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Credere a Michele Buoniconti o non credere a Michele Buoniconti: questo è il dilemma, direbbe un attore di teatro. Ma qui non siamo in teatro, qui siamo nella vita reale del ventunesimo secolo e la domanda non se la pongono solo i carabinieri e i procuratori, se la pone anche quell'opinione pubblica che da tempo è parte attiva nello spingere la giustizia a condannare per volere popolare. Per questo non è una domanda da poco. Specialmente se il fascicolo aperto contro ignoti, in cui al momento vi è scritto istigazione al suicidio, in mancanza di un ritrovamento in vita dovesse trasformarsi in un fascicolo contro il marito con su scritta la parola omicidio (poco importa se premeditato o no). Detto quindi che è sempre il caso di andarci leggeri quando si parla e si scrive di certi argomenti, non ci si può esimere dal constatare che le modalità di scomparsa di Elena Ceste sono a dir poco strane. Per cui non stupisce, come dichiarato più volte dal marito, che i carabinieri non gli credano e manco abbiano avuto la voglia di ascoltare la telefonata inviatagli da un buon "amico" di famiglia (ma perché gliel'ha inviata? Era davvero preoccupato per Elena o la chiamata aveva altri scopi?). Telefonata che potrebbe dimostrare l'esistenza quanto meno di un amante, come starebbero a far supporre gli sms del buon "amico" - rinvenuti nel telefonino - che esortavano la donna ad andare a un incontro "al solito posto".








