martedì 24 marzo 2015

Sotto a chi tocca. Oggi in carcere ci sono Veronica, Sabrina, Massimo e tanti altri, ma se il sistema giustizia non cambia domani l'inferno potrebbe toccare anche a noi...


Il dottor Carlo Nordio, procuratore aggiunto di Venezia, durante la "stagione storica" che tutti conosciamo col nome "mani pulite" - usò lo strumento che ancora utilizzano tanti procuratori per intimorire gli indagati e ottenere confessioni: la custodia cautelare in carcere. Detto questo, però, tempo dopo fu lui uno dei magistrati che, nonostante la legge gli consenta l'uso di tale strumento di tortura, fece autocritica dicendo che non sempre quanto dallo Stato è considerato legittimo è anche necessario e opportuno. Onore a lui, anche per quanto ha dichiarato dopo la nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Non ha peli sulla lingua il dottor Norbio e non si è fatto scrupolo di dire che: "Il magistrato che manda in galera un indagato contro la legge non deve pagare, dev'essere buttato fuori dalla magistratura". Fatta questa premessa, parliamo di chi ha spedito in carcere persone che si proclamano innocenti nonostante gli indizi non siano sufficienti a suffragare un sequestro di stato.

Ne parliamo perché troppo spesso capita di trovare persone mandate in carcere da magistrati che sbandierano una ricostruzione ad hoc, ma poco credibile, basata su indizi e perizie che solo all'apparenza sembrano concordare. Massimo Bossetti, ad esempio, è in carcere esclusivamente per colpa di uno strano Dna che non solo non doveva trovarsi su un cadavere esposto alle intemperie nei tre mesi invernali, ma che contiene anche stranezze non propriamente spiegabili. Il resto, gli indizi a contorno che escono dalla procura e tanto vengono pubblicizzati ogni volta che la difesa cala una buona carta o ha un appuntamento con un giudice, sono fronzoli sistemati a modo e adattati in un secondo tempo. D'altronde, la nuova moda adottata da molte procure moderne consiste nell'arrestare il colpevole predestinato prima di svolgere indagini. Indagini che si portano avanti ad personam in un secondo tempo, quando è facile adattarle al predestinato di turno (ma anche a qualsiasi altra persona). E' indagando a posteriori che si può smazzare il mazzo e cambiare in corso d'opera le carte già sistemate sul tavolo.

Come si è fatto con Sabrina Misseri, arrestata perché coinvolta da suo padre in un delitto colposo avvenuto in garage mentre lui dormiva sulla sdraio in cucina. Questa ricostruzione "convincente" è stata avallata da un Gip e cristallizzata dai giudici in un incidente probatorio durato dieci ore. Peccato per la giustizia con la G maiuscola che tanti mesi dopo Sabrina Misseri sia stata rinviata a giudizio e processata per un assassinio avvenuto in cucina mentre il padre, che nella nuova ricostruzione non dormiva più sulla sdraio, si trovava in garage. Ma come? E la ricostruzione convincente avvallata da tanti giudici? Chissà che fine ha fatto. E non è l'unica anomalia, visto che per confermare la ricostruzione accusatoria si è usato il sogno che chi frequentava il fiorista conosceva da ottobre 2010. Sogno che è entrato in scena - e diventato irreale realtà - solo ad aprile 2011 quando Anna Pisanò - che girava per Avetrana col registratore fornitole dai carabinieri autorizzati dalla procura - decise finalmente di firmare un verbale con tanto di nome e cognome del sognatore. In poche parole, pare che le procure abbiano imparato bene quel gioco di prestigio in cui i fazzoletti colorati entrano nel cilindro per poi uscirne trasformati in mazzi di fiori.

L'ultima vittima di questa nuova procedura è senza dubbio Veronica Panarello, probabilmente arrestata e spedita in carcere perché convinti di ottenere una rapida confessione (così da chiudere in velocità un caso mediatico troppo invadente). Contro di lei non c'è un Dna degradato, ci sono una serie di filmati, alcuni degradati, che riportano orari sballati. Solo quelli, nulla di più. Eppure son bastati per convincere un procuratore a far arrestare la madre di Loris e a far scrivere ai giudici che si tratta di una assassina immonda, altamente pericolosa che potrebbe reiterare il reato, scappare dall'Italia o inquinare le indagini. Cappero che filmati esaustivi hanno in procura! Che abbiano filmato l'assassinio?

Ad Avetrana nei tre mesi successivi all'arresto di Sabrina Misseri si modificarono le testimonianze della prima ora. Testimonianze concordanti. Ad esempio, si spinse sulla coppia di fidanzati che videro Sarah per strada alle 14.30 - e cronologicamente questo era un orario molto compatibile con quello da subito fornito dalla famiglia Scazzi e dalla badante rumena che avevano parlato, e firmato a verbale, di un'uscita da casa a ridosso proprio delle 14.30 - affinché cambiassero l'ora dell'avvistamento. E lo stesso trattamento si riservò ad altri. Cosicché le indagini postume all'arresto di Sabrina Misseri riuscirono nel miracolo di limare quella mezzora che impediva la ricostruzione colpevolista. Tutti sappiamo che gli aggiustamenti ci furono, perché fu proprio un testimone a dichiarare in televisione che i nuovi orari li aveva ricostruiti assieme e grazie ai procuratori. E su questa affermazione è meglio stendere un velo pietoso.

A Santa Croce Camerina si sta cercando di fare la stessa cosa? Probabile, dato che un agente della municipale aveva da subito dichiarato di aver visto Veronica Pannarello e la sua auto passare a pochi metri dalla scuola sulle otto e trenta o poco più. La sua testimonianza era concordante al 100% con quanto dichiarato dalla stessa Panarello, ma già nella richiesta d'arresto i procuratori scrissero che al secondo e terzo interrogatorio la persona in questione aveva modificato la sua versione non mostrandosi più sicura come all'inizio. Però il motivo di quella insicurezza è facile da capire, dato che di certo chi l'ha interrogata le ha sbandierato in faccia una nuova verità fatta di telecamere e filmati che parevano smentirla. Ma, c'è da chiedersi, quei filmati saranno davvero sicuri o saranno sicuri come quel testimone che inizialmente alla procura di Palermo non volevano vedere neppure in fotografia e finì per essere utilizzato dalla procura di Caltanisetta? Quello che Ilda Bocassini e altri bollarono a bugiardo cronico e che invece, grazie anche al procuratore Petralia, che ora segue in prima persona il caso dell'omicidio di Loris Stival ma che al tempo lavorava a Caltanisetta, diventò la bocca della verità in grado di far condannare delle persone all'ergastolo (dopo 16 anni di carcere liberate con tante scuse nel 2011) e di depistare tutta l'indagine sulla strage di via D'Amelio? Il pentito non pentito ma pentito si chiama Vincenzo Scarantino (clicca qui per il riassunto della storia di Filippo Facci) e per tutti era un criminaletto da strapazzo a cui piaceva violentare commesse (e aveva una moglie e tre fidanzati trans) che poco ci azzeccava con la mafia. Per tutti... ma non per alcuni procuratori e per chi si occupava delle indagini (clicca qui per leggere uno stralcio del libro "gli ultimi giorni di Paolo Borsellino").

Procuratori, uno proprio Carmelo Petralia, che si avvalsero delle indagini di un pool di poliziotti che a causa del loro modo di indagare stanno subendo un processo che li vede accusati di aver costruito prove false (ancora il processo non è concluso, ma vedrete che saranno tutti assolti) e costretto il pentito non pentito (e i suoi amici) a fare dichiarazioni false. Fra questi, certamente lo ricorderete perché venticinque giorni prima della scomparsa di Yara Gambirasio divenne Questore di Bergamo e fu lui a seguire le indagini sulla scomparsa e sulla morte della ragazzina di Brembate Sopra, un giovane Vincenzo Ricciardi affiancato, al tempo, da un altrettanto giovane Mario Bo. Quest'ultimo, diventato poi dirigente della squadra mobile in quel di Gorizia, è finito a processo per "falso". Processo che in questi giorni è alle ultime battute (qui il link che parla dei fatti - qui la testimonianza di Bo nell'ultima udienza in cui dice di aver mentito per coprire un suo sottoposto) e che ha posto fine alla sua carriera. C'è da dire che anche la carriera di Vicenzo Ricciardi poteva interrompersi pochi mesi fa, quando fu indagato e rischiò di finire a processo (qui il link). Insomma, come la giri la giri siamo sempre alle solite. Sempre a chiederci a cosa e a chi dobbiamo credere. A chiederci se le indagini sono sempre genuine oppure...

Dobbiamo quindi credere ad occhi chiusi a un procuratore che fa di tutto per chiudere velocemente un "caso spinoso" (d'altronde lo ha fatto anche quando si è fidato del pool investigativo di La Barbera e delle parole estorte a Vincenzo Scarantino), o dobbiamo credere a una madre a cui hanno ucciso un figlio e che nonostante i mesi trascorsi in carcere continua a proclamarsi innocente? Veronica potrebbe essere colpevole? Se qualcuno porterà prove "genuine" tutti ci crederemo. Per il momento continuiamo a chiederci il motivo per cui sia in carcere. Esiste davvero un motivo... oppure è reclusa a causa di un sistema giustizia che si avvolge e si chiude in se stesso e invece di vagliare al meglio gli indizi, a favore e contro, si protegge isolando la difesa e adeguandosi alle conclusioni di chi ha indagato e della procura?

La domanda è logica, perché gli esempi che portano a questa conclusione sono tanti dato che in tanti casi i Gip e i giudici si sono appiattiti alle procure. Inseriamo la mano nel sacchetto degli errori giudiziari e prendiamone uno a caso. Parliamo del grossolano sbaglio di valutazione di uno stimato magistrato che tante importanti inchieste sta portando avanti negli ultimi anni. La dottoressa Assunta Cocomello che opera in stimate istituzioni romane. Fu lei nel 2011 a chiedere il rinvio a giudizio di Josè Alberto Cadena Ruiz per aver ucciso, nel dicembre 2008 - secondo la sua procura durante un rapporto sessuale estremo - Graciela Carbo Flores. Lo chiese nonostante José avesse un alibi. Mentre Graciela moriva lui era dall'altra parte di Roma, a trenta chilometri da lei, con tre amiche che inizialmente testimoniarono in suo favore. Poi due ebbero paura e si defilarono. Ne restò una che ribadì sempre la stessa storia...

Ma, ormai s'è capito, poco importano i testimoni che forniscono alibi quando una procura ha un disegno chiaro in mente (come dimostrano le condanne di tanti testimoni della difesa). Così la sua amica da testimone a favore diventò parte attiva del crimine e fu incriminata per favoreggiamento. José era già in carcere al momento della richiesta di rinvio a giudizio, nonostante la logica non volesse un'incriminazione perché la situazione che aveva generato la morte, il rapporto sessuale estremo ipotizzato dalla procura, non esisteva proprio. Infatti gli accertamenti provarono che Graciela non aveva avuto alcun rapporto sessuale prima di morire. E questa sicurezza toglieva valore alla ricostruzione della procura e avrebbe dovuto impedire un qualsiasi arresto. Così si cambiò leggermente il movente, e si insinuò che ci fossero screzi fra José e Graciela.

Ma Graciela aveva una malattia cronica che l'obbligava a recarsi spesso in ospedale, e in fondo non era difficile capire che la povera donna era morta di morte naturale a causa del complicarsi della malattia e che i leggeri segni sul collo erano riferibili al foulard che sempre indossava aderente (come testimoniato da quelli che la conoscevano). Infatti, "morte naturale" fu la diagnosi che si fece al ritrovamento del cadavere (constatata anche dalla Polizia Scientifica). Il problema nacque dopo, quando un perito incaricato dalla dottoressa, unico fra tanti, sbagliando clamorosamente scrisse che la donna era stata strangolata.

Vabbé, dirà il lettore, una svista del genere sarebbe stata semplice da smontare per la difesa. Quando uno sbaglio è clamoroso è facile da smentire. Per cui, se nonostante tutte le garanzie che esistono in Italia l'imputato non fu scarcerato, significa che in fondo in fondo qualcosa di criminale aveva fatto. Che la difesa non aveva nulla (che servisse a scagionarlo) da portare a discolpa ai giudici. Nessun magistrato metterebbe in carcere una persona incensurata senza averne motivo.

Ecco il ragionamento che fa la gente quando viene a sapere di un arresto. Il luogo comune vuole che chi finisce in carcere qualcosa abbia commesso di sicuro. E' un ragionamento che a priori non è sbagliato perché si fonda sul fatto che le indagini e gli accertamenti non sono in mano a una sola persona o una sola istituzione. Infatti, la giustizia pretende che a indagare siano le forze dell'ordine (polizia, carabinieri, guardia di finanza ecc...) che poi devono riferire a un procuratore  (quello di turno al momento del crimine) che ordina nuove indagini e si affida a suoi periti (anche esterni) e dopo aver trovato e vagliato prove o indizi ipotizza una ricostruzione del crimine e presenta una richiesta di arresto al Gip - che solo dopo aver a sua volta verificato la logicità del quadro accusatorio e delle prove portate dal procuratore decide se arrestare oppure no. Insomma, un indagato non va mai in carcere per colpa di un singolo. E se ad andare in carcere è un innocente, significa che c'è stato un concorso di colpa che ha coinvolto molte "persone perbene e stimate". Compreso quel giudice che alle persone stimate ha creduto a prescindere dalla logica che hanno usato nelle indagini e nelle ricostruzioni. Per questo sui media si può leggere, a fronte di un omicidio che non c'è stato, che una coppia di amanti diabolici è stata finalmente arrestata (link di conferma).

Per tornare al povero José Alberto, anche in quell'occasione il Gip si adeguò alle conclusioni colpevoliste della procura. E a lui si adeguarono i giudici del tribunale del riesame, cui il difensore portò tutto ciò che serviva per scarcerare il proprio assistito. Tribunale del riesame che invece di scarcerare José - perché come dicevano tanti periti non c'era alcun omicidio ma si trattava di una morte naturale - si complimentò per il lavoro certosino svolto sia dalla procura che dal Gip e decise che l'imputato era un essere immondo, un assassino altamente pericoloso che avrebbe potuto sia inquinare le prove, sia reiterare il reato, sia fuggire all'estero (qui il link in cui l'avvocato Giandomenico Caiazza racconta brevemente l'odissea di José Alberto). Solo nel 2013 - nel frattempo l'imputato aveva trascorso due anni e mezzo in carcere - un giudice si attivò per scarcerarlo in quanto, scrisse nelle motivazioni, "il fatto non sussiste dato che non ci fu alcun omicidio". E la Procura, che nel frattempo aveva cambiato i procuratori, neppure impugnò la sentenza tanto era pacifico e chiaro che José Alberto non fosse un assassino.

E tutto finì così, senza neppure le scuse di chi aveva imbastito un quadro accusatorio immaginario né quelle di chi quel quadro ridicolo lo aveva accettato chiudendo un innocente in cella per due anni e mezzo.

No problem José, chiedi (un rimborso milionario allo stato italiano) e ti sarà dato... tanto i sudditi del Bel Paese pagano volentieri per gli errori dei loro magistrati e dopo aver pagato continuano ad essere contenti e a sproloquiare contro chiunque venga arrestato e contro chiunque chieda siano rispettate le giuste regole. Lo fanno quando leggono i giornali, quando ascoltano gli opinionisti e gli pseudo criminologi televisivi lavorare pro' procura e di fronte a milioni di telespettatori accusare di omicidio, senza avere alcuna prova in mano, chi si dichiara innocente. In fondo José, il tuo è solo uno dei tanti errori giudiziari che capitano giornalmente in Italia a causa di "qualche persona stimabile". In fondo tu alla fin fine hai trovato un giudice capace e grazie a lui sei restato in carcere "solo" trenta mesi... tu dall'inferno ne sei fuori José, pensa a chi ci è appena entrato o a chi ci vive da anni e non sa se mai ne uscirà...

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10 commenti:

TommyS. ha detto...

Massimo

Condivido appieno il tuo sdegno.

Riallacciandomi sia a questo post sia a quello precedente voglio evidenziare questo articolo de La Stampa di oggi:

"Accusata di avere ucciso il figlioletto, 22 anni nel braccio della morte da innocente
La donna era stata condannata per avere fatto uccidere il bimbo di quattro anni da due sicari

Una donna dell’Arizona ha passato 22 anni nel braccio della morte condannata per aver fatto uccidere il figlioletto di quattro anni da due sicari. Ora queste terribili accuse contro di lei sono cadute, ponendo fine al suo incubo.

Nel dicembre del 1989, le autorità avevano accusato Debra Milke dell’omicidio del piccolo Christopher, che venne portato nel deserto vicino a Phoenix con la scusa di vedere Babbo Natale in un centro commerciale e poi fu ucciso con un colpo alla testa. A commissionare la morte del bimbo, a parere dell’accusa, era stata la madre che - fu spiegato - non voleva più tenerlo con lei ma allo stesso tempo non voleva che vivesse con il padre.

La donna ha sempre professato la sua innocenza, e nel 2013 la Corte d’Appello ha ribaltato la condanna di Milke, ordinando che il caso venisse riesaminato. Tale condanna era infatti basata su una confessione fatta al detective Armando Saldate, il quale si è scoperto successivamente alla sentenza che aveva mentito ai giudici in altri quattro processi sui quali aveva indagato. Da allora la donna è stata liberata su cauzione e oggi le è stato tolto anche il braccialetto elettronico alla caviglia, permettendole finalmente di tornare ad essere una persona libera a tutti gli effetti".


http://www.lastampa.it/2015/03/23/esteri/accusata-di-avere-ucciso-il-figlioletto-anni-nel-braccio-della-morte-da-innocente-12JPHqJ7mpSLGx1RQfQWyJ/pagina.html

PINO ha detto...

A tal proposito, mi viene in mente una storiella, vecchia, forse, di qualche secolo, ma sempre di attualità, nonostante il suo piccante umorismo, che il mio nonno materno mi raccontò tanti, tanti anni fa.
Re Ferdinando IV di Borbone, a causa delle molte lamentele popolari sul suo regime, riferitegli dai suoi "fedeli" ministri.
Incredulo, volle sincerarsi di persona sulla situazione, organizzando una sua visita ufficiale alle carceri napoletane, per ascoltare direttamente dai detenuti, i motivi che avevano condotto, ognuno di loro, in quel luogo di pena.
Conclusione: dopo aver incontrato tutti gli abitatori della prigione, ed aver preso atto del giuramento di tutti sulla loro innocenza, chiese che gli fosse riportato quell'unico detenuto che si era dichiarato colpevole e giustamente imprigionato.
Dopodichè, rivolto al direttore dell'istituto di pena ordinò perentoriamente che il soggetto reo confesso fosse messo in libertà: non poteva stare, dato le sue colpe, fra una popolazione di POVERI INNOCENTI!

La storiella si commenta da se.
Saluti, Pino

magica ha detto...

buongiorno pino .
allora desumi che la storiella racontata da tuo nonno sia .attuale anche ai nostri
giorni ? : chi si dichiara innocente e sta in prigione , alla fine è colpevole ?

Dudu' ha detto...

Ma no Magica!!! :-)

Togliendo dalla prigione l'uomo sincero tutti gli altri erano bugiardi.
Oppure togliendo l'unico colpevole,rimasero in carcere gli innocenti che si dichiaravano tali e Ferdinando non si pose la domanda se giusto o sbagliato ci rimanessero,semplicemente li mise tutti sullo stesso piano, con quel gesto li zittí e lui non aveva da porsi la mano sulla coscienza. Semplicemente non gliene fregava niente della giustizia,per lui erano colpevoli e così sentenzio' con un gesto laddove serviva un ragionamento. E se n'è lavo' le mani.Un becero furfante,con un Nick singolare per un Re,"Re Nasone".Grazie Pino,spolverare un po' di storia giova riconoscere certi stili contemporanei. I San Nicandro fanno ancora scuola purtroppo ahinoi ,vedasi articolo qui sopra.

Ma c'è sempre una domanda che mi pongo, e non so darmi ragione,o meglio lo so ma non lo accetto.
"Perché non vengono cacciati?"Complimenti Massimo,acuto sincero,leale con i tuoi principi che condivido. Dudù

andres ha detto...

Dudù, non vengono cacciati perchè di fatto sono una casta. Bravi, incompetenti, buoni o cattivi, si difendono, fanno quadrato. Secondo il vecchio principio di "cane non mangia cane".
Forse dovremmo essere noi cittadini a inondare di lettere
l'ANM e il CSM, chiedendo conto delle azioni di Procure incompetenti, frettolose, e a volte colluse, dato che li paghiamo noi e paghiamo noi anche le spese dei loro fallimenti. E pagheremo noi anche con la nuova legge, probabilmente, perchè i soldi dei risarcimenti li sborserà lo Stato, che a sua volta li chiederà al magistrato che ha sbagliato...sì...campa cavallo!

crisma ha detto...

Sono d'accordo con te andres.
Articolo impeccabile come sempre...ho un po' di senso di impotenza.

Kris

magica ha detto...

il guaio è che pensano d'essere nel giusto.
e si accaniscono . ma non perchè abbiano certezze inoppugnabili.
basta vedere con il caso sollecito . cosa succede .
anch'io avverto una impotenza . disarmante , l'avranno sempre vinta :anche dal fatto che hanno l'opinione pubblica dalla loro parte. che non si chiede o informa , niente da fare,



bisogna ssolutamente non cadere in fatti che ti rovinano la vita . ma purtroppo siamo tutti probabili prossime vittime.

ps, rispondo ad andres : inondare di lettere chi non lavora bene? saremmo a nostra volta nel mirino , fregati! e dovremo pagare di tasca propria . invece dall'altra parte lo stato . ciao!

andres ha detto...

No, Magica, intendevo inondare i loro organismi di rappresentanza e di riferimento.Comunque è vero, l'opinione pubblica è, per la gran parte, disinformata o, meglio, informata da Vespa, Sciarelli, d'Urso e compagnia di giro.
Quindi, c'è poco da fare. Speriamo solo in quella parte di magistrati che fanno bene il loro lavoro. E, per fortuna, ci sono.

Bruno ha detto...

Tornando alla questione della lettera dell'agente di commercio e della prostituta Lucy, entrambi sarà difficile che si facciano vivi, però, la difesa (la procura sarà difficile che lo faccia), potrebbe cercare di individuare i ragazzini con il motorino e quindi fare anche loro il test del dna. Cosa ne pensate?

andres ha detto...

Bruno, sotto l'articolo di Gilberto Migliorini "processo mediatico tra gioco e reallity" si sta parlando proprio di questo. C'è un commento di Cosetta Prati molto giusto secondo me.
Dato che questa testimonianza risale a tre anni fa, mi sembra un errore, da parte della procura, di non averne tenuto conto.