sabato 11 gennaio 2014

Adolescenza - Sognare la Vita ad occhi aperti

Articolo di Gilberto Migliorini



L’adolescenza, quella vera, è quel periodo così difficile e tormentato in cui tutto appare precario. La fenomenologia del tempo per un adolescente è quella di una durata vissuta in un presente ipertrofico, un tempo dove un giorno può essere più lungo di una vita… ma anche altrettanto breve, come un’esistenza bruscamente interrotta. In quel periodo di transizione all’età adulta la vita è davvero un’avventura da assaporare con tutti e cinque i sensi, ma soprattutto con quel sesto senso rappresentato dall’immaginario, dalle fantasie, da quelle visioni che lo rendono molto creativo e che talvolta possono apparire sospese in quel confine incerto tra il tutto e il niente. Sono le infinite possibilità che si aprono davanti, quando la vita è ancora un mare incognito e inesplorato, in quello sviluppo psico-emozionale nel quale la fragilità psicologica si mescola al desiderio di vivere e alle prime aspre delusioni. Il confine tra realtà e fantasia nell’adolescente è in quel sogno ad occhi aperti con cui assapora e intravede quell’incredibile ampiezza e quelle straordinarie opportunità che poi, nell’età adulta, andranno inevitabilmente a restringersi e a focalizzarsi, disperdendo quell’immenso serbatoio di promesse in una direzione definita che prenderà il corso dell’esistenza.

L’adolescenza è carica di quelle infinite potenzialità che talvolta possono davvero creare confusione, paura e sfiducia… ma altre volte esaltazione, ebrezza e felicità. C’è qualcosa di magico in quel periodo che precede il dismagamento dell’età adulta, poi tutta presa all’affermazione e al pragmatismo. Solo alcuni riescono a mantenersi immuni dal disincanto e dell’adolescenza conservano proprio il suo tratto più nobile e creativo, la sua spinta ingenua e ideale. La ciclotimia adolescenziale, con frequenti sbalzi d’umore, come un’altalena sulla quale si sperimenta quella gamma di emozioni talvolta contraddittorie e inquietanti, ha un carattere in parte fisiologico, una normalità fatta di alti e bassi, su e giù, un’alternanza di emozioni... L’esperienza e la complessità del mondo è esperita attraverso un’escursione bipolare, mediante quell’immaginario ideativo e sperimentale dove tutto è incerto e possibile.  Talvolta gli adulti tendono a minimizzare i problemi legati alle trasformazioni e alle difficoltà relazionali degli adolescenti, un'età in cui la coscienza della propria libertà e della propria potenziale autonomia seduce e spaventa nel medesimo tempo. 

L’adolescenza è un’età di cambiamenti anche repentini; un periodo di crisi improvvise, di vuoti e lacune che si aprono come foibe nell’interiorità e di altrettanto fulminei capovolgimenti in cui in un istante tutto si ribalta: dalla gioia al dolore, dallo strazio all’allegria e poi ancora nell’angustia e nella tristezza. Nelle società tradizionali i riti di passaggio fungevano da ammortizzatori e indicavano simbolicamente l’attraversamento di una soglia, il nuovo status legato al contesto sociale, ma anche una discesa nell’interiorità, non un mero espediente esteriore. Molti segnali di difficoltà che vengono considerati precursori di azioni autolesionistiche sono irrilevanti e fisiologici, appaiono come semplici drammi di simulazione, tentativi di mettere alla prova quel mondo adulto che talvolta è così contraddittorio e irresoluto. Esistono però anche problematiche che rimandano a una relazione non generica tra l’adolescente e una famiglia disfunzionante - conflitti con rapporti ambivalenti, comunicazioni di doppio legame e ingiunzioni paradossali, rigidità e contraddittorietà educativa, mancanza di souplesse a fronte delle crisi fisiologiche della crescita. 

In ogni caso “nessuno nasce imparato”, come si dice. Per quanto si possa essere genitori mossi da buone intenzioni, il rapporto con i figli è sempre pieno di incognite e di imprevisti. Le lezioni teoriche sono soltanto l’occasione per un esercizio accademico. La vita con tutte le sue istanze e le sue vicissitudini è un’altra cosa rispetto a un manuale di psicologia dell’età evolutiva… In tal senso si può dire che qualsiasi teorizzazione sull’adolescenza (e più in generale sulla psicologia dell’età evolutiva) è sempre in ritardo, sempre un passo indietro rispetto a una realtà sociale in perenne trasformazione dove i processi motivazionali e le valenze emotive sono costantemente in divenire. Possiamo dire che per definizione l’adolescenza è sempre oggettivamente incompresa, e non può essere altrimenti, perché cronologicamente difforme e indeterminata e perché fenomenologicamente sempre diversa e ubiqua. Nessun manuale di psicologia è in grado di comprenderla; per statuto e ontologicamente essa risulta sempre altrove, non trattandosi di una res ma di un processo legato alle trasformazioni dell’ambiente sociale nel quale l’adulto è, esso stesso, immerso con tutti i suoi limiti e le sue idiosincrasie.

L’adolescenza è quell’età in cui si comincia ad opporsi alla disciplina, ai rimproveri e alle richieste degli adulti. L’età della ribellione, della contestazione, del desiderio di volar via anche se le ali ancora non riescono a sostenere il volo. Lo spirito ribelle in quel periodo di passaggio comporta rivalità con le figure di riferimento. Conflitti generazionali, ma anche il desiderio di instaurare rapporti di fiducia e di complicità, se c’è l’occasione per farlo, se c’è una guida che è insieme rispettosa di quel margine di discrezionalità che richiede lo sperimentalismo adolescenziale e nello stesso tempo che sa suggerire il buon senso e le opportunità dell’esperienza e soprattutto dell’amore. Contraddizioni all’ennesima potenza, quel mondo di mezzo nel quale non si è né carne né pesce, ma dove in certo modo si è già padroni della propria vita, dove già si intravede che la libertà comporta l’onere delle scelte. E’ un nuovo universo che si apre con tutte le antinomie di un mondo ibrido, la medietà non priva di pericoli, dove si cerca una nuova identità espressa anche nel look fantasioso e accattivante, nel linguaggio un po’ sopra le righe per atteggiarsi più grandi e scafati, nei gesti un po’ eccessivi e negli atteggiamenti tra l’ingenuo e il faceto. 

In quell’età in mezzo al guado tutto appare ineluttabile: è la contrapposizione dei contrari, perfino la teatralità del destino rappresentato in forma fortemente drammatica (anche con riferimento ai mass media e ai processi di identificazione proiettiva con il mondo adulto). Il tema della morte è sovente un topos dell’adolescenza, con modalità che attraggono e spaventano nel medesimo tempo. “Morire, dormire - come dice il poeta - forse sognare, l’impedimento è qui”. Il tema della scomparsa, la voglia di andarsene ha una valenza sia reale, sia metaforica, la ricerca di un senso profondo a quella che appare una malattia mortale, il nostro destino. Per molti adolescenti è il mistero di quelle pulsioni che improvvisamente sorgono da qualche parte dell’io, un richiamo struggente, un’inquietudine, un turbamento che si staglia nella loro anima e li fa sentire improvvisamente stranieri. Confusi e sperduti in una terra incognita, la loro vita. Per certi versi l’adolescenza è il periodo più affascinante, quello dove il mistero dell’esserci si fa impellente, simbolico, pressante… L’esserci in questo mondo rappresenta davvero nell’adolescenza un’avventura dove nulla è scontato, neppure quella vita che talvolta è come appesa ad un filo. 

Nell’adolescenza tutto è in bilico, come su una corda, è come attraversare una cascata tenendosi appesi alla tela di un ragno, come volare con delle ali di cera che di botto si possono sciogliere, come solcare un mare dolce e tranquillo che d’improvviso diventa urlante e ruggente. Talvolta l’adolescente vorrebbe scomparire, dissolversi, diventare trasparente: la fantasia della morte appare all’improvviso come un’uscita di sicurezza, un’opzione non per morire ma per sperimentare meglio la vita, per provare ad essere e a non essere, in simultanea, a morire per vivere ancora, sperimentando la reazione di quelli che si amano, come se si potesse sopravvivere e tornare indietro per raccontare le proprie pene. Nodi che in quell’età così spensierata, ma anche infelice, l’adolescente vorrebbe sciogliere con un colpo di spada come il nodo gordiano. Vivere la propria morte come l’esperienza al limite, per quello sperimentalismo che non accetta alcuna limitazione: onnipotente e sfiduciato, esibizionista e introverso, felice e frustrato. Tutta la gamma di quel mondo interiore che cerca di espandersi oltre qualunque confine, come quel cielo e quel mare che oscilla dentro e fuori dall’anima. Tutto può all’improvviso periclitare, naufragare, morire... in un istante.

Lo sperimentalismo adolescenziale può condurre perfino in quelle regioni di confine dove testare la propria onnipotenza: il mondo adulto è, allo stesso tempo, la dimensione del possibile e dello strumentale, un mondo che svela tutta la sua fragilità e incoerenza, la sua crudeltà e il suo opportunismo. Gli Adulti sono talvolta più adolescenti dell’adolescente, più immaturi di quelli che dovrebbero guidare e indirizzare attraverso l’esempio, con un modello se non proprio da imitare pedissequamente, almeno da considerare come un spunto di riferimento.

La realtà sociale nella quale viviamo è quella dei valori effimeri, dell’equivalente, dell’apparire, dell’avere.... Il mondo adulto si esprime troppo spesso attraverso la retorica e il conformismo: valori appiccicati, astratti ed ipocriti. I modelli mediatici ripetitivi e seriali costituiscono l’humus per quelle nuove generazioni ormai svincolate dalla famiglia e dalla scuola che ricevono gli input più che altro da agenzie di istruzione (non educative), sistemi di condizionamento e modelli di cultura (o pseudocultura) in modo acritico e secondo gli automatismi della società dei consumi. L’educazione presuppone non solo dei modelli, degli stili di vita e dei valori. Modelli, stili e valori sono epifenomeni di qualcosa di più profondo, qualcosa di non oggettivabile e programmabile. L’educazione presuppone un rapporto tra soggetti, e per questo non può essere riprodotta in automatismi e precettistiche. Le macchine per insegnare (di origine comportamentistica) possono tutt’al più essere utili in certi tipi di addestramento per acquisire determinate abilità in ordine alle più svariate discipline. Ma un rapporto educativo non può mai essere una procedura automatica implementata in un software. E nemmeno essere descritto attraverso quelle programmazioni per obiettivi alle quali la scuola attuale sembra dare così tanta importanza. 

Il fallimento della scuola italiana come agenzia educativa ha origine dalla pretesa di trasformare il rapporto educativo in regole codificate, in procedure scandite secondo item: come se si trattasse del ciclo di una catena di montaggio, un procedimento secondo tappe e scansioni di avvicinamento a qualcosa di definito ideologicamente che una qualche verifica quantificabile possa oggettivare in forma numerica. Il risultato è una scuola della mera istruzione senza nessun intento educativo (e per questo è surclassata da altre agenzie che dispongono di sistemi di condizionamento e di influenza ben più potenti e persuasivi, ma anche più orientati alla manipolazione e alla contraffazione). Analogamente le famiglie, indottrinate dai mass media, si sono trasformate in cinghie di trasmissione di valori preconfezionati di altre agenzie ‘educative’ (o diseducative). Per spiegare il disagio adolescenziale, fenomeni come quelli di recenti fatti di cronaca, non basta dunque riferirsi alla scuola e alla famiglia, occorre allargare l’angolo di visuale.

La società italiana del dopoguerra è cresciuta su due assunti guida: lo sviluppo economico e il consenso. In entrambi i casi l’italiano è stato sempre ritenuto non un soggetto (al di là della retorica di regime) ma uno strumento. Perfino il benessere rappresentato dalla società dei consumi è sempre stato considerato solo un mezzo per incrementare lo sviluppo economico e non un fine in se stesso. Sviluppo sociale in funzione dello sviluppo economico e non viceversa. Allo stesso modo l’educazione scolastica non ha mai rappresentato un fine, ma soltanto un mezzo (che come tale comporta la sua scansione attraverso obiettivi, procedure, sistemi di valutazione e vidimazione). Tale prospettiva, che può apparire dettata da pragmatismo, è in realtà l’assunto miope di una tecnologia dell’insegnamento che porta a soffocare la creatività e a forme di disadattamento. Non a caso con il fallimento della scuola come agenzia educativa (e con la trasformazione della famiglia in una sorta di contenitore amorfo) è cresciuto il disagio delle nuove generazioni, senza guida e senza veri punti di riferimento.

Cos’è veramente un rapporto educativo? La risposta non è facile, dal momento che non si tratta di cose da insegnare, un galateo, o di istruzioni da dare (precetti e valori). Certo nella scuola esiste anche il versante dell’istruzione, un sistema di conoscenze da trasmettere, ma l’educazione è essenzialmente un’altra cosa (non si tratta di quell’industria sbandierata da tecnocrati e behavioristi). Nella sua etimologia educare, dal latino educere, significa tirar fuori (forse anche nel significato di allevare). Questo ci porta alla filosofia greca, a Socrate. Il filosofo era solito dire che non aveva nulla da insegnare. Dunque la negazione di una concezione trasmissiva del sapere. In Platone conoscere è ricordare (l’anamnesi). L’attualità socratica prende le mosse dal rispetto dell’interlocutore (anche quando è un bambino o un adolescente) in quanto portatore di una dignità e di una libertà che non possono essere violate, in quanto già depositario di valore e conoscenza, quel mondo interiore da disvelare e partorire. Non violare l’autonomia e la libertà di quell’età di trasformazioni che segna il passaggio all’età adulta, significa non trasformare l’adolescente in un contenitore da riempire (di pregiudizi e di valori preconfezionati), in un personaggio da indottrinare e programmare, un oggetto sul quale promuovere delle esercitazioni da laboratorio mediatico e da referente ideologico. 

Libertà anche di sbagliare con l’assunzione delle sue responsabilità in modo proporzionale e senza considerare sempre l’adolescente come incapace di intendere e di volere. Il rispetto dell’adolescenza significa anche rispetto del principio di responsabilità, che comporta conseguenze e sanzioni (positive e negative). L’idea che lo scatto della maturità avvenga all’improvviso, al compimento del 18esimo anno di età, è foriera di una visione equivoca e deresponsabilizzante se consideriamo che esistono adulti che permangono indefinitamente in un’età adolescenziale e minori perfettamente in grado di valutare l’idoneità e la rettitudine dei propri comportamenti (proprio perché gradualmente formati al concetto di responsabilità). Quello di maturità è un concetto astratto e non riferibile all’età anagrafica. Esame di maturità è solo un brutto ideologismo, un ossimoro in quanto la maturità non comporta esami, non è testabile in una prova finale, è un processo che ci impegna sempre e che ci mette alla prova indefinitamente attraverso la realtà quotidiana e non già mediante test artificiosi e casuali. La stessa psicologia dell’età evolutiva è soltanto un criterio di riferimento che prescinde dal contesto sociale e culturale, un insieme di teorie astratte e pretestuose se non vengono considerate come mera ipotesi, come un guscio vuoto da rimodellare costantemente alla luce dei cambiamenti sociali e culturali, delle trasformazioni del mondo in cui viviamo.

Il tecnocrate, formato alla scuola dell’ideologia (in qualunque sua forma), è legato a una concezione dell’educazione in senso strumentale, nel senso di un addestramento. Una concezione disinteressata dell’educazione, alla classe dirigente italiana agli antipodi rispetto alle esigenze dello sviluppo sociale ed economico, sembra una perdita di tempo e di risorse. Eppure, paradossalmente, è proprio una educazione socratica (disinteressata rispetto a un fine esterno al processo educativo) a formare individui attivi e consapevoli, cittadini creativi e originali che andranno a dare il loro contributo alla società attraverso la vera cultura di uomini liberi e non incasellati.

Al di là dei protagonisti dei casi di prostituzione minorile, i recenti fatti di cronaca che verranno giudicati dalla magistratura, ci si chiede quali siano le cause profonde del disagio adolescenziale. Le risposte che si sentono nei salotti televisivi, anche in certe trasmissioni che vogliono essere di approfondimento, sembrano ispirate a circoscrivere i casi o a una sorta di perversione dei clienti, o a un incidente di percorso educativo per degli adolescenti in fase critica: vuoi a causa di famiglie diseducative, vuoi a causa di cattive compagnie e di individui senza scrupoli. Insomma, c’è la tentazione di circoscrivere tutto a un milieu, riferito a persone e situazioni contingenti, a un generico ambiente sociale degradato, a un contesto psico-sociale dove mancano i valori e dove gli adolescenti vengono facilmente adescati attraverso espedienti tecnologici in grado di aggirare le resistenze e di carpirne la fiducia. Nessuna disamina sul sistema socio-culturale nel quale siamo immersi, quello consumistico offerto dalla televisione e dai mass media che si può provvisoriamente riassumere nei messaggi epidermici, convenzionali e decettivi: i valori della retorica, del convenzionale, dell’usa e getta, di tutto ciò che è funzionale al consumo di un prodotto all’interno di un sistema di valori preconfezionati e funzionali allo statu quo.

Non si tratta di analisi, si tratta solo di descrizioni più o meno coerenti, talora con intenti moralistici. Descrizioni generiche che non riescono neppure lontanamente a spiegare come degli adolescenti barattino il loro corpo per una ricarica telefonica o lo vendano con nonchalance come navigate professioniste del sesso. Quando il degrado riguarda comportamenti socialmente accettabili, si chiude un occhio, si fa finta di non vedere, la normalità del fan tutti così diventa un lasciapassare. Il tessuto socio-politico e il sistema dei valori espresso dall’universo mediatico rimane sullo sfondo come accidentale e irrilevante, come se non esistesse altro nella determinazione dei fenomeni comportamentali se non i legami e le interazioni tra i protagonisti (vittime o carnefici) delle storie che vedono coinvolti minori e adulti.

La realtà sociologica rimanda a una tessuto sociale dove le persone (gli adulti) hanno smarrito l’orientamento. Non possono educare dal momento che essi stessi hanno perso quella libertà, quella dignità e quel rispetto che sono alla base di un vero rapporto educativo. articolo di Gilberto Migliorini

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4 commenti:

Vito Vignera da Catania ha detto...

Carissimo amico Gilberto è un analisi la tua molto approfondita sul tema in questione.Le fasi si possono ben distinguere in,preadolescenza,adolescenza,e il diventare adulti,quest'ultima è quella in cui si dovrebbe raggiungere quella maturità che ci porta ad affrontare i tanti problemi della nostra esistenza.La fase dell'adolescenza è quella in cui ogni soggetto inizia ad avere certi orientamenti di vita sociale,di amicizie con cui coltivare ideali o condividere idee.Tutto naturalmente può variare da soggetto a soggetto in base a dei fattori culturali che possono condizionare certe scelte futuristiche.A poco a poco iniziano quelle conflittualità con i genitori,si pretende più di quello che dei buoni genitori potrebbero dare,non si è mai contenti di quel che si ha.Personalmente le tante cose che dici le ho vissute,basta che ti dica che ho iniziato a lavorare all'età di 10 anni,e dall'ora ancora lavoro tutti i santi giorni per guadagnare e poter sopravvivere,perché di certo non posso attendere la manna dal cielo,morirei di fame io e famiglia al seguito.Ciao caro Gilberto,il tuo umile scudiero non può che augurarti una tranquilla e felice notte.

Anonimo ha detto...

Carissimo Vito
Scudiero e lavoratore indefesso. Chi non ha vissuto i tormenti più o meno drammatici di quel periodo di rapide trasformazioni... Tu hai dovuto fare i conti molto presto con le necessità della vita. Oggi al contrario si assiste al fenomeno dell'adolescenza prolungata, sia per effetti deresponsabilizzanti e sia perché il lavoro non si trova né a diciotto e né a trent'anni. Forse in fondo, e nonostante tutto, la nostra generazione è stata più fortunata. Ciao amico furbacchione.
Gilberto

Vito Vignera da Catania ha detto...

Carissimo amicone Gilberto buona Domenica.Certamente di anni ne sono già passati parecchi della nostra adolescenza,anni 70/80 molto belli e anche spensierati,si hanno tanti amici,i primi amori,il lavoro che a quel tempo ancora c'era,con poco ci si divertiva,ascoltare un po di musica,le partite alla radio,qualche bel film al cinema,le solite partite di calcio tra amici in un piccolo spiazzale, di certo come passare il tempo non mancava.Bella fase quella dell'adolescenza,periodo di transizione in cui a poco a poco si dovrebbe acquisire una certa maturità,o almeno dovrebbe essere così,solo che a volte questa adolescenza si prolunga,vuoi per un motivo o per un'altro non avviene questo distaccamento.Ciao caro Gilberto,il tuo umile scudiero ti abbraccia con affetto.Agli amici del blog auguro una serena e tranquilla Domenica.

Iacopina Mariolo ha detto...

Penso che non esista L'Adolescenza ma le adolescenze dei molti.Spesso reifichiamo un concetto, una categoria e coastruiamo un'asse interpretativa che tranquillizza con il suo principio unificatore ma decontestualizza il fenomeno che perde pertanto la sua caratteristica di unicità storica.
Sarebbe interessante raccogliere le storie di vita degli adolescenti nel loro contesto sociale ed economico, di relazioni e di affetti per individuare l'unicità espressiva e comportamentale.
Sono spaventata dalle attuali storie di psichiatrizzazione selvaggia che ho colto nella realtà dei miei luoghi e sono alla ricerca di quei significati che solo l'individuo può dare alla sua vita ed ai suoi comportamenti
Se vuoi, Gilberto,possiamo parlarne.
Complimenti per il tuo lavoro
Iacopina