sabato 17 dicembre 2011

Annamaria Franzoni e la perizia ridicola. Il patologo disse che alle 8.31 Samuele era morto ma fece capire a tutti che invece era ancora vivo

Samuele Lorenzi
Riprendiamo il filo del discorso che riguarda l'omicidio del piccolo Samuele Lorenzi. Dopo aver dimostrato che ad Aosta si fanno miracoli: solo chi ha indagato la Franzoni è riuscito a modellare il tempo e a far stare tre minuti e trentacinque secondi in due minuti e diciotto secondi... fenomenali! Dopo aver dimostrato che il procuratore generale non sa neppure cosa significhi preparare un bimbo per la scuola: ma è da capire dato che non ha mai accudito figli. Dopo aver dimostrato che la scena del crimine non era più una scena del crimine quando arrivarono gli analisti del Ris: era un campo da rugby dopo l'allenamento in una giornata invernale. Dopo aver dimostrato che il perito incaricato della perizia sul pigiama non era un esperto di Blood Pattern Analisis: era un semplice biologo della polizia criminale tedesca e mitico fu il farlo credere un esperto internazionale. Dopo aver dimostrato che sia in Appello che in cassazione le malattie supposte nella Franzoni furono tutte escluse: e nessuno lo sa visto che ancora oggi c'è chi dice in tv che fosse malata. Dopo aver dimostrato che i verbali furono scritti in modo diverso ed addattati ad ogni giudice: stesso verbale - stessa persona - ma domande e risposte diverse. Dopo aver dimostrato che nessuno in realtà aveva da subito affermato e poteva dirsi certo che ai piedi della Franzoni non vi fossero gli zoccoli, che cinque interrogatori servirono per fare in modo che la memoria tornasse alla dottoressa, mi accingo a dimostrare che non è affatto vero, come asserito dalla procura e detto dal patologo, che Samuele era già morto al momento in cui arrivarono i primi soccorritori. Non ci credete? Vediamo se sbaglio iniziando a capire quando è stata fatta l'autopsia, come è stata portata avanti ed i risultati che ha dato.

Incaricato dalla procura fu il dottor Francesco Viglino: questi è un esperto patologo che al tempo collaborava coi Pm di Aosta in ogni settore. E in effetti, mentre era impegnato a scrivere in verità su quanto scoperto dall'autopsia figurava anche quale consulente per i Pm nella visita psichiatrica; la prima, quella che trovò la Franzoni sana di mente. Su questo punto c'è da dire che i consulenti della procura non furono d'accordo con le conclusioni a cui erano giunti i tre psichiatri di lungo corso incaricati dal giudice, tanto che Massimo Picozzi, uno degli incaricati dall'Accusa, inviò una lettera alla procuratrice Bonaudo, chi gestiva le indagini, garantendole la malattia nella madre, non trovata allora ed ora anche da lui ripudiata, e la certa colpevolezza dell'unica indagata. Ma lasciamo perdere queste stranezze che nulla hanno di logico e che sanno tanto di pregiudizio, e parliamo dell'autopsia. Il Viglino l'inizia la sera successiva al delitto, a 30 ore dal decesso. Leggiamo parte delle trascrizioni agli Atti. 

«L'accertamento tecnico irripetibile - ex art. 360 c.p.p.- del consulente del P.M., prof. dr. Francesco Viglino, correlato ad accertamento autoptico, aveva concluso, sulla base di incontestabili risultanze autoptiche, per un tempo di sopravvivenza assai breve e, comunque, per una presenza di fenomeni vitali assai brevi (tempo approssimativo indicato in 10 - 12 minuti dall'aggressione, con una approssimazione di cinque minuti in eccesso o in difetto), per cui la morte, pur con tutte le variabili connesse a tale fenomeno, non poteva oltrepassare l'intervallo di tempo di 5/17 minuti successivi all'aggressione; che, del resto, la constatata lesione del seno sagittale era tale da determinare “ex se” la produzione della morte in un tempo massimo di circa 10 minuti, come da parere dottori Boccaletti e Griva prodotto; che non risultava possibile, invece, individuare il momento della morte alla luce della "crono-tanato-diagnostica" in quanto ai margini di approssimazione, secondo i criteri di tale scienza, nel caso di specie si aggiungeva la circostanza di un accesso al cadavere a distanza di trenta ore dal decesso senza previa effettuazione di alcun rilievo e con conservazione del corpo in stanza fredda e non frigorifera.» 

Quindi, per ricapitolare e capire quale modo approssimativo si sia usato ad Aosta, il Dottor Viglino nella sua perizia parla di una morte sopraggiunta a 10/12 minuti massimi dall'aggressione, esattamente come i periti della Difesa, ma per maggiore sicurezza allarga e stringe la forbice di 5 minuti, così inserendola fra i 5 e i 17 minuti dall'aggressione. Ci fa anche sapere di aver iniziato l'autopsia a trenta ore dal decesso e ci informa che solo in quel momento si è accorto che nessuno si era premunito di mettere il corpo in una cella frigorifera e che mancavano i rilievi basali. A causa di questo comportamento poco professionale non ha potuto fare rilevazioni in base alla crono-tanato-diagnostica, quindi è chiaro che quanto in più poteva scoprire non lo ha scoperto. Leggiamo le conclusioni a cui è arrivato dopo aver sezionato il povero Samuele ormai avaro di indizi a causa, come ci ha fatto intendere, della poca professionalità di altri. 

Conclusioni 

«Sulla base di quanto significato e discusso, in risposta ai proposti quesiti, ritengo si debba rispondere, in sintesi, nei termini seguenti: -Samuele Lorenzi venne a morte per trauma cranico aperto di vaste proporzioni con sfacelo traumatico fratturativi del neurocranio, perdita di sostanza cerebrale, imponente e rapida anemia meta emorragica, shock ipovolemico, edema cerebrale maligno -. Le lesioni sono da attribuirsi all'azione ripetuta di un corpo contundente che presenta le seguenti caratteristiche: 

-facile ed agevole impugnabilità 
-rigidità 
-di buona consistenza 
-dotato di margini acuti rettilinei e spigoli vivi. 

Stante la complessità del quadro lesivo non è tecnicamente possibile affermare ragionevolmente il numero di colpi che hanno attinto al capo il piccolo Samuele. Nell'esame in corso sono state rilevate numero 17 ferite che presentano, inequivocabilmente, le caratteristiche peculiari delle ferite lacero-contuse. L'esatto momento del decesso di Lorenzi Samuele non può essere ragionevolmente determinato neppure con criterio di mera verosimiglianza, anche se fosse stato possibile utilizzare la consueta criteriologia applicata alla crono-tanato-diagnostica. Per quanto emerso dal riscontro autoptico, l'assoluta mancanza di aspirazione di materiale ematico consente di escludere atti respiratori validi in presenza di ingombro degli orifizi respiratori, ovvero del cavo oro-faringeo da parte del suddetto materiale. Per quanto discusso si deve affermare come al momento dei soccorsi Lorenzi Samuele presentasse assoluta assenza dei riflessi faringeo, laringeo e bronchiali e uno stato di coma irreversibile rapportabile al punteggio 3 della Glasgow Coma Scale. Ragionevolmente si può ipotizzare una sopravvivenza della durata di 10-12 minuti, quale periodo di tempo di riferimento teorico in cui il fenomeno della morte sarebbe evoluto. A tale affermazione va aggiunta doverosamente una approssimazione di circa 5 minuti in più o in meno stante la variabilità del fenomeno morte.» 
Ciò per quanto dovuto. Prof. Francesco Viglino 

Il patologo afferma che la morte potrebbe essere giunta in qualsiasi momento. Secondo le sue affermazioni già all'arrivo dei primi soccorritori il bambino si trovava nella fase di «morte relativa». Dice il dottor Viglino che la sequenza dei diversi eventi permette di classificare la morte in fasi; partendo da una prima fase, chiamata «morte relativa o morte clinica», si passerebbe da una seconda e si arriverebbe poi a una terza denominata «morte assoluta». Inoltre dichiara che se anche avesse potuto usare la criteriologia applicata alla crono-tanato-diagnostica, consueta e obbligatoria nei casi di morte violenta, non avrebbe comunque trovato un giusto orario. Lo pensò davvero o lo scrisse per attutire eventuali responsabilità di chi non aveva messo il corpo in una cella frigorifera? Accantoniamo questa dubbiosa affermazione e focalizziamoci sul passaggio più importante della perizia. Lui scrive: 

«L'esatto momento del decesso non può essere ragionevolmente determinato neppure con criterio di mera verosimiglianza» 

Per cui, se non è possibile nemmeno col criterio di mera verosimiglianza giungere all'ora ed al minuto esatto del decesso non si può nemmeno stabilire il minuto esatto dell'aggressione. Partiamo da questo punto per stabilire quanto siano attendibili e certe le sue conclusioni. Dovete sapere che prima di completare la perizia indirizzata al Giudice, il patologo Viglino diede altre versioni. Nella sua prima diagnosi, inviata alla Procura di Aosta in una cartellina con su scritto «anticipazione», scriveva a chiare lettere: «Si deve prendere atto che tranquillamente si può affermare che la morte sia ragionevolmente intervenuta qualche attimo prima o nel contesto dell'inizio dei soccorsi». 

Un'affermazione che scagionava completamente la Franzoni in quanto dieci-dodici minuti prima, cioè al momento dell'aggressione, si trovava alla fermata del bus. Però quando manda il referto ufficiale tutto stranamente cambia. In questo, oltre a non potersi più tranquillamente affermare dichiara che non è possibile neppure ipotizzare. Quale motivo lo ha spinto in quei mesi a cambiare opinione? Ma queste due, dovete saperlo, non sono le uniche versioni fornite dal dottore ed è chiaro che in lui lo spazio temporale si dilata con il trascorrere degli anni; è capitato, infatti, che in un'intervista rilasciata alla giornalista/scrittrice Ilaria Cavo, autrice del libro «La chiamavano bimba», abbia allargato a dismisura il campo in cui collocare l'aggressione alludendo alla possibilità che possa essere iniziata al momento in cui la dottoressa Neri lasciò l'abitazione. La dottoressa in questione uscì, dopo aver visitato la madre, alle sei e venticinque circa. Ma al processo di Appello questo particolare non venne messo in luce dal patologo, che anzi cambiò ancora e tornò a parlare di morte relativa e dei cinque/diciassette minuti. Tanto bastò alla Corte per arrivare a stabilire che l'aggressione fosse avvenuta tra le otto e sette minuti e le otto e dieci minuti. Per cui la stessa Corte abbracciò le conclusioni dell'Accusa e non considerò ininfluenti i cinque minuti di margine, al contrario sfruttò tutti i diciassette minuti stimati dal patologo quale tempo ultra-massimo in cui collocare la fine dell'aggressione. Per i giudici Davide Lorenzi alle 8.08 si trovava in cortile a giocare, mentre sua madre era in casa intenta ad ammazzare suo fratello Samuele. Perché è uscito questo orario e non un orario successivo? Chi ha visto il bambino giocare in bici nel cortile? Perché il dottor Viglino ha detto che all'arrivo dei soccorsi Samuele era già morto? Da cosa deduce che non fosse vivo uno o due minuti prima dell'arrivo dei soccorsi? Come lo stesso aveva scritto un mese dopo l'autopsia nelle  sue anticipazioni? 

Ammettiamo per un attimo che quanto stabilito a processo sia vero; se i procuratori dicono che Davide era fuori a giocare con la bicicletta, ed a loro dire lo è stato per quasi dieci minuti, devono mostrare le prove, pardon gli indizi, che hanno permesso loro di avallare questa teoria. Ed allora la Corte deve far sapere a tutti se qualcuno dalla strada superiore all'abitazione, la stessa citata dall'Accusa per stabilire l'impossibilità di una fuga da parte di un ipotetico assassino, in quanto la casa è posta in luogo aperto e ben visibile, o se qualche vicino, vista l'ampia visibilità, ha notato il bambino giocare. In primo luogo perché si parla di «giri in bicicletta», quindi di un bimbo in movimento che di certo prende l'occhio di chi passa e di chi guarda, in secondo perché è difficile credere che non si possa essere visti nell'arco di nove/dieci minuti (Davide che gioca mentre la madre uccide) ed invece lo si possa essere nel breve tempo di trenta/quaranta secondi, quello occorrente per arrivare al famoso «canalone» che impedirebbe ogni visuale (ma sarebbero bastati anche solo dieci secondi per scomparire alla vista, questo è il tempo che serve per fare a piedi i trenta/quaranta metri che ci sono tra la villetta dei Lorenzi e la muraglia posta accanto alle case dei vicini). Ci sono dunque persone che hanno notato il bambino giocare?  No, non ci sono, e questo pare strano dato che si è citato anche l'autista del pulmino passato in quei minuti sulla strada, a settanta metri dalla villetta. E pare strano perché la vicina, parlando di una telefonata ricevuta dal marito proprio in quell'orario, fa scrivere a verbale che mentre parlava al cellulare col marito guardava il cortile dei Lorenzi... e non c'era nessuno.

Ma la Corte non si pone domande e non si da risposte. La Corte si basa su quanto scrive il dottor Francesco Viglino nel suo referto. E in questo il patologo, pur inserendo una forbice ampia, li informa che il bimbo era vivo al momento dei soccorsi. In verità non lo dice, anzi lui parla di morte, ma lo fa capire a tutti inserendo la «Glasgow Coma Scale» e contraddicendosi quando asserisce che il bambino era al livello 3 di punteggio, quindi morto. Per chi non lo sapesse la GCS (Glasgow Come Scale) è un sistema per capire in che stato comatoso si trova un paziente. In questo caso, secondo il dottore, Samuele era al livello minimo di punteggio, quindi già morto. Ed allora verifichiamo noi ciò che altri non hanno neppure preso in considerazione iniziando a capire cos'è la GCS. La predetta scala si basa su tre parametri fondamentali, «gli occhi, la parola, il movimento»; ed ecco con che criterio vengono dati i vari punteggi. 

1) Apertura degli occhi 
- Apertura degli occhi spontanea 4 pt 
- Apertura degli occhi a comando 3 pt 
- Apertura degli occhi a stimolo doloroso 2 pt 
- Nessuna apertura degli occhi 1 pt 
2) Miglior risposta verbale 
- Risponde in modo orientato e preciso 5 pt 
- Risposte confuse 4 pt 
- Fornisce risposte inappropriate 3 pt 
- Emette suoni incomprensibili 2 pt 
- Nessuna risposta verbale 1 pt 
3) Miglior risposta motoria 
- Esegue comandi 6 pt 
- Localizza lo stimolo doloroso 5 pt 
- Retrae al dolore 4 pt 
- Risponde con flessione anormale al dolore 3 pt 
- Risponde con estensione anormale al dolore 2 pt 
- Nessuna risposta motoria 1 pt 

Il massimo punteggio è 15 e indica un paziente privo di deficit neurologici; una GCS di 13 o 14, unita al riscontro di un esame pupillare anormale, può indicare la presenza di un trauma cranico. Se si ottengono valori da 9 a 12 si è in presenza di una lesione intermedia e da 4 a 8 di una lesione gravissima. Il punteggio più basso è 3, e sta a significare che si è in presenza di un corpo privo di vita. Per cui abbiamo capito che se un uomo non apre gli occhi, non riesce a parlare tanto da non emettere neppure piccoli suoni incomprensibili e non si muove, prende un punto per ogni test, quindi 3 punti come detto dal patologo. Pertanto, per come ce l'ha esposta il dottor Viglino, Samuele all'arrivo dei soccorsi non apriva gli occhi, non gemeva e non si muoveva. Ma questo non è vero e lui lo sà benissimo, dato che ci sono agli atti testimonianze che dicono il contrario! Perché non le ha tenute in considerazione? Leggiamo quanto riportato nelle carte e nei verbali. 

«Daniela Ferrod era stata la prima ad arrivare presso l'abitazione dei Lorenzi – Franzoni verso le ore 8.30’ ed ad affacciarsi nella stanza da letto dalla porta finestra, aperta sul prato antistante, constatando che Samuele era supino sul letto "con tutta la faccia e la testa piena di sangue"; quindi a richiesta della Franzoni si era immediatamente allontanata per andare a sollecitare un rapido intervento della dottoressa Satragni; avendo constatato che costei già stava arrivando in auto con suo suocero, Marco Savin, era tornata all'abitazione dei Lorenzi rimanendo nei pressi della porta finestra, da lì aveva avuto modo di notare che vi era del sangue sulla parete dietro il letto, che il bambino, con la testa sul cuscino e scoperto, si lamentava ed emetteva dei suoni, apriva e chiudeva gli occhi.» 

Per cui c'è chi dice che si lamentava, che emetteva suoni ed apriva e chiudeva gli occhi, e la Satragni non aveva ancora fatto alcuna iniezione perché, anche lei come la Ferrod, era appena arrivata. Quindi apriva e chiudeva gli occhi, questo in GCS corrisponde a 2 punti. Ma la Ferrod dice anche che gemeva sommessamente, altri 2 punti della suddetta scala che fanno arrivare il totale a 4; con l'aggiunta di un altro punto, poiché il bambino non si muoveva, il punteggio della GCS va 5. Ma non solo la vicina parla dei gemiti e dell'apertura degli occhi, le stesse cose vengono riferite sia dalla dottoressa Satragni che da Marco Savin, gli unici che erano con lei al momento dei primi soccorsi, gli unici che potevano dire in che stato si trovava Samuele.

Nelle carte processuali c'è tutto ciò che occorre per arrivare a capire l'iter ancora sconosciuto, ma la Corte di Giustizia si basa su una perizia che dice: «L'esatta ora della morte non è tecnicamente accertabile nemmeno con la più ampia approssimazione». Ciò perché: «Non vi erano dati tanatologici attendibili in quanto il bambino era andato incontro ad una rapida ed importante anemizzazione, il cadavere era stato sottoposto a sbalzi termici di rilievo in occasione dei soccorsi, era stato conservato in camera fredda per più di 24 ore dal decesso, non erano stati fatti rilievi per stabilire le condizioni basali nel momento in cui veniva constatato il decesso; i dati autoptici e gli esami non avevano fornito alcuna significativa indicazione al riguardo.» 

Ed allora chi ha sbagliato? Perché qualcuno ha sbagliato, questo è certo. Se ad Aosta non sono in grado di fare una autopsia in tempi adeguati, se non sanno conservare un corpo in modo da potergli fare gli esami appropriati, quelli che consentirebbero di stabilire la giusta ora della morte, e si scordano di fare i rilievi per stabilire le condizioni basali al momento del decesso... è colpa di Annamaria Franzoni? Deve pagare lei per gli errori fatti da chi doveva comportarsi e lavorare in modo professionale? Inoltre non mi spiego perché, dato che la morte può essere sopraggiunta in qualsiasi momento, stabilire per questa proprio l'orario in cui Annamaria è in casa. Da cinque a diciassette minuti significa che lei poteva uccidere, lavarsi, cambiarsi, vestirsi e calmarsi, solo se si considera il tempo massimo dei diciassette minuti, questo perché il figlio maggiore la procura lo ha fatto uscire, nella ricostruzione portata a processo, alle 8.08 minuti e la Franzoni può aver ucciso solo dopo questo orario e solo dopo aver rimesso il pigiama ed aver cercato un pentolino, sconosciuto al marito, con cui colpire il figlio. E dato che alle 8.16 era in strada e si avviava alla fermata del bus, altra soluzione non c'è. Quindi la perizia del patologo incaricato dell'autopsia è una perizia colabrodo, come anche la ricostruzione è una ricostruzione colabrodo, ma nonostante questo il giudice Romano Pettenati la inserisce nelle motivazioni ed afferma che i periti difensivi confermerebbero quanto scritto dal Viglino.

«Dette conclusioni, inoltre, erano state sostanzialmente condivise dai dottori Boccaletti e Griva, (consulenti della difesa) in quanto la ritenuta impossibilità di stabilire il tempo di sopravvivenza (comunque, di breve durata), in sostanza si riverberava negativamente anche sulla possibilità di stabilire l'ora della morte, essi avevano detto: «in merito al tempo del decesso, in caso di rottura del seno longitudinale superiore, si possono solo avanzare ipotesi... difficile stabilire in quanto tempo giunga a morte un bambino con una lesione traumatica di tale portata.» 

Questo ha scritto riassumendo e limando; ed allora sono andato a leggere le perizie. Vi riporto parte di quelle che cita il giudice: I dottori Boccaletti e Griva, nel parere prodotto dalla Difesa, avevano affermato: «La rottura del seno longitudinale superiore causa nel bambino una gravissima ipotensione sanguigna nel volger di pochi secondi. Se non trattata con prontezza può rapidamente divenire causa di morte (anche nel volgere di pochi minuti). Anche considerando gli elementi di cui sopra risulta difficile stabilire in quanto tempo giunga a morte» 

Notate la sottile differenza? Non vi preoccupate, ve la faccio notare io. Nel passaggio inserito nelle motivazioni il giudice sostiene che i periti della Difesa avevano concordato coi periti dell'Accusa sull'impossibilità di stabilire un ora esatta per la morte; scrive che anche loro hanno asserito sia difficile stabilire in quanto tempo giunga a morte un bimbo con tale lesione traumatica. Ma questa è solo una mezza verità. Lo scrive per fare in modo di legittimare ancora di più le conclusioni del Viglino? Mezza verità uguale a verità certa? Il passaggio non è completamente veritiero. Al contrario di quanto dice il patologo incaricato dalla procura, che sostiene la morte essere sopraggiunta finanche a diciassette minuti dall'aggressione (chiedete a un qualsiasi dottore se non è un tempo lunghissimo per morire dissanguati dopo la rottura del «seno longitudinale»), i periti della difesa sostengono che le stesse ferite viste dal dottor Viglino, in un bambino di quell'età causano una gravissima ipotensione sanguigna entro pochi secondi e, se non trattate rapidamente, possono portare alla morte in pochi minuti... non certo in diciassette. Ed è qui il punto. Come abbiamo visto la Franzoni può essere considerata presumibilmente l'assassina di suo figlio solo stimando il tempo massimo dei 17 minuti, e forse non bastano neppure, quindi compresi i cinque minuti in eccesso aggiunti dal patologo; in caso contrario i dieci/dodici minuti (che poi non sono così pochi), tempo stimato in perizia come più probabile anche dal dottor Viglino, non le avrebbero consentito di fare quanto è accusata di aver fatto perché dalle otto e sedici alle otto e ventiquattro non si trovava in casa ma all'esterno. Ora per capire qualcosa in più sull'argomento "rottura seni venosi", leggiamo una relazione dell’INAIL (Istituto Nazionale Infortuni sul Lavoro), tanto per vedere cosa ne pensa chi si occupa quotidianamente di tali ferite mortali. 

«Nei comuni trattati di patologia chirurgica e traumatologia la lesione dei seni venosi della dura madre, quali complicanze di fatture craniche o ferite da arma contundente o da fuoco, è argomento poco trattato e la terapia ne è appena accennata o addirittura trascurata; anche in monografie recenti di neurochirurgia d'urgenza questa lesione viene considerata con molto pessimismo e quindi neppure presa in considerazione. Klein e Thiébaud, ad esempio, così si esprimono: - I feriti con interessamento dei seni venosi non arrivano quasi mai al chirurgo perché sono dissanguati in pochi istanti. La lesione del seno è talmente critica che essi non sopravvivono che pochi minuti, a meno che l'emorragia non si faccia sotto il cuoio capelluto anziché nelle meningi -» (Centro traumatologico INAIL di Bologna) 

Questo comunicato si basa sull'esperienza dei chirurghi italiani e mondiali. E' inattendibile? Inoltre Samuele non aveva solo il seno longitudinale lesionato. Leggiamo un'altra parte della perizia del dottor Viglino. 

«Sono state sicuramente lese, in occasione dei fatti, l'arteria e la vena meningea media bilateralmente, unitamente ai suoi rami frontali e orbitari; sono stati altre sì lesi il seno venoso frontale e il seno sagittale, la cerebrale media e i suoi rami frontale e temporale. Ciò è sufficiente a spiegare la profusa e rapida anemizzazione con comparsa di shock ipovolemico ed “edema cerebrale maligno” a seguito della perdita di gran parte della massa circolante in tempi relativamente brevi. Sono infatti queste formazioni vascolari di importante dimensione ed importante entità di flusso, la cui lesione è in grado di determinare in tempi brevissimi (pochi minuti) perdita di gran parte della massa sanguigna. Le arterie lese sono situate all'interno dell'ovoide cranico ed hanno sicuramente determinato un'imponente e rapida emorragia che si è drenata attraverso le brecce ossee con uno scolo di sangue irrefrenabile. E' ben difficile che stante la loro dislocazione si siano potuti produrre spruzzi con proiezione di sangue a distanza, se non di qualche centimetro, a seguito della lesione arteriosa stessa. Di ciò è elemento dimostrativo la severa e importante anemizzazione d'organo messa in evidenza all'esame necroscopico; assenza del fenomeno dell'ipostasi, pallore viscerale per ipo-perfusione d'organo.» 

Dai cinque ai diciassette minuti, questo era il tempo stimato dal dottore compreso dei cinque minuti in più o in meno; dopo aver letto quanto dallo stesso scritto in perizia si capisce che neppure per lui era logico che la Corte stimasse il tempo massimo ipotizzato. Ma nella relazione il dottor Viglino è chiaramente restato nel vago; lo ha fatto per non assumersi troppe responsabilità o perché non aveva in mano le carte giuste? Inserisce la testimonianza della teste Satragni che ammette il respiro affannoso ed il gemito prima di ogni suo soccorso, ma non ne tiene conto, e in parte anche quella della Franzoni e del dottor Iannizzi, che non riscontra il riflesso faringeo nel piccolo. Però, chissà qual'è il motivo, la Procura di Aosta non gli invia le testimonianze della Ferrod e del Savin, che ammettono di averlo sentito gemere e di aver visto gli occhi aprirsi e chiudersi. Alla fine il Viglino dichiara che, dato il sangue sulla faccia, avrebbe dovuto riscontrare, in caso di segni vitali, sangue nei polmoni e nello stomaco. Leggiamolo. 

«Orbene, se il piccolo avesse avuto, secondo chi ha testimoniato, la benché minima valida attività respiratoria (anche per pochi attimi), e se, sempre per quanto testimoniato, vi fosse stata presenza di materiale ematico in orofaringe o a livello degli orifizi respiratori, vi sarebbe comunque stata un'aspirazione ancorché minima di tale materiale, stante le condizioni di assoluta perdita di coscienza; ma ciò non è stato evidenziato all'esame autoptico. E' incontrovertibile, infatti, il fatto che il piccolo Samuele non abbia aspirato sangue, ed è pertanto certo che l'attività respiratoria si è precocemente arrestata prima che materiale ematico potesse ostruire orifizi respiratori, ovvero colare all'interno del cavo oro-faringeo». 

Quindi chi ha constatato il respiro di Samuele è un cretino patentato non idoneo a fare il medico ma in grado, dopo cinque interrogatori, di ricordarsi il colore di un paio di scarpe nei quattro precedenti non ricordato. Vediamo cosa ha dimenticato di citare il patologo. Ha dimenticato, ad esempio, una parte delle parole di Annamaria Franzoni togliendole da un contesto in cui si sarebbero rivelate utili. Ha inserito l'inizio della frase riportata a verbale: «...ho alzato la coperta trovandolo in un lago di sangue che respirava affannosamente... era pallido...», poi ha tranciato togliendo la parte centrale della testimonianza, quella che avrebbe potuto fare la differenza. Ve la riporto: «...il viso era pulito... non c’era sangue, era pulito... era pallido... c'era tanto sangue sulla sua fronte, ma il viso era bianco, bianco...». E' una dichiarazione di poco conto? Se la donna dice che quando lo ha trovato il viso era pulito, non potendola considerare un esperta patologa (perlomeno non al punto da cercare di sviare il Viglino in quanto in quel determinato momento non poteva sapere che in una eventuale autopsia si sarebbe dovuto trovare sangue nei polmoni per poter dichiarare la vitalità di suo figlio), è da credere. Certo che quando è arrivata la Satragni sangue sul volto ve n'era. Ma la dottoressa è giunta alcuni minuti dopo, non quando Annamaria ha tolto il piumone appoggiato sul viso del figlio. Come può non pensare, un patologo intelligente ed esperto qual'è il Viglino, che è stata sicuramente la coperta appoggiata sulla sua fronte ad assorbire il sangue facendo in modo che non colasse sul suo volto? Come fa a non capire che solo dopo aver tolto il piumone la sua faccia si è riempita di liquido ematico? Come fa a non comprendere che lo perde dalla testa e dalla fronte, non dal naso, e che la posizione del capo sul letto, appoggiato con la nuca sul cuscino, non permetteva al sangue stesso di raggiungere la bocca? E' chiaro che una volta tolto il piumone, non essendo più assorbito dalla coperta, scivolava sugli occhi arrivando alle guance, ma da lì poteva solo scendere verso le orecchie, verso il materasso e il cuscino, non certo arrivare agli orifizi respiratori. Come può non rendersi conto che la Satragni lavandogli il viso e la testa ha impedito al liquido di colare in gola? Almeno fino a quando è rimasto nella posizione in cui è stato trovato. Come si fa a non comprendere che la logica dice questo? Ma ci sono tante altre cose che stranamente nessuno ha compreso.

Perché 17 minuti per passare dalla vita a una morte relativa con punteggio 3 nella GCS? Forse perché solo così si può arrivare a far risalire l'aggressione alle otto e dieci minuti? Come si può ignorare la testimonianza giurata di più persone che parlano dell'apertura degli occhi e dei gemiti? Visto che lo stesso patologo ha inserito nella sua perizia la GCS avrebbe dovuto avere almeno la professionalità di scrivere che in base alla suddetta scala forse Samuele era ancora vivo al momento in cui ha ricevuto i primi soccorsi. Perché fa un'asserzione di sicura «morte relativa»? Diciassette minuti equivalgono a 1020 secondi, un tempo lunghissimo per far morire dissanguato un bambino che ha ricevuto tanti colpi in testa. Specialmente se tutte le principali vene sono state tagliate da un «arma» dotata di spigoli vivi. 

Probabilmente la vita di Samuele è cessata subito dopo l’arrivo dei primi soccorritori; certamente prima dell'arrivo della eliambulanza, alle 8.50, dato che non muoveva più gli occhi, non gemeva e non rispondeva agli stimoli del dottor Iannizzi. Si è spento fra le braccia della Satragni mentre la stessa cercava di soccorrerlo? Quando è davvero entrato nella cosiddetta «morte relativa»? Sarebbe bastato chiedere alla dottoressa in che momento Samuele ha smesso di aprire gli occhi e di gemere. Lo ha fatto appena è arrivata? Dopo i primi lavaggi? Dopo averlo portato fuori casa? Non sarebbe stato dunque facile, seguendo la logica, stabilire l'ora, seppur approssimativa, dell'aggressione? Io penso che sarebbe stato possibile. E' chiaro che oltre all'impegno ed alla professionalità il perito avrebbe dovuto dimostrare la propria personalità ed assumersi l'onere che compete a chi di solito fa perizie, quello di rispondere compiutamente al quesito della Corte e non lasciare in mano al giudice i giudizi e le interpretazioni come se lo stesso fosse avvezzo ed esperto in autopsie. 

Poniamo pure, per assurda ed ipotetica tesi, che Samuele fosse già morto all'arrivo della Satragni. In questo caso perché non considerare la possibilità di un decesso avvenuto uno, due, tre, quattro minuti prima del suo arrivo, così da far risalire l'aggressione ad un orario fra le otto e dodici e le otto e ventitré; era ancora troppo favorevole all'imputata? Ed in fondo perché mai togliere il tempo massimo stimato? Il patologo ha scritto: «Dai cinque ai diciassette minuti»; non ci sono ben dodici minuti fra un numero e l'altro? La morte si potrebbe benissimo collocare in uno qualsiasi di questi. Perché neppure la Cassazione ne ha tenuto conto? 

Cosa ha scritto a tal proposito il dottor Severo Chieffi? Leggiamolo: «Passando al capitolo relativo alla determinazione dell'ora della morte della vittima, strettamente connessa a quella, ben più rilevante, dell'individuazione dell'ora del delitto in relazione all'intervallo stimato tra i 5 ed i 17 minuti intercorso tra l'aggressione ed il decesso, la sentenza precisa che il perito prof. Viglino non ha potuto rispondere sul punto per mancanza di idonei dati tanatologici. Non avendo egli partecipato alle operazioni di soccorso della vittima non ha neppure potuto constatare personalmente i segni di vitalità descritti dai primi soccorritori ed ha comunque ricondotto gli stessi a fenomeni di reviviscenza, caratterizzati da manifestazioni di vita meramente apparente; donde la conclusione, suffragata da riferimenti clinici obbiettivi (assenza di sangue nei polmoni e di riflesso oro-faringeo all'introduzione della cannula di Guedel, nonché di riflessi neurologici), che il bimbo fosse ormai clinicamente morto.» 

Avete letto quanto ha scritto Severo Chieffi, giudice di Cassazione? Sì? Non siete scandalizzati? No? Ma guardate che dice proprio: «Non avendo egli partecipato alle operazioni di soccorso della vittima non ha potuto neppure constatare personalmente i segni di vitalità descritti dai primi soccorritori...» 

Questa affermazione è allucinante! Abbiamo capito che nessuna delle risposte sull'ora presunta della morte di una qualsiasi vittima (da Sarah Scazzi a Melania Rea, per citarne due attuali) date dai patologi ai vari giudici è valida! Dovremo quindi rifare tutti i processi fatti sinora in Italia se lasciassimo passare la tesi della Corte di Cassazione che ci dice: «Non avendo egli partecipato alle operazioni di soccorso della vittima non ha neppure potuto constatare personalmente i segni di vitalità descritti dai primi soccorritori». 

Che stranezza è mai questa? I segni vitali vengono sempre descritti da altri. Chi deve periziare si basa su quanto gli viene riportato da chi è presente al momento dei soccorsi; al dottor Viglino i segni vitali erano stati descritti? Certo che sì, anche se aveva a disposizione, stranamente, solo la testimonianza della dottoressa Satragni. C'è per caso una nuova legge da rispettare? E cosa c'entra la cannula di Guedel? Lo Iannizzi, chi l'ha inserita, è giunto alle otto e cinquanta, venti minuti dopo i primi soccorritori, ed era chiaro che in quel momento Samuele non poteva più essere vivo dato le ferite sulla testa. Inizialmente il dottore aveva stabilito: «Si deve prendere atto che si può tranquillamente affermare che la morte sia ragionevolmente intervenuta qualche attimo prima o nel contesto dell'inizio dei soccorsi». Poi aveva cambiato idea dichiarando: «L'esatto momento del decesso non può essere ragionevolmente determinato neppure con criterio di mera verosimiglianza». Anni dopo, intervistato da Ilaria Cavo aveva cambiato ancora opinione arrivando ad insinuare che la morte fosse avvenuta poco dopo le sei e trenta di mattina. A quanto pare il dottor Francesco Viglino è alquanto volubile nelle sue conclusioni. Non è, invece, che anche in lui è nato un «pregiudizio» dopo aver chiacchierato con qualcuno che già l'aveva? Magari mentre assisteva a una perizia psichiatrica.

Il tutto pare più che ridicolo. Il giallo che ha appassionato gli italiani non era un giallo ma una commedia leggera spacciata per noir. Perché mai il dottor Francesco Viglino, dopo aver avuto l'incarico di fare la perizia per stabilire l'ora esatta della morte in qualità di patologo, perizia che dovrebbe risultare imparziale, accetta di entrare a far parte del collegio psichiatrico, il primo che doveva giudicare se la Franzoni era sana di mente, in nome e per conto del Pm, quindi in nome e per conto dell'Accusa? In base a questo non risulta strano che nell'anticipazione inviata alla Procura scriva "si può tranquillamente affermare..." e successivamente, dopo aver partecipato come consulente tecnico alla valutazione psichiatrica, mandi una perizia di 186 pagine nella quale è impossibile stabilire un'ora per la morte neppure con la più ampia approssimazione? Per capire se i due incarichi fossero veramente compatibili mi baso sulle date. 

Le sue anticipazioni risalgono alla fine di Febbraio, ad un mese dall'omicidio; il collegio psichiatrico, quindi anche lui, inizia la valutazione sulla mente della Franzoni a fine di Marzo; la relazione finale sull'autopsia, in cui non riesce più a stabilire l'esatto momento della morte, viene consegnata ad inizio Giugno; la discussione davanti al giudice, in cui i consulenti tecnici del P.M. contestano in tutto e per tutto la perizia psichiatrica (fatta davvero da tre luminari), avviene a fine Luglio. E' pacificamente provato che il dottore in quei mesi ha avuto impegni che si accavallavano in maniera ambigua ed in netto contrasto tra loro. In alcune date doveva dare risposte imparziali su quanto scoperto al momento dell'autopsia, in altre doveva partecipare alla perizia psichiatrica ed ascoltare in modo critico quanto riferiva l'unica imputata, in altre ancora doveva relazionare i Pm, che cercavano prove a colpevolezza, e partecipare a discussioni in cui occorreva contestare la relazione degli psichiatri della Corte favorevole alla Franzoni. 

E' stato fatto davvero tutto in base a quanto stabilisce la Legge? 

Ammettiamo che sia stato tutto regolare, anche se strano, e che pertanto la Medicina Legale non sia riuscita a stabilire un lasso di tempo in cui collocare l'aggressione; dando questo per vero chiediamoci come mai la Corte non ha avuto titubanze nel non valutare idonei i 5 minuti, tempo minimo, e neppure i 12 minuti, tempo intermedio, andando a rifugiarsi, per poter condannare la madre di Samuele, nei 17 minuti, nel tempo massimo.

Non occorre di certo essere colti per capire quante «stranezze», dopo aver varcato i cancelli del tribunale di Torino, siano arrivate all'interno delle sue «Aule di Giustizia»... basta saper leggere.


Speciale delitto di Cogne: gli altri 14 punti che scagionano Annamaria Franzoni


Annamaria Franzoni Cap 10 (Questa è la vera arma del delitto?)
Annamaria Franzoni Cap 11 (una condanna nata dalle chiacchiere di paese)
Annamaria Franzoni. Cap.12 (Le intercettazioni spacciate dai media e dalla procura...)
Annamaria Franzoni. Cap.13 (Ed il Pm disse che gli alibi dei vicini erano buoni alibi...)
Annamaria Franzoni. Cap.14 (L'alibi della vicina e i movimenti alquanto particolari...)
Annamaria Franzoni. Cap.15 (Il delitto efferato? Una fantasia dei giudici copia-incolla)

15 commenti:

Anonimo ha detto...

Grazie Massimo.
Bea.

Antonello ha detto...

Direi praticamente tutto condivisibile Massimo, aggiungerei che l'autopsia di Viglino e', a dirla tutta, in contraddizione con lo stesso Ospedale di Aosta che, completamente ignorato da Viglino stesso, stila un documento che si chiama atto di morte e che certifica il decesso del piccolo Samuele alle 09,45 circa, ora non ricordo precisamente.
Per quanto sopra l'aggressione, secondo le deduzioni di Viglino, sarebbe avvenuta 17 minuti prima, all'incirca alle 09,30, all'interno dello stesso Ospedale che lo aveva in cura dall'elisoccorso, mica una anomalia da poco.
Peche in Scala 3 un paziente non risulterebbe morto essendovi esperienze di persone tuttora vive e sopravvissute, non solo, ma Samuele non poteva essere privo di vita appunto perche' se lo fosse stato non si comprenderebbe perche' viene caricato su un elissoccorso e portato ad Aosta, se fosse stato privo di vita invero non si sarebbe mai potuto spostare, ma sappiamo che la scala 3 prevede una situazione gravissima ma non "di morte accertata".
Potrei aggiungere mille anomalie che sono apparse originali anche a me profano, ad esempio, non esiste una tac a corpo integro del corpo mentre parecchi medici hanno avuto modi contestare un trauma occipitale mai portato in evidenza da nessun rilievo autoptico ma che doveva essere parallelo obbligatoriamente ad altri rilievi invero presenti per finire al primo atto autoptico descritto dal documento e cioe' la pulitura sotto acqua corrente di rubinetto del capo del bimbo.
Non commento, non ho competenze specifiche e lascierei all'immaginazione qualsiasi fantasia.

emax/massimo prati ha detto...

Non è proprio così, Antonello.

La dottoressa Satragni arrivò alle 8.31/32 e vide la Franzoni che parlava al cordless. Capì che in linea c'era la guardia medica e sentendo il bimbo gemere, e vedendolo aprire e chiudere gli occhi, si fece passare il telefono per sollecitarne l'arrivo. Poi la cornetta passò al Savin, ex guardia alpina, che si incaricò con l'operatrice di fare lui i segnali per l'atterraggio dell'elicottero (la guardia medica aveva chiamato la Franzoni per sapere se c'era il modo di atterrare, altrimenti avrebbero mandato una ambulanza). Quindi al momento in cui la dottoressa arrivò il bambino gemeva e muoveva gli occhi, e questo è a verbale.

In ogni caso la Satragni, quando iniziò a soccorrerlo, cercò la vena carotide per sincerarsi della vitalità del piccolo, che stava via via scemando, e quando la sentì battere preparò una puntura di cortisone ed alle 8.34/35 o poco più gli fece l'iniezione. A questo punto il cortisone rivitalizzò gli organi, secondo il Viglino, e nacque la riviviscenza di cui lui parla, quindi è molto probabile che, nonostante il respiro ed il battito, stesse davvero morendo al momento della puntura.

Ed infatti venti minuti dopo, quando arrivano i medici del 118 (lo Iannizzi in particolare) e gli inseriscono la cannula di Guedel, il bambino non da segni di rigurgito (e se ti infilano un qualcosa di estraneo dovresti averne). Insomma il bimbo, nonostante il respiro e il battito, non è vivo in quel momento. Ed il motivo è semplice, aveva perso troppo sangue nei cinque minuti dopo l'aggressione (tutto nel letto nel cuscino nella coperta e nel materasso).

Motivo per cui la logica dice che al momento dei soccorsi, in cui gemeva ed apriva gli occhi, non era in riviviscenza, come affermato in un secondo tempo dal patologo, ma ancora in vita pur se stava morendo. Quindi era giusta la sua anticipazione alla procura, quella in cui scriveva che si poteva tranquillamente affermare la morte essere giunta nel contesto dei soccorsi.

I medici dell'ospedale sono stati tratti in inganno dai segnali che il corpo dava (respiro e battito cardiaco), ma erano una conseguenza della puntura di cortisone dato che nessun gemito e nessuna apertura d'occhi si è verificata dalle 8.35 in poi.

Per finire, il punteggio 3 lo hanno le persone in coma, e non è detto che poi non si risveglino (a volte anche a distanza di mesi), ma proprio la grande perdita di sangue garantisce che Samuele a punteggio 3 non si sarebbe mai più risvegliato, purtroppo.

Ciao, Massimo

Antonello ha detto...

@Massimo
hai scritto cio' che pensavo anche io ma che davanti ad una platea di specialisti non avevo scritto, semplicemente perche' istintivamente capii che dopo sarei stato in errore.
Il grado 3 di scala specifica non permette alcun riflesso nemmeno se lo si cercasse di stimolare con qualsiasi cannula, non solo di Guedel, questo fu' all'epoca argomento di vivace discussione tuttaltro che contraddittoria perche' erano praticamente tutti daccordo, da qui a non riconoscere che il bimbo non fosse gravissimo ci passa il mare ma in grado 3 lo davano documentalmente per vivo, anche Iannizzi altrimenti si sarebbe beccato un avviso di garanzia se avesse spostato qualsiasi deceduto "non per cause naturali", come a quel momento Samuele sarebbe stato.
Questo ti ripeto come un pappagallo e per come ho sentito da luminari che si scandalizzarono alla lettura di questo particolare sugli atti, sempre inciso che se vi sono specialisti possono argomentare aiutandoci, sicuramente io so che ad un Coma 3 non serve la cannula ma sebbene privo di riflesso viene giudicato ancora vivo, e l'Ospedale certifica che era ancora vivo all'arrivo attestandone la morte appunto molto dopo.

Antonello ha detto...

@Massimo
Scusa anche se mi permetto ma da profano all'epoca stetti in religioso silenzio per appunto apprendere quanto piu' possibile e son sicuro che tutti gli specialisti con cui elaboravo il caso erano daccordo sul riflesso che non puo' dare nessuna cannula ad un paziente in grado 3 di scala Coma.

emax/massimo prati ha detto...

Antonello, nessuno nega che quando Iannizzi intervenne fosse in grado 3, lo era probabilmente già dalle 8.35/36. E nessuno nega che per un medico di pronto soccorso Samuele potesse essere vivo, c'era il respiro e c'era il battito quindi cosa avrebbero dovuto pensare?

Ma una volta che si va in tribunale non si discute di dottori e di cure mediche normali, si discute su un'autopsia che, proprio perché autopsia, deve spiegare le cause della morte e cercare di capire quando questa sia avvenuta.

Quindi si può mettere in discussione il grado 3 di cui parla il Viglino solo rapportandolo ai gradi superiori presenti in Samuele, quindi ai gemiti ed all'apertura degli occhi. E' qui che sta la sfasatura fra la prima risposta peritale, che dichiarava la morte essere avvenuta nel contesto dei soccorsi, e la seconda che lo dava morto prima delle 8.25.

Per le altre cose appurate l'autopsia non può essere sbagliata, quindi la puntura di cortisone è la causa dei segni di riviviscenza che hanno fatto credere il bimbo fosse vivo. E' stata questa a non far cessare il battito ed il respiro, anche se flebile ed impercettibile, constatato dai soccorritori.

Ed in effetti, per quanto riguarda i parametri medici standard, Samuele era vivo anche alle 9 ed anche alle 9.30, infatti l'ora della morte in ospedale viene fissata sulle 9.45, e quella è ancora oggi l'ora ufficiale scritta sulla cartella clinica.

Ma in tribunale questi parametri, in presenza di autopsia, non hanno più valore in quanto è il patologo che meglio di tutti può avere chiaro il quadro della situazione. Quindi i medici "normali" esulano da questa situazione, loro sempre la ragioneranno come se Samuele fosse un paziente. E per quanto abbiano sbagliato a non fare i rilievi al momento della morte, e questo è incredibile perché li fanno su tutti coloro che muoiono in ospedale, per quanto abbiano sbagliato a lasciarlo in una camera fredda senza metterlo in una cella frigorifera, il Viglino non può aver sbagliato completamente la perizia perché lui ha fatto le analisi e lui ha aperto e visionato gli organi.

Motivo per cui è da credere quando dice che, a causa del cortisone, è passato per le varie fasi della morte arrivando a quella assoluta alle 9.45.

Io gli credo perché non è l'ultimo sprovveduto, ha talmente tante autopsie nel suo curriculum... l'unica cosa che non quadra è quella da me denunciata nell'articolo, i gemiti e l'apertura degli occhi che portano la morte del bimbo in avanti di dieci minuti, come dal patologo stesso affermato ad un mese dall'autopsia.

Il resto è pura teoria medica che è giusta a parole, ma solo a parole perché ogni corpo morente ha un comportamento soggettivo che deriva dal tipo di morte, dall'età, dalla forza del suo fisico e dai primi interventi di soccorso. Chi può dare dati oggettivi su un corpo morto è solo il patologo che ha eseguito l'autopsia. E le sue conclusioni superano per valore quelle teoriche dei medici, pur bravi che siano.

Ciao, Massimo

emax/massimo prati ha detto...

Per quanto riguarda la cannula, scusa ma mi era sfuggita nel commento precedente, c'è anche chi dice che nella prima fase del coma certi muscoli, essendo ancora, anche se minimamente, sensibili, rispondono, anche se leggermente, agli stimoli.

Ma a parte questo, e non voglio difendere il Viglino o i giudici che parlano di mancanza di riflessi all'introduzione della cannula, ma solo provare a giustificarli, non ricordo di aver trovato cenni, in autopsia, sugli orari in cui lo Iannizzi è intervenuto. Quindi è probabile che abbia scritto della cannula credendo fosse intervenuto nel contesto iniziale e non a venti/venticinque minuti di distanza.

Questo lo scrivo perché nei verbali ho di certo letto l'espressione "...lo Iannizzi, intervenuto nella fase iniziale dei soccorsi...".

Ciao, Massimo

Antonello ha detto...

@Massimo
No, non ho nemmeno io intenzione di mettere in discussione persone che si presumono di competenza ed ho sempre premesso che sono profano in materia.
Da quello che mi ricordo dell'epoca il tuo richiamare eventi naturali considerandoli al cospetto con fattori soggettivi e' da condividere assolutamente.
Riguardo agli eventuali dubbi che puo' far sorgere la perizia mi riprometto di postare dei link tuttora interessanti di chi su quella perizia non solo ci ha studiato anni ma ha scritto pure copiosi libri.
Ma anche ad occhio profano alcuni dubbi risaltano mai spiegati e spiegabili.
Il perito lo sceglie il Giudice e tante volte risponde a domande postagli che esulano dal campo della medicina specifica, a quanto ho potuto comprendere abbastanza complessa di per se.
Del resto era un perito anche Schmitter ed e' arcinoto che chi aveva veramente competenza, Brinkmann, ha potuto rilevare in aula, finche' non ne e' fuggito scandalizzato, una molteplicita' di contraddizioni tutte ancora da spiegare.
Gli errori e' lapalissiano sono umani e solo la perfezione e' sovrumana, detto questo con rispetto e da profano, giusto per non esprimersi, tornerei al lato investigativo di quella storia, lato che tuttoggi presenta particolari inesplorati, sconosciuti ai media, forse dopo dieci anni sempre meno ma ci sono, bisognerebbe aspettare che la ricerca della verita' diventi il perno di tutti i processi.

Antonello ha detto...

A logica dimostrazione che Samuele, nel viaggio in elicottero, fosse ancora vivo sebbene in gravissimo stato vi sarebbe proprio l'utilizzo da parte del medico della cannula di Guedel che e' utilizzata solo in pazienti in stato di "incoscienza" per favorire il respiro naturale o la ventilazione artificiale impedendo varie ostruzioni dei canali di deflusso dell'aria o di ossigeno.
Lo stesso utilizzo prevedeva insomma che il paziente potesse avere, in incoscienza, delle reazioni vitali, ma anche questo chiaro segnale testimoniato in atti ed in aula a nulla e' servito.
Che Iannizzi sia un medico e che ad un corpo privo di vita possa servire poco poter respirare senza ostruzioni e' un particolare sembra marginale.

http://it.m.wikipedia.org/wiki/Cannula_Guedel

Antonello ha detto...

Lancio anche questo link ad un articolo del 2007 pacificamente commentabile che dal punto 5 al punto 11 tratta specificatamente dello stato in cui versava il piccolo Samuele, in particolare i punti 9 e 10 trattano dei segni vitali in pazienti a grado 3 della Scala specifica classificata.
Che non mi si venga a dire che l'autore non avrebbe competenza per motivi extramedici che interessano a nessuno per il caso che si affronta, e' un luminare nel suo campo con esperienza pluriquarantennale, ognuno giudichi per propria coscienza ed in totale liberta'.

Antonello ha detto...

http://blog.libero.it/AngoloMonty/newcom.php?mlid=80651&msgid=2144203&mpadid=0

emax/massimo prati ha detto...

Antonello, io con gli articoli che sto scrivendo sul caso Cogne sto confutando, passo passo, ogni punto portato ad accusa nei processi. Sto confutando le perizie portate a processo ma sempre restando nell'ambito di quanto è uscito in tribunale, in Aula, ed è l'unico modo per poter far capire a chi legge gli sbagli accaduti e fatti da tante persone.

Ed è da fare ora, a distanza di anni e senza alimentare vecchie discussioni, per avere il cielo limpido da nebbie.

Il rilanciare vecchie ipotesi alla Migliaccio, a cui personalmente credo poco, non fa altro che creare confusione. La stessa confusione che ha impedito all'opinione pubblica, dal 2002 al 2008, di capire cosa stava accadendo a Cogne nella realtà, aiutando, con le varie ipotesi, solo il caos e quindi l'Accusa.

Ora io non intendo seguire la vecchia linea ma, come ho detto, voglio confutare in modo chiaro e lineare quanto i giudici hanno scritto, perché non c'è nulla che non sia confutabile in quanto la condanna si è basata solo sulla convinzione del pigiama indossato. Il resto è aria fritta fatta respirare a pieni polmoni al tempo. Ma se si inizia a creare polvere, utilizzando le vecchie discussioni, ci troveremo nuovamente in quegli anni, ed in conseguenza sarà nuovamente tutto incapibile.

E questo io non lo voglio dato che per aiutare la comprensione occorre restare nell'aria pulita ed eliminare la polvere per poter respirare a pieni polmoni la realtà, non nuovamente la polvere dell'epoca.

Ciao, Massimo

Antonello ha detto...

@Massimo
Non intendevo pubblicando quel link, forse non l'ho specificato, riesumare vecchie ipotesi, in verita' era coerente con l'argomento che avevamo intavolato e nei punti 9 e 10 vi era l'opinione specifica sui riflessi in grado 3 provocati ipoteticamente da cannula di Guedel.
Era solo per portare a supporto dei miei ricordi quanto esponevo, non avevo ne ho intenzione di creare polveroni, ci mancherebbe Massimo, stimo anche il lavoro che, ho notato, sei anche un po' l'unico a tentar di fare.
Questo assolutamente non solo ti fa onore ma porta la tua acqua ad un mulino comune, la ricerca della verita'.
Io aggiungevo commentando solo che in un atto si e' praticamente detto ad un medico dell'elisoccorso che avrebbe inserito una cannula di Guedel nella bocca di un corpo privo di vita, gli si e' aggiunto pure che era privo di vita proprio ed anche perche' non aveva avuto riflessi, quando nessun medico, a mia memoria, capisce quali riflessi avrebbe un paziente (Samuele era ancora da curare a detta di molti specialisti) in coma 3.
Solo questo dicevo Massimo, se ho creato confusione od eluso il tuo scopo, no problem, chiedo venia.
Ciao

Mimosa ha detto...

Caro Massimo, sento le mie primitive impressioni sempre più spiazzate!
E percepisco tutto il dramma umano di una madre privata dell'amore della sua famiglia per gli errori di valutazione sia di gente incompetente sia di gente con dei preconcetti.
Complimenti per la tua tenacia!
Serviranno a qualcosa i tuoi scritti?
Che storia terribile.

Mimosa

Anonimo ha detto...

Ho sempre trovato e trovo tutto questo scandaloso.. è sempre stato chiaro e palese l'incompetenza da parte di qualcuno e il valutare il tutto con molta superficialità, forse con pregiudizio. Si è sempre detto che è meglio un colpevole in libertà che un innocente in carcere (e le prove ultimamente ce ne sono arrivate parecchie!Ma si sa in mancanza di prove così funziona!!).Ma in questo caso così non è stato e non ne ho mai compreso questo accanimento! Mi auguro che ci sia prima o poi un po' di giustizia per questo caso, per una persona che in tutti questi anni si è trovata lontana dalla propria famiglia e dagli effetti più cari per errori inconcepibili.. (senza aggiungere poi che addirittura parte delle prove di questo delitto erano finite tra i reperti di un altro caso!!!) Mi auguro e sono certa che prima o poi la verità verrà fuori (che il caso non verrà archiviato, nè tanto meno dimenticato) e che chi ha sbagliato ammetta le proprie colpe!!
Saluti. Bea