sabato 28 aprile 2012

Raniero Busco è uscito dall'inferno, assolto per non aver commesso il fatto


L'inferno appare più vicino di quanto non sia se ad un uomo accade quanto è accaduto a Raniero Busco. Quando l'accusa parla di omicidio, quando si rischia di perdere per decenni l'abituale quotidianità, la luce del Sole, la voce dei figli, della moglie, i loro visi ed i loro sorrisi, le proccupazioni accorciano la vita e la paura invecchia la pelle. E quando quello che ormai più ti aspetti accade, mille domande inseguono e catturano i pensieri: è possibile essere condannati dopo venti e più anni, dopo essersi formati una famiglia, dopo aver donato amore ai figli? E' possibile che nonostante i due decenni trascorsi si siano trovate prove così forti da convincere un Pm a coinvolgerti in un omicidio? Un omicidio in cui la prima procura di te si era occupata in maniera marginale? E' possibile finire in tribunale e venir giudicati colpevoli senza vi sia alcuna certezza? E' possibile addebitare un delitto a distanza di decenni, un delitto consumatosi in maniera anomala, alla prima persona che avrebbe dovuto subire un quarto grado ma che invece non si è indagata a dovere? E' possibile che chi indaga su un omicidio che è parso avere più marionette e spettatori, più un teatrante che maneggiava fili umani, possa costruire dopo tanto tempo una gabbia attorno al più facile dei sospettabili basandosi su un solo dna ed un "forse morso"? La risposta a queste domande è: "No, in questi casi è preferibile il dubbio, legittimo, ad una condanna che per essere giusta deve avere i connotati della certezza".

E questa risposta è quella che si son dati i giudici d'appello il 27 aprile, giudici che in poco più di un'ora hanno deciso di togliere dalla testa di Raniero Busco l'infamante accusa di aver ucciso Simonetta Cesaroni. In dubbio pro reo, dice il codice, e nel dubbio il Busco non poteva essere condannato, non doveva esserlo neppure in primo grado, e la storia non doveva e non poteva avere altro epilogo, perché non sarebbe stato giusto far pagare a lui l'inefficienza investigativa, la noncuranza e la sufficienza usata da chi per primo è entrato in quell'ufficio di via Poma, la mancanza di verbali che attestassero la sua posizione in quel afoso pomeriggio di agosto del 1990. Fosse stato condannato avrebbe subito l'ennesima ingiustizia. E non solo lui, soprattutto i suoi figli e tutta la sua famiglia. Ma nonostante la logica volesse l'assoluzione a prescindere, vista la mancanza di riscontri davvero importanti, bisogna essere onesti ed ammettere che senza la perizia disposta dalla Corte, quella che ha escluso la certezza del morso sul seno, il verdetto non sarebbe stato per nulla scontato. 

E' chiaro che ci fosse stata davvero la cicatrice di un morso sul seno di Simonetta, con una dentatura realmente combaciante con quella dell'ex fidanzato, i dubbi in chiave colpevolista sarebbero diventati legittimi ed avrebbero potuto creare nei giudici quella sensazione di certezza in grado di far superare lo scoglio delle macchie di sangue, diverso per tipo da quello dell'imputato, presenti sulla scena del crimine. Macchie che volendo, come fatto in primo grado, potevano restare a lato ed essere emarginate a semplice comparse. Questo perché il quadro indiziario colpevolista sarebbe stato integrato dalla mancanza di un vero alibi. Quindi è la perizia ordinata dalla Corte che ha regalato l'assoluzione al Busco, assoluzione che riporta in auge i diversi problemi della nostra giustizia. Ad iniziare dalla prima entrata sulla scena del crimine da parte di chi deve fare i rilievi e di chi deve, grazie agli elementi a disposizione, dare un indirizzo alle indagini, quasi sempre messa in atto da persone impreparate, per finire con le perizie ordinate dai procuratori che paiono sempre più spesso incomplete e prive della giusta validità. 

E visto che non si possono additare gli analisti del Ris, o degli altri uffici scientifici, di partigianeria (per loro un colpevole dovrebbe valere l'altro), c'è da chiedersi che tipo di strumentazione abbiano a disposizione, se all'avanguardia o da rottamare, e come facciano con questa a non sbagliare tutte le perizie ma solo alcune. C'è da chiedersi se non siano le domande dei procuratori a far sì che le risultanze diventino di parte, c'è da chiedersi se non sia la convinzione dell'uno a contagiare la perizia dell'altro tanto da far cercare in un reperto solo "ciò che serve" tralasciando gli approfondimenti. Perchè è fuor di dubbio che chi dovrebbe aiutare la Procura ad indirizzarsi sulla strada giusta sono i periti, ad iniziare dal patologo, ma è fuor di dubbio anche che ultimamente vi sono troppi periti che smentiscono ciò che quelli dei Pm danno per accertato al 100%. Perché quanto accaduto a Raniero Busco è accaduto in altre indagini, prima fra tutte quella che ha visto coinvolti Amanda Knox e Raffaele sollecito. Anche a Perugia esistevano perizie parziali che avevano portato a due condanne, anche a Perugia il primo perito esterno alla procura ha deriso ogni precedente conclusione smentendo in maniera drastica cio che appariva vero.

Altra cosa da chiedersi è dove lo Stato prenderà i denari, aumenterà ulteriormente le bollette della corrente elettrica?, necessari per sostenere, oltre le doppie e triple perizie ormai consuete, i costi dei risarcimenti a parziale riparazione del danno subito da un imputato assolto per non aver commesso il fatto. Imputato che con la giusta perizia in mano mai sarebbe andato a processo e mai avrebbe subito contraccolpi psicologici devastanti. Perché gli euro che finiranno nelle tasche del Busco, della Knox, del Sollecito e di tanti altri, non riusciranno a ripianare il livello mentale di chi è stato additato, e resterà con l'etichetta appicciacata addosso per tutta la vita, ad assassino, non riusciranno a cancellare il tempo trascorso, in precario equilibrio, ad un passo dall'inferno...

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11 commenti:

PINO ha detto...

@ Massimo,

come ti spieghi i casi precedenti a quello di Busco, e cioè quelli di Sollecito-Knox, e Roberto Stasi?
Anche loro sono stati condannati nel primo giudizio, ed assolti in quello d'appello.
Sarebbe lecito pensare che uno dei due giudizi sia errato. Ma quale?
Optare per quelli assolutori, sempre e comunque, mi pare negare giustizia alle vittime.
Quello, ad ogni modo, che mi pare strano, è il fatto che quasi tutti i giudizi emessi in sessione di appello, annulino sistematicamente, quanto sentenziato dai primi.
Quindi, torno a ripetere: chi sbaglia, in queste decisioni?
Me la dai una schietta risposta?
Caio, PINO

emax/massimo prati ha detto...

Fra le righe l'ho spiegato anche in questo articolo, Pino, ma se vuoi mi spiego meglio con un esempio semplicistico:

Metti che io sia un perito e tu un procuratore. Tu hai un caso di omicidio in mano ed hai diversi indizi che ti portano a sospettare del marito della vittima. Ma questi non bastano per ottenere una condanna, ed allora mi conferisci un incarico in cui mi chiedi di verificare se in un determinato oggetto vi sono le impronte del marito della vittima. Io cercherò di conseguenza di comparare le varie impronte, o mezze impronte, che troverò con quelle del marito. Poi scrivero la relazione finale e dirò che sull'oggetto ci sono le impronte del marito ed altre mezze che non sono riuscito ad identificare. Tu procuratore penserai a puntellare la tua ricostruzione ed userai per questo le conclusioni che ti agevolano (non approfondendo le mezze impronte che non ti servono). A questo punto si va a processo. La difesa chiederà al giudice di fare una perizia per verificare a chi le mezze impronte non riconosciute appartengano, ma tu, procuratore, ti opporrai in quanto non è l'unico indizio che porta alla colpevolezza dell'indagato ed in fondo la perizia già c'è e non è riuscita a stabilire di chi siano (ma tu a me perito non mi hai dato altre impronte da comparare, solo quelle del marito). Ed in quel momento si gioca la sorte dell'imputato. Il giudice accetta la perizia e forse si stabilirà una verità, sempre processuale essendo il caso indiziario, migliore, il giudice segue la procura e non l'accetta la nuova perizia e si stabilirà la verità voluta dalla procura.

Questo capita spesso ed è capitato a Perugia, dove in primo grado si è utilizzata la perizia già esistente ed in secondo se n'è chiesta una super-partes, ed anche con il Busco, pur se le conclusioni uscite sulla stampa non sono uscite proprio giuste.

Ed a mio parere è questo il motivo dei vari errori giudiziari: i Pm si fanno una loro idea dell'accaduto e la perseverano cercando prove che la confermino, ma in questi casi si parla di indizi non di prove, e di quanto vagliano tengono buono ciò che attiene alla loro ricostruzione non approfondendo il resto. I primi giudici seguono la procura e non è quindi pensabile avere verdetti diversi da una condanna a trenta o a ventiquattro anni.

Non penso quindi a una malafede dei Pm, ma ad un loro atteggiamento unilaterale che considera e verifica solo la posizione di chi sono convinti sia colpevole.

Ciao, Massimo

Anonimo ha detto...

Purtroppo per Busco oltre al danno anche la beffa. Poco fa in uno "speciale" del canale TG COM 24 è intervenuto al telefono l'Avv. Coppi (legale di Busco) che ha detto che non ci sarà alcun risarcimento poichè Busco non è mai stato in caecere ed il risarcimento è previsto solo in caso di ingiusta detenzione. Il Prof. Coppi ha sollevato un argomento degno di nota e cioè la disparità di mezzi economici tra le procure (che possono a spese dello stato chiedere costose perizie ecc) e gli indagati costretti a controbattere con indagini difensive a spese proprie (ricordiamoci che nei processi penali l'avvocato dell'imputato, sia che questi venga assolto o condannato, sarà pagato dal medesimo e se l'imputato poi venisse giudicato colpevole, sosterrebbe anche le spese di giudizio) creando una disparità tra indagati ricchi e indagati meno abbienti il cui diritto alla difesa appare dunque compromesso.

@Pino
In realtà Alberto Stasi fu assolto anche in primo grado, in attesa della risposta di Massimo esprimo la mia di opinione: a mio avviso hanno sbagliato alla grande in primo grado, la condanna deve essere al di la di ragionevoli dubbi e nei casi di Busco e Sollecito-Knox di dubbi ve ne erano di macroscopici, sono state vergognose le condanne, non certo le assoluzioni. E non è questione di negare giustizia alle vittime, non può essere questo un alibi che giustifica la condanna di innocenti, se non si riesce a condannare IL colpevole non si può creare UN colpevole solo per dare una pseudo-giustizia alle vittime. Ricordiamoci che il delitto perfetto non è mai quello dove non si individua l'assassino ma quello che si conclude con la condanna del colpevole sbagliato.

Stefano

PINO ha detto...

MASSIMO
sei stato chiaro, e non è che non lo avessi capito. Volevo solo che tu mi confermassi quanto supponevo.
Grazie e a rileggerci.
PINO

@Stefano,
nessuno vorrebbe mai, e tanto meno io, avere UN colpevole per dare giustizia a chi sia stato leso. Quello che pavento è, invece, che non si prenda l'abitudine a sperare negli, ormai numerosissimi appelli, per farla franca ed uscirsene dal rotto della cuffia.
Sai, succede anche questo.
PINO

Manlio Tummolo ha detto...

In un'indagine di tipo moderno, la parte spettante alla metodologia del'analisi scientifica è, a mio parere, determinante anche se per legge il giudice o la Corte giudicante potrebbero in linea di Diritto prescinderne, facendo tuttavia una figura di persona culturalmente arretrata. Tuttavia, la legge che regola le perizie risulta contraddittoria ove lascia alle parti il compito di compierla, mentre viceversa un metodo scientifico presuppone logicità ed imparzialità. Di qui non posso che ripetermi: in questo tipo di processi, dove ciò che è da analizzare sono elementi di natura scientifica, non è ammissibile logicamente che ogni parte nomini i propri periti e li paghi, ma semmai che venga costituita una commissione di ricerca, dove ciascuna parte nomini un perito di fiducia, senza pagarlo (l'elemento denaro inquina ovviamente l'imparzialità). Ciascun perito nominato cooperi con l'altro e determini una verità scientifica del fatto in osservazione, votando all'unanimità o a maggioranza. Se uno dei periti si contrappone, per ragioni scientifiche, al resto, lasci una propria relazione di "minoranza", da allegare alla documentazione. La Corte Giudicante poi, tra cui si spera vi sia almeno un conoscitore della materia in grado di capire la sostanza del problema e le divergenze, terrà in considerazione i documenti e le relazioni, quindi deciderà a ragion veduta. Ciò non annulla, naturalmente, le possibilità di errore, ma le riduce, e dà una certezza almeno relativa a quanto appare come risultato.
Nel caso Busco, si dava come morso qualcosa che sarebbe stato fatto, se tale, da chi aveva solo l'arcata dentale superiore, una sorta di vecchietto con dentiera a metà.
Il colpo di grazie, per il pubblico ministero, come a Perugia, è stata la caduta di stile nel dire che la nuova perizia era mal fatta, che i periti (nominati dai Giudici !!) erano incompetenti, il che è come dire ai giudici "Siete incompetenti anche voi, e non sapete scegliere i periti giusti". E' ovvio che il pubblico ministero sia stato smentito e bocciato, perché, anche se avesse avuto ipoteticamente ragione, avrebbe douto esigere sì la terza perizia, ma per ulteriore e definitiva certezza, non certo accusando la seconda squadra peritale di incompetenza.
Sono infine assai curioso di vedere cone andrà a Taranto dove, sul piano scientifico, non vi è alcun elemento da analizzare (a parte le discutibili telefonate), ma solo chiacchiere, calunnie, diffamazioni e sogni o allucinazioni da incubo.

anna ha detto...

personalmente ho sempre pensato che comunque l'assassino fosse di quello stabile o avesse libero accesso, una persona che tranquillamente poteva guardare e controllare edepistare

magica ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
Manlio Tummolo ha detto...

E' significativa, riguardo a certa faciloneria nelle indagini, sia pure limitata al solo aspett finanziario, la recente questione alla Corte dei Conti in merito al risarcimento dell'esosa spesa di 130.000 euro e più della Procura di Perugia in merito ad un cretinissimo filmato virtuale di come sarebbe avvenuto il delitto. Come si fa a spendere pubblico denaro per una "fiction", poi smentita dalle prove scientifiche, al solo scopo di mostrare come sarebbe avvenuto un delitto? Non bastano le parole ? Siccome le modalità potrebbero essere tante, quanti i possibili autori, ognuno può costruirsi il proprio castello immaginario e poi farselo pagare a pubbliche spese o a spese del perdente.
Che si cominci finalmente a far pagare magistrati irresponsabili e spreconi, è un primo pallido segno di quello che si dovrebbe fare per abusi giudiziariamente ancora più gravi (custodie cautelari ingiustificate, condanne in primo grado infondate, ecc.).

Manlio Tummolo ha detto...

Stamattina al GR 3 delle 8.45, si è sentita ripetuta la manfrina delle condanne nei nostri confronti della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, un organismo che si permette di giudicare gli altri, senza prima guardare se stesso e i proprio comportamenti, tutt'altro che lodevoli, spesso espressione di un'ipocrisia protestante rispetto alla più tradizionale (ma in certo modo più sincera, perché sa di esserlo e non se vergogna) ipocrisia cattolica. Tale Corte ci rimprovera per la "lunga durata" dei processi, come se questo fosse l'unico problema. Se i processi fossero lunghi, ma punendo il colpevole e salvando l'innocente, credo che la durata sarebbe quasi ininfluente. Ciò che, invece, nausea dei processi è che, spesso, le indagini sono mal fatte, condotte in modo unilaterale, fazioso ed acritico, pre-giudicanti in modo arbitrario, senza il minimo controllo delle informazioni, diffuse anteriormente al rinvìo a giudizio in modo da creare un'opinione pubblica altrettanto faziosa. Ebbene, tutto questo alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo pare non interessare: fare presto, ecco ciò che interessa. Sicché una condanna ingiusta è accettabile se si realizza in pochi giorni oppure ore d'udienza; se il processo, ancorché colpisca un innocente o gli sfugga il colpevole, si risolva in un mese.
Ma vediamo la Corte Europea: in apparenza essa funziona a menadito. E' concesso di rivolgersi ad essa, almeno come presentazione del ricorso senza alcun avvocato (salvo tuttavia poi non tener conto alcuno del ricorso stesso). Scrivono a casa nella tua lingua con molta cortesia (oh, che bello, oh che democratici, ecc.). Poi però alla fine, in fretta ovviamente, si riceve un comunicato pre-stampato ("democraticamente" uguale per tutti, cambiano solo gli estremi) dove si dice che il ricorso è "irricevibile" (ma, come, uno si chiede "irricevibile", se dicono di averlo ricevuto ? Misteri del linguaggio giuridico...) e che, nel caso denunciato, nessuno dei diritti previsti dalla Convenzione Europea è stato violato. No, la violazione di domicilio non è una violazione di diritti dell'uomo ? Che un bambino, negli anni '60 (non nel Medioevo o chissà quando...) sia stato rinchiuso con la madre in un Ospedale Psichiatrico con altri bambini e segnato per sempre da questa esperienza che doveva essere allucinante, abbandonato praticamente a se stesso adolescente dopo la riforma basaglia, ecc., non è una violazione di diritti previsti dalla Convenzione? Dunque "Medice, cura te ipsum" sarebbe da dire. Corte Europea, guarda in te stessa e nelle tue disfunzioni, ancorché mascherate da untuosa cortesia.

Anonimo ha detto...

Sono stata molto felice per questa assoluzione:fossi stata lì avrei applaudito anch'io!Sulla porta c'era una macchia ematica che non appartiene a Fusco: già soltanto questo bastava a scagionarlo!La nostra giustizia è davvero bizzarra:se sei colpevole tra riti abbreviati,sconti di pena e quant'altro in qualche modo riesci a cavartela con poco ma se sei innocente rischia di diventare un ginepraio inestricabile!!

Anonimo ha detto...

Ciao Massimo, sono di nuovo Bibi dalla Germania... e così il Busco sembra non sia stato... ma senti: non avevano pensato di comparare il sangue sulla maniglia della porta con quello del portiere Vanacore? Visto che si è suicidato qualcosa avrà pur fatto... oppure che sapeva... oppure "lo hanno" suicidato? Mi sono sempre detta che era chiaro che il DNA di Raniero era sul corpetto di Simonetta! Erano fidanzati!!!! L'avrà pur "toccata", no? Come si fa ad essere così burini e dire, alla prima sentenza: "Il DNA di Busco è stato ritrovato sul corpetto"!!! È talmente palese, non trovi? Tutto molto cupo: prima è colpevole e poi innocente... boh? Continua così con il tuo blog, sei fantastico! BB