giovedì 29 maggio 2014

Federico Focherini, il body builder professionista accusato di aver causato la morte di Claudia Bianchi, dopo l'assoluzione si ribella e con "La Legge del Disprezzo" denuncia chi gli ha rovinato la vita indagando a 180° (alcuni estratti dal libro)

Copertina de " La Legge del disprezzo "
La Legge del Disprezzo è un libro verità che entra a gamba tesa nel sistema giustizia e senza scrupoli mette alla berlina, con nome e cognome, chi usa il potere in modo sbagliato. Chi segue solo il proprio credo e accantona le prove che discolpano l'indagato pur di ottenere una condanna e non fare la figura dell'incapace. La Legge del Disprezzo tratta un brutto fatto di malagiustizia italica che ha stravolto la vita di tante persone (non quelle degli intoccabili carabinieri, magistrati e giudici). Solo la “Legge del disprezzo può condannare chi usa la scure del potere per distruggere la vita altrui senza motivo. Solo questo libro può far capire che fra un culturista e un carabiniere (che opera per come vuole il suo magistrato), non sempre il più onesto è il carabiniere... e neppure il magistrato, visto che dopo aver rinunciato alla prescrizione, Federico Focherini è stato assolto dalle accuse, che l'hanno perseguitato per nove anni, perché il fatto non sussiste (prefazione di Walter Siti - premio Strega 2013).

Trama: La storia d'amore fra due big del bodybuilder mondiale, Claudia Bianchi (Miss Universo) e Federico Focherini (Mr. Universo), si trasforma in un inferno quando lei muore nel sonno e lui viene accusato di essere uno spacciatore e di aver consegnato alla fidanzata la sostanza proibita che l'ha condotta alla morte. Non ci sono né prove né indizi: anzi, ci sono telefonate mail e lettere che lo scagionano completamente e senza alcuna incertezza puntano il dito su altri. Ma i carabinieri, i procuratori e i giudici di Roma, hanno sete di nuova notorietà e nel 2004, anno della morte di Marco Pantani, il doping ha una buona resa mediatica. Per cui puntano le loro putride armi contro l'unica star dell'indagine, il culturista di certo dopato, il personaggio conosciuto a livello mondiale che si trova spesso e volentieri sulle copertine dei mensili patinati, l'unico che può portare i media ad alzare i toni e a parlare dell'evento e delle indagini in maniera colpevolista. Così si accaniscono sul loro colpevole preferito inventando prove e portandolo in caserme dove l'immagine del Presidente della Repubblica è sostituita dai poster giganteschi dei calciatori "Barbas, Pasculli e Maradona" per perquisirlo "a fondo" e smontargli l'auto. Poi, sempre trascurando le intercettazioni, si inventano "l'operazione Asgard" e nel cuore della notte inviano 70 agenti che si infilano in 17 case di sportivi amatoriali... e di vecchietti che vengono pure portati in caserma per accertamenti, per sequestrare solo 200 euro di medicine proibite o senza ricetta medica (a casa di Federico e nella sua palestra non c'erano farmaci proibiti). Naturalmente sotto la supervisione dei media che inventando cifre più alte nascosero la verità. Alla fine, dopo aver esumato il corpo della ragazza e fatto un'autopsia che non trova nulla di rilevante e va in favore di Federico, a ben 19 mesi dalla morte di Claudia, quando lui torna dall'America per andare al consolato a ritirare le carte che gli avrebbero permesso di rifarsi una vita in Arizona, lo arrestano e per intimidirlo lo lasciano giorni e giorni in galera impedendogli di incontrare l'avvocato e umiliandolo quando, dopo un interminabile viaggio su un cellulare della penitenziaria che da Modena lo porta in piazzale Clodio a Roma (pieno di giornalisti), lo trattano come una pezza da piedi (al ritorno sarà addirittura costretto a urinarsi nelle mutande). 

Ma non basta, perché una volta liberato dal giudice del riesame che nell'Atto scrive: «Considerato che già nel corpo dell’ordinanza cautelare si dava atto della circostanza che le esigenze cautelari non fossero tanto incisive da imporre la custodia in carcere...» (significa che per la legge non doveva essere arrestato e andare in carcere. Significa che in galera ci fu mandato da un magistrato che forzò la mano per intimidirlo), la procura di Roma "dimentica" di segnalare all'interpool che Federico Focherini è un uomo libero. Così, come torna sul suolo americano viene fermato (perché dovrebbe essere in carcere in Italia e non negli Stati Uniti), messo in cella e rispedito in Europa col primo volo per Londra. 

Il libro racconta, prove e intercettazioni alla mano, le scandalose indagini e quanto di sporco hanno fatto sia i carabinieri che i procuratori romani. Fra questi ultimi i volti noti di Giovanni Arcangioli (ora decaduto a causa dell'agenda rossa di Borsellino) e di Italo Ormanni (fortunatamente ora in pensione) che nella sua lunga carriera ha mandato in carcere altri innocenti. L'ex giudice di Forum, sceneggiatore di fiction per la tivù di Stato che scriveva facendo i salti mortali mentre era impegnato in indagini di rilievo (clicca qui), iniziò a sbagliare negli anni ‘70 quando mandò in carcere Domenico Zarrelli - strage di via Caravaggio (clicca qui), e dopo alti e bassi si fece ricordare perché intimidì la testimone che non lo agevolava nelle indagini sull'omicidio di Marta Russo (clicca qui) – nonostante le richieste, anche di parlamentari, non fu condannato perché: "agi per fini di giustizia" (questa fu la sua linea difensiva) e nemmeno punito dal CSM perché gli atti arrivarono fuori tempo massimo. Cercò anche di spedire in galera Raniero Busco (clicca qui) - ex fidanzato Simonetta Cesaroni. Nel 2012 venne denunciato dal marito di Alberica Filo Della Torre (clicca qui) perché oltre alle indagini costose e inutili per due volte chiese l'archiviazione ritenendo che non ci fossero prove e che i suoi periti avessero analizzato in maniera seria. Nessuno si stupì se quando gli tolsero l'ufficio alla procura di Roma i suoi colleghi, dopo essersi rivolti al RIS, in un amen arrestarono il filippino Winston che confessò di aver ucciso Alberica. Assieme a loro era Diana De Martino, specializzata in organizzazioni criminali e certa che Federico fosse parte importante di una organizzazione camorristica internazionale. 

Tutti furono concordi nello sventolare falsamente la bandiera colpevolista, nonostante la acclarata innocenza (la parte finale del libro è dell'avvocato penalista Alessandro Sivelli che garantisce la verità dello scritto), e capaci di forzare la mano al giudice Elena Natoli (che in un processo farsa condannò Federico a 6 anni di carcere). Finita questa fase il libro tocca la sfera psichica di Federico, che dopo aver venduto ogni cosa a causa delle spese sostenute e da sostenere, dopo essere stato abbandonato da tutti grazie ai media televisivi e agli articoli di giornale che lo dipingevano come un essere viscido, si allontana dall'Italia e finisce in Sudafrica, a Pretoria, dove fra mille peripezie e mille acrobazie, a causa della mancanza di soldi si ritroverà in un incrocio a fare volantinaggio, riuscirà a ricomporre, fra alti e bassi psicologici che lo perseguitano ancora oggi, una sorta di ciò che si può chiamare vita. Le ultime pagine sono dedicate alle sue sensazioni, alle sensazioni di una persona che non vuole la carità dello Stato, la prescrizione lo potrebbe salvare da ogni accusa ma lui la rifiuta perché vuole girare a testa alta e vuole che siano i magistrati e i carabinieri che l'hanno perseguitato ad abbassare lo sguardo, e dopo essere stata ritenuta colpevole da un giudice romano parziale, si rivolge a un altro giudice, non romano, che dopo aver costatato i fatti lo giudica innocente perché il fatto non sussiste.

Dopo aver spiegato la trama e cosa si propone il libro, inserisco una piccola parte del III° e del V° capitolo. Federico varca la soglia del carcere di Modena e si trova perso e spaesato, con la voglia di capire i motivi dell'arresto e la voglia di morire. Poi i giorni passano, esce dalla cella d'isolamento, si integra con gli altri detenuti e nonostante il parere negativo del suo avvocato, non vede l'ora di essere interrogato dai procuratori romani che però non vanno al carcere, come dovrebbe essere, e vogliono che sia lui a essere trasportato, con un cellulare della Polizia Penitenziaria, alla procura di Roma, in piazzale Clodio. Ma al Fochero non importano i disagi che dovrà sopportare, vede quel viaggio come una scampagnata perché è certo di riuscire a dimostrare la sua completa innocenza. Povero illuso!

Capitolo III - L'arresto e il carcere
Alle 18.20 precise, ammanettato e accompagnato da quattro appuntati, varcai da prigioniero la soglia del carcere Sant’Anna di Modena. La mia mente andò in tilt. Tutto mi colse alla sprovvista: non ero in grado né di connettere e capire, né di difendermi in alcun modo. In balia di un’ordinanza emessa per motivi che non conoscevo, dopo aver sbrigato le formalità di rito, fui sistemato in una piccola cella fredda, buia, con le pareti ricoperte di ritagli di giornale e immagini pornografiche che si alternavano a icone religiose. In un qualsiasi altro luogo gli stridenti accostamenti avrebbero suscitato una mia reazione forte e indignata, ma ero in carcere e l'indignazione l’avevo lasciata all’ingresso, dove, con le manette ai polsi e due guardie ai lati che mi bloccavano le braccia, sentii il sangue svanirmi dal cuore, quando l’enorme portone cigolante, sbattendo, si chiuse alle mie spalle. Quando in uno sgabuzzino fui costretto a spogliarmi e a farmi toccare in ogni dove. Non sapevo cosa fare. Ero un essere inerme rimasto senza voce, un essere che nessuno voleva ascoltare. Ero un innocente che piangeva, si disperava e non aveva reazioni. Mi sentivo morire dentro e stavo perdendo la voglia di lottare. Avrei voluto parlare subito al procuratore e al giudice che aveva firmato e avallato la richiesta di arresto; poco ci voleva per far capir loro che sbagliavano, che non meritavo di stare in carcere. Ma intorno a me regnava il silenzio assoluto. Mi sentivo instabile. Tutto era inquietante e il tempo passava lentamente, troppo lentamente, immergendomi in un’allucinazione da cui credevo di non riemergere più. A minuti fissi due occhi mi osservavano. Capii che quanto stava accadendo mi avrebbe potuto portare al suicidio. Ma non avevo il tempo per elaborarlo, né modo di fare gesti insensati, perché la mente mi obbligava a lottare col solo pensiero fissatosi a cemento. Mi chiedevo di continuo per quale assurdo motivo mi avessero rinchiuso. No, mi ucciderò domani, pensai, quando avrò metabolizzato e capito il perché dell’infame accusa di omicidio. Omicidio significa assassinio. Quindi, qualcuno credeva che io fossi un assassino. E non un assassino qualunque, addirittura chi aveva tolto la vita alla donna che amava! La donna che sentivo di avere accanto anche quando non era con me, che stuzzicava i miei pensieri, che mi ingelosiva, che mi mancava perché abitava lontano, che andavo a trovare per farci l’amore. 

Non avevo tempo di pensare ad altro, perché altro da pensare non c’era. Gli spiriti che gironzolano nell’aria fredda della cella mi pugnalavano con le loro urla inquietanti, mi rimandavano le immagini del funerale di Claudia e approfittavano del mio pianto continuo per infierire. Gli occhi di una guardia entrarono di nuovo in quella che era ormai la mia gabbia. Forse a lei sembravo solo, ma in realtà in quei quattro metri quadrati eravamo in tanti. C’erano i fantasmi delle mie paure e del mio orgoglio che mi circondavano, che mi ferivano al pensiero di essere additato come un assassino. Quando quegli occhi tornarono per l’ennesima volta, cercai di dire qualcosa. Volevo parlare a qualcuno, fosse anche una guardia carceraria che nulla poteva fare per aiutarmi. Ma in quella cella maledetta la voce cadeva nel vuoto e si rompeva, come il mio corpo che si rifiutava di reagire, come il mio stomaco che aveva deciso di bruciare, come la mia vescica che sentivo scoppiare e come la mia mente che non trovava risposte. In quella cella maledetta mi sentivo inerme e privo della forza necessaria a creare una briciola di speranza. Stavo davvero molto male e andavo continuamente in bagno, sebbene non avessi con me neppure una bottiglietta d’acqua e non potessi bere; mi guardavo attorno spaesato come se mi trovassi all’estero, in una grande piazza fra migliaia di persone sconosciute. Ma non c’era nulla attorno a me, solo muri umidi e scaffali costruiti con pacchetti di sigarette incollati tra loro. Mi resi conto che da quando ero entrato, non avevo neppure fatto un passo e che fra le mani tenevo ancora quanto consegnatomi all’ingresso dalle guardie: una coperta ruvida, un pacco marrone con un lenzuolo di carta velina piegato all’interno, due gavette per il cibo, un sapone inodore e un rotolo di carta igienica. Nient’altro, giacché le mie cose erano finite in una scatola e non mi avevano concesso di tenere nulla, neppure la custodia degli occhiali e i lacci delle scarpe. 

Ho sempre odiato camminare senza lacci, però camminai e appoggiai il tutto sulla brandina. Gli occhi che mi fissavano scomparvero e mi venne voglia di sbattere la testa contro il muro. Riuscii a trattenermi e sulla parete sbattei solo i pugni. Gli occhi tornarono. Mi girai e appoggiai le spalle al muro. Poi mi voltai, sperando di trovare, assieme agli occhi, anche due orecchie cui ribadire la mia innocenza. Fu in quel preciso istante che vidi uno strano oggetto appoggiato su una mensola. Lo presi in mano e capii che era un piccolo crocefisso ortodosso di plastica bianca… era sporco, molto sporco. Decisi di lavarlo e tenerlo con me: forse mi avrebbe aiutato a capire l’animo di chi mi aveva sbattuto in carcere, quali pensieri e sicurezze l’avessero convinto di avere a che fare con un assassino. Ma via, com’era possibile credere che fossi un assassino? Che diavolo c’entravo con la morte di Claudia? Chi erano gli incapaci che mi accusavano?

I primi giorni di carcere tolsero la luce ai miei occhi e la vita al mio corpo. Mi sentivo uno straccio e non vedevo futuro. L’unico sollievo era Alba, la mia amica avvocato, che non mi fece mai mancare la sua presenza e addolciva la mia rabbia con un cioccolatino. Aspettavo con ansia che mi chiamassero in procura per interrogarmi, ma i giorni passavano e nulla accadeva. (...)

Capitolo V - La gabbia -
Dopo giorni di attese infinite, arrivò ciò che bramavo più di ogni altra cosa: l’interrogatorio. Finalmente potevo spiegare le mie ragioni a chi mi aveva voluto in carcere: il sostituto procuratore Diana De Martino, della Direzione Distrettuale Antimafia, e il procuratore aggiunto di Roma, Italo Ormanni. Le loro indagini, coordinate anche dal tenente colonnello Giovanni Arcangioli (ora in rovina, a causa di una borsa da cui sparì un’agenda, ma al tempo uno dei più importanti detective dell’antimafia), si erano indirizzate su di me e non sapevo il motivo per cui mi avevano ingabbiato. Sapevo solo che sul mio conto si stavano sbagliando. Perciò quel martedì 11 ottobre 2005 si prospettava come un giorno importantissimo. Avrei visto in faccia chi mi stava disintegrando l’esistenza e chiarito in maniera corretta tutta la serie di malintesi che i due procuratori non avevano compreso. Inoltre, se il problema erano le venti lettere trovate a casa di Claudia, mi sarebbe stato facile confutarne diciannove, visto che non le avevo scritte io. Ero certo che con poche parole li avrei convinti della mia innocenza. In fondo non serviva una cultura superiore per capirlo, e nella mia mente quel viaggio si presentava come una sorta di scampagnata liberatoria. Che ingenua persona ero! Quella notte mi chiamarono e mi fecero uscire dalla cella. Una guardia mi disse di aspettare in piedi fra gli sbarramenti, uno davanti e uno dietro, formati da linee colorate sul pavimento; linee che non avrei dovuto oltrepassare senza un suo ordine. Dovetti aspettare in quel metro quadrato per oltre due ore. Il furgone della Polizia Penitenziaria, che aveva il compito di tradurmi dal carcere di Modena alla Procura di Roma di Piazzale Clodio, era in ritardo. Quando arrivò cercai fra i volti una guardia amica, si fa per dire, che, mi aveva detto, sarebbe stata fra gli agenti di scorta. Invece si presentarono in quattro, due dei quali vecchi clienti della mia, purtroppo, ex palestra, a cui avevo pure scontato l’abbonamento al momento dell’iscrizione, che subito mi condussero a braccetto su un “furgone di ultima generazione” (ma solo per chi lo guidava, non per i detenuti). Per farla breve, mi sarei dovuto sedere in una bara di lamiera fra due pareti chiuse, di cui una sola forata per permettere all’aria di arrivare al mio naso, in cui a fatica passavano le spalle. In quel loculo di ferro sarei dovuto restare per almeno dodici interminabili ore, il tempo occorrente per raggiungere Roma e tornare a Modena. Anche se non proprio convinto, mi infilai a forza in quella colombaia, intenzionato a resistere pur di andare dai due procuratori a spiegare la verità. Ma le ginocchia toccavano la parete di fronte e mi accorsi di essere come quei “morti apparenti” tumulati vivi. Mi era impossibile resistere dodici ore in quella posizione obbligata, per cui alzai la voce per chiedere di cambiare veicolo. Gli agenti, fra cenni d’intesa che subito non capii, acconsentirono al cambio del furgone e mi fecero salire su un cellulare che non aveva bare di lamiera ma gabbie per uccelli adatte a uno o due pappagallini, non a un essere umano. Quando mi spinsero in una di queste e vidi a terra diversi mozziconi di sigarette, una lattina di birra schiacciata e uno sputo oramai secco, mi tornarono alla mente i cenni d’intesa visti poco prima. Col mio mal di schiena cronico, dovuto a tre ernie discali operate a livello lombo sacrale, in quella specie di veicolo dal tettuccio basso riuscivo a stare solo accucciato o in piedi con il capo chino. Quindi il viaggio, sempre sorvegliato attentamente da due agenti, lo feci per intero accovacciato a terra, nella gabbietta, fra i due seggiolini e la sporcizia. In quelle ore mi fu tolta ogni dignità e ogni onore di uomo. Mi sentivo una bestia rara costretta a vivere fra i rifiuti, un mostro umano osservato e deriso. Fu peggio, molto peggio del giorno in cui fui arrestato e di quelli passati in cella: drammatici come poche altre cose al mondo, ma almeno decorosi. Con l’inizio di quel vergognoso viaggio da detenuto, il mio cervello e la mia anima persero la cosa più importante: la dignità era morta e dentro sentivo una crepa che si allargava irreparabilmente. Avevo perso me stesso e la rabbia che provavo non riusciva a calmarsi. Nessuno in quegli attimi mi poteva avvicinare, ero troppo nervoso e pensavo continuamente a mia madre. (...)

Fino a pochi giorni prima ero libero di vivere la mia vita come volevo e ora, improvvisamente, non potevo nemmeno andare in bagno senza essere accompagnato. «Appuntato, devo fare la pipì». Ci fermammo in un’area di servizio una sola volta. Quando mi fecero scendere dal furgone con le manette ai polsi, sentii nascere in me una sensazione di vergogna. Un agente mi stava dietro, due mi presero le braccia, mentre il capo scorta camminava qualche passo davanti a noi. Questi entrò per primo: doveva far uscire tutte le persone che affollavano i bagni dell’Autogrill, gente che mi guardava camminare a capo chino e di certo mi riconobbe a causa dei giornalisti che avevano pubblicizzato il mio arresto. Non so se fu una mia impressione, ma mi parve di sentire mormorare il mio nome e quello di Claudia. Una volta sgomberata la toilette, potei finalmente urinare. Naturalmente nessuno pensò alla mia privacy, visto che i tre in divisa mi osservavano attentamente pronti a rispondere al fuoco qualora dalla patta dei pantaloni avessi estratto una pistola. Chissà, forse pensavano che avrei potuto svignarmela correndo a piedi ai lati dell’autostrada. Giunti a Roma, dopo essersi fermati per una merenda a base di panini con la porchetta, le guardie imboccarono la strada della Procura. E qui iniziai ad avere problemi di altro tipo e a pensare che quanto mi stesse accadendo non poteva essere vero. «È un incubo» mi dicevo «è solo un brutto sogno e adesso mi sveglio sudato e mi accorgo che sono in affanno perché mi insegue un pazzo. Mi sveglio, adesso mi sveglio! Caso mai col cuore in gola, ma mi sveglio e dopo aver sfondato la botola che divide l’oscurità dalla luce, mi ritrovo a casa mia». Ma non raggiunsi la luce, perché ciò che mi stava accadendo non era assolutamente un incubo. La sofferenza mi fece ricordare che da bambino chiedevo sempre a mio padre di avvicinarsi ai furgoni della Polizia per vedere la faccia «del cattivo». Lui ogni volta mi diceva che non era affar mio e dovevo guardare avanti senza girarmi. Mentre ero ingabbiato in quel cellulare, pensavo a questo, pensavo a mio padre morto due anni e mezzo prima, pensavo a cosa avrebbe provato se mi avesse visto in quella situazione vergognosa. Addirittura arrivai a ringraziare la morte che lo aveva portato con sé, quasi a credere che per lui fosse meglio non avermi visto in gabbia. Nella mia poca lucidità mentale, pensai che vedendomi in quello stato avrebbe potuto impazzire dal dolore e morire. (...)

I procuratori Diana De Martino e Italo Ormanni, come volevasi dimostrare, mi contestarono una ventina di manoscritti rinvenuti in casa di Claudia. Contenevano preparazioni chimiche, ovvero cicli di prodotti, anche dopanti, da usare in prossimità delle gare. In realtà, il foglio che avevo scritto io era uno solo: poche righe in cui consigliavo a Claudia cosa assumere nelle dodici settimane che precedevano il concorso di Miss Universo 2002, la competizione annuale svoltasi a Newcastle, in Inghilterra, il dodici ottobre di quell'anno, quindi diciassette mesi prima del suo decesso. Se però si considera che lo scrissi tre mesi prima della gara, si deve convenire sul fatto che risaliva a venti mesi dalla morte di Claudia. Pensare che c’entrasse qualcosa, dato che gli altri scritti erano chiaramente successivi al mio, mi pareva utopia e cercai di spiegarlo. Ma Italo Ormanni da me voleva solo dei sì o dei no. E quando tentavo di precisare, alzava la voce, e urlando diceva: 

«Lei non deve farci capire, lei deve dirci o sì o no!» 

Ma porca boia! Come fai a capire che non c’entro con le tue indagini, se non mi fai spiegare? Tu e la De Martino mi accusate di aver fatto cose abominevoli in associazione con altri che non ho mai conosciuto, e lo sai, eppure vuoi che ti risponda con un sì o un no! Ma vuoi farmi parlare o hai ben altre mire per la testa? Possibile che non ti accorga di sbattermi davanti alla faccia dei fogli che non ho scritto io? L’interrogatorio, come avrete capito, non fu utile. A loro poco importava di me, visto che quel giorno cercarono di fare un fascio di tutta l’erba, tentando di addossarmi la paternità di tutti gli scritti. Per fortuna era evidente che la calligrafia non fosse mia ma di mani diverse. Alcuni manoscritti si riferivano a giugno, altri al luglio e all’agosto 2003, anno in cui io non seguivo più Claudia e lei si preparava senza il mio aiuto (fra noi ci furono litigi e in quel periodo non ci vedevamo) per il Grand Prix Jan Tana a Charlotte (Nord Carolina), in programma il 15 agosto di quello stesso anno. (...)

Oltre a quelli citati, che precedevano la gara americana, ce n’erano altri che si riferivano a un periodo successivo. In poche parole: quei fogli mi scagionavano completamente, dato che nulla di serio mi si poteva imputare. Io avevo iniziato a seguire atleticamente Claudia, con allenamenti e consigli alimentari, nel maggio 2002. Parlavamo di tutto, perciò anche di prodotti chimici, ma lei si allenava da circa vent’anni e quando la conobbi aveva già vinto non solo il campionato italiano, ma anche l’europeo e il mondiale. Con me affrontò solo la preparazione per Miss Universo. Dopodiché, visti i frequenti e lunghi litigi, iniziò a farsi i fatti suoi estromettendomi dalla sua preparazione. Con questo voglio dire che per la supplementazione e dal punto di vista tecnico, Claudia si affidava un po’ a tutti, innamorandosi (agonisticamente) ora di un campione ora di un altro e seguendo, di conseguenza, le loro tecniche e i loro consigli. Alla fine è possibile che lei abbia fatto un collage di tutti i suggerimenti e li abbia combinati usando la sua esperienza e il suo istinto di atleta. Certamente fra professionisti si parla e ci si confronta spesso. Si discute di tecniche di allenamento (una vera e propria scienza), nutrizione (determinante per aumentare il muscolo magro e perdere grasso in eccesso) e supplementazione (importante per giungere al giorno della gara al top della forma). Fra me e Claudia, lo scrivo qui per come l’ho detto durante l’interrogatorio, nacque una forte intesa. Ma più la passione cresceva, meno ci confrontavamo dal punto di vista tecnico-agonistico. Più io cercavo di offrirle il mio aiuto e più lei lo rifiutava. Ovvero: fingeva di accettare i miei dettami per accontentarmi e non litigare, ma in realtà seguiva gli insegnamenti e i consigli di altri. E non solo romani, perché di sicuro seguiva quelli di uno dei più grandi atleti professionisti americani: Dexter Jackson. 

Il suo altalenare, saltando da un atleta all’altro senza mai seguire gli insegnamenti completi di nessuno, l’ho riscontrato sia per sua stessa ammissione che a posteriori: varie mail e file contenuti nel suo Personal Computer si riferivano a preparazioni di altri professionisti. Inoltre, io vivevo a Modena e Claudia a Roma; quindi ci separavano cinquecento chilometri e a causa del lavoro ci vedevamo di rado, dato che entrambi eravamo proprietari e gestori di palestre, e nelle poche ore passate insieme facevamo di tutto fuorché parlare di body building. Il nostro rapporto, infatti, era diventato più stretto sotto altri aspetti. Anche questo è testimoniato dalle varie mail inviatemi e rinvenute sul suo PC. Fra l’altro, la perizia sul computer di Claudia l’ho chiesta io tramite il mio avvocato, i carabinieri non lo avevano mai sequestrato né controllato, nemmeno per verificare quale rapporto ci fosse fra me e lei e fra lei e altri atleti. 

Come ho già scritto (in un capitolo precedente - nda), la sera che precedette la sua morte Claudia mi inviò un messaggio che in apparenza potrebbe apparire strano. Ma non lo è, perché parte integrante di una conversazione iniziata con un suo sms inviatomi dopo avermi accompagnato alla stazione. Un messaggio in cui si mostrava preoccupata per me e aveva scritto: “Era tutto bloccato alla stazione. Sei riuscito a partire?”. Le avevo risposto: “Sì, appena in tempo”. Per cui, dopo aver saputo che ero salito sul treno si tranquillizzò, e a quel punto mi scrisse: “Meno male! Come sono stata oggi…! Ho perso i sensi!”. Ovvio che la preoccupazione dovuta alla confusione trovata in stazione si era dissolta, da qui le sue parole “meno male”, che chiudevano il discorso sul treno e sulla partenza, seguite da una frase a effetto per ribadire di aver trascorso una bella giornata, dato che non era svenuta, ma più semplicemente si era addormentata fra le mie braccia dopo aver fatto due volte l’amore. Un modo di dire già usato, una frase dolce indirizzata a chi sentiva di amare. Altro non poteva essere perché durante il giorno Claudia non aveva dato segni di malessere. Tanto più che dopo il suo messaggio, come sarebbe logico fare sapendo di un malore avuto da chi si ama, non le inviai un sms per chiederle come stava in quel momento. Ma oltre a questo, lei in tarda serata mi inviò un altro sms e una mail per chiedermi di tradurre lo scritto di un culturista sloveno. Inoltre, la notte stessa, poche ore prima del decesso, si intrattenne al computer per un paio d’ore con un amico comune inviandogli ben quattordici mail di discorsi futili e fotografie che la ritraevano in pose artistiche e in gara. Sono sicuro che se fosse stata male, dopo avermi accompagnato in stazione si sarebbe fiondata in ospedale senza perdere un minuto. Nemmeno quando mi chiamò al telefono, a mezzanotte, accusava problemi fisici. Ridemmo e scherzammo per quasi trenta minuti. Non certo quanto farebbe chi sente male. Per questo l’accusa di omissione di soccorso fu per me fonte di grande dolore. 

Non sono un pezzo di merda! Non lo sono mai stato e mai lo sarò! Da sempre considero la vita, qualunque vita, sacra e inviolabile. Perciò, non avendo nulla da rimproverami, dopo avere dimostrato a chi indagava la mia completa estraneità, non riuscivo a capire il motivo di quell’accusa e di tanto accanimento. 

Ma se allora la sofferenza mi offuscava la mente e non riuscivo a esser lucido, a far mia la logica del ragionamento, ora capisco che quelle accuse erano solo pretestuose e tipiche di chi ha bisogno di un colpevole per giustificare e giustificarsi. E chi meglio di me faceva al caso loro? In fondo era facile massacrare, psicologicamente e fisicamente, chi era stato con Claudia il giorno prima del decesso. Il dolore provocato da quella calunnia è uno dei maggiori tormenti che mi rimangono; quello che mi impedì, e ancora a volte mi impedisce, di dormire più di due o tre ore per notte. Ho dimostrato ampiamente ai procuratori, ai carabinieri e ai giudici che Claudia stava bene quella domenica di marzo, eppure ancor oggi mi devasta il pensiero che qualcuno possa, pur per un solo minuto, pensare che sia stato parte in causa nella sua morte. È come se uno spillo mi pungesse continuamente il cervello. L’essere indagato, pedinato, intercettato, arrestato, interrogato e accusato in tribunale, ha lasciato un marchio indelebile in me che, da persona semplice, quelle cose le avevo viste fare solo nei film. (...)

Lasciamo quei magistrati alle loro fantasie, abbandoniamo anche le mie tristi considerazioni e torniamo all’undici ottobre, alla fase successiva all’interrogatorio quando, dopo tre ore passate con chi non voleva spiegazioni e preferiva sentirsi dire dei sì e dei no, come se fossi un pacco mi riconsegnarono alla scorta. In quel frangente, meno male, fui protetto dai fotografi e dai giornalisti (oltre alle telecamere che stazionavano di fronte al tribunale). Per evitare i media fui preso sottobraccio e sbrigativamente sbattuto nel furgone che mi avrebbe riportato in carcere. Ma prima di salire, Alba riuscì ad avvicinarsi e a infilarmi in bocca un cioccolatino. Naturalmente senza farsi vedere dai poliziotti di scorta, proprio com’era solita fare quando veniva a trovarmi in carcere e per darmelo attendeva che la guardia superasse lo spioncino della porta del parlatorio. Il gesto di Alba, quel cioccolatino che mi addolcì il palato, è l’unico ricordo positivo di quella giornata e del viaggio da Modena alla procura di Roma e viceversa, fatto al buio in un blindato senza vedere nemmeno l’asfalto della strada. In quella sorta di bara d’acciaio il tempo non passava mai e solo all’arrivo mi resi conto che per tornare al carcere avevamo impiegato sette ore. Per un totale di tredici ore al chiuso: ostaggio del tremolio delle lamiere, del rumore continuo che intorpidisce l’udito e fa perdere la cognizione del giorno e della notte. Ma perché all’andata impiegarono sei ore e al ritorno sette? Perché agli agenti di scorta il cibo degli Autogrill non garbava. Così fecero una deviazione per andare a cenare a Ostia, nel loro ristorante preferito. E io? Io per quei quattro poliziotti ero un detenuto, anzi una bestia, non un uomo. Come ho detto, mi tolsero ogni dignità già alla partenza. Quindi non potei nemmeno uscire dalla gabbietta per andare in bagno e fui costretto a pisciarmi addosso. Ricorderò per sempre la sofferenza patita in quel furgone lercio e sudicio. Seduto sul pianale di lamiera, fra sputi, lattine vuote e urina, bagnato, ghiacciato e umiliato, pregai Nostro Signore perché mi facesse tornare al più presto nella mia cella, la numero otto della sezione due bis (la secondaria verde). Non gli chiedevo la grazia di mandarmi a casa, lo supplicavo di farmi arrivare al più presto in galera. Quel giorno scoprii che esisteva qualcosa di peggio della prigione. 

Perché tutto questo? Quante volte me lo sono chiesto. Ci deve essere una ragione, un motivo per cui certi brutti fatti sono accaduti. La morte di Claudia, le accuse, l’arresto, la distruzione di tutto ciò che mi girava attorno e il mio piccolo mondo sgretolato in pochi istanti. Quale sarà mai il disegno divino? Ce n’é forse uno che non comprendo? Oppure non c’è nulla da capire? Nella mia vita ho cercato di seminare bene, eppure mi rendo conto di aver sempre raccolto erbacce velenose. Non so cosa pensare, non so dove girare la testa, se credere ancora oppure no. Forse Dio ci toglie quanto ci sta a cuore per ricordarci come sia estremamente facile perdere ciò che diamo per scontato. La solita omelia che si ascolta ai funerali, quasi un luogo comune ripetuto all’unisono. Può essere, ma se mi guardo attorno vedo tante persone che hanno sempre fatto la malora e conducono una vita tranquilla e serena. Non li invidio, ma se mi soffermo e ci penso, sto ancora più male. Gente che ruba e uccide veramente, vive fra le comodità circondata di rispetto, mentre io ancora oggi non riesco a comprendere i motivi per cui mi abbiano voluto donare tanto dolore. Forse sono stato dimenticato. Oppure la mia mente semplice e terrena non riesce a vedere ciò che mi è stato riservato. Può essere? Da cristiano dovrei perdonare gli uomini che mi hanno fatto del male. Evidentemente non sono un buon credente o non lo sono abbastanza. Sono troppo istintivo e le sensazioni prendono il sopravvento sulla mia razionalità. L’istinto è sempre puro e se dimora in un uomo retto è un’ottima guida, ma al mio istinto di uomo è stata tolta la dignità! Prima ancora che cittadino da considerare innocente fino al terzo grado di giudizio (già questo mi avrebbe aiutato psicologicamente), i miei accusatori e i loro scagnozzi avevano l’obbligo morale e il dovere professionale di considerarmi un essere umano. Invece, hanno cercato di sotterrarmi. Ognuno di loro ha usato una pala per colpirmi alla schiena e coprirmi di terra melmosa, buona per togliere il respiro e la luce dagli occhi. Mi hanno ricoperto di vergogna e con le loro assurde accuse, basate (non fondate) su fogli di carta scritti da altre mani (non dalle mie), mi hanno fatto passare per un infame, carcerandomi senza alcun vero motivo per settantasette giorni. Grazie a loro, e ad alcuni giornalisti compiacenti (e faccio uno sgarbo ai veri giornalisti chiamandoli così), per l’opinione pubblica italiana Federico Focherini era quello che aveva pompato e iniziato Claudia Bianchi al doping, la bestia spregevole che aveva contribuito a farla morire. Oggi dovrei perdonare? Non ci riesco proprio. In nove anni di martirio ho perso tutto. Non li perdono, ma per loro non provo odio. L’odio è uno dei sentimenti più forti, netti e puri che si possa provare, per questo il mio odio lo riservo agli uomini dotati di un certo livello d’onore. Non perdonerò mai chi ha cercato di farmi morire fisicamente e mi ha ucciso psicologicamente, ma neppure li potrò mai odiare. Non si possono odiare gli esseri minuscoli senza coscienza che, autorizzati dal potere conferito loro dallo Stato (e mi piacerebbe sapere per quali reali meriti), non sanno cosa sia il rispetto e senza motivo, ignoranti, sordi o in malafede, si accaniscono per distruggere le altre persone. Esseri così vanno disprezzati, non odiati! Per questo li disprezzo con tutta la forza fisica e mentale che ho. Disprezzo meritano e disprezzo da me avranno finché avrò vita. La legge del disprezzo è l’unica legge che attualmente può far scontare loro una pena altrimenti inesistente, visto che, invece di subire un processo, a ogni errore investigativo e giudiziario godono di una promozione.



2 commenti:

Anonimo ha detto...

Non conoscevo la storia di Federico e da questi passaggi del libro si evince la tremenda solitudine che deve averlo accompagnato mentre il mondo gli crollava addosso. Non posso immaginare il dolore di essere accusato ingiustamente di omicidio verso la persona che si amava. Una doppia accusa infamante che non lascia liberi nemmeno di piangere la morte di una persona, come se non si avesse il permesso di farlo...
Premesso che voglio conoscere meglio la sua storia, ma quello che ora vorrei più sapere, Massimo, è se Federico ora sta bene. Se è riuscito a superare parte di quel dolore e se continua a lottare per una nuova vita.
Se, in sostanza, è riuscito a trasportare quella forza esteriore che lo caratterizza, anche dentro di sé.
Kiba

emax/massimo prati ha detto...

Ciao Kiba, scusa il ritardo. Il Fochero non ha superato il dolore, la sua mente torna continuamente al passato e la sua nuova vita è sempre appesa al filo del dolore. Quasi nove anni di ingiustizie lasciano il segno nella psiche, segno attenuato solo dal fatto che non accettando la prescrizione, e grazie all'assoluzione, è riuscito a dimostrare la sua estraneità...