giovedì 1 gennaio 2015

Processo indiziario e gogna mediatica: le vergogne capaci di far godere la pubblica opinione che assiste giuliva alle torture e all'esecuzione del condannato...

Di Gilberto Migliorini


Occorre dire che la giustizia talvolta dimostra una originalità tutta sua che ci riporta senz'altro al metodo inquisitorio, reso celebre dai processi agli untori e in generale da quel sistema di indagine proprio della controriforma. L’indizio risulta essere lo strumento d'eccellenza, non già come occasione per orientare l'indagine e ricavare eventuali prove, ma tout court un passepartout, un bel grimaldello che va bene per ogni chiave interpretativa da inserire in scenari immaginifici e creativi. Metaforicamente un indizio non è altro che un segno, più o meno rilevante, una traccia che potrebbe condurre a seguire una pista che porti a raccogliere prove tangibili e deduzioni pertinenti. Ovviamente un indizio può anche risultare solo un miraggio, una fata morgana… Di per sé un indizio è carico di potenzialità, ma potrebbe risultare solo un’orma sterile e illusoria se conduce in un vicolo cieco, solo l’effetto del caso e di coincidenze fortuite, senza significato o con significati così ridondanti da prefigurare molti scenari contraddittori. Un processo, in qualsiasi paese al mondo, almeno in quelli considerati democratici, avviene sulla base di prove, non certo di indizi che servono semmai all'investigatore come fili di Arianna che potrebbero sì portare a ricavare elementi consistenti, ma anche costruire soltanto effimere tele di ragno.

D’altro canto immaginare scenari e metterli alla prova è il procedimento di qualsiasi indagine. Come la moderna epistemologia ci ha insegnato, il pregiudizio è un punto di partenza necessario. Senza pregiudizio non si va da nessuna parte. Mettere alla prova le nostre intuizioni costituisce il modo migliore, per tentativi ed errori, per procedere alla ricerca della ‘verità’. La supposizione (il pre-giudizio=giudizio di partenza) deve però poi essere messa al vaglio di riscontri oggettivi e di scenari dai quali ricavare prove concrete e non teoremi. È vero che senza ipotesi pregiudiziali non si potrebbe neppure avviare un’indagine scientifica o giudiziaria. Da un indizio si possono immaginare scenari, costruire ipotesi investigative, rappresentare un sistema di idee. Ma per avere consistenza di prova devono poi trovare riscontri non arbitrari, non fondati su nessi soggettivi, non dettati da preconcetti e opzioni scelte a piacimento come ipotesi senza veri riscontri fattuali. Collegare dei fatti con mere supposizioni è utile come esercizio speculativo, non come prova da portare a processo. In altri termini l’indizio riguarda il detective, l’investigatore o il magistrato nella veste di inquirente che cerca di mettere insieme le tessere di un puzzle utilizzando tutti gli elementi a disposizione per seguire un percorso deduttivo finalizzato ad ottenere inferenze inequivoche e obiettive (non idiosincrasiche) che istituiscano dei nessi precisi e circostanziati tra i fatti.

In questo senso dunque un fatto non è una prova. La foto di un uomo con in mano un coltello sporco di sangue e la vittima che giace ai suoi piedi è un fatto, non è una prova. Il fotogramma potrebbe avere immortalato l’uomo che ha strappato il coltello dalla schiena dell’amico o del congiunto nel tentativo di soccorrerlo. Allo stesso modo il Dna sul luogo del delitto del signor kappa potrebbe essere di natura puramente casuale, potrebbe trattarsi di un depistaggio, una contaminazione, perfino di una interpretazione errata del codice genetico. Le prove non sono fatti, sono relazioni tra fatti e relazioni tra relazioni tra fatti… Le prove sono i nessi non arbitrari sotto forma di sillogismi deduttivi. Qui però sorge un problema ermeneutico. Un nesso per non essere arbitrario deve poter essere controllato fattualmente. Questo esclude qualsiasi formula metafisica, comprese le premonizioni e le visioni di qualche sensitivo, e qualsivoglia procedimento induttivo più o meno mascherato. Nell'epistemologia popperiana (che ha approfondito il tema della prova scientifica) l’induzione non esiste, è un errore bell'e buono.

Nel nostro sistema giudiziario sono ormai in uso due locuzioni paradossali: l’una è appunto quella di processo indiziario che richiama i tribunali dell’inquisizione e della controriforma (ce ne ha dato una splendido esempio il Manzoni nella sua Storia della Colonna Infame). L’altra, ancor più sorprendente, secondo la quale la prova si forma nel corso del dibattimento, che per quanto ne sappia non ha riscontri in nessun sistema giuridico a livello mondiale. La prova in un sistema giuridico non inquisitorio si porta in dibattimento e non si forma in dibattimento (salvo poi eventualmente dimostrare che non regge alle argomentazioni della controparte). Nel nostro paese sembra diventata normalità procedurale che si porti qualcuno a processo non già con delle prove di colpevolezza - della cui consistenza e attendibilità si formerà un giudizio attraverso il contraddittorio tra accusa e difesa - ma per una sorta di ritualità per la quale l’indizio dovrebbe magicamente diventare nel corso del dibattimento una prova provata. Il dibattimento in questo modo diventa una ruota della fortuna, un terno al Lotto dove l’indizio verrà valutato a seconda del libero convincimento di una giuria, e non già attraverso un sistema logico-deduttivo che metta alla prova gli elementi rappresentati da accusa e difesa in quanto prove di colpevolezza o, se inconsistenti, di innocenza. 

Una giuria dovrebbe entrare nel merito della validità delle prove (sul fatto che esse siano tali e non mere speculazioni) e non già nel valutare se un indizio può trasformarsi in una prova mediante una valutazione soggettiva. L’abilità dialettica e la capacità retorica servono sì a rappresentare al meglio tutti gli elementi di prova sic et non, ma non certo a trasformare in prova un indizio - o viceversa. Un semplice indizio rimane tale indipendentemente dalla sua rappresentazione più o meno esteticamente appetibile. Nel nostro sistema giuridico sembra invece che la magia sia possibile, che prove e indizi siano elementi interscambiabili dove avvocato, giudice, giuria e influenza mediatica, sono in grado di fare del processo una sorta di alchimia trasmutando sostanze vili in oro (e viceversa), di trasformare un sistema teorematico in un dispositivo di sillogismi deduttivi su base fattuale. Il paradosso è in quella sorta di magia per la quale dibattendo intorno a degli indizi, questi, magicamente, assumerebbero la consistenza di una prova. Le supposizioni e le ipotesi, per quanto suggestive, rimangono soltanto un opinare se non hanno poi condotto nel procedimento investigativo a istituire nessi attraverso una verifica fattuale non ipotetica. 

Come se molti indizi (e ritenuti tali con una certa latitudine interpretativa) costituissero elemento di prova mediante un procedimento induttivo con le solite formule: chi se non lui? Chi altri se no? Oppure nei collegamenti ipotetici che fanno riferimento a parole totipotenti come: compatibilità, contraddizione, plausibile, inverosimile, non plausibile, verosimile (in tutte le loro varianti); o ancora ragionamenti circolari dove per presupporre A occorre presupporre B e per presupporre B occorre presupporre A - costruendo ipotesi che trovano fondamento su altre ipotesi date per acclarate sulla base di altre induzioni del tutto gratuite: una ragnatela di nessi che si embricano a formare soltanto congetture. Spesso si tratta di un campionario di fallacie, pseudo-sillogismi mascherati da veri ragionamenti deduttivi. In altri casi di abduzioni dove la premessa minore del sillogismo è dubbia.

Shakerando una sorta di zibaldone e osservazioni più o meno pertinenti, e assemblando sotto forma di teorema una serie di dati slegati o linkati secondo ghiribizzo, salterebbe fuori qualcosa di più di una ricostruzione del tutto soggettiva e arbitraria, ne uscirebbe una ricostruzione di un delitto in cui la prova non è fornita da riscontri obiettivi ma semplicemente dai nessi istituiti da una narrazione tanto suggestiva quanto fondata su ipotesi senza riscontri. La disposizione dei fatti, del tutto opinabile, in una delle tante configurazioni possibili - senza che questa possa riuscire ad escludere tante altre narrazioni altrettanto plausibili - acquista il valore di prova. L’indizio viene ritenuto condizione necessaria e sufficiente per uno scenario ritenuto probabile in quanto piace e ci si innamora.

Senza togliere nulla al fiuto dell’inquirente, che in qualche caso può davvero seguire la pista giusta e subodorare dove occorre andare a parare, occorre dire che in fatto di olfatto talvolta la cantonata è davvero dietro l’angolo. Fidarsi troppo del proprie intuizioni può portare fuori strada. Seguire pervicacemente un’unica traccia può impedire di vedere altri elementi ben più interessanti…

L’uso del termine teorema richiama un sistema con un solido impianto logico-deduttivo, anche se poi in realtà il riferimento è a un sistema capzioso e decettivo, un procedimento dove la deduzione è soltanto apparente come appunto in uno pseudo-sillogismo. Il termine narrazione invece ci riporta alla dimensione di un romanzo nel quale - come nel calviniano castello dei destini incrociati - esiste una pluralità di possibili itinerari narrativi lasciati all'estro e alla fantasia del lettore... Cartomanzia e linguaggio degli emblemi, i tarocchi, non solo come intrecci di simboli ma anche come intrecci di storie. Dalle carte (i tarocchi) accostate a caso (gli indizi), si possono incrociare storie e narrazioni che il lettore  (o l’inquirente) può assemblare a piacere con un mero criterio di verosimiglianza. Ci sono storie che non appassionano, specialmente quando sono senza capo e né coda. Allora basta aggiungere quegli ingredienti che sono come il prezzemolo: il sesso, la pornografia, la gelosia, la rivalità, il tradimento, l’insania… ingredienti che vanno sempre bene, che si possono amalgamare a tutte le salse e possono agevolmente trasformare anche una storia senza trama, senza movente e senza logica, in una sceneggiatura avvincente e perfino credibile per un pubblico abituato ai romanzi assemblati con il taglia e incolla. 

Si tratta di ricostruzioni piuttosto fantasiose sulla base del possibile e non del necessario, dove fa la sua comparsa, lupus in fabula, una sorta di elemento intermedio, il caso indiziario, dove il possibile diventa necessario (ma anche al contrario). È un po’ come l’arte sofistica della dialettica e della retorica: l’homo mensura (manifesto del relativismo e del soggettivismo. Non a caso i sofisti vennero assoldati dalle aristocrazie. L’arte della retorica e della dialettica, ma soprattutto l’eristica (finalizzata a far prevalere la propria tesi, anche in sintonia con il senso comune) costituivano un sistema non finalizzato alla ricerca della verità ma semplicemente a dominare il lato pratico della vita in rapporto a chi li assoldava nei tribunali per rafforzare le arringhe con una migliore formulazione e presentazione.

Il clima nel quale ormai da molti anni viviamo è quello di un sistema giudiziario che ha fatto dell’indizio una sorta di elemento eclettico e totipotente in grado di sfornare qualsiasi pietanza: un po’ innocente, piuttosto innocente, completamente innocente, forse colpevole ma non è detto, un po’ e un po’, colpevole ma con riserva, colpevole senza se e senza ma, colpevolissimo… sia colpevole e sia innocente. Tradotto ovviamente in pene più o meno severe, sconti di pena, assoluzioni per insufficienza di prove, decadenza… o condanne a tambur battente sull'onda mediatica. Dobbiamo però aggiungere che il rapporto tra colpevolezza e innocenza è asimmetrico, non solo nel senso che qualcuno è innocente fino a prova contraria, ma anche nel senso che è corretto dire che un milione di indizi non fanno una prova. Anche se in genere di fronte ai processi mediatici dove il malcapitato non ha santi in paradiso e non è un politico con avvocati di fama, il giudizio è sempre stato favorevole a quell'opinione pubblica alla ricerca del lupo cattivo e che ha bisogno che ci sia un colpevole (che sia quello vero sembra importare davvero poco). Segno che ai giudici l’impopolarità non piace proprio e che in certi casi occorre soprassedere e fare di necessità virtù? 

All'opinione pubblica assuefatta alla corruzione e abituata al malgoverno (e lì sì che le prove non mancano, salvo quella solita provvidenziale prescrizione, patteggiamento e soccorso legislativo) bisogna ben dare qualche surrogato, un contentino che la risarcisca di tanti potentati che invece la fanno franca anche grazie alle cervellotiche regole giuridiche, a quel lento e farraginoso sistema di procedure atto a tutelare chi può disporre di giureconsulti reclutati per cercare scappatoie e liberatorie in un apparato legislativo elefantiaco e contraddittorio.

Il sistema inquisitorio, a differenza di quanto si crede, storicamente aveva il suo fondamento non tanto nel giudizio dell’inquisitore quanto nella pressione popolare che fungeva da legittimazione anche in quelle società dove il potere era dall'alto (che adesso sia dal basso è solo questione di punti di vista…). Il complesso gioco di equilibri tra i gruppi sociali non poteva non tener conto della pressione popolare e di quel consenso che si manifesta in qualsiasi società sotto forma di controllo emotivo e di interscambio tra il potere e una massa più o meno amorfa. Pesi e contrappesi, negoziazioni e concessioni si realizzano attraverso valvole di sfogo e surrogati in grado di allentare tensioni e abreagire pericolosi impulsi eversivi. Il processo mediatico storicamente è servito al potere da un lato a mascherare le incongruenze e le malefatte del sistema politico, dall'altro a trasformare l’opinione pubblica in una massa di manovra dominata dall'emotività e dal si dice, in una dimensione acritica, ma con la forza propulsiva della passione e spesso con la predilezione di trovare piacere nel mettere qualcuno alla gogna.

Passando in rassegna le modalità di interrogatorio, i sistemi di indagine e gli strumenti fisici utilizzati nel corso della storia moderna, non possiamo non rilevare che le trasformazioni hanno riguardato più che altro la veste esteriore, sia pure eliminando gli aspetti più cruenti. Concettualmente il sistema ha mantenuto tutti i suoi canoni metodologici. La proibizione della tortura non ha impedito che surrettiziamente essa abbia mantenuto (pensiamo alle lunghe carcerazioni preventive su base indiziaria) un carattere sfumato e invisibile, come tortura dell’anima (strumento di umiliazione e di incertezza per estorcere all'imputato una confessione).

Oggi si parla metaforicamente di gogna mediatica intendendo che il suo carattere è metaforico e l’analogia è puramente immaginifica. Nella realtà quello che un tempo era il ceppo (El Cepo in spagnolo e The Stocks or Pillory in inglese) con il quale mani e piedi venivano imprigionati e la vittima esposta nella piazza, non era soltanto una punizione esemplare, si trattava di una vera tortura. La vittima veniva cosparsa di escrementi, sostanze provenienti dagli orinali e dai pozzi neri che andavano a riempire tutti gli orifizi del malcapitato. Il carattere umoristico con il quale spesso viene presentata la tortura della gogna, ha per così dire la sua corrispondenza esemplare in certi programmi televisivi o in certe pubblicazioni. La gogna mediatica, nei confronti peraltro di persone il più delle volte neppure ancora giudicate, assume il carattere di un vero e proprio supplizio dove agli escrementi fisici vengono sostituiti da una sorta di letame virtuale - attraverso illazioni, pettegolezzi e dicerie. 

Induzioni gratuite e mere speculazioni anche senza riscontri determinano sempre un buon successo editoriale. Il procedimento che nella gogna portava alla morte (la persona veniva anche picchiata, lapidata, ustionata e mutilata) nella realtà attuale può continuare anche per anni nei confronti di imputati che alla fine magari poi risultano innocenti, ma portano con sé una patina di sospetto e nell’anima i segni invisibili di un lungo calvario, di una vera e propria tortura… La gogna in botte con la possibilità per la vittima di deambulare costituiva quella che oggi è quel processo mediatico ubiquo, un giornalismo invasivo che ruba continuamente la privacy delle persone, scavando senza ritegno nella vita privata alla ricerca di scoop sensazionalistici).

La gogna per certi versi era una tortura ancora più pervasiva e agonica di tanti altri supplizi, più dolorosa di tutte quelle forme di esecuzione che portavano alla morte più o meno velocemente: come la scure o la spada, la garrota o la ghigliottina. Perfino la vedova di Norimberga - un sarcofago antropomorfo, al suo interno irta di chiodi che penetravano al chiudersi delle sue porte nel corpo della vittima - era esecuzione forse preferibile rispetto alla gogna che anche quando non portava alla morte (procrastinata per giorni o addirittura settimane) lasciava tracce indelebili nel corpo e nella mente della vittima, distruggendola fisicamente e moralmente. Quelle stesse tracce indelebili la moderna gogna applica nei confronti di molti che subiscono interminabili processi sulla base di indizi spesso fantasiosi (e gonfiati dal sistema mediatico) fino magari al riconoscimento della loro innocenza.

Il sistema giustizia nel nostro paese avrebbe bisogno di una profonda riforma che però nessuno vuole veramente. Non la vuole il mondo politico, che non sembra avere alcun interesse che essa funzioni per ovvi motivi che lo riguardano. Non la vogliono molti magistrati che considerano il loro potere come assoluto e guai a sentir parlare di controlli. Non la vogliono gli operatori del settore che con un sistema più efficiente si vedrebbero ridotti di numero (basti pensare che in Italia ci sono 230.000 avvocati e in Francia 10.000) e vedrebbero scemare il loro potere economico e politico. Infine, non la vuole la stessa opinione pubblica che sembra essersi masochisticamente affezionata a un sistema giudiziario lento e inefficiente. 

Un'opinione pubblica poco propensa a riflettere, che si accontenta del piacere di pancia prodotto dai processi mediatici, somiglia molto (se non è uguale) a quelle plebi che accorrevano giulive sotto il patibolo per assistere al meraviglioso spettacolo della tortura e dell'esecuzione del condannato...











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2 commenti:

Massimo M ha detto...

Ciao Gilberto,
sono tendenzialmente in linea con i contenuti di questo interessante articolo soprattutto quando "affonda" sul lato giustizia e sulla effettiva necessità di riforma che nessuno vuole.
Sugli indizi e sulla prova che si forma in dibattimento però vorrei porti una domanda:
La foto di un uomo con in mano un coltello sporco di sangue e la vittima che giace ai suoi piedi è un fatto
ma se poi venisse a galla una vecchia foto di 1 anno prima in cui quell'uomo sta tagliando, mentre festeggia il suo compleanno a casa sua, la torta con un coltello da cui e' visibile solo il logo sul manico identico a quello sul manico del coltello sporco di sangue e se dopo una perquisizione si appurasse che quel coltello non e' più in casa dell'uomo e che quel logo rimanda ad una ditta artigianale di Ankara non più in attività e che la mamma dell'uomo, decessa, era nata ad Istambul.................secondo te cosa dovrebbe accadere?

crisma ha detto...

Ottimo articolo! Io sono tra le persone che vogliono una seria riforma della giustizia...ma ho dei dubbi riguardo alla serietà.
Massimo M la risposta alla tua domanda l'hai già data, quello che poi emerge è frutto dell'indagine. L'importante è non trarre conclusioni affrettate se ti trovi davanti quella situazione.

Kris