Visualizzazione post con etichetta Giustizia - Fatti e Misfatti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giustizia - Fatti e Misfatti. Mostra tutti i post

martedì 17 aprile 2018

Forse non tutti ricordano che far pubblicare atti coperti da segreto istruttorio è un reato che può essere punito anche con tre anni di carcere

I processi si devono celebrare solo in tribunale e i Giudici devono essere liberi da qualsiasi influenza esterna! E così difficile da capire? E' così difficile capire che certi show televisivi creano uno spazio non consono a opinioni non imparziali, riprese e sparate a tambur battente anche dai giornaletti e dai tanti copia-incolla presenti su internet, fra l'altro pronunciate troppo spesso da personaggi poco qualificati che non rispettando la legge sulla presunzione d'innocenza affogano l'italiota sotto un mare di pregiudizi privi di alcun valore giudiziario? E' così difficile capire che se i pregiudizi vengono ripetuti quotidianamente per molto tempo, per la mente popolare diventano prova provata anche se poi vengono smentiti o non hanno neppure una valenza indiziaria?

Ma non c'è solo questo scempio di legge. Da tempo si sta cercando di fare un salto di qualità, da tempo ci sono personaggi che oltrepassano i limiti di Legge e nessuno fa nulla. Com'è possibile che sui giornali e su internet si possano pubblicare, spesso anche in anticipo sui fatti, materiali non pubblicabili perché sottoposti a segreto istruttorio, come atti di indagine e audio di intercettazioni? Chi fa uscire all'esterno tale materiale che per Legge dovrebbe restare chiuso in fascicoli a disposizione solo di chi indaga?

martedì 18 luglio 2017

Massimo Bossetti. La perizia non serve per confermare l'ergastolo... e ora siamo tutti in pericolo


Era già tutto previsto. Massimo Bossetti e i suoi difensori hanno lottato come leoni costringendo i giudici a 14 ore di camera di consiglio, ma alla fine ha prevalso il verdetto mediatico già pronunciato nel giugno del 2014 dall'editoria che usufruisce dei benefici statali, editoria che con il suo tam tam continuo è in grado di convincere tutti, anche eventuali prossimi giudici popolari, di tutto. Avendone i mezzi e volendolo fare, alla maggioranza della popolazione si può far credere che il fuoco sia in grado di spegnere l'acqua. Niente di nuovo sotto il sole, è sempre stato così e sempre così sarà... dato che tanti secoli fa, quando l'informazione viaggiava lentamente ma l'ignoranza popolare era incentivata, chi deteneva il potere condannava chi rifiutava di credere che il sole girasse attorno alla terra.

mercoledì 4 maggio 2016

La pubblicità mediatica colpevolista e Massimo Bossetti. Quando lo slogan ti entra nella testa puoi fare all'amore usando un cucchiaino...


Ci sono casi di cronaca nera che per alcuni editori si rivelano manna che piove copiosa dal cielo. Per chi possiede reti televisive l'omicidio di un bimbo, di una ragazzina o anche di una madre, rende molto più che un film da record di incassi o una partita della nazionale di calcio mandata in onda in prima serata. La pubblicità è l'anima del commercio: le multinazionali la usano per convincere il popolo della bontà dei loro prodotti (per guadagnare milioni) e i politici per ottenere una croce accanto al loro nome (per guadagnare consensi). Dall'ottobre del 1926 ad oggi, cioè dalla prima pubblicità trasmessa sulla radio italiana in poi, si è capito che per vendere meglio un sapone o per convincere di una tesi di parte basta insistere sullo stesso slogan per mesi. Quindi l'equazione vuole che insistere su uno slogan, prima o poi porti le menti altrui a farlo proprio e ad accettarlo come realtà acquisita. Non importa di come si parla di questo o di quello, se sia una pubblicità camuffata da notizia, se si pubblicizzi la verità o solo una mezza verità: basta parlarne per stimolare e portare dalla propria parte le menti altrui. Il gossip è una tipica pubblicità camuffata da notizia. La foto del tal soggetto vip che pare sbaciucchiarsi con l'amica sposata della moglie permette ad alcuni media di dare spazio alla notizia. Dalla foto non si capisce bene, magari si stavano solo salutando e a pochi metri c'erano pure la moglie di lui e il marito di lei che facevano altrettanto. Ma che importa della visione totale, chi fa foto inquadra il particolare perché è quello che serve per creare la notizia. Ed ecco, riportando il tutto alla cronaca nera trattata come gossip, come può capitare che si convincano gli italiani che esiste una prova regina, un Dna analizzato dai migliori biologi che appartiene a un assassino. Nessuna carta a suffragare l'inquadratura totale, solo il particolare che messo in risalto nei posti giusti balza agli occhi e fa notizia.

domenica 24 gennaio 2016

I limiti strutturali del processo indiziario

Di Luca Cheli


La natura del processo indiziario nel diritto penale italiano ha origine nella distinzione tra “prova diretta o storica” e “indizio” in quanto elementi di prova.

Cercando di non complicare troppo le definizioni, a cui sono stati dedicati interi libri, la prova diretta o storica è la rappresentazione diretta del fatto da provare (tramite fotografia o testimonianza, per esempio), mentre l’indizio e un fatto (certo nella sua esistenza, almeno in teoria) dal quale può essere inferenzialmente dedotto il fatto da provare.

Anche la prova diretta non è automaticamente “verità sicura”, perché le testimonianze devono essere valutate nella loro credibilità e le fotografie (per esempio) nella loro autenticità.

Tuttavia, se tre persone vedono da pochi metri di distanza Tizio sparare a Caio e una delle tre persone riprende pure l’atto con il proprio smartphone, si può dire, una volta verificato che i testimoni non hanno motivo di mentire o di coalizzarsi contro Tizio e che il filmato ripreso non è stato alterato in qualche modo, che la colpevolezza di Tizio è provata oltre ogni ragionevole dubbio.

venerdì 22 gennaio 2016

Monello Mare - la casa quasi magica trasformata dalla procura in antro per pedofili. Oggi a Civitavecchia l'incidente probatorio promette scintille e colpi di scena

C'era una volta, e fino a pochissimo tempo fa c'era ancora, una casa quasi magica chiamata Monello Mare. Era una casa fantastica che negli anni aveva regalato una speranza di vita a tante giovani anime perdutesi per strada. Non c'erano fate e non c'erano maghi. La gestivano persone con animo umano, persone professionali e speciali. Non potevano entrarvi tutti ragazzi, c'era una scala di valori da rispettare e chi non vi rientrava restava fuori. Almeno fino a quando qualcuno dall'esterno non decise di forzare la mano e far entrare anche chi non era ben accetto. Comunque, fin quando potè scegliere i suoi abitanti chi venne ammesso a frequentarla iniziò a nutrire la vera voglia di cambiare. Poco ci voleva ad essere colpiti dall'umanità che si respirava al suo interno. Poco ci voleva e facilmente si imparava il significato della parola "donare". Chi seguiva i percorsi consigliati alla fine arrivava all'uscita, alla luce, con mente nuova e con spirito giusto, con quella forza che sempre serve ad affrontare gli ostacoli del "mondo fuori", quel mondo che poco o nulla ti aiuta - se chiedi aiuto - e per non soccombere ti obbliga a combattere gli altri e molto spesso, purtroppo, anche te stesso. Era una casa fantastica e per viverla in armonia bastava seguire le sue buone regole.

venerdì 8 gennaio 2016

Firmare la petizione in favore di Massimo Bossetti significa aiutare la vera giustizia e la democrazia, significa volere un futuro migliore per noi e per i nostri figli...


C'è una legge in Italia che puntualmente, quando l'imputato è mediaticamente "famoso" e giudicato colpevole dalla pubblica opinione (aizzata dai soliti media che amano lucrare sulle tragedie), non viene messa in pratica dai giudici che preferiscono aggirarla alla Ponzio Pilato con motivazioni assolutamente fuori da ogni contesto giudiziariamente logico. La presunzione di innocenza già dovrebbe bastare per lasciare in famiglia fino all'ultimo grado di giudizio, minimo agli arresti domiciliari, chi non viene arrestato in flagranza di reato, chi viene accusato in base a ipotesi e indizi che si possono leggere sia in maniera accusatoria che innocentista. Ma oltre a questo diritto garantito dalla legge, ve n'è un altro fondamentale che riguarda la carcerazione preventiva: una piaga soprattutto italiana che oltre a torturare gli imputati incensurati, costretti a vivere in un regime carcerario che psicologicamente debilita sia loro che la loro famiglia (in primis i figli), riempie a dismisura le carceri e costringe a una vita d'inferno anche gli addetti alla sorveglianza e chiunque operi in tali strutture. Senza considerare le enormi spese a carico dei cittadini.

lunedì 28 dicembre 2015

Colpa dei processi indiziari (se c'è chi sbaglia a indagare, a periziare, a sentenziare... e troppi innocenti vengono spediti in carcere e uccisi psicologicamente sui media)

Gli sbagli della giustizia moderna denunciati dal dottor Imposimato già sei anni fa...

Colpa dei processi indiziari - Di Ferdinando Imposimato


Bisogna anzitutto partire da un dato. Nella realtà processuale, nell’esame dei diversi casi giudiziari, esistono due verità antitetiche: una verità reale e una processuale. Queste due verità non coincidono quasi mai. L’obiettivo fondamentale del giudice consiste nel fare emergere la verità storica, affinché tra questa e il giudizio finale vi sia una perfetta coincidenza. Questo risultato, tuttavia, difficilmente viene raggiunto per una serie di ragioni sia di ordine processuale che professionale.

L’aspetto drammatico del processo è che il giudice, nel conflitto tra le due verità, è tenuto a seguire soltanto e semplicemente quella processuale. Questa contraddizione può manifestarsi in due modi: il giudice può avere la convinzione morale della colpevolezza della persona imputata nei confronti della quale però manchino le prove o queste non siano sufficienti. In questo caso il giudizio non può che essere di assoluzione. Nel secondo caso, il giudice può avere l’intima convinzione dell’innocenza di una persona, ma le prove processuali – testimonianze, riconoscimenti, perizie – depongono contro l’imputato. La conseguenza è drammatica: la condanna di un imputato è “giusta” sul piano processuale ma ingiusta su quello sostanziale. E’ la tragedia dell’Enrico VIII di Shakespeare, nella quale il duca di Buckingham, condannato a morte per le accuse calunniose dei suoi servi, non impreca contro i giudici ma ne accetta il verdetto: “Non nutro rancore contro la legge per la mia morte: alla stregua del processo essa doveveva infliggermela, ma desidero che coloro che mi hanno accusato divengano più cristiani…”.

giovedì 17 dicembre 2015

Giustizia giustizieri e giustiziati... istruzioni per l’uso

Di Gilberto Migliorini
 

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico. Così cominciava una celebre lirica pascoliana. La novità è che nel Bel Paese si condanna in base a un movente che perfino il Procuratore Generale ha considerato con la consistenza dell’aria fritta. L’antichità è che l’inquisizione permea da sempre la mentalità dei tribunali italiani, ma con quella eleganza da manuale del galateo così ricco di contorsionismi retorici e di allusioni iconografiche. Ci sono moventi che sono come un passepartout, meglio di un jolly e perfino della classica matta pigliatutto, ma comunque non esaustivi della complessità indiziaria: come, ad esempio, la pornografia e il Dna. La prima è come l’araba fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.

Fuori metafora l’oscuro oggetto del desiderio è talmente diffuso che oramai non lo si vede più… dissolto un po’ ovunque a insaporire come il prezzemolo e l’erba cipollina. No, non quella delle nudità o dei rapporti sessuali esplicitati in forma didascalica e con valenza didattico esemplificativa, ovviamente. No, per carità, quella è solo propedeutica all’orgasmo virtuale. Si tratta di quella pornografia dei casi dolorosi, delle storie edificanti, delle retoriche di regime nazional-popolare, di quella nudità di sentimentalismo e piagnistei che non fa scandalo e che addirittura sollecita a farne un modello culturale con tanto di imprimatur di una religiosità epidermica e convenzionale.

mercoledì 28 ottobre 2015

La comicità del male: l’emblematico caso Bossetti...

Di Gilberto Migliorini

Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso,
e puose me in su l’orlo a sedere;
appresso porse a me l’accorto passo.

Io levai li occhi e credetti vedere
Lucifero com’io l’avea lasciato,
e vidili le gambe in sù tenere;
Dante, Inferno, Canto XXXIV

Il demone riguardato da un’altra prospettiva appare come qualcosa di insulso e ridicolo, qualcosa di grottescamente umoristico. Il terribile Lucifero, visto capovolto, sembra a Dante - che emerge nell’altro emisfero - solo un goffo e enorme pupazzo che più che suscitare terrore fa sorridere perfino un turista in visita nel fantasmagorico e spettacolare mondo della giustizia infernale, giù nei cerchi concentrici dove sospiri, pianti e alti guai risuonano per l'aere sanza stelle. In fondo alla Giudecca, dal nuovo punto di vista, il poeta coglie tutta la banalità, lo squallore e l’assurdo del male. Nell’uscir fuori a riveder le stelle il maligno con le tre bocche fameliche risulta alla fine un colossale burattino che lascia sporgere due gambe goffe e pelose. Il demone per antonomasia non è altro che un insulso pupazzo, se colto nella sua vera essenza capovolta, quando il male è riguardato nella sua sostanza scarna, senza i paludamenti e le vestigia suggestive della Caienna dove i dannati della terra espiano le colpe.

sabato 24 ottobre 2015

Processi indiziari: Teoremi giudiziari secondo ‘scienza e coscienza’?

Di Gilberto Migliorini


Certo, ogni elemento è utile e concorre a costruire un quadro probatorio, magari forzandolo a viva forza nel frame, anche quando appare come un riferimento tirato per i capelli, un nesso estemporaneo e capzioso. Talvolta la cornice racchiude una composizione astratta che non ha nulla da invidiare a un Mondrian, un Kandinnskij o un Paul Klee, un astrattismo interpretabile secondo il capriccio del fruitore. Qualunque cosa può essere inserita a dimostrare una tesi di colpevolezza, soprattutto quando mancano elementi oggettivi e occorre trovare surrogati utili a dimostrare un teorema.

Una volta individuato un colpevole, se non esistono veri elementi di prova, si costruisce un contesto di indizi sulla base di collegamenti e inferenze spesso fantasiose. Se si danno solo riscontri zoppicanti e ancora da dimostrare, si interpreta come elemento indiziario tutto quello che fa all’uopo in un affresco ‘probatorio creativo’. Quando un soggetto viene indicato come responsabile di un delitto sulla base di elementi vaghi e contraddittori, occorre ovviare alla carenza di prove utilizzando qualunque elemento possa apparire come pistola fumante. Con il supporto di notizie e informative opportunamente pilotate, per via suggestiva e con interpretazioni che valgono sic et non, si fa girare la roulette. Anche i numeri che escono a caso hanno significato in un contesto dove fatti irrilevanti acquistano con l’amplificazione mediatica il carattere di indizio grave e concordante. Talvolta si costruisce così il ‘mostro’ da sbattere in prima pagina.

giovedì 1 ottobre 2015

In un video la storia di Enzo Tortora. Nel giorno in cui si ricordano le condanne ingiuste vale la pena rivangare l'errore giudiziario più conosciuto...


Mentre a Toronto si stanno organizzati dibattiti per parlare dei mali della giustizia americana e del carcere ingiusto subito da tanti innocenti, da noi tutto tace e nel silenzio tutto resta per com'era decenni fa. Dal 1983 ad oggi non è cambiato niente. I procuratori accusano un colpevole e i giudici che dovrebbero vigilare (Gip), e quelli di primo grado, condannano l'imputato a prescindere. Si applauda e gioisca chi non ha imparato dai propri errori e da quelli altrui. E pensare che quanto si vede e si vive in vita dovrebbe far maturare l'esperienza in ognuno di noi. Invece i fatti ad oggi ci insegnano il contrario. Ci insegnano che come nel medioevo siamo vittime predestinate di un 'sistema giustizia' che coi suoi ingranaggi stritola chiunque si voglia stritolare. Basta un'attimo, anche una voce lontana che dopo mesi cambia testimonianza e versione "per aiutare la giustizia", perché una persona semplice, una madre, un impiegato, un operaio, una ragazza, venga inghiottita nel vortice capace di farle dire addio agli affetti più cari e alla propria vita.

lunedì 28 settembre 2015

Venerdì 2 ottobre 2015 - Giorno delle Condanne Ingiuste - Wrongful Conviction Day - evento che si terrà a Toronto - Canada -


Mi sono permesso di tradurre in po’ liberamente il nome inglese dell’evento (Wrongful Conviction Day o WCD), che alla lettera significa Giorno delle Condanne Ingiuste (ma si può tradurre anche “illegittime” o “indebite”), in programma per la seconda volta venerdì 2 ottobre 2015 dopo l’esordio del 2 ottobre 2014.

L’evento, è essenzialmente ancora una manifestazione tutta nordamericana (USA e Canada), ma il suo carattere è esplicitamente dichiarato come internazionale da ideatori e promotori.

Riporto qui una traduzione della descrizione del carattere dell’evento che viene data sul sito dello stesso e che può essere letta in versione originale all’indirizzo About WCD .
“Il WCD è stato designato quale Giornata Internazionale per riconoscere i tremendi costi personali, sociali e legali associati alle condanne penali ingiuste.

Il WCD è concepito come una Giornata Internazionale per riconoscere le persone che sono state costrette a subire le enormi conseguenze personali e sociali generate da un’ingiusta condanna penale.

Il WCD è una Giornata Internazionale dedicata ad informare ed educare la comunità internazionale nel suo complesso sulle cause, le conseguenze e le complicazioni associate con le ingiuste condanne penali.”

domenica 20 settembre 2015

Eligia e la piccola Giulia, che entro un mese sarebbe nata, sono state uccise da un essere abbietto che grazie alla confessione fra dieci anni sarà di nuovo libero...


Christian Leonardi era indagato da inizio giugno e ogni giorno gli investigatori trovavano qualcosa in più da addossargli, ma ha vacillato solo quando gli analisti del Ris di Messina gli sono entrati in casa. A quel punto il suo avvocato l'ha incalzato e riempito di domande, di sicuro prospettandogli l'iter cui sarebbe andato incontro continuando a mentire, e lui ha capito che non confessando sarebbe stato condannato all'ergastolo senza alcuna attenuante. Quindi ha deciso di seguire i consigli del suo legale e confessare. Però è troppo difficile credere che non l'abbia fatto solo ed esclusivamente per non restare in carcere trent'anni di fila. Così, assieme al difensore, sabato mattina si è presentato ai carabinieri di Siracusa e ha ammesso di aver ucciso la moglie e la bimba. Quest'ultimo omicidio la procura non glielo contesterà, dato che già si parla di "procurato aborto" e non di pluriomicidio.

venerdì 18 settembre 2015

Noi non possiamo tacere. Meditazioni su giustizia e dignità della persona

Convegno Palaia (16 settembre 2015)

Processi in tv: dall'indizio all'elaborazione "letteraria" del pregiudizio     (passando per gli artifici della retorica)

Intervento di Annamaria Cotrozzi pubblicato da EUGIUS 
- Unione Europea Giudici Scrittori -


Non sono un'addetta ai lavori: per professione non mi occupo di diritto, ma di testi classici. Mi sono accostata alle tematiche che oggi affrontiamo per senso di dovere civico, in quanto sempre più sconcertata di fronte alla deriva inarrestabile delle gogne mediatiche e dei "processi" celebrati in tv, del tutto al di fuori sia dalle regole del diritto, sia dal rispetto della persona e dai valori dell'humanitas. Di recente, le motivazioni del verdetto di Cassazione sul caso Kercher hanno esplicitato il condizionamento che sulle indagini, e di conseguenza sull'iter giudiziario, può essere esercitato dalla pressione mediatica. Dopo tale autorevole parere, direi che la questione abbia ora il crisma dell'allarme ufficiale. Le sentenze televisive, anticipate e costruite, giorno dopo giorno, sul pregiudizio mediaticamente indotto, possono influire sull'esito dell'iter giudiziario vero e proprio, e portare alla conferma, in sede di tribunale, di condanne già da tempo date per scontate, sancite dalle opinioni degli ospiti dei programmi di cronaca, e richieste a gran voce dall'opinione pubblica che da tali opinioni è stata inevitabilmente condizionata.

Roberta Bruzzone sarà processata per "Diffamazione continuata e aggravata" nei confronti di Marco Strano



Ultimamente la stampa ci ha informati di un nuovo iter processuale a carico di Roberta Bruzzone. Dopo aver letto la notizia ho fatto qualche controllo e alla fine ho deciso di mettere un po' d'ordine perché i giornalisti non hanno scritto per come la notizia doveva essere riportata. Su Il Giornale, Libero e Dagospia si legge che la Bruzzone è stata querelata dal suo ex compagno Marco Strano a causa delle offese postate contro di lui su internet dalla criminologa di cui si avvale Bruno Vespa nel suo programma Porta a Porta. Mettiamo subito i puntini su qualche "i" e stabiliamo che una situazione affettiva fra i due c'è stata, ma risale al 2004/2005 (oltre dieci anni fa) ed è durata solo qualche mese. Detto quindi che la loro "storia" si chiuse ad inizio 2005, per tirare un paio di somme non ci resta che posizionare cronologicamente i fatti di cui si parla nella citazione a giudizio. Leggendo l'atto si scopre che il crimine di cui la dottoressa è accusata si è perpetrato cinque anni e mezzo dopo la chiusura della loro relazione sentimentale. Infatti è in diversi commenti del 2010 - postati su facebook - che Roberta Bruzzone usa parole pesanti e scurrili per offendere in maniera diretta il dottor Marco Strano.

lunedì 14 settembre 2015

Occhio per occhio dente per dente. Una drastica soluzione per far cessare i sequestri di stato dei magistrati non professionali che se ne fregano della vita altrui


Un altro processo che neppure doveva iniziare si sta celebrando contro Massimo Bossetti nell'italica terra conosciuta nel mondo perché resa famosa da santi, poeti e navigatori. Queste le categorie più famose. Ma in Italia ci sono anche tanti eccellenti investigatori, procuratori e giudici che operando per come vuole la legge riescono a chiudere indagini scomode prima che finiscano sui media. Su quei media che pressando mischiano le carte e calando l'asso del pregiudizio aizzano il popolo e spaiano le indagini. Naturalmente le eccellenze non si fanno notare. Com'è giusto che sia restano nell'ombra, non cercano pubblicità e non accettano, specialmente prima di aver portato l'imputato a processo, di parlare coi media, italiani o stranieri, di una indagine che ancora non ha superato il vaglio dei giudici. Le persone semplici ammirano gli uomini con la divisa o con la toga. Li vedono maneggiare il potere e pensano di avere a che fare con menti superiori, con una categoria professionale e seria al cento per cento. Ma una categoria simile non esiste in nessuna parte del mondo. Come capita in qualsiasi azienda, fra migliaia di persone che lavorano nel migliore dei modi si troverà sempre una percentuale, alta o bassa che sia, che risulta meno produttiva o addirittura incapace. Logicamente l'azienda privata può migliorare in produttività se chi la dirige usa gli strumenti in suo possesso per provare a livellare i suoi dipendenti (se non ci riesce li licenzia). Basandosi su questa ovvia banalità c'è quindi da chiedersi chi diriga l'azienda Italia, in special modo il settore giustizia, visto che lo stesso discorso sulla professionalità si può fare sui giudici. Anche fra loro ce ne sono di molto validi (che sentenziano basandosi sul codice penale e sul buonsenso) e di poco validi (quelli che si affidano alle procure e a regole proprie non scritte in nessun codice penale).

mercoledì 9 settembre 2015

Con le motivazioni Knox-Sollecito la Cassazione mostra i pugni a chi privo di professionalità lavora nel sistema giustizia e sbaglia anche a causa dei media


Sembra fatto apposta e forse... Da poco si è chiuso il secondo processo farsa contro Sabrina Misseri e tra poco inizieranno ufficialmente quelli contro Massimo Bossetti, Veronica Panarello e altri che si proclamano innocenti e finalmente i giudici di Cassazione mostrano i pugni e motivano una sentenza usando la logica del codice penale lasciando da parte le suggestioni e i pregiudizi che sparge chi si sente intoccabile, chi per convincere il popolo della propria tesi, anche assurda, usufruisce degli aiuti mass-mediatici, quelli che ogni volta sfociano nello scoop colpevolista che porta il convincimento popolare a credere che le procure abbiano ragione a prescindere da quanto di più fantasioso e incredibile scrivano su atti che Gip e Gup di riferimento accettano acriticamente e ad occhi chiusi. Finalmente la Cassazione non ha dato la solita carota ai condannati e col bastone della vera Giustizia ha bacchettato gli investigatori e i procuratori che abusano del loro potere e che, indagando male e in maniera superficiale, senza avere nulla di serio in mano (né prove, né veri indizi concordanti, né ricostruzioni valide, né moventi plausibili) dapprima incarcerano e poi portano a processo i loro colpevoli preferiti.

venerdì 14 agosto 2015

Quando chi informa tace, quando chi è colpevole viene nascosto dal velo mediatico e chi è innocente viene infangato per non dire che si è indagato male...


Ricordate il bimbo di Padova portato via a forza dalla scuola che frequentava? Ricordate il filmato mandato in onda da Chi l'ha Visto? Chi di voi sa come si è sviluppata e sta finendo la vicenda? Se dopo l'esplosione della bomba mediatica non avete avuto più notizie, vi informo che c'era molta carne al fuoco e che tutto, però, si è risolto nella classica bolla di sapone... giudiziaria. Infatti dopo il blitz degli assistenti sociali coadiuvati dalle forze dell'ordine, in cui il bimbo venne portato via a forza e affidato a una casa famiglia e da questa al padre, dopo averlo costretto a frequentare una scuola di Padova e non quella in cui da anni era inserito, la cassazione nel marzo 2013 ravvisò delle incongruenze e annullò la sentenza che permise il blitz. Così il bimbo tornò alla madre. Ma per poco, dato che a maggio un'altra corte ribaltò nuovamente l'ultima sentenza e per il ragazzino si decise la residenza definitiva nella casa paterna. Dopo questa decisione ci furono, nell'ordine: A) Una multa di 100.000 euro all'azienda Rai e non a chi ha deciso di pubblicare il filmato (a livello economico cambia perché scaricare genericamente sull'azienda una multa significa pagarla coi soldi degli abbonamenti). B) L'archiviazione delle denunce della madre contro assistenti sociali e forze dell'ordine (che a parere del giudice avevano messo in atto il blitz senza violare i criteri di adeguatezza e riservatezza). C) Assoluzione della madre e dei nonni accusati dal padre di maltrattamenti e pressioni psicologiche.

venerdì 7 agosto 2015

Il diavolo si droga al Cocorico'... o la Piramide di Riccione è stata chiusa per caricare tutta la colpa su una struttura inerte?


Pavullo. I militari del nucleo operativo radiomobile della compagnia di Pavullo l'hanno arrestato mentre tentava di smerciare cinquanta pasticche di ecstasy all'interno dei giardini pubblici, a due passi dai bambini intenti ai loro giochi (link di conferma).

Roma. Vendevano ecstasy nelle aule universitarie e non perdevano occasione per spacciarne un po’ prima e un po' dopo l’inizio delle lezioni (link).

Sarre. Sono scattate le manette per un giovane di 18 anni di Sarre colto dalla Polizia a spacciare ecstasy nel centro di Aosta (link).

Genova. Spacciava ecstasy nel centro storico: 22enne ecuadoriano in manette (link)

Roma. Spacciava ecstasy vicino alla stazione Tuscolana, arrestato (link).

Avete letto? Queste sono una minuscola parte delle notizie che ogni giorno riempiono i giornali. E si parla solo di ecstasy, non di incidenti dovuti all'abuso di alcool o allo spaccio di cocaina. Sono importanti perché fanno capire che non serve andare né a Riccione né al Cocoricò per acquistare ecstasy o droghe in generale, che le pasticche colorate usate da chi mentalmente pensa di non aver altra maniera per sballarsi si trovano ovunque e non ha senso chiudere una discoteca quando si scopre che un ragazzo muore a causa di pillole portate da casa o acquistate da un amico.

giovedì 30 luglio 2015

L'Espresso, il caso Crocetta, i giornalisti indagati e l'informazione che da quando si prostituisce facendosi pagare dal potere ha perso ogni autonomia...


Il discorso è molto semplice ed è inutile ricamarci sopra. Lazzi e lezzi non aiutano a coprire il malfatto e peggior figura fanno quelle spiegazioni che gettando fumo cercano di nascondere proprie responsabilità. Qualcuno, forse abituato a farlo, ha giocato sporco e qualcun altro lo ha aiutato credendo di essere protetto. A qualche giornalista si sono impallati gli occhi per la voglia di far scoppiare una bomba, mentre un direttore che dovrebbe essere autonomo ha avuto l'ordine di sparare su chi, pur essendo del centro-sinistra come chi gli remava contro, al centro-sinistra sta "sulle balle". In poche parole, si è tentato il solito sporco gioco di potere capace di mangiare pedine e damoni, di far scattare dimissioni a raffica e poi, col tempo, di svanire come una bolla di sapone. Purtroppo per i cospiratori, invece, stavolta qualcosa non ha funzionato. Chi doveva dimettersi non si è dimesso e il settimanale L'Espresso, che ahinoi non è più quello dei tempi migliori che nessuno riusciva a condizionare e piegare al suo volere, si è giocato le ultime fiches di credibilità. Di chi è la colpa? Per forza del suo direttore, che ha deciso di pubblicare infamie senza avere l'intercettazione in mano perché qualcuno gli ha detto che lo doveva fare. Niente di nuovo, si potrebbe dire, da decenni il settimanale, comandato di un pool di industrie riconducibili alla CIR di De Benedetti e schierate col centro-sinistra (come il giornale che dal '70 lo affianca: La Repubblica), è in naftalina e cerca di restarvi senza danneggiare né la proprietà né gli sponsor. Infatti, basta una piccola ricerca per scoprire che nell'arco degli ultimi 25 anni i giornalisti del settimanale hanno portato a termine solo un paio di inchieste serie. E il cambiamento è epocale e si staglia lampante, visto che nei 25 anni precedenti erano almeno 13 le grandi inchieste che fecero storia e ancora oggi sono degne di essere ricordate.