Di Gilberto Migliorini
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“La mattina del 21 di giugno 1630, verso le quattro e mezzo, una donnicciola chiamata Caterina Rosa, trovandosi, per disgrazia, a una finestra del cavalcavia che allora c’era sul principio di via della Vetra de’ Cittadini, dalla parte che mette al corso di porta Ticinese (quasi dirimpetto alle colonne di san Lorenzo), vide venire un uomo con una cappa nera, e il cappello sugli occhi, e una carta in mano, ‘sopra la quale’, dice costei nella sua deposizione, ‘metteua su le mani, che pareua che scrivesse’.”
Comincia così l’opera manzoniana dedicata alla ricostruzione del celebre
processo agli 'untori', Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora, nella
Storia della Colonna infame.
Il conte Pietro Verri nelle sue Osservazioni sulla tortura, nel 1760, aveva già affrontato l’argomento e intrapreso la stesura dell’opera che inizialmente non pubblicò per tema di qualche reazione a lui sfavorevole da parte del Senato milanese. Le critiche alla magistratura contenute nel libro lo indussero alla prudenza. Alcuni suoi articoli sul periodico Il Caffè, offrirono però a Cesare Beccaria lo spunto per la sua opera celeberrima Dei delitti e delle pene. Solo nel 1777 Verri - con la nuova versione delle Osservazioni - solleciterà i magistrati ad aderire alle idee illuministe rinunciando a posizioni retrive e giustizialiste.