domenica 14 maggio 2017

ADIKEMATOFILIA E ADIKEMATOGENESI NEGLI ORGANI DI INDAGINE E DI GIUDIZIO


ADIKEMATOFILIA E ADIKEMATOGENESI 
NEGLI ORGANI DI INDAGINE E DI GIUDIZIO
(non solo  in Italia… [1])
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(Bertiolo, UD - gennaio 2017 )

Di Manlio Tummolo
 I

A titolo di premessa, devo spiegare che cosa significano i termini, di derivazione greca, che ho posto nel titolo: traggo ispirazione da Quintiliano che, nella sua “Institutio Oratoria”, parla di àgrapha adikèmata quali argomenti di discussione nelle Scuole Forensi della prima età imperiale romana, ovvero sul come considerare quei crimini che non vengono definiti dalle leggi, un crimine non scritto, argomento più da filosofia del Diritto che non di giurisprudenza tradizionale [2]. Non è un caso che tale argomento sia espresso in greco, piuttosto che in latino, essendo la filosofia una scienza approfondita più dai Greci che non dai Romani anche nel campo della legislazione e della politica.

Che cos’è un crimine “non scritto”? Secondo il Diritto e la giurisprudenza tradizionali, un crimine per essere definito come tale, deve esserlo dalla legge di natura penale, ossia in un atto vietato per il quale, violando il divieto, ci si merita una certa pena (null’altro è il Diritto penale, se non l’indicazione di una punizione, esattamente quantificata e qualificata, per la violazione di una norma di legge: così deve essere descritto dalla legge tanto il divieto, quanto la correlativa pena: altrimenti, il crimine, o più esattamente il reato, non sussiste o non è punibile: sottilizzando ancora, non basta il divieto, seppure esplicito, ma occorre anche la previsione scritta della pena correlativa, affinché la definizione di reato sia efficace).

Nondimeno,  la legge non può non riconoscere la natura aggressivamente negativa di un atto che, senza motivazioni difensive o senza ordini di chi ne abbia la legittimità, per propria iniziativa danneggi in modo maggiore o minore un’altra persona, che ne diventi quindi vittima risarcibile. Sebbene il Diritto tradizionale (di derivazione romana) non riconosca formalmente il “crimine non scritto”, nondimeno tale atto aggressivo esiste di per sé, seppure in forme e modalità non previste dalla legge (fino a qualche tempo fa, i reati informatici non erano riconosciuti per legge, quindi, seppure esistenti, non erano considerati come tali, e pertanto non erano punibili; da quando vengono definiti per legge “reati”,  essi lo sono di fatto e di diritto, quindi diventano punibili). Siamo arrivati pure al ridicolo per cui, se un atto non è descritto con termine inglese  quale “mobbing, stalking” e simili, esso non è considerato reato, sebbene già la legge prevedesse la perseguibilità di azioni persecutorie e di minaccia, ma siccome la loro formulazione era più generica, ecco che i buoni magistrati, tutta gente notoriamente corretta e legata alle formalità rituali, a criteri comodamente interpretati, lasciavano correre escludendone la perseguibilità penale.

Dunque, in sintesi, perché ho usato il termine adikèmata anziché il più semplice e conosciuto “crimini”? Un motivo è di natura filologica: è sempre meglio utilizzare un’etimologia unica piuttosto che un’etimologia ibrida (ovvero, mezzo latina e mezzo greca). Un secondo motivo è che le scienze tendono sempre ad assumere nomi ad etimologia greca piuttosto che latina, che pure abbondano nel campo del Diritto e della giurisprudenza, in cui  i Romani avrebbero brillato più di ogni altro popolo. La cosa è storicamente discutibile, in quanto le leggi romane e la giurisprudenza romana  trovarono sì maggiore sviluppo ed approfondimento nelle distinzioni scritte, teoriche e pratiche, ma non certo una maggior razionalità o scientificità rispetto al Diritto greco o  al Diritto ebraico, ad esempio,  fondandosi tutti essenzialmente su un costume religioso, imposto da classi sacerdotali.

Per ragioni storico-politiche (l’Impero Romano), il Diritto romano ebbe netta prevalenza nella tradizione giuridica europea, sebbene non del tutto slegata da quella greca ed ebraica (quest’ultima a causa dei rapporti storici tra mondo ecclesiastico cristiano e mondo ebraico).

Il terzo motivo è, con una certa mia malizia, il fatto per cui, altrimenti, fin dal titolo qualche lettore si sarebbe messo in allarme, magari giudicandolo “eversivo o sovversivo o violento” o che altro. Così, nella sua maliziosa oscurità, costringe il lettore a leggere ciò che segue prima di giudicare dal solo titolo.

Infatti, se avessi detto immediatamente che il sistema di indagine e di giudizio (comunemente ma erroneamente chiamato “giustizia”, che è invece concetto etico-religioso riferito all’onniscienza e all'onnipotenza divina, in quanto l’umanità è caratterizzata dalla sua molteplice capacità  di errore, così involontario come voluto ed intenzionale, dal fraintendere spesso l’azione giusta  con l’azione consuetudinaria)  si guarda bene dall’attuare una giustizia in senso proprio, preferendo semplicemente un’amministrazione giudiziaria, ovvero quale ordinamento e quale procedura, quasi sempre rivolta alla tutela del potere politico ed economico: bada ad interessi (materiali), non a princìpi (morali, spirituali); predilige chi è più potente o tale considerato, piuttosto che la vittima di un determinato abuso: ciò avrebbe spaventato tanti “benpensanti”, anche se “malfacenti”

II

Un’altra premessa è necessaria prima di entrare nel merito della questione: l’esigenza scientifica, derivata  dall’Illuminismo e da questo trasmessa soprattutto al Positivismo ottocentesco, volendo porre basi più solide all’individuazione del crimine, alla sua natura e alle sue cause, oltrepassò i puri limiti giuridici e formali e, parallelamente allo sviluppo dello studio psicologico empirico e “sperimentale” [3], cominciò  a studiare il comportamento criminale: nacquero in effetti due scienze o due diverse denominazioni di una stessa scienza: l’antropologia criminale e la criminologia. A rigore di logica e di metodo, sono due scienze con oggetti diversi: l’antropologia criminale dovrebbe occuparsi del comportamento della persona criminale da un punto di vista psicologico generale, e più specificamente psicoanalitico e psichiatrico, la criminologia dovrebbe occuparsi solo di atti criminali, della loro definizione (che cos’è il crimine ?),  della loro modalità e delle loro distinzioni.

L’antropologia criminale presuppone di per sé che esistano persone “malate” che compiono “crimini”, ma il crimine (soprattutto l’atto aggressivo violento)  dovrebbe esistere di per sé, e non correlativamente ad una legge che lo definisce, dovrebbe essere atto sostanziale, e non solo formale: sarebbe “naturale” la persona criminale,  come sarebbe naturale e sostanziale l’atto criminale in quanto tale,  non semplicemente come violazione materiale di un divieto formale e scritto: così torniamo a quegli “atti ingiusti non scritti”, di cui si è parlato. Ma ciò verrebbe negato dal Diritto tradizionale, che non può presupporre l’esistenza di reati che non siano previsti per legge. E poi, appunto, che cos’è il crimine? Faccio un esempio che oggi apparirebbe assurdo. Christian Wolff, il filosofo leibniziano primo maestro di Kant, nelle sue lezioni si era permesso di sostenere (nella Prussia protestante, che tanti hanno vantato come esempio di “tolleranza”!), come del resto nella Francia cattolica fece il Bayle, che anche l’ateismo poteva esprimere una concezione etica della vita. Come, una morale senza presupporre l’esistenza di Dio! Ah, delitto! Lo si minacciò di pena di morte (nel Settecento, non nel Medioevo o sotto la Controriforma). Con Kant ci si limitò a minacciarlo di espulsione dall’Università, come poi successe realmente a Fichte, ma a Wolff addirittura di “pena di morte”! 

Certamente, sul piano puramente filosofico possiamo ben discutere se la negazione dell’esistenza di Dio e l’affermazione della pura esistenza di leggi fisiche di attrazione e repulsione degli atomi e dei loro aggregati possano giustificare in qualche modo una Legge morale, ma per quanto la tesi appaia illogica ed incoerente, non pare solo per questo meritevole di morte o di una qualche pena: si tratta del terreno pertinente al puro dibattito teorico. Di fatto, o ci si comporta secondo leggi morali o non ci si comporta in tal modo, ma a puro piacimento, indipendentemente dalle dichiarate convinzioni teoriche positive o negative. Possiamo trovare un ateo materialista del tutto onesto ed un teista del tutto disonesto.

Ebbene, se si crede crimine il semplice sostenere un’eventuale etica atea, come sostenere un’antropologia criminale non fondata su un concetto di “crimine non scritto”? Dunque, l’antropologia criminale non partendo chiaramente da una definizione di “crimine” in quanto tale, indipendentemente dalla legge che lo descrive, non ha alcun fondamento. Un unico riferimento a crimini “naturali”, ovvero sostanziali e di per sé ontologicamente e non soltanto giuridicamente qualificati, vien fatto da Concetta Macrì e Mauro Marzi [4] in una breve nota del loro saggio “Facce dell’usura”, mentre tale concetto andrebbe ben sviscerato, sia a fini scientifici, sia a fini giuridici. Ne deriva anche la questione della punibilità e dell’eventuale retroattività della stessa: ma in quale misura o in quali forme punire un crimine non-predefinito dalla legge?

Così pure la criminologia che, per definizione, dovrebbe dirci in che cosa si distingue scientificamente il “crimine” da un qualunque altro atto legittimo, e si occupa invece di elencare e descrivere delitti e delinquenti, ma non quel che sia il crimine in generale: poniamo che, in uno Stato utopico, non vi siano Codici penali o civili, non siano previsti reati, delitti, contravvenzioni, dove tutto sia lecito e nulla di punibile, anche uccidere senza ragione così tanto per passare il tempo, quale sarebbe il “crimine” e chi sarebbe “criminale”? Né si venga a dire che tutto ciò è pura fantasia filosofica: infatti, in guerra, al soldato è lecito uccidere, e talvolta doveroso, per cui potrebbe essere penalmente perseguito se non lo facesse (viltà e diserzione di fronte al nemico, o simile). La criminologia pare non saper distinguere il crimine, in quanto “convenzione”, atto descritto dalla sola legge e quindi perseguibile solo su questa base, e il crimine in quanto fatto ontologico, materiale, ovvero come iniziativa violenta non motivata da fatto altrui precedente, come danno fisico e morale inflitto senza ragione ad altri. Ovviamente se è perseguibile è punibile solo il fatto  definito dalla legge, che può in tempi successivi essere cancellato (cfr. il noto “plagio” su persone in quanto soggiogamento psicologico delle stesse, poi considerato vago e ambiguo, quindi abrogato come reato; da non confondersi con l’illecito civile della copiatura sotto altro nome di un’opera precedente), è pur vero che, almeno sul piano scientifico andrebbe esaminato il caso di un danno oggettivo e negativo procurato ad altri,  sebbene non previsto dalla legge, anche affinché il legislatore lo definisca e lo inserisca nel sistema penale.   

In sostanza, solo se ci si occupa di questa problematica,  antropologia criminale (come psicologia di chi vìola la legge o  fa violenza agli altri) e criminologia (come studio del crimine in quanto tale e dei crimini in quanto previsti o non previsti dalla legge) possono acquistare natura di scienza epistemologicamente fondata, e non semplicemente elencazione e descrizione di persone e di eventi criminali.

III

Perché  considerare gli Organi di indagine e di giudizio, in uno Stato o Regime qualunque, “amanti” del crimine e dei criminali, e perché essi stessi generatori di crimini? Poniamo ancora che, per pura ipotesi, in uno Stato utopico, o meglio eu-topico (di buon luogo), esistano leggi veramente adeguate alla Giustizia, dove il crimine, se vi fosse, verrebbe non solo individuato e perseguito, ma adeguatamente punito sempre, chi mai farebbe il criminale? Nessuno, almeno non persone ragionevoli. Compirebbero crimini soltanto coloro che sono pazzi o completamente idioti, ossia persone di facile individuazione, e piuttosto assoggettabili a cure psichiatriche, che non alle repressioni di poliziotti e giudici. Dunque, legislatori ed esecutori della legge perderebbero i loro posti di lavoro, dovendosi delegare la persecuzione del crimine solo a medici ed infermieri psichiatrici, non ad agenti d’Ordine pubblico e a magistrati. In un certo senso il criminale è il datore di lavoro di colui che deve individuarlo, giudicarlo, punirlo. 

C’è dunque, tra le due classi sociali, una stretta correlazione, quasi un rapporto affettivo, come tra ragazzi vi è amicizia tra chi gioca al ladro e chi gioca alla guardia. L’operatore anti-crimine necessita del criminale come giustificazione della propria esistenza, del proprio lavoro, del proprio stipendio, e sa che se si riuscisse a soffocare ogni crimine egli diventerebbe superfluo nella società. Egli dunque agisce in modo da contemperare la lotta contro criminali e crimini, con l’esigenza che questi continuino ad operare. Di qui le leggi e le interpretazioni della legge sempre ingarbugliate e tendenti piuttosto alla clemenza, che non alla corretta punizione del reato. Di qui il limitato interesse per la vittima (morta o sopravvissuta che sia) e tutta l’attenzione verso il criminale, un continuo sforzo a giustificarne l’esistenza. Si mira piuttosto a colpevolizzare la vittima che non a colpire l’autore dei reati. Non è un caso che in criminologia si dia spazio crescente alla “vittimologia” (ovvero, quella scienza che si occupa dei meccanismi, soprattutto psicologici, per cui una persona diventa vittima di un reato come se lo volesse subire o trovare apposta, una sorta di giuridico masochismo): alla fine, la vittima subisce quello che desiderava, o desidera, se non è morta, e talvolta non viene neppure civilmente risarcita. 

Non basta: sia la criminologia, sia l’antropologia criminale, sia perfino la psicologia generale, qualificano coloro che presentano più denunce (cfr. casi di mobbing stalking, ma anche ogni altro che si ripeta più volte ad opera di una o più persone) come sofferente di querulomania o, stante il Dizionario di Psicologia di Amedeo Dalla Volta, di paranoia querulante, ovvero manìa di presentare querele, malgrado quasi sempre queste vengano presentate tramite avvocati, che si fanno pagare professionalmente per tali atti [5].

Poniamo pure che chi presenti più querele per un certo motivo (es., manìa di persecuzione), abbia problemi psichici di un certo rilievo, ma è questo un motivo per ignorarlo, per trascurarlo, per deriderlo? Non direi: tra tanti gridi di “al lupo al lupo” ingiustificati, potrebbe capitarne uno giustificato, in cui il “lupo” è apparso veramente E anche se si trattasse sempre di false percezioni della realtà, sarebbe piuttosto il caso di capirne i motivi psicologici, spesso inconsci, e curarli piuttosto che limitarsi ad ignorarli. In fin dei conti la legge penale prevede anche la prevenzione del reato, e non solo la punizione dello stesso, quando si realizza. Un indice inconscio di tale rapporto adikematofilo o criminofilo lo si trova nell’attributo “criminale” dato a certe Polizie, specialmente di lingua germanica: “Kriminalpolizei”, ovvero “Polizia Criminale”, è la denominazione adottata in questi Paesi,  ma è evidentemente ambigua: “criminale” perché si occupa di crimini e criminali o è criminale perché compie crimini? Noi, almeno in questo campo, siamo più furbi e parliamo di “gruppo o sezione, o che altro, anticrimine”, così almeno una volta tanto noi Italiani sfuggiamo all’ambiguità semantica [6].

La trascuratezza verso le denunce, salvo che queste non interessino poi la pubblica informazione, specialmente  televisiva (soprattutto nel caso di delitti truculenti o di reati compiuti da uomini celebri, il che produce fama e gloria, tanto care alla vanità di quei personaggi), di cui darà alla fine due esempi recentemente vissuti, non è che la manifestazione di questo “amore” verso il crimine, un rapporto di “solidarietà”, per non dire addirittura di complicità, tra gli operatori giudiziari e i singoli o associati rei. Qualche volta l’”amore” si trasforma in vera complicità, quando si tratta di tutelare i propri informatori che cooperano da doppiogiochisti con la Magistratura o con la Polizia. Processarli ed arrestarli implicherebbe spesso perdere un’importante fonte di informazione su altri criminali non cooperanti (la politica premiale verso chi collabora è un vecchio strumento delle Polizie di tutto il mondo), e quindi si evita apertamente di indagarli, ed ancor più di processarli per eventuali reati da essi commessi.

IV

Come appare evidente  l’esistenza di adikematofilia in chi si occupa professionalmente di crimini, quasi per una certa interdipendenza tra la “guardia e il ladro”, così appare altrettanto evidente che esista un’adikematogenesi o criminogenesi costituita dai medesimi Organi che dovrebbero invece opporvisi, combatterla, ridurla al minimo possibile se non annientarla del tutto. E questo non nel semplice senso affrontato spesso dai criminologi, di crimini commessi per abuso di potere, come omissione o violenza fisica e psichica commessa dai medesimi operatori giudiziari nello svolgimento delle loro funzioni, ma proprio perché i loro atteggiamenti di “simpatia, empatia, amore”, ecc. (chiamateli pure come preferite) verso il criminale, soprattutto se collabora e se facilita le loro operazioni, il loro pietismo, la loro misericordia, clemenza e perdonismo generano nel criminale tutt’altro che vero pentimento (che dovrebbe viceversa manifestarsi nella piena accettazione della pena, non nella lagna, nel piagnisteo, nella richiesta di condoni, e via discorrendo), ovvero coscienza della colpa commessa e volontà di espiarla nei termini previsti dalla legge,  ma anzi desiderio di ripetere il loro delitto, sentendosi così apprezzati, tutelati, amati, rispettati e, talvolta, perfino adorati. Questo nel criminale: ma pure nella vittima si alimenta l’insano desiderio di vendetta, di farsi “giustizia” da sé, di mancanza di rispetto verso quella che si chiamava e si credeva “giustizia” (ripeto: concetto etico-religioso, non giuridico o giudiziario), ma del cui termine abusa  rivestendosi a chiacchiere, come del mantello farisaico (nero, serico e con fronzoli dorati)  si copre le spalle o la schiena e, talvolta, le gambe [7]), chiamandolo con grande sussiego “toga”, che è tutt’altro tipo di indumento secondo l’antica usanza romana.

Tutti i desideri suscitati nella vittima che non vede né esaminate né ancor meno soddisfatte le proprie esigenze personali da questi Organi incaricati e stipendiati a tale scopo, sono evidentemente frutto di adikematogenesi, ovvero criminògeni, in quanto nessun individuo, che abbia subìto un qualche crimine,  potrebbe adottare criteri obiettivi, equi o giusti mirando solo al proprio esclusivo interesse, e quindi  quantitativamente parziali, insufficienti,e qualitativamente faziosi: colpirebbe innocenti o presunti innocenti, perché qualunque crimine, formale o sostanziale che sia, deve essere colpito con criteri di obiettività, di imparzialità, di corretta osservazione delle circostanze e di ogni eventuale provocazione, operazioni che ovviamente appartengono solo a “terzi”, ossia non alle vittime, né ancor meno ai colpevoli, bensì a persone che, per la formazione professionale, dovrebbero essere in grado di farlo nei termini di legge dovuti.

Non mi si rimproveri superficialmente di attribuire agli Organi inquirenti e giudicanti la causa prima, unica o principale, dei delitti. A mio parere la causa prima dei crimini, naturali o legali che siano, sta nell’animo umano in generale. Come sosteneva Pico della Mirandola, ma prima ancora il Talmùd, nell’essere umano vi è tanto una forte tendenza al bene quanto una pari tendenza al male. L’educazione profonda intima dell’uomo, quando c’è da parte della famiglia, della società e in se stesso, riduce al minimo la tendenza al crimine e al male in generale, ma se non c’è o è puramente formale, quando il comodo prevale sul giusto, allora nell’uomo, quando può e vuole, quando ritiene minimo il rischio di punizione, si scatena la sua tendenza al male, dunque al crimine, ovvero alla sopraffazione verso l’altro, poco importa qui se tale sopraffazione ha natura materiale (fisica o economica) o psichica. Lo vediamo ogni giorno quando si guida su una strada, magari stretta, con curve, tra le case di un paese. E’ segnato con chiarezza un limite di velocità che può essere di 30 o 50 km/h, in un centro abitato, 70, 80 o 90 km/h all’esterno di un centro abitato. Nondimeno, la moda ormai dominante è di superare i limiti (considerati minimi e non massimi): qui in Friuli tra novembre e dicembre tre bambini di quattro anni hanno subìto incidenti, uno è morto, uno è in coma e uno sta abbastanza male. 

Non parliamo di tanti altri casi, basti pensare a quanti annunci di blocchi autostradali vi sono ogni giorno. Non serve inventarsi un Demonio che ci tenti, basta che la nostra specie si guardi allo specchio: vi noterà come il proprio naturale senso di inferiorità si involva in complesso adleriano di inferiorità, compensato da un susseguente complesso di superiorità, non certo espresso in sede intellettuale e, talvolta, neppure in quella fisica, bensì in quella meccanica dell’acceleratore spinto a tavoletta o quasi.  Se  invece di limitarsi a controllare in modo occasionale se qualcuno abbia bevuto un po’ di vino a pasto, si facessero controlli ben più severi e sistematici, probabilmente l’effetto preventivo e repressivo sul traffico stradale sarebbe migliore. Che cosa spinge un automobilista, istigato del resto dalla pubblicità e da spettacoli televisivi, a scambiare un semplice comodo mezzo di trasporto per uno strumento della propria volontà di potenza, con potenziale effetto suicida e omicida, se non la natura aggressiva dell’uomo, sicuramente la belva più feroce che esista sul pianeta, colei che ha depravato la propria intelligenza e la propria moralità per il sudicio piacere di sopraffare gli altri, individui, gruppi e popoli che siano? La storia lo dimostra, ahinoi, anche troppo largamente.

Il compito della famiglia e della Scuola  è quello di dare le basi minime culturali per una severa formazione ed autoeducazione, che è interiore e sostanziale, non certo formale ed apparente: sarà sicuramente eleganza il preparare la tavola nell’ordine giusto, con le posate e i bicchieri nel luogo adatto, ma non è educazione. Educazione è, ad esempio, non derubare ad altri il pasto. L’educazione non si esercita semplicemente a parole e con belle lezioni, ma con l’esempio quotidiano e sistematico, tale da essere efficace appunto interiormente, ma manifestandosi all’esterno in modo quanto più costante possibile, indipendentemente dal luogo o dal gruppo che si frequenta. Fa pena chi sostiene ad es. che i soliti nordici, tanto ammirati da noi (per un servilismo impresso da secoli di dominio straniero e di poteri interni corrotti), sono molto educati in terra propria ma sfrenati quando arrivano in Italia: la persona veramente educata nell’intimo si comporta a casa e fuori nello stesso modo corretto e rispettoso, dettatogli dalla coscienza.

Così il compito degli Organi di indagine e di giudizio, con tutta l’ovvia possibilità d’errore, deve, individuando e reprimendo il crimine, ricordare che la legge esiste per essere rispettata e che il non rispettarla nei modi dovuti merita la pena da essa prevista. Solo se l’esecuzione della legge rispetta i termini proporzionali proposti, allora è efficace e disincentiva il delitto, non certo dove dominino concetti arbitrari di pietà, di misericordia, di grazia, di carità, e simili nobilissimi sentimenti, che vanno esercitati fuori e non dentro al crimine, e piuttosto a favore della vittima (che non deve essere o sentirsi beffata), che non del colpevole. Il simbolo della bilancia dovrebbe, da sempre, raffigurare il rapporto diretto e  proporzionato: tanto il delitto, tanta la pena, e non certo i capriccetti in su o in giù  di un giudice a suo piacimento, secondo quanto “il cor gli detti”,  per non dire di altre interiora meno nobili. Spesso la bilancia sembra adoperata in giudizio, non sulla base della legge e della relativa pena, ma sulla base del più forte, contro e a danno del più debole.

Così, il compito del legislatore è di formulare leggi chiare, semplici, comprensibili a chiunque abbia almeno un titolo di studio obbligatorio, leggi razionali, non eccessive, non contorte, rispondenti il più possibile alla logica e all’etica. In tal senso esse potranno essere eseguite da tutti nel modo migliore e ridurre al minimo l’esercizio del crimine e il numero di errori giudiziari.

V

A conclusione  di queste considerazioni, desidero aggiornare i lettori e i partecipanti a questo blog sui due episodi, uno di furto con destrezza subìto a Trieste l’8 luglio 2015, l’altro a casa mia ad opera di un’importante Società di servizi elettrici, di truffa ed estorsione. Li citerò senza fare i nomi dei rispettivi GIP, per non violare la loro sacrosanta riservatezza  (poveri diavoli: lavorano con così grande impegno per “noi” !), ma solo citando i rispettivi numeri di protocollo.

Nel caso del furto di due bancomat e sottrazione di 2.200 euro (l’equivalente all’incirca di due mensilità della mia pensione), seppi che la denuncia era stata archiviata con la solita motivazione del “caso ignoto”:  Ciò che è ignoto, non si conosce, quindi non si può perseguire; alla mia opposizione in cui sostenevo che si doveva analizzare l’eventuale complicità delle Poste e della Società di Trasporti, che ben conoscono casi di furto denunciati pubblicamente dagli stessi, i cui ambienti sono dotati di videocamere di sorveglianza, e nella necessità di risalire alle immagini del ladro nell’autobus e nel Palazzo delle Poste, sito in Piazza Vittorio Veneto a Trieste, con un’aula apposita per il Postamat all’angolo con Via Milano, mi sono sentito rispondere che ciò non era possibile perché, a detta dei Carabinieri di Codroipo (che nulla c’entravano con le indagini, ma avevano avuto solo il compito di trasmettere la denuncia ai colleghi di Trieste), le telecamere non funzionavano, quindi l’individuazione del ladro era impossibile (cfr. atto di querela n. 4244/ 2015 “ignoti”, presso il Tribunale Ordinario di Trieste). Così  ho scoperto che della videosorveglianza a Trieste si occupano i Carabinieri di Codroipo. Ed allora mi chiedo: di quella a Codroipo, per par condicio e per reciprocità, se ne occuperanno i Carabinieri di Trieste? Ma non basta: nell’istanza di riapertura delle indagini lamentavo il fatto che, con o senza avvocati e carabinieri, le denunce dei Tummolo vengono sempre archiviate, ironizzando sul mio stesso cognome, per cui le denunce venivano “tummolate, tumulate”, ossia archiviate automaticamente. 

L’abile GIP non ha dimostrato di cogliere nulla di quanto scritto, nemmeno quando, ricordando la morte di mio fratello nel 1962, attribuita a suicidio, allusi invece ad un omicidio simulato come suicidio, per ragioni che non esporrò qui ovviamente (cfr. atti di indagine, di cui al fascicolo n. 2670/ 1962 del Registro Generale). Se avessi scritto notizie sul tempo meteorologico del giorno 6 maggio 1962, avrebbe avuto il medesimo effetto cadendo nel vuoto più assoluto [8], scivolando tranquillo come olio.

L’altro caso, è quello di truffa ed estorsione perpetrate da un’importante Società di servizi elettrici che, dopo aver promesso di ridurre le tariffe per il “cliente” non solo non l’aveva fatto, ma per gli stessi periodi invernali, le aveva raddoppiate e quasi triplicate (cfr. querela n. di prot. 1918/ 2016 R.G. “ignoti”, del Tribunale Ordinario di Udine). Ebbene, dopo una prima richiesta d’archiviazione del pubblico ministero, perché i colpevoli  erano appunto “ignoti”, quindi impossibili da individuare, avendo io obiettato  che erano “notissimi” e con tanto di indirizzo, sia della sede d’impresa, sia di quella legale, il GIP mi archivia ugualmente con la sfrontata dichiarazione che io avrei presentato in ritardo la querela, mentre ciò è manifestamente falso, avendola non solo presentata nei termini di legge previsti (prima della scadenza dei tre mesi dal fatto), ma anche perché essendosi manifestati anche atti di tentata intimidazione, stalking telefonico ecc., il reato rimase in corso, finché non ruppi completamente il contratto passando ad altra Società. 

Perché mentire in un atto evidentemente pubblico, se non per simpatia verso chi deruba impunemente un cittadino, definito “cliente”, come fanno le prostitute [9]? L’illustre GIP avrebbe potuto giustificarsi con una semplice motivazione, ovvero che la questione era di Diritto privato, quindi di pertinenza del giudice civile, non di quello penale. L’obiezione sarebbe stata discutibile, ma difficilmente superabile. Invece, non mi nega trattarsi di truffa ed estorsione,  ma mi rimprovera perché presentai in ritardo (!!!) la querela: ancora un po’  mi mandava in galera per complicità nel reato!

E poi ci meravigliamo se nei delitti tipo via Morgue (cfr. Edgard Allan Poe) questi grandi signori non riescono ad individuare i colpevoli e magari confondono pure scimpanzé e gorilla con persone (aiutati in questo dall’attuale genetica che afferma  il nostro DNA identico per il 98 % a quello degli scimpanzé).

E se non ci meravigliamo di questo, giustamente, non possiamo neppure meravigliarci che - malgrado statistiche di comodo reclamizzate da gazzettieri di Regime (udite, udite: gli omicidi di mafia sono calati...  e gli altri?) - la criminalità costituisca nelle nostre attuali società  perdoniste, buoniste, misericordiose ecc., un elemento, se non in crescita, perlomeno persistente ed invitto!

NOTE :

[1] Insisto sempre su questo punto:  l’Italia  funziona male, ma di certo anche altri sgoverni europei non stanno granché meglio, e il recente episodio del terrorista tunisino da tutti perdonato e condonato, “radicalizzatosi nelle carceri italiane” ( ma prima com’era? Un santo? E perché è finito in carcere? Per bontà, per un errore giudiziario?), in Germania lo dimostra. Troppo facilmente si scarica la responsabilità delle tendenze criminali sulla società occidentale, piuttosto che sul singolo individuo che delinque. Occorre certamente individuare bene se uno è colpevole, ma una volta determinata con sufficiente certezza tale tendenza gli si dia quello che gli è dovuto.

[2] Marco Fabio Quintiliano, “Institutio Oratoria”, Libro VII,  Cap. IV,  § 36,  cfr.  “La Formazione dell’Oratore” (forense, avvocato diremmo noi),  ed. BUR (Milano, 2001),  vol. II,  pag. 1215.

Adikémata è composto dall’alfa privativo (come il nostro “non”), dal termine dike (ovvero, giustizia), mentre la desinenza indica un atto al plurale. Dunque, “atti contrari a giustizia .

[3] Propriamente parlando in termini epistemologici, la sperimentazione è applicabile solo ad oggetti non viventi, ovvero alla fisica e chimica, non ai viventi in sé, in quanto il vivente, anche l’organismo più semplice, reagisce all’azione esterna in modo diverso dal suo simile:  quindi, solo con una sistematica osservazione di tipo statistico e prolungata nel tempo,  nella quale si calcoli più che la media astratta, la moda ovvero la misura più frequente come nella curva di Gauss, si possono dedurre regole su queste azioni e reazioni, valide per un’intera specie.   Quindi,  più che di “sperimentazione”,  nei riguardi dei viventi si dovrebbe parlare  di osservazione sistematica con metodi statistici, e sempre tenendo conto delle differenze individuali.  Questo spiega perché una determinata sostanza, prima nociva per un microrganismo, dopo una serie di applicazioni finisca per diventare innocua o scarsamente nociva a quel microrganismo, che si è adattato a difendersi.

[4] Cfr. Carlo Serra ed Autori Vari, “Proposte di Criminologia Applicata - 2002”, ed.  Giuffrè  (Milano,  2002),  nota 1, pag. 699.

[5] Affrontano l’argomento della querulomanìa tanto Benigno Di Tullio, allievo di Lombroso e tra i fondatori della criminologia / antropologia criminale, quanto Michele Correra e Pierpaolo Martucci nel loro testo, che citerò in bibliografia. 

Si parla, in criminologia, della sindrome di Stoccolma, ovvero del rapporto affettivo che può insorgere tra rapitori e rapiti, tra sequestratori e sequestrati.  Un soggetto psicoanalitico  estremamente raffinato ed interessante (si potrebbe vederlo come il riapparire di un rapporto di assoluta dipendenza che, pur nell’adulto,  insorge quando questo regredisce psicologicamente alla sua fase infantile:  finisce per vedere nel rapitore  una sorta di “genitore adottivo”,  una versione diversa del complesso edipico).  Ma nessuno pare essersi dedicato al rapporto analogo tra guardia e ladro, tra criminale e  poliziotto o giudice, ecc.:  forse non sorgono rapporti d’”amore”, ma certo di mutua “simpatia”, soprattutto quando il criminale sa d’esserlo e si confessa come tale .

[6] Nella mia esperienza di tardivo studentello di Giurisprudenza, mi divertivo talvolta a porre  una maliziosa domanda ai ben più giovani colleghi: il Diritto fallimentare si chiama così  perché si occupa di “fallimenti” d’impresa, oppure  perché fallisce? Ovviamente, i giovani non si lasciavano menare per il naso, e non rispondevano,  ma  reagivano con un certo divertimento alla mia allusione. L’uso di certi aggettivi dovrebbe essere più ponderato, soprattutto in un campo così serio come è appunto quello della Legge.

[7] Vidi oltre 10 anni fa una magistrata in udienza nel Tribunale, allora inquirente e poi giudice, coprirsi le cosce prosperose con la “toga”, visto che  la minigonna indossata non era sufficiente all’uopo. Sull’abusato concetto di “giustizia”, si vedano ad esempio le espressioni “Palazzo di Giustizia”, “Ministero della Giustizia”, “motivi di giustizia”.

[8] Durante gli studi di Giurisprudenza ebbi occasione di conoscere l’esistenza e di aver copia del relativo fascicolo, del cui possibile reperimento nemmeno un celebre avvocato triestino, anni prima, mi sapeva dire nulla. In tale fascicolo risultava che le indagini, della morte straziante di un appena diciottenne (ancora minorenne in quegli anni - la legge sulla maggiore età a 18 anni compiuti è del 1974) sotto le ruote di un treno all’alba, erano state chiuse entro una sola settimana, senza nemmeno un’autopsia, pur già allora obbligatoria. Non aggiungerò altro qui, per ragioni che potete ben comprendere .

[9] Un tempo, prima delle “privatizzazioni”, i consumatori venivano chiamati “utenti”. Ora viceversa siamo “clienti”, una denominazione usata appunto dalle prostitute che svolgono verso di loro determinati servizi…

RIFERIMENTI  BIBLIOGRAFICI

L’ordine seguito è quello della data di pubblicazione;  si tratta di testi universitari.

1) Benigno Di Tullio, “Princìpi di Criminologia Clinica ed Applicata” - Lombardo Editore (Roma, 1975), V edizione ,  pagg. 559.
2) Michele Correra e Pierpaolo Martucci, “Elementi di Criminologia”, ed. CEDAM (Padova, 1999), pagg. 412 complessive.

3) Carlo Serra e Vari, “Proposte di Criminologia Applicata – 2002”, ed. Giuffrè (Milano, 2002), pagg. 752 complessive.

13 commenti:

Gilberto ha detto...

Carissimo Manlio
Ho letto il tuo articolo d‘un fiato. L’incipit e la parte centrale ricchi di spunti e notazioni che pongono in rilievo i caratteri del delitto come sistema convenzionale sul piano legislativo e astrattamente prescrittivo e punitivo se svincolato da un sistema morale (teista o ateo fa lo stesso). Interessante anche la sottolineatura delle complesse relazioni tra attori e repressori del crimine (quella che indichi come interdipendenza tra guardie e ladri) e così pure il tema niente affatto paradossale del criminale come datore di lavoro (quanto mai attuale in un sistema dove le consulenze rappresentano un indotto economico davvero notevole, vedi proprio il caso d’attualità…). Quello che invece mi ha lasciato un po’ perplesso è la chiusa, per quanto divertente, nella esemplificazione delle tue traversie e tribolazioni come vittima delle inefficienze del sistema, una caduta sul piano personale dopo un complesso discorso a carattere epistemico. Però a nominare i luoghi friulani ho ripensato con nostalgia alla mia gioventù e all’anno di servizio militare a Visco appena fuori Palmanova. Alle scorribande a Grado, a Codroipo, a Udine… insomma una botta di nostalgia. Con affetto Gilberto

Vanna ha detto...

Bellissimo Manlio il tuo scritto, argomento nuovo per me. Lo leggerò di nuovo!

magica ha detto...

signor TUMMOLO .
MI SONO ARRESA . prima d'ave finito la lettura del suo post .
tutto impegnativo, e credo veritiero .
ha studiato giurisprudenza per cui il post si basa su osservazioni di quelli che hanno scritto le leggi . penso che siano state persone capaci e oneste ,
resta il fatto che , chi oggi è posto per condannare o assolvere , non osservi alla lettera le raccomandazioni , in modo che la giustizia sia giusta , ora i magistrati lavorano di testa propria . a piacere , se dicono che uno è colpevole non tornano indietro
alla fine non sono degli allocchi , saranno in grado di capire dove sta il bene e il male, ma per sontinuare nel loro intento trovano situazioni supposte . come quella che dissero a quarto grado , quando gentile disse che videro cosima serrano in giro per avetrana ,pensa un po' oltre al fioraio l'hann vista anche altri?,
mentre NESSUNO L'HA VISTA PERCHè LA SIGNORA STAVA A LETTO, ma non importa , continuano nel loro intento . chi se ne frega delle povere persone innocenti ?.. non interessa ! vanno avanti . forse sono andata fuori del post che lei ha scritto .? comunque io la penso cosi'

Manlio Tummolo ha detto...

Intanto grazie a Gilberto, Vanna e Magica per i rispettivi interventi. Grazie a Massimo che, malgrado gli impegni evidenti, lavora sempre al suo programma che è d'azione, come nota bene la vignetta iniziale. Cara Magica, non è affatto fuori tema, anzi, io stesso ho citato nell'articolo il caso Scazzi-Misseri come uno degli esempi massimi ed attuali di mostruosa iniquità giudiziaria, che ha fondato il tutto su otto contraddittorie versioni di un delitto e su testimonianze oniriche, fossero anche "vere" per il soggetto (rapimento), ma false per i personaggi del sogno. Evidentemente il sognatore vero o presunto ha visto qualcosa o ha sentito qualcosa, ma in un primo tempo ha voluto esporlo in un modo diverso dal reale, sperando che si capisse, povero ingenuo !, senza rendersi conto che i giustizieri, i SS. Inquisitori e i loro esecutori materiali ne avrebbero approfittato. Si è tornati ad um metodo a cui solo tiranni estremi fecero ricorso: il "sogno" come prova di un'intenzione e quindi di un delitto: qui addirittura il sogno diventa prova di fatti altrui, una cosa a cui i tiranni dell'antichità (Dionigi di Siracusa e Caligola, ecc.) non seppero giungere.

Il mio prossimo argomento sarà quello della proposta di istituzione di un Trbiunale del tutto autonomo dalla Magistratura che dovrà giudicare i reati dei magistrati, sia in questioni d'ufficio, sia come persone. Possibilmente elettivo, come espressione della volontà popolare, ma costituito da persone esperte di Diritto. Ciò per mettere i magistrati nelle stesse condizioni di normali cittadini, e non semplicemente come soggetti ad indagini e giudizio di natura disciplicare interna e corporativa, come fino ad oggi avviene in ogni parte del mondo. Ciò nella speranza di far smettere certi abusi storicamente compiuti dalla categoria da 2500 anni a questa parte .

Manlio Tummolo ha detto...

Una nota sulla tortura, su cui si sta formulando una legge. Siccome i giuristi operativi sono teste particolarmente dure, se non esiste una legge in cui vi sia, come titolo, "Torture, sevizie ed altri piaceri sadici", magari scritta con qualche termine britannico oggi tanto di moda, la tortura si dice impunibile (maltrattamenti e abusi da parte di pubblici ufficiali a loro esimio parere non abstavano... vedi caso ..., massacrato di botte, ma i cui autori, tra cui una "pacifica signora" ! le donne sono tutte buone, lo sappiamo e sempre oggetti di violenza, mai soggetti di violenza, furono puniti con la severissima pena di sei mesi !!!!!!), ecco che si sta procedendo all'uopo. Solo che, evidentemente, si sta facendo una legge non con i piedi, come un tempo, ma con la suola scassata di una scarpa vecchia. Intanto: sembra che possano torturare solo le guardie, e non i criminali. Il criminale non tortura, solletica, ti accarezza, ti fa raggiungere le vette del piacere. Poi la definizione del concetto di tortura: se uno ti taglia a fette una sola volta, non è tortura, ma un piacere fuggitivo; solo se è continuata ed aggravata (ma si più essere tagliati a fette più volte ?), allora è tortura. Qualcuno ha detto che il testo internazionale era già fissato, quindi più facile di così ! Mah, se era così facile, non bastava applicare la norma come già esistente ?

Trattamenti inumani e degradanti: già, ma quando un trattamento è inumano e degradante ? Una manganellata in piazza o sulla strada è "umana e gradevole" ? Può essere considerato "disumano e degradante" ? E se l'altro è armato di bastone o di pietre, è lo stesso ? Mah .

E così avanti: io direi, con più semplicità e chiarezza: abbiamo sempre torura, chiunque la faccia (poliziotto o criminale che sia) quando infligge dolori violenti e insopportabili, sia istantanei sia prolungati, miranti o a far dire ciò che si vuole dica il torturato, o tendenti a terrorizzarlo per vendetta. Attenzione: un medico, chirurgo o callista che, per curarti un'unghia incarnata o un dente o che altro, può provocare dolore anche forte, ma non è tortura, perché tale operazione ha scopo terapeutico (pensiamo a quando non si conosvcevano anestesie ben dosate), e non di violenza sadica e per minaccia. Il medico non si diverte, deve farlo per evitare al malato guai maggiori. Il poliziotto poi che si difende a manganellate perché a sua volta aggredito, non compie atti di tortura, perché la sua è azione proporzionata. Insomma, o si impara a far leggi chiare, o altrimenti vadano tutti all'inferno !

magica ha detto...

intanto le torture si infliggono eccome!
rovinare le vite di una famiglia , ? mettiamo che il presunto colpevole sia sotto tutela dello stato .. ci puo' stare, pero', metterlo alla berlina ancora prima che sia trovata la colpevolezza e se non bastasse , mettre in mezzo figli ,moglie, genitori . trovare anche sulle loro persone , le brutture di una vita . notizie che ognuno vorrebbe tenere per se . invece tutto il popolo deve sapere le tue magagne e come si sa il popolo mormora e aggiunge gogna . queta non è tortura psicologica?.

imprigionare una ragazza , equiparandola alla mafia . sbeffeggita dai social , inventare colpevolezze inesistenti .
QUESTì sono crimini , e purtroppo passano e non succede nulla . ma i criminali dovrebbero pagare tutti i loro malfatti . certi li pagano , gli ASINI LA PASSANO LISCIA . mi sovviene il Personaggio che ha liberao IGOR .. che HA FATTO MOLTI DANNI E DUE OMICIDI , costi per lo stato , dovrebbe pagare almeno quelli dico io

Manlio Tummolo ha detto...

Già, e Igor che fine ha fatto ? Nessuno ne parla, probabilmente gironzola tranquillo ospite di qualche buon parroco o di qualche affiliato al PD e simili.

Ieri moi sono dimenticato il nome del ragazzo a cui mi riferivo: era Federico Aldrovandi, massacrato come sappiamo Potremmo aggiungere Cucchi,e quanti altri ancora ? La violenza perpetrata non è mai giustizia, se non altro perché sproporziata ai fatti. Ormai sappiamo che nei Paesi "sdemocratici" subisce più violenza chi nulla fa o poco fa di male, che non coloro che fanno molto o il massimo male possibile. La celebre bilancia non pesa il rapporto reato-pena, ma la forza maggiore o minore del reo. Più potente è, meno soffre. Basta recitare manfrine di pentimento, recitare qualche atto di dolore per far contenti i "clementi e misericordiosidi professione, piccole caricature di Allah" , poi si può fare di tutto e di peggio...

Non ci resta che sperare nella presa di coscienza di qualche decina di milioni di Europei, contro questo andazzo .

Anonimo ha detto...

"Sapete dove dovete mettere gli immigrati?". La fucilata di Vittorio Feltri: uccisa la sinistra

Quelli della sinistra non hanno mai capito niente dell' Italia. Lo dimostra il fatto che non sono riusciti a governarla per più di 24 mesi. Romano Prodi col suo Ulivo profumato di incenso è stato due volte presidente del Consiglio e in entrambe le circostanze è durato un paio di anni, poi si è dovuto dimettere essendogli crollata addosso la maggioranza.
Un tentativo lo ha fatto pure Massimo D' Alema. Anche lui ha resistito poco tempo. Fu costretto a cedere il timone ad Amato, prima craxiano, quindi opportunista e pronto a saltare qualsiasi fosso. Di Monti è nota la mesta vicenda.

Di lui si ricordano tre cose: il loden, le tasse e la mancata spending review. Egli rimase al comando un annetto. In seguito arrivò Bersani, ma non ebbe fortuna: i grillini lo mandarono a defecare. Discese dal cielo democristiano Letta, il nipote, e alcuni mesi più tardi fu scalzato da Renzi, sostituito dal mite Gentiloni, asservito alle banche, tanto è vero che ha regalato 8 miliardi al Monte dei Paschi di Siena, l' istituto di credito gestito con le terga dai suoi compagni del Pd.

Nel giro di alcuni lustri i progressisti hanno dimostrato platealmente di essere incapaci di guidare anche una carriola, figuriamoci Palazzo Chigi. Il che dovrebbe bastare a convincere gli italiani a non votarli più. Ma non sarà così in quanto gli avversari della sinistra sono spariti nelle nebbie della stupidità. La prossima battaglia elettorale sarà la comica finale. I signorini del Pd e i loro sodali si stanno portando avanti per perdere consensi. Basti pensare che oggi scendono in piazza a Milano con l' intento di favorire l' immigrazione, persuasi che le migliaia di neri e di islamici giunti nel nostro Paese non siano sufficienti a garantirci la felicità. È incredibile.

I suddetti signorini affermano che i profughi sono una ricchezza per la Patria e reclamano nuovi arrivi. Promettono festosa accoglienza e integrazione, case, assistenza e lavoro per gli stranieri. Premono perché si abbattano i muri e si costruiscano ponti. Mentre almeno il 70 per cento dei nostri concittadini è esasperato a causa delle invasioni barbariche, i bamba milanesi, con in testa il sindaco Sala, sfilano in corteo affinché i famosi barconi intensifichino il trasporto nella penisola di sfigati, che poi siamo obbligati a mantenere nelle nostre città già abbastanza infestate. Siamo al paradosso. Coloro che ci amministrano, invece di risolvere il drammatico problema delle immigrazioni di massa, fanno il diavolo a quattro per aggravarlo, e minacciano di portare a termine il progetto suicida, addossando al popolo l' onere di finanziare la folle operazione.

Dato che la gente non è scema come i progressisti, se ne guarderà bene dal dare il suffragio a questi fighetti animati dal proposito di ricevere le orde di extracomunitari nelle periferie che scoppiano e sono ai limiti della sopportazione. Sia chiaro, se i partecipanti alla marcia pro africani sono generosi al punto da volerli sul nostro territorio, non ci opponiamo. A una condizione: se li portino a casa loro, in corso Venezia, in San Babila, in via Manzoni e li facciano accomodare in salotto o in camera da letto. Non osino parcheggiarli al Lorenteggio o a Lambrate.

di Vittorio Feltri













t







PINO ha detto...

BRAVO FELTRI, per essere un italiano!!!
Pino

Manlio Tummolo ha detto...

Condivido caro Pino. Ma il problema sta arrivando alla fine della sua complicazione: siamo ormai vicini all'esplosione di guerre etniche e tribali, di cui certo non si sentiva la mancanza. Ma occorre risalire anche alle cause, ovvero alle ideologie antinazionali ed anti-italiane degli alti prelati, che operarono prima per lo sgretolamento della fragile coscienza nazionale raggiunta dopo tre guerre risorgimentali e due guerre moondiali, poi successivamante all'esaltazione delle invasioni straniere a milioni; alle ideologie marxiste favorevoli alla lotta internazionale e cosmopolita di classe, ma non all'amor di patria; alle ideologie capitaliste, per cui innanzitutto si pone il lucro, poi tutto il resto; agli operatori mafiocamorristi ed infine ai giornalisti che, quasi in assoluto, ripetono argomenti imposti loro dai finanziatori dei rispettivi giornali. Ci avviamo a tragedie di inimmaginabile portata, di cui oggi abbiamo solo gli inizi e i primi sintomi, ma delle quali manca ogni coscienza ad ogni livello politico .

Anonimo ha detto...

magari in maniera meno catastrofica ma la penso esattamente come MANLIO TUMMOLO .
sopratutto sulle ideologie antinazionali e anti italiane degli alti prelati -
un personaggio che ha vissuto la gran parte della sua vita in un altro ambiente, con culture sudamericane .non sente amor di patria italiana ...annullare la sovranita' italiana , essere senza regole . il fatto è che con il nostro comportamento non ci rendiamo simpatici e nemmeno caricatevoli .. perchè chi invade ha la consapevolezza che ha diritto di farlo . qualcuno glielo h messo nella zucca a questi, per cui non sentono gratitudine , anzi ci considerano coglioni , infedeli .
non trovo le parole adatte per esprimermi .
convivo tuttavia a contatto con persone di quell'ambiente , e la pensano quasi come me .. che non rispondono alle mie domande : io deduco che , chi tace acconsente

magica ha detto...

il commento sopra è il mio l
comunque ecco come funziona in italy , nessuno commenta nel contraddire o acconsentire ,
siamo un popolo particolare .

Manlio Tummolo ha detto...

Carissima Magica,

che su questi temi molti tacciano o si accodino alla propaganda sgovernativa imposta dagli USA, dalla Chiesa Cattolica e protestante, dai residuati dell'URSS, ecc., è dovuto al terrore che molti hanno di passare per "razzisti o xenofobi" che, analizzando etimologicamente i termini sono all'opposto (ad es. gli schiavisti sono razzisti, ma tutt'altro che xenofobi; gli xenofobi hanno paura degli stranieri, schiavi compresi...). La diseducazione compiuta da 71 anni almeno a questa parte, per reazione agli eccessi opposti del periodo precedente (Lutero paragonava l'uomo ad un cavaliere ubriaco che, fatto montare da una parte, cadeva, e aiutato, ricadeva dall'altra: una delle poche intuizioni di alta psicologia di Lutero).

Le immigrazioni dei nostri giorni nulla hanno a che vedere con le emigrazioni italiane ed europee dei secoli scorsi, che avevano per motore la scarsità di risorse nel loro terriorio e la ricchezza e il vuoto demografico degli altri terriori. Chi viene qui, non guarda neppure un planisfero un mappamondo per scoprire che l'Europa è il più piccolo, e il più sovrappopolato dei continenti. L'Australia-Oceania è certo più piccolo ma non ha la densità demografica del nostro. Chi viene arriva imbottito di propaganda e di alterigia da martire e da perseguitato da non si sa ben chi . Perché uomini giovani e robusti, ben altro che affamati, visto che sfidano prima il deserto e poi il mare, non fanno nulla per rendere più tranquillo e vivibile il loro paese ? Sono ormai trascorsi 50 anni dalla loro indpendenza ed emigrano oggi più che 60 anni fa: perché ? Mi tacceranno per razzista o per xenofobo ? Non me ne curo, esprimo la mia opinione fondata sullo studio storico e su nozioni geografiche.