giovedì 27 ottobre 2011

Marco Simoncelli. Io vi spiego il "Diobò" ed il "Sic", Marco il sogno del ragazzo "normale"

Il Sic
Il Sic ha dato l'ultimo saluto alla sua gente. Ventimila persone hanno invaso Coriano per fargli capire che il suo modo di essere era quello giusto. Non tutti erano motociclisti ed in buona parte non erano neppure appassionati di questo sport. Nei giorni scorsi alla camera ardente sono passate anche una infinità di mamme, donne che avevano gli occhi lucidi perché, pur non conoscendolo (alcune ricordavano lo spot del 2010 in cui "gufava" le nazionali del mondiale di calcio), avevano visto i loro figli piangere alla notizia della sua morte, capendo da quelle lacrime che se n'era andato per sempre un ragazzo semplice e genuino. Ed infatti Marco era così. C'è un libro, che di sicuro presto verrà ristampato da Mondadori, dal titolo strano: "Diobo' che bello", e la parola "Diobò" fa capire quanto Marco fosse rimasto un ragazzone di paese. Prima di spiegarla occorre dire che ad oggi la usano i giovani (e solo loro) in maniera diversa ed a seconda delle occasioni. Per cui può prendere il posto sia di una esclamazione (Accidenti! Fantastico! Eccezionale!) che di un punto di domanda in risposta a qualche racconto particolarmente incredibile (Davvero? Sul serio?).

In effetti, però, è nata molti anni fa e fu coniata dai bambini romagnoli che vivevano le loro giornate giocando in strada. In sostanza è il diminutivo di due parole staccate, un tempo usate comunemente in Romagna ma che ora non si ascoltano più, una sorta di imprecazione che, specialmente in estate, rimbombava ripetutamente nei luoghi di ritrovo quali i bar. A pronunciarla erano i vecchi mangiapreti dei paesi che quando giocavano a "maraffone" (gioco di carte popolare nelle città romagnole), o a "briscola", anticipavano ogni alzata di voce, ogni diverbio col compagno di partita (ma ce n'era anche per chi guardava "da sopra" e criticava troppo) con un doppio prefisso offensivo verso chi, credevano, fosse l'attore principale delle loro sventure, Dio. I bambini, come logica vuole, le fecero loro usandole al momento dei litigi e delle "tigne", anche in famiglia. Ed allora i genitori spiegavano, a volte a scapaccioni, che quelle parole non si potevano dire, che pronunciandole si commetteva un peccato. Così i bambini, per non offendere nessuno, tanto meno Dio, le unirono formandone una sola che poi, per non incorrere in scomuniche accorciarono togliendo le due lettere finali (la i e la a) che infastidivano tutti, specialmente i preti che al tempo scomunicavano a mano aperta (io ne so qualcosa). 

Comunque il libro, titolo strano o meno, è in effetti una lunga intervista di Paolo Beltramo a Marco Simoncelli, che poi lo firmerà anche come autore. Fra quelle pagine ce ne sono alcune che meritano di essere lette per capire chi in realtà fosse il Sic. Ma perché lo chiamavano "il Sic"? "Sic" è un nomignolo nato anni fa quando chi doveva inserire i nomi nell'angolo sinistro del televisore, una questione di spazio vuole si inseriscano non più di tre lettere (di solito le prime tre) per segnalare la posizione dei piloti in gara, si trovò di fronte a due cognomi che iniziavano allo stesso modo. C'era un pilota di nome Simon ed uno di nome Simoncelli. Avrebbe potuto scrivere Sin, dato che la consonante successiva alla emme era la enne, ma non gli piacque come diminutivo e preferì Sic. E visto che la "C" nel cognome di Marco è dolce, tutti iniziarono a chiamarlo Sic, anzi "il Sic". Quando poi iniziò a vincere, facendo sorpassi al limite delle possibilità, i commentatori televisivi lo ribattezzarono "SuperSic". Ma chi era il Sic lo spiega Marco stesso nel libro. 

"A me correre piaceva da matti. Tutto è cominciato un giorno che abbiamo fatto una gita a Offida, vicino ad Ascoli Piceno, il paese d’origine dei miei nonni materni, e al ritorno ci siamo fermati alla pista di Cattolica dove abbiamo deciso di provare. Ma io ero già gasatissimo con le moto, mi piacevano da matti, facevo finta che la bici avesse il motore. Insomma, non è stato il babbo a forzarmi, lui mi ha semplicemente portato, aiutato. Il babbo e la mamma hanno due caratteri che definirei opposti. Paolo è un tipo che si può dire focoso, uno che si scalda in fretta, che ogni tanto rimane accelerato. Diciamo che ha il minimo un po’ alto. Rossella, invece, è più pacata, riflessiva. Insomma, anche se pensano la stessa cosa hanno spesso due modi opposti di dirla. Credo che così si bilancino perfettamente: uno accelera, l’altra tira il freno, quindi alla fine vanno alla giusta velocità. A vederli da fuori sembra sia il babbo quello che decide tutto, che conta di più, invece dev'essere sempre d’accordo anche mia mamma, altrimenti non se ne fa niente". 

Ed ancora su sua madre: "Come credo tutte le mamme, o quasi, anche la mia, Rossella, all'inizio non era precisamente contenta che suo figlio corresse in mini-moto. Ma una volta, dopo un sacco di inviti, è finalmente venuta a vedere una mia gara e da lì in poi ha cambiato idea. Aveva visto la mia passione, la mia gioia, cose che contavano più del fatto che io andassi anche forte (era chiaro che fossi nato per quello, che fosse il mio mestiere…) e aveva capito, si era trovata d'accordo col babbo. E cioè che ai ragazzini di dieci, dodici, quattordici anni non si possono togliere gli obiettivi, non si deve impedire di inseguire i propri sogni. Il che, credo, è anche un buon antidoto contro i molti rischi dell’adolescenza, della gioventù. Una specie di assicurazione contro i pericoli di questo mondo, come la droga". 

Ed ora gli inizi, gli aiuti, i sacrifici: "Oggi non è più come un po' di anni fa. Allora poteva anche succedere che gli sponsor venissero a cercarti, ora, indipendentemente dalla crisi, un po' meno. Quando ho cominciato io, per esempio, andavamo in giro io e il babbo e sembrava che chiedessimo l'elemosina, che implorassimo aiuto. Mio padre diceva: «C’è 'sto ragazzino che va bene, comincia adesso…», cose così, e per uno che ti dava una mano ce n’erano dieci che ti mandavano a quel paese. A quei tempi il babbo consegnava il gelato di sua produzione ai bar, uno dei quali era l'Angolo Bar di Ospedaletto, un paese vicino alla Repubblica di San Marino. Il proprietario, Anselmo, ha preso a cuore la mia situazione e ha cominciato a sua volta a rompere le balle a tutti i suoi clienti e fornitori. E' lui che ci ha fatto conoscere il primo dei nostri sponsor, Mario Pascucci, quello del caffè, che ha cominciato ad aiutarmi nell'anno del Trofeo Honda e continua a farlo ancora oggi".

Ecco, credo bastino questi appunti di vita a farci capire la semplicità di Marco e della sua famiglia. La gioia di un ragazzo che può fare quel che gli piace, correre in moto, non si scontra con la chiusura mentale di un padre e di una madre che, al contrario, capiscono quanto sia bello vedere felice il proprio figlio e gioiscono per la sua gioia. E credo che al Sic la morte non abbia modificato il pensiero. Credo abbia ancora una volta ragione lui e che sia giusto che i sogni vadano rincorsi ad ogni costo. E sono sicuro che c'era anche lui a Coriano, che si sia diviso fra la mamma il babbo la morosa e la sorellina cercando di far loro capire che non dovevano stare male o sentirsi in colpa, che li ha amati per il sogno che gli hanno regalato. E sono certo che quando ha visto la folla immensa circondare il suo corpo, circondare la bara, non è riuscito a fare a meno di dire: "Diobo' quanti amici che ho!" 



8 commenti:

Anonimo ha detto...

Massimo, sei splendito, il tuo articolo mi ha fatto piangere. Spero sia come tu dici.
Marilia

Ionico56 ha detto...

Lungi da me dal porre in dubbio l'origine e i diritti d'autore del termine,ma puoi escludere in assoluto che i ragazzi di oggi nell'evoluzione del linguaggio e con l'apertura da villaggio globale più che al termine "boia" non facciano riferimento al più rassicurante..."bono"?!?!?

emax/massimo prati ha detto...

Sì Ionico, te lo escludo. La locuzione a cui fai riferimento è di origine Toscana, lì il "Dio bono" andava come il pane (vedi Benigni). Ma la Toscana ha avuto i "Medici" col loro scodazzo di artisti ed è sempre stata più fine di linguaggio. I romagnoli, ed io lo sono e sono stato bambino ai tempi del termine (significa che ho vissuto l'evoluzione), sono sempre stati più rozzi nel linguaggio. Il mio era un popolo di contadini e il dopo Mussolini li ha resi anche sinistrorsi e mangiapreti (peggio che in Emilia dove era ambientato il famoso Don Camillo e Peppone).

I ragazzi dell'età di Marco si sono trovati la parola già fatta, loro erano bimbi ed i giovanotti la dicevano (ma anche i giovanotti l'avevano già trovata bella e pronta), ed è certo che abbiano iniziato ad usarla senza sapere da cosa derivasse ma solo sapendo in che contesto citarla.

Ciao, Massimo

ionico56 ha detto...

E mi sorge spontaneo un.."e come si fa (al netto da Mussolini) a non volere bene a Voi Romagnoli"!!!!...

Anonimo ha detto...

so che anche per tele tutti dicono che diobo' è al confine col blasfemo, ma veramente anche noi qui in emilia lo usiamo da sempre e nella sua accezione più buona (tant'è che neanche mia nonna o il prete ci sgridavano...), anche se la nonna preferiva il meno sbrigativo 'dio bonino'
ciao tutti
ciao marco

emax/massimo prati ha detto...

Ciao marco.

Non è più un termine blasfemo da oltre trent'anni e tutti, da quando è nata, lo usano nella maniera che preferiva tua nonna (perché è quella più spontanea e perché ormai le bestemmie sono superate e pochi le dicono). Ora è una parola della tradizione giovanile di certe zone, la mia la tua ma anche in Toscana si usa molto, che come ho scritto si può usare in senso esclamativo o interrogativo dato che accorcia e sostituisce tanti altri termini rendendo il discorso più facile e spontaneo.

Ciao, Massimo

Anonimo ha detto...

Dio bo' sta per dio boia. Romagna terra di bestemmiatori accaniti al pari del veneto e della toscana, ha maturato un sentimento fortemente anti clericale in quanto da sempre situata ai confini dello stato pontificio. Per questo ero esterrefatto durante il periodo della morte del Sic, sentire tutte queste persone pronunciare il bestemmione in tv, radio o internet.

Romagnolo DOC

Lorenzo Mosna ha detto...

Mi spiace, ma vi sbagliate. In tutte le lingue gallo-italiche questa espressione esiste, ed è "Dio buono", come dire "buon Dio!". La storia, per quanto fascinosa e divertente, non trova riscontro a livello linguistico :)