lunedì 27 aprile 2015

Il 25 aprile dell'era moderna. Gli stereotipi e le retoriche del consenso mascherano la realtà di un popolo schiavo continuamente monitorato e controllato...

Di Gilberto Migliorini


L'altro ieri nell'Italia dei luoghi comuni si è celebrata l'annuale festa del 25 aprile, la festa della liberazione dal nazi-fascismo, di quel ventennio sciagurato che ha trasformato l’Italia in una dittatura che l’ha condotta in quella avventura deleteria - chiamata seconda guerra mondiale - come alleata della Germania nazista. La celebrazione allude a una liberazione come fatto acclarato che non ha bisogno di ulteriori precisazioni. Si tratta di una sorta di kermesse con tanto di rievocazioni, discorsi e le solite retoriche di circostanza dove al di là di qualche spunto critico e attualizzante tutto sembra finire a tarallucci e vino. Raramente si sente qualcuno chiedersi, ma siamo davvero usciti dal fascismo? La domanda è d’obbligo se si considera che al di là delle sue istituzioni, il fascismo fu soprattutto una forma mentis, un modo non solo di concepire la politica e i rapporti sociali, ma anche e soprattutto una concezione dell’uomo e dei suoi valori (e disvalori). La realtà è che c’è un fascismo che permea nel profondo la società italiana (e non solo) e che affonda le sue radici in una cultura dell’intolleranza e della prevaricazione, e più in generale in tutte quelle concezioni che considerano l’uomo come il mero prolungamento di una ideologia, di una religione o di una filosofia. Da un lato si predica la libertà con tutti quei tropi e traslati atti a creare una sorta di ambientazione democratica e liberal, dall'altro si razzola con tutti quei provvedimenti legislativi che per quanto presentati come segni di una società in progresso, e al di là di una patina di attualità democratica, emanano sentori totalitari.

Si tratta di quei captatori del nostro io, quelle concezioni del cittadino come appendice dello stato, dell’uomo come epifenomeno del realismo politico, dell’elettore come un consumatore di carta igienica e pannolini con il marchio di garanzia. Le profilazioni, i sistemi di monitoraggio e di violazione sistematica della privacy con la scusa dell’antiterrorismo, del servizio all'utenza, della pianificazione… rendono trasparente la nostra vita. Siamo vasi di vetro con la carta fidelity e il trojan nel nostro computer, magari perfino un condom intelligente con microchip incorporato in camera da letto a investigare sulla nostra salute sessuale e sulle nostre performance erotiche. Stiamo diventando quasi senza accorgercene degli assemblanti, sistemi di informazioni da vendere sul mercato e di organi da espiantare. Nemmeno più sudditi, ormai solo strumenti catalogati secondo rilevanza, prossimità e aderenza. Pesati e misurati seguendo le linee guida di un modello ergonomico, incasellati secondo le nostre idealità, ambizioni e propensioni all'acquisto. Tutto il vecchio armamentario ideologico suona un po’ come nostalgica rimembranza di un antifascismo di maniera. Il fascismo in fondo è solo una parola, dietro la quale c’è una metamorfosi di significati e di accenti, una traslitterazione di modelli, ma una sostanza che mantiene immutabile la sua essenza.

Il potere ha quella capacità camaleontica di cambiar tutto rimanendo fedele a se stesso, di rappresentarsi in modalità anticonvenzionali per apparire diverso e perfino agli antipodi di quello che in realtà costituisce pur sempre la sua vera natura. C’è un Romanzo che ha espresso bene il concetto, il 1984 di Orwell con la figura emblematica del finto oppositore.

Viviamo tempi difficili, precari, un senso di insicurezza e di indeterminazione avvolge tutti i rapporti sociali. La globalizzazione ci pone di fronte a problematiche che cerchiamo di affrontare usando modelli obsoleti che non sanno spiegare i cambiamenti sempre più veloci di una realtà socio-economica vieppiù indecifrabile. Gli apparati tecnologici (e ideologici) rimandano sempre di più a una società alienata dove gli strumenti creati dall’uomo dominano il suo costruttore. Nonostante il crescere dell’informazione c’è come la sensazione che l’uomo contemporaneo sia ancora più suddito e schiavo rispetto alle dittature del '900. Il controllo che prima era affidato alla propaganda e ai sistemi visibili di repressione è come sprofondato in modalità inconsce, è stato interiorizzato così in profondità da non essere più visibile e riconoscibile. L’uomo contemporaneo sta diventando un ingranaggio inconsapevole perfino della sua natura gregaria, di epigono di valori che non ha mai messo veramente al vaglio della sua libertà e della sua autonomia. Chi risponde veramente solo alla sua coscienza e alla sua intelligenza fa paura a un potere che predilige i cittadini come scimmie ammaestrate, portaborse e cassa di risonanza delle frasi fatte e degli slogan, pedine da prillare e ribaltare a piacere. Le retoriche del 25 aprile e dell’antifascismo per essere credibili dovrebbero essere accompagnate da una analisi approfondita dell’Italia e delle sue istituzioni del dopoguerra. Forse si scoprirebbe che dietro l’apparenza il fascismo costituisce la forma mentis di tanta parte della società italiana e delle sue istituzioni variamente imbellettate con rimmel e fondotinta… una maschera senza nome e senza volto.

Il sistema informatizzato globale sembra realizzare il sogno di una utopia tecnologica, un eden con tablet e smartphone impiantati presto nell'encefalo a monitorare una morte cerebrale che in tempo reale consenta l’espianto di organi vivi. Niente più delitti, la prevenzione sarà assicurata da solerti captatori in grado di fiutare nel nostro cervello le prime avvisaglie della devianza. Niente più malattie, monitorati secondo un piano di perfetta efficienza della nostra macchina biologica e secondo una opportuna igiene mentale. Stiamo entrando nella nuova età dove il paradigma aggiornato secondo i nuovi canoni ergonomici è quello nemmeno più di consumatori, ma di recipienti da riempire e svuotare secondo le opportune procedure e le idonee tempistiche governate dal software globale di programmazione…




4 commenti:

Anonimo ha detto...

Non ho parole, cosa potrei aggiungere al tuo post che è un capolavoro...Solo che Orwell era un genio visionario, come tale malvisto e considerato pazzo dai più, temuto dai potenti, capito e ammirato da pochissime mosche bianche. Il tempo gli sta rendendo giustizia, purtroppo per noi un po' tardi (sarebbe stato meglio il contrario).
"Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire." Aveva ragione, Orwell.
Oggi ci vuole coraggio anche solo per scalfire i luoghi comuni.
Nautilina

Gilberto ha detto...

@Nautilina
Mi incuriosisce il tuo pseudonimo. Come l'hai scelto? E' un riferimento al capitano Nemo del Nautilus o che altro?
Ciao e grazie per l'apprezzamento, forse però capolavoro è un po' eccessivo...

Anonimo ha detto...

Gilberto, ho pensato a due cose. La prima è l'animaletto nautilo, un mollusco che è una specie di fossile vivente, molto misterioso e simpatico. Lo considero la mia mascotte perché si muove all'indietro, quindi va controcorrente...perciò mi piace... contiene le proporzioni della sezione aurea o phi. Anche sul sito della Nasa si trova un disegno tecnico di questa affascinante conchiglia vista in sezione.
La seconda è il significato di nautilus, cioè navigatore, in questo caso del web , ed essendo donna ho usato il diminutivo (ma bada che non sono per niente piccina).
Per il capolavoro, sì, un po' avrò esagerato, ma quest'articolo è il mio preferito fra tutti i tuoi che ho letto qui. E poi Orwell per me è un mito.
Ciao
Nautilina

Gilberto ha detto...

Sì, è vero Nautilina, il Nautilus, un fossile vivente pieno di simbologie, tra le quali andare contro corrente… o nel nostro caso volare controvento… Riguardo ad Orwell chissà… se mi sento ispirato prima o poi mi piacerebbe scrivere un articolo tosto, magari un po’ in controtendenza… Ciao, Gilberto