerò ben più sinteticamente, viene attribuita a Cicerone, ma molti non la considerano tale: non starò ad analizzare se l’attribuzione abbia o non abbia una qualche validità, ma la cosa più probabile è che “La retorica a Gaio Erennio” , se non direttamente ciceroniana, sia di qualche suo alunno, seguace ed ammiratore, come spesso accadeva nell’antichità. Generalmente questi testi di falsi o dubbi autori sono preceduti da uno “pseudo”, come vedremo per Longino “Sul sublime”; nel caso di questo testo di retorica, l’attribuzione è diretta e, seppure il commentatore Filippo Cancelli, la escluda, pur tuttavia il nome dell’autore si riferisce al grande oratore, filosofo e console romano. In sincerità, io nulla posso aggiungere su questo, per cui rinvio chi ne fosse interessato alla lettura delle presentazioni del testo, nell’edizione citata alla nota (2). Chiarito questo problema, passo ad una analisi sommaria: il manuale di retorica si presenta in forma di lettera, non di dialogo come l’opera precedente, e si distingue in quattro libri, il primo dei quali espone i generi delle cause e dei conseguenti stili, secondo il modello greco, già visto in Aristotele e successori (dimostrativo, deliberativo e giudiziale). Il compito dell’oratore è la persuasione (20), ed il suo discorso deve essere ordinato secondo le tappe dell’invenzione, della disposizione, dell’elocuzione, della memoria, della pronuncia .
Già queste distinzioni hanno un che di artefatto: mi ricordano le regole che a noi bambini, circa cinquant’anni fa, ci davano per la stesura di un tema, cominciando da una necessaria introduzione, seguita dall’esposizione e dalla conclusione, come se, senza aver seguito questa rigida tripartizione, lo svolgimento non valesse nulla. Il bello stile, invece, richiede spesso di entrare nel mezzo del discorso senza eccessive premesse: il guaio è che queste regolette, che in certa misura sono necessarie al fine di dare ordine al discorso, rischiano però di bloccare lo scrittore in erba, pensando di dover fare chissà che. Personalmente, ho cominciato ad imparare a scrivere (o, almeno, lo spero…) quando non mi sono più curato di far contenti i docenti di italiano, scrivendo come mi veniva spontaneo .
Il II Libro si occupa della causa del discorso, soprattutto in sede di dibattimento giudiziario. Il III Libro riguarda parti successive del discorso, come la disposizione, la pronuncia e la memoria. Il IV Libro è rivolto all’elocuzione, sotto l’aspetto della forma, ovvero quella estetica, ed è pertanto l’unico di cui mi occuperò in modo diretto. L’Autore sostiene l’esigenza di affrontare l’aspetto estetico, non con esempi altrui frutto di una modestia più o meno sincera, ma comunque inefficace, ma con esempi propri: “... Sostengo dunque che peccano quelli perché usano gli esempi degli altri, ancor più sbagliano perché traggono gli esempi da molti (autori)… “ (21) .

Secondo l’Autore, gli esempi altrui non sono rispondenti all’arte, sono spesso citati forzatamente e in modo inadatto. E’ altresì opportuno non adoperare le antiche dizioni greche, ormai lontane dall’uso, e dunque ostiche. Distingue così la precettistica in due parti, quella sulle forme dell’elocuzione e quella dei caratteri che deve avere. Malgrado le promesse, egli tuttavia non sembra fornito di particolare originalità in queste suddivisioni, distinguendo gli stili come elevato, medio e umile. Il primo è caratterizzato da armoniosa struttura con nobili parole, il medio - ovviamente - si pone ad un livello più basso, ma senza essere pedestre, l’umile corrisponde all’incirca al parlare quotidiano, seppure in forme corrette. Siccome la lingua batte dove il dente duole, e nel suo caso come in quello di molti altri retori, ci si riferisce al discorso giudiziario, ecco che ce ne dà un esempio: “... chi infatti è di voi, o giudici, che possa immaginare una pena abbastanza adeguata contro colui che ha meditato di abbandonar la patria ai nemici? quale delitto può compararsi a questo misfatto, quale supplizio può trovarsi proporzionato a questo crimine? Gli antenati comminarono le pene massime contro quelli che avessero usato violenza a un uomo libero, o fatto oltraggio a una matrona..., non riserbarono a questo trucissimo ed empio misfatto, una pena particolare…” (22) . 

 E’ pur curioso che, dopo aver fatto seguito con una serie di esclamazioni (23), tuttavia non sembra raggiungere né elevatezza, né ragionevolezza e conclusività del discorso. L’esempio che segue, in stile medio, non cambia nulla nei contenuti, ma presenta il delitto in forma più discorsiva: “... vedete, giudici, contro chi facciamo la guerra. Con alleati i quali sono stati soliti combattere per noi e insieme con noi difendere con valore ed energia il nostro impero… Essi, avendo deciso di farci la guerra, domando, qual era la cosa, fidando nella quale tentassero di intraprendere l’ostilità, mentre comprendevano che la stragrande maggioranza degli alleati sarebbe rimasta nella osservanza [del rapporto di amicizia]?” (24)
 
Dopo una serie di arzigogoli, sinceramente di dubbio gusto, risponde a se stesso, ma per nulla dimostrando di che si tratta, che questi alleati hanno tradito per la ragione sostenuta dall’oratore, senza che questa ragione si sappia. Segue poi un esempio di stile umile, riguardante un tema ancora inferiore, ovvero un litigio ai bagni pubblici. Ora, prima di mostrare questo esempio, ritengo necessario osservare che qui l’Autore si contraddice, perché dopo aver parlato di stili, in realtà parla di contenuti, da quello più rilevante (il tradimento della patria da parte di un cittadino), a quello meno rilevante (il tradimento di un alleato), a quello di rilievo infimo (un litigio al bagno). eppure, lo stile avrebbe dovuto riguardare un medesimo contenuto, ovvero come poteva essere affrontata la questione tradimento della patria, con tono elevato, con tono medio e con tono minimo, perché allora la differenza si sarebbe potuta notare meglio. Forse, proprio in questa rozzezza di esposizione, potrebbe essere chiara la non attribuibilità a Cicerone dell’opera (c’è una notevole differenza tra “L’Oratore” e “La Retorica” proprio nella capacità argomentativa e nelle esemplificazioni). 

Vediamo dunque qualche riga dell’esempio: “... come infatti questi per caso fu giunto ai bagni, dopo che si fu asperso, cominciò a massaggiarsi; poi, quando parve il momento di scendere nella vasca, eccoti, tutt’a un tratto, costui: ‘Ehi – dice – giovanotto, i tuoi servi mi hanno or ora picchiato; bisogna che tu me ne soddisfaccia’. Questi, a quell’età, per essere stato chiamato da uno sconosciuto fuor dell’abitudine, arrossì…” (25) .
Non è necessario continuare la citazione: il più giovane si sente offeso di essere richiamato con urli in un luogo pubblico. L’esempio finisce senza conclusione. Diciamo, dunque, che anche tale esempio, per quanto riferito ad un semplice litigio, non pare molto confacente: infatti, il vero Cicerone, se non è l’Autore di questo scritto, avrebbe potuto obiettare che ogni argomento può essere trattato nei tre stili, o anche in uno stile misto dei tre, con carica ironica o derisoria, oppure amplificativi, a seconda delle necessità. Certamente, lo stile è condizionato dall’argomento, ma non a tal punto da dover essere utilizzato in modo rigido. L’Autore, infatti, poi aggiunge, ma non certo coerentemente che: “... Bisogna poi fare attenzione, che, mentre perseguiamo queste forme di stili, non cadiamo nei difetti prossimi e connessi. Infatti, allo stile elevato, che è lodevole,, è vicino quello, che è da fuggirsi, il quale… si denominerà gonfiato… così il discorso elevato spesso agli sprovveduti pare sia quello che è turgido e ampolloso, quando qualcosa è detto o con neologismi o con arcaismi… o con più altisonanti termini di quanto richieda il soggetto…” (26) .

In effetti, un argomento elevato deve essere trattato, preferibilmente, con stile e toni elevati, ma può pure essere trattato con sobria semplicità, se tale modo corrisponde ai sentimenti dell’oratore o dello scrittore, o se il pubblico, di un certo tipo, lo capisce meglio. Viceversa, un argomento pedestre, trattato in tono elevato, diventa ridicolo, e ciò potrebbe essere fatto a scopi ironici (gonfiare prima, per sgonfiarlo poi). Sicuramente, pensando agli esempi portati dall’Autore, il tradimento della patria e una discussione ai bagni non sono argomenti trattabili nel medesimo stile e negli stessi toni, quantunque si possano usare stili misti, in modo da dare varietà al discorso (ad esempio, due oratori diversi esporranno lo stesso evento l’uno sottolineando certi aspetti e calcando certi fatti, l’altro potrebbe fare il contrario).
Per l’Autore, dopo aver tratteggiato la questione degli stili in forma eccessiva o caricata, sostiene che una perfetta elocuzione deve possedere un linguaggio puro e schietto, fornito di latinità (ovvero, proprietà di linguaggio, senza uso di barbarismi) e chiaro, ovvero privo di solecismi, termini che non si accordano con i precedenti. Il discorso deve essere altresì chiaro, usando termini usuali, non di difficile comprensione (ciò val bene negli stili medio ed umile, ma non si accorda con lo stile elevato o solenne, che tende viceversa ad un linguaggio più raro, almeno per l’ascoltatore o il lettore comune: è evidente che molto dipende dal tipo di pubblico). Consiglia di non abusare troppo di termini con vocali che, a suo parere, rendono l’espressione sgraziata: per capire questo, è impossibile citare l’esempio in italiano, per forza di cose; ritengo più opportuno farlo in latino (e poi riportarne la traduzione): “Bacae aeneae amoenissime impendebant “ (palline bronzee pendevano gradevolissimamente) “O Tite, tute, Tatei, tibi tanta, tyranne, tulisti, / et hic eiusdem poetae…” (O Tito Tazio, tu proprio, tiranno, ti gravasti di sì gran mali, e quest’altro dello stesso poeta)(26).

L’Autore condanna sia il sovraccarico di vocali, come nel primo verso, sia l’eccessiva ripetizione di una medesima consonante, come allitterazione. Prosegue col segnalare come si possa raggiungere la bellezza, che orna, insieme alla varietà, il discorso: la varietà appare così fondamento imprescindibile della bellezza. Spiega poi alcune figure retoriche, come l’epanafora o anafora, che consiste nel ripetere lo steso inizio, con scopo rafforzativo. Perché non risulti noioso, dovrà esser pronunciato in un crescendo di tono e volume, perché altrimenti si tratterebbe di pura ripetizione. L’antistrofe o epifora è la ripetizione di una parola, ma alla fine del discorso, quasi come un riassunto. La pronuncia dev’essere sempre in crescendo. Segue con ulteriori esempi di figure retoriche, già del resto viste in precedenti occasioni e di scarso interesse. Ricade ancora una volta nel discorso giudiziario, questa volta con un lungo esempio sul comportamento poco casto di una donna: anche qui non sembra il caso di soffermarsi nelle citazioni, in quanto abbastanza banale (qui il filosofo Gorgia, con ben altro spirito e finezza, psicologica ed argomentativi, aveva difeso Elena, dall’accusa di aver provocato una guerra col suo peccaminoso comportamento). Figure ed esempi verbali sono numerosissimi, ma ai nostri fini di scarsa utilità: il difetto di questo tipo di retorica, del quale l’Autore aveva pur preteso di voler dare un’aria di originalità, è quello di essere puramente classificatorio (tassonomico). Irrigidendo il discorso in formule prestabilite, invece di abbellirlo, lo appesantisce. Alla fine, chi volesse applicarlo, finirebbe per renderlo rigido e noioso: assomiglia molto al metodo giuridico, nell’ambito del quale del resto nasce. Scarsa capacità di vita e sterilità estetica sono le conseguenze di un simile modo di procedere. Ben diverso era stato il discorso di Cicerone nell’”Oratore”, dove si vedeva una certa vivacità artistica anche nei punti più tecnici. Quindi, forse più che in un linguaggio meno sciolto, l’appartenenza ad uno scrittore diverso da Cicerone è data proprio dalla diversa mentalità ed impostazione, anche se la cosa può essere in parte giustificata trattandosi di un manuale. Eppure, se si fosse voluto insegnare ad un giovane il gusto per gli stili belli, sarebbe stato più opportuno sollecitarlo a leggere grandi scrittori, piuttosto che rimpinzarlo di formule rigide. E’ proprio a causa di una tale mentalità, incapace di uscire dagli schemi fissi o di tentare almeno di renderli più flessibili, che la letteratura latina comincia una sua inarrestabile decadenza nei secoli dell’Impero, e la retorica apparire rigida e falsa; per poter risollevarsi, occorrerà arrivare al Basso Medioevo e alle letterature neolatine o “volgari”.


NOTE :
  1. Utilizzo, anche per maggior reperibilità, l’edizione della BUR (Milano, 2006), con testo a fronte, a cura di Emanuele Narducci, con note di Ilaria Torzi e Giovanna Cettuzzi, che sono anche le traduttrici, insieme a Mario Martina e Marina Ogrin. L’opera è del 55 a. C. .
  2. Qui il riferimento è all’edizione negli Oscar Mondadori, a cura di Filippo Cancelli che ne è anche il traduttore, sempre con testo a fronte (Milano, 1998) .
  3. Sull’Oratore”, ed. cit., pag. 127 .
  4. Si tratta di un riferimento, non solo generale, ma anche autobiografico. Egli stesso si recò in Grecia, studiando l’oratoria alla Scuola di Molone, che cercava di mediare tra le due tendenze quella asiana (ampollosa, diremmo “barocca”) e quella più lineare e semplice di Lisia .
  5. Povero Catone (il maggiore, il Censore, il nemico assoluto di Cartagine), se avesse visto e sentito i politici d’oggi, né onesti, né esperti nell’arte del dire ! Pensiamo alla frase di moda che politici, sindacalisti e giornalisti adottano imitandosi l’un l’altro come pappagalli deficienti: non si usa dire più il verbo “distribuire”, riguardo ad esempio agli orari, al denaro o alle persone, ma “spalmare” (horridum auditu !!), come se si trattasse di burro, marmellata, crema, o stracchino, da mettere su una fetta di pane (giorni fa, un’agente di polizia stradale, una donna ufficiale, è uscita col dire che i morti in incidenti automobilistici erano “spalmati” in un determinato periodo: poveri morti, oltre che maciullati fra le lamiere, vengono poi addirittura “spalmati” come si fa con le fette imburrate ed arricchite di marmellata…) ! Io penso che, quando nei loro avelli questi grandi oratori esperti nell’arte del dire ascoltano simili frasari, si rivoltano facendo scricchiolare le loro ossa e i loro crani, con un selvaggio “rumor di croste”. Qualcuno, come Ugolino, si metterà a rosicchiare il cranio del vicino; qualche altro, pur se già ridotto in cenere, ruoterà i propri atomi, le proprie residue molecole in giri vorticosi e stridenti, in modo da far sentire il loro coro di protesta fin nell’alto dei cieli, perché Dio mandi giù qualche nuovo Diluvio o qualche bombardamento di pece, zolfo e fuoco, al fine di annichilire questi emettitori di rumori e di frastuoni !
  6. ibidem, pag. 131 .
  7. ibidem, pag. 133. Questo criterio ricorda in positivo quello espresso da Wittgenstein in forma negativa: “Di ciò di cui non si può parlare, occorre tacere”. L’asserzione in sé appare ovvia, soprattutto se tradotta alla lettera. Meglio sarebbe dire : “Su ciò che non si conosce, occorre tacere”. In effetti, quanta gente parla e a lungo di cose che non conosce affatto, riportando pedissequamente ciò che ha letto sul giornale o sentito su qualche mezzo audiovisivo. Soprattutto, se le cose non vengono rielaborate criticamente e comparate con altre informazioni e fonti di informazione, si finisce per sproloquiare, emettendo suoni piuttosto che parole e, attraverso esse, concetti e cose .
  8. ibidem, pag. 155 .
  9. ibidem, pag. 167 .
  10. ibidem, pag. 171 .
  11. ibidem, pag. 191 .
  12. ibidem, pag. 193 .
  13. ibidem, pag. 197 .
  14. ibidem, pag, 199 .
  15. ibidem, pagg. 429 – 431 .
  16. ibidem, pag. 517 .
  17. ibidem, pag. 585 .
  18. ibidem, pag. 621 .
  19. ibidem, pagg. 735 – 739 .
  20. Pensiamo alla celeberrima, ed oggi ipergonfiata tesi incompiuta di Carlo Michaelstaedter, il quale, da bravo ragazzo, contrappose invece la persuasione alla “rettorica”, come se le due cose dovessero essere completamente diverse, secondo uno spirito, a sua volta del tutto retorico, che la retorica sia cosa falsa e negativa. Ora, la retorica non è altro che uno strumento, che può essere bene o male adoperato; non è buona o cattiva in sé. Ogni volta che vogliamo dare regole (e non possiamo non darle, perché altrimenti il parlare risulterebbe incomprensibile ed intrasmissibile) al nostro discorso, facciamo della “retorica”. L’ingenuità o l’errore degli antichi non era di crearsi una retorica, anche se eccessiva nel suo formalismo, ma nell’illusione, più volte da me sottolineata a costo di annoiare il lettore, che essa possa “persuadere”, mentre può limitarsi soltanto ad “interessare” l’ascoltatore, il quale può di sua spontanea iniziativa approvare, disapprovare o restare incerto sui contenuti proposti dall’oratore .
  21. M. Tullio Cicerone, “La Retorica a Gaio Erennio”, ed. cit., Libro IV, pag. 189 .
  22. ibidem, pag. 197 .
  23. Veramente, il testo in latino presenta dei vocativi che non sono esclamazioni, cioè “O”; il traduttore li trasforma in esclamazioni “oh”, il che rende il testo ancora più pesante. E’ grave, per un traduttore confondere il vocativo (che chiama un soggetto), con l’esclamativo che serve ad esprimere i sentimenti (di meraviglia, di dolore, di stupore) di chi parla. L’esclamativo può restare da solo, perché è espressivo, il vocativo non può sussistere da solo: questo un traduttore dovrebbe saperlo, ma evidentemente non lo sa (cfr. pagg. 198 -199) .
  24. ibidem, pag 199 .
  25. ibidem, pagg. 201 - 203 .
  26. ibidem, pagg. 208 – 209 .

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RECENSIONE DE “I VINTI CHE AVEVANO RAGIONE” 
DI PIERO RISOLUTI - ED. ARMANDO ( Roma, 2011)
di Manlio Tummolo


Finalmente sono riuscito a leggere questo libro, che attendevo con ansia. Ciò che mi ha colpito di più era il titolo: “I VINTI che avevano ragione”, e la copertina con la fotografia di Aleksandr Kerenskij, già ministro nei Governi Provvisori della Russia post-zarista, e poi, per brevissimo periodo, primo presidente della Repubblica (democratica) Russa, il classico “Vinto” che risultò poi aver piena ragione. Consiglio, dunque, chiunque si occupi di storia in generale e del XX secolo in particolare, di leggere questo testo con la dovuta attenzione. Esso coinvolge sia una concezione filosofica della storia (possono i “Vinti” aver avuto ragione, se furono “vinti”?), sia una concezione storiografica in senso stretto (possono i “Vinti” avere una loro storia, una loro versione dei fatti ?). Sono due punti di vista, di merito e di metodo, essenziali, in quanto, se si fonda la storia sul successo, il “Vinto” non potrebbe mai aver ragione. Ma il vincitore, fin quando “vince” ha, dunque, “ragione”? Potrebbe esserci una ragione che dura finché si vince, e non si ha più quando si perde?

E’ in fondo un tema alla maniera di Carlo Michelstaedter, studente goriziano di filosofia e morto giovanissimo suicida nel 1910, pochi anni prima della Prima Guerra Mondiale: egli disquisì nella sua tesi “La Persuasione e la Rettorica”, tra altre cose, sulla distinzione tra ragione in quanto giustificazione, motivo scusante o fondante di un’azione, e la Ragione in quanto processo logico, che conduca alla Verità, alla conoscenza della Verità. Se aver ragione non significa avere successo, ma semmai indicare la strada più corretta per l’affermazione della Verità, di una Verità morale da raggiungere, non della miserabile realtà quotidiana a cui servilmente e vilmente adeguarsi (il becero realismo dei Girella, di giustiana memoria, tipico delle età dei rivolgimenti politici continui), necessariamente la vittoria materiale, in una determinata condizione o in un determinato momento storico, non significa affatto aver “ragione”. Può essere metodologicamente valido il criterio di Brenno “Guai ai vinti”? E se poi i “Vinti” riescono a vincere? E se il loro fallimento dura nel loro tempo, ma poi diventa successo decenni o secoli dopo ? E, d'altronde, esiste una Verità ontologica potenziale rispetto a quelle delle nostre miserie quotidiane, che deve servirci da orizzonte e da guida nell'operare umano, valida al di là ed oltre le nostre provvisorie contingenze ed i nostri provvisori interessi egoistici, individuali o di gruppo? 

Questo è il “po’ po’” di argomento che il Risoluti affronta, e già solo per questo merita elogio e attenzione, anche per l’originalità, seppure non assoluta, del tema . 

Il libro di Risoluti analizza, a titolo esemplificativo, quattro personaggi e un popolo, i Goti. Questo suscita una certa perplessità negli accostamenti fatti e sul criterio scelto per tali accostamenti, in quanto, a parte la vittoria o la sconfitta, non risulta affatto che vi sia tra questi un rapporto di "ragione", e vediamo perché. Si parte da Giuliano l'Apostata, si esamina la sorte dei Goti (soprattutto gli Ostrogoti in Italia e la loro guerra contro i Bizantini), il citato Kerenskij, lo Shah di Persia e, infine Saragat. Mi dispiace dover dissentire da tali accostamenti, vista l'importanza del tema. 

Vediamoli ad uno ad uno: Giuliano l'Apostata fu un "vinto che aveva ragione"? Ovviamente è difficile consentire sia sull'essere "vinto", sia sul "aver ragione". Come tutti gli uomini che durano al potere per anni, possono vincere e perdere. Egli non fu un "vinto" in senso proprio: semplicemente, affrontando la potenza persiana dei Sassanidi, gli accadde, forse per caso o forse per attentato cristiano, di morire in combattimento. Il suo errore fu di non aver consolidato prima la sua opera di restaurazione, non tanto pagana, quanto pluralista in senso religioso, prima di affrontare con una guerra così decisiva la potenza persiana. Nessuno lo tolse dal potere, fatta salva l'ipotesi di un attentato a tradimento di qualche militare di fede cristiana, il che è ipotizzabile, ma non suffragato. Sfortunato forse sì, ma non "vinto". Aveva ragione nel combattere la Chiesa cristiana che stava consolidando il suo potere politico? Dal punto di vista "pagano" o di filosofo neoplatonico, sì; dal punto di vista cristiano, no. C'è qui una neutralità laica? Non mi pare, perché tra le due religioni organizzate, il laicismo vero, modernamente inteso, non sussiste. Giuliano concepisce il ruolo delle religioni in una certa analogia col pensiero neo-idealista italiano: per i bambini e per gli ignoranti va bene la religione, per gli adulti pensanti occorre la filosofia. Giuliano l’Apostata non pare, dunque, aver ragione, né allora, né successivamente perché non aveva compreso né la conciliabilità, già avvenuta, tra neoplatonismo e cristianesimo, né che, inesorabilmente, il cristianesimo avrebbe soverchiato il paganesimo, in parte assorbito già dal cristianesimo stesso, nella sua forma ecclesiastica. 

Passiamo dunque ai Goti: che fossero stati vinti, ciò è indubbio, ma che avessero avuto “ragione”, questo è assai discutibile. I Goti erano stati inviati in Italia dall’imperatore di Bisanzio in suo nome e per suo conto, per abbattere il regno di Odoacre, il quale, a sua volta, rinviando le insegne a Bisanzio (e l’Autore lo rileva), aveva affermato la propria subordinazione, perlomeno giuridica, all’Impero Romano che, non è da dimenticare, mantiene questa sua fondamentale unità giuridica, pur nella separazione di fatto, dal 476 d. C. fino alla celebre notte del Natale 800, con l’incoronazione di Carlo re dei Franchi, fondatore del Sacro Romano Impero, col quale atto Carlo spezza, con la complicità della Chiesa Cattolica, la persistente unità giuridica dell’Impero, la cui parte occidentale viene sbriciolata progressivamente nel sistema feudale. A differenza di quel che sostiene il Risoluti, non furono i Goti, né gli Eruli, ad affermare l’indipendenza giuridica dall'Impero Romano, ma semmai, e non del tutto, i Longobardi, i quali rivendicarono il diritto all'intera Italia, da costituire in Regno unico e del tutto indipendente (come dimostra la denominazione di Regno d’Italia, che essi scelsero e che rimase fino a Napoleone I, attraverso la formale investitura con la corona ferrea), cosa che troverà, oltre all’ostacolo militare bizantino, quello della Chiesa cattolica alleata al Regno dei Franchi. Dunque, pare alquanto forzata la tesi dell’Autore nel vedere nei Goti gli anticipatori dell’”unità” italiana. E’ certo la Chiesa Cattolica, come ben rilevarono Machiavelli e Guicciardini, la vera antagonista di tale unità, che essa non poteva realizzare, ma che fece di tutto per impedire. 

Salto per ora Kerenskij, che esamino a parte, data la complessità della situazione nella Russia dal 1917 in poi, e soprattutto perché, a mio avviso, è l’unico qui ad essere “vinto”, pur avendo “ragione”: lo Shah di Persia Rehza Pahlavi o Pahlevi (a seconda delle trascrizioni), come va detto per Giuliano e per Saragat, può considerarsi un “vinto” se ha governato per decenni? A mio avviso assolutamente no, visto che per forza di cose nessun potere è persistente e magari dopo la morte (come nel caso di tanti dittatori) il potere cessa, non solo nella persona, ma anche nell’intero sistema. Semmai, per la storia recente dell’Iran, si possono dire “vinti” Mossadeq o Bani Sadr, piuttosto, in quanto, pur prevedendo un futuro positivo e democratico per il loro Stato, non riuscirono ad attuarlo. Quanto all’aver avuto “ragione”, come può aver avuto ragione una persona che, pur detenendo un forte potere, non è riuscita a stabilire col popolo un rapporto effettivamente democratico, anzi, pur recitando la parte dell’erede dei grandi Imperi assoluti degli Achemenidi e dei Sassanidi, non ha cercato, almeno, di ripristinare lo studio delle antiche tradizioni persiane e, soprattutto, dell’antica religione mazdea o zoroastriana? Egli, inoltre, compì non solo errori, ma anche colpe e delitti nei confronti del proprio popolo, facilitando quindi la reazione religiosa islamica estrema. 

Quanto a Giuseppe Saragat, secondo l’Autore fu un “vinto”, nel senso che non potè creare un’alternativa socialdemocratica sufficientemente forte in Italia. La tesi sarebbe vera e suffragherebbe il fatto che “avesse avuto ragione”, se egli avesse costituito un partito realmente indipendente sia dalla Democrazia Cristiana, sia dal Partito Comunista. Invece, commise lo stesso errore degli altri due partiti laici di origine risorgimentale, del PRI e del PLI, affiancandosi alla DC. Perse quell’indipendenza che pur aveva tentato di acquisire dal PCI e dal suo alleato PSI, ma per asservirsi alla DC nel reggerne i traballanti governi e maggioranze, prima e dopo il 1960 (anno del breve governo Tambroni, monocolore, ma sostenuto dal MSI in Parlamento). Dunque, non fu un “vinto”, in quanto arrivò personalmente anche alla massima carica dello Stato, fu al governo, sostenne prima le maggioranze di centro, poi quelle di centro-sinistra. Non “ebbe ragione” in quanto collaborò alla creazione di un sistema politico di scarsa efficienza e di poca onestà. Questo vale per lui, per il suo Partito e per gli alleati della DC, persone e partiti che fossero. Quando il sistema entrò in grave crisi tra il 1990 e il 1993, non c’era nulla di serio con cui sostituirlo, e apparve Berlusconi, il quale nuovo non era, seppure celato tra le retrovie del precedente sistema. E’, viceversa, facile capire che, se uno o tutti i tre partiti laici si fossero astenuti dal sostenere quasi ininterrottamente la Democrazia Cristiana, l’alternativa DC – PCI non sarebbe potuta mantenersi in eterno. La stessa Democrazia Cristiana avrebbe perso gran parte del consenso se fosse stata posta in condizioni di isolamento, come già lo era il PCI. Una volta che la D.C. fosse entrata in crisi, come pure è avvenuto, i tre partiti avrebbero potuto sostituire il sistema laico al sistema confessionale. 

Ed ora torniamo a Kerenskij, il quale, se in questi paralleli, è l’unico autentico “Vinto che aveva ragione”, non può certo trovare corrispettivi validi negli altri personaggi o gruppi citati. I modelli pre-kerenskijani, risalgono, se vogliamo, ai Sofisti democratici (Protagora, Gorgia, Antifonte, l’Anonimo di Giamblico), a Socrate, ad Aristonico di Pergamo, ai Gracchi, a Catilina, allo stesso Gesù Cristo, Arnaldo da Brescia, a Dante, a Marsilio da Padova, ai vari idealisti che sacrificarono, se non la vita, il proprio benessere all’ideale politico, sociale o religioso, fino ad arrivare ai Girondini, ai nostri Mazzini e Cattaneo, a Ferruccio Parri (un altro Vinto che aveva avuto ragione). Per la storia classica, Risoluti cita anche Catone: ma Catone fu il vinto dell’ultima ora, per anni aveva dominato nel Senato e fu decisivo proprio per l’illegittima condanna a morte dei Catilinari (Lentulo ed altri). Anche questo una figura di “vinto che aveva ragione” in maniera molto discutibile. “I vinti hanno ragione”, quando sono vinti provvisoriamente, quando i loro programmi sono sconfitti “hic et nunc”, ma aprono la strada del futuro, sono i rivoluzionari idealisti o pratici, i pensatori poco seguiti, coloro che sono ignorati ed inascoltati, ma le cui idee persistono nei decenni e nei secoli e finiscono, magari anonimamente, per trionfare. E’ questo ciò che caratterizza Kerenskij, e non caratterizza un Trotzkij, ad esempio, pure lui un “vinto”, ma senza rimedio senza possibile riscatto, un personaggio da ammirare per personalità, energia e coraggio, ma non certo per il suo programma. Risoluti, di Kerenskij, fa una descrizione un po’ contraddittoria, sulla quale concordo solo in parte. In realtà Kerenskij è uno sconosciuto, di lui si conosce qualcosa solo per la lotta contro Lenin e Kornilov e per l’attività di governo, ma anche questa superficialmente. Come si nota in Chamberlin, Kerenskij fu l’unico a capire la reale pericolosità di Lenin reduce dalla Svizzera, eppure era talmente democratico da accettarne il rientro, come anche quello dell’anarchico Kropotkin. Egli mai si oppose al rientro di coloro che poi gli furono odiosi e mortali nemici. Fu anche l’unico a lottare attivamente contro le forze marxiste e quelle reazionarie, anche se non necessariamente zariste, fin dall’estate del 1917. Egli stesso segnalò che Kornilov era un uomo di popolo, non un aristocratico, tuttavia ne capì la pericolosità. E’ un discorso lunghissimo che coinvolge l’intera storia della Rivoluzione da febbraio ad ottobre 1917, ma che poi si trascina, nella guerra civile, sino alla repressione della rivolta di Kronstadt del 1920 e all’espulsione di Trotzkij dal Partito. Giustamente Risoluti rileva l’onestà e la bontà di Kerenskij, sulla scia di altre valutazioni, ma Kerenskij fu tutt’altro che un sant’uomo oppure un ingenuo, quasi un sempliciotto (come molti pretenderebbero), e il fatto stesso di riuscire a morire tranquillo (sebbene perseguitato anche dopo morto dalla Chiesa Ortodossa russa che non lo volle sepolto in America, ma costrinse la famiglia a seppellirlo in Gran Bretagna), dimostra che ebbe astuzia e sangue freddo, oltre al coraggio personale. Per capirne completamente la personalità, va ricordato - come curiosità - che fu molto amato dalle donne, malgrado non si potesse dire attraente (il suo viso e il taglio dei capelli fanno ricordare Stan Laurel, l’attore comico Stanlio, pure lui slavo d’origine). La moglie Olga Baranovskaja Kerenskaja gli dedicò un libro “I Morti non parlano” tradotto e pubblicato nelle Edizioni Paoline, in cui, malgrado tradimenti e divorzio, ne fa una descrizione assai affettuosa a tanti anni di distanza. La stessa casa editrice pubblicò di David Anin una ricca antologia di scritti sulla Rivoluzione di Febbraio, che conferma la valutazione positiva della stessa democrazia del 1917, effimera nel fatto non nel Diritto, contrapposta alla violenza e all’orrore del bolscevismo. Ma, sul piano storico e politico, si dovrebbe studiarlo anche prima e dopo la Rivòluzione del 1917, la sua notevole attività professionale in difesa (lo sottolinea bene il Risoluti) dei perseguitati politici di qualunque idea o partito dallo zarismo, e la sua attività politica perlomeno fino alla II Guerra Mondiale, come a quella di storico e di docente in America nei decenni restanti fino alla morte. Occorrerebbe tradurre in italiano e stampare la sua raccolta di documenti, pubblicata dall'Università di Stanford insieme a Crowder, nel 1961, rileggere con più attenzione le opere da lui pubblicate (saggi, Memorie e Storia della Rivoluzione di Febbraio) . Personalmente, di lui ricordo una vivace intervista sostenuta nel 1967 con Ruggero Orlando, dove, malgrado l’età ormai avanzata, dimostrò lucidità e fermezza, mantenendo fede alle tesi e alla strategia politico-militare allora sostenuta. Ricordò bene all’interlucutore che il crollo della Russia aveva poi favorito il nostro disastro a Caporetto. Indro Montanelli, viceversa, che lo aveva conosciuto nella maturità, ne ricorda la potenza oratoria, e una capacità vocale di farsi sentire sia quasi sussurrando, sia ovviamente nei toni più alti, qualità che tutti, con più o meno gusto estetico, gli riconoscono. 

Poteva vincere Kerenskij? Il Risoluti dà, in questo settore, una risposta negativa, nondimeno, sempre nell’ambito delle possibilità allora pratiche oggi puramente teoriche, se non fosse stato sudiciamente tradito da Krasnov (sia per vendetta dell’affare Kornilov, sia forse perché corrotto da agenti germanici che avevano tutto l’interesse all’interruzione della guerra in Russia, e non certo per la particolare resistenza delle Guardie Rosse) e dai suoi cosacchi a Gatcina, la Guardia Rossa raccogliticcia e tremebonda (lo sostiene lo stesso Reed) non avrebbe retto. Mosca resistette molto più a lungo all’attacco bolscevico rispetto a Pietroburgo/Pietrogrado, ma poi se si osserva la prima fase della rivolta anticomunista (quella dei Cecoslovacchi ex-prigionieri di guerra), scatenata per l’illegale e violenta eliminazione dell’Assemblea Costituente, e della guerra civile, anche questa ben sottolineata dal Risoluti, si vede chiaramente che soltanto la stoltezza dell’Occidente, il quale, dopo aver sollecitato l’offensiva di luglio e un tentativo di battaglia nel Baltico, non sostenne per nulla il Governo Provvisorio, chiedendo molto, ma non dando nulla, oltre a pochi inviati a scopo di propaganda, soprattutto in materia di rifornimenti militari, rese difficoltosa una riscossa delle forze democratiche, e di Kerenskij in particolare. Troppo tardi, e verso i reazionari, l’Occidente concentrò aiuti militari, miseramente falliti, mentre assai poco fece per l’operato di Kerenskij. La debolezza non fu sua, ma dei partiti che dovevano sostenerlo (dai kadetj – costituzionali democratici - ai socialrivoluzionari e ai menscevichi, di tendenza democratica); stoltezza suicida quella del gruppo socialrivoluzionario di sinistra che si accorse solo dopo Brest-Litowsk della sostanziale dittatura comunista, ormai instaurata e complice dello junkerismo prussiano. 

Ancora: poteva la Russia abbandonare la guerra ? No, come si vide con i fatti successivi. Fu solo per la disfatta tedesca, certo non per merito di Lenin, che l’URSS potè salvarsi dalla sudditanza tedesca, e fu per la ritirata comunista che la Germania potè estendersi a larga parte della Russia europea tra il 1917 e il 1918, mentre fino all’ultimo momento del Governo Provvisorio, essi vennero tenuti a ridosso dell’antico confine. Lo stesso Trotzkij, ancorché vanamente, si oppose al Trattato di Brest-Litowsk. Se, in via ipotetica, i Tedeschi avessero vinto, avrebbero anche eliminato rapidamente il loro infausto complice Lenin e tutto il suo regime, realizzando fin da allora il vecchio sogno del Drang nach Osten, ritentato poi da Hitler. L’offensiva del luglio fu un errore imposto dai governi occidentali e dagli organi militari, ma non voluto da Kerenskij e dal suo governo, offensiva fallita anche per il primo tentativo insurrezionale bolscevico, in probabile combutta con i servizi segreti germanici ed austro-ungarici, del luglio, poi represso con relativa durezza. Non dimentichiamo mai che il Governo Provvisorio durò, nelle sue alterne vicende, per 9 mesi scarsi, durante una guerra pesantissima, e fu boicottato in tutte le maniere a partire dall’aprile, per opera precipua di Lenin e di Trotzkij all'estrema sinistra, dalle forze moderate o reazionarie alla Kornilov da destra. Kerenskij aveva tentato di ridisciplinare e snellire le armate russe, con la creazione dei Battaglioni della Morte (qualcosa di simile ai nostri Arditi o truppe d’assalto) e con i celebri allievi ufficiali, oltre ai reparti femminili, questi due ultimi furono anche quelli che difesero come poterono il Palazzo d’Inverno. Ma è chiaro che non si riforma facilmente un esercito in pochi mesi e durante la guerra, così il gioco bolscevico fu relativamente facile, almeno nella prima fase; ben più duro nella guerra civile, dove soltanto lo spirito restauratore dei gruppi controrivoluzionari, del resto neppure unitario (non tutti volevano ristabilire lo zarismo, ma semmai creare governi di destra autoritaria), e gli interventi stranieri alla fine facilitarono la mobilitazione morale e materiale dell’Armata Rossa, mentre le destre sul fronte interno perdevano progressivamente l’appoggio popolare (come analogamente avvenne durante la Seconda Guerra Mondiale, quando l’atteggiamento schiavistico ed antislavo dei nazisti impedì un’adesione massiccia delle popolazioni russe alle truppe occupanti, favorendo così la ripresa staliniana in senso patriottico) . 

Storia dunque complicatissima, da non potersi riassumere che per sommi capi in una recensione, ma a Piero Risoluti va comunque il merito, tra i primi, di averla rimessa in discussione: finché la Russia, l’Europa e l’intera umanità, non rifaranno i conti con il debito morale e scientifico verso la Rivoluzione di Febbraio e verso Kerenskij, difficilmente potranno risovere i propri problemi presenti e futuri. 

Sul piano della metodologia formale, va rilevato, infine, che Risoluti, presumo per ragioni di scelta editoriale di maggior semplicità. ma erroneamente sul piano scientifico, non cita le sue fonti, mancando un apparato di note e pure una bbiliografia di base, a corroborazione delle proprie tesi, volendo dare forse carattere divulgativo a temi, che, come si è detto, sono invece di elevata complessità gnoseologica ed ontologica dei fatti storici e delle loro complesse correlazioni .

Bertiolo, Udine - Gennaio 2012


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Saggio di Manlio Tummolo 

Origine e Carattere dei Riti Processuali Accusatorio ed Inquisitorio 
(con osservazioni finali su una procedura logicamente e scientificamente fondata)

Bertiolo (UD)



Come per ogni altra istituzione sociale, conoscere le fondamentali linee storiche dei procedimenti giudiziari è molto importante per capirne la maggiore o minore validità ed i problemi tuttora presenti; infine, è importante per proporre concretamente riforme che siano adeguati ai tempi, alle conoscenze scientifiche, ben diverse rispetto al passato, sia per le scienze naturali, sia per le scienze sull'uomo. Il procedimento giudiziario appare ai primordi della storia, in qualunque società appena civile, e nasce dall'esigenza di trovare una soluzione sia nei rapporti tra privati (Diritto civile o Diritto privato), spesso conflittuali anche se non direttamente violenti, sia nei rapporti del singolo con l'intera società in cui è inserito (Diritto amministrativo), sia nei rapporti violenti tra uomini in contrapposizione alle leggi della stessa società nel suo complesso, e poi dello Stato (quando questo cominciò a formarsi con i primi regni e le prime collettività gerarchicamente organizzate): si hanno così un Diritto Penale e un Diritto Processuale o procedurale penale, che è quello di cui in sostanza mi occupo qui. 

Sulla base della tradizione del common law (letteralmente “legge comune”), che costituisce una forma procedurale molto antica, in parte di derivazione romana (importata in Britannia fin da Traiano ed Adriano), ma pregiustinianea, in parte dal Diritto germanico e celtico originario, noi siamo portati da films e romanzi polizieschi a ritenere che il rito processuale accusatorio sia molto più moderno ed adeguato, a mentalità democratiche, del rito processuale inquisitorio. Sicuramente può essere più “democratico” (vedremo il perché), ma non è affatto più moderno. Né bisogna lasciarsi prendere dal pregiudizio (sempre dovuto a films e romanzi), che il rito accusatorio non consenta distorsioni ed abusi, mentre viceversa quello inquisitorio faciliti l'abuso. Ciò è dovuto al fatto che il rito inquisitorio presuppone già l'esistenza di uno Stato fortemente gerarchizzato e con poteri molto forti sul cittadino, ma non lo è per sua natura, bensì per l'uso che ne viene fatto, finalizzato a trovare colpevoli, qualunque siano, come capri espiatori da destinare al sacrificio per placare gli Dèi offesi dal delitto, ed allo scopo di punire esemplarmente qualcuno per intimidire tutti gli altri. Va detto però, per ragioni di obiettività, che non necessariamente il sistema inquisitorio debba essere più repressivo del sistema accusatorio. Talvolta nella storia e anche nella cronaca attuale si vedono sistemi formalmente accusatori, ma non meno repressivi del sistema inquisitorio (un caso tipico è quello del Tribunale Criminale Straordinario, normalmente conosciuto come Tribunale Rivoluzionario, nel Terrore della fase più violenta della Rivoluzione Francese). 

Il Rito, o procedura accusatoria, precede storicamente la procedura inquisitoria, ed appare nelle società classiche più antiche (quella ebraica, quella greca e quella romana). Vediamo dunque di capire come nasce questo tipo di procedura che, logicamente, appare in una società organizzata da leggi, scritte od orali, consuetudinarie o mutevoli che siano. Non può esistere una procedura qualsivoglia se non con l'esistenza di determinate leggi. Immaginiamoci due uomini della proverbiale età della pietra: avevano insieme partecipato alla caccia, oppure avevano insieme catturato una femmina della loro specie. Ora si trattava di stabilire a chi dei due appartenesse la preda ed eventualmente come dividersela. La legge naturale, ovvero quella del più forte (il cosiddetto patto leonino previsto perfino nel nostro Codice Civile, sebbene proibito), fa sì che il più forte o il più astuto, pur essendosi servito dell'altro, decide o di non dargli nulla (quindi si tiene la preda per sé), oppure di farla in parti né quantitativamente, né qualitativamente, uguali. Se si tratta di spartirsi invece una donna, fatta prigioniera, la cosa era più complicata, perché, salvo cannibalismo, essa serviva ad altri scopi che non a quelli della nutrizione. I due, se il più debole non soccombeva di sua volontà, venivano alle mani e il più forte uccideva o feriva gravemente il più debole. Se fosse stato più astuto avrebbe cercato di ingannarlo attraverso false promesse, con la solida intenzione di non dargli nulla ugualmente. Ora questa situazione ipotetica, fondata sui puri rapporti di forza, è solo teorica. Nelle prime società c'era da immaginarsi, viceversa, che la preda catturata (animale o donna che fosse) dovesse essere consegnata all'intera collettività, che ne avrebbe poi deciso la destinazione. Chi decideva sul da farsi erano certamente i più anziani, autorevoli, autoritari e saggi, che erano anche capi della tribù. Essi, in buona o cattiva fede, si sarebbero rivolti alle divinità (personali o naturali), ne avrebbero sentito il parere per mezzo di riti magici, preghiere, fenomeni naturali osservati (volo degli uccelli, fulmini, scosse telluriche, eclissi, manifestazioni impreviste), quella serie di operazioni prefissate, chiamate divinazione, attraverso le quali avrebbero deciso l'uso e la ripartizione della preda di cui si è detto. In questa serie di azioni, noi vediamo già in nuce tanto il rito processuale civile, quanto penale, che doveva decidere su un diritto da esercitare oppure su una punizione da infliggere a chi quel diritto avesse violato. La nascita del Diritto, dovunque e sempre, ha un'origine religiosa, perché ha la pretesa di applicare la volontà divina in qualunque fatto della quotidiana vita umana. Se nella società, primitiva e nomade, la giustizia viene esercitata dallo stregone, generalmente vecchio ma incutente paura per il suo prestigio, le sue conoscenze e pure l'abilità a saper far passare per miracoli sue specifiche conoscenze pre-scientifihce, nella società organizzata nei primi Stati o Regni, tale potere risiede o nel capo supremo (re, condottiero, che è insieme pure sacerdote), o nella casta sacerdotale che, ad un certo livello di cultura, possiede informazioni e poteri magici ben superiori a quelle del sovrano stesso che deve poi eseguirle. In Grecia, in Etruria, a Roma, abbiamo caste di sacerdoti forniti di profetesse con poteri divinatori; tra gli Ebrei abbiamo prima i profeti, poi i giudici. Studiando tali origini troviamo dappertutto una classe di uomini che vantano conoscenze, rapporti e poteri di tipo religioso, con i quali possono determinare quale sia la volontà divina, ovvero quello che è considerato giusto e quello che è considerato ingiusto. Codificata in consuetudini pratiche oppure in leggi scritte (quando la scrittura verrà utilizzata), la Legge costituirà il Giusto, ovvero la volontà divina, e ciò che costituirà il suo opposto, ovvero il rifiuto, la non applicazione della volontà divina. Ovviamente si tratta di pretese, forse in origine pensate in buona fede, con convinzione assoluta, ma ben presto divenute solo funzioni strumentali allo scopo di tenere assoggettati gli altri a regole arbitrarie, decise da pochissime persone e tramandate nel tempo con gli usi, ma con i quali la divina volontà non c'entrava praticamente nulla. Con l'evoluzione storica poi, i teorici del Diritto distinsero questo in due branche: quello di derivazione divina (Diritto naturale o divino) e quello di derivazione puramente umana, il primo assolutamente Giusto (il Fas degli antichi Romani), il secondo molto relativo e puramente convenzionale, talvolta buono quando corrispondeva al Diritto naturale e divino, talvolta anche iniquo quando corrispondeva al puro arbirtrio se non capriccio di un singolo (Jus), a cui nondimeno bisognava obbedire, perché altrimenti avrebbe applicato punizioni anche spietate e quasi sempre non proporzionate alla violazione della Legge. Pure il termine Jus, etimologicamente, rimanda ad un'origine divina, ma si distingue dal Fas perché ne costituisce un’interpretazione (non sempre corretta) e non una pura e semplice applicazione, o attuazione. 

Il Diritto umano, per quanto sempre ancora religioso, tende ulteriormente a dividersi in un Diritto Civile (ciò che si deve fare) e in un Diritto Penale (ciò che non si deve fare e le conseguenti punizioni, non sempre codificate, ma lasciate all'arbitrio dei giudici). Più tardi ancora si formarono due ulteriori Diritti, quello della procedura, per definire come le cose debbano essere eseguite di comune accordo, sulla base della Legge (processuale civile), e quello della procedura per definire se una legge sia stata violata, la responsabilità della violazione, le modalità della violazione, l'autore della violazione, ed infine la pena da applicare nello specifico caso (processuale penale). 

Generalmente si ritiene che solo i Romani seppero creare un Diritto sistematicamente organizzato, molto formale e molto complesso. Nondimeno la cosa non è del tutto esatta: gli antichi Ebrei seppero creare un Diritto non dissimile, ma come essi pure i Greci, e probabilmente altri popoli di grande civiltà [1], quali gli Egizi, i Sumeri, gli Ittiti, i Fenici, gli Assiri-Babilonesi, i Persiani; e fuori completamente dal nostro mondo occidentale, i Cinesi, gli Indiani, i Maya, gli Aztechi e gli Incas. Nondimeno, perché il Diritto romano prevale nel mondo al modo stesso in cui la filosofia e la scienza greca prevalgono? Questo è avvenuto per un motivo assai semplice: il Diritto romano fu non solo scritto e conservato, ma venne discusso, elaborato, complicato, da una classe di studiosi che poi lasciarono questo enorme patrimonio al resto del mondo (non si può dire altrettanto per il Diritto greco, per non dire di popoli preesistenti, ma forse per quello ebraico, con la distinzione che, mentre il primo si fece universale, quello ebraico rimase limitato ad un popolo non numeroso). Già verso la fine dell’Impero Romano vi furono ignoti giuristi (probabilmente Ebrei) che compararono i due Diritti, romano ed ebraico, per dimostrare che il Diritto romano derivava da quello di Mosè [2]. 

In una società piuttosto semplice, senza particolari Istituzioni, senza funzionari con poteri distinti, qualcosa di simile alla montesquieviana divisione dei poteri, il primo rito, sia civile, sia penale, fu accusatorio, anche per la ragione che la stessa distinzione tra civile e penale non era ben chiara, praticamente nelle società semplici ci si faceva giustizia in via privata. Come si è visto, nel saggio precedente (consultabile a fondo pagina), fin dall’VIII secolo a.C. esisteva un processo civile del tutto privato che richiedeva l'esistenza di “giudici” non istituzionalizzati, non tali da svolgere sempre questa attività, ma mediatori spesso occasionali e facilmente corruttibili. Così si può pensare che la vendetta ed altre forme violente fossero riconosciute come metodo di punizione per una violenza precedente subìta. In antico, compresa la Roma dei primordi e per alcuni secoli della Repubblica, il fatto di farsi giustizia da sé era ammesso. Il mito di Romolo e Remo, fratelli litigiosi, ce lo spiega. Il diritto di essere fondatori della nuova comunità (allora semplice e rozzo villaggio di capanne) veniva deciso dall'osservazione degli uccelli. Romolo ne vide di più, quindi cominciò a segnare con l'aratro i confini del villaggio, e Remo per sfregio, per offesa, saltò il solco: il gesto era simbolico, voleva significare che il nuovo centro urbano sarebbe stato indifendibile e facilmente invaso. Romolo gli dimostrò il contrario, uccidendolo, e questo a monito di chiunque avesse voluto imitarlo. Un altro mito spiega il contrasto tra due fratelli, Abele e Caino; il primo, pastore (nomade, quindi), il secondo agricoltore: essi vengono a diverbio che si conclude con l'assassinio di Abele. Tra i due miti c'è una differenza sostanziale: chi ha descritto il primo (probabilmente di derivazione etrusca), aveva mentalità “cittadina”, apparteneva ad una civiltà stanziale; chi ha descritto il secondo aveva una mentalità nomade, per cui Abele risulta buono e mite e Caìno l'uomo malvagio, che però non viene punito con la morte bensì con un perpetuo esilio in altra terra. L'elemento comune è che nessuno dei due viene condannato con pena molto grave per questo ma, nel secondo caso, solo allontanato dalla comunità; e non tanto per l'omicidio in sé quanto per il fratricidio, che la parte più antica della Bibbia considera un reato molto grave. 

Nella fase storica, oltre che ad Esiodo, pure esso parzialmente leggendario, possiamo rifarci ai processi contro Protagora e contro Socrate. Qui siamo ad un livello ben altrimenti complesso perché la polis greca, per quanto territorialmente limitata, aveva caratteri e complessità interna notevoli. Protagora e Socrate vengono accusati non da una casta sacerdotale, non dai politici del tempo, ma da privati. Del processo a Protagora sappiamo molto poco, salvo che era accusato di negare le divinità del tempo, per la sua celebre frase: “Non so se gli Dèi esistano o non esistano”. Negare o anche solo dubitare della divinità, considerata il pilastro del Diritto e dello Stato, appariva come atto di corruzione e, al tempo stesso, minaccia politica. Protagora fu cacciato in esilio, i suoi libri bruciati ed egli stesso morì nel naufragio mentre probabilmente navigava verso l’Italia. Dai Dialoghi di Platone e dai “Memorabili” di Senofonte, sappiamo molto di più sul processo a Socrate. Anito e Meleto, due semplici cittadini, accusano Socrate di corrompere i giovani ponendo loro domande che stimolano il loro senso critico: questo metteva tutto in discussione, dalla divinità in cui pur Socrate credeva, sebbene non in modo tradizionale, fino alla vita quotidiana, alle conoscenze del tempo, al metodo di insegnamento dei sofisti, ed ogni altra cosa. Per questo, essendo ritenuto una minaccia alla società, viene accusato da Anito e Meleto, e il suo discorso di autodifesa, così come riportato nella celebre “Apologia”, non solo sostiene l'esatto contrario dell'accusa (ovvero che sua intenzione era quella di educare i giovani, facendo trovare nel loro intimo la verità), ma anche prende in giro i giudici con la sua celebre, sottilissima ironia, e sostiene di meritare, invece della condanna minacciata, di essere mantenuto a spese dello Stato nel Pritaneo al posto degli atleti. Questa autodifesa, coraggiosa, lo portò alla morte, perché si sa che i giudici, ritenenendosi da sempre attuatori della volontà divina, non potevano accettare di essere beffeggiati pubblicamente: naturalmente il motivo reso pubblico non fu questo, ma confermò arbitrariamente le accuse di Anito e Meleto. Già il processo di Socrate dimostra come il rito accusatorio non sia di per sé una garanzia né di obiettività, né di applicazione della legge. 

Roma, come si è detto, non solo sviluppa un Diritto molto elaborato sul piano teorico, perché viene discusso su princìpi da applicare e su procedure, ma se ne scrive molto. E' proprio questa elaborazione che dura almeno 700 anni, ereditata poi dal resto d’Europa, che lo farà proprio, che rende la cultura romana così importante sul piano giuridico. I Greci, oltre a formulare quello che chiamiamo Diritto costituzionale, che potrebbe anche definirsi Diritto delle istituzioni politiche e dei loro princìpi (che i Romani imitarono ma non superarono), più che una teoria generale del Diritto (come venne chiamata nel '900, soprattutto dal giurista Kelsen in poi), elaborarono una forte filosofia del Diritto, presente già in discorsi di Pericle, in frammenti dei Sofisti e, soprattutto, nelle opere di Platone ed Aristotele: tanto per fare un esempio, i concetti di colpa e di dolo si trovano esposti già nella "Etica Nicomachea" di Aristotele. Ma è interessante sottolineare che proprio in una conversazione tra Protagora, Pericle ed un terzo personaggio, si esaminò in forma paradossale il concetto di causa in un omicidio, ovvero, se andava considerata responsabile della morte la volontà e coscienza dell'assassino o l'arma che aveva colpito la vittima. A noi la cosa può sembrare del tutto fittizia, ma è una sorta di esercizio mentale che contribuì, almeno indirettamente, alla formazione dei princìpi del Diritto penale romano, quando questo cominciò a laicizzarsi (ormai in età repubblicana avanzata e sicuramente con i primi contatti con la civiltà greca. "Guerre Tarantine" e contro Pirro, "Guerre Puniche e Macedoniche"). E' pure celebre la reazione della Roma conservatrice a questa cultura, che appariva devastante, rappresentata dai filosofi. Marco Porcio Catone, il maggiore, che pure era uomo di cultura, li fece cacciare da Roma, dopo aver udito parlare il celebre Carneade (grazie anche al Manzoni e al suo personaggio don Abbondio [3]). Costui, venuto a Roma come ambasciatore, si divertì il primo giorno ad esaltare la città e la sua formidabile potenza, il secondo rilevò che proprio tale potenza l'avrebbe un giorno condotta alla rovina: tutto questo poi, sostenuto con tutta l'abilità dialettica tipica dei Greci in generale e soprattutto dell'Accademia Platonica, a cui apparteneva. Questa giravolta, espressa in forme molto raffinate, come possiamo immaginarci, scandalizzò Catone e il Senato, che ne ordinarono per qualche tempo la cacciata. 

Così, nell'ottica della storia del Diritto, i Greci ne svilupparono gli aspetti di critica filosofica, i Romani il rigore e la complessità delle forme. Se mi è lecito dirlo, preferisco il lavoro degli antichi Greci, perché prelude alla riforma illuministica e alla trasformazione del Diritto da semplice metodologia formale in una valutazione di scienza critica (critica in senso kantiano, ovvero di ricerca e definizione dei princìpi), di ripudio delle consuetudini e degli inutili formalismi, di un criterio razionale e non abitudinario nella valutazione della Legge e delle sue violazioni. 

La civiltà romana, nel massimo del suo sviluppo, ripudiò da un lato l’antica religiosità quasi magica dei loro primi maestri, gli Etruschi, dall'altro il gusto per l'astrazione dei loro rivali Greci, e si sforzarono in tutti i casi, pur mantenendo addentellati sia con la religione, sia con la filosofia, a costruire alcunché di pratico, che potesse adattarsi di volta in volta alla varietà quotidiana. All'elasticità ed adattabilità naturali opposero una tassonomia o classificazione molto puntuale e specifica, ma assai artificiosa, una sorta di casistica, di cui quella celebre dei Gesuiti è uno sviluppo. 

Gli storici del Diritto sono soliti rifarsi all'immenso Corpus Juris di Giustiniano, e della sua corte di giuristi in cui campeggia Triboniano, per ritrovare anche i “relitti”, i frammenti del Diritto romano precedente, ma ciò non sembra corretto, in quanto tali frammenti vengono non solo reinterpretati, ma in parte modificati e manipolati, per essere adattati al Diritto vigente. Non va dimenticato che tale Corpus Juris, neppure esso, è veramente originale, ma in gran parte ricostruito nel Medioevo, dando origine al quel Diritto Comune, è il corrispondente del Common law britannico (largamente fondato, più che sulle leggi, sulle sentenze precedenti, il principio dello stare decisis, ovvero attenersi a quanto precedentemente sentenziato: è ovvio che un tale criterio è antiprogressista), con questa differenza che poi resterà nei secoli successivi, il Common Law non si rifà al Corpus Juris di Giustìniano, bensì ad un Diritto consuetudinario in parte celtico, in parte romano e infine germanico (anglosassone). E' proprio la base giuridica diversa delle due impostazioni, per quanto affini, a costituire poi la notevole diversità che si svilupperà tra il modello continentale codicistico con radici giustinianee, e il modello britannico, privo di tali radici. 

Ora, come dicevo, se si vuole capire con più esattezza storica l'origine romana dei metodi accusatorio ed inquisitorio, è opportuno rifarsi a fonti considerate letterarie e, soprattutto, ai discorsi di Cicerone (che sono gli unici rimastici praticamente integrali), all'opera di Sallustio sulla congiura di Catilina, al Vecchio Testamento (per il Diritto ebraico), al Nuovo [4] sia per l'ebraico che per il romano, all'Institutio Oratoria di Quintiliano, le lettere a Traiano di Plinio il Giovane, al "Apologetico" di Tertulliano o alla difesa di Apuleio contro l’'accusa di magia ed altro. Sono tutti testi di cui gli storici tradizionali del Diritto non si occupano, con l'eccezione di Cicerone. Va premesso che in Roma repubblicana, il potere giudiziario non era indipendente dal potere politico, non esisteva un'istituzione giudiziaria specifica. I discorsi, d'accusa o di difesa, sostenuti da Cicerone, si svolgono quasi sempre nel Senato. Per i contrasti di limitata entità, prima ci si rivolgeva ai pontefici, più tardi, con la laicizzazione del Diritto, al pretore. Per i reati di una certa gravità (soprattutto ribellioni, insurrezioni, peculato sulle popolazioni quale il crimen repetundarum, ovvero delitto che esige risarcimento: celebre in questo senso il processo di Verre sostenuto contro di lui da Cicerone quale avvocato dei Siciliani), la sede di giudizio era il Senato, che si costituiva, in certa misura, come Tribunale supremo, ma le cui procedure furono, per quanto accusatorie, assai poco regolari quando si trattava di minaccia allo Stato (cfr. l'eccidio di Tiberio e Caio Gracco, l'attacco a Catilina, la condanna di Lentulo, quello contro Marco Antonio). La difesa vi era spesso impedita e tutto finiva in tumulto, ovvero in un massacro o linciaggio effettuato senza vero giudizio, ovvero ancora con una condanna a morte per strangolamento nel celebre Carcere Tulliano (un'antica cisterna) come avvenne al gruppo di Lentulo che affiancava Catilina uscito da Roma (63 a.C). Gran parte delle insurrezioni e violenze in Roma, dalle guerre civili, alle proscrizioni, alle condanne a morte sommariamente eseguite (lo stesso Cicerone venne decapitato senza uno straccio di processo), erano effetti di riti accusatori, i quali però, impedendo la difesa, si trasformavano in riti di giudizio sommario. Teoricamente, se si segue la dottrina ricavata dai testi di Giustiniano, i processi per i soli cittadini romani avrebbero avuto quale garanzia definitiva, in caso di condanna a morte o esilio, la "provocatio ad populum", ovvero un appello davanti ai Comizi Tributi o ai Concilia plebis, ma dalle fonti letterarie del tempo nulla ci dimostra che fossero procedure effettivamente seguite, almeno non nei casi molto gravi rimasti nella storia. Di fatto, per quanto ci risulta da tali fonti, era nel Senato che si decideva della vita o della morte nei casi più rilevanti, e degli altri nulla si sa effettivamente. I reati più gravi, stanti leggi prima dei Gracchi, poi di Silla, costituirono le cosiddette quaestiones perpetuae, da tradursi - con una certa libertà - in procedimenti sul peculato, il tradimento, la lesa maestà, l'omicidio, il falso, l'usura (in sintesi, un piccolo Codice penale). Stanti le fonti di derivazione giustinianea, tali quaestiones sarebbero state affrontate in veri e propri processi regolari, dove veniva presentate un'accusa e vi era un “registro” dei reati e relativi autori. Ma di ciò, almeno nell'età repubblicana, non esiste alcun documento diretto e specifico (un discorso d'accusa o di difesa, a parte quelli celebri di Cicerone che, però, risulterebbero tutti pronunciati in Senato). Ciò è dovuto, sia alla distruzione delle fonti originarie, sia anche perché tali fonti non venivano considerate significative per essere tramandate nel tempo, a differenza delle narrazioni delle grandi lotte civili dell'ultima fase repubblicana. E' dunque assai probabile che molte di quelle procedure fossero state “reinventate” ben più tardi, in età pienamente imperiale, ma attribuite a tempi antichi per vantarne la consuetudinarietà (come è facile immaginare, l'esattezza filologica nella descrizione delle istituzioni è un'esigenza moderna, e risale alla critica umanistica di Lorenzo Valla, non certo ai tempi, abbastanza bui, di Giustiniano). 

Riguardo ai delitti comuni, anche se di sangue, una fonte più precisa ed interessante rappresenta la ”Institutio Oratoria”, di Marco Fabio Quintiliano (I secolo d. C.). E' pur curioso e significativo che quest'opera, assai spesso, venga considerata semplicemente retorica, il che non era affatto, leggendola come vanno lette tutte le opere, da cima a fondo. Quintiliano è forse il primo che studia la formazione dell'oratore forense (quello che poi si chiamerà avvocato) fin dalla fanciullezza e la sua prima educazione, per arrivare al massimo della professione. Ivi dunque viene delineato in modo chiaro, non solo il fondamento culturale assai ampio che doveva essere tipico, secondo l'Autore, del futuro avvocato, ma anche la sua metodologia d'indagine da effettuare esattamente nel processo. Si delinea così la caratteristica di ogni impostazione accusatoria che è appunto quella dove le prove si formano in processo, attraverso il dibattito e l'interrogazione di imputati, parti lese e testimoni. Ovviamente le parti contrapposte o si difendevano da se stesse (con una memoria detta appunto apologetica, ovvero di difesa), o si facevano difendere dall'oratore forense che cominciava a presentarsi come un professionista vero e proprio, e non un semplice cittadino eletto che svolga una certa funzione (come fu Cicerone). Dalla parte del giudice, a sua volta, si comincia quindi nella prima età imperiale a caratterizzarsi quale figura professionale distinta, e non semplicemente prestata, com'era stato il pretore. Viceversa, non esiste ancora, almeno fino alla prima burocratizzazione imperiale (durante il cosiddetto Dominato, da Diocleziano, III secolo d. C., in poi), una figura di pubblico ministero con funzione di indagine e di accusa. Formalmente il rito accusatorio, per quanto burocratizzato, perdura per larga parte nell'Impero Romano, almeno per quanto riguarda i reati comuni 

Torniamo a Quintiliano: egli, erroneamente, è molto trascurato dagli specialisti della storia del Diritto romano, invece dovrebbe essere letto con attenzione. E' vero che si sofferma, sulla scia della tradizione retorica, sull'abilità e doti estetiche del discorso, ma non è ciò che veramente importa del suo pensiero, semmai due elementi vanno rilevati: la formazione professionale, che parte dalla prima educazione del futuro avvocato, e il metodo di indagine. Ovviamente a quei tempi ben pochi potevano essere gli elementi di prova. Egli critica anche la tortura, allora applicata solo agli schiavi, e prelude ben 1600 anni prima alle osservazioni di Beccaria, o a quelle ancora precedenti del Valletta e del Thomasius: la tortura è del tutto inutile, in quanto uomini forti (noi diremmo dotati di molte endorfine) riescono a sopportare dolori acutissimi, e non confessano seppure colpevoli, uomini deboli, ovvero con scarsa produzione di endorfine, non sopportano il dolore e confessano anche ciò che non sanno. Un insegnamento di questo tipo, date le tendenze sadiche dei successivi inquisitori, non venne mai appreso, ed è forse uno dei motivi del rigetto di Quintiliano come teorico di un Diritto razionale; quanto ad altri elementi, più che un'arma da taglio, una tunica o una toga insanguinate, non si potevano dare, ed è chiaro che, senza possibilità di analisi delle tracce, tali elementi a poco potevano servire, ma Quintiliano esamina un altro sistema nel metodo di interrogatorio, da utilizzare tanto col presunto colpevole, quanto con la vittima (se sopravvissuta, ovviamente), quanto con i testimoni del fatto, che deve fondarsi sul dialogo socratico, L'interrogante deve saper interrogare, non suggerendo ma approfondendo quanto viene detto, analizzando e criticando le descrizioni, sottolineando le eventuali contraddizioni, tutto ciò con l'aria più innocua del mondo, fino a metter l'eventuale colpevole con le spalle al muro e ricavarne la confessione, senza torture, senza minacce, senza intimidazioni, ma con un metodo tuttora valido che oggi possiamo corroborare con elementi di osservazione scientifica, ma che allora era l'unica metodologia (da qui la necessità della massima accuratezza nello svolgerlo), onde riuscire a far riconoscere al colpevole, in modo dialogicamente incontrovertibile, la sua colpa o la sua versione dei fatti. Lo stesso procedimento, con fini completamente inversi, è quello della difesa che, sempre interrogando, deve mettere in evidenza le contraddizioni o le insufficienze accusatorie. 

Questo è, dunque, il grande, ma del tutto trascurato, insegnamento di Marco Fabio Quintiliano, che non era un puro teorico, ma persona che esercitò per molti anni professionalmente l'attività di avvocato. 

Anche l'Apologetico di Tertulliano (II secolo d. C) risulta un interessante documento, dove tuttavia troviamo, per la prima volta, anche i segni di un'imposizione inquisitoria. Anche Tertulliano era giurista, quindi le sue argomentazioni non sono solo di carattere retorico applicato alla difesa religiosa, ma sottolinea pure la violazione di alcuni princìpi del Diritto penale del tempo, come, ad esempio, quando rimprovera gli accusatori, la finalità, non di ottenere confessioni con l'uso della tortura, bensì ritrattazioni della fede cristiana, allora periodicamente perseguitata in modi spesso atroci. Chi non dichiarava di rinunciare alla fede cristiana e non sacrificava alla statua dell'imperatore, agli Dèi, ai simboli religiosi o militari, doveva subìre l'atroce morte nei circhi, divorati dalle belve o bruciati o crocifissi. Il primo esempio se ne ha con le persecuzioni di Nerone, e successivamente altre con la celebre lettera di Plinio a Traiano che gli dà disposizioni proprio nel merito delle persecuzioni a Cristiani. 

Di diversa natura, in parte civile in parte penale, è la sarcastica risposta di Lucio Apuleio alle accuse di un tale Sicinio Emiliano, non altrimenti noto, che lo accusava di magia ed altri illeciti, in parte civili ed in parte penali. Il testo "Sulla magia" probabilmente è solo letterario, perché è difficile immaginare l'irrisione fatta all'accusatore e ai sui avvocati apertamente e in sede pubblica. Tuttavia è interessante perché svela come, in situazioni normali, si poteva svolgere una discussione processuale. 

E' a questo punto che il sistema da accusatorio, per ragioni politiche o religiose, si fa progressivamente inquisitorio attraverso le cosiddette procedure extra ordinem (ovvero, come usiamo dire anche noi oggi, "straordinarie"), che cominciano anche metodi di natura persecutoria. Se noi osserviamo i due riti, che riguardano tanto la fase di indagine, quanto la fase processuale vera e propria, il metodo inquisitorio sul piano tecnico risulta notevolmente "perfezionato" perché si creano funzionari appositi, si crea una Polizia o comunque un'organizzazione di agenti stipendiati per raccogliere informazioni agendo segretamente. Potrebbe, sul piano puramente teorico, rivelarsi assai più raffinato e preciso, che non il metodo accusatorio, come confrontare un metodo sperimentale ad un metodo empirico, cioè l'osservazione sistematica rispetto all'osservazione casuale dei fenomeni. Nondimeno, si deve tener conto che la burocratizzazione delle indagini e del processo crea una gerarchia di poteri e, soprattutto se presente in un regime assolutista o tirannico, consente poi tutti gli abusi dovuti all'arbitrio, al sadismo, allo spirito di sopraffazione. 

Si può supporre, ma manca una vera documentazione, che anche i grandi Imperi assoluti dell'Antico Oriente fossero forniti, chi più chi meno, di un apparato inquisitorio abbastanza complesso che presupponeva un'organizzazione politica ed amministrativa altamente gerarchica e fondata sulla cieca obbedienza, apparato mirante a colpire ogni eventuale tentativo di ribellione, individuale e collettiva, piuttosto che la criminalità comune. Il primo esempio, storicamente conosciuto, di metodo inquisitorio, lo troviamo, non a caso, nella tirannide di Dionisio o Dionigi il Vecchio a Siracusa, nelle sue celebri prigioni dette Latomìe. Precedendo tecniche modernissime, ma con mezzi molto semplici, tali prigioni sotterranee erano collegate al piano superiore attraverso cunicoli o lunghe fessurazioni nella pietra, che consentivano di ascoltare comodamente ciò che i prigionieri dicevano tra loro senza sapere di essere ascoltati, e bastava mandarvi il classico provocatore per far dire al prigioniero politico ed antirannico quanto bastava per far condannare a morte lui e i suoi complici. Il sistema di ascolto era chiamato l'orecchio di Dionisio, un sistema tanto semplice quanto efficace. Dionigi è anche quello famoso che indicò al suo ammiratore Damocle quella celebre spada che gli pendeva sulla testa. Era talmente sospettoso da farsi non tagliare ma bruciare la barba da una delle sue figlie. Queste procedure gli evitarono una triste fine, ma incrementarono l'odio verso di lui, odio che potè poi sfogarsi contro il figlio. Il metodo inquisitorio presuppone dunque la creazione di funzionari sia per scopi di indagine e spionaggio, sia con scopi processuali veri e propri [5]. La figura del pubblico ministero, o pubblico accusatore, apparirà molto più tardi. Come si è accennato, solo con l'Impero Romano comincia a stabilirsi un vero servizio organizzato: Roma dimostra fin quasi dalle origini un alto senso organizzativo che prepara e facilita poi la nascita di quello che chiamiamo Stato in senso moderno, ovvero un potere articolato e gerarchico che dipende da uno o da pochi, e questo si può dire fin dalla Repubblica. La vera forza di Roma sta appunto nella disciplina e nello spirito organizzativo, che le consentiranno di sconfiggere anche rivali ben più potenti . 

E' nell'età imperiale, come si è accennato, e soprattutto con le prime persecuzioni neroniane, che Roma costruisce un sistema inquisitorio ben strutturato nella “cognitio extra ordinem”. Il termine “cognitio” , tuttora nell'uso giuridico soprattutto in sede civile, e che letteralmente vale "cognizione", "conoscenza", deve essere, nel caso specifico, tradotto con "indagine criminale o penale straordinaria", la quale supera i procedimenti precedenti, di tipo accusatorio, come le "quaestiones perpetuae". Si configura per la prima volta sia la funzione di indagine, tramite un organismo di polizia che a sua volta utilizza i "delatores" (spie, informatori, traditori vari) allo scopo di raccogliere preventivamente informazioni; non si basa più su una denuncia pubblica di qualcuno, registrata e verificabile, bensì su informazioni segrete; e il segreto procedurale, ma in parte anche processuale, lo caratterizza fin da allora. Viene dunque creato un apparato gerarchico destinato soprattutto a colpire i crimini politici (anche la semplice lamentela contro un capo, un funzionario, un sovrano, che miri a sgretolare la fedeltà e l'ordine prestabilito o che venga ritenuta minacciosa per il sovrano stesso). Con Giustiniano, ispiratore e animatore non solo di un Corpo civile di leggi ma anche delle "leges terribiles", ovvero un sistema di leggi penali e procedurali penali, vi troviamo un termine che avrà triste fortuna nel millennio successivo [6], perché tali apparati, attraverso metodologie persecutorie anche preventive, devono incutere terrore sia con funzione intimidatoria e preventiva rispetto alla possibilità del crimine, sia verso chi ha compiuto il crimine e al quale non resta che affidarsi alla clemenza del potere, confessando le proprie colpe e soprattutto dicendo i nomi veri, o anche falsi ma estorti, di presunti o reali complici. Questo avviene già con Nerone, ma il sistema va affinandosi col tempo, soprattutto con Diocleziano e Giustiniano. Tra Diocleziano e Giustiniano vi sono eventi di essenziale importanza, come la cristianizzazione dell'Impero (cristianizzazione che perde del tutto il suo carattere di mansuetudine, di non giudizio e di perdono, ma diventa anche macchina spietata di repressione delle cosiddette eresie, i cui rappresentanti o vengono eliminati o costretti a fuggire in territori estranei al dominio di Roma (soprattutto ariani e nestoriani), e soprattutto il crollo dell'Impero Romano d'Occidente. La macchina inquisitoria romana continua anche come repressione religiosa sia interna alla gerarchia ecclesiastica, sia esterna verso la popolazione civile o laica, nella Chiesa cattolica, raggiungendo poi quei massimi livelli, più che nel Medioevo, nella fase della Controriforma (secoli XVI, XVII e parte del XVIII). 

Nei Regni romano-barbarici e nei primi Regni feudali dell'Europa occidentale, l'organizzazione romana finisce per dissolversi, ma il sistema inquisitorio è uno dei pochi che si salva. Il feudatario (più che il sovrano, assai debole nell'Alto Medioevo) concentra nelle mani tutti i poteri: anche in sede giudiziaria egli è giudice, pubblico ministero, parte lesa; non conosce leggi, se non quelle del suo arbitrio e dei suoi capricci: se vuole può rapire impunemente una giovane donna e, se qualcuno viene a protestare (che non sia eventualmente un potente quanto lui, soprattutto un ecclesiastico di alto rango), è capace di fare arrestare anche quello, imprigionarlo in celle orribili e tenerlo lì o processarlo a suo piacimento. L'uso della tortura non ha altro limite che la capacità di resistenza del torturato, il quale, finché non ha detto (vero o falso che sia, non importa) ciò che il torturatore vuole, resterà in quelle condizioni fino alla morte. Regole vengono stabilite solo più tardi, ma è difficile capire quanto fossero applicate, in quanto date mani libere a qualcuno, soprattutto se con tendenze sadiche, questo non si fermerà davanti a nulla e nessuno, sfogando le sue aberranti tendenze spesso anche di natura sessuale (seppure, ma non sempre, inconscia). La presenza di avvocati difensori non sussiste ovviamente, ed è anche per questo che la formazione basilare dell'avvocato ha, tradizionalmente, più carattere civile che non penale. Per arrivare ad un affinamento penale degli avvocati bisognerà aspettare l'età contemporanea. Chi può si difende da sé, chi non può deve sottoporsi all'uso sfrenato della violenza . 

Il sistema organizzato, gerarchico e in parte formalizzato, del rito inquisitorio viene gradualmente a ricostituirsi con la formazione dello Stato moderno. Tuttavia se si pensa che, ancora in pieno Illuminismo, in Francia bastava una lettera del sovrano [7], o suo ministro e funzionario, per arrestare una qualche persona e tenerla a vita in carcere senza nemmeno una parvenza di processo, possiamo renderci conto di quanto arbitrario possa diventare il sistema inquisitorio che, se tecnicamente è ben più raffinato (potendo svolgere indagini su qualcuno senza che questo lo sappia, onde lasciarlo primo o poi scoprirsi se è effettivamente un criminale o attentatore) e raccogliere prove effettive dell'attività illegale di qualcuno utilizzando informatori, spie, traditori, infiltrati, seminando zizzania tra i componenti di una banda o di un gruppo, si facilita altresì ogni arbitrio ed abuso, si formano prove false, documenti falsi, lettere false, testimonianze predisposte, ed arrivano, sulla base del principio machiavellico (anche se non teorizzato dal Machiavelli, ma semmai dai suoi imitatori e più tardi da Giovanni Botero, con la sua “ragion di stato”) del fine che giustifica qualunque mezzo, la tortura sia fisica che psicologica, mai ignorando che ogni tortura fisica è comunque sempre insieme psicologica, e tutto ciò partendo dal presupposto della colpevolezza, piuttosto che da quello dell'innocenza, come dovrebbe essere nella tradizione giuridica secondo il rito accusatorio puro. Così l'onere della prova ricade sull'indagato che, non avendone i mezzi, finisce per essere pre-condannato quale colpevole. 

Qualche breve nota va fatta in merito al sistema inglese, il quale, come si è detto, si ispirava ad una tradizione giuridica romana pregiustinianea e in parte a tradizioni barbariche. Nella lunga lotta tra monarchia, aristocrazia e borghesia (le due Rivoluzioni inglesi, inframmezzate dalla dittatura di Oliver Cromwell), il metodo inquisitorio, soprattutto rivolto alla repressione politica, viene esercitato, anche se in forma accusatorie. Di tipo accusatorio è il celebre processo al filosofo cattolico Thomas More, condannato a morte da Enrico VIII, accusatori sono i processi contro Carlo I Stuart, svolto dalla Camera dei Comuni istituita come Corte Suprema, o quello contro gli stessi regicidi processati poi con la restaurazione di Carlo II Stuart dalla Camera dei Lords, e nondimeno questi processi si rivelano persecutori non meno del rito inquisitorio vigente nei Regni del continente. In Inghilterra, non va dimenticato, vigeva un documento garantista che era la celebre Magna Charta , risalente addirittura al XIII secolo, ma essa era stata imposta dai feudatari e valeva solo per tali classi elevate. Le garanzie non valevano né per mercanti ed artigiani, né tantomeno per il comune suddito. Si dovette attendere l'Habeas Corpus (1679), proprio alla fine delle Rivoluzioni e con l'affermazione del Regno costituzionale e liberale di Guglielmo d'Orange, per avere una procedura più garantista per tutti. Tale "Habeas Corpus Act" prevedeva la cauzione per la libertà provvisoria, e perfino un risarcimento di 100 sterline qualora si venisse detenuti oltre i limiti o in modo ingiusto, nonché la perdita del suo ruolo per il funzionario che abusava del proprio potere. Quel documento, ormai vecchio di oltre tre secoli, costituisce la base dell'ordinamento penale anglosassone e anche, con alcune varianti, di quello degli USA, ed è quello che offre le garanzie minime per l'arresto e la detenzione di un qualunque accusato. Dieci anni dopo, col Bill of Rights si vietano anche cauzioni e pene eccessive. 

Sebbene quello anglosassone sia il più vicino al rito accusatorio, va ricordato che l'esistenza di pubblici ministeri, ovvero di rappresentanti del Re (teoricamente il giudice supremo, da cui le Corti regie), impedisce che si possa dire che ieri od oggi si tratti di un accusatorio puro, bensì già di forma ibrida tra accusatorio ed inquisitorio. Altro aspetto che riduce la natura accusatoria, piuttosto che inquisitoria o persecutoria vera e propria, è la tradizionale prassi, non solo in sede civile ma anche in sede penale, nel riferirsi quasi obbligatoriamente alle sentenze precedenti (lo stare decisis, ovvero attenersi appunto alle cose già decise), piuttosto che ad un solido sistema codificato di norme penali. Contro questo sistema di giudizio su esempi sentenziari fin dal XVII secolo protestò Thomas Hobbes (che nondimeno era favorevole alla tortura) e nel XVIII secolo Jeremy Bentham, grande teorico di una riforma del sistema giudiziario e penitenziario su modelli continentali ed anche più moderni (è il primo a studiare un carcere un tantino più umano, anche se controllato dalla guardia penitenziaria, carcere che egli chiamò Panopticon: non essendovi allora telecamenre, il guardiano del carcere si trovava al centro di un cerchio, dalle cui finestre poteva vigilare sul comportamento dei carcerati in ogni momento). Lo stare decisis lascia largo spazio all'arbitrarietà del giudice di non studiare il singolo caso nel quadro della fattispecie generale, ma di osservarlo in quello di altri casi, per cui finisce per condannare al di fuori da leggi precise. L'unico possibile appello può essere fatto all'Alta Corte del Re. In antico i giudici potevano anche essere itineranti, solo poi vennero affiancati da giurie. L'interrogatorio processuale viene effettuato dalle due parti, come l'examination in chief, la cross-examination (esame e controesame svolto da pubblico ministero ed avvocati delle parti) e la re-examination, le quali vengono condotte in modo tale da dover rispondere con un "sì" e con un "no", a cominciare dalla ridicola richiesta se uno si ritenga innocente oppure colpevole, domanda che a dir retorica è dir poco [8]. E' facile comprendere come un tale sistema potesse essere considerato garantista finché l'Europa era dominata da monarchie assolute e con un Diritto anch'esso giurisprudenziale e sentenziario, ma non più quando, dopo la Rivoluzione Francese, si creano sistemi giudiziari fondati su precisi Codici penali e procedurali. Malgrado alcune riforme, dall'Ottocento ad oggi, il sistema anglosassone rimane abbastanza confusionario ed arbitrario. Il recente processo a Danilo Restivo (prescindo del tutto da valutazioni sul merito), con cui lo si è condannato all'ergastolo senza una difesa valida e sulla base di convinzioni pregiudiziali e predeterminate, dimostra largamente che si tratta di procedure a tutt'oggi arcaiche, superate, sostanzialmente medioevali. L'immagine, che noi ricaviamo dai celebri telefilms o dai romanzi dell'avvocato Perry Mason, è una pura mistificazione propagandista.

Per arrivare ad una prima conclusione, vi è da osservare, intanto, che i sistemi accusatorio ed inquisitorio sono ormai superati ambedue, e ambedue ibridati fra loro. L'accusatorio originale, quello greco e romano, oppure ebraico (biblico), non sussistono più. Gli odierni sistemi presuppongono organi di Polizia e di indagine, nonché di accusa pubblica, che li rendono prossimi all'inquisitorio. Se l'accusatorio può velarsi di ipocrisia (con la presunzione formale, ma non sostanziale, di innocenza, che tale poi non appare, una volta che scatti un'accusa qualunque), il secondo si vela di mistero e di segreto di cui spesso si abusa (con una presunzione di colpevolezza, contro la quale l'onere della prova spetta al colpevolizzato). In ambedue i casi, l'accusa o l'inquisizione possono trasformarsi in persecuzione, se le regole minime previste e prescritte vengono trascurate. Ma la chiave di volta della regolarità e legittimità di ogni sistema di indagine e processuale è data dall'esplicazione piena ed intera del diritto di difesa, che sia esercitata da una parte tecnica (avvocato), oppure direttamente dall'imputato, se ne fosse professionalmente in grado, solo se tale diritto svolge il suo ruolo completo che è, in primo luogo, quello di dimostrare l'estraneità nei fatti, in secondo luogo, l'aver operato con motivi giustificanti (o esimenti), in terzo luogo con giustificazioni di carattere psicologico (non essere in grado di intendere e volere, almeno all'atto del delitto, oppure gravi provocazioni), se non viene sistematicamente boicottato o del tutto impedito dalle parti accusatrici, pubblica e private, solo allora, indipendentemente dal merito e dalle conclusioni, il procedimento può dirsi costituzionalmente regolare e proceduralmente legittimo. Così pure la presenza di un giudice, monocratico o collegiale, del tutto imparziale, ovvero indipendente dalle tesi e dagli interessi di ciascuna delle parti, è un'altra garanzia fondamentale di correttezza procedurale (non necessariamente di giustizia che concerne il merito, oltre che il metodo). 

Tutto ciò, in una società moderna altamente complessa e fondata su criteri di scienza, l'accento nelle indagini e nelle procedure di giudizio, piuttosto che su tradizioni arcaiche, deve porsi su un metodo logico e scientifico (la logica è lo scheletro o il fondamento di ogni scienza, anche se poi cambia la metodologia e i contenuti in ogni diverso settore di indagine). Il delitto va considerato quale fenomeno di cui la causa e la serie di condizioni è ignota, ma deve essere conosciuta. Facciamo un esempio: se appare un morbo epidemico mortale, lo scienziato, biologo e medico, deve individuare il fattore scatenante e le condizioni nelle quali tale fattore prospera. Poniamo sia un virus. Se tale virus è sconosciuto occorrerà tutta una serie di osservazioni sistematiche e di sperimentazioni prima per capire di che tipo di virus si tratti: una volta individuato, tale virus dovrà essere studiato al fine di determinarne i punti deboli; quindi andranno studiate le idonee terapie per renderlo innocuo o per distruggerlo. Il procedimento, con ovvie distinzioni (si procede per analogie, ma con metodo uguale), si rivolge anche al crimine ed al suo o a suoi autori. Occorre procedere con pazienza (guai a pensare di risolverlo i pochi giorni), analizzare le situazioni, confrontare i vari dati, indagare sui possibili autori lavorando sull'ambiente della vittima (ovviamente anche qui va distinto se parliano di un crimine concluso con la morte della vittima o viceversa se questa ha subìto soltanto lesioni di vario tipo), sentendone la versione se è sopravvissuta, o cercando di capirla osservando come il delitto sia avvenuto. Come lo scienziato deve regolarsi basandosi su leggi naturali, così chi indaga deve basarsi sulle leggi naturali e sociali, né deve o può uscirne. Una volta individuato il possibile autore, deve sottoporlo ad interrogatori svolti secondo a legge e tendenti a capire se abbia o non abbia delle giustificazioni a suo favore; se neghi del tutto e se queste negazioni corrispondano ad una possibile verità o siano intrinsecamente false. Il diritto al silenzio, in un sistema razionalmente fondato di indagine, non dovrebbe sussistere: il silenzio è una garanzia nei sistemi accusatorio ed inquisitorio, date le presunzioni dei due sistemi e data la potenzialità persecutoria negli indaganti. Ma dove tale persecuzione viene impedita di diritto e di fatto, decadrebbe pure la garanzia data dalla possibilità del silenzio [9]. Una volta, acquisiti gli elementi necessari, allora l'autore o gli autori vanno rinviati a giudizio. Cadrebbe così anche la presunzione di innocenza o di colpevolezza, ambedue mistificanti, in quanto nel primo caso ci si comporta lasciando tutto l'onere della prova alla vittima o ai suoi familiari (se questa è morta) mentre, viceversa, nel secondo l'onere ricade tutto sul preteso colpevole, che potrebbe non esserlo. O l'una o l'altra parte vengono così danneggiate. 

Nel sistema logico e scientifico di indagine, nessuno deve essere privilegiato rispetto all'altro: in questo sistema, che chiamo critico-dimostrativo o confutatorio-probatorio, ciascuna delle parti, per quanto gli spetta, ha l'onere della prova o, più esattamente visto che la prova si determina alla fine non all'inizio o nel mezzo del procedimento, l'onere di fornire tutti gli elementi a proprio favore o a favore della propria tesi. Sarà poi il giudice, sempre collegiale (è assurdo che uno solo possa o debba decidere il futuro di altre persone, in sede civile, amministrativa o penale che sia), comparati obiettivamente ed imparzialmente tutti questi elementi, che egli non deve scegliere in quanto devono potergli essere dati integralmente dalle parti senza selezioni preventive [10], ad assumere la decisione finale, da esprimere con sentenza motivata nel momento stesso in cui viene emanata, con un'udienza destinata a tale unico scopo. Sembra anche qui irragionevole che prima si condanni e poi si spieghi, con motivazioni depositate a distanza di almeno 30 giorni, perché si è condannato. Potrà, pertanto, giudicare non ad arbitrio suo ma sulla base di elementi completi presentati dalle parti interessate, ovvero dal pubblico ministero in riferimento alla legge violata e agli interessi generali, dalla parte indagata o imputata per quanto concerne la confutazione delle accuse rivoltegli o delle modalità di tali accuse, dalle parti lese e civili per i propri diritti soggettivi ed interessi legittimi eventualmente violati [11]. 

Un procedimento, svolto integralmente e approfonditamente su tutti gli elementi, potrebbe ridurre di molto la necessità di appelli, riesami e di tutte quelle forme artificiose di garantismo, necessarie viceversa negli altri due sistemi. Inoltre, verrebbe a saltare ogni altra forma processuale abbreviata, accorciata o elusiva, oggi previste da vari Codici di procedura penale. 

Infine un'osservazione sulla custodia cautelare, un tempio denominata "detenzione preventiva", ovvero pre-processuale. La chiusura in un carcere dovrebbe, intanto, essere effettuata solo per persone considerate pericolose sul piano della violenza fisica (violentatori, aggressori, violatori di domicilio, rapitori, rapinatori, assassini, cosiddetti pedofili - più correttamente definibili come pedomani -, sfruttatori di donne o di bambini ai fini di un mercato sessuale). Assurdo utilizzarla per reati di natura solo amministrativa (ad es., questioni fiscali, anche per cifre consistenti: dovrebbero esser costretti a pagare, eventualmente con confische dei beni, o fatti lavorare in modo forzoso). Inoltre, come perfino le leggi della Rivoluzione Francese prevedevano, si dovrebbe distinguere il luogo di detenzione pre-processuale da quelli di detenzione definitiva, anche per evitare che un criminale occasionale finisca per diventare duraturo, grazie a rapporti troppo stretti in celle comuni. Questo luogo potrebbe consentire al custodito un certo libero movimento all'interno dell’ambiente (come un'ex-caserma adattata allo scopo), mentre ciò non avverrebbe nel carcere vero e proprio. Ma ciò che è fondamentale, è necessario accorciare al minimo possibile i tempi pre-processuali e, oltre alla proporzionalità prefissata di tale custodia, già prevista per legge, secondo il tipo e gravità del presunto reato darne una durata precisa, alla fine della quale scatti il processo, ovvero la libertà provvisoria o gli arresti domiciliari, sempre secondo la proporzione della gravità del fatto e la potenzialità di rischio da verificare. A tale fine è necessario evitare ogni abuso o elusione della legge da parte dei poteri dello Stato. 


NOTE: 
[1] Confronta Claudio Saporetti “Antiche Leggi” ed. Rusconi (Milano, 1998). 
[2] La “Mosaicarum et Romanorum legum collatio” , raccolta e comparazione delle leggi mosaiche e romane, detta anche Lex Dei, del III – IV secolo d. C. 
[3] Manzoni descrive don Abbondio, il quale, per evitare il celebre matrimonio tra Renzo e Lucia, sottoposta, oggi diremmo, allo stalking di don Rodrigo, si fingeva malato, e si faceva prestare dei libri. Ad un certo punto, leggendone uno, probabilmente di filosofia, si chiese: “Carneade, chi era costui ?”, ricordando tuttavia che doveva essere un filosofone del tempo antico, 
[4] Per la Bibbia sono significativi, sul piano giuridico e giudiziario, i libri dell’Esodo (capitoli 20 – 23), del Deuteronomio, di Daniele, in specie il racconto di Susanna e i perfidi anziani (cap. 13), non canonico: Susanna è una moglie fedele accusata da tre vecchi di adulterio, il che comportava la lapidazione, ingiustamente in quanto non aveva ceduto alle loro voglie: Daniele, con un procedimento che sembrerebbe modernissimo, ovvero il confronto separato delle versioni, dimostra che dicono il falso, per cui sono essi a venire lapidati; il libro dei Re (molto rilevante è il giudizio di Salomone sulle due madri); i quattro Evangeli per la parte concernente il processo e la morte di Gesù, dove, sia pure in sintesi, si confrontano il metodo ebraico e quello romano ambedue accusatori, ma non necessariamente garantisti; in Atti, il processo a Stefano, primo martire, capp. 6 – 7. Sui primi Cristiani, potrebbe ricordarsi di Paolo “Prima lettera ai Corinzi”, cap,.3 (versetti 18 – 21) di cui andrebbe ricordato che: “Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio…”; e il Cap. 4 : “ Ognuno ci consideri come ministri di Cristo re amministratori dei misteri di Dio… A me, però, poco importa di venir giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, neppure io giudico me stesso… Il mio giudice è il Signore! Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore…” . Sempre di Paolo, importanti sono i capp. 21 – 23 (giudizio presso i Giudei) e 28 (per il giudizio presso i Romani, dove si salva da morte immediata con la formula celebre “civis Romanus sum”, il che comportava diritto alla difesa e ad un regolare processo).
[5] La vita di Dionigi di Siracusa, il Vecchio, per distinguerlo dal figlio, è in parte descritta nella biografia dedicata da Plutarco a Platone nelle sue “Vite Parallele”. Platone, per un certo periodo, si era illuso di fare di Siracusa una “repubblica”, come da lui immaginata. 
[6] Basti ricordare quella fase di repressione politica nella Rivoluzione francese, chimata “Terrore” e “Grande Terrore”, che mise in crisi completamente il garantismo giuridico e penale pur previsto come tale dalle varie Costituzioni e dalle leggi procedurali allora vigenti, sebbene modernissime sul piano teorico. Soprattutto la celeberrima “legge dei sospetti” (intesi come tutti coloro che potevano agire contro la Convenzione, il Comitato di Salute Pubblica, e la Repubblica o il popolo in generale) Questa fase è segnata soprattutto, da una dittatura piuttosto morale che politica, di Robespierre (il quale per agire, aveva sempre necessità di sottoporre tutto al voto, ancorché solo formale, della Convenzione, ovvero la Costituente repubblicana istituita nel settembre 1792). Ma quando la maggioranza (Pianura o Palude, come allora chiamata, ma che noi diremmo Centro moderato) se ne stancò perché minacciata, allora fu spazzato via nei giorni del Termidoro dell’Anno II (1793/1794). 
[7] Le lettres de cachet, ovvero lettere sigillate, chiuse sì, ma anche col sigillo del sovrano, era veri e propri mandati d’arresto di chiunque, senza alcun verifica immediata e successiva sulle ragioni dell’ordine, che consentivano la prigionìa anche a vita: soprattutto la Bastiglia fu la prigione storicamente più importante di queste detenzioni arbitrarie, e proprio per questo così odiata da essere rasa al suolo dopo il 14 luglio 1789 (oggi, in Place de la Concorde, già Piazza della Rivoluzione, possono essere reperite solo le fondazioni di tale fortezza). 
[8] Il modello anglosassone, nel suo sviluppo storico, viene descritto accuratamente da Adriano Cavanna nella II Sezione della Parte II di “Storia del Diritto Moderno in Europa” (ed. Giuffrè, Milano 1982, pagg. 479 - 610). 
[9] La formula, tipica dei films americani e recepita nella nostra procedura penale, nella quale si avverte l’arrestato che ha diritto al silenzio perché “ogni affermazione può essere usata contro di Lei”, è tipica di un sistema luridamente ipocrita. Le affermazioni dell’indagato/imputato devono far parte del materiale probatorio, ma non necessariamente interpretate contro l’imputato stesso, che deve sempre mantenere il diritto non tanto ad una ritrattazione, quanto alla re-interpretazione, o al chiarimento, o alla motivazione di ciò che dice. Se è in condizioni di irritazione potrebbe, ad esempio, insultare coloro che lo arrestano. Ciò non va usato oltre i limiti necessari, se l’imputato spiega di aver detto tali cose solo per reazione o rabbia momentanea, senza convinzione profonda. Altrimenti si ricadrebbe in sistemi persecutori, poco importa poi che la forma sia accusatoria o inquisitoria. 
[10] Il giudice non dovrebbe avere la discrezione di poter scegliere a proprio arbitrio gli elementi di prova da analizzare e comparare, ma dovrebbe lasciare alle parti l’onere di fornire tutti gli elementi che tali parti, fissando solo termini ragionevoli di tempo, dovrebbero consegnare e l’elenco dei testimoni utili. La questione del tempo generalmente obiettata, deve esser rigettata, in quanto al giudice spetta di individuare, in termini logico-scientifici, e non di comodo personale o di comodo altrui, la verità dei fatti, per quanto nei limiti delle possibilità concrete dell’uomo, che non è onnipotente ed onnisciente. Chi ha esperienza processuale, anche come semplice osservatore pur non occasionale, sa che il tempo è perso non nella somma delle udienze effettive, ma nelle pause tra le udienze, spesso rinviate di mesi. Così se il colpevole presenta 100 testimoni e mille pagine di documentazione, il giudice collegiale esaminerà tutti i testimoni e tutti i documenti. Nel caso che si veda che il numero di elementi sia presentato a puri scopi dilatori per arrivare alla prescrizione del reato, allora il giudice o chi per lui potrebbe procedere in via disciplinare e penale contro l’avvocato che mira visibilmente a tale obiettivo dilatorio. Basterebbe, tuttavia, eliminare l’idea di prescrizione del reato, eccettuata ovvamente la morte del reo, per rendere vano ogni tentativo di dilazione. Inoltre, se alla Suprema Corte di Cassazione, ovvero Organo similare, si desse anche il compito di una valutazione finale, non soltanto sulla logicità nella descrizione dei fatti, bensì anche nel merito dei fatti stessi, si potrebbe sia eliminare l’appello di II grado, sia tutti quei rinvii e controrinvii al giudice di partenza, tipici della sua politica ponzio-pilatesca, di cui già si è parlato in altro saggio . 
[11] La parte lesa è la vittima di un qualunque reato, sia che si presenti come tale con regolare denuncia, sia che non lo faccia. La parte civile è la vittima del reato, o suo parente se la vittima è deceduta, che si presenta come tale formalmente, chiedendo un risarcimento in termini finanziari per il reato subìto. In un procedimento, di tipo critico-dimostrativo o confutatorio-probatorio (logicamente destinato alla determinazione della verità dei fatti), la distinzione cadrebbe, perché ogni parte lesa avrebbe diritto al risarcimento pecuniario d’ufficio, salvo viceversa esplicita rinuncia da parte sua. In tale ottica critico-dimostrativa, sulla base del principio di uguaglianza di fronte alla Legge, qualunque reato, anche non denunciato dalla parte lesa, ma venuto a conoscenza degli Organi inquirenti, dovrebbe essere fatto oggetto di indagine ed, eventualmente, di processo, in quanto violazione della Legge nel suo complesso, e pertanto perseguibile (cadrebbe così la distinzione tra reati a querela di parte e reali procedibili d’ufficio). Se non vi è parte civile, vi deve comunque restare la parte dello Stato che difende i singoli e la società da ogni forma di crimine. 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 

Sul Diritto antico dei popoli mediterranei e sul Diritto ebraico. 

Bibbia, Antico Testamento, specialmente Libri dell’Esodo, Deuteronomio; Nuovo Testamento: I Quattro Vangeli, Atti degli Apostoli; 
Giuseppe Flavio, “Antichità Giudaiche” (una sorta di Antico Testamento da insegnare ai non-Ebrei o Gentili), ed. UTET (Torino, 2006), 2 voll., a cura di Luigi Moraldi. 
Claudio Saporetti, “Antiche Leggi”, ed. Rusconi (Milano, 1998). 

Sul Diritto greco. 

Platone “Apologia di Socrate”, “Critone”, “Fedone”, “La Repubblica”, “Le Leggi, “Il Politico”; 
Aristotele, “Etica Nicomachea”, “Costituzione di Atene”, “Politica”; 
Plutarco, “Vite Parallele”, che in alcuni episodi costituisce una comparazione tra mentalità greca e mentalità romana, anche in sede di Diritto. 
Moses Finley, “Uso e abuso della storia”, saggi sul Diritto greco, ed, Einaudi (Torino, 1981). 

Sul Diritto etrusco. 

Da non farsi fuorviare dal titolo, ad uso editoriale propagandistico: l’argomento è prevalentemente di carattere giuridico: Giulio M. Facchetti (avvocato), “L’enigma svelato della lingua etrusca”, ed. Newton Compton (Roma, 2000). Il Facchetti è anche autore di un’opera sul Diritto privato etrusco (per quanto si ricava da fonti antiche e dall’archeologia, visto che opere dirette non ci sono rimaste). 

Sul Diritto romano. 

Marco Tullio Cicerone, “Orazioni”, soprattutto le Verrine, Catilinarie, A favore di Milone, Filippiche. 
Crispo Sallustio, “La Congiura di Catilina”. 
Marco Fabio Quintiliano, “Istituzione oratoria”, ed. BUR (Milano, 2001), 3 voll. 
Cornelio Tacito, “Annali”. 
Svetonio Tranquillo, “Le Vite dei Dodici Cesari”, particolarmente Caligola, Nerone e Domiziano. 
Plinio il Giovane, “Panegirico di Traiano” e “Lettere a Traiano”. 
Quinto Settimio Fiorente Tertulliano, “Apologetico”. 
Lucio Apuleio, “Sulla magia”. 

OPERE E MANUALI 

Gian Battista Vico, oltre a parte della “Scienza Nuova”, “Sull’unico principio e fine del Diritto Universale” e “Sulla coerenza del giurisprudente” , ed. Sansoni (Firenze, 1974) . 
Vincenzo Arangio-Ruiz, “Storia del Diritto Romano”. Ed. Jovene (Napoli, 1998); 
Matteo Marrone “Istituzioni di Diritto Romano” (parti destinate al Diritto penale e alla procedura), ed. Palumbo (Palermo, 2002); 
Aldo Schiavone ( acura di), “Storia del Diritto Romano” ed. Giappichelli (Torino, 2001). 

SUGLI SVILUPPI SUCCESSIVI DEL DIRITTO PENALE ROMANISTICO 

Adriano Cavanna, “Storia del Diritto Moderno in Europa”, ed. Giuffrè (Milano, 1982). 

SULLA NATURA MAGICO-RELIGIOSA DEL DIRITTO ROMANO ARCAICO (età repubblicana) 

Carla Faralli, “Diritto e Magia”, ed. CLUEB (Bologna, 1992), saggi sul pensiero di Haegerstroem ed altri. 

Sui sistemi inquisitori e l’uso della tortura 

Aldo Migliorini, “Tortura, Inquisizione, Pena di morte”, ed. Lalli (Poggibonsi, 2001). Oltre a varie stampe, vi è pubblicato anche il formulario procedurale della tortura, operata dall’Inquisizione nel XVIII secolo. 





L’ANIMA DI PONZIO PILATO ALEGGIA

SUL LUNGOTEVERE

Di Manlio Tummolo

(Bertiolo, UD - 13 ottobre 2011)



A partire da Esiodo (VIII sec. a. C.), la letteratura di tutti i popoli , non ha mai visto di buon occhio, i giuristi e i giudici in modo particolare. Esiodo, in “Le Opere e i Giorni” li qualificò “divoratori di doni” [*]. Vero che, allora, i giudici erano puramente dei mediatori privati scelti dalle parti, ma la situazione non è poi granché modificata neppure dopo. Le valutazioni di Platone ne “L’Apologia di Socrate” non furono granché diverse. Molti forse trascurano che i Vangeli sono un’ottima descrizione, ancorché sintetica, di un processo penale di tipo accusatorio, in uso all’inizio dell’ Impero Romano. Più tardi, cominciò a trasformarsi in rito inquisitorio, da Nerone in poi, soprattutto relativamente a processi di natura politica o religiosa. Riporto come Luca, dopo aver descritto il primo dibattimento al Sinedrio, per l’accusa di bestemmia (dichiararsi “figlio di Dio”, per farisei e sadducei era appunto un tale peccato-reato), passa al procedimento davanti a Ponzio Pilato, al quale delle bestemmie contro la fede monoteistica ebraica nulla interessava, ma rilevava, viceversa, l’accusa, rivolta a Gesù detto il Cristo, di attentare al potere romano, e pure la problematica delle competenze territoriali e politiche nella Palestina di allora.

Cfr. Cap. 23, vv. 1 – 25:
“ Gesù davanti a Pilato. - Tutta l’Assemblea si alzò, lo condussero a Pilato e cominciarono ad accusarlo: ‘Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re’. Pilato lo interrogò: ‘Sei tu il re dei Giudei?’. Ed egli rispose: ‘Tu lo dici’. Pilato disse ai sommi sacerdoti e alla folla: ‘Non trovo nessun colpa in quest’uomo’. Ma essi insistevano: ‘Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea fino a qui’.

Udito ciò, Pilato domandò se era Galileo e, saputolo che apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode, che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme. Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo… Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla… i sommi sacerdoti e gli scribi lo accusavano con insistenza. Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una splendida veste e lo rimandò a Pilato…

Pilato, riuniti i sommi sacerdoti, le autorità e il popolo, disse: ‘ Mi avete portato quest’uomo come sobillatore… l’ho esaminato… ma non ho trovato nessuna colpa in lui di quelle di cui lo accusate; e neanche Erode, infatti ce l’ha rimandato… perciò dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò. Ma essi si misero a gridare: ‘A morte costui ! Dacci libero Barabba…’
Pilato parlò loro di nuovo, volendo rilasciare Gesù. Ma essi urlavano: ‘Crocifiggilo, crocifiggilo !’. Ed egli, per la terza volta, disse loro: ‘Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte’. Essi però insistevano a gran voce che venisse crocifisso. Pilato allora decise [per la minaccia di rivolgersi a Tiberio stesso] che la loro richiesta fosse eseguita.”.

Matteo (cap. 27, vv. 11 – 35) cita anche il rito del lavaggio delle mani, che simboleggia l’irresponsabilità di Pilato per il sangue di Gesù, che, secondo Matteo ed il Cristianesimo in generale, doveva ricadere solo sui presenti ed i loro figli.

Ora vediamo che lo spirito di Ponzio Pilato e pure quello di Erode aleggiano tuttora in quella zona di Roma che sta tra Piazza S. Pietro ed il Lungotevere, in un palazzo di Piazza Cavour, in stile neobarocco, esempio architettonico della Roma italiana e del Regno d’Italia. Lo avevo già segnalato con la prima deliberazione sui fatti di Avetrana, nella quale, pur notando i vari errori procedurali commessi, le decisioni del Tribunale di Taranto venivano annullate, ma con rinvìo. Un tentativo, evidentemente pilatesco, di non demolire del tutto l’operato della locale SS. Inquisizione tarantina, nella quale comprendo integralmente, non solo la Procura, ovvero la parte inquirente, ma anche quella sezione dei magistrati giudicanti che confermarono in gran parte le irregolarità procedurali compiute. Se può essere comprensibile rinviare la prima volta come invito a correggere i suoi errori, non lo è più quando il fenomeno si reitera, pur di fronte a motivazioni ancora più gravi e, per giunta, del tutto ignorando formali denunce della Camera Penale Romana e dell’intera Unione delle Camere Penali, ovvero la parte forense dell’amministrazione giudiziaria, che sottolineavano con la massima precisione gli abusi procedurali commessi, in primis la violazione sistematica dei diritti costituzionali e giuridici della difesa, con la sottoposizione ad indagine di ben quattro avvocati, cosa finora inaudita anche nelle peggiori dittature.
Assurdo appare il pretesto che con la rimessione si offendesse la popolazione di Taranto, la quale non poteva certo avere lo stesso potere dei farisei di Gerusalemme, se non perché la locale Magistratura poteva farsene influenzare in modo pesante. Vacuo era anche il pretesto che non vi era mai stata rimessione dal 1989, quando viceversa è noto che il processo Restivo per l’assassinio di Elisa Claps, avvenuto a Potenza ormai oltre 10 anni fa, si svolgerà non a Potenza, sede territorialmente competente, ma a Salerno, competente viceversa per indagini penali sulla Magistratura di Potenza. Dunque, alla chetichella, senza chiasso e senza ridicole levate di scudi, come ora, il processo era stato da tempo “rimesso” da Potenza a Salerno. E dunque?

Vediamo allora le norme: l’art. 45 del Codice di Procedura Penale prevede la rimessione (ovvero trasferimento) da una sede all’altra per la presenza di gravi situazioni locali che turbino il processo, la libera determinazione delle persone che vi partecipano (ovvero, le parti in causa, i testimoni, gli avvocati e gli stessi magistrati), la sicurezza e l’incolumità pubblica, ma quel che contava veramente, date le irregolarità largamente compiute a spese di tre indagati in maniera specifica (l’intera famiglia Misseri, per intenderci) e gli avvocati Russo e Velletri, a loro volta costretti non solo ad abbandonare la difesa, ma anche sottoposti a procedimenti disciplinari di assai discutibile regolarità, i motivi di legittimo sospetto, perché non si può non sospettare su comportamenti che arrivano alla violazione indecente ed inammissibile di diritti fondamentali, costituzionalmente ed internazionalmente previsti, per la professione forense e per l’indagato o imputato stesso. Quale “ciliegina sulla torta” si è giunti, cosa che poi ha suscitato la legittima reazione dell’Ordine forense, a denunciare un avvocato cassazionista di grande esperienza, come il dr. prof. De Cristofaro, per un preteso infedele patrocinio. Ora, soltanto il patrocinato può e deve stabilire se il proprio difensore non lo difende secondo una strategia comunemente prevista, essendo la difesa dell’avvocato, non sostanziale, bensì tecnica, obbligatoria in quanto imposta dalla legge, perfino ai giuristi professionisti, docenti di Diritto, avvocati, notai o magistrati che siano.

E’ dunque al solo patrocinato che spetta la decisione di considerare il proprio difensore come un eventuale infedele patrocinatore, ovvero come persona che non tiene conto della sua volontà, ma si regola assolutamente d’arbitrio e contro gli interessi legittimi dell’indagato/imputato. Infatti, il patrocinato in tal caso può e deve presentare un atto di ricusazione del difensore e poi, per logica, una correlativa querela di infedele patrocnio. E’ assurdo ed illegittimo che possa essere un qualunque inquirente, o meglio S. Inquisitore, a decidere se un certo avvocato compia o non compia un patrocinio fedele.

Va altresì rilevato che, allo stesso art. 45, nell’ultima riga, si fa riferimento come sede di trasferimento all’art. 11 del CPP, dove tuttavia si parla del magistrato territorialmente competente per le indagini su reati commessi da altri magistrati, ma questo riferimento, ieri fatto dal sostituto procuratore generale della Suprema Corte, indicava dunque che vi erano indagini in corso sugli stessi magistrati di Taranto, come si deduce dalla denuncia della Camera Penale Romana, che tutti sembrano far finta di ignorare, e che renderebbe del tutto incompatibile il rapporto tra magistrati denunciati ed avvocati denuncianti.
Con tali premesse, era scontato richiedere la rimessione, non tanto per i comportamenti mediatici o non mediatici, comuni a larga parte d’Italia, grazie ad Organi di informazuone che ripetono pedissequamente quanto viene inviato dalle veline degli organi giudiziari o governativi senza un benché minimo esame critico, quanto, se non esclusivamente, per il legittimo sospetto che la locale Magistratura non agisse ai fini di una corretta amministrazione giuridiziaria (lasciamo stare una Giustizia che in sede umana non sussiste), quanto a fini reconditi, tutti da spiegare e motivare nella sede opportuna, a cominciare dal Consiglio Superiore della Magistratura in sede disciplinare e, in sede penale, presso la competente Procura. Ora, invece, da quel che si capisce, si è puntato soprattutto sul fatto mediatico e la reazione delle folle sanguinarie, che si potevano tranquillamente ignorare se la locale Magistratura non se ne fosse assolutamente curata con tangibili prove.

Così si è dato il destro agli eredi di Ponzio Pilato di intingersi per la terza o quarta volta le mani nella bacinella d’acqua, ormai sporca, per rinviare ancora una volta a Taranto il ruolo di sede giudicante. Per le folle sanguinarie e per la Procura tarantina potrebbe essere una vittoria di Pirro (siamo a Taranto, e Pirro fu alleato di Taranto contro Roma), ma anche qualcosa di peggio un boomerang. Infatti, qualunque cosa dovesse prossimamente avvenire, urli, tentate violenze, minacce, condizionamenti o altro, nei confronti delle parti e dei testimoni, scatterebbe inesorabilmente l’art. 49 CPP che consente la ripresentazione della richiesta di rimessione. I magistrati di Taranto quindi stiano in guardia: si troveranno sul filo del rasoio. Ogni disturbo, ogni perturbamento del processo, ogni violazione procedurale, ogni claque in aula, potrebbero costare loro l’aggravamento delle motivazioni della denuncia penale che pende su di loro come una spada di Damocle. Da domani, dunque, comincia il concerto: sono convinto che gli avvocati difensori scateneranno quella battaglia di eccezioni, che costituisce sempre l’incipit dei procedimenti giudiziari. Ad essi va il mio saluto, il mio incoraggiamento, il mio “In bocca al lupo”, e che la Dea DIKE vegli con mano ferrea sugli eventi. Si ricordino i fanatici ammiratori della SS. Inquisizione che, se tenteranno di danzare le loro ridde sanguinarie davanti alla gogna o al patibolo, in attesa di quegli spettacoli che i loro antenati apprezzavano, quali la decapitazione, lo squartamento, la tortura, il rogo, daranno ai difensori la possibilità di far applicare rigorosamente l’art. 49 del CPP, e questa volta con conseguenze devastanti per i loro beniamini.


NOTE .

[*] ESIODO (poeta e cantore di Beozia dell’VIII sec. a. C)

CONTRO I GIUDICI

Brani tratti da “Le opere e i giorni”
Editrice BUR (Milano, 2004) - trad. it con testo greco a fronte, di Ludovico Magugliani, introduzione di Werner Jaeger, premessa e note a cura di Salvatore Rizzo .

O Perse, pòniti bene in mente questo, e la Contesa che gioisce del male non ti distolga l’animo dal lavoro per farti stare a spiare i tribunali e a prestare orecchio alle liti. Poco interesse ha, per le liti o per i discorsi da tribunale, chi non ha in casa mezzi più che sufficienti di vita, la spiga di Demetra e i frutti di stagione che la terra produce. Quando tu ne abbia in abbondanza, allora favorisci pure liti e discordie contro i beni degli altri; ma non potrai agire così una seconda volta; definiamo qui allora la lite secondo quelle rette sentenze che, provenendo da Zeus, sono le migliori. Già infatti dividemmo l’eredità e tu, derubandomi, molte altre cose arraffasti, molto lusingando i giudici, divoratori di doni, i quali consentono di emettere tali sentenze…” 
(pagg. 91 e 93 - qui, il neretto è mio, M. Tummolo) .


Giustizia e ingiustizia (vv 213 – 247)
O Perse, ascolta la giustizia e non alimentare la Prepotenza; la prepotenza è dannosa all’uomo debole; nemmeno il grande facilmente la può sopportare, anzi egli stesso rimane oppresso e va incontro a sventure. Migliore è l’altra strada, verso la giustizia: la giustizia al termine del suo corso vince la prepotenza, e solo soffrendo, lo stolto impara. Immediatamente insieme con le tortuose sentenze corre Orcos e si leva l’alta protesta della giustizia, trascinata dove uomini divoratori di doni la conducono e giudicano le cause con ambigue sentenze. Essa li segue piangendo per la città e per le dimore dei popoli, vestita di bitrume e portando male agli uomini che la scacciano e male la esercitarono.
Ai giudici, poi, che impartiscono la vera giustizia ai cittadini e ai forestieri, che non trasgrediscono il giusto, a quelli la città fiorisce, e i popoli sono in essa fiorenti: la pace, nutrice di giovani, è sulla terra, né Zeus dall’ampia pupilla predispone mai per loro la guerra luttuosa. Agli uomini giusti non s’accompagnano neppure la fame e la sventura, bensì essi godono nelle feste dei frutti amorosamente curati. A loro la terra fornisce mezzi copiosi… le donne generano figli simili ai padri…
A quelli, invece, che hanno in cuore malvagia prepotenza e opere ingiuste, a costoro il Cronìde Zeus dall’ampia pupilla assegna la pena… il Cronìde manda dal cielo grandi malanni… Le donne non partoriscono più, le casate vanno in rovina…

Ammonimento ai giudici (vv. 248 – 273)
O giudici, pensate anche voi a questo fìo: vicino e in mezzo agli uomini, gli Immortali osservano quanti con inique sentenze si tormentano l’un l’altro non curando il timore degli Dèi. Trentamila, infatti, sulla terra nutrice di molti, sono gli Immortali inviati da Zeus, custodi agli umani mortali, i quali ne osservano appunto le cause e le opere nefande: essi, vestiti d’aere, si aggirano su tutta la terra. V’è anche la gloriosa vergine Dike, generata da Zeus e venerata dagli Dèi che abitano l’Olimpo; quando qualcuno la offende tortuosamente insultandola, essa subito s’asside supplice presso il Padre, il Cronìde Zeus, e denuncia l’animo degli uomini ingiusti affinché il popolo paghi la follìa dei giudici che meditano inganni e con tortuose parole svìano altrove i loro giudizi. Tenendo presente ciò, operate rettamente, o giudici, divoratori di doni, e dimenticatevi per sempre delle vostre inique sentenze. A se stesso prepara mali l’uomo che ad altri prepara mali; il cattivo consiglio è pernicioso allo stesso consigliere…

La legge degli uomini (vv. 274 – 285)
Agli uomini, infatti, il Cronìde dettò questa legge: è proprio dei pesci, delle fiere, dei volanti uccelli divorarsi l’un l’altro, perché non esiste giustizia fra loro, ma agli uomini diede la giustizia, che è cosa di gran lunga migliore. Se uno, conoscendo la verità la proclama, a lui Zeus dall’ampia pupilla darà la felicità; chi invece coscientemente giurerà il falso e renderà falsa testimonianza, ingannando la giustizia commetterà irreparabile crimine e lascia dopo di sé la progenie sempre più oscura, mentre fiorirà la discendenza dell’uomo che ha giurato il vero” (pagg. 109 – 115 ; anche qui il neretto è mio, M. Tummolo).

NOTA: Perse, a cui dedica lo scritto, è un fratello imbroglione che, corrompendo i giudici (allora, mediatori privati, non ufficiali pubblici, ma nella sostanza la condizione non cambia), gli aveva portato via gran parte dell’eredità spettantegli.

Cfr. pure il mio saggio “Giuristi, comici e tragici, nella letteratura europea”,
pubblicato in “Capriccio di Strauss” n. 24, dicembre 2004, pagg. 10 – 21,
reperibile via INTERNET in   www.capricciodistrauss.eu




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SPIRITISMO  E  GIURISPRUDENZA

Un curioso episodio degli inizi ‘900,
per risolvere un caso di omicidio

Di Manlio Tummolo


Bertiolo (UD), Settembre 2011

Prefazione

Quale potrebbe essere la tecnica più semplice, o“l’uovo di Colombo”, per individuare l’autore di un omicidio, se non interrogare il morto stesso? Volendo applicare il criterio della semplicità, che qualcuno scambia col “rasoio di Ockham”, che, viceversa, era tutt’altro, la cosa più semplice sarebbe quella di fare domande al morto stesso: “Chi ti ha ucciso?” e il morto, con la tipica voce a lenti giri e cavernosa, risponderebbe subito “E’ stato Bertoldo”, e poi spiegherebbe tutte le modalità dell’omicidio stesso. Ma il problema più difficile sarebbe, appunto, quella di riuscire a stabilire un contatto col morto e farlo parlare, perché poi i morti, stranamente, avrebbero bisogno, secondo queste ipotesi e procedure, di parlare con strumenti eccezionali e con eccezionali misure. Generalmente non parlano con la propria voce ma con quella dei cosiddetti “medium”, termine usato senza declinazione, ma se si rispettasse la lingua latina, al plurale dovrebbe dirsi “media”, però non ha più la stessa efficacia nell’uso comune, anche perché confondibile con apparecchiature video-sonore. Il tentativo di colloquiare con i morti è antichissimo (necromanzia o negromanzia, condannata dalle più varie religioni), si sa, ma solo tra fine Ottocento e inizi Novecento, negli USA, Paese celebre sempre per il suo alto spirito scientifico, empirico, sperimentale e tecnologico, si pretende di formulare una procedura, un “protocollo”, non più con criteri magici ed inspiegabili, bensì in forma propriamente “sperimentale”, ovvero scientifica e ripetibile. A molti la cosa sembrerà vagamente lugubre o ridicola, eppure tuttora molti altri prendono sul serio la faccenda, e creano una teoria abbastanza complessa per spiegare come mai i morti, liberi dal corpo e quindi da rapporti e da legami terreni, si interessino ugualmente a scendere sulla Terra per venire a dialogare con i viventi. Uno di questi elementi di interesse non è tanto costituito da nostalgia, quanto da un legame ancora “fisico” col mondo da parte dell’anima, fino a sua completa evoluzione, per cui soltanto al termine di questa evoluzione se ne distaccherebbe del tutto. Ma il problema essenziale restava (e resta tuttora) la possibilità di dialogare col morto, sia con un linguaggio simile all’alfabeto Morse, costituito da colpi sul tavolo, sul muro, sulla porta, sia con la voce del “medium” (generalmente una donna, chissà perché), che entrava nello stato di trance (uno stato in cui il soggetto mediatore perde la sua personalità ed assume quella dell’essere che entrerebbe in lui) e cominciava a parlare con una voce e talvolta con una lingua non sua. Lo stato di trance, vero o falso che sia, autentico o recitato, dovrebbe riprodurre una condizione inconscia, quasi una forma di sonno nella veglia, di cui la persona del medium neppure si rende conto (al risveglio, spesso anche doloroso, dice di non ricordare nulla). Talvolta l’anima del morto si manifesta con fenomeni di “lievitazione” dei corpi (il celebre tavolino che si alza da solo), con lo spostamento di oggetti, e via dicendo. Generalmente tutto questo avviene al buio quasi totale, si presume perché i fantasmi abbiano paura della luce, come i viventi del buio, oppure perché il loro materializzarsi è visibile solo al buio, come la fosforescenza. Naturalmente la possibilità di trucchi ed imbrogli da baraccone è elevatissima, e gli stessi spiritisti lo riconoscono, ma restano sempre i casi inspiegabili.  

Ora, qui non mi interessa tanto analizzare questi eventi, se veri o falsi, truccati o meno, quanto esaminare un episodio storico avvenuto tra il 1916 ed il 1918, riguardante appunto un omicidio risolto con procedura spiritistica e telepatica. Tale episodio viene dettagliatamente descritto in una Rivista, allora di larga fama, “Luce ed Ombra”, pubblicata dall’Editrice Marzorati, e con pretese scientifiche. Ad essa collaborava il celebre spiritista Ernesto Bozzano, il Marzorati che la gestiva, l’avvocato Francesco Zingaropoli (autore del saggio qui in esame) e, dalla parte opposta lo psichiatra e docente universitario Enrico Morselli (insieme al triestino Edoardo Weiss che invece ne fu seguace, uno dei primi studiosi e critici di Freud in Italia, alla cui teoria psicoanalitica dedicò due notevoli volumi. Morselli si occupò anche di spiritismo, negandone la natura “spiritualistica” o “animistica”, per portarla su livelli di auto-suggestione singola o collettiva). Volendo essere immodesto, come sempre, ricordo anche che vi collaborò con articoli e polemiche (buon sangue non mente) mio nonno Vincenzo Tummolo, in opposizione sia alle teorie di Bozzano che di Morselli, alcune delle quali reperibili su INTERNET. Mio nonno Vincenzo fu traduttore dal francese di “Animismo e spiritismo” di Aksakov spiritista russo, ed autore di un’opera dettagliata per il tema “Sulle basi positive dello spiritualismo”.

Altra premessa da fare. Per spiegare come mai fenomeni metapsichici o paranormali o parapsicologici, che dir si voglia, entrarono in discussione nell’ambito di un processo penale, occorre chiarire alcune cose sulla mentalità giuridica che, nel pensiero comune e nel vanto degli stessi giuristi, appare come il massimo della razionalità e della concretezza, dunque il rifiuto assoluto verso ciò che esce dagli schemi realisti o pratici della conoscenza umana. In verità di questo c’è sì l’ambizione, il vanto, ma non la corrispondenza né nella natura intrinseca, direi congenita, del pensiero giuridico specialmente tradizionale, né nella metodologia che procede per tassonomie o classificazioni, non per ragionamenti induttivi o deduttivi. Il procedimento giuridico si fonda sulle classificazioni astratte, non collegate alla realtà, ma preposte all’esame dei fatti che vengono di volta in volta incasellati in queste fattispecie tradizionali. Per rendersi conto ancora meglio di questo procedimento non razionale ma puramente classificatorio, occorre risalire alle origini del pensiero giuridico, che sono sempre religiose, in tutti i popoli e culture. Anche qui non posso granché approfondire tale aspetto, ma rinvio a Carla Faralli “Diritto e Magia”, ed. CLUEB (Bologna, 1992), dove espone la critica di Haegerstroem ed altre nelle quali si va sottolineando la natura originariamente religiosa e magica del Diritto, specialmente romano, ma potremmo anche aggiungere quello di ogni altro popolo. Non è un caso che i primi giudici furono re-sacerdoti,  caste sacerdotali ecc. Sempre qui si potrebbe citare l’opera di Claudio Saporetti “Antiche Leggi”, ed. Rusconi (Milano, 1998). Questa mentalità si proietta poi nel tempo e, ancorché adattata, limitata, corretta e riveduta, vige tuttora; resta tutt’oggi al magistrato una figura “sacrale”, quasi dell’Ispirato da Dio, l’Infallibile, Colui che conosce la verità per immediatezza, grazie a rivelazioni divine o angeliche, qui poco importa; da ciò deriva la sua simpatia verso il “sensitivismo”, il veder le cose non con gli occhi ma con la mente anche a distanza. E’ di questi giorni la notizia di un giudice italiano che pretende, soltanto guardando la fotografia di un’assassinata, di capire chi sia l’assassino. Non è un caso che la cosiddetta “toga”, indumento comune ai giuristi ed ai professori universitari fornito di fronzuli penduli e dorati, ricordi molto il mantello farisaico, descritto ed irriso da Gesù Cristo, in Matteo 23. 5, così come i colori, nero o rosso, sono quelli prediletti dalle caste sacerdotali (anche demoniache, a dire il vero).

In questo tipo di mentalità è facile che emerga, tanto il rifiuto assoluto di ogni astrazione razionale (e quindi il puro emprismo materialista) rivolto soprattutto contro la filosofia vista come un’elaborazione da “romanzo”, quanto, insieme oppure in contrapposizione, anche la credulità di fronte a fenomeni non razionalmente spiegabili, veri o falsi che siano. In fin dei conti, scetticismo assoluto e fideismo assoluto sono gli estremi di una stessa linea, ovvero il rifiuto di un procedimento che, grado per grado, giunga a determinare una conoscenza, per quanto relativa e limitata, ma controllabile, dei fenomeni o delle teorie. Nel caso che sto per prendere in esame, sembra che sia prevalsa nei magistrati degli almeno due gradi di giudizio proprio la credulità, il dare per buona, assodabile ed assodata, la rivelazione, tramite telepatia nella fase agonica prima e post mortem poi, da parte dell’assassinato, sulla persona del proprio assassino .

I testi, sotto citati, di “Telepatia e Giustizia”, il cui autore fu l’allora celebre studioso di spiritismo Francesco Zingaropoli di professione avvocato (costui si occupò anche di cause civili collegate a case infestate da spiriti), vengono riportati dal fascicolo di “Luce e Ombra” del dicembre 1918, pagg. 15 – 31. La pretesa del lavoro è di essere opera scientifica, tale da servire da modello per successive esperienze processuali:

“ La monografia che sotto questo titolo fu scritta dal sostituto procuratore del Re [1] Avv. Alessio Milone e pubblicata nel fascicolo luglio-agosto 1918 della Rivista ‘La Scuola positiva’ di Roma, diretta da Enrico Ferri [2], trae occasione da una causa dibattutasi nello scorso anno innanzi la Corte di Assise di Lucera a carico di Garibaldi Veneziani imputato di omicidio in persona del Conte Ubaldo Beni da Gubbio. E’ la prima volta che un magistrato di larghe vedute [la sottolineatura è mia] rappresentante del Pubblico Ministero, non esiti a proclamare:

"Il fenomeno telepatico che riferiamo ha una particolare importanza per avere avuto l’onore di un accertamento giudiziario…"


Or, siffatta preliminare affermazione ha una portata incommensurabile ed apre, nel campo del Diritto, nuovi orizzonti che non tarderanno a sconvolgere i vecchi codici ed a modificare gli antiquati concetti antiscientifici della responsabilità penale non più rispondenti alle risultanze delle attuali ricerche psichiche. Si tratta di accertare se i fenomeni sono o non sono. Questo semplice [!!!] accertamento ha lasciati fin’ora titubanti giureconsulti, giudici e difensori: ma la verità è in marcia e anche la Giustizia si evolve. Il dibattito cui accenno ne è l’indice: tutta la sua importanza non è tanto riposta nel sostrato del fenomeno telepatico; ma quanto all’averlo rilevato ed, accertatolo, nel discutere della sua forza probante in concorso delle altre prove processuali. Ed il Milone, nel pronunziare la requisitoria [3] e nell’illustrarla, più tardi nella sua monografia, dovette ricordarsi, non è da dubitare, dell’asserto di Cesare Lombroso [4]: ‘I fatti esistono ed io, dei fatti, mi vanto di esserne schiavo!’.[5]

Per quanto ne sappia, la Giurisprudenza successiva non sviluppò nella pratica processuale simili teorie paranormali o parapsicologiche, certamente tuttavia vediamo spesso la tendenza nei magistrati di indulgere a pratiche che nulla hanno di scientifico (per il semplice fatto che non sono riproducibili e verificabili, anche ammettendo la loro verità ontologica), come il sentire veggenti o il trasformare sogni ed allucinazioni in realtà comprovate. Questa indulgenza e questo interesse a fenomeni paranormali, applicato alla realtà processuale, alle indagini, rischia di provocare forti distorsioni nell’andamento giudiziario, spingendolo sulla strada dell’inaccettabile e del ridicolo, mentre invece il dover decidere sul futuro di molte persone implica la massima serietà e il massimo rigore metodologici, anche per una fatto di coscienza civile e professionale. Senza escludere in assoluto l’esistenza di fenomeni eccezionali di natura fisica, psichica o mista, siamo tuttora ben lontani dal capirme i meccanismi, per cui la pretesa conoscenza di questi fenomeni è inapplicabile alla ricerca scientifica vera e propria ed all’attività di tipo giudiziario. L’Autore cita del Lombroso stesso il criterio discriminante su questi fenomeni e la necessaria cautela da adottare di fronte a chi ne vanta la conoscenza, o di dominarli o di utilizzarli:

“Ma v’ha anche la timorata preoccupazione racchiusa nella proposizione che con una allucinazione telepatica non si manda in galera la gente. Come magistrato e come studioso, penso che il giudice non possa disimpegnarsi dal curare un tale accertamento allo scopo di assodare se sia vero nel senso s’intende, oltre che generico, specifico della verità in ordine a tali fenomeni, col dovuto contributo che devesi assegnare alla suggestione, al caso fortuito, alla strana coincidenza nonché alla ipotesi essenziale agli effetti di una inchiesta giudiziaria, di un trucco che un soggetto processuale o un testimonio, o persona estranea al dibattimento volesse insinuare nella compagine di un processo, per deviare il corso delle indagini o aggravare una tendenza dello stesso” [6].



Ora veniamo al fatto, così come descritto dal procuratore Milone e riportato dallo Zingaropoli.


Un tale conte Ubaldo Beni da Gubbio conviveva a Pietra Montecorvino, dirigendo una cava di creta per la produzione di sapone, per conto (vedi che curiosità!) della Ditta Kill con sede a Firenze, con la signora Anna Gasparini, con la quale si sarebbe sposato con rito civile (siamo in tempi anteriori al concordato e durante la Prima Guerra Mondiale) appena la signora avesse sistemato alcune faccende ereditarie. Delle spedizioni ferroviarie si occupava un giovane di nome Garibaldi Veneziani (Garibaldi, come d’uso in quegli anni, era un nome proprio, non il cognome), che riscuoteva assegni provenienti da Lucera e firmati in bianco dal Beni. Nel maggio 1916, il Veneziani si appropriò di ben 900 lire (all’epoca una bella cifretta, malgrado la svalutazione bellica) su 1200. Il Beni, accortosene, minacciò il dipendente di denunciarlo. Il Veneziani desiderava altresì sostituirsi al Beni nella direzione dell’azienda. Il 24 agosto (anche questo è curioso: certi delitti avvengono sempre dopo la metà d’agosto!) 1916 il Beni si recò a Lucera con un calesse, seguito dal Veneziani in bicicletta. Il giorno dopo i passanti videro il cadavere del Beni, assassinato sulla strada Lucera-Pietra, e sul suo corpo vennero trovati l’orologio con catena e il portafoglio con 20 lire. Il Veneziani dichiarava di aver lasciato il Beni poche centinaia di metri prima del luogo del delitto, e ben presto fu il primo, se non l'unico, sospettato del delitto. L’uomo inoltre aveva ricevuto parecchi assegni del Beni, per il complessivo valore di lire 1600. Prima negò l’esazione, poi ammise di averla compiuta ma consegnando al Beni l’incasso. Fu quindi arrestato per omicidio ed appropriazione indebita qualificata (la definizione è ovviamente quella del Codice del tempo, ovvero Zanardelli). Contro di lui venne aperto il procedimento penale. Verso la fine dell’istruttoria (allora non esisteva la figura distinta tra P.M. e giudice delle indagini preliminari, ma il solo giudice istruttore, come fino al 1989), arrivarono, da parte del Delegato di Pubblica Sicurezza (la Polizia di Stato del tempo) da Spoleto, due lettere, di cui una della madre del Beni, l’altra della sua convivente signora Gasparini. Seguono i rispettivi testi, come riportati dallo Zingaropoli.

“Ill.mo Sig. Delegato,
Faccio la presente deposizione. La notte del 26 corrente ho la certezza di aver visto svolgersi il delitto che ha colpito il mio povero figlio Ubaldo. Mi pareva vederlo venire sul suo carrozzino, per una strada campestre, quando fu aggredito.
L’aggressore aveva un segno particolare consistente in una macchia all’occhio. Il mio povero figlio, caduto a terra per il declivio della strada, fece come una mossa. L’assassino,vedendo questo, si diede a fuga precipitosa. E in fede per la verità.
Caterina Beni “
 [7]

E’ facile verificare che la donna, sogno o allucinazione che sia la sua, non vede un omicidio, vede una caduta, vede un moribondo che ha spasmi di agonìa, vede l’”assassino” che fugge, ma in realtà non vede la serie di colpi che avrebbe inferto al figlio. Vede altresì che l’uomo ha una macchia nell’occhio, ma stranamente non ne vede il volto. La convivente della vittima aggiunge poi un’altra versione, dove si definisce moglie della vittima e ne assume il cognome, pur essendo stato scritto che tale ancora non era. Vediamo:

“Ill.mo Sig. Delegato,
Io dichiaro che, ne