Di Gilberto Migliorini
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Occorre dire che il confine
tra reale e virtuale si è fatto sempre più labile... e non solo nell'attualità
quotidiana, dove talvolta si ha come la sensazione di vivere dentro a un
copione, proprio come il povero Truman Burbank (il film The Truman Show) che non aveva capito di vivere in un gigantesco studio televisivo, che nella sua vita c’era una
regia nascosta e che perfino sua moglie, parte attiva del cast, era un’attrice professionista
che interpretava il suo ruolo a tutto campo, perfino nel letto, con abnegazione
e magari anche passione per il suo personaggio... Orfano per una gravidanza
indesiderata, fin dalla nascita Truman, involontario protagonista, ha poppato
dalle turgide mammelle di un network televisivo, adottato senza saperlo per
fare spettacolo nell'omonimo reality. Inconsapevole di far lo zimbello in un
gigantesco teatro allestito come una piccola città, il povero Truman scopre per
caso che è tutto uno show, una gigantesca messinscena a sua insaputa (ma chissà,
forse l’unico veramente ignaro è lo spettatore che crede di ridere alle spalle
del povero Burbank, non sa che anche lui succhia dalle stesse zinne). Il
reality finisce fortunatamente proprio come nel Mito della Caverna di Platone con lo schiavo liberato. L’attore si
emancipa dal suo ruolo di protagonista (anche se in fondo rimane tale, come
alter ego di noi spettatori che ci crediamo per davvero fuori dal gioco, solo
osservatori neutrali e non coinvolti).















