lunedì 30 maggio 2016

Caso Bossetti. Tra censura e rimozione...

Di Gilberto Migliorini


Il caso Bossetti non cessa di sorprendere un osservatore che ponga mente locale non solo sugli aspetti giudiziari, ma anche e soprattutto su tutti quei risvolti culturali che tradiscono l’anima di un popolo. Un esperimento mediatico fatto su un intero paese, non nel chiuso di qualche istituzione scientifica, formato da volontari ignari di essere quel gruppo di controllo che i media tengono negli studi televisivi giusto per dare un volto e un’anima a un’audience nazionalpopolare

La vicenda del muratore di Mapello rappresenta un test nel quale l’italiano medio materializza le sue fantasie, il transfert di una cultura, la storia di un Paese con i suoi luoghi comuni, i pregiudizi, le paure, le speranze… e talvolta le meschinità. Un italiano abituato a scaricare tutto su qualche capro espiatorio pur di non affrontare a viso aperto il potere che lo ha sempre schiacciato, intimorito e avvilito e con il quale è sempre stato disposto a venire a patti pur di sopravvivere.

Tirare a campare è il leitmotiv della mentalità di un popolo di santi poeti e navigatori (adesso anche in chiave telematica). La sudditanza dell’italiano, spesso mascherata da intenti collaborativi e giustificata dal buon senso, ci è stata descritta come l’ordine naturale delle cose. Il fascismo a guardar bene è stato solo uno dei tanti regimi che hanno fatto dell’italiano un servo e uno strumento del Potere. Dietro la facciata della modernità, l’Italia rimane un paese feudale con una radicata cultura delle camarille, dei clan e delle consorterie. Il Bel Paese non è mai diventato uno Stato moderno, nonostante l’apparenza di Statuti e Costituzioni è rimasto nel solco dei rapporti vassallatico-beneficiari. 

Dietro il paravento della divisione dei poteri c’è quel Potere sulle anime, fondato sulla consuetudine di un popolo all’obbedienza e alla rassegnazione, un dominus che considera gli italiani come il Pinocchio collodiano, burattini di legno, un popolo da tenere al guinzaglio, da subornare con i classici premi fedeltà, e con l’illusione di essere voce in capitolo nelle tornate elettorali. Gli italiani non hanno mai fatto niente per smentire il ruolo che è stato loro assegnato, un po’ carne da macello (due guerre mondiali) e un po’ maschere nel teatrino di Mangiafuoco

Il sistema mediatico ha avuto buon gioco su un utente da sempre usato come zimbello. La società del dopoguerra - dopo la propaganda fascista - ha costruito sulla retorica antifascista (più che altro di facciata) il nuovo modello delle comunicazioni di massa utilizzando più o meno gli stessi strumenti del ventennio (poi aggiornati alle nuove tecnologie mediatiche) costruiti su una retorica di maniera e su una educazione ispirata al conformismo e ai luoghi comuni infarciti di pregiudizi, di kermesse, di tromboni… e di quelle ipocrisie tipiche di una religiosità epidermica e convenzionale. L’italiano pur di tirare a campare ha sempre scelto e continua a scegliere la strada dell’adeguamento e del compromesso, fingendo di credere ai cantastorie e giullari di professione, ma prestando fede davvero alla propaganda di regime.

Il caso Bossetti, se da un lato consente alla società mediatica di affinare e mettere a punto i suoi strumenti di persuasione per verificarne l’efficacia dall'altro rappresenta il test di un popolo che inconsapevolmente proietta la sua immagine nei fatti di cronaca e tradisce le sue peculiarità culturali, i suoi vezzi e le sue civetterie...

Il caso del muratore di Mapello è la cartina al tornasole di un italiano medio che da sempre crede alla favola che gli raccontano, ed è sintomatico che i media abbiano scelto per l’imputato proprio quell'appellativo. È il primo segno del transfert. Il sistema mediatico racconta all'italiano la ricostruzione inverosimile di un delitto, senza uno straccio di prova che non sia un Dna farlocco e impossibile, una favola gonfiata con le classiche suggestioni al contorno: ‘indizi di lettere’, sabbia, camioncini e quant'altro. Si fa diventare proprio il protagonista suo malgrado, come la favola per antonomasia, in un meccanismo che ricorda la rimozione freudiana. È la classica operazione del prestigiatore mediatico che costruisce il canovaccio e la sceneggiatura per un utente che non solo da sempre si lascia raccontare le favole ma offre all'utenza un avatar sul quale proiettare le sue pulsioni. Basta seguire uno dei tanti format nazional popolari con un’audience che forma la propria opinioni ascoltando la voce suadente del narratore. Sono il gatto e la volpe, Lucignolo, la fatina dai capelli turchini, il paese dei balocchi… il romanzo collodiano dove la favola rappresenta l’antropologia dell’italiano.

Collodi ci ha raccontato Pinocchio, Manzoni Renzo e Lucia, andando agli albori della nostra letteratura, tralasciando Boccaccio con i suoi Calandrini, si torna a Dante e a Cecco Angiolieri. Ma la storia dell’italiano si rinnova con un nuovo attore, vittima designata questa volta in carne e ossa. Un imputato ingaggiato a interpretare il personaggio di sempre… l’italiano perennemente bersagliato dal potere che nella finzione letteraria è quello dell’arroganza, della prevaricazione, della giustizia asservita ai potenti.

La nuova realtà mediatica ha però smarrito il gusto letterario che rendeva perfino gradevoli le disavventure e le atrocità rivolte al personaggio che ci rappresenta per antonomasia, spesso sotto forma di caricatura. Nella finzione della narrazione si ride e si piange delle sorti del personaggio, delle sue disavventure, talora tragiche, qualche volta salvifiche per via della divina provvidenza e del necessario lieto fine del romanzo. La letteratura ha pur sempre costituito un rimedio e una catarsi contro la storia drammatica di un Paese alle prese con la necessità di sopravvivere alle sue sventure, alle dominazioni straniere, alla sua unificazione nel solco dei ceti privilegiati e dello sfruttamento con la retorica del patriottismo… 

L’italiano acculturato ha però sempre seguito le peripezie dei personaggi letterari con il gusto di un io narrante ardimentoso, mediando le sue pulsioni inconsce con quel principio di realtà legato al piacere della trasposizione nell'universo dell’immaginario creativo.

Spogliato dal suo lato estetico, dalle vesti metaforiche della grande letteratura e dell’arte, l’italiano - da sempre imprigionato nei suoi cliché e nelle scenografie tra le città più belle al mondo - non si accorge che questa volta il personaggio è reale, il carpentiere che per davvero si trova in galera non è altro che la sua controfigura, quella che di solito e sempre stata rappresentato in veste letteraria. 

L’italiano medio preferisce non vedere che il povero Massimo Bossetti è il connazionale, proprio lui, da sempre fatto oggetto di soprusi, arbitrii e inganni. La pulsione questa volta è troppo evidente per non sollecitare la repressione di un Super-ego censorio. È la rimozione, un fervore iconoclasta nei confronti di un personaggio, non più letterario che vuole annientare perché lo rappresenta: l’italiano da sempre oppresso dal Potere. 

Meglio credere Bossetti colpevole piuttosto che dover riconoscere la propria condizione di eterno recluso in un Paese dove da sempre l’autorità e l’istituzione schiaccia e opprime, malversa e inganna, instupidisce e tiranneggia?

Finché si tratta di un personaggio letterario, dipinto nel frame di un romanzo e perfino descritto in un saggio come Storia della colonna infame, si può tollerare e ridere di noi stessi, concedere rispetto e considerazione, come se in fondo quello che viene rappresentato abbia solo il gusto e la teatralità dell’invenzione artistica, magari con l’accordo e la legittimazione di uno sceneggiato o un serial televisivo. Alla fiction, all'allegoria e all'espressione figurata, il super-ego censorio può perfino concedere il nulla osta per non reprimere le istanze di un inconscio che si mantenga nei canoni dell’onirico traslato e simbolico, della finzione letteraria. Quando però Renzo Tramaglino e Lucia Mondella assumono le sembianze concrete di uomini e donne realmente esistenti… allora il rifiuto inconscio di accettare la propria condizione di eterno burattino collodiano diventa insopportabile e si trasforma in rimozione. Subentra il meccanismo di difesa della negazione. Il riconoscimento della propria condizione di subalternità e oppressione diventa intollerabile e conflittuale. 

Meglio preferire Massimo Bossetti colpevole piuttosto che dover riconoscere attraverso l’imputato innocente la propria eterna condizione di italiano impotente, di eterno zimbello oppresso e subalterno rispetto al Potere. Meglio chiudere gli occhi e negare che il gigantesco Leviatano è immune da qualsiasi vero controllo, che l’immane Moby Dick può schiacciare un cittadino inerme e indifeso.

La storia di Massimo Bossetti concretizza secoli di letteratura e materializza i personaggi letterari che più o meno tutti conoscono. Eppure per un perverso meccanismo freudiano la storia e la letteratura sembrano soltanto qualcosa da relegare sui banchi di scuola e non il nostro vero volto di popolo da sempre sottomesso…

Clicca qui per leggere tutti gli articoli e i Saggi di Gilberto Migliorini

Homepage volandocontrovento

6 commenti:

Remo ha detto...

Ho pensato anch'io che il "caso Bossetti" sia in realtà un grande esperimento sociale, stile The Truman Show: solo che le cavie siamo tutti noi italiani. In realtà Bossetti, la sua famiglia, Ruggeri, i giurati, i testimoni sono solo comparse, magari fanno parte della stessa equipe che ha inventato l'esperimento.

magica ha detto...

sta governando la sinistra . il fascismo non centra .
non mi pare che la magistratura sia fascista: io direi piuttosto che sia comunista , che è il rovescio della medaglia .
non siamo tutti allocchi , che pendiamo dalle labbra della magistratura . una buona parte degli italiani ragiona con la propria testa .

Vanna ha detto...

Gilberto condivido il tuo desolante italico quadro rispecchiato dal caso Bossetti.
Estrapolo dal tuo l’incipit: “... La vicenda del muratore di Mapello rappresenta un test nel quale l’italiano medio materializza le sue fantasie, il transfert di una cultura, la storia di un Paese con i suoi luoghi comuni, i pregiudizi, le paure, le speranze… e talvolta le meschinità...”
Continui: “ Un italiano abituato a scaricare tutto su qualche capro espiatorio pur di non affrontare a viso aperto il potere che lo ha sempre schiacciato, intimorito e avvilito e con il quale è sempre stato disposto a venire a patti pur di sopravvivere...”
Gilberto, nell’elenco sono assenti altri luoghi comuni quelli positivi, la creatività, l’intelligenza, la bellezza declinate in ogni dove, che hanno prodotto doni all’Umanità, ci sono ancora e voglio ancora vedere il bicchiere mezzo pieno.
Ad esempio, nonostante le ripetizioni ossessive con le quali i media di massa hanno nutrito di spazzatura i cittadini davanti alla radio, alla tv, alle pagine di giornali rendendo tutti edotti sulla colpevolezza di Bossetti, noi qui abbiamo formato , in confronto, un manipolo di cocciuti difensori.
Non è da poco, perché si continua a scardinare tutto l’impianto accusatorio con discernimento anche autorevole e con libertà espressiva,questo è importante.
Voglio aprire lo spioncino della luce e cominciare a credere ad una assoluzione come dici tu, non per atto di fede ma per l’inconsistenza dell’accusa su di lui.

Anonimo ha detto...


Qualcuno puo' farmi sapere se Bossetti e' destro o mancino? Grazie. Forse ho perso qualche passaggio. Matteo.

Anonimo ha detto...

Gilberto, come sempre, bravissimo.
A Magica... mi hai tolto le parole di bocca!!
Grazie a tutti voi!
Mary

na ha detto...

grazie MARY per la tua considerazione .