sabato 26 luglio 2014

Yara Gambirasio: ricominciamo dall'inizio e cerchiamo di capire il perché dell'omicidio parlando di ignoti e ferite...

Articolo di Mimosa (M.S.)


Tralasciamo per un momento l’indagato trattenuto in isolamento perché identificato da analisi biologiche come certo Ignoto 1 (quindi figlio di Guerinoni Giuseppe e non di Giovanni Bossetti), togliamolo dalla scena, abbandoniamo le diatribe sul DNA e sul sangue/non sangue che, stante la batteria di biologi incaricati dalla Procura, colloca Massimo Giuseppe Bossetti a contatto del corpo di Yara Gambirasio, e ricominciamo dal principio, dal famigerato venerdì 26 novembre 2010 - ma non per una ricostruzione delle modalità e dei tempi di scomparsa della ragazzina, che fino alle ore 18.49 era sicuramente tranquilla, vista la risposta al messaggino dell’amica Daniela, e dopo 20 minuti risultava irreperibile. Non intendo analizzare tabulati e agganci a ripetitori, né fare una mappa delle strade percorse e percorribili. Il mio scopo è tentare di ristrutturare le dinamiche che hanno portato Yara a morire sul campo di Chignolo d’Isola, rivisitando le motivazioni, anche avvalendomi di molte idee espresse dagli amici commentatori, che sicuramente in qualche passaggio dell'articolo si ritroveranno.

Ogni paragrafo può essere a sé stante, ma tra le righe in ognuno c’è un filo (delle parole o frasi quasi in codice) cosicché alla fine unendosi tutti si potrebbe comporre una matassa. Il mio obiettivo non è il provare a trarre il capo giusto per fare il gomitolo risolutivo, voglio solo offrire materiale per riflessioni più puntuali pro o contro il muratore in carcere come unico indagato.

Premetto al lavoro un’osservazione di Stefania, “per quello che ci è dato conoscere allo stato attuale è evidente che la Procura ha lasciato trapelare alcuni elementi ma ne ha sicuramente altri che non sono stati diffusi. Non sappiamo neppure se quello che appunto è stato divulgato è preciso oppure se si è deciso volutamente di diffondere particolari fuorvianti nella speranza che un eventuale indagato, basandosi su questi, si potesse tradire. A questo va aggiunto tutto quello che è stato detto in Tv, quello che è stato scritto sulla carta stampata e sul web. Tante porcherie e sicuramente qualche verità”.

Solo osservando da vicino, nei particolari, come possono essersi svolti i fatti, potremmo farci un’idea del suo esecutore. È per tali ragioni che alcune ipotesi che leggerete potrebbero sembrare da fantascienza, eppure altre sono per certo rigorosamente logiche.

La fuga nel campo?
La pm Ruggeri, in alcune recenti conferenze stampa, ha detto che sotto le scarpe di Yara c’era della terra e dell’erba “compatibile” con il campo di Chignolo d’Isola, “ma non è sicuro”. Infatti, la Cattaneo e la squadra Scientifica si sono recati diverse volte sul posto a fare prelievi, e il corpo è stato asportato con il suo letto di terreno. Già in marzo 2011 si sapeva che non ci sarebbe una corrispondenza fra i primi campioni raccolti e i reperti trovati sul cadavere. Yara potrebbe essere stata uccisa nelle vicinanze, non nel luogo che per tre mesi ha occultato il suo corpo”, come scrive con gran cura l’inviato de Il Giorno di Bergamo in data 4 marzo 2011, un articolo che merita di essere letto con occhi attuali.

Forse sarebbe stato il caso di controllare le campagne dalle parti di Ambivare, comune sulla statale poco oltre Mapello, dove una signora che andava a buttare la spazzatura, il 26 novembre,. verso le 19.00 (o qualcosina in più) ha visto passare un furgone bianco (chiuso) e sentito il grido “aami”, da tutti interpretato come eco della parola “lasciami”. Non sia mai che il sequestratore, dopo aver in qualche modo indotto Yara a salire a bordo e averne dominate volontà e resistenza, si sia fermato da quelle parti per fare i suoi porci comodi, non riusciti, a quanto pare, o meramente per eseguire un piano.

E poi, con il corpo esanime, sia tornato indietro percorrendo strade provinciali, le meno trafficate, per giungere alla spianata di Chignolo (che sicuramente conosceva) ed abbandonare quel fardello inerte. Chissà se sapeva non fosse veramente privo di vita o era consapevole del contrario.

Per molto tempo invece è stato ripetuto che sotto le scarpe c’era la terra del campo stesso in cui è stata trovata. E si palesava l’immagine di una Yara che corre inseguita dall’aggressore che, prelevatala da una via imprecisata di Brembate, forse passando da un cantiere ove tenta il primo approccio, la conduce lì per continuare (o finire) quello che aveva iniziato.

A me, invece, suona assai strano che per fuggire a uno o più aggressori la ragazzina si sia messa a correre nel buio, sotto la pioggia, verso l’interno di una radura acquitrinosa, sconosciuta e sterminata, invece di riprendere il viottolo al contrario e cercare un aiuto. Nemmeno in preda al peggior panico mi butterei contro l’ignoto buio. L’istinto di sopravvivenza fa andare verso una luce, anche solo un lampione in lontananza.

Io ho sempre pensato fosse stata aggredita ben prima, altrove, e il suo corpo trascinato, o trasportato a braccia, fino al punto, distante 350 metri dalla strada sterrata (ammesso che il mezzo di trasporto non si sia addentrato), in cui è stata abbandonata. Ho sempre pensato che ci fosse una precisa volontà di occultarlo il più interno possibile di quel campo deserto, non avendo altro modo di farlo scomparire. È chiaro che l’aguzzino conosceva la zona e sapeva che la discoteca, molto vicina, apriva tardi. Ed è pure chiaro che Yara non era in sé per gridare. Quale automezzo può infangarsi tanto senza temere per la carrozzeria? Forse solo un furgone da lavoro. Un furgone da lavoro, chiuso, che può aver celato agli eventuali passanti una ragazzina che si dibatteva per uscire.

La domanda strettamente connessa è: può un uomo, benché adulto, aver fatto tutto da solo? Risposta: potrebbe se l’individuo in questione fosse talmente sicuro di sé e sufficientemente forte nella muscolatura. Non è difficile attenzionare un muratore, giacché oltre la metà degli abitanti di quell’area bergamasca è occupata nell’edilizia. Senza contare la molta manovalanza straniera impiegata nei cantieri di edilizia privata, residenziale e commerciale (e non solo in quel periodo).

Perché ho detto “talmente sicuro di sé”? Perché, a mio parere, per portare a termine un’azione di quel genere, rapire una ragazza, aggredirla, pugnalarla, trasportarla ferita e nasconderla nel campo deserto, il soggetto doveva avere una buona dose di sfrontatezza. Oppure, all’opposto, si trattava di un individuo fragile, disturbato, anche sessualmente, che prima volge le sue mire verso una ragazzina, la rapisce e poi cambia idea, la ferisce in un modo che alla prima apparenza sembra inconsulto e l’abbandona senza sincerarsi sia deceduta. Sicuro o fragile, di certo c'è che quest’uomo non si è preoccupato del ritrovamento del corpo, né di essere rintracciato e neppure di essere, al momento in cui il cadavere si sarebbe trovato, messo in relazione con il fatto. Chi l’ha buttata in mezzo alle sterpaglie era in preda al furore o al panico? non aveva tempo di occultarla in altro sito e si è liberato di quel fagottino nel modo più sbrigativo possibile, per tornarsene in fretta agli affari suoi?

Benché l’individuo potesse conoscere il posto, o da frequentatore della discoteca o per altri motivi legati alle ditte di materiali edili nei paraggi, anche perché uno spiazzo dello sterminato campo era usato come discarica abusiva di scarti edilizi (calcinacci e mattonelle), si potrebbe dedurre che costui non fosse propriamente “del posto”. Spesso un omicida percorre dei chilometri lontano da casa propria o dal luogo dell’aggressione per nascondere il cadavere. E guarda caso spesso in siti da lui conosciuti e frequentati.

Polveri riconducibili a calce nell’albero bronchiale di Yara, le micro sfere di ferro-cromo-nichel sulle scarpe e sugli indumenti, oltre a qualche altra fibra, hanno indotto a ritenere che Yara, prima di morire sia entrata a contatto o con un lavoratore edile o, perlomeno, con un ambiente legato all'edilizia. Molto probabilmente l’automezzo su cui è stata trasportata era in uso a un operaio (o artigiano) edile. Tutto ciò, unitamente alle tracce erbose, fanno dedurre che Yara, prima di finire esanime sul campo in mezzo all’erba secca, fosse passata da qualche altra parte e là assalita.

Stupro non riuscito?
Dalla perizia dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, da tempo si sa che  – forse unico dato reso ufficiale dopo tante insistenze della Procura per ricevere la relazione autoptica, consegnata appena l’8 ottobre 2012 dalle mani del pm Letizia Ruggeri alla scrivania del gip Ezia Maccora – Yara è morta di stenti, di freddo, per collasso, comunque non dissanguata. Il rapimento aveva altri fini e l’aggressione fisica ne è stata una conseguenza “occasionale”? Non è strano che il corpo fosse vestito e nessuna parte intima scoperta?

Sono comprensibili tutte le delicatezze adoperate dagli inquirenti e dai media per non divulgare particolari che possano ferire la famiglia Gambiarasio, però ad un certo punto qualcuno ha messo in giro la voce che incastrati nell’apparecchio dentale che Yara portava sono stati trovati dei peli pubici. Poi, qualche fonte alternativa ha nominato persino un lembo di carne e fu scritto che i Carabinieri allertarono ospedali e cliniche per sapere se si fosse presentato qualcuno con il cosino, che solo gli uomini hanno, sanguinante. Ma niente di fatto. È chiaro che questa notizia serviva da allerta a mogli e compagne nel circondario. Nessuna denuncia, neanche anonima.

Pare si stiano analizzando ora (per la prima volta o di nuovo?) i reperti, circa 200, trovati su Yara; dopo un anno e mezzo è stata chiesta una proroga di un mese, che sta per scadere. Si spera ci dicano una buona volta se è vero che si è trovato un pelo pubico o un lembo di pelle, perché così sarebbe lampante un tentativo di stupro, anche se non nel senso “classico” con la penetrazione.

Un atto del genere, di solito è tipico di individui con determinate problematiche legate al sesso. Non posso approfondire nel dettaglio perché non sono una sessuologa e dovrei appoggiarmi alla vasta letteratura psico-sessuale, ma ognuno di voi potrebbe trarre adeguate conclusioni, da esperienze dirette o indirette.

D’altra parte la cronaca è fitta di episodi di stupri di gruppo, specie se consumati da giovanissimi o da sbandati; il gruppo – ma bastano anche 2 o 3 individui – costituisce una copertura psicologica, il singolo agisce con la forza che riceve dagli altri: infatti, spesso concorrono tutti a immobilizzare la vittima prescelta e a picchiarla brutalmente per dominarla. Ne ha accennato anche Massimo Prati nell’ultimo articolo. Se fossero di mezzo dei ragazzi, amici degli amici di Yara, che volevano approfittare della ragazzina, dovremmo rivalutare anche tutta la scena del “ratto” e tutte le testimonianze che convergono su automezzi, circolanti e stazionanti in quel lasso di tempo nel percorso tra palestra e casa. Nessuno nomina avvistamenti sospetti di motorini.

Certo, potrebbe esserci di mezzo un ragazzo munito di patente e interessato alla tredicenne, anche in grado di condurre un furgoncino, o della ditta per cui lavora o del genitore. Diversi furgoncini sono transitati per via Rampinelli e immortalati dalle telecamere della banca. Ricordo che a quel tempo fu detto venivano consultati i registri della motorizzazione civile per scoprire quanti furgoni chiusi bianchi erano in circolazione nel circondario di Brembate e sembrava che tutti fossero stati controllati. A quel tempo, però, non sapevano nemmeno cosa cercare!

L’aggressore non si è accontentato dei 2 colpi contusivi alla faccia (tempia sinistra e zigomo destro) per avere ragione sulla ragazza, né l’ematoma alla cervice compatibile con una caduta all’indietro, piuttosto violenta per lasciare tale ampio segno, più plausibile con una botta sul cemento che sulla nuda terra. Ma non ha provato a spogliarla. O non ha voluto farlo? Però, ha insistito a ferirla con una serie di pugnalate.

Il reggiseno trovato slacciato non è indizio di alcun tentativo, su di esso non ci sono impronte né cellule epiteliali di estranei. Forse non c’è alcun mistero: talvolta i reggiseni si slacciano da sé. Una commentatrice di questo blog ha portato la sua testimonianza e posso aggiungere anche la mia: i reggiseni si possono slacciare da soli, a volte a causa di movimenti bruschi, a volte perché non sono della taglia giusta. Da un’immagine che ho rintracciato, il reggiseno di Yara aveva le coppe imbottite, spalline sottili e larga fascia posteriore, forse tutto troppo grande per il torace della giovane atleta.
  
Le lesioni sul capo inducono a pensare a un modo per tramortirla, la dinamica dei fendenti racconta di una non-volontà di procurare la morte. Quindi si potrebbe ritenere che l’aggressore/predatore avesse in mente di “divertirsi” con la ragazzina e che per la resistenza di costei nonostante i pugni in faccia, abbia perso il lume della ragione e tirato fuori di tasca un coltello (strumento da punta e taglio, con lama presumibilmente di spessore “minimo” 0, 02 mm e lunga “almeno” 2 cm, ‘meno probabile trattasi di un taglierino o cutter’, scrive l’Ordinanza, piuttosto un coltello), abbia sferrato dei fendenti, per impulso di vendetta a non essere riuscito nell’intento. Oppure, dopo i colpi in faccia e la caduta a terra, Yara era priva della capacità di reagire, e il predatore non aveva gusto di “divertirsi” con un corpo inerte?

Le ferite corrispondono alle lesioni degli indumenti, pertanto è stata colpita ancora vestita. Non sindachiamo sulla lunghezza della lama, è certo che solo il giubbotto, imbottito, invernale, poteva avere un simile spessore che è stato oltrepassato per arrivare a ferire la carne. Poco ci cambia sapere quanto profondamente abbia in essa inciso. Stabilire l’esatto tipo di arma è compito degli investigatori. A me basta sapere che Yara è stata colpita vestita e vestita è stata ritrovata.

Dovremmo rivalutare la motivazione primaria dello stupro. Intanto, come dirò oltre, c’è quella ampia “X” sulla schiena che non si spiega. Stando ai dati di fatto (no spogliazione, no violenza sessuale), si potrebbe supporre che non era lo stupro il fine del ratto. Cosa altro ci può essere sotto? Una versione che incontra molte resistenze, oggi come allora, implica un atto dimostrativo: “potevamo fare quello che volevamo di questa ragazza, e se non ci fosse capitata lei per casualità (n.d.r. Yara aveva insistito per portare il giradischi in palestra al posto della sorella più grande), poteva essere l’altra figlia o addirittura uno qualunque della prole”. A chi sarebbe rivolto il messaggio? È chiaro, alla famiglia, ossia al padre, personaggio professionalmente noto nell’ambito edilizio, con relazioni lavorative (questo stando ai si dice) a un impresa implicata in faccende poco limpide, riciclaggio di denaro. Non ci vogliamo ragionare? Padronissimi tutti, ma quelle di un “avvertimento” o di una “vendetta” sono alternative plausibili al rapimento a scopo di stupro non portato a termine.

Erano molto consistenti e diffuse queste dicerie, non semplici chiacchiere di rione, ma voci che rimbalzavano “in tutto l’ambiente edilizio”, come ha appurato recentemente una giornalista inviata sul posto per una trasmissione pomeridiana di cronaca nera estiva. Una conferma di quanto aveva detto Bossetti al pm nell’interrogatorio. Accuratissime indagini in quella direzione vennero svolte a suo tempo, «non ho nessun nemico» disse Fulvio Gambirasio nel dicembre 2010. La Procura ha chiuso il fascicolo e non ha intenzione di riaprirlo.

Tuttavia, dobbiamo farcene una ragione, le voci di corridoio non nascono mai per caso.

Potrebbero esserci altre direzioni a cui guardare in quello stesso ambiente: lavoro in nero, operai stranieri ed extracomunitari non regolari, tante oscure situazioni nel sottobosco del mattone. Forse il signor Fulvio nemmeno era consapevole che qualcuno tramasse contro di lui. Solo per non dover alimentare le morbosità dei media, la famiglia si era, ed è rimasta, trincerata dietro al silenzio stampa con un rigidissimo cordone protettivo intorno?

Un’altra alternativa, buttata là e sondata non so con quanta cura, portava alla pista di una “ritorsione” di un genitore o parente di una ginnasta a cui Yara era stata preferita o di cui Yara costituiva una possibile rivale. Sembra quasi fantascienza, ma al mondo succede: l’ambiente sportivo agonistico non è rose e fiori. Ho ancora impressi nella memoria due episodi di vent’anni fa: una tennista ed una pattinatrice aggredite per rancore, una pugnalata in schiena e l’altra colpita con una spranga al ginocchio, con pesanti conseguenze per la carriera. In palestra non è risultato nulla in questo senso. Nella palestra di Brembate, certo, ma chissà se si sarebbe trovato qualche indizio, allargando il cerchio ad altri circoli sportivi di danza ritmica. Di fanatici e di pazzoidi è pieno il mondo.

Il sequestro della ragazzina poteva essere stato programmato come “temporaneo”, come un avvertimento, ma sono stati ingaggiati individui estremamente poco fidati che hanno pasticciato tutto. Quella che voleva essere solo una minaccia, impaurendo la vittima, o come atleta o come figlia, potrebbe, per inesperienza oppure perché affidata a soggetti maldestri, essere sfociata in un’azione sfuggita dal controllo di chi l'ha commessa.

Come “oltre le intenzioni” può essere stato l’atto che ha lasciato quel qualcosa tra i denti di Yara.

I TAGLI E I SEGNI SUL CORPO
Yara non è morta dissanguata, nessuna delle lesioni è stata giudicata letale, nemmeno quella inferta alla gola.
L'Ordinanza parla di «almeno otto lesioni da taglio e una da punta e taglio a collo, polsi, torace, dorso e gamba destra relativamente superficiali», non sono presenti lesioni da difesa. I disegni della sagoma del corpo con i punti delle lesioni sono stati mostrati al pubblico alla fine della trasmissione “Misteri&Delitti” del 18 luglio scorso, fotocopiati dagli allegati della relazione autoptica della Cattaneo. Per l’esattezza, le più evidenti sarebbero 2 tagli alla gola (in un verso e nell’altro), 1 per ognuno dei polsi, una lesione sul torace anteriore in prossimità del seno sinistro, 2 sulla gamba destra all’altezza del ginocchio, un paio sulla parte alta della schiena, 1 sul gluteo della gamba destra. E poi una grande croce in zona lombare + un altro lungo tratto che inclina verso il fianco destro.

Attenzione: fino ad ora, nonostante alcune precisazioni già comparse sul blog, tra i commenti prevaleva la convinzione che fossero stati lacerati gli elastici dei leggins e delle mutandine, chiaro segno che poteva avvalorare il tentato stupro. Gli elastici sono intatti, benché slambricciati dalle intemperie, come si vede dalle foto esibite spesso. Il taglio è più in basso, sul retro, forse ha reciso l’elastico gambale delle mutandine. È su di esso che sono state repertate tracce organiche “di qualità” e «abbondantemente cellularizzate», che, analizzate in prima istanza dai Ris di Parma, hanno consentito la campionatura per costruire il profilo del cosiddetto Ignoto 1.

La mia impressione personale è che si tratti quasi uno strappo accidentale. La supposizione parrebbe avvalorata dall’affermazione del comandante supremo dei Ris, il quale a margine di una visita di giornalisti scientifici ai laboratori del centro di Roma, nel settembre 2012 (ringrazio Pamba sempre preziosa con le sue ricerche documentali), raccontando come sono arrivati al profilo di Ignoto 1, nomina un taglio dal basso verso l'alto. Un inciampo casuale della lama nei tessuti?

Sfortunato l’aggressore che, ledendo i due strati degli indumenti, ha ferito persino sé stesso causando il versamento ematico che ha impregnato i quattro lembi di stoffa! Nella concitazione dei movimenti, non si è accorto di essersi ferito? Può essere. Altrimenti, strano davvero che l’aggressore non abbia pensato che il suo sangue sarebbe stato repertato. Ma gli assassini improvvisati commettono degli errori.

Ad ogni modo quel taglio potrebbe essere l’ultimo sferrato con quella lama, diversamente lo stesso sangue si sarebbe trasferito ad altre ferite e ad altri tessuti. O forse c’era anche altrove ma non in quantità e qualità tale da essere analizzato. La dinamica dei ferimenti sarà sicuramente più chiara quando avremo modo di leggere la relazione autoptica o qualche altro documento ufficiale della Procura.

Per il momento rimane incomprensibile il nesso tra l’assalto col coltello e l’incisione dei segni sulla schiena.

L’aggressore ha infierito con crudeltà, dice il gip nell’Ordinanza di fermo. Ha “tagliuzzato” il corpo. A quale fine? Perché prima avviene l’aggressione frontale ed in secondo momento il corpo viene girato per infierire nuovamente? Per sadismo?

“Ma se il soggetto sapeva quello che faceva, come poteva non accorgersi che Yara non era morta?” Questa è stata una domanda frequente tra i commentatori. Ebbene, alla luce di tutto il ragionamento posso supporre che al soggetto non importasse né di stuprarla né di ucciderla. Spiccano due elementi.

Primo: i primi colpi sono inferti sul davanti, botte sulla faccia e coltellate anteriori sul torace e sul ginocchio. Poi il corpo viene rigirato, infierendo sulla schiena, sempre al di sopra degli indumenti. Quindi giubbotto e magliette vengono sollevati per effettuare l’incisione della grande “X” (ecco che nell’azione il reggiseno si slaccia da solo, niente di più facile) e alla fine riposizionati. Che strano modo di agire. Bizzarro come impulso erotico incontrollato.

Secondo: i 2 tagli alla gola che praticamente la passano da parte a parte e ad ognuno dei polsi mi fanno pensare al modo classico di dare il “colpo di grazia” alla vittima. Con quel coltello non in grado di infliggere ferite mortali, se bisognava sopprimere la scomoda testimone, prima che i genitori si mettessero a cercarla, era necessario ledere i punti più notori a provocare dissanguamento: i polsi e la gola. Eppure, nemmeno queste ferite sono state sufficienti a cagionare la morte rapida di Yara.

Ci fu un momento in cui i segni/disegni, misteriosi, sul corpo di Melania vennero messi in raffronto a quelli di Yara, scatenando fantasie di stampo esoterico, anche tra autorevoli psichiatri ospiti permanenti di talk show alla ricerca di simbologie nel ramo delle sette sataniche. Nel web venne creato un blog apposito con migliaia di commenti in poche settimane. A parte che una setta non opera depistaggi bensì firma i propri misfatti, non ci sarebbero elementi per far indirizzare indagini su quel versante. Mi viene, invece, quasi da pensare che una X così ampia, su un corpo inerte ma ancora pulsante, starebbe quasi a significare “compito eseguito”, “fine del lavoro”.

Qualcuno ancora ipotizza si tratti di “depistaggio”, ossia un’azione per deviare l’attenzione degli inquirenti da un soggetto sospettabile ad altri responsabili. Tuttavia, invero, altri commentatori di questo blog hanno convenuto che, se fosse un depistaggio, i responsabili avrebbero fatto in modo di far ritrovare il corpo in un posto più accessibile e in breve tempo. Idem se si fosse trattato di lanciare un messaggio verso chi doveva recepirlo.

Quella sera del 26 novembre pioveva. E proprio per le condizioni atmosferiche, non mi capacito come si possa sostenere che i tagli sulla schiena sarebbero stati fatti con un fine esoterico, e nemmeno depistante, durante l’agonia della fanciulla. Ai fari di un automezzo? Il giorno dopo come per Melania? Magari portando a spasso il cane, per non dare nell’occhio… ma il giorno dopo iniziò a nevicare e il corpo fu presto ricoperto dalla coltre bianca. A nevicata terminata, altri giorni dopo? Che senso avrebbe avuto?

Il corpo è stato trovato supino, con gli indumenti ricomposti, anche questo fa propendere Yara sia stata trasportata dopo l’assalto. E forse una volta sul posto le sono stati inferti i tagli a gola e polsi. Abbandonare in queste condizioni il corpicino di Yara nel campo sotto la pioggia è stato l’ultimo sfregio? A chi?

Pura crudeltà anche questa deturpazione?

Rimane ancora un mistero lo smembramento del telefonino di Yara, di cui batteria e SIM sono state trovate nelle tasche, senza impronte di estranei, mentre è scomparso l’apparecchio. Sono segnali?

In mezzo a questo macabro scenario, c’è un uomo incarcerato che si proclama innocente, e tanti sono pronti a sostenere l’impossibilità di un suo coinvolgimento in un delitto così efferato.

L’indagato ha dato segni di attenzionare minorenni o di sadismo nel corso della sua vita? Le due immagini da lui postate sul proprio profilo Facebook e diffuse dai media hanno attinenza? Non solo può apparire inquietante quella con le mani di un adulto sopra una tastiera di computer stampata sulla maglietta in corrispondenze del seno di una giovanissima fanciulla sdraiata, ma più agghiacciante è l’altra, quella che raffigura una persona sepolta sotto l’asfalto di cui si vedono solo i piedi e che porta come didascalia: “Perdona sempre chi ti ha fatto del male: passaci sopra…”.

Un profilo psicologico di un sospettato non si può fare. Bisogna attendere il processo, se arriverà.

Per imbastire un solido impianto accusatorio è necessario descrivere come possono essersi svolti i fatti e proporre un movente plausibile, non basarsi soltanto sulla presenza di un DNA. Deve essere documentato come quel DNA è finito sulla scena del crimine.

Questi esposti sono solo alcuni tratti di un quadro, raccapricciante, proposti al pensiero di tutti, confidando che Yara abbia finalmente giustizia.


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208 commenti:

«Meno recenti   ‹Vecchi   201 – 208 di 208
Gilberto ha detto...

Stefano
Il discorso mi sembra fosse di tipo generale, solo a dimostrare la complessità di attribuzione di un profilo genetico in relazione a un delitto. Niente di più. Per il resto ci si affida agli specialisti, però non solo quelli dell'accusa, ma anche quelli della difesa...

Vito Vignera da Catania ha detto...

Ciao carissimo Gilberto.Più che giusto quello che dici,siamo soggetti a tutto e a qualsiasi contaminazione.In fin dei conti se MB sta in galera, è perché il suo dna risulta essere la prova regina delle indagini,tutti gli altri indizi sono ben poca cosa,e non sufficienti per tenerlo in custodia cautelare.Le ricerche scientifiche sono un bene per l'umanità, ma, non per questo soggette ad errori di valutazione.Caro Gilberto, è ovvio che le nostre conoscenze scientifiche sono molto limitate,dobbiamo aver fiducia di quello che, autorevoli e qualificati personaggi in virtù di teorie già affermate possono esporre.Come un universo sempre in espansione,di certo la scienza non è da meno: E sempre in evoluzione.Buona serata caro amico.

ENRICO ha detto...

Massimo Bossetti «sostiene di essere il figlio di Giovanni, è convinto». Lo dicono i suoi legali Claudio Salvagni e Silvia Gazzetti, che lo hanno incontrato dopo il colloquio con i genitori nella mattinata di sabato 2 agosto.

http://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/lincontro-di-bossetti-con-i-genitori-convinto-dessere-figlio-di-giovanni_1071093_11/

Vito Vignera da Catania ha detto...

@ Enrico.Buon pomeriggio,che ne sia convinto è più che giusto, in fondo è dalla nascita che si vede accanto suo padre e sua madre,la quale è ferma nella sua posizione,ha conosciuto il Guerinoni ma,è certa di non aver mai avuto alcun rapporto "intimo",solo conoscenza e nient'altro. Agli inquirenti tutto ciò non basta,per loro lui è un figlio illegittimo,lo dicono le analisi del dna,e che ci dicono essere infallibili.Una certa cautela non è mai troppa,aspettiamo cosa diranno le analisi tra padre e sorella,e che per ora nessuno ha notizie in merito se sono state già fatte o no,io penso di si,però è meglio mantenere il riserbo più assoluto,una delle carte da mostrare quando ci sarà il processo,probabilmente nei primi mesi del 2015.Buona giornata.

Vito Vignera da Catania ha detto...

Buona notte a tutti.Abbiamo ipotizzato di tutto e anche di più,e probabilmente qualcosa ancora sfugge alle nostre cervellotiche menti investigative.Più la leggo quell'ordinanza di custodia cautelare e più non mi convince,un ordinanza troppo precisa a dire il vero,e personalmente diffido della troppa precisione con cui gli inquirenti ricostruiscono i fatti.E allora la domanda sorge spontanea: si è proprio sicuri che nessun errore è stato commesso? probabilmente si,nessuno è esente da errori,tutti possono sbagliare,però chi paga è solo chi viene messo dietro le sbarre e in attesa di un probabilissimo processo.Dopo aver rilevato alcune tracce biologiche nei leggings e mutandine di Yara,si è ricavato il dna e il profilo genetico di "ignoto uno" e da li si è partiti alla ricerca del presunto assassino.Una discoteca,analisi a tutti i tesserati,e colpo di fortuna vuole che un certo Damiano Guerinoni avesse il profilo genetico patrilineare tale da poter esser certi che, uno dei suoi parenti qualcosa potesse centrarvi con il dna di ignoto uno.Tra parenti in vita e quelli defunti,di uno è risultato compatibile,Il fedifrago Giuseppe Guerinoni detto"il porco",perché se tutto dovesse corrispondere a verità è fuori di ogni discussione che la moglie l'ha tradita di brutto con la signora Ester Arzuffi,anche lei a suo tempo già sposata con Giovanni Bossetti.La signora Ester è più che sicura di non aver tradito il marito,le analisi dicono il contrario,e allora chi è che mente? Punto tutto sulla signora Ester,o la va o la spacca,io di certo non perdo nulla,se mai è lei a dover rischiare tanto,e il rischio più grande è quello di vedere suo figlio condannato all'ergastolo.
" Dire la verità è sempre la politica migliore, a meno che ovviamente tu non sia un ottimo bugiardo.
Jerome Klapka Jerome
Buona notte a tutti cari amici.

Anonimo ha detto...

Ciao Stefano

Innanzi tutto, nessun dna depositato su cadavere in luogo aperto resiste integro a tre interi mesi di intemperie, comprese neve e pioggia battente. Una cosa e' parlare di dna estratto da un osso particolarmente ben conservato (Neanderthal Genome Project, Dec 2013), altra e' la possibilita' di persistenza di una traccia di dna su corpo in stato putrefattivo molto avanzato esposta ad elementi esterni in luogo e in condizioni non controllate e/o monitorate. Pur ammesso che non vi sia stato alcun errore di lab e/o contaminazione in fase di ritrovamento/trasporto/prelievo/analisi, qualunque l'origine quel dna e' comunque di deposito recente rispetto al ritrovamento del corpo.

Ma come potrebbe essere arrivato il dna di Bossetti sui leggings di Yara? Sempre ammesso che il dna di Ignoto 1 sia effettivamente quello di Massimo Bossetti, i secondary e tertiary transfers del proprio dna succedono ad ognuno di noi ripetutamente ogni singolo giorno, cosi' come ognuno di noi, escluso forse il recluso in cima alla montagna, facilita il trasporto del dna altrui ripetutamente ogni giorno. Grazie ai secondary e tertiary transfers, anche il tuo dna Stefano puo' viaggiare senza passaporto e senza di te. Ad esempio dall'aeroporto di Roma fino a New York o a Singapore, anche se tu eri andato a Fiumicino solo per accompagnare un amico in partenza per Lisbona, proprio grazie a quello starnuto o quel colpo di tosse in direzione della barra del carrello delle valigie. Oppure, dimentichiamo l'aeroporto e diciamo che vai al bagno in spiaggia e, quando cerchi di lavarti le mani, il rubinetto e' bloccato. Se cosi', wish your dna farewell e spera che mai e poi mai ti metta in situazioni limite, ad esempio trasferendosi sui polpastrelli di un pedofilo pronto ad agire. Insomma, il nostro dna e' ovunque ci muoviamo e anche altrove, compreso a volte dove sarebbe meglio che non finisse mai.

Tornando a Yara, senza origine accertata della traccia, i secondary o tertiary transfers sono impossibili da escludere. Esiste inoltre un intero ventaglio di possibilita' che permetterebbe la presenza del dna di Bossetti sui leggings addirittura per trasferimento diretto, pur escludendo in toto che Bossetti abbia toccato il corpo della bambina. Faccio un esempio: un paio di giorni prima del ritrovamento "ufficiale", in tanti sanno dov'e' il corpo ma la storia e' pesantissima e nessuno intende prendersi la responsabilita' di farsi avanti e denunciare il ritrovamento. Anche Bossetti si imbatte nel corpo di Yara (per caso o perche' colleghi e amici ne parlano, e' irrilevante). Scosso violentemente alla vista della bambina:
1. ha un conato di vomito (di quelli acquosi e senza cibo, tipici da stress) che schizza sui leggings; bingo, perche' lo stomach lining e' rivestito di mucosa ricca di dna;
OPPURE
2. per lo shock soffre un episodio improvviso di epistassi e una goccia del suo sangue schizza sui leggings;
OPPURE
3. era li' per motivi "personali"; diciamo che scende dalla macchina per telefonare e ne approfitta per urinare, l'urina schizza su qualcosa e lui vede il corpo;
OPPURE
4. era li' per motivi "personali"; si disfa di un preservativo dal finestrino della macchina e vede il corpo, recupera il condom ma per il dna e' troppo tardi.

...continua

Anonimo ha detto...

...continua

Potrei andare avanti ma basti quanto sopra. Sono solo esempi fantasiosi ma certamente plausibili. Cio' che intendo, Stefano, e' che un dna qualunque, una volta fuori contesto, puo' finire ovunque per una serie di casualita' al di fuori dal nostro controllo. Per questo motivo cosi' come per l'elevata possibilita' di errore umano e di contaminazione involontaria (e addirittura di clonazione), un dna da solo vale quanto un 2 di picche. Che poi la legislazione italiana permetta un fermo di addirittura due mesi senza prova alcuna ma per la sola presenza di un dna su corpo esposto a qualunque genere di tampering... sono senza parole. Credevo che l'Italia fosse un paese diverso.

Attaccandosi ad un dna senza riscontri, la procura is just flying kites. Non essendo databile ed essendo trasferibile, il dna in realta' e' la prova meno concreta rilevabile in sede di autopsia (almeno cosi' e' nei paesi civili dove per arrestare qualcuno occorrono vere prove). Se la procura non trova subito qualcos'altro realmente solido, plausibile, databile e riscontrabile, il fermo di Bossetti sulla sola base di un presunto dna dall'origine nebbiosa e' assolutamente, totalmente inspiegabile.

Annika

Gilberto ha detto...

Cara Annika
Più chiara ed esplicita di così non potevi essere. Ho pensato le stesse cose che non ho espresso in modo così diretto e spassionato solo perché non ho le tue competenze. Quello che dici purtroppo mi conferma anche l'anomalia del sistema giudiziario italiano che ho espresso con la formula "siamo tutti in pericolo".
Ciao
Gilberto

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