venerdì 7 aprile 2017

Condannare è la parola d'ordine, anche quando un cadavere non c'è...

Di Gilberto Migliorini e Massimo Prati

Paolo Gallo
E’ la sera del 7 ottobre 1954. Dai carabinieri di Avola, un piccolo centro agricolo in provincia di Siracusa, si presenta una donna che vuole denunciare la scomparsa del marito. L’uomo è uscito di casa alle quattro e mezza di mattina del giorno precedente per andare a lavorare nei campi e non è più ritornato. Lo scomparso si chiama Paolo Gallo...

Inizia così uno dei tanti articoli sugli errori giudiziari pubblicati sul sito "ERRORIGIUDIZIARI.COM". Questo riprende uno stralcio del libro "Cento volte ingiustizia" di Benedetto Lattanzi, co-fondatore dello stesso sito. Come è facile da intuire, l'autore si sofferma su cento casi di malagiustizia... e quanto capitò al fratello di Paolo Gallo, Salvatore, fu una vera ingiustizia, dato che a causa di quella scomparsa improvvisa venne marchiato come assassino e condannato all'ergastolo.

Salvatore Gallo fu accusato di aver ucciso il fratello e suo figlio Sebastiano di avere occultato il corpo. Salvatore fu condannato all'ergastolo, Sebastiano a 14 anni di reclusione. Dopo sette anni si salvarono dall'inferno perché Enzo Asciolla, un giornalista d'altri tempi, indagando per conto proprio riuscì a ritrovare il presunto scomparso.

Il fatto risale a tanti anni fa, ma si può usare e paragonare a quanto ancora accade oggi. Alla vicenda di Antonio Logli, ad esempio, vicenda che può aiutarci ad esplorare i meccanismi della giustizia italiana assieme ad altre vicende esistenziali che nell'opinione pubblica suscitano infinite suggestioni e una spasmodica volontà di dare un volto all'assassino... volto che una volta diventato mediatico può essere anche inteso come il surrogato che allo spettatore allevia il malessere associato al mestiere di vivere.

Naturalmente quello che segue deve essere interpretato come una semplice fantasia, un divertissement, una pura finzione ovviamente senza altro scopo se non quello di far riflettere sui meccanismi ‘giurisdizionali’ e sulle idiosincrasie mediologiche. Il paradosso, lontano dall'opinione corrente, alle volte ha la capacità di farci guardare alle cose con l'occhio del disincanto, per mostrarci non tanto delle possibilità collaterali delle storie e delle vicende esistenziali, quanto i meccanismi culturali e gli stereotipi normativi che ci tengono legati alla consueta visione del mondo, inconsapevoli di tutti i nostri automatismi mentali e talvolta dei nostri pregiudizi.

Immaginiamo dunque che Antonio Logli dopo i tre gradi di giudizio venga condannato in via definitiva per aver ucciso la moglie, signora Roberta Ragusa (per il momento siamo solo al primo step). Fin qui la storia appare in linea con tante altre vicende dove la giustizia, quella terrena, opera secondo metodi e norme codificate e soprattutto, nel caso italiano, secondo criteri autoreferenziali dove il confine tra soggettività del giudice e oggettività della prova non trova mai una precisa linea di confine. Spesso, conforme a una ermeneutica personale dei link indiziari, il codice interpretativo è delegato a quel consulente che può far pendere il giudizio in un verso piuttosto che in quell’altro, è condizionato dai parenti e affini che col loro grido di dolore mettono un enorme peso emotivo sulla bilancia ed anche da quel sistema mediatico che va a nozze con l’emoticon e la vendita di un prodotto editoriale... influenzando perfino i cherubini e i serafini…

Quasi tutti in Italia son certi che Roberta Ragusa sia morta, anche se le ricerche continue e certosine non hanno confermato la sua morte, anche se i rilievi effettuati dal Ris nella proprietà dei Logli non hanno dato alcun esito colpevolista. Ed allora, in mancanza di certezze, proviamo ad immaginare cosa potrebbe accadere in futuro... ad esempio che dopo la condanna inflitta in via definitiva all'imputato, faccia improvvisa la sua ricomparsa la signora creduta assassinata... o perlomeno una donna che dice di essere lei. I media, anche quelli più colpevolisti della prima ora, ovvio che non farebbero una piega, la gente dimentica in fretta, anzi la notizia sarebbe di quelle che risuscitano non solo i morti, ma anche una tiratura scialba e incolore e sulle pagine elettroniche si darebbe nuovo vigore a tutto l’ambaradan di pubblicità, commenti e dietrologie.

Immaginiamo che la donna dopo diversi anni dalla scomparsa appaia molto cambiata e che perfino i parenti più stretti sarebbero indecisi circa la sua identità. Di certo la sua improvvisa ricomparsa metterebbe in crisi un romanzo criminale descritto con cura amorevole e appassionato impegno civile, creerebbe sconcerto in quella platea colpevolista che si era prodigata nel tratteggiare il profilo scellerato del protagonista e butterebbe una luce non proprio benevola sull'istituzione giudiziaria.

Immaginiamo che la storia che la donna racconta appaia davvero incredibile. La sera della scomparsa allontanandosi da casa in preda all'angoscia riferisce di essere caduta pesantemente battendo la testa perdendo completamente la memoria. A riprova mostra a tutti la cicatrice sulla fronte. Vagando qua e là in uno stato di amnesia spiega di essere stata raccolta da un automobilista e lasciata nei pressi di una stazione ferroviaria. Lì sarebbe salita su un treno… La storia sarebbe confusa proprio per il fatto che in quei momenti era in uno stato di alterazione mentale.

Trattandosi solo di una finzione non è necessario perdersi in troppi particolari. Immaginiamo solo che dopo alcune traversie la donna sia approdata in una casa di campagna dove avrebbe vissuto per anni presso una famiglia che in buona fede credeva che fosse soltanto una di quelle vagabonde senza fissa dimora. Immaginiamo ancora che un bel giorno, per quel destino fortuito che regola la nostra vita, la signora Ragusa avesse ritrovato la memoria e fosse tornata a casa.

Qualcuno potrebbe illudersi che il signor Antonio Logli, nell'ipotesi, verrebbe subito scarcerato... ma riconoscere un errore giudiziario non è cosa facile per nessuno. E poi, per essere onesti di spiegazioni ce ne sono a iosa... proprio a causa di quei meccanismi giudiziari che fanno dell’indizio un jolly per tutti gli usi. Di scenari se ne potrebbero effettivamente immaginare tanti e tutti più o meno verosimili. La ricostruzione dei fatti è faccenda di consulenze e, perché no, di quelle simulazioni al computer con le quali non solo si può ricostruire una camminata ma anche valutare l’amnesia dopo uno shock post-traumatico.

Intanto bisognerebbe dimostrare senza alcun dubbio che la donna è proprio lei e non una mitomane, una smemorata ancora in preda alle sue allucinazioni, una che si crede quello che non è in una sorta di identificazione proiettiva. Ovvio che si tratterebbe di avviare un’indagine. Dopo mesi di consulenze, testimonianze dei familiari, analisi genetiche e quant'altro, immaginiamo che giunga la conferma che trattasi proprio della moglie creduta morta ammazzata... naturalmente dopo aver scansato le ipotesi riportate ai media da qualche dietrologo arrivato ad insinuare che la signora non è altri che una gemella omozigote della vera Roberta. Si sa che in qualche modo la genetica ci entra sempre di straforo...

Quindi la moglie creduta morta sarebbe a tutti gli effetti viva. Tutto a posto? Macché, a quel punto ci sarebbe un altro argomento che potrebbe osteggiare il rilascio del marito. Da una rapida analisi della cicatrice il consulente di turno potrebbe sollevare il dubbio che non si sia trattato di caduta accidentale, ma che la donna in realtà sia stata colpita volontariamente. Per farla breve, qualche magistrato potrebbe ipotizzare che la moglie sia stata percossa dal marito con un martello e poi lasciata chissà dove perché creduta morta. E il recupero della memoria? Solo parziale, perché in certi casi è facile rimuovere un fatto violento come una bestiale aggressione. Nell'ipotesi tutto resterebbe al suo posto perché la nuova ricostruzione conferma che non c'è stato alcun errore giudiziario. Quindi la conclusione sarebbe salomonica: il marito sta giustamente scontando la giusta pena.

Nella cronistoria di un delitto e in tutte le variabili collaterali di una storia, ormai la realtà virtuale è quella reale perché ha preso piede senza dubbi e incertezze. È sufficiente mescolare opportunamente gli indizi (che poi non sono altro che fatti comuni) e miscelandoli opportunamente possono saltar fuori percorsi narrativi più o meno intriganti, più o meno credibili e comunque sempre inclini a trovare un colpevole oltre ogni ragionevole dubbio... soprattutto quando il dubbio farebbe dubitare dell’efficienza della giustizia.

La finzione è ovviamente in chiave epistemologica, si dice anche così, una modalità con la quale ciascuno può ricavare suggerimenti e riflessioni, trovare spunti per chiarirsi le idee su cosa potrebbe capitargli tra capo e collo se si trovasse magari a scoprire un cadavere e non avesse poi le scarpe acconce a dovere. Ma cosa accadrebbe se si desse credito al carattere finzionale di una storia chiaramente inventata? Si  produrrebbe una concatenazione di altre finzioni, soprattutto dove molte condanne sono inflitte su quella base indiziaria e dove il carattere soggettivo dell’indizio è talmente elastico che al suo intorno può entrare praticamente ogni fatto della vita quotidiana di una persona. 

Qualunque fatto, guardato dall'angolo speculare adatto all'uso che se ne vuol fare, finisce per assurgere prima ad accenno, poi a segno, a sintomo, a traccia... e infine a prova.

A forza di cantare lo stesso ritornello, oramai hanno assuefatto l'italiano che crede a qualsiasi cosa dicano media e magistrati. Il piatto è sempre lo stesso, cambiano solo i condimenti e state certi che se la signora Ragusa fra qualche anno facesse la sua inopinata ricomparsa in tanti finirebbero per credere a nuove e inverosimili ricostruzioni colpevoliste. 

Ricostruzioni assurde, fantasticherie, solo insulse ed oziose fantasticherie... O no?

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9 commenti:

Manlio Tummolo ha detto...

BRAVISSIMO COME SEMPRE, MASSIMO. Come ho previsto, combattivo come sempre, Manlio

Manlio Tummolo ha detto...

Rileggendo, vedo che l'articolo è del nostro Gilberto. Quanto scritto vale per ambedue, Manlio

Remo ha detto...

Ma senza andare tanto lontano, se vogliamo ipotizzare altre assurdità giudico-giudiziarie basterebbe immaginare a cosa sarebbe successo se Fabbri, invece di cadere stecchino, avesse fatto uno bel buco nella pancia del russo, dopo avergli preso il fucile. Ieri sera da Vespa un procuratore di Bologna spergiurava che l'avrebbero dichiarata subito legittima difesa, vista l'ovvietà dei fatti; io invece temo che sarebbero attivati in cassazione con l'accusa, non di eccesso di legittima difesa, ma di omicidio volontario.
In compenso, il Russo ha fatto quel che ha fatto perché dopo 3 anni di galera per la giustizia aveva già pagato il suo debito con la società (in)civile per aver fatto appena 5 rapine a mano armata.

Manlio Tummolo ha detto...

Ciò che tormenta ogni mente pensante è l'arroganza, presunzione, pretesa certezza di coloro che dànno per morto colui il cui corpo non è stato trovato o di cui non c'è alcun testimone di aggressioni o di uccisioni di quella medesima persona, la quale, se ha buone gambe e un buon mezzo di trasporto piò andarsene dovunque. Oggi si sta cercando uno Slavo assassino, premiato dalla Magistratura per la bontà in carcere (cantava perfino nel coro, che vuoi di più ?), che sembrerebbe nascondersi in Emilia, provincia di Ferrara? Speriamo che sia così, ma potrebbe anche essere andato in Siria da Al Baghdadi, per quel che ne sappiamo...

Manlio Tummolo ha detto...

Una lieta notizia per me oggi: segno ed auspicio che qualcosa si muove nel mondo giudiziario. Di oggi è la notizia a Trieste che un illustre magistrato, pubblico ministero di Trieste, è stato trasferito disciplinarmente d'ufficio dal CSM, a causa di varie irregolarità, di cui qualcuna anche da me denunciata, commesse nel corso della sua poco luminosa carriera. Un bel colpo, per una città che si è sempre vantata speciale per "rigore austro-ungarico" (e, per chiarirci meglio, non si tratta di un magistrato di origini meridionali...).

Manlio Tummolo ha detto...

AGGIORNAMENTO:

Stante "Il Piccolo", quotidiano di Trieste, il magistrato di cui sopra è stato disciplinarmente punito (penalmente non si sa), perché irrideva suoi "superiori": a dire il vero, costituzionalmente nessun magistrato ha dei "superiori", agendo su propria discrezionalità e responsabilità, non ha chi ne comandi l'azione, ma al massimo che lo incarichi di questo o di quel caso. Interessante resta rilevare che neppure tra loro si stimano, il che è divertente, ma anche che la solidarietà corporativa, fortissima fra di loro, fa sì che, ufficialmente, si celino colpe maggiori con rimproveri di scarsa rilevanza. Infatti, in un caso del genere, qualunque altro dipendente statale sarebbe stato sanzionato con un'ammonizione o al massimo con un periodo di sospensione dal servizio; oppure si sarebbe attribuita un'incompatibilità ambientale tra l'impiegato e i suoi colleghi o superiori che siano. Di qui ancora una volta, uno dei miei temi prediletti: ovvero che, a giudicare magistrati, non siano altri magistrati, ma organi particolari ed esterni alla categoria.

magica ha detto...

basta sapere del caso scazzi .
era lampante che dalle deduzioni degli inquirenti tante ipotesi non quadravano ,
ma nonostante si sono tutti uniti nella medesima colpevolezza .
il sogno del fioraio , una porcata schifosa ,
prima andava bene l'omicidio in garage.erano sicuri di quello scenario ridicolo .. poi visto che il sogno del fioraio era un po' meno ridicolo hanno optato per questo scenario : inverosimile che non combacia con orari tempi . e luoghi .
ma lo avranno capito le 4 magliaie ? che non erano indizi validi?
ma nonostante tutti d'accordo perfino alla fine ?
ma dico dove viviamo ? nel medio -evo oppure nella piu' nera situazione di menti perverse .

Manlio Tummolo ha detto...

Cara Magica,

sotto certi aspetti si vive peggio che nel tanto deprecato Medioevo, in cui vivevano menti e uomini d'azione che oggi non li trovi nemmeno a cercarli col lanternino. Oggi si vive nella più nauseante ipocrisia: quella del credere di sapere, quella del credere di fare, e in realtà ci si avvia tutti quanti alla rovina dell'umanità e del pianeta. Si parla di "giustizia" e non si trova altro che pessima amministrazione giudiziaria .

Né si venga a dire "siamo in Italia". Leggo l'Arendt che scrive che in Germania, anni '60, alcuni ex nazisti accusati di aver ucciso oltre 6000 tra donne e bambini vennero condannati a pochi mesi in più di sei anni, e tanto mi basta...

Anonimo ha detto...

ha condiviso il post di Donato Santoro nel gruppo: Contro l'imposizione della supremazia islamica.
5 h ·

E dovremo festeggiare per essere stati liberati da donne inermi che hanno avuto la sfortuna di essere mogli, figlie, fidanzate, sorelle o amiche di uomini fascisti?
L'immagine può contenere: una o più persone e spazio all'aperto
Donato Santoro
22 aprile alle ore 13:47 ·

Primavera del '45; un gruppo di Partigiani seviziano e percuotono una giovane donna in pubblico... un'altra vittima delle loro "Eroiche Conquiste". Successivamente verrà ritrovata... squartata e gettata nei pressi di un corso d'acqua. Furono oltre 20.000 le donne fatte prigioniere e uccise dai "Compagni Comunisti" durante le "Radiose Giornate".