giovedì 14 aprile 2011

Denise Pipitone. Le lacrime non hanno bisogno di parole... (video all'interno)

Kaur Samriit
Ieri leggevo una brutta notizia, una notizia difficile da elaborare mentalmente per chi come me ha una figlia di due anni. Una bimba di Bergamo, Kaur Samriit di qualche mese più grande della mia, è morta domenica pomeriggio, sotto gli occhi dei genitori, mentre era in cortile a giocare con la palla. Ed i pensieri, dopo una notizia del genere, offuscano gli occhi, li bagnano, si insinuano nello stomaco bruciandolo. Il destino, che molto spesso è crudele, a Kaur non ha fatto sconti di alcun genere. La piccola era in cura al Gaslini di Genova, a causa di una malformazione artero-venosa, e probabilmente i medici attendevano crescesse per farle affrontare un intervento chirurgico che le avrebbe forse risolto il problema. Ma Kaur non ce l'ha fatta a crescere, Kaur è morta perché alla sua età si ha bisogno di giocare, di sentirsi vivi, di sentirsi felici. Nel suo volto ho visto il volto di mia figlia ed ho pensato alla sofferenza, al dolore aggrappato alla speranza dei suoi genitori mentre portavano la bimba, giunta ormai agli ultimi respiri, al pronto soccorso. Quale tristezza più grande di questa un padre ed una madre possono provare? Mentre mi ponevo la domanda ho pensato a Piera Maggio e a Denise Pipitone. 

Le mie dita a quel punto si sono fatte incontrollabili. Digitando sulla tastiera hanno estrapolato dal computer un file video scaricato da youtube, e da me in parte modificato, che avrei voluto usare una volta finito il processo riguardante il rapimento di Denise, processo iniziato da poco e che vede quale imputata del sequestro la sorellastra della bimba. Io so che a volte le emozioni sono incontrollabili e diventano commozione al di la di ogni limite, diventano acqua salata che bagna il viso, diventano brividi che muovono i capelli, diventano rabbia che alza la voce. E se questo lo può provare chi non ha subito un dolore del genere, chi può ancora abbracciare la sua bambina e baciarla, non si può neppure immaginare in lontananza quale scossa di terremoto si abbatta nel cervello di una madre che con lo scorrere dei minuti, delle ore, dei giorni, deve riuscire a metabolizzare la mancanza di un volto, di una voce, di un sorriso, di una figlia che non vedrà crescere, di una figlia che la crudeltà mentale di chi ha il cuore immerso nella sabbia del deserto ha portato lontano, ha fatto sparire. Ed il non sapere quale destino sia toccato al piccolo essere che si ama più di ogni altra cosa al mondo uccide ciò che hai dentro e ciò che ti circonda, uccide la voglia di vivere e ti trasforma  in un morto che cammina. 


Non è facile scrivere di certi argomenti, non è facile perché la mente vorrebbe mai ne accadessero di avvenimenti del genere. Eppure accadono. Ed il pensare che esistono esseri figli di un nulla assoluto che mettono in atto simili piani criminali, scempi contro natura, fa salire il sangue alle tempie e capire per quale motivo in alcune zone del mondo esiste ancora la pena di morte. Pena che ad alcuni, me compreso, pare ingiusta, pena che ad altri sembra quasi riduttiva perché il debito che si ha con la società viene estinto nei soli tre o quattro minuti di una iniezione letale. Ma come capire chi è davvero colpevole e chi no? Chi deve essere condannato a morire oppure deve restare in vita? A volte non si hanno neppure piste su cui lavorare, su cui indagare. Altre si hanno ma non si seguono.

Come in questo caso dove già inizialmente c'era il sospetto, quel sospetto che ti frulla in testa e ti vorrebbe far agire, c'era la pulce, quella pulce che ti sussurra nell'orecchio e non se ne vuole andare, c'erano le parole da dire, parole da subito fatte conoscere a chi indagava, come ribadito al processo dal padre naturale di Denise, Piero Pulizzi, che in quel giorno ha pensato immediatamente, quali possibili autrici del sequestro, all'altra sua figlia Jessica, la sorellastra della bimba, ed alla sua ex moglie. Ci sarà stato di certo chi ha spiegato a lui ed a Piera Maggio i reali motivi per cui nessuno ha pensato di cercare già dalle prime ore la ragazza, all'epoca minorenne, e sua madre. Ci sarà stato chi ha spiegato loro i motivi per cui ci si è incastrati nel tunnel creato da chi la voleva rapita da un gruppo di nomadi, da un pedofilo, senza seguire anche la pista indicata dal padre. Perché ora non sarà facile accusarle dato che le si è lasciate libere di muoversi, di girare la Sicilia in tutta tranquillità, di fare quanto è probabile abbiano fatto. Eppure da subito il Pulizzi, all'inizio delle oltre venti ore trascorse in una caserma dei carabinieri pur avendo un alibi di ferro, aveva detto di essere andato a casa a controllare se l'avessero portata lì, di aver guardato nel bagagliaio dell'auto, lui da subito temeva un atroce dispetto messo in atto da chi provava odio nei suoi confronti e nei confronti della bambina avuta dopo la separazione.

Il solito malcostume di chi è preposto alle indagini e segue un protocollo scritto che nove volte su dieci non porta in nessuna direzione? Chi ha cercato Denise, ed ancora la cerca, ha sbagliato inizialmente direzione, è vero, ma ha dimostrato negli anni di avere un cuore pulsante. Chi l'ha rapita, chi l'ha tenuta in custodia, ha dimostrato, al contrario, di avere una pietra ghiacciata nel petto. Come lo ha dimostrato quello o quegli abitanti di Mazara che andavano a strappare di notte le foto della bimba, foto attaccate dalla madre, riducendole in coriandoli o gettandole. Un comportamento allucinante che può mettere in atto solo una mente bacata, una mente malata come quella dei rapitori di bambini. Chi regala al prossimo una sofferenza del genere merita solo di vivere tra il fuoco dei rimorsi, di trascorrere tutti i suoi anni nella solitudine dell'emarginazione, merita di essere mangiato ora dopo ora da una malattia senza fine, una malattia eterna che non conosce morte.

Madri come Piera Maggio, non metto altri nomi perché rischierei, visto il numero elevato, di dimenticarmene, e non voglio, meriterebbero un abbraccio globale per quanto, dal minuto successivo la scomparsa del proprio figlio, stanno soffrendo. So che non è facile dirle con parole appropriate quanto ci si senta mentalmente vicino a lei ed a Denise, ma so che anche una sola lacrima può bastare a volte per far arrivare il calore del nostro affetto a chi non conosciamo, a chi vorremmo stare accanto ed aiutare nel momento del dolore.

In fondo le lacrime, se sincere, non hanno bisogno di parole...



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9 commenti:

Anonimo ha detto...

E bravo Massimo, anche oggi ci sei riuscito a farmi emozionare.Sarah e Denise, forse perche più vicine a me geograficamente,mi stanno facendo star male e non vedo l'ora che tutto cio finisca con la vera giustizia.Quando posso ti seguo e le mie umilissime opinioni concordano con le tue.Ma poi quella musica di sottofondo al video...Straziante.
Bea.

emax/massimo prati ha detto...

Grazie Bea, le tue parole sono emozione.
Per quanto riguarda la canzone straziante non l'ho scelta io ma Piera Maggio. Ciao, Massimo

Sara ha detto...

è inquietante a volte come una persona che praticamente non conosciamo, possa mettere per iscritto esattamente i nostri pensieri (beh... in forma migliore!)

grazie per quello che scrivi, per la tua sensibilità e la tua voglia di comunicare e raccontare: non sono "solo" parole...

Sira ha detto...

Ciao Massimo, grazie per l'articolo, riesci sempre a farci capire quanto siamo fortunati, quanto a volte sono piccoli i nostri problemi, e quanto dovremmo maggiormente apprezzare ogni attimo di serenità che questa vita ci regala.
Grazie
Sira

nico ha detto...

Ciao Massimo. Tempo fa, a seguito di un tuo articolo sulla famiglia di Yara, ti avevo scritto che quando mia figlia aveva pochi giorni é stata operata al cuore. Dopo un'emergenza grossa, dopo che si era fermato il suo cuore minuscolo tante volte. Per quattro mesi potevo vederla qualche minuto al giorno da un vetro, intubata e addormentata artificialmente. Contro ogni previsione, lei é cresciuta é guarita é con me. Ecco, io allora ti voglio ringraziare per come hai usato le parole in questo articolo. Perché spieghi il dolore, spieghi la paura, spieghi l'ingiustizia che si provano quando un figlio ti viene strappato. Credi, Massimo, non é sufficiente avere figli piccoli per capire fino in fondo come fai tu. Bisogna uscire da sé, affacciarsi sul baratro del dolore e guardarlo negli occhi senza farsi sconti. Come riesci a fare tu. E questo richiede coraggio, e una grande confidenza con il dolore piu' grande. Grazie da parte mia, e grazie certamente ti direbbero le madri e i padri di Yara, Denise, Sarah e le altre. Ciao

Anonimo ha detto...

non ho parole è una storia che ho vissuto non so neanche come ho fatto ad arrivare fino a qui sono entrata in questo sito per caso e non saprei ritornarci buona pasqua denis

Anonimo ha detto...

non sono tanto anonima mi chiamo angela ma non so andare al compiuter e so che non riusciro piu a trovarvi

emax/massimo prati ha detto...

Tu digita volandocontrovento e vedrai che mi ritroverai. Ciao, Massimo

Anonimo ha detto...

sono d accordo con gli indimenticabili ciao marco ciao rino