sabato 31 maggio 2014

I nuovi politici hanno toccato le corde della suggestione e incantato l'italiano - homunculus senza autonomia - che invece di preparare l'Arca canta vittoria

Di Gilberto Migliorini


Non bisogna far torto agli italiani. Si tratta dell’ottimismo della volontà. Il nuovo grande comunicatore ha davvero saputo interpretare i gusti della gens italica, un popolo che si è sempre lasciato incantare da chi tocca le corde della suggestione e sa interpretare le debolezze e le vacuità del paese riempiendone l’inconsistenza culturale con stereotipi e attivismi velleitari, ma pur sempre orientando l’azione di governo a precisi referenti del potere economico. Dopo il secondo conflitto mondiale, con le sofferenze e le distruzioni che questo ha comportato, per un po’ è sembrato che il popolo italiano stesse apprendendo la lezione e volesse porsi in modo più razionale e consapevole di fronte alle illusioni della politica e alle sue menzogne, in un processo di emancipazione lento e laborioso. Dopo un periodo di boom economico in Italia è riemerso lo spettro che ha accompagnato il paese fin dalla sua unificazione, quello di un popolo ignave e inconsapevole, capace di ripetere a comando e di piegarsi all’arroganza del potere senza troppi patemi d’animo. 

La cultura non ha mai attecchito e anche quando il benessere ha riguardato strati più ampi della popolazione, nel secondo dopoguerra, l’italiano medio ha sempre interpretato le nuove opportunità nei suoi aspetti consumistici affidandosi, nelle scelte personali, a tutti quei persuasori occulti (la chiesa, il partito, la televisione) che lo sottraevano dall’impegno di pensare e delegavano ad altri perfino la responsabilità delle scelte in campo morale. Il carattere peculiare dell’italiano medio si è esplicitato in un consumismo senza remore dove perfino la cultura era semplicemente qualcosa da acquistare al mercato rionale, un valore che non aveva niente del processo educativo e della formazione interiore (quella che i tedeschi chiamano bildung). La distruzione della scuola pubblica e la proletarizzazione dei suoi attori aveva proprio lo scopo di mantenere le nuove generazioni in uno stato di inconsapevole apatia e di assuefare i cittadini alle formule ideologiche (non importa se di destra o di sinistra). Attraverso stereotipi e formattazioni mentali si è predisposto un ambiente sociale idoneo al più becero conformismo e alle risposte stereotipate, sotto forma di sistemi mentali e modi di pensare ripetitivi e standardizzati. 

Il risultato è stato un cittadino sempre più in sintonia con i programmi spazzatura della televisione e in grado di riprodurre le risposte appropriate agli slogan della partitocrazia e agli ideologismi acritici variamente implementati sotto forma di valori appiccicati e di sillogismi pseudo-argomentativi. La costante distruzione della cultura (intesa nel significato più ampio e non ridotta al dominio della tecnica) si è riverberata in tutti gli ambiti compreso quello economico, dove per economia si intende non il PIL, ma la ricchezza reale delle persone intesa soprattutto come benessere collettivo (star bene, vivere bene in un ambiente sano) dal quale come epifenomeno dipende poi l’economia monetaria e lo stato complessivo del prodotto interno lordo di una nazione. Il rovesciamento di tale assunto è stato realizzato in forza di una sostanziale miopia di quelli che vengono chiamati economisti liberisti, quelli per intenderci che stanno riducendo sul lastrico il Paese. La politica dell’attuale governo è nell’ottica di quell’affarismo e di quella svendita della cosa pubblica che come corollario ha proprio il rovesciamento della logica economica: non si parte cioè da una intenzione di innalzare il livello del benessere sociale attraverso una cura attenta alla difesa dell’ambiente, all’istruzione pubblica, alla legislazione e alla burocrazia rendendole sempre più al servizio del cittadino e innalzando il benessere fisico e mentale dell’utente.  

E per inciso bisogna stare attenti a far degli esempi perché praticamente non c’è gruppo sociale e professionale che non goda di privilegi atti a tirare acqua al mulino del proprio orticello ma compromettendo e vanificando inesorabilmente i vantaggi della collettività. 

La logica è sempre quella di dar lavoro a qualcuno per alzare il PIL e conseguentemente innalzare gli introiti fiscali (salvo evasione), indipendentemente da una vera utilità e da un reale benessere sociale. Si crea una burocrazia e un sistema di relazioni con l’unico scopo di creare ricchezza virtuale (non reale) e far alzare il PIL. In questa logica c’è tutto l’attuale sistema che sta portando il paese al collasso. La mera creazione di attività lavorative svincolandole alla logica del benessere reale e del vantaggio collettivo (e direi del buon senso) comporta un progressivo impoverimento di quell’economia che dovrebbe creare beni realmente fruibili e dare allo sviluppo una connotazione realmente positiva, in grado di promuove la crescita della felicità personale e generale. La proliferazione dei servizi diviene invece ipertrofica rispetto a quell’economia reale fatta di beni concreti che danno veramente benessere fisico e psichico agli individui: beni materiali e spirituali, ambiente e cultura (quella cultura che in tutte le sue forme crea libertà e consapevolezza). 

Il sistema elefantiaco dei servizi e dei servizi dei servizi è un sistema votato al collasso nella misura in cui non risponde più alla logica del benessere collettivo, dell’utilità sostanziale (non formale), ma solo alla logica del PIL, di una ricchezza virtuale, cioè inesistente (vedi il signorinaggio), cioè il progressivo depauperamento dell’ambiente e delle relazioni interpersonali e l’indifferenza al soddisfacimento dei bisogni degli individui. Se questo vale un po’ per tutti paesi industriali avanzati, vale soprattutto per l’Italia che in forza di corruzione e collusione ha potenziato proprio quelle politiche affaristiche che stanno distruggendo il tessuto sociale. Come sempre di fronte al potere politico l’italiano ha vissuto di espedienti, un vivere alla giornata che ha sempre prefigurato il futuro come una replica del presente, spaventandosi di fronte a qualsiasi prospettiva che potesse stravolgere il quotidiano tran tran, preoccupandosi del proprio orticello e di non aggravare ulteriormente le sue condizioni di vita. Il passaggio dalla realtà contadina a quella industriale, e poi a quella postindustriale, ha mantenuto tutte quelle strutture mentali basate su una religiosità fatta di abitudini e precetti mai messi al vaglio di una coscienza consapevole e modellati su una controriforma dove le pratiche di culto assumevano la cadenza dei cicli naturali, sottraendo i fedeli dall’onere del dubbio e dal pericolo dei supplizi infernali. 

Il passaggio al consumismo e alla società massmediatica - nella transizione del fascismo - ha mantenuto lo schema di comportamenti basati sulle pratiche conformi, sui modelli iterativi e sugli slogan ripetuti alla nausea. La devozione (a idee e credi preconfezionati) e i valori accettati in modo acritico e appiccicati su un retroterra culturale inesistente, ha traslitterato la fede religiosa nel culto materialistico del consumismo, senza alcun riferimento al benessere individuale, implementando idee e valori attraverso un percorso scolastico e massmediatico diseducativo e autoreferenziale. La politica è andata via via trasformando l’attore sociale in una astrazione elettorale, in quell’homunculus senza quella dignità e quell’autonomia espresse da una cultura libera e creativa. Tanto cinema nostrano con interpretazioni magistrali si è fatto carico di mostrarci dell’italiota i caratteri di drammatica comicità, la pochezza e l’opportunismo di chi da sempre è abituato a sopravvivere e a sbarcare il lunario con l’arte di arrangiarsi.

Il salto di qualità è avvenuto, poi, quando i media (soprattutto la televisione) hanno trasformato l’homunculus - con tutte le sue idiosincrasie non prive di un fascino spontaneo e casereccio - in un figurante negli spettacoli televisivi, un profilo socio-psico-caratteriale sempre più artificiale e eterodiretto. Gli italiani pian piano sono diventati come ombre nell’Ade, spettatori di quella spelonca platonica che sempre più assumeva le sembianze di un cinema ipogeo. L’italiano è diventato non solo uno spettatore fuori campo, una voice over remota e pure metaforicamente incombente, rappresentato da spettatori off screen che talvolta vengono inquadrati negli studi televisivi come presenze attente, silenziosamente omissive. Se lo fanno parlare, incidentalmente, l’italiota sfodera tutti quei luoghi comuni che sono stati accortamente implementati nel suo cervello formattato per saper rispondere a comando e con le idee opportune (talvolta perfino abbastanza complesse da riuscire a simulare una vera argomentazione). L’italiano è diventato l’attore invisibile sulla scena, un protagonista fantasmatico, evocato con dei format in chiave sociologica, chiamato spesso al voto per ribadire concetti e idee che gli sono stati inculcati (implementati) nelle retoriche del consenso e nelle ideologie senza se e senza ma.

L’ultimo protagonista del balletto politico sembra rappresentare agli occhi degli elettori del Bel Paese l’uomo della provvidenza, con una percentuale di voti adeguata agli ottanta denari. L’uomo nuovo appare all’italiano medio come quello che potrà riportare il paese in assetto (variabile). La logica che sovraintende al nuovo corso appare invece proprio quella, perfino più esasperata, che ha portato il paese, come la nave dell’Isola del Giglio, tra gli scogli. Tre mesi son pochi per accorgersi che poi sarà il diluvio. Il paese ha ormai consumato quasi tutti gli zecchini (i suoi talenti) e la buona fatina (quella per intenderci che ha logorato l’Italia negli ultimi vent’anni) sta uscendo di scena come un attore sul viale del tramonto (un po’ vecchia gloria e un po’ pugile suonato) che dà sfoggio di una recitazione (sopra le righe) che ancora riesce a entusiasmare i nostalgici di lustrini e paillettes. Il suo clone appare come fulgida espressione di continuità e di trasformismo (quell’eterno e inossidabile leitmotiv che da Giovanni Giolitti in avanti è il paradigma emblematico della politica italiana). 

Non saranno certo ottanta denari (virtuali) a ricreare il tessuto lacerato del paese. I nodi verranno al pettine inesorabilmente. Chi oggi canta vittoria si troverà presto a intonare un’altra canzone…

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3 commenti:

Anonimo ha detto...

Bisogna sentirsi soli ad essere l'unico italiano laureato e consapevole in una massa di pecore. Di gente che ha la bacchetta magica per tutto e che nella vita non si prende la responsabilità di gestire nemmeno un condominio, siamo al tutto esaurito. Prenda il numerino e si metta in coda.

emax/massimo prati ha detto...

Gilberto Migliorini non è solo. Siamo in tanti a sentirci soli fra pecore belanti di gioia che, mentre si fanno tosare per bene, ascoltano professorini che con quattro paroline le istruiscono su dove conviene fare la croce. D'altronde per votare basta saper fare le righine, quelle che insegnano all'asilo.

Inoltre, noi al suo confronto non stiamo in fila col numerino. Noi non facciamo coda perché parliamo e critichiamo pubblicamente. Perché parliamo chiaro e proponiamo: non è una bacchetta magica che serve, è un italiano capace di non metabolizzare gli input lanciati dai soliti noti e da quei politici che promettono da decenni (tutti) le stesse cose (e nonostante aumentino continuamente tasse e spese fisse sono ancora creduti).

Lei invece ci legge e in anonimato (in anonimato?) ci dice di fare la fila, forse perché è uno dei 40 rimasto abbagliato dal sacro fuoco dei boy scout.

Sono contento per lei, continui ad avere fiducia e ad andare all'arci-chiesa (tutte le ex case del popolo furono rubate "legalmente" ai comunisti di un tempo da chi comunista non è mai stato) per adorare il dio degli scout (se non c'è lo cerchi ad "Amici" o dall'Annunziata, da Fabio Fazio (che ogni anno, come altri bravi conduttori che si dicono di sinistra, incassa milioni di euro alla faccia dell'austerity e dei disoccupati che li ascoltano) o in qualche altra trasmissione, anche Mediaset)...

Solo un consiglio piccolo piccolo: quest'inverno metta un salvagente nel baule dell'auto. Quando l'acqua si alza...

Gilberto Migliorini ha detto...

All'anonimo delle 20:52

Un articolo, credo, deve avere due funzioni. Una di analisi di un argomento, e non è detto che essa sia corretta. Potrebbe è vero risultare velleitaria o non adeguata perché chi scrive non conosce il problema o comunque non è all’altezza per argomentare (e in questo il lettore è libero interprete). Ma in questo caso occorre produrre una controargomentazione (sic et non) nella quale spiegare perché e in base a cosa non ci si trova d’accordo e quali punti sono discutibili e suscettibili di correzione. L’altra funzione di un articolo è quella di provocare una reazione nell’interlocutore ponendolo di fronte a un discorso che lo costringa a riflettere. La sua reazione un po’ risentita mi sembra che almeno riguardo al secondo punto abbia colto nel segno. Il mio articolo ha prodotto irritazione e non indifferenza e questo significa che l’ha costretta a pensare sia pure in contrasto alla mia argomentazione. Dunque non si è trattato (almeno nel suo caso) di un discorso vano.