martedì 5 aprile 2011

Da Colin Pitchfork alla contessa Alberica Filo della Torre. Quando il DNA, usato in maniera corretta, aiuta la giustizia

Dna, da Wikipedia
Chi conosce Colin Pitchfork? Pochi di noi ne hanno mai sentito parlare, ma se andassimo dal dottor Garofalo sicuramente ci racconterebbe la sua storia. Quell'uomo fu il primo ad essere arrestato e condannato grazie ad una nuova tecnica sviluppata da un ricercatore britannico, Alec Jeffreys, che in una pubblicazione del 1985 spiegò com'era possibile estrarre il Dna ed isolarlo da altri componenti. Due anni prima, nel 1983, Linda Mann, una ragazzina di quindici anni, dopo essere andata a trovare un amico non fece più ritorno a casa. Fu trovata morta, prima violentata e poi strangolata, in un sentiero conosciuto solo dagli abitanti del paese. Le indagini non riuscirono a stabilire chi fosse il colpevole nonostante si fosse riusciti a restringere, grazie allo sperma rimasto nella vittima, la cerchia dei sospettati, ed il caso fu accantonato, non chiuso, in attesa degli eventi.

Nel 1986, in un altro paese della stessa contea, scomparve un'altra ragazzina di quindici anni, Dawn Ashworth. Dopo due giorni di ricerche venne trovata morta, anche lei violentata e strangolata, in un sentiero da tutti usato come scorciatoia.

Il paese non contava più di cinquemila abitanti e solo uno di loro poteva aver commesso l'omicidio. Ma le indagini, come spesso accade, vennero svolte male e, per l'ultimo assassinio, venne arrestato un ragazzo di diciassette anni, Richard Buckland, che messo sotto torchio dalle forze dell'ordine confessò di avere ucciso Dawn. Ma già da un anno era disponibile la nuova tecnica del genetista Alec Jeffreys. A lui furono inviati i campioni di sperma che, una volta confrontati, risultarono avere lo stesso Dna, Dna non compatibile col ragazzo che aveva confessato l'ultimo assassinio. Quindi Richard Buckland fu il primo a salvarsi dalla galera grazie alla nuova tecnica di Jeffreys. A questo punto non si doveva far altro che prelevare un campione di saliva da ogni abitante della cittadina, e fu quello che si fece. Dopo sei mesi non c'erano ancora risultanze che portassero ad un colpevole, poi, improvvisamente, la fortuna baciò gli inquirenti perché, grazie alle voci di paese, si venne a sapere che un certo Ian Kelly si vantava di aver avuto 200 sterline da un suo amico, il panettiere Colin Pitchfork, in cambio di un tampone di saliva da dare a nome suo agli analisti.

In questo modo il caso fu risolto e l'assassino assicurato alla giustizia. Se non ci fosse stata la nuova tecnica, vista la confessione, il ragazzo sarebbe di certo finito in carcere al posto del vero colpevole che, dopo essere stato condannato all'ergastolo, ancora oggi deve finire di scontare la sua pena. Uscirà alla fine del 2016 se verrà appurato, da visite specialistiche, che non è più pericoloso per i membri della comunità britannica. Il fatto che sia ancora in carcere ci fa capire quanto le analisi sulle tracce di Dna siano ancora giovani e passibili di ulteriori miglioramenti. Richard Buckland, inoltre, è stato solo il primo che ne ha beneficiato perché in America dagli anni novanta ad oggi circa 270 persone hanno potuto lasciare la loro cella al vero colpevole. Fra questi anche alcuni condannati a morte. Negli Stati Uniti l'incidenza di errori giudiziari è molto alta e per questo molto spesso si ricorre al Dna quale ultima ancora di salvezza. 

In Italia siamo ancora agli albori ma forse, grazie a Pietro Mattei (marito della contessa Alberica Filo Della Torre), qualcosa si muoverà e la tecnica ormai usata in tutto il mondo prenderà piede e metterà radici. La storia del delitto dell'Olgiata non era complicata inizialmente, bastava indagare chi aveva in quell'orario la possibilità di uccidere la donna, madre di due bimbi, bastava indagare su chi avesse avuto un motivo per ucciderla. Infatti le indagini s'erano inizialmente soffermate su un ragazzo, vicino di casa, e su un ex domestico filippino di 20 anni  licenziato mesi prima a causa delle continue esigenze finanziarie. Ma gli innumerevoli amici influenti e la mancanza di esperienza fecero si che troppe persone entrassero nella stanza del delitto. E proprio a causa della presenza di queste persone influenti si allargarono le indagini che imbucarono filoni investigativi diversi, a volte incredibili, che non portarono mai a nulla. 

L'omicidio accadde la mattina del 10 Luglio 1991. Alle sette il marito uscì dalla camera dove la moglie dormiva per farvi ritorno cinque minuti dopo, aveva dimenticato il cellulare (erano pochi ma chi poteva permetterselo lo aveva anche in quegli anni). Alle sette e quarantacinque la cameriera portò in camera la colazione. Sulle otto la bimba piccola chiamò la madre, che scese, perché il tostapane non funzionava. Una volta tornata nella stanza da letto la porta le si chiuse dietro le spalle e lei non ne uscì più. Alle nove infatti la figlia e la cameriera la cercarono, ma la sua non risposta non le allarmò perché si pensò fosse tornata a dormire, era un'abitudine della contessa. La bambina però voleva sua madre, così come ne chiesero la presenza gli operai che stavano sistemando il barbecue che doveva funzionare a pieno regime perché in serata era programmata una sontuosa festa, e così si fecero altri tentativi. Si provò a chiamarla col telefono interno e si continuò a bussare, ma solo quando venne trovata una copia della chiave poterono entrare. Alberica era stesa sul pavimento con un lenzuolo insanguinato attorcigliato al collo che le copriva anche il volto.

Se le indagini si fossero fermate a quella situazione si sarebbe potuto risalire da subito ad un assassino. Invece, come detto, il viavai di gente fu continuo ed almeno una quarantina di persone entrarono nella camera quando la contessa era ancora a terra. Questo ai Pm fece pensare a depistaggi, a qualche copertura. Il marito era inizialmente il più sospettato e le testimonianze facevano crescere il pregiudizio. Perché era uscito di casa indossando un vestito blu ed era tornato con un completo nero? Facile scoprirlo. L'uomo aveva un'amante e da lei si era cambiato. Questo particolare venne messo in risalto proprio dalla donna che portò l'abito agli inquirenti. Lo analizzarono ma non trovarono nessuna traccia. Però ormai il pregiudizio aveva assalito i media che portarono all'opinione pubblica teorie alquanto bizzarre. Col tempo tutto poi si allargò toccando pure i fondi neri del Sisde. Nel 2002 anche Bruno Vespa, pregiudizialmente, toccò l'argomento in Porta a Porta. I pregiudizi gli costarono una condanna ed una multa.

Gli unici a pensarla diversamente in quel periodo erano i carabinieri che ritenevano si trattasse di un omicidio scaturito tra la ristretta cerchia dei presenti di quella mattina. Così focalizzarono la loro attenzione sul figlio dell'insegnante di inglese, fu scagionato dalla prova del dna, e su un filippino, Manuel Wiston, presente in casa nonostante fosse stato licenziato. Fra l'altro Wiston aveva una ferita al gomito ed i pantaloni macchiati di sangue. Ma era sangue suo e dna che lo collegasse al delitto si disse non ve ne fosse.
Ed invece è di questi giorni la notizia che una traccia ematica sul lenzuolo attorcigliato al collo della contessa fosse proprio sua, il dna lo ha stabilito con certezza e lui, dopo il primo giorno in cui ha negato, ha confessato l'omicidio.

Questo, oltre a farci capire che le tecniche migliorano di anno in anno, ci fa comprendere che gli analisti devono essere preparati con coscienza ed in maniera maniacalmente perfetta. Solo così si potrà sperare che nasca la fiducia nella popolazione e che grazie a questa si possa creare quella banca dati tanto auspicata da chi si occupa di omicidi. Non sarà facile perché il codice genetico è una fonte inesauribile di notizie che, se usato male, può svelare ogni nostra piccola debolezza. E dato che la ricerca non si fermerà un domani si potrebbe scoprire molto più di quanto è possibile scoprire oggi.

Ma non è solo quanto potrebbe svelare di noi il Dna che inquieta. C'è anche il fatto accertato che, se chi maneggia i campioni trovati sui luoghi dei delitti non è un vero esperto, si possono creare, per contatto, condizioni di false risposte; quelle lamentate da chi difende Raniero Busco accusato dopo vent'anni, proprio grazie al dna trovato su un reggiseno, di aver ucciso la sua ex fidanzata Simonetta Cesaroni.

Quindi prima di fare donazioni occorrerà essere certi che la formazione degli analisti che tratteranno i nostri Dna, ed anche quelli provenienti dalle scene del crimine, sia all'avanguardia. Occorrerà ci sia una legge che impedisca di sviscerare tutti i dati estraibili e che metta dei pali sicuri oltre i quali non si possa andare. Fatto questo aiuteremo volentieri la giustizia cercando, con un tampone di saliva, di mandare in carcere chi ha commesso i crimini e di salvare dalla galera chi non ha avuto in fase di indagine inquirenti all'altezza, chi non ha trovato giudici di polso capaci di capire la realtà dei fatti. Il progresso non si fermerà neppure di fronte ad un nostro rifiuto e quindi, se le regole saranno chiare e rispettate da tutti, perché non seguirlo nel suo giusto percorso?





4 commenti:

nico ha detto...

Aspettavo un tuo articolo sul tema... Effettivamente il progresso sara' difficile da fermare, e forse non sarebbe neanche giusto. Pero', come fai notare, la preparazione degli inquirenti e la conservazione dei reperti devono essere ineccepibili. Il caso di Colin Pitchfork, spesso citato anche da Garofalo, depone certamente a favore della creazione di una banca dati genetici, non così altri casi che conosciamo. Vent'anni dopo é stato risolto il delitto dell'Olgiata, ma come giustamente sottolinei gli elementi c'erano gia' tutti all'inizio. Il fattore umano, cioe' professionisti forse un po' leggeri e depistaggi operati a vario titolo, si sono messi di traverso. Intanto per vent'anni anche il marito si é portato addosso l'ombra del sospetto. Raniero Busco si vede condannato dopo vent'anni, duranti i quali non era mai stato indagato, sulla base di reperti la cui conservazione é controversa. Se é colpevole si tratta di una giustizia molto ma molto tardiva e sulla quale non ci sara' mai convergenza di pareri.Se é innocente significa un'altra vita rovinata, tanto chi si rialza piu' dopo la batosta che sta prendendo. Gli inquirenti possono sbagliare, e di fatto a volte sbagliano, innocenti in galera ce ne sono eccome... L'informatizzazione dei dati (eventualmente anche genetici) li rende disponibili anche a persone che non dovrebbero accedervi. Se ci sono hackers che entrano nei data base di CIA ed FBI immagino non sia impossibile farlo con il RIS dei Carabinieri. Infine, accanto a tantissime persone oneste, potrebbe esserci qualcuno che si vende informazioni (anche questa é storia di tutti i giorni). Tutto questo per dire che se dovessi dare un parere definitivo sulla schedatura di un'intera popolazione direi no. No perché non esiste la certezza dell'infallibilita' delle persone e dei mezzi. Altra storia se si trattasse della raccolta del dna di gruppi di individui che con sicurezza hanno gia' commesso reati gravi. E naturalmente ben vengano tutte le ricerche scientifiche piu' sofisticate nei casi in essere, che potranno scagionare innocenti o scovare colpevoli. Ma la generalizzazione della banca dati non mi convince, e francamente un po' mi spaventa. Grazie per esserti occupato dell'argomento. Ciao

Marco ha detto...

Integro con una sentenza della Corte europea dei Diritti dell’Uomo del 4 dicembre 2008, che si occupava del caso di due cittadini britannici che chiedevano la rimozione dal database dei loro dati, che continuavano ad essere conservati nonostante i procedimenti a loro carico non avessero portato a sentenze di colpevolezza.

«La conservazione a tempo indeterminato in una banca dati di impronte digitali, campioni cellulari e
profili genetici di persone sospettate di reati ma non condannate, costituisce un’ingerenza
sproporzionata nell’esercizio della vita privata e familiare garantito dall’art. 8 CEDU, in quanto non
assicura un giusto equilibrio tra contrastanti interessi pubblici e privati (fattispecie relativa a
conservazione in banca dati di impronte digitali, campioni di cellule e profili del DNA di persone
indagate di reati anche dopo che il procedimento penale nei loro confronti si era chiuso
rispettivamente con un proscioglimento e una archiviazione. La Corte ha altresì disposto l’adozione
da parte dello Stato convenuto di misure generali e/o individuali per adempiere all’obbligo di
garantire ai ricorrenti ed alle persone nella loro stessa posizione l’esercizio del diritto al rispetto
della loro vita privata)».

emax/massimo prati ha detto...

Ciao ad entrambi.
Ci tengo a precisare una cosa fondamentale, il titolo che ho inserito cita: "se usato correttamente".
Ora lo scrivere usarlo correttamente, e mi spiace di non averlo aggiunto, a parer mio significa che non si deve lasciare nella eventuale banca dati tutto il codice genetico, sarebbe pazzesco, ma solo quei venti punti che stabiliscono l'identità della persona. Per capirci quei punti utilizzati dal Ris per risalire a chi quel determinato dna appartiene.

Inseriti in computer quelli il resto deve essere gettato, da qui il mio raccomandarmi di avere in futuro una legge che garantisca la persona.

In questo modo potremmo dire di aver lasciato una sorta di impronta, come quelle digitali che prima o poi dovremo inserire nella carta di identità (a parte che chi ha fatto il militare le ha già lasciate a diciotto anni e non mi risulta, ma potrei anche sbagliarmi, una volta finita la leva vengano distrutte), e niente più.

E' chiaro che i disonesti sono in ogni istituzione e che i diavoli tentatori operano in ogni dove, per questo prima di fare una scelta mi sono posto diverse domande; alla fine mi sono convinto pensando che se a mia figlia toccasse la sorte di Yara vorrei sapere il nome del colpevole, fosse anche in mio vicino di casa che mai avrei pensato potesse uccidere.

E fondamentalmente, se sono garantito dallo Stato e da analisti di cui mi fido, lasciare solo quella parte di dna potrebbe risultare anche essere un disincentivo molto potente, se la giusta informazione corresse sui binari giusti, e convincere quelli meno pazzi a non delinquere con l'assurda certezza di non essere poi scoperti.

Per finire, in ultima analisi, ognuno può mettere a confronto i pro e i contro e darsi una risposta autonoma per decidere se è meglio avere una banca dati del dna, nei limiti sopraesposti, oppure no.

Questo perché, come ho scritto, il progresso nessuno è mai riuscito a fermarlo ed in buona sostanza noi stessi siamo il frutto del progresso dei nostri padri. Non ci possiamo permettere di decidere che la cosa migliore per i nostri figli è il non farli progredire.

Questo è il mio pensiero; è chiaro che non pretendo sia il "verbo".
Ciao, Massimo.

Mimosa ha detto...

Ciao, Massimo, stasera sto leggendo un po’ qua e là vari articoli del tuo interessante blog e mi trovi anche qui. Sei una fonte inesauribile di risorse!

La storia del dna è rimbalzata d’attualità in questi giorni nel Processo di Appello di Amanda Knox e Raffaele Sollecito.
Già in vari post su alcuni tuoi articoli si è discusso della loro validità come prova e “prova regina” e della competenza professionale “al di sopra di ogni sospetto” di chi maneggia i campioni trovati sui luoghi dei delitti e di chi compie le analisi.
Ricordo che in una delle quotidiane tribune salottiere sul caso Scazzi l’esimio prof. Gulotta disse che bisognerebbe rifare/aggiornare i Protocolli attualmente in uso e alzare gli standard non solo per i punti di riscontro nelle identificazioni ma soprattutto nella certificazione di qualità dei laboratori a cui vengono affidate le analisi, i quali non sono esclusivamente dei RIS o dei ROS bensì sono integrati da strutture private.
Ovviamente i diversi tipi di laboratori possono subire pressioni … sappiamo quali e da chi, e affrettare i tempi per il completamento delle analisi e la consegna dei risultati con la conseguenza della imprecisione e della superficialità.
A questo si può aggiungere la “nebulosità” della stesura tecnica, che deve dire e non dire così può essere utilizzata secondo gli obiettivi dei magistrati inquirenti.
Tu stesso hai portato larghi passi del libro di del prof. Fortunato sulla questione delle perizie e della professionalità dei periti, avrai notato l’astrusità espressiva, tipica dei luminari docenti … cosa imparano di concreto i tirocinanti? solo a “eludere” le domande dirette e a inondare di fumo le risposte.

Tornando alla questione di una banca del dna, da un lato trovo corretto in linea generale avocare il diritto di privacy (anche se ritengo la legge alquanto esagerata in diversi punti) ma dall’altro auspicherei che ad ogni cittadino che incappi nelle maglie della giustizia per reati contro la persona (non per altri) ne venga prelevato.

Auspicherei inoltre che le impronte digitali fossero rilevate a chiunque abbia la patente di guida (utile in caso di incidente mortale) e ad ogni militare di tutte le Armi (così si potrebbero anche escludere certe impronte sulle “scene del crimine”).

Ultimissima considerazione: per fortuna la scienza investigativa ha fatto passi avanti, ma riserverei le perizie sul dna come ultima risorsa, viste le facili contaminazioni.

Ciao
Mimosa