venerdì 12 giugno 2015

Sarah Jo Pender. Quando ai magistrati non importa che un innocente marcisca in carcere...

Sarah Jo Pender
E' proprio vero. Le brutte storie non risparmiano nessuno e potrebbero capitare anche alle nostre figlie e sorelle. Ogni giorno c'è chi uccide e chi muore, chi viene incarcerato ingiustamente e chi la fa franca. Parliamo di donne accusate di omicidio che si dichiarano innocenti, di quelle ragazze che da tanto sono chiuse in cella e che per età potrebbero essere davvero nostre figlie o sorelle. Non solo in Italia ci sono donne ancora in carcere, tante senza motivi validi e altre nonostante ci sia chi ha confessato il crimine di cui sono accusate, ogni nazione mondiale ha le sue storie assurde che non riescono a trovare soluzione e sono destinate a rovinare e segnare indelebilmente la vita di molte persone. Sono storie accomunate dalla convinzione che accompagna chi accusa. La strana certezza dei procuratori che accusano anche in mancanza di prove vere è quanto di peggio si possa trovare nel settore giustizia. Quando i carabinieri, i poliziotti o i magistrati credono di avere il colpevole fra le mani, nulla li farà cambiare idea e niente e nessuno li costringerà mai a dire: scusate, ho sbagliato. La coscienza ad alcuni magistrati non disturba il sonno. In altri è invece predominante e cerca di recuperare l'errore, se palesemente commesso. Vediamo dove:

Siamo negli Stati Uniti d'America, più specificamente nello stato dell'Indiana dove vive un procuratore che da qualche anno sta combattendo una battaglia per far ottenere un giusto processo d'appello a una donna da lui stesso fatta condannare a 110 anni di carcere. Il procuratore, ormai in pensione, è Larry Seels e la donna che da quasi quindici anni è in cella si chiama Sarah Jo Pender.

Sarah nel 2000 aveva 21 anni ed era una brava ragazza che lavorava. Il suo errore? Innamorarsi di Richard Hull, un ragazzone di 22 anni che faceva il buttafuori in una discoteca. Lei non sapeva dei suoi precedenti penali. Lui la coccolava, la faceva sentire bene e lei pensò di aver trovato l'uomo della sua vita. Lo seguì e insieme andarono a vivere con un'altra coppia di ragazzi, Andrew Cataldi e Patricia Nordman. Questi ultimi erano fuggiti da un istituto di correzione del Nevada ed erano ricercati. Richard li aveva conosciuti in quel periodo e insieme a loro aveva iniziato a spacciare metamfetamina. Tutto inizialmente sembrava andar bene, ma presto cambiarono i rapporti (anche fra Sarah e il suo ragazzo che una notte la obbligò a un rapporto sessuale non consensuale) perché la sorella di Richard doveva dei soldi ad Andrew e lui minacciava di sterminare la sua famiglia. Per questo Richard iniziò a preoccuparsi e cercò di acquistare un'arma. Però la sua fedina penale sporca non gli permetteva l'acquisto in armeria. Così, dopo aver tentato di acquistarla illegalmente dal figlio del fidanzato della sua vicina di casa, ma lui non gliela cedette, il 23 ottobre convinse Sarah - incensurata - e la mattina del 24 acquistò un fucile a suo nome.

Siamo al 24 ottobre 2000, Richard e Sarah dopo l'acquisto vanno in alcuni posti coi genitori di lei e tornano alle 23.00. Quando rientrano si accorgono che la tensione è palpabile. Andrew vuole i soldi e i due ragazzi iniziano a litigare. Richard dice a Sarah di andare a farsi un giro. Lei fa una passeggiata e va ad acquistare le sigarette. Si ripresenta alle 23.30, giusto in tempo per vedere che la casa è piena di sangue e che Richard sta caricando i cadaveri dei coinquilini sul furgone che un amico gli ha prestato il giorno prima per permettergli di andare, assieme ad Andrew, ad acquistare metamfetamine a Las Vegas. Lui la guarda e le fa segno di salire sul sedile del passeggero. Quattro isolati e scarica i corpi in un cassonetto dell'immondizia. La guarda nuovamente e le dice che sta pensando a cosa fare di lei. Sarah in quel momento ha paura. Poi lui cambia atteggiamento, spiega che durante la lite Andrew ha minacciato nuovamente di uccidere tutta la sua famiglia, che è entrato nella loro camera e ha cercato di prendere il fucile. Per questo è stato costretto a sparargli.

Lei è innamorata e gli crede, anche perché lui acconsente alle sue richieste e, dato che non vuol stare in quella casa piena di sangue, dopo averle fatto caricare una valigia con qualche abito sul furgone la porta a casa di un amico. La mattina seguente va al lavoro e finge di star bene come se nulla fosse accaduto. Non denuncia Richard che nel frattempo è tornato sul luogo degli omicidi per ripulirlo. A processo dirà: "Non ho chiamato la polizia, sono invece rimasta con Rick per amore, per paura, per lealtà e per pura stupidità"

A processo, perché un duplice omicidio commesso da un balordo è facile da scoprire. Infatti l'addetto ai cassonetti trovò i cadaveri già all'alba del 25 ottobre... e i tatuaggi impressi sulla pelle fecero il resto perché mandati in onda in televisione vennero riconosciuti da una donna che avvisò la Polizia e disse che i morti erano i suoi vicini, quelli che convivevano con Rick e Sarah. L'ingresso dei poliziotti nella casa fece subito capire che quella era la scena del crimine e un appostamento di fronte all'abitazione della madre di Richard bastò per arrestare i due ragazzi già il 27 ottobre. Portati in Centrale e interrogati separatamente, diedero all'incirca la stessa versione. Lui disse di aver ucciso per legittima difesa, dopo aver mandato Sarah a farsi un giro per non farla assistere alla litigata, lei che dopo essere tornata dall'aver acquistato le sigarette trovò un lago di sangue e i corpi sul cassone del furgone. Tutto chiaro e semplice? Sì, infatti lui finì in carcere e lei tornò da sua madre. Tutto finito? No, perché qualche giorno dopo ci fu chi decise di complicare un crimine già risolto.

I poliziotti andarono nella stanza del motel in cui i due avevano dormito la notte del 26 ottobre, trovarono il fucile e la fattura di chi l'aveva venduto notando che era stato acquistato da Sarah. Il negoziante confermò che lo scelse Richard, mentre la registrazione e il pagamento vennero fatti a nome della ragazza, ma questo non fu sufficiente ad eliminare i sospetti. Per la Polizia, per il detective Kenneth Martinez, Sarah aveva pianificato gli omicidi. Lei era la mente e Rick solo il braccio armato. Per cui venne chiusa in cella in attesa che le indagini finissero e arrivasse il processo.

Purtroppo il detective Martinez non riuscì a trovare indizi che suffragassero la sua teoria. Così dopo quasi sei mesi di indagini infruttuose, convinto della colpevolezza della ragazza si mise d'accordo con uno stupratore di bambini, Floyd Pennington, che dal carcere in cui era rinchiuso aveva avviato una corrispondenza con Sarah. Lui voleva uscire a tutti i costi e a Martinez inviò una lista di nomi, tutti imputati in prossimi processi, dichiarandosi pronto a testimoniare qualsiasi cosa contro chiunque pur di avere sconti di pena. Fra quei nomi c'era quello di Sarah. Martinez accettò e Floyd si mise d'accordo con la ragazza, via lettera, per incontrarla al reparto carcerario del Wishard Hospital. Nel giorno stabilito entrambi finsero di sentirsi male ed entrambi, grazie al detective compiacente, vennero portati all'ospedale. Naturalmente non erano né soli né uno accanto all'altra. C'erano le guardie nella stanza e loro erano a otto metri di distanza. Però al ritorno in cella, Floyd testimoniò che in via confidenziale la ragazza aveva ammesso di essere la mandante degli omicidi.

Pochi mesi dopo alle accuse si aggiunse una lettera falsa scritta a nome di Sarah Jo dal compagno di cella di Richard Hull, l'ex fidanzato, e da questo consegnata al suo avvocato perché la facesse avere al detective Martinez. Richard, conosciute le idee investigative, sperava che dando ogni colpa a Sarah avrebbe potuto concordare una condanna minima. Così nella lettera falsa, datata maggio 2001, si leggeva la confessione della ragazza che dichiarava di aver ucciso i due coinquilini mentre era sotto l'effetto di droghe e ringraziava l'ex fidanzato per essersi preso colpe non sue. La ciliegina sulla torta in questo caso fu la perizia grafologa che giudicò la lettera autentica. Un altro elemento a colpa venne da un vicino di casa che la notte seguente agli omicidi aveva visto Sarah caricare qualcosa sul furgone. I corpi, nella ricostruzione dei periti, erano stati caricati passando dalla porta del retro e il sangue da strisciamento sul pavimento lo dimostrava. Il vicino, invece, aveva visto Sarah passare dalla porta principale. Chiaramente essendo le due di notte il crimine si era già compiuto e lei stava caricando la borsa coi vestiti perché non voleva stare più in quella casa, ma il detective la mise in altro modo e fece figurare che stava aiutando il fidanzato a caricare i cadaveri. Con questi elementi, tutti creati ad arte e tutti falsi, Martinez riuscì a far salire il giusto fumo per mandare a processo Sarah Jo Pender.

A chiederne la condanna in tribunale, dopo aver controllato gli incartamenti inviatigli dal detective, fu Larry Seels, l'ex procuratore che ora lotta per farla uscire dal carcere. In quel periodo Seels si era candidato a procuratore della contea di Hamilton e aveva ambizioni politiche. Il caso, molto seguito dai media, lo poteva aiutare a far carriera politica e lui lo cavalcò. Così durante il processo non fece sapere che il suo testimone d'eccellenza, Floyd Pennington, era non solo un pedofilo ma anche un criminale incallito che in cambio dell'aiuto dato a Martinez aveva ricevuto una condanna di soli undici giorni per possesso illegale di armi. Inoltre esagerò e nell'arringa definì Sarah la versione femminile di Charles Manson, dipingendola come una donna con la mente criminale capace di convincere chiunque ad uccidere per lei. Le sue parole furono riprese in tutto lo stato e da quel giorno, per tutti, Sarah diventò la persona spregevole che con la sua influenza aveva costretto Richard ad ammazzare Andrew e Patricia. Lei, l'unica incensurata dei quattro, l'unica che al momento del crimine aveva un lavoro onesto, per la procura e per i giudici era diventata la colpevole d'eccellenza. Così una giuria la condannò a 110 anni di carcere. Da quel giorno il suo nome in America viene sempre associato a quello di Manson.

Ma il tempo passa e spesso capita che i nodi vengano al pettine. In questo caso iniziarono a farsi vedere un anno dopo, quando Richard Hull ammise di aver fatto scrivere a un altro carcerato una lettera falsa. Non ci voleva un genio a capirlo, visto che la lettera non era nella sua cella nel luglio 2001 (era datata maggio quindi avrebbe dovuto esserci) quando gli vennero sequestrate tutte le missive arrivategli in carcere. Visto che era priva di busta e che da che mondo è mondo le lettere si spediscono imbustate (il detective Martinez dichiarò di possedere la busta ma mai la consegnò). Visto che oltre alla grafia diversa (poi riconosciuta falsa) non c'erano impronte di Sarah, mentre ce n'erano di Richard e del suo compagno di cella. Insomma, tutto risultò falso e la sua ritrattazione, autenticata da un notaio, venne usata contro di lui nel 2004 per inasprire ulteriormente la sua pena e portarla a 130 anni di carcere.

A questa ritrattazione si aggiunse un brutale stupro, quello che il signor Floyd Pennington (libero nonostante la sua fedina penale - clicca qui per vederla) mise a segno qualche mese dopo la sua ultima uscita dal carcere. Ma non fu l'unica novità del 2008, perché proprio in quell'anno si concluse l'indagine della procura generale contro il detective Kenneth Martinez, costretto a dimettersi dopo un'indagine a causa di errori fuorvianti, per aver volontariamente distrutto prove e aver dato un falso senso di accuratezza dei documenti". Il procuratore scrisse: "Siano da negligenza, da incapacità o da illeciti, il risultato finale sulla credibilità delle prove e la veridicità delle indagini di polizia porta alla conclusione che gravi errori di giudizio e di protocollo si sono verificati e qualsiasi tentativo di riabilitare il caso a questo punto è inutile". In poche parole, si scoprì che Martines era solito fabbricare prove false e distruggere ciò che non aiutava la condanna.

Però, pur se queste cose aiutavano Sarah, fu proprio nel 2008 che l'opinione pubblica si convinse della bontà delle accuse e della condanna a 110 anni. Sarah infatti fuggì dal carcere grazie alla guardia carceraria con cui aveva una relazione e a cui promise 15.000 dollari. Per quattro mesi e mezzo visse una nuova vita a Chicago, dove si era pure trovata un lavoro. Ma non aveva fatto i conti coi media e con la giustizia americana che, unica donna in quegli anni, la inserì nel database dei latitanti più ricercati degli Stati Uniti. Così venne riconosciuta da un vicino che avvisò la polizia. A seguito della fuga a dicembre 2008 fu chiusa in una cella di isolamento. Cella da cui uscì solo nel 2014 dopo 1870 giorni di solitudine.

Quasi cinque anni di isolamento a causa di una fuga in cui non si era usata alcuna violenza paiono davvero eccessivi (per avere un'idea di cosa psichicamente significhi vivere in isolamento provate a farvi chiudere a chiave nella camera più silenziosa di casa vostra... vi basteranno un paio di giorni rinchiusi in solitudine per capire). Ma la fuga, oltre a inasprire la pena, a qualcos'altro servì. Infatti rinnovò l'entusiasmo dei media e quello di un giornalista che andò a spulciare le carte del procuratore Larry Seels trovando ciò che Seels non aveva mai trovato. La lista che Floyd Pennington aveva inviato a Martinez dichiarandosi pronto a tutto pur di ricevere favori (clicca qui per vedere la lista).

Si era nel 2009 e la lista dimostrava inequivocabilmente che Sarah era stata incastrata. Insomma, la lettera falsa scritta da un carcerato, la testimonianza fasulla di un pedofilo stupratore (che i giudici non sapevano esserlo) e il vicino di casa che la vide caricare una valigia alle due di notte... alla fin fine erano questi elementi (visti in un ottica diversa) che avevano convinto una giuria della sua colpevolezza.

Naturalmente buona parte del merito andava al procuratore Larry Seels per come l'aveva dipinta in aula. E non era affatto certo o naturale che lo stesso procuratore, dopo aver saputo della lista e capito che la ragazza non aveva avuto un giusto processo, si schierasse in favore di Sarah affinché potesse usufruire dell'appello. Appello chiesto e rifiutato nel 2013, come rifiutata fu la richiesta di accordo con la procura per cambiare l'entità della pena. Era un po' come dire: tredici anni di carcere ormai li ha fatti (e di questi cinque in isolamento), cambiamo il capo di imputazione e mandiamola a casa senza neppure scusarci... chi ha avuto ha avuto chi ha dato ha dato.

Ma siamo nel 2015 e ancora Sarah si trova in carcere. Cosa è cambiato? E' cambiato che da colpevolisti i media americani si sono ricreduti, tanto che sulla sua storia hanno fatto un film, sulla sua fuga un libro, sulla sua ingiusta carcerazione speciali televisivi e tre dossier filmati. Documenti in cui vengono intervistati tutti i protagonisti della vicenda, documenti video che girano il mondo sui canali satellitari. Gli unici che non si interessano di lei sono i giudici americani. Sarah è stata condannata in un processo giuridicamente regolare e tanto basta a non farle ottenere neppure un giusto processo d'appello. Se le accorderanno tutti i benefici uscirà dal carcere nel 2055, quando avrà 75 anni.

E' proprio vero, le brutte storie non risparmiano nessuno e i giudici che sbagliano, spesso a causa di poliziotti e procuratori che forzano gli eventi perché convinti della propria idea, sono ovunque. Non sono ovunque i procuratori che quando capiscono di aver esagerato o sbagliato lo ammettono. Per questo a Larry Seels va dato atto di essere una mosca bianca fra tante nere. Nere come le toghe dei tanti magistrati che trincerandosi dietro il nome e la memoria della vittima invece di fare giustizia creano altre vittime. Magistrati che chiudono in carcere chi si dichiara innocente senza aver prove e, soprattutto, senza provare rimorsi...

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8 commenti:

Luca Cheli ha detto...

Il tuo interessante articolo, Massimo, mette in luce uno dei due maggiori problemi del sistema giudiziario americano, ovvero quello dell'estrema resistenza del sistema alla revisione dei processi.

Larry Seels è una mosca bianca anche nel suo paese, perché molto spesso i procuratori distrettuali (DA) o gli equivalenti County Attorney si oppongono praticamente "d'ufficio" a qualsiasi concessione di nuovi processi ai condannati e se tali processi vengono concessi, quasi mai rinunciano a cercare nuovamente di ottenere una condanna.

Ma c'è di peggio.

Nella Corte Suprema degli Stati Uniti si sentono voci come quella di Antonin Scalia, il quale scrisse nel 2009 "This Court has never held that the Constitution forbids the execution of a convicted defendant who has had a full and fair trial but is later able to convince a habeas court that he is 'actually' innocent. Quite to the contrary, we have repeatedly left that question unresolved, while expressing considerable doubt that any claim based on alleged 'actual innocence' is constitutionally cognizable."

Cioè: "Questa Corte non ha mai ritenuto che la Costituzione vieti l'esecuzione di un imputato condannato che abbia avuto un pieno e giusto processo, ma che sia in un secondo tempo in grado di convincere una corte d'appello che egli è 'in realtà' innocente. Noi abbiamo, al contrario, ripetutamente lasciato tale questione irrisolta, al contempo esprimendo considerevole scetticismo sul fatto che una qualsivoglia rivendicazione basata su di un'asserita 'innocenza reale' rientri in ciò che può essere costituzionalmente riconosciuto."

E questo francamente spaventoso, tanto più perché in quel caso si parlava di una condanna a morte.

Ma non è solo una questione di repubblicani neocon: il meccanismo degli appelli post condanna è stato reso molto più complicato, con tutta una serie di complesse scadenze da soddisfare a pena di nullità, durante l'amministrazione Clinton.

Quindi oggi il sistema giudiziario americano è, a mio pare, di fatto una specie di ordalia: 12 giurati decideranno se l'imputato è "guilty or not guilty", senza dover motivare il perché della loro decisione.

Se la decisione è "not guilty", fine della storia: nessun appello da parte dell'accusa è possibile, e questo è il motivo per cui talvolta i DA aspettano molto tempo prima di portare qualcuno a processo: sanno di avere soltanto un colpo.

Ma se la decisione è "guilty" (e spesso a sentire in qualche intervista dopo il processo a qualche giurato le ragioni di tale decisione si rizzano i capelli in testa), le probabilità di una revisione della sentenza, ovvero di avere un nuovo processo, sono veramente molto ridotte e alle volte arrivano dopo decenni, quando arrivano.

L'altro grande problema è l'eccesso di carcerazioni, collegato all'esagerazione nella lunghezza delle pene.

Noi abbiamo il flagello della carcerazione preventiva ( ma anche negli USA, se non ottieni di uscire su cauzione o non la puoi pagare ti puoi fare più anni che da noi in attesa di processo) e forse delle pene troppo lievi per chi confessa, però da loro ci sono degli eccessi folli nell'altro senso: mi ricordo il caso di una rapina in un negozio in cui nessuno si fece male, ma in cui, dato che c'erano 8 persone rapinate, la sentenza fu di 8 sentenze di 8 anni ciascuna da scontarsi in sequenza, cioè 64 anni!

Luca Cheli ha detto...

(continua)

Ciò, unito alla possibilità di farsi 10 anni (tutti, fino in fondo) per aver fumato qualche spinello (in alcuni stati), nell'ambito dell'ossessione del "war on drugs" e del "tough on crimes" (duri con il crimine), ha fatto si che la popolazione carceraria si sia più che quadruplicata rispetto al 1980 (https://en.wikipedia.org/wiki/Incarceration_in_the_United_States).

Se a tutto questo si aggiunge la considerazione che molte prigioni negli USA sono gestite privatamente e sono quindi un business che aumenta il profitto se aumenta il numero dei carcerati, si ha la percezione di un sistema fuori controllo.

Io sono molto critico nei confronti del sistema giudiziario italiano, perlomeno nella sua concreta realizzazione, mentre sulla carta è tanto bello e garantista, però tutto sommato se fossi costretto a scegliere tra un processo in Italia e uno negli Stati Uniti, penso ancora che sceglierei le patrie galere.

Si tratta solo di scegliere tra la padella e la brace, sia chiaro, tuttavia bisogna stare molto attenti quando si fanno questi confronti tra sistemi giudiziari, perché spesso ci si illude (e forse ci si vuole illudere, per disperazione) che l'erba del vicino (o lontano) sia più verde della nostra.

Anonimo ha detto...

La morale della "favola" mi riporta al caso Scazzi,
hai voglia di ammettere di essere l'unico colpevole, come Michele Misseri, c'è sempre qualcuno che si mette in mezzo perché vuole fare bella figura e ficca nel sacco della spazzatura giustizialista più gente che può,
e hai voglia di giurare di essere innocente, chissenefrega, loro sono il Padreterno e sono infallibili, in quel caso come nel caso di Melania Rea o anche di Yara Gambirasio,
il risultato è lo stesso,
come conclude Prati: "Magistrati che chiudono in carcere chi si dichiara innocente senza aver prove e, soprattutto, senza provare rimorsi...".
Mario

magica ha detto...

questa povera donna sfotunatamente si era messa in situazioni pessime . tutte scelte sbagliate mettersi con delinquenti, ed essere soggiogata da quelle personacce . che delinquevano sotto i suoi occhi , anzi mettendosi da complice anche se non materiale , silenziosa come una complice .
purtroppo gli errori giudiziari possono capitare tutti ,a quelli che fanno una vita regolare,e a quelli che vivono nel degrado .
per questo bisogna stare in campana .

Dudu' ha detto...

L'articolo,caro Massimo,
mi ha riportato indietro di tanti anni,la storia che hai raccontato ha fatto riemergere in me un ricordo che mi pesa dentro e ha pesato sempre,benché consapevole che nulla avrei potuto fare,da che mi fu raccontato. Una giovane coppia ricca italiana,in cerca di emozioni diverse li portò immaginarsi una vita altrove,abbandonarono il lavoro per la libertà in America latina. Partì prima lui,per tastare i nuovi orizzonti ,cadde nella rete dei facili guadagni e della droga,illudendo la moglie che nuove attività erano possibili.Ignara di quanto stava combinando il marito,si prestò involontariamente a vari viaggi per costruire una rete di contatti. Ciò che lei non sapeva,era che portava con sé cocaina.Venne arrestata a New York e processata.Lì ,li vennero inflitti 16 anni di carcere. I beni di famiglia di lei,vennero messi in uso per scagionarla,senza risultati. Tutti tentativi invani.Lui,il marito ,codardo, non mosse foglia e trincero' la verità nel mentre che venne arrestato in un altro luogo,in cui, pure lui, processato per trasporto di droga evitando ulteriori pene,lasciò che la moglie subisse l'ingiusta pena. Gli amici di lui sapevano tutto,ma non uno di loro si propose nel tentativo di aiutarla.Non seppi mai chi erano,come si chiamavano,in che anni precisi si svolsero i fatti,potei solo dedurlo,nel mentre mi trovavo a New York nel 2000. A raccontarlo mi viene una tristezza infinita,talvolta mi capita di pensarla,i mmaginarla,e chiedermi che ne è stata di quella giovane donna piena d'amore e di speranze.Chi mi raccontò questo fatto mori di malattia nel 2004.
In entrambi i casi ,l'ingenuità ha condotto queste povere ragazze a una vita che mai avrebbero immaginato,e a dover pagare per colpe altrui.

Essi cara Magica,le ragazze innamorate sono colpevoli di ingenuità,ma gli investigatori e i giudici di ben altro.

magica ha detto...

ciao dudu'
poi bisogna anche dire , che chi firma le condanne . non sempre agiscono con equita' e onesta' intelletuale , magari lo sarebbero nella vita di tutti i giorni . ma quando sentenziano alcuni lo fanno con leggerezza . come una sorta di razzismo verso le persone deboli: persone che non hanno valenza personale .
io mi ricordo di un caso :un extracomunitario violento' una ragazzina poco sveglia . le rimostranze della famiglia non contarono , perchè non credettro alla ragazzina . i riscontri c'erano ma l'extra furbo ,disse che la ragazza fu consenziente. ci furono rimostranze anche via web.
apriti celo! si alzarono delle proteste , da cittadini che dissero si voleva condannare l'extra :perchè extra........
io sapevo che questo tizio era colpevole, ma non potevo dimostrarlo ,alla fine , questo tipo fu assolto da un magistrato di manica larga .
lo stesso sistema usato oggi . con gli extra sono buoni . li rilasciano .. mentre se lo fa un italiano si becca una detenzione con forte cifra di risarcimento.

Anonimo ha detto...

Articolo davvero interessante. Ti spiace se ti segnalo che su Agon Channel tutti i giorni alle 13 c'è "Quello che le donne non dicono", talk show al femminile condotto da Monica Setta: ogni giorno ci sono 2 ospiti che si confrontano?

Anonimo ha detto...

Non ci ho capito niente,gradirei che non mi insultaste,grazie