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mercoledì 20 gennaio 2016

Massimo Bossetti. Diabolico Zanni bergamasco o solo un povero Arlecchino?

Di Gilberto Migliorini


Alcuni fatti della vita segnano dei cambi di rotta, sono come il codice binario, gli 0 e gli 1 allorquando la nostra scelta segna la direzione che intendiamo prendere e che quasi mai ci consente di tornare sui nostri passi. L’italiano nella sua Storia Patria si è fatto spesso ingannare diventando complice inconsapevole di chi lo raggirava con la suggestione della propaganda. Il cinema e la televisione hanno implementato cliché e stereotipi un po’ con l’ago ipodermico e un po’ con le nuove tecniche subliminali che hanno aggirato le difese dell’interlocutore utilizzando tutti i nuovi strumenti di persuasione- Sia le avveniristiche tecnologie informatiche che, soprattutto, le vecchie e inossidabili figure retoriche. La propaganda ha sempre inciso su un popolo culturalmente privo di strumenti se non quelli di una religione usata più che altro come strenna natalizia o come epopea di santi e beati, più come adesione a pratiche e consuetudini assimilate pedissequamente che come scelta interiore vissuta in modo consapevole.

giovedì 17 dicembre 2015

Giustizia giustizieri e giustiziati... istruzioni per l’uso

Di Gilberto Migliorini
 

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico. Così cominciava una celebre lirica pascoliana. La novità è che nel Bel Paese si condanna in base a un movente che perfino il Procuratore Generale ha considerato con la consistenza dell’aria fritta. L’antichità è che l’inquisizione permea da sempre la mentalità dei tribunali italiani, ma con quella eleganza da manuale del galateo così ricco di contorsionismi retorici e di allusioni iconografiche. Ci sono moventi che sono come un passepartout, meglio di un jolly e perfino della classica matta pigliatutto, ma comunque non esaustivi della complessità indiziaria: come, ad esempio, la pornografia e il Dna. La prima è come l’araba fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.

Fuori metafora l’oscuro oggetto del desiderio è talmente diffuso che oramai non lo si vede più… dissolto un po’ ovunque a insaporire come il prezzemolo e l’erba cipollina. No, non quella delle nudità o dei rapporti sessuali esplicitati in forma didascalica e con valenza didattico esemplificativa, ovviamente. No, per carità, quella è solo propedeutica all’orgasmo virtuale. Si tratta di quella pornografia dei casi dolorosi, delle storie edificanti, delle retoriche di regime nazional-popolare, di quella nudità di sentimentalismo e piagnistei che non fa scandalo e che addirittura sollecita a farne un modello culturale con tanto di imprimatur di una religiosità epidermica e convenzionale.

venerdì 11 dicembre 2015

A proposito della conferenza sul clima… e del film Fantasia (con l’apprendista stregone) di Walt Disney

Di Gilberto Migliorini

Sembra che tutti i problemi dell’orbe terracqueo, e dell’umanità, si possano riassumere in quei provvedimenti atti a scongiurare un aumento di CO2 e i connessi cambiamenti climatici con lo scenario più o meno catastrofico che ne consegue. Ma forse il problema è ben più complesso e quella del clima è solo un aspetto, forse neppure il più emblematico, di una cultura che sta esplorando le sue coordinate tecnico-scientifiche nel segno dell’apocalisse. Il tema parrebbe quello escatologico (la fine del mondo per una catastrofe climatica più che per una guerra termonucleare) una rivelazione nel segno di un futuro insieme profezia (la fine della storia) e del suo significato millenaristico. Per usare proprio la metafora dello scioglimento dei ghiacci, si tratta soltanto della punta di un iceberg, di uno scenario che si sta delineando in modo ancora nebuloso, soprattutto se si adottano i criteri dei metodi quantitativi, quelli che fanno dire a qualcuno che la terra si sta riscaldando. Ma ci sono altri (sempre scienziati ma in minoranza) che affermano che in realtà si sta raffreddando…

martedì 1 dicembre 2015

Caso Bossetti: si tratta di cronaca nera o di un test sul sistema costituzionale?

Di Gilberto Migliorini
 

Si potrebbe scrivere una sceneggiatura, ma ancora non è chiaro se siamo in presenza di un caso drammatico o di una storia tragicomica... per gli spettatori ovviamente, non certo per il malcapitato che deve fare da protagonista - suo malgrado - di una vicenda dove perfino le novelle boccaccesche impallidiscono di fronte a indizi stupefacenti. Tutto un sistema di elementi probatori sui generis fa da contorno alla singolarità di un Dna (di ottima qualità nonostante i mesi in balia delle intemperie) in attesa dei riscontri sui dati grezzi e di una verifica della paternità. Nei risvolti del caso c’è perfino qualcosa che va oltre la cronaca nera. Se non l’affaire Dreyfus, potrebbe riguardare più modestamente quel mondo mediatico-investigativo che cerca di scoprire fin dove si può spingere la realtà virtuale applicata a un delitto.

giovedì 26 novembre 2015

Paris carnage. En attendant Godot

Di Gilberto Migliorini



C’è nell’aria qualcosa di stranamente rituale, un copione già visto e tuttavia in grado di riprodurre la sua sceneggiatura con enfasi rinnovata e con una sorta di nouvelle vague. Celine Dion ci ha commosso fino alle lacrime con l’Hymne a l’amour della Piaf. Ma Le stragi di Parigi suscitano anche reazioni prevedibilmente scontate, abituali, quasi protocollari, come se il copione fosse contemplato in tutte le sue sfaccettature: l’orrore, lo sdegno, la collera, l’invocazione di una punizione terribile, i provvedimenti legislativi, il giro di vite che prelude a nuovi e più complicati rapporti sociali… C’è una sorta di stanchezza rassegnata dietro alle dichiarazioni di rito che nulla cambieranno, c’è un senso di impotenza, l’acquiescenza a una fatalità che appare ormai ineluttabile, quella di convivere con la paura e l’incertezza.

lunedì 16 novembre 2015

Caso Bossetti tra letteratura e realtà. Il profilo antropologico (e narrativo) del Bel Paese e delle sue vergogne...

Di Gilberto Migliorini


Ci sono vicende e casi che sono caratteristici, al di là del loro contenuto palese e dei loro aspetti formali, per quei nessi intraducibili e misteriosi con l’animo di un popolo con tutti i suoi vezzi e le sue civetterie, rivelatori dei luoghi dell’inconscio collettivo di una nazione e delle proverbiali idiosincrasie di un Bel Paese perennemente votato a replicare i suoi schemi mentali, le sue rimozioni, gli immancabili pregiudizi. Riguardato da una prospettiva più esoterica (e introspettiva) il caso Bossetti risulta davvero emblematico non solo di un sistema giudiziario con tutte le sue curiose e peculiari modalità di funzionamento, le sue procedure e la sua forma mentis, ma anche dei modi con i quali l’ambiente psico-sociale di un Paese traduce i fatti e li rappresenta sotto forma di immagine culturale. La sinossi massmediatica raccoglie non solo dei dati antropometrici ma anche la mentalità e i valori di un italiano, sorta di Calandrino alla ricerca dell’elitropia come nell'omonima novella del Boccaccio, quella pietra che rende invisibile… più a noi stessi che agli altri, il quadrante cieco della nostra personalità collettiva che riusciamo a (intra)vedere nei personaggi letterari e nel transfert con il quale investiamo emotivamente le vicende di cronaca. Il cold case diventa una sorta di commedia (o di romanzo) dove il protagonista non è l’imputato ufficiale, è quell’italiano descritto drammaticamente mediante l’alter ego del presunto colpevole, per interposta persona, rappresentato soprattutto nello spirito di un popolo e delle sue istituzioni sotto forma di modelli culturali radicati nella nostra storia millenaria.

mercoledì 28 ottobre 2015

La comicità del male: l’emblematico caso Bossetti...

Di Gilberto Migliorini

Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso,
e puose me in su l’orlo a sedere;
appresso porse a me l’accorto passo.

Io levai li occhi e credetti vedere
Lucifero com’io l’avea lasciato,
e vidili le gambe in sù tenere;
Dante, Inferno, Canto XXXIV

Il demone riguardato da un’altra prospettiva appare come qualcosa di insulso e ridicolo, qualcosa di grottescamente umoristico. Il terribile Lucifero, visto capovolto, sembra a Dante - che emerge nell’altro emisfero - solo un goffo e enorme pupazzo che più che suscitare terrore fa sorridere perfino un turista in visita nel fantasmagorico e spettacolare mondo della giustizia infernale, giù nei cerchi concentrici dove sospiri, pianti e alti guai risuonano per l'aere sanza stelle. In fondo alla Giudecca, dal nuovo punto di vista, il poeta coglie tutta la banalità, lo squallore e l’assurdo del male. Nell’uscir fuori a riveder le stelle il maligno con le tre bocche fameliche risulta alla fine un colossale burattino che lascia sporgere due gambe goffe e pelose. Il demone per antonomasia non è altro che un insulso pupazzo, se colto nella sua vera essenza capovolta, quando il male è riguardato nella sua sostanza scarna, senza i paludamenti e le vestigia suggestive della Caienna dove i dannati della terra espiano le colpe.

sabato 24 ottobre 2015

Processi indiziari: Teoremi giudiziari secondo ‘scienza e coscienza’?

Di Gilberto Migliorini


Certo, ogni elemento è utile e concorre a costruire un quadro probatorio, magari forzandolo a viva forza nel frame, anche quando appare come un riferimento tirato per i capelli, un nesso estemporaneo e capzioso. Talvolta la cornice racchiude una composizione astratta che non ha nulla da invidiare a un Mondrian, un Kandinnskij o un Paul Klee, un astrattismo interpretabile secondo il capriccio del fruitore. Qualunque cosa può essere inserita a dimostrare una tesi di colpevolezza, soprattutto quando mancano elementi oggettivi e occorre trovare surrogati utili a dimostrare un teorema.

Una volta individuato un colpevole, se non esistono veri elementi di prova, si costruisce un contesto di indizi sulla base di collegamenti e inferenze spesso fantasiose. Se si danno solo riscontri zoppicanti e ancora da dimostrare, si interpreta come elemento indiziario tutto quello che fa all’uopo in un affresco ‘probatorio creativo’. Quando un soggetto viene indicato come responsabile di un delitto sulla base di elementi vaghi e contraddittori, occorre ovviare alla carenza di prove utilizzando qualunque elemento possa apparire come pistola fumante. Con il supporto di notizie e informative opportunamente pilotate, per via suggestiva e con interpretazioni che valgono sic et non, si fa girare la roulette. Anche i numeri che escono a caso hanno significato in un contesto dove fatti irrilevanti acquistano con l’amplificazione mediatica il carattere di indizio grave e concordante. Talvolta si costruisce così il ‘mostro’ da sbattere in prima pagina.

sabato 3 ottobre 2015

Caso Bossetti - mala-informazione e "The show must go on". Ogni cassata divulgata a voce alta dai "bravi" è bella a mamma soia e al don rodrigo di turno



Di Gilberto Migliorini

Il video sopra fa sorridere, anche se denuncia in maniera amaramente goliardica uno dei grandi problemi italici. Invece quello costruito da Massimo Prati e postato a corredo dell’articolo sul celeberrimo (ma purtroppo solo all'epoca) caso Tortora, gronda tristezza e fa venire alla mente tante considerazioni ovvie con riferimenti all'attualità di tanti altri casi emblematici. In particolare alla vicenda del muratore di Mapello. Certo la sensazione è quella che la storia si ripete e che siamo in un paese che non impara mai dai propri errori, dove la macchina dell’informazione è un sistema amorale che vive sulla vendita di notizie. Non importa se vere o false, l’importante è che tirino e che facciano clamore.

mercoledì 16 settembre 2015

Carte fedeltà, Dna e dati sensibili. La sfera di visibilità e le prigioni invisibili degli algoritmi culturali

Di Gilberto Migliorini


Tutto per il consumatore. Facilitazioni, sconti e una migliore organizzazione del ménage familiare… è il nuovo paradiso comprensivo di carta fedeltà e con la vita organizzata perfino nel colore prediletto del condom e nella dieta a punti. Preferenze puntualmente registrate e conservate in memoria per allietare la vita di un consumatore vezzeggiato e coccolato con l’offerta promozionale e il regalo da catalogo. Con i sistemi automatici e i database è davvero facile procedere a delineare profili d’utente, individuando gli stili di consumo, le predilezioni, le idiosincrasie e perfino le civetterie. Un consumatore perfettamente integrato nel ciclo produttivo e monitorato nei suoi ritmi circadiani, quando dorme, mangia e ha rapporti sessuali, si siede sul water e usa il bidè, quando e dove si sposta e come sfoglia i moderni incunaboli con lettore a viva voce incorporato. Se si tratta delle cure mediche il database può fare una anamnesi accurata per ricostruire la storia clinica del paziente, cure preventive magari con qualche amputazione precauzionale per evitare i rischi di ammalarsi, con ricostruzioni e plastiche al silicone. Per i lavoratori un controllo a distanza con i tablet e i telefonini per massimizzare l’efficienza e la fedeltà aziendale.

lunedì 31 agosto 2015

I barconi colmi di disperati e l'odore di morte che spira nell'aria sono il prequel del prossimo e ultimo film che andrà in programmazione: "L'Apocalisse Finale"

Di Gilberto Migliorini


I segnali ci sono, eppure si finge di non vedere. Quando sembra che l’uomo sia al massimo della sua potenza (con la scienza e la tecnologia all'apice del suo sviluppo) c’è il segno del declino, l’indizio di una fine imminente, un destino che incombe catastrofico e surreale, definitivo e ineludibile. Lo sappiamo, ma fingiamo di non capire che il nostro è un Titanic che sta per affondare, un’umanità che tanti profughi sui barconi simboleggiano... è il nostro destino, il mondo che verrà molto presto, prima ancora di quanto immaginiamo. Quando? Questo secolo. Lo so, verrò chiamato profeta di sventure, menagramo, uccello del malaugurio. Ma è la follia di un’umana progenie che ha perso l’orientamento, che è preda dei suoi istinti anche quando utilizza la sua razionalità con l’intento del progresso, quando sa computare e calcolare con le sue straordinarie macchine, quando divide lo spazio e il tempo come i ritmi dell’orologio, come se non fossero il luogo e la durata della vita, i nostri vissuti. I fedeli compagni d’avventura, il mondo animale, sta a guardare la nostra follia e incredulo e sconvolto sente nell'aria che tutto sta franando... e vede quel grande cambiamento nell'orizzonte spettrale che noi ci sforziamo di non vedere. Le altre creature della terra guardano impotenti il signore del creato crescere a dismisura. Un cancro che si diffonde velocemente, un bubbone ipertrofico che impone ovunque la sua legge: sfruttare tutto e tutti senza ritegno e senza pietà, sconvolgere ogni equilibrio, fare erba bruciata di ogni cosa, considerare la terra un caravanserraglio, proprietà esclusiva e luogo d’arbitrio delle proprie voglie.

sabato 1 agosto 2015

I luoghi comuni e i mali del Bel Paese e dell'italiano moderno che si lascia condurre all'ovile dal "buon pastore"

Di Gilberto Migliorini


Nel labirinto delle magagne italiane ci sarebbero (il condizionale è retorico), incompetenza, disonestà, corruzione, pressapochismo e tutti quelli che vengono indicati come i proverbiali mali che ci affliggono da così tanto tempo. Già Dante definì l’Italia in modo sprezzante “non donna di provincia ma bordello” e infierì sull'ipocrisia e sul malcostume che affliggevano ‘ideologicamente’ la penisola sul versante religioso e politico. Spesso di fronte agli avvenimenti che si registrano giornalmente, come i fatti di cronaca, si reagisce senza neppure più stupore o incredulità, ma con una sorta di rassegnata consapevolezza, come se quello che accade in ogni ambito delle istituzioni fosse l’esito ineluttabile della nostra cultura e della nostra tradizione politica. Si tratta di una sorta di presa d’atto che, per sua natura, il paese non può cambiare, perché antropologicamente i suoi mali sono la conseguenza della nostra forma mentis. È come se fossimo naturalmente predisposti ad essere un popolo infido e opportunista. Il genio e la sregolatezza disegnano quello stereotipo dell’italiano al quale in fondo piace l’immagine convenzionale che ne descrive il carattere da incorreggibile lestofante, sia pure con estro stravagante e con un retaggio ricco di cimeli storici. L’icona dell’italiano ha trovato i suoi caratteri in diversi personaggi della nostra storia patria, spesso purtroppo anche figure non edificanti, per non dire squallide, ma abbastanza suggestive da suscitare in molti connazionali degli atteggiamenti imitativi, per una sorta di consonanza affettiva e di identificazione proiettiva.

venerdì 24 luglio 2015

Karl Marx e gli attuali problemi umanitari - una risposta alle menzogne che ci raccontano su immigrazione, lavoro e pensioni

Saggio di Manlio Tummolo

Estratto dal saggio: Karl Marx e gli attuali problemi umanitari: Una delle maggiori mistificazioni nei nostri tempi è far credere che la cosiddetta globalizzazione o mondializzazione sia un fenomeno recentissimo affermatosi tra la fine del secolo XX e gli inizi del XXI, confondendo volutamente la sostituzione, peraltro non assoluta, di certe tecnologie e di certe tecniche informative a quelle ormai superate, con un’ineluttabile espansione ed unificazione economica e finanziaria del mondo. Come se prima esistessero Stati commercialmente chiusi e ignoti uno all’altro. Il che - se creduto - sarebbe un’autentica fesseria. In realtà, quella che oggi viene chiamata globalizzazione è solo l’imposizione della mentalità, della tecnologia, del linguaggio anglosassone, particolarmente nel modello USA, al mondo intero. Tutto il pianeta “civile” obbedisce agli ordini della Borsa di New York, e guai se non vi obbedisse perché allora con i soliti trucchi collaudati fin dal sistema di John Law [12] nel XVIII secolo - e poi sempre perfezionati di crisi in crisi, di disastro in disastro - potrebbero spezzare ogni resistenza. Il capitalismo particolarmente finanziario occupa oggi esattamente il posto che aristocratici ed alti prelati occupavano nella Francia del XVIII secolo, pagando molto poco in proporzione delle ricchezze acquisite ed incontrollate, attraverso tutta una serie di manovre speculative. In sostanza, l’assolutismo settecentesco da struttura politica e sociale radicalmente parassitario si è trasformato in un assolutismo finanziario di dimensioni mondiali. Questo è, nella realtà, ciò che si va spacciando per“globalizzazione”, che è semplicemente un eufemismo ipocrita per significare il sistema parassitario mondiale. L’uso dell’aggettivo “globale” si diffonde prima con le idee di Herbert Marcuse (la nota contestazione globale, che però aveva un significato soprattutto qualitativo e non geografico), poi con quell'autore (di cui non ricordo il nome) che descrisse, grazie alle nuove tecniche informatiche, un villaggio globale, da cui logicamente derivò il senso geografico di globalizzazione. Il capitalismo, industriale o mercantile o finanziario che sia, ha perduto fin dalla crisi del 1929 ogni valore realmente produttivo, sia pure alle spalle altrui, come si dirà fra non molto, e fu salvato dalle svariate e diverse applicazioni delle teorie di Keynes (economia mista, fondata sul notevole intervento dello Stato nelle attività economiche, a sua volta basato sul sistema fiscale dal peso sempre crescente). 

mercoledì 22 luglio 2015

Massimo Bossetti. Come lanciare nuovi stimoli mediatici e testare le risposte della pubblica opinione così da farle fare quel che si vuole quando si vuole...

Di Gilberto Migliorini


Secondo una certa giustizia sarebbe spettacolarizzazione quella di un sistema video audio che documenta le fasi di un processo (che consentirebbe a tutti di verificare la rispondenza degli atti con le regole formali e le garanzie del testo costituzionale). Strano paese il nostro che sembra aver dimenticato le regole nate dall’antifascismo e vorrebbe mettere il bavaglio all’informazione documentale, dove non si tratta di opinioni magari mantecate con tanta aria fritta e invenzioni dell’ultima ora spacciate per scoop, ma di fornire hic et nunc quello che accade in un processo. Una notifica dove tutti possano verificare che non c’è trucco e non c’è inganno, e che tutto si svolge alla luce del sole, secondo quei criteri dove la logica la faccia da padrone e non le suggestioni spacciate per indizi, non l’emotività che è in grado di obnubilare la mente di un’opinione pubblica assuefatta agli slogan e alle veline. La protesta dei cronisti per le riprese come diritto all'informazione non solo è sacrosanta, ma è il minimo per poter dire che siamo ancora in uno stato di diritto, considerando poi che sul caso in questione molta stampa si è sbizzarrita in acrobazie dal sapore surreale, con invenzioni e resoconti giornalieri che avrebbero dovuto come al solito inchiodare l’imputato. Neppure nella vedova di Norimberga c’erano tanti chiodi quanti quelli che sarebbero stati inflitti al muratore di Mapello e che per inciso sembrano più che altro bullette da calzolaio spacciate per chiodi da carpentiere...

giovedì 2 luglio 2015

Nella palude mediatica si nascondono gli interessi corporativi di una Italia ancora mentalmente e istituzionalmente feudale...




Di Gilberto Migliorini

Nell'informazione italiana si mescolano diversi livelli espressivi, dalla carta stampata ai blog passando attraverso la televisione e il cinema. Al di là della specificità dell’elemento tecnico e della modalità di comunicazione, permane l'imprinting mentale dell’italiano medio: un'icona distorta da stereotipi nei quali si dovrebbe riconoscere il suo vero volto. Quello che si vede nel fondo dell’occhio è un'immagine che si riflette su specchi deformanti, ed è da questi che a forza di insegnamenti mediatici l’opinione pubblica ha imparato a riconoscersi. Si tratta dell'idealtipo dell'abitante del Bel Paese descritto anche da tanta filmografia. Il format mediatico ha contribuito a mantenere e consolidare il cliché accentuandolo in tutte le sue forme, dando vita con l’effetto Pigmalione all'emblematico burattino collodiano; non solo metafora esistenziale dell’uomo in generale, ma anche icona antropologica di quel simbionte italico, un avatar alla ricerca di una identità psico-sociale.

mercoledì 27 maggio 2015

Massimo Bossetti. Uno dei troppi casi dell'italica giustizia che molto ricordano il "Processo agli Untori" del 1630

Di Gilberto Migliorini

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“La mattina del 21 di giugno 1630, verso le quattro e mezzo, una donnicciola chiamata Caterina Rosa, trovandosi, per disgrazia, a una finestra del cavalcavia che allora c’era sul principio di via della Vetra de’ Cittadini, dalla parte che mette al corso di porta Ticinese (quasi dirimpetto alle colonne di san Lorenzo), vide venire un uomo con una cappa nera, e il cappello sugli occhi, e una carta in mano, ‘sopra la quale’, dice costei nella sua deposizione, ‘metteua su le mani, che pareua che scrivesse’.”

Comincia così l’opera manzoniana dedicata alla ricostruzione del celebre processo agli 'untori', Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora, nella Storia della Colonna infame.

Il conte Pietro Verri nelle sue Osservazioni sulla tortura, nel 1760, aveva già affrontato l’argomento e intrapreso la stesura dell’opera che inizialmente non pubblicò per tema di qualche reazione a lui sfavorevole da parte del Senato milanese. Le critiche alla magistratura contenute nel libro lo indussero alla prudenza. Alcuni suoi articoli sul periodico Il Caffè, offrirono però a Cesare Beccaria lo spunto per la sua opera celeberrima Dei delitti e delle pene. Solo nel 1777 Verri - con la nuova versione delle Osservazioni - solleciterà i magistrati ad aderire alle idee illuministe rinunciando a posizioni retrive e giustizialiste.

mercoledì 20 maggio 2015

Caso Bossetti - una realtà mediatica da Grande Fratello che potrebbe capitare ad ognuno di noi...

Di Gilberto Migliorini


Mai tale locuzione, prova scientifica, si è usata con tanta leggerezza e utilizzata come specchietto per le allodole per un pubblico educato a programmi di scienza spettacolo, alle fiction e ai reality. Per quale arcano motivo è stata rifiutata la ripetizione del test del DNA? Si è consumato tutto il materiale biologico e il test non è più ripetibile? Si tratta di un reperto fantasmatico ormai dissolto nelle diluizioni e bruciato negli incubatori a forza di procedure analitiche? Con la ripetizione del test (con la stranissima aporia del DNA mitocondriale), si sarebbero evidenziate troppe anomalie e omissioni? Cane non mangia cane. La casta si accinge a condannare Massimo Bossetti in ogni caso? Troppi interessi e carriere in gioco?

mercoledì 13 maggio 2015

Orwell e il 1984, ovvero: il paradosso del mentitore




Saggio di Gilberto Migliorini

Comunque si guardi il 1984 di Orwell, il celebre romanzo dispotico scritto nel lontano 1948 e intitolato invertendo le ultime due cifre, non si può fare a meno di provare una sorta di vertigine per via di quel paradosso insito nella struttura narrativa che rimanda a un’operazione logica in qualche modo decettiva e a un significato che trascende il puro elemento sociologico di denuncia di una società totalitaria. Nineteen Eighty-Four non è solo lo specchio delle società avanzate nelle quali viviamo, non è solo la profezia di quello che saremmo diventati con l’utilizzo dei sistemi informatici e la possibilità di un controllo capillare delle nostre emozioni e delle nostre navigazioni on-line. Nel 1984 si nasconde qualcosa di più profondo di un mero discorso socio-politico e di una denuncia della sopraffazione, dei controlli occulti di un sistema che sorveglia l’uomo qualunque. Non si tratta soltanto di una società dove qualsiasi forma di dissenso viene monitorata, pesata e misurata in una sorta di ingegneria sociale che costruisce il consenso e predispone sanzioni negative per chi non si conforma ai protocolli.

sabato 2 maggio 2015

Paese mio che stai "sulla collina" (si fa per dire...)

Di Gilberto Migliorini


Italia mia, benché ’l parlar sia indarno/a le piaghe mortali/che nel bel corpo tuo sí spesse veggio… Certo Petrarca nel suo canzoniere poteva perfino rappresentare il Bel Paese con quella capacità di guardare al futuro, non già la guerra tra Estensi e Gonzaga e alle beghe dei principi italiani con i loro particolarismi, ma proprio il nostro presente, quello dell’Italicum e del Truman Show, con qualche muratore come protagonista inconsapevole di recitare in un reality o quelle aule sorde e grigie di ventennale memoria...

Insomma in tutta la letteratura fin dalle origini c’è come il presentimento astrologico che l’Italia sia come sotto l’egida di una stella votata alle sventure e alle défaillance, nata da posizione podalica e con un forcipe che ne maltratta la testa fetale. Solo perché sarà ancora più meritevole il regno dei cieli e la visione utopica di un paese finalmente risanato dalla Giustizia e dal Bene? Si tratta di quelle prove che come in qualsiasi sceneggiatura che si rispetti occorre affrontare, proprio come quel viaggio dell’eroe (l’homunculus italico) che attraverso i secoli, sia pure tra mille peripezie, alti e bassi del machiavellico fiume della fortuna e delle immancabili tragedie di un popolo in marcia con le scarpe di cartone di memoria littoria, ci ha condotti fin qui. Ma qui dove? Ci si guarda attorno spaesati e increduli.

lunedì 27 aprile 2015

Il 25 aprile dell'era moderna. Gli stereotipi e le retoriche del consenso mascherano la realtà di un popolo schiavo continuamente monitorato e controllato...

Di Gilberto Migliorini


L'altro ieri nell'Italia dei luoghi comuni si è celebrata l'annuale festa del 25 aprile, la festa della liberazione dal nazi-fascismo, di quel ventennio sciagurato che ha trasformato l’Italia in una dittatura che l’ha condotta in quella avventura deleteria - chiamata seconda guerra mondiale - come alleata della Germania nazista. La celebrazione allude a una liberazione come fatto acclarato che non ha bisogno di ulteriori precisazioni. Si tratta di una sorta di kermesse con tanto di rievocazioni, discorsi e le solite retoriche di circostanza dove al di là di qualche spunto critico e attualizzante tutto sembra finire a tarallucci e vino. Raramente si sente qualcuno chiedersi, ma siamo davvero usciti dal fascismo? La domanda è d’obbligo se si considera che al di là delle sue istituzioni, il fascismo fu soprattutto una forma mentis, un modo non solo di concepire la politica e i rapporti sociali, ma anche e soprattutto una concezione dell’uomo e dei suoi valori (e disvalori). La realtà è che c’è un fascismo che permea nel profondo la società italiana (e non solo) e che affonda le sue radici in una cultura dell’intolleranza e della prevaricazione, e più in generale in tutte quelle concezioni che considerano l’uomo come il mero prolungamento di una ideologia, di una religione o di una filosofia. Da un lato si predica la libertà con tutti quei tropi e traslati atti a creare una sorta di ambientazione democratica e liberal, dall'altro si razzola con tutti quei provvedimenti legislativi che per quanto presentati come segni di una società in progresso, e al di là di una patina di attualità democratica, emanano sentori totalitari.