venerdì 20 aprile 2012

Pasquale Procacci non è più un assassino. Assolto in appello dopo trentaquattro mesi di carcere


La storia si svolge a Milano, in un quartiere abbiente della periferia nord, ed inizia il 27 aprile 2009 quando Maria Teresa Procacci esce di casa con la sua cagnolina, un Carlino di nome Amélie-Sophie che si muove in simbiosi con la sua padrona. La Procacci ha 69 anni e vive sola. In quell'appartamento ci abita da poco e solo perché casa sua è in ristrutturazione. Il giorno successivo deve partire per passare, assieme alla sua cagnolina, un periodo di vacanza in un agriturismo. E' una donna ricca la Procacci. E da quando sono morti suo marito, lavorava nel campo finanziario, e suo padre, lo è ancora di più. Lei si occupa del patrimonio avuto in eredità, lei è la titolare, assieme al fratello, di alcune aziende che riscuotono affitti ed amministrano oltre dieci milioni di euro. Da sette mesi ha chiuso una relazione sentimentale che intratteneva con un uomo di cinquantotto anni sposato e con figli, dopo questa hanno iniziato a ronzarle attorno strani personaggi e c'è stato chi ha pure tentato di truffarla. Ma torniamo a Maria Teresa, a quel 27 aprile, di sera o forse di notte, quando esce di casa lasciando le luci accese e i cellulari sulla tavola. E' chiaro che pensa di star fuori pochi minuti, forse perché vuol far fare una breve passeggiata al cane o forse perché qualcuno l'ha cercata al citofono chiedendole di scendere. Ma quella sarà la sua ultima uscita e in quella casa non tornerà mai più...

Cambia la scena, anche se non di molto, ed in un viale Sarca strafradicio di acqua, a Milano il 28 aprile ha piovuto a dirotto per tutta la giornata, un passante si accorge di un corpo seminudo adagiato sui sedili posteriori di un'auto parcheggiata. Sono le diciannove e sia l'auto che il corpo appartengono alla signora Procacci. Un'amica, che la sentiva al telefono tutte le mattine, e suo fratello Pasquale, che sapendo delle loro frequentazioni era passato da lei per chiederle dove si trovasse la sorella che non gli rispondeva al cellulare, la stanno cercando sin da inizio mattinata. Preoccupati sono passati da casa sua rinvenendo sia le luci accese che gli oggetti di uso comune sul tavolo. L'hanno cercata da altri conoscenti poi, non trovandola, il fratello è andato a fare la denuncia di scomparsa. Arriva la sera, il cadavere viene trovato ed iniziano gli accertamenti. La donna è morta a seguito di numerosi colpi inferti alla testa e salta agli occhi subito la mancanza degli abiti e dell'arma del delitto... nonché della cagnolina. L'autopsia viene affidata alla dottoressa Cattaneo, che stabilirà un orario della morte attorno alle sette di quella mattina. La cagnolina verrà ritrovata due giorni dopo in fondo allo stesso viale. Anche lei è stata colpita un paio di volte al capo, forse ha cercato di difendere la padrona, ma non è grave e se la caverà. Gli abiti mancanti sono serviti a ripulire l'auto e le mani dell'assassino dal sangue, ma non sono da nessuna parte.

Le indagini partono forte. Si scopre che una videocamera di sorveglianza quella notte ha ripreso l'auto durante il suo spostamento, da via Lumieré a viale Sarca, alla guida è un uomo che però non risulta riconoscibile. Nel frattempo l'auto è disposizione del Ris che la analizza e trova un paio di guanti in pelle ed una parte di un guanto in lattice. Ed è su questo che si concentra l'attenzione perché vi si trovano tracce ematiche della donna e un dna. Intanto i Pm hanno puntato gli occhi sugli unici che paiono avere un movente, il fratello che ha sporto la denuncia di scomparsa e suo figlio. In pratica tutto lascia pensare che l'assassino sia uno degli eredi, perché qualcuno ha detto ai Pm che dalla morte del padre, avvenuta alcuni mesi prima, c'erano delle discussioni fra i due, e perché la donna, essi sempre dissero, aveva minacciato di estromettere il nipote dall'eredità. Ma a dirlo erano i due che avevano tentato mesi prima di portarle via una forte somma di denaro. In ogni caso si preleva il dna al nipote e si scopre che non è per nulla simile a quello presente sulla rimanenza del guanto. Per cui se non è simile il suo, di logica non lo è neppure quello del padre, il fratello di Maria Teresa sospettato dell'omicidio. Ma chissà per quale scrupolo si decide di chiederlo anche a lui e... sorpresa, sorpresa, il dna corrisponde. Questo sta a significare che suo figlio in realtà non è suo figlio.

Dal 28 aprile sono trascorsi poco più di due mesi e mezzo, a luglio Pasquale Procacci viene arrestato e portato in carcere. Non è una persona facile e simpatica, forse è vero, ma si proclama innocente. Inoltre manca l'arma del delitto, manca una spiegazione del fatto che il suo cellulare non si sia mosso quella notte e non si capisce per quale motivo avrebbe fatto scendere la sorella all'esterno e poi caricata in auto sul sedile posteriore. Lei era salita di sua volontà o lui l'aveva costretta? Se l'aveva costretta non era solo in auto, qualcuno doveva averlo aiutato. Inoltre se la morte risale, a detta della Cattaneo, alle sette di mattina, lui ha un alibi. Ma non c'è né per nessuno, un altro anno di indagini che non porta a nulla e si va a processo. Il difensore chiede il rito abbreviato forte delle testimonianze dei parenti che dicono non vi fossero contrasti fra i due fratelli, forte del fatto che in parecchie occasioni Pasquale avesse guidato l'auto della sorella e ne avesse curato la manutenzione usando i guanti presenti nel bauletto. La tesi difensiva punta il dito contro chi frequentava la donna da quando questa aveva chiuso la relazione sentimentale, non proprio brava gente, ma il giudice non la vede come la Difesa ed a causa del dna sul guanto condanna l'imputato a trent'anni di carcere, accogliendo tutte le tesi della procura.

Praticamente il Procacci è destinato a morire in cella, visto che ha passato i sessantacinque anni e non ha speranza di uscire prima degli ottantacinque. Per cui, lui in carcere, la storia pare chiusa ed i giornali parlano di prove inconfutabili e di un assassino assicurato alla giustizia. Nessuno ha mai fatto e fa altre verifiche, o almeno indagini che contemplino altre persone. Da subito il dito dei Pm si era puntato sul fratello ed il fratello è finito in carcere, la procura ha fatto un buon lavoro nonostante ancora non si sappia quale sia l'arma del delitto e dove siano finiti gli abiti della donna, nonostante lui possa dimostrare dove si trovasse dalle sette in avanti e nonostante ci siano solo due persone che parlano di dissidi, due persone coinvolte in una precedente truffa. E per tutti, compresi i giornalisti che sono rimasti attoniti alla notizia dell'assoluzione, il buon lavoro la procura lo ha fatto fino a due giorni fa quando, dopo una serie di udienze ed una lunga camera di consiglio, è uscito il verdetto della Corte d'Appello. Pasquale Procacci è innocente, nulla prova che sia lui l'assassino e l'unica traccia che lo accusa è spiegabile oltre ogni ragionevole dubbio. La procura non ha fatto un buon lavoro ed ora, dopo quasi tre anni, c'è chi glielo dice e chi informa l'opinione pubblica che c'è un assassino in più per strada.

Ma in fondo ai procuratori cosa cambia o cosa cambierà? Nulla perché quando usciranno le motivazioni del verdetto ricorreranno in Cassazione e, se anche dovessero perdere e veder fatta a pezzi la ricostruzione del delitto così come pensata, loro il lavoro lo hanno fatto in buonafede e sarà poi lo Stato a risarcire il Procacci per i quasi tre anni trascorsi in galera. Qualcosa invece cambierà per l'uomo ingiustamente carcerato. I rumori delle porte di ferro rimbomberanno nella sua mente fino all'ultimo dei suoi giorni e la sua psiche non sarà più quella precedente il luglio del 2009. Difficile credere il contrario visto che in un sol colpo è finito in carcere ed ha saputo di non essere il padre naturale di suo figlio. Ma così va la vita, e le disgrazie non vengono mai sole, e gli errori li fanno tutti, e non si può mettere la croce addosso a chi opera per la giustizia in situazioni difficili, e non si può fare di tutta l'erba un fascio e chi più detti inutili ha più ne metta. Tante cose non si possono fare, è vero, ma una è talmente semplice e banale che poco ci vorrebbe a metterla in pratica. Non è infatti impossibile far stare ai domiciliari le persone imputate non colte in flagranza di reato, quelle persone che si proclamano innocenti e non hanno mai avuto debiti con la legge, fino alla fine dei processi.

Lo Stato italiano l'anno scorso ha pagato quarantasei milioni di euro a chi ha subito carcerazioni ingiuste... e fortuna che i politici hanno posto, a parer mio ingiustamente, dei tetti economici da non superare. Ma a noi in fondo che si faccia in un modo o in un altro cosa cambia? Poco. L'importante è che ogni italiano si abitui e quando va a fare benzina non pensi al fatto che qualche centesimo in più al litro lo paga perché i Pm, a volte spalleggiati dalla pubblica opinione, dai media e dagli opinionisti di grido, preferiscono tenere in carcere chi è indagato d'omicidio anche se non vi sono prove ma solo indizi...


Dai Marò prigionieri in India ad Enrico Forti...gli italiani all'estero sono soli...
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4 commenti:

darpi ha detto...

x max- visto che le ca..te delle procure le paghiamo noi sarebbe il caso forse che passasse la legge della responsabilità dei giudici ...chissà che magari stanno più attenti prima di sentenziare ...ciao

emax/massimo prati ha detto...

Ciao Darpi.

Credo che quella legge, perlomeno per come concepita al momento, sia troppo penalizzante nei confronti dei giudici e di chi sbaglia. Penso che si passerebbe da un estremo all'altro e ci troveremmo assassini non condannati per paura di dover pagare milioni di euro. Meglio responsabilizzare le nuove leve e far capire che basta il buonsenso per migliorare la situazione.

Massimo

darpi ha detto...

x max - ma basta fare due conti x capire quanto hanno dovuto pagare i cittadini nei casi x esempio di arce ,gravina , una bomber, xfinire col caso di garlasco e della mollicone dove busco dovrà x forza essere risarcito, non ultimo il caso in esame ...non so ma in altri paesi se esludi gli usa dove sisa di gente giustiziata innocente, non esiste una situazione simile all'italia ...ciao

magica ha detto...

buongiorno -
un altro caso è quello di amanda . la ragazza americana .chissa' che risarcimento dovranno esarcirle . e continuano ancora a ritenerla una assassina ..
anche lei come in altri casi si è comportata con disinvoltura mettendosi nei guai inconsapevolamente .. i bravi giornalisti l'avevano colta in frlagrante mentre acquistava le mutande .. un indizio favorevole ai media e alla legge .
è stata in carcere da innocente.. mentre era in carcere è stata molestata verbalmente da un carceriere ,, ma lui dice che era lei che lo molestava ,, figurati!
la legge italiana deve essere presa x mano seriamente .. mi pare che tutto sia preso con leggerezza ,, in prigione innocenti e ladri e asassini qualche volta a spasso . dovrebbero far pagare ai giudici quando condannano innocenti . ma mi pare che non sia pasata la legge ,, e cosi o mi sbaglio?