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sabato 23 maggio 2015

Il lavoro del giornalista è quello di distruggere la verità e mentire spudoratamente?


America - 1880 (milleottocentoottanta) - a una cena di giornalisti all’American Press Association c'è anche John Swinton, un editorialista del New York Sun che invitato a brindare alla stampa indipendente dice:

"In America, in questo periodo della storia del mondo, una stampa indipendente non esiste. Lo sapete voi e lo so io. Non c’è nessuno di voi che oserebbe scrivere le proprie vere opinioni, e già sapete anticipatamente che anche scrivendole non verrebbero mai pubblicate. Io sono pagato un tanto alla settimana per tenere le mie opinioni oneste fuori dal giornale col quale ho rapporti. Altri di voi sono pagati in modo simile per cose simili, e chi di voi fosse così pazzo da scrivere opinioni oneste, si ritroverebbe subito per strada a cercarsi un altro lavoro. Se io permettessi alle mie vere opinioni di apparire su un numero del mio giornale, prima di ventiquattrore la mia occupazione sarebbe liquidata. Il lavoro del giornalista è quello di distruggere la verità, di mentire spudoratamente, di corrompere, di diffamare, di scodinzolare ai piedi della ricchezza e di vendere il proprio paese e la sua gente per il suo pane quotidiano. Lo sapete voi e lo so io. E allora, che pazzia è mai questa di brindare a una stampa indipendente? Noi siamo gli arnesi e i vassalli di uomini ricchi che stanno dietro le quinte. Noi siamo dei burattini, loro tirano i fili e noi balliamo. I nostri talenti, le nostre possibilità, le nostre vite, sono tutto proprietà di altri. Noi siamo delle prostitute intellettuali"

giovedì 29 maggio 2014

Federico Focherini, il body builder professionista accusato di aver causato la morte di Claudia Bianchi, dopo l'assoluzione si ribella e con "La Legge del Disprezzo" denuncia chi gli ha rovinato la vita indagando a 180° (alcuni estratti dal libro)

Copertina de " La Legge del disprezzo "
La Legge del Disprezzo è un libro verità che entra a gamba tesa nel sistema giustizia e senza scrupoli mette alla berlina, con nome e cognome, chi usa il potere in modo sbagliato. Chi segue solo il proprio credo e accantona le prove che discolpano l'indagato pur di ottenere una condanna e non fare la figura dell'incapace. La Legge del Disprezzo tratta un brutto fatto di malagiustizia italica che ha stravolto la vita di tante persone (non quelle degli intoccabili carabinieri, magistrati e giudici). Solo la “Legge del disprezzo può condannare chi usa la scure del potere per distruggere la vita altrui senza motivo. Solo questo libro può far capire che fra un culturista e un carabiniere (che opera per come vuole il suo magistrato), non sempre il più onesto è il carabiniere... e neppure il magistrato, visto che dopo aver rinunciato alla prescrizione, Federico Focherini è stato assolto dalle accuse, che l'hanno perseguitato per nove anni, perché il fatto non sussiste (prefazione di Walter Siti - premio Strega 2013).

sabato 14 dicembre 2013

Annamaria Franzoni è la maledizione che colpisce la mente dei giudici e li manda in confusione...


Annamaria Franzoni per poter tornare dai suoi figli si sottoporrà a una nuova perizia psichiatrica. La notizia potrà sembrare insignificante, in realtà non lo è perché dimostra come la magistratura, sempre più confusa e confusionaria quando prende in mano il fascicolo che riguarda la mamma di Samuele, sia riuscita ancora una volta a piegarla ai suoi voleri. E lei, pur di chiudere la triste e maledetta farsa in cui l'han voluta protagonista, per amore dei suoi figli si sottoporrà a ciò che nel 2006 aveva rifiutato. Infatti dopo la prima perizia disposta dal Gip Gandini, eseguita a meno di due mesi dalla morte di Samuele dai professori Barale, De Fazio e Luzzago (che assieme ai consulenti dell'accusa e della difesa incontrarono la Franzoni molte volte al carcere di Torino), perizia che sancì la sua completa sanità mentale, i giudici d'appello ne chiesero una seconda. Ma, visto che ne esisteva già una esauriente, che senso aveva farne una seconda se non a trovare il modo di giustificare una condanna più mite di quella comminata in primo grado dal Gup? Il giudice Eugenio Gramola senza alcun motivo plausibile aveva deciso di condannare la Franzoni a 30 anni di carcere. Una condanna che cozzava con la sanità mentale dell'imputata, una sanità mentale che non si poteva in alcun modo unire a nessun movente e faceva a botte con gli indizi e gli innumerevoli errori investigativi e peritali. La Franzoni quella volta non si piegò alla volontà della Corte e rifiutò di farsi psicanalizzare asserendo, appunto, che si cercava solo un appiglio utile a farla figurare malata per poterle scalarle anni di carcere. Ma la perizia, nonostante la sua assenza, si fece comunque utilizzando i filmati delle interviste televisive, il diario del carcere di Torino e la sua testimonianza a processo.

martedì 26 novembre 2013

Annamaria Franzoni non ha mentito. La procura e la Difesa hanno sbagliato e le telefonate dimostrano che ha fatto di tutto per salvare suo figlio...


Ultimamente si è tornati a parlare di Annamaria Franzoni. Evidentemente i media non l'hanno dimenticata come lei si augurava. Infatti, quasi fosse una sorta di bestia rara, i settimanali  del gossip hanno sguinzagliato i loro fotografi per immortalarla in scene di vita quotidiana, come l'andare a far spesa in un negozio o in un supermercato, e i programmi tv sono tornati sull'omicidio del piccolo Samuele rinnovando il dolore della sua famiglia proponendo nuovamente alcuni dei protagonisti di dieci e più anni or sono. A questi c'è chi ha aggiunto una new entry di spessore: la signora Maria Del Savio Bonaudo, la procuratrice che coordinava le indagini all'epoca della morte di Samuele. Ad essere onesti c'è da dire che finalmente ci sono giornalisti che cercano di dar voce anche a chi non concorda con la sentenza passata in giudicato, ma c'è anche da dire che, come in passato, la base di partenza usata in scaletta non è valida e ricalca illogicamente solo ciò che portò la procura di Aosta ai media e a processo. Per cui, purtroppo, ancora si cerca di evitare la realtà logica e si continua sulla falsariga impostata nel 2002. Ed è un peccato perché l'occasione era ghiotta: la presenza di Maria Del Savio Bonaudo avrebbe dovuto convincere i giornalisti a porle, finalmente, quell'insieme di domande mai poste. Domande a cui difficilmente la dottoressa avrebbe saputo ribattere. Invece si è preferito farla parlare a ruota libera delle sue convinzioni ed anziché portarla sulla parte torbida della questione, quella mai sviscerata, si è preferito farle esternare mezze verità.

lunedì 13 agosto 2012

ANNAMARIA FRANZONI - CASO COGNE. SCENEGGIATURA DI UN DELITTO: IL FILM IMPOSSIBILE


Le sceneggiature, novantanove su cento, sono scritte in font courier 12. Si tratta di un carattere incomprimibile e, per convenzione internazionale, ad ogni pagina scritta deve corrispondere un minuto di film. L’impossibilità di sceneggiare qualcosa è legata al tempo, quindi allo spazio delle pagine. Se voglio raccontare un delitto avrò bisogno di tempo sufficiente per svilupparne la sceneggiatura, altrimenti i passaggi troppo veloci, con un susseguirsi incalzante di scene troppo brevi, creeranno un film comico alla Ridolini, una specie di moviola accelerata. Ci sono cose che si possono raccontare anche in quindici secondi (vedi certi spot pubblicitari dove in realtà ognuno immagina una storia diversa), sceneggiature che in poche scene folgoranti raccontano una storia, ma ci sono storie che per essere raccontate in modo credibile e 'oggettivo' hanno bisogno di molto più tempo. Se quel tempo non ci viene concesso, allora quelle storie diventano solo un film noioso, brutto e inverosimile. Articolo di Gilberto M. Leggi tutto l'articolo

lunedì 6 agosto 2012

Annamaria Franzoni. Il delitto efferato? Una fantasia dei giudici del copia- incolla che reiterano gli sbagli di chi per condannare ha usato la monetina...


Ora capita che Annamaria Franzoni, secondo l'ultimo giudice che le ha negato quei piccoli benefici concessi anche a chi uccide più persone, abbia commesso un delitto efferato. Tanto efferato da non poter essere guardata con magnanimo per almeno altri quattro anni. Quindi la smetta di chiedere di uscire per andare dai figli per qualche ora, perché per lei alla Dozza le porte sono chiuse e lo saranno anche nel 2014, quando avrà superato la metà della pena e potrebbe, da legge scritta, chiedere un diverso trattamento carcerario. Purtroppo capita, a volte, ci sia anche da chiedersi come certi giudici valutino gli omicidi e quale delitto per loro sia o non sia efferato. Forse che, per chi è invaso dal potere di spargere la legge sull'uomo, il reo cambia l'ordine dei fattori a gioco in corso, se confessa, ed il delitto da efferato si trasforma in disgrazia? Ma la morte è morte in ogni caso, ed in ogni caso la violenza è sempre violenza. Chi spara alla vittima fra gli occhi, chi la uccide con un paio di forbici o un martello, chi le taglia la gola con un coltello, chi la avvelena col topicida o chi la tiene con la testa sotto l'acqua per cinque minuti, se confessa è dunque meno assassino di chi si è sempre dichiarato innocente, di chi i giudici hanno condannato senza sapere neppure con quale arma abbia ucciso? Un'arma fantasma che ancora oggi nessuno sa quale sia e dove sia?

lunedì 23 luglio 2012

L'avvocato Taormina chiede 800.000 euro per non aver difeso al meglio la Franzoni. Ma forse non è una fattura la sua, forse è una veggenza come quella delle pinze con cui venne fotografato nel 2011

Le pinze della veggente
In questo articolo riprenderò una parte di quanto avevo scritto a gennaio 2011. Oggi come allora, infatti, non credo che l'opinione pubblica, intenta a seguire i casi di Sarah Scazzi e Melania Rea, senta il bisogno di rivedere chi non ha difeso come avrebbe dovuto Annamaria Franzoni, pur essendone l'avvocato. Il mediatico Carlo Taormina, dopo aver dato l'idea di voler cambiare tipo di processi passando dai tribunali penali a quelli calcistici, sembrava si fosse perso. Sembrava. Ma non è facile passare da una condizione mediatica, in cui ogni giorno un giornale parla di te, ad una condizione di anonimato in cui si diventa uno dei tanti. Lo spettabile legale, dunque, ha trovato la maniera per ovviare all'inconveniente. Ogni anno si ripropone con una nuova puntata, tutta sua e personale, in cui cerca di continuare a riflettere la sua immagine sulle ceneri del caso che lo ha reso famoso, quello di Cogne, quello che lo vedeva impegnato, ma forse impegnato è una parola impropria, a difendere una madre dall'accusa di aver ucciso suo figlio.

Annamaria Franzoni. Una sola analisi approfondita sulla telefonata inviata al 118 bastava per capire che la madre non poteva aver ucciso suo figlio...


Articolo di Gilberto M.

Dalle motivazioni della Corte di Cassazione, copiate pari pari da quelle della Corte d'Appello: "...a carico della Franzoni, alla quale erano ascritti, come ulteriori elementi indizianti, il ritardo nella chiamata al 118, le informazioni riduttive e fuorvianti comunicate alla telefonista (cui rappresentava un fenomeno patologico naturale)"

Queste parole non avevano motivo di esistere. Ascoltiamo la telefonata in cui, a parere della cassazione e di ogni perito e giudice, al momento di chiedere aiuto la Franzoni diede informazioni riduttive e fuorvianti...


Ascoltata? Fra l'altro, come si può notare guardando i numeri sotto il video, la telefonata dura esattamente un minuto e quaranta secondi (1:40), quindi 100 secondi netti se è vero che in un minuto vi sono 60 secondi e, sempre sia vero, 60 + 40 fa 100. Lo strano è che per la procura e tutti i giudici, è scritto in ogni Atto dei Pm portato nei vari tribunali, è scritto in ogni motivazione stilata dalle varie Corti per spiegare i motivi della condanna, ne dura solo 77. E già l'avvocato difensore, che neppure s'è accorto di questa stranezza (ma ugualmente chiede 800.000 euro per quanto ha fatto in Difesa della Franzoni), i carabinieri i Pm ed il Pg (almeno loro), dovrebbero spiegare questo grave sbaglio aritmetico...

Ma dato che nessuno ce lo spiegherà, lasciamo gli sbagli e dopo aver ascoltato la versione audio leggiamo la trascrizione della telefonata:

Centralino: "Pronto".
Franzoni: "Ascolti mio figlio ha vomitato sangue e non respira, abito a Cogne"
Centralino: "Un attimo che le passo subito ..."
Franzoni: "Fate presto, la prego" (musica d'attesa - tratta da 'Le quattro stagioni' di Vivaldi - per alcuni secondi) - Operatrice: "Pronto"
Franzoni: "Mio figlio ha vomitato sangue, venga subito"
Operatrice: "Allora, no, con calma (Annamaria urla e la sua voce si sovrappone) devo avere l'indirizzo, abbia pazienza"
Franzoni: "Abito a Cogne"
Operatrice: "Il numero di telefono (...). Ecco, Cogne dove?"
Franzoni: "Frazione Montroz"
Operatrice: "Con calma ... Monrò?"
Franzoni: "Cosa devo fare?"
Operatrice: "Numero civico?"
Franzoni: "Ooh ... eeh ... la prego, sta male!" - Operatrice: "Signora, con calma perché non risolviamo niente. Allora, Monrò?".
Franzoni: "Numero 4 A. E' già venuta stanotte perché stavo male io. Vi prego, aiutatemi, non respira ... (respiro affannoso, urla incomprensibili)"
Operatrice: "Subito ... Signora, abbia pazienza, è Montroz o Monrò?"
Franzoni: "Montroz".
Operatrice: "Ecco. Numero?"
Franzoni: "Oh, mamma mia. 4 A".
Operatrice: "4 A. Signora, allora suo figlio quanti anni ha e come si chiama?"
Franzoni: "Tre anni, Samuele"
Operatrice: "Di cognome?"
Franzoni: "Lorenzi (interferenza telefonica). La prego, sta malissimo".
Operatrice: "Signora, intanto se vomita non lo tenga ..."
Franzoni: "E' tutto insanguinato, ha vomitato tutto il sangue. Non respira ...".
Operatrice: "Arriviamo subito, signora"
Franzoni: "Grazie"
Operatrice: "Mi lasci solo il telefono libero perché se no..."
Franzoni: "Sì, sì, sì, arrivederci".

venerdì 13 aprile 2012

Annamaria Franzoni. L'alibi della vicina ed i suoi movimenti alquanto particolari


Come abbiamo visto nel precedente articolo sul caso Cogne, il tribunale del riesame chiese alla procura di Aosta, rimanendo inascoltato, di fare ulteriori indagini sulla famiglia Guichardaz. In questa figurava anche Daniela Ferrod che assieme a suo marito viveva nella villetta posizionata a trenta metri da quella dei Lorenzi. La mancanza di ulteriori accertamenti ha fatto supporre a tutti che queste persone fossero completamente estranee all'accaduto, che avessero alibi solidi come le rocce della Val D'Aosta. Ma come abbiamo constatato, verificando quelli forniti da Ottino ed Ulisse Guichardaz, di solido in quanto i due hanno dichiarato ai carabinieri v'è solo il fatto che ci si trova in presenza di un alibi modificato più volte e, comunque, a carattere familiare. In questo articolo passo oltre e, dopo averne scritto una serie in cui ho ampiamente dimostrato come nulla potesse incriminare la Franzoni, mi dilungo verificando ancora i primi sospettati, in particolare la Ferrod.

lunedì 2 aprile 2012

Annamaria Franzoni. Ed il Pm Cugge disse che gli alibi dei vicini erano buoni alibi...


Dopo aver constatato come nulla di quanto portato a processo potesse provare la colpevolezza della madre di Samuele, per non essere accusato di aver gettato un sasso nello stagno e di aver tolto la mano occorre che io indichi altre persone che, al pari della Franzoni, avessero avuto un movente per entrare in casa dei Lorenzi. Non ce ne fossero è chiaro che il colpevole sarebbe già in carcere e tutti i Pm avrebbero operato in maniera professionale. Chiaramente non intendo farlo a scopo colpevolista, quindi non pensiate che io le valuti con questo intento perché così non è, lo faccio per far capire che non c'era solo la posizione della Franzoni da valutare al meglio. E dato che ci sono molteplici aspetti da approfondire (ancora oggi l'opinione pubblica crede che nessun altro fosse coinvolto nel caso in questione) questo sarà il primo di una serie di articoli che cercheranno di spiegare quanto avvenuto in Val D'Aosta dieci anni fa. Inizio col dire che gli unici sospettabili, oltre la madre di Samuele, potevano essere solo i vicini di casa, che non sono così pochi come ci hanno fatto credere in televisione, e purtroppo dobbiamo constatare di non poter mettere gli occhi su tutti ma solo su quelli che già inizialmente risultarono più sospetti, quelli che i giudici del riesame volevano fossero controllati meglio dalla procura a cui faceva capo la dottoressa Bonaudo. Ma "controllare" non era un verbo conosciuto ad Aosta, e per capire come non piacesse a nessuno vediamo con che parole reagirono i Pm all'invito dei giudici. Facciamolo leggendo un articolo del Corriere della Sera a firma di Frabrizio Gatti:

venerdì 17 febbraio 2012

Annamaria Franzoni. Ecco le intercettazioni "spacciate" dai media e dalla procura quali certa prova di colpevolezza...


Nel caso Cogne i "media" ci hanno sguazzato per anni, come papere nelle pozzanghere. E, neanche a dirlo, allora come oggi (perché nulla è cambiato ed il tutto pare peggiorato), il cavallo di battaglia furono le intercettazioni telefoniche ed ambientali... chiaramente messe in onda a spizzichi e bocconi, in forma strumentale e non spiegate né nel modo né nella forma così potessero attirare l'opinione pubblica ed apparire per quanto in effetti non erano. Ai lettori ed agli spettatori, infatti, vennero presentate come un atto di accusa, quando, in realtà, se lette nel loro insieme scagionavano la madre di Samuele. Prova di questo ne sia il fatto che il Procuratore Generale di Torino, colui che ha sostenuto l'accusa contro la Franzoni nel processo d'appello, prima di presentarsi in aula rimase settimane intere nel suo ufficio ad ascoltarle e riascoltarle. Erano migliaia e, a parere suo (forse influenzato da quanto riportavano i media), dovevano per forza nascondere la soluzione del mistero. Ma quando si arrivò al processo le uniche che portò erano prive di elementi colpevolisti, anche se lui cercò di incastrare la donna con tredici lettere. La Franzoni, così come tutta sua famiglia, ha subito intercettazioni ambientali e telefoniche per mesi, per anni, e portare tredici lettere, di logica, doveva apparire ai più quanto non è apparso, un aggrapparsi agli specchi. Ma andiamo oltre. Alcune intercettazioni della madre di Samuele, quelle ambientali fatte in caserma, le ho già inserite in altri articoli, ora vediamo cosa si dicevano i membri della famiglia al telefono o in auto. Partiamo da Giorgio Franzoni, il padre dell'unica imputata, la persona che più ha rivolto frasi ostili contro il RIS di Parma, contro i carabinieri e la Procura di Aosta (che sia uno dei motivi per cui si sono accaniti solo contro sua figlia?). Iniziamo da alcune conversazioni private.

lunedì 30 gennaio 2012

Annamaria Franzoni. A dieci anni dalla morte di Samuele solo le chiacchiere possono far credere sua madre colpevole

Samuele Lorenzi
Dieci anni fa moriva Samuele Lorenzi, assieme a lui la giustizia ed i media italiani che, comportandosi da buoni cagnolini ubbidienti, parlavano in video basandosi sulle carte portate dall'Accusa senza approfondirle e controllarle in maniera logica. Questo ha generato un odio viscerale verso la madre del piccolo, un pregiudizio quasi globale che l'ha accompagnata negli anni ed ancora resiste. Sarebbe bastato poco per far sì che la situazione si capovolgesse diventandole favorevole. Ai media sarebbe bastato leggere e verificare quanto la procura forniva loro. Pochi giornalisti l'hanno fatto, di questi alcuni hanno poi scritto libri che riportano i mille dubbi di quell'inchiesta, dubbi ancora oggi integri ed esistenti. Gli altri, non in grado di spiegare ai telespettatori, si sono adagiati sul pregiudizio e sui sorrisini ironici dei loro ospiti fissi, ripresi in schermo quanto c'era in studio chi sosteneva una ricostruzione diversa. Negli articoli sul "caso Cogne", presenti su questo blog, ho dimostrato, partendo dalla falsa ricostruzione dei Pm sulle prime telefonate di aiuto, che nulla di quanto portato dalla procura poteva essere idoneo a condannare, così come non lo era nulla di quanto accertato in tribunale (ed accertato è parola grossa da usare), eppure la condanna è arrivata ugualmente. E' probabile che l'odio viscerale nato negli anni sia stata la base di partenza della pena inflitta? Per averne il dubbio basta pensare ai giudici popolari preposti a decidere. Ad uno in particolare, uscito di scena solo dopo una sfuriata dell'avvocato Taormina, che continuamente scuoteva la testa in segno negativo quando parlava la Difesa, qualsiasi cosa dicesse.

venerdì 27 gennaio 2012

Annamaria Franzoni. Finalmente c'è un'arma davvero compatibile col delitto... come mai nessuno ci ha pensato prima?


Raschietto per togliere pellicole sci
Il 30 gennaio 2002 Samuele Lorenzi venne trovato moribondo sul letto dei suoi genitori, coperto col piumone fin sopra la testa, da sua madre tornata dall'aver accompagnato il figlio maggiore alla fermata dello scuolabus. In soli sette minuti, tanto durò l'assenza della donna, qualcuno fece scempio di un bimbo di tre anni colpendolo per ben diciassette volte, con un oggetto mai identificato, al capo ed alla fronte. Un oggetto che il patologo così descrisse: "Sulla base di quanto significato e discusso, in risposta ai proposti quesiti, ritengo si debba rispondere, in sintesi, nei termini seguenti: -Samuele Lorenzi venne a morte per trauma cranico aperto di vaste proporzioni con sfacelo traumatico fratturativi del neurocranio, perdita di sostanza cerebrale, imponente e rapida anemia meta emorragica, shock ipovolemico, edema cerebrale maligno -. Le lesioni sono da attribuirsi all’azione ripetuta di un corpo contundente che presenta le seguenti caratteristiche:
-facile ed agevole impugnabilità
-rigidità
-di buona consistenza
-dotato di margini acuti rettilinei e spigoli vivi. 


Ora notate la forma della piastra ramata e ditemi se non è compatibile con le ferite inferte al capo di Samuele. E' compatibile? Certo che è compatibile. Io credo proprio che questa sia l'arma del delitto. Chi di voi sa cos'è? Se non andate a sciare non potete conoscerla perché si usa nelle zone dove la neve è parte integrante del territorio. E la Val D'Aosta fa della neve la sua risorsa primaria.

giovedì 5 gennaio 2012

Annamaria Franzoni. Gli errori analitici del Ris e la bufala delle "anticipazioni rilevanti" che hanno convinto la procura ad indagare solo la Franzoni

Per far posto al Ris si tolgono i sigilli 
Basterebbe leggere in maniera critica e severa le carte processuali per accorgersi della quantità di errori commessi dal Ris di Parma in quel di Cogne. L'istituzione è indiscutibilmente buona, non si possono dimenticare i successi ottenuti negli anni, ma forse vive troppo sugli allori. Per migliorare credo sia sufficiente far loro adottare un input investigativo imparziale, non portato ad aiutare a tutti i costi la procura, e che serva a trovare «la verità» e non «una verità». Nel caso dell'omicidio di «Samuele Lorenzi», e non sono il primo a farlo notare (anzi), non c'è stata imparzialità, sebbene l'ex Tenente Colonnello Luciano Garofano (che qui critico perché al periodo era chi rispondeva di quanto fatto dai suoi analisti, ma verso il quale nutro una forte stima) dica il contrario. Le parole della ormai ex Procuratrice di Aosta, Maria Del Savio Bonaudo, pronunciate dopo l'ultima sentenza, fanno intendere chiaramente che le indagini si sono concentrate sulla Franzoni solo dopo l'input lanciatole dal Ris. Per capire se dico falsità o verità partiamo da una puntata del programma radiofonico intitolato “Storiacce”, curato dalla giornalista Raffaella Calandra, ed esattamente da quello andato in onda su Radio24 nel Maggio del 2008; la Bonaudo, parlando della colpevolezza della madre di Samuele, dichiarò: "Non è che io ne fossi convinta da quando ho appreso dell'omicidio del bambino, però è stato determinante, quanto al raggiungimento di indizi decisamente rilevanti, l'anticipazione fornitaci dal Ris sulla consulenza che avevamo disposto, quella delle macchie sul pigiama per intenderci..."

sabato 17 dicembre 2011

Annamaria Franzoni e la perizia ridicola. Il patologo disse che alle 8.31 Samuele era morto ma fece capire a tutti che invece era ancora vivo

Samuele Lorenzi
Riprendiamo il filo del discorso che riguarda l'omicidio del piccolo Samuele Lorenzi. Dopo aver dimostrato che ad Aosta si fanno miracoli: solo chi ha indagato la Franzoni è riuscito a modellare il tempo e a far stare tre minuti e trentacinque secondi in due minuti e diciotto secondi... fenomenali! Dopo aver dimostrato che il procuratore generale non sa neppure cosa significhi preparare un bimbo per la scuola: ma è da capire dato che non ha mai accudito figli. Dopo aver dimostrato che la scena del crimine non era più una scena del crimine quando arrivarono gli analisti del Ris: era un campo da rugby dopo l'allenamento in una giornata invernale. Dopo aver dimostrato che il perito incaricato della perizia sul pigiama non era un esperto di Blood Pattern Analisis: era un semplice biologo della polizia criminale tedesca e mitico fu il farlo credere un esperto internazionale. Dopo aver dimostrato che sia in Appello che in cassazione le malattie supposte nella Franzoni furono tutte escluse: e nessuno lo sa visto che ancora oggi c'è chi dice in tv che fosse malata. Dopo aver dimostrato che i verbali furono scritti in modo diverso ed addattati ad ogni giudice: stesso verbale - stessa persona - ma domande e risposte diverse. Dopo aver dimostrato che nessuno in realtà aveva da subito affermato e poteva dirsi certo che ai piedi della Franzoni non vi fossero gli zoccoli, che cinque interrogatori servirono per fare in modo che la memoria tornasse alla dottoressa, mi accingo a dimostrare che non è affatto vero, come asserito dalla procura e detto dal patologo, che Samuele era già morto al momento in cui arrivarono i primi soccorritori. Non ci credete? Vediamo se sbaglio iniziando a capire quando è stata fatta l'autopsia, come è stata portata avanti ed i risultati che ha dato.

giovedì 1 dicembre 2011

Annamaria Franzoni. Gli zoccoli della discordia e le testimonianze alla "non ricordo ma suppongo"

Clicca per ingrandire
Da qualche settimana scrivo di come è stato trattato il caso Cogne. Nel primo articolo ho parlato degli orari sbagliati dalla procura, quei tre minuti e trenta secondi che per far considerare bugiarda la Franzoni si è deciso di far stare in due minuti e diciotto (miracolo!). Nel secondo abbiamo visto che ad Aosta e Torino si sono sbagliati anche gli orari in cui è avvenuta l'aggressione al piccolo Samuele. Tanto da far stare in sette minuti ciò che in ogni casa d'Italia necessita di più del doppio. Nel terzo ci siamo resi conto che la scena del crimine non era più una scena del crimine al momento dell'arrivo del Ris, tredici persone che spostano oggetti e camminano in una stanza da letto non permettono di parlare di non contaminazione. Nel quarto abbiamo notato che il perito incaricato di analizzare il pigiama macchiato di sangue era, ed è ancora oggi, un biologo della polizia criminale tedesca spacciato per esperto di Blood Pattern Analysis (la scienza che studia gli schizzi di sangue) e per questo ha fatto molta confusione tanto che s'è preso del falso incapace, e senza fiatare, dal collega che ne capiva. Ma lui, almeno, alla fine ha tolto alla Franzoni i pantaloni del pigiama, per lui non li indossava al momento del delitto. Il motivo era semplice. I pantaloni (foto) avevano gocce di sangue improponibili (tonde e quindi arrivate solo dal davanti), in ogni punto dove non dovevano esserci, e non avevano gocce proponibili in punti dove invece dovevano essere (ad esempio sulla parte alta di una gamba). Ma state tranquilli, ci hanno pensato quelli del Ris a rimetterle i pantaloni, anche se al contrario (fenomeni). Nel quinto articolo ci siamo accorti che le presunte malattie nella Franzoni sono state escluse... anche in Cassazione, e nel sesto abbiamo verificato che gli interrogatori inviati ai giudici erano trascritti dalla procura in maniera sempre diversa e cambiavano di volta in volta in base a quanto accaduto precedentemente. Oggi riprendo il filo del discorso facendovi sapere come si è giunti alla conclusione che la Franzoni non indossasse gli zoccoli al momento dei soccorsi. Per rinfrescarvi la memoria vi dico che grazie agli zoccoli è stata in carcere la prima volta, perché al Gip spacciarono per vera una leggerissima traccia sul plantare, il sangue di Samuele unito al sudore di sua madre. Peccato che una perizia di Corte l'abbia sconfessata totalmente, ma solo anni dopo, dichiarando che la leggerissima traccia trovata era da rapportare ad un profilo animale.

lunedì 14 novembre 2011

Annamaria Franzoni. Il puzzle incantato e lo strano gioco degli interrogatori che cambiano di forma sostanza e parole


C'è una cosa che a volte non torna quando si parla di testimonianze, sono quelle frasi che sovente cambiano di tono e di sostanza al momento in cui vengono trascritte. Capita ai maggiorenni di trovarsi a dover firmare verbali che ad una buona rilettura non paiono riportare le parole appena pronunciate, questo perché una virgola in più o in meno può cambiare il senso di un discorso. Ma se un adulto può controllare e verificare, cosa garantisce ad un bimbo di soli sette anni, se i suoi genitori non possono essere presenti, che quanto dice verrà fedelmente riportato? Una registrazione basterà a far si che il senso delle sue frasi rimanga invariato nel tempo? In tutte le motivazioni dei giudici che hanno contribuito a colpevolizzare la Franzoni sono inserite le parole pronunciate dal fratello del piccolo Samuele Lorenzi, ora sedicenne, parole pronunciate nell'interrogato fattogli dalla Pm Stefania Cugge a due giorni dall'omicidio. Il problema che voglio sollevare non deriva da quanto ha dichiarato, lui nonostante i sette anni è stato "un piccolo grande ometto", ma da come è stato portato avanti l'interrogatorio e da come nel tempo è stato utilizzato. Il primo giudice a cui la procura di Aosta lo mise in mano fu Fabrizio Gandini. Questi si prese una settimana per decidere se accettare la richiesta dei procuratori che volevano la donna in carcere, e dopo 170 ore di pensieri e notti insonni disse ai giornalisti:

mercoledì 2 novembre 2011

Annamaria Franzoni. Come far passare per malato di mente chi per i giudici malato non è...


Venerdì 28 ottobre a Quarto Grado si è parlato di mamme assassine. E' notorio che in questi casi la prima assassina che viene in mente è la Franzoni e che lei, pur non presente, è sempre l'ospite gradita e lapidata di ogni trasmissione che si rispetti. Il problema è che si può dire di tutto perché nessuno può più difenderla, vista la condanna, e che in video si continua ad irridere la verità, a riferire il falso ed a darlo in pasto a chi ascolta come se ancora fosse vero. Così è capitato anche venerdì quando la Palombelli, come in altre occasioni d'altronde, ha tirato fuori il fiato per parlare di una Annamaria in crisi di panico ed affetta da chissà cos'altro, di una Annamaria lasciata incautamente a casa sola coi propri figli dal marito che sapeva delle sue malattie. Ha sparlato adeguandosi alla redazione del programma che voleva questo, in caso contrario non avrebbe accomunato la madre accusata di aver affogato suo figlio in mare, da un anno in cura e dai giudici mandata ai domiciliari in una struttura psichiatrica, alla Franzoni (mai andata in nessuna clinica e mai curata per malattie mentali). Però, lasciando perdere i "tagli pregiudizievoli" della trasmissione, comunque strani visto che l'informazione in quegli studi dovrebbe essere di prima mano dato che ospiti fissi sono Massimo Picozzi, che non perde occasione per dire che la Franzoni ha ucciso senza avere alcuna malattia e che tutto ricorda di quanto ha fatto, e Luciano Garofano, che il caso lo ha seguito dall'interno e vi ha pure scritto un libro, sarebbe ora che la signora Barbara, giornalista disinformata, facesse uno stage ed iniziasse ad informassi meglio di ciò che parla. Se non ha tempo di farlo che smetta di parlare e si limiti ad ascoltare.

sabato 29 ottobre 2011

Annamaria Franzoni. Il pigiama macchiato di sangue era di certo indossato. Davvero? E chi lo ha detto?


Annamaria Franzoni in questi giorni ha chiesto al giudice di poter trascorrere due giornate intere con la sua famiglia. Sarà lui a decidere se la sua buona condotta, ed il terzo di pena già scontato, saranno sufficienti, come dice la legge (ma questa non è uguale per tutti ed il mio inizio articolo è una forzatura e mi serve per parlare d'altro), a concederle di andare a dormire abbracciata a suo marito ed ai suoi figli. Certo, le mancherà Samuele, il piccolo aggredito ed ucciso mentre aspettava sua madre nel lettone della camera da letto. Lo so, potreste ribattermi che la giustizia italiana ha appurato che è stata la stessa Franzoni ad ucciderlo, ma io potrei rispondervi che non sempre ciò che i giudici stabiliscono, alla fine dei conti, risulta essere una realtà acquisita. Come vi ho già ampiamente spiegato e dimostrato, la procura di Aosta portò ai processi una ricostruzione delle fasi iniziali fasulla che più fasulla non si può, mi riferisco alla fase in cui si sarebbe svolta l'azione omicida ed a quella successiva delle telefonate, quando la madre sconvolta chiese aiuto; ma nonostante si capisse in maniera netta che quanto dai Pm asserito non aveva logica ed era palesemente sbagliato, ogni giudice optò per la condanna ritenendo la donna colpevole. Ed il motivo, si capì subito, aveva in effetti una sola base, la Blood Pattern Analysis (BPA) che, disse la perizia del Ris e di un perito, consentiva di stabilire per certo che il pigiama al momento dell'omicidio fosse indossato.

lunedì 17 ottobre 2011

Annamaria Franzoni. Come contaminare una scena del crimine e far finta che tutto sia perfetto

La villetta isolata di Cogne... e le case attorno
Dopo aver visto ed esserci resi conto che la Franzoni non mentiva, che davvero la prima richiesta di aiuto fu indirizzata al 118 (ed incredibile a dirsi nessuno se ne accorse), dopo aver visto ed aver capito che la ricostruzione della procura su quanto avvenuto la mattina del 30 gennaio 2002, quella portata ai processi e creduta convincente, era in effetti più che ridicola (eppure è stata accettata per buona), per chiudere una buona parte di cerchio non ci resterebbe che parlare delle macchie di sangue sul pigiama, in fondo la vera causa per cui la Franzoni ora è in carcere, la vera causa che ha portato i giudici a credere nell'incredibile. Ma questo è un argomento che va spiegato in maniera perfetta per far capire in un piccolo articolo da blog, in modo chiaro e non superficiale, che chi ha periziato la posizione delle gocce e degli schizzi di sangue su quell'indumento, e sul piumone, ha sostenuto l'insostenibile (e l'hanno creduto!). Per farlo al meglio serve tempo, per cui, dato che con gli errori fatti a Cogne si possono scrivere centinaia di libri (servirebbero a far capire alle "nuove leve" quale non è il modo di operare), lasciamo ad un futuro prossimo venturo il pigiama ed addentriamoci in cosa è accaduto nel momento in cui alla villetta dei Lorenzi arrivarono i primi soccorsi. Un altro passaggio di quanto avvenuto in quella mattina che fa capire tante cose...