martedì 15 novembre 2011

1983-2011. Trent'anni in cui nulla è cambiato. E se errare è umano, se perseverare è diabolico... insistere e calcare la mano sarà mica sintomo di incapacità? (video all'interno)


Niente, dal 1983 ad oggi non è cambiato niente. Si applauda chi non ha imparato dai propri errori e da quelli degli altri. E pensare che quanto si vede e si vive nel tempo, si dice in giro, dovrebbe far maturare l'esperienza di ognuno di noi. Ed invece l'esperienza ad oggi ci insegna il contrario, ci insegna che siamo vittime predestinate di un sistema giustizia che stritola nei suoi ingranaggi, ingranaggi costruiti con stupide carte ingiallite, chi le si avvicina a causa di ciò che mai avrebbe voluto accadesse. Così al dolore per la perdita di chi si aveva accanto si aggiunge il timore per la propria persona, la paura di venire inghiottiti nel vortice e dover dire addio, in un sol colpo, anche a tutti gli affetti più cari, siano figli, genitori o amici. Il motivo per cui questo accade non è unico e va diviso in segmenti, ognuno di diverso valore. L'inesperienza che coglie le forze dell'ordine impreparate a fronteggiare un "caso anomalo" fa la parte del leone, ma anche il clamore mediatico vuole un segmento tutto suo, così come il pregiudizio del pm che nasce sin dal suo primo intervento sulla scena, pregiudizio alimentato dai "media" se il caso "tira" l'emotività dell'opinione pubblica. E noi, uomini che da sempre ci allineamo, che da sempre andiamo in guerra solo perché chi ci guida decide sia giusto andare in guerra, che da sempre viaggiamo sull'informazione adagiandoci sull'idea di altri, idea che ci vien fatta credere nostra, veniamo agganciati all'amo come stupidi pesciolini contagiati dal morbo mediatico e per questo affamati di scoop e gratuita cattiveria.

Eppure basterebbe avere memoria per riuscire ad evitare il contagio. Non parlo dei giovani, che quanto accaduto nell'Italia degli anni '80 l'hanno saputo a spizzichi e bocconi, parlo di chi in quel periodo era in grado di capire, dei magistrati e dei giudici che da quel periodo avrebbero dovuto imparare, dei giornalisti che credono di essere il nuovo che avanza ed invece sono "il vecchio che marcisce". La nostra informazione e la nostra giustizia negli ultimi trent'anni hanno bivaccato lasciando che migliorasse solo la tecnologia. La loro mente non ha seguito il passo ed è rimasta attardata col fiato grosso. La storia ritorna, si dice, ma basterebbe la luce di una pila puntata sul posto giusto per capire che la storia non è mai cambiata. Per questo ci ritroviamo a dibattere sugli stessi argomenti, sempre spaccati in due come vivessimo, pur se nello stesso condominio, in realtà opposte nascoste l'un l'altra da una coltre fitta di nebbia, una nebbia mediatica che bagna gli occhi ed asciuga la mente togliendole la necessaria lucidità. Siamo tutti italiani, è vero, e siamo tutti figli di una cultura ipocrita che ci obbliga ad osservare le cose in maniera diversa e contrapposta. Chi non è così risulta "strano" agli occhi della massa dato che a tutti hanno insegnato ad essere di destra o di sinistra, ad odiare le idee dell'altro schieramento per "partito preso". Ci hanno insegnato a vivere il quotidiano guardando il mondo su uno schermo piatto, ci hanno insegnato solo ad ascoltare e ci hanno tolto il diritto alla parola. E senza voce in merito ci adagiamo a quella che più ci pare somigliante la nostra, non capendo che in tal modo la aiutiamo solo a raggruppare il gregge, non capendo che noi siamo il gregge.

Così capita che trattiamo chi è indagato come fosse una pezza da piedi buona solo per essere calpestata. E lo facciamo senza ritegno e riguardo alcuno perché "così fan tutti" e perché l'informazione ci insegna a farlo... e quindi siamo nel giusto. Il problema è più vasto di quanto pare essere perché non siamo solo noi a seguire questa linea, non siamo solo noi a leggere e ad ascoltare i media. L'informazione raggiunge tutti, anche gli addetti ai lavori. Quelle persone, siano procuratori o siano giudici, che dovrebbero operare senza condizionamenti di sorta, quelle persone che dopo un anno di bombe mediatiche a lunga gittata dovranno mettere mano sul caso in questione e decidere della vita di chi, se in carcere da innocente, ormai non esiste più perché sotterrato da milioni di carte, da miliardi di pubbliche parole utili solo a confezionare una bara da gettare, una volta riempita, sul fuoco della giustizia popolare. E se è vero che i media aggiungono legna alla catasta, è anche vero che il fiammifero che poi la brucerà lo abbiamo in mano anche noi. Noi che aspettiamo a bocca spalancata che quel paio di procuratori, che quella marea di giornalisti, ci nutra del cibo acquistato a basso costo da una azienda fallimentare che sta andando male come ciò che vende.

Io non ci sto a questo gioco. E non ci stò perché ho memoria, perché ricordo molto bene cosa scrissero sulle loro belle testate quando Enzo Tortora fu accusato di essere un esponente di spicco della "nuova camorra", quando fu accusato di essere uno spacciatore di cocaina. Io ho memoria e non potrò mai dimenticare che partendo da queste accuse si arrivò a scrivere, sul "Corriere della Sera" non sul "giornale di Timbuctu", che aveva intascato parte dei soldi stanziati per il terremoto dell'Irpinia. Io ricordo il Pm che inveiva contro di lui dipingendolo come un bieco delinquente. E ricordo la gente e quell'opinione pubblica schierata che all'ottanta per cento seguiva il magistrato credendogli ad occhi chiusi. E questo capitò, ed ancora capita, al cinquanta per cento perché il popolo era convinto che la giustizia non sbagliasse mai, che la giustizia non potesse fregare il cittadino onesto, ed al cinquanta per cento perché chi fece informazione, alla stessa attuale maniera, si appiattì alle idee ed a quanto portato dalla procura, e lo fece in modo acritico e senza porsi domande o ragionare su ciò che era scritto agli atti. Io ho memoria di questo ed ho memoria di quanto capitato anche negli anni successivi quando accaddero altri fatti analoghi. Chi non ha memoria sono i giornalisti. Nessuno all'epoca si scusò con gli italiani per averli imbrogliati, alcuni si scusarono con Tortora ma non tutti perché, fortuna loro, ad un anno dall'assoluzione il cancro se lo portò via. Un tumore psicosomatico che derivò da quanto il presentatore aveva dovuto subire.

Quanto accaduto, si disse allora, non si deve più ripetere. La stampa dovrà essere solo stampa e non influire sulla vita dell'uomo, sull'indagato che si proclama innocente. Belle parole che ad oggi risultano essere rimaste allo stato embrionale o abortite. Per capirlo basta ricostruire uno spizzico di memoria, non ne serve tanta per far ragionare la nostra mente e farle constatare che ora come allora siamo in balia di un vortice mediatico di infimo spessore informativo. Un vortice che ingoia le nostre coscienze e le annulla, un vortice che spande nell'aria la cultura del disprezzo e ce la fa respirare, la fa diventare nostra. Non tutti sanno cosa accadde dal 1983 al 1987, per questo ho fatto un collage di video, un collage cronologico che, volendo cambiare gli attori e la scena, si adatta al nostro tempo in maniera perfetta. Nulla è cambiato da allora, solo le macchine sono migliorate, solo la tecnologia ha fatto passi da gigante. L'uomo è riuscito solo a cambiare il suo esterno, è riuscito a far quello che la pubblicità ed i programmi televisivi voleva facesse, ha ricercato l'apparenza modificando vestiti e capigliatura. Ma sotto i capelli tutto è rimasto come quasi trent'anni fa. Anche gli errori sono rimasti gli stessi di trent'anni fa. E quelli dei procuratori, dei giudici, dei giornalisti, sono talmente cronici (ed ogni volta sempre identici) che c'è da chiedersi da dove nascano e se siano il frutto di uno scarso insegnamento scolastico o  di pura e semplice incapacità.


Nel 1984 l'82% degli italiani era convinto della colpevolezza di Enzo Tortora, questo nonostante i suoi programmi televisivi battessero sempre i record di ascolti e fosse, prima della notizia del suo arresto, un uomo amato dal pubblico. L'informazione era tutta a senso unico ed i pochi che scrivevano articoli contrari al volere della massa venivano quasi emarginati. Solo pochi fidati amici e la sua famiglia non lo abbandonarono ad un destino che, dopo la condanna in primo grado, sembrava segnato. Nel 1987, nonostante l'assoluzione, il 34% dell'italico popolo aveva ancora la convinzione che qualcosa, visto che era stato in carcere ed aveva subito due processi, avesse commesso e che i giudici lo avessero graziato perché il potere politico voleva tornasse libero. I procuratori che lo indagarono ed i giudici che lo condannarono non subirono alcuna sanzione, anzi ci fu chi ottenne una promozione. Nessuno fece un passo indietro e nessuno visse in sofferenza a causa di quanto poi accadde. 

La sofferenza non si può comprendere appieno se non la si vive. E quella degli altri, se c'è in noi una  intrinseca convinzione di colpevolezza (otto volte su dieci iniettataci in vena dai media) non è sofferenza ma finzione. Mi riferisco a chi è in galera in attesa che un giudice decida il suo destino e a chi è in galera perché il suo destino è già stato deciso da più giudici (ed in Italia a tutt'ora ci sono casi aperti, sia in fase iniziale, sia in fase di "primo giudizio", sia già conclusi con una condanna). Enzo Tortora morì dopo l'assoluzione con formula piena perché non si arrese e lottò contro tutto e tutti. Se lo mangiò lo stress, il nervoso, la rabbia. Ma non sempre l'uomo riesce a lottare, c'è chi non ne è capace e chi non ha le possibilità economiche per far fronte alle enormi spese giudiziarie. E questi sono destinati a perdere la speranza. Così sempre più spesso capita che senza speranza si uccidano in quella cella di tre metri per due dove non dovrebbero essere. D'altronde chi non si suicida muore ugualmente, giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto, nell'indifferenza generale. Si applauda chi, per una convinzione personale dettata dalla stampa e dall'altrui pensiero, spera che un indagato finisca in carcere prima ancora di essere giudicato... si applauda ora perché non si sa mai che un domani tocchi a lui di dover sentire gli applausi di altri.




7 commenti:

Giacomo ha detto...

Ciao Massimo.
Condivido in tutto e per tutto il tuo articolo e ti faccio i miei complimenti per come hai con efficacia ricordato un caso emblematico che fece immenso scalpore.

Paradossalmente considero che quello che sta accadendo alle due incolpevoli sventurate di Avetrana è, se possibile, ancora peggiore.

Tortora si ebbe una seppur tardiva riabilitazione. I reati di cui fu accusato, ancorché gravi, non erano reati di sangue e non comportavano l'ergastolo.
Inoltre i suoi parenti, in particolare le due figlie, pur avendo molto sofferto, in un certo senso sono state risarcite in parte dalla società che ha consentito loro l'inserimento in quel mondo dell'informazione che tanta parte negativa aveva avuto nella triste vicenda del padre.
E del loro padre possono andare orgogliose.

Ma per Sabrina e Cosima il futuro si annuncia tetro, perché, bene che vada, saranno poi sempre additate come strette congiunte di un assassino.
Sabrina specialmente, per la sua giovane età, sarà quella che dovrà sopportare i guasti più gravi e, forse, irreparabili.

E' un fatto tristissimo, che si aggiunge alla tragedia della povera Sarah e la rende ancora più grave.

Giacomo

Manlio Tummolo ha detto...

Non ci sarebbe bisogno di dirlo: condivido totalmente quanto scritto da Massimo Prati e da Giacomo. Aggiungo che, se qualcuno che non fosse stato Tortora, ma un semplice ignoto, con appena di che vivere, nessuno si sarebbe voltato indietro. Il guaio maggiore è che la gran parte dei cittadini trova naturale e "giusta" la cosa , ma, quando tocca a loro, allora è tardi per protestare. Dell'esatta applicazione della legge (se non manifestamente iniqua), invece che di una Giustizia, bella sì ma fuori dalla portata dell'umanità passata e presente, dovrebbero interessarsi tutti, invece è facile vedere come l'interesse si limiti all'individuazione del preteso "colpevole" (che poi di lì a qualche tempo si rivela del tutto estraneo alla vicenda), come se si trattasse di un semplice romanzo giallo da leggere per godimento. Quanta gente si trova in carcere per sciocchezze, o perché calunniato, o per indagini svolte malissimo ? E magari dover essere difeso da persone di scarsa capacità, senza interesse alla causa ?
Malgrado il nuovo Codice, malgrado le chiacchiere, come ben sottolineato anche dal giudice Mori, la mentalità non solo è rimasta inquisitoria (nella sostanza della procedura), ma addirittura persecutoria, e nessuno si degna di applicare quel comma, dove si dice che è compito del pubblico ministero anche cercare gli elementi a favore, e non solo a sfavore di un indagato o imputato. Gli stessi avvocati fanno fatica a ricordare i loro doveri procedurali agli inquirenti, e li considerano una "parte", dimenticando che il "pubblico ministero" si chiama così non per sport, bensì perché rappresenta l'interesse pubblico, fissato dalla Legge e determinato dall'esigenza dello Stato, non i comodi di Tizio, di Caio o di Sempronio, dovendo mantenere quasi quanto il giudice una integrale imparzialità (la regola dell'imparzialità, forse non è noto a tutti, vale obbligatoriamente per ogni pubblico dipendente, anche per l'ultimo usciere di un qualunque Ufficio).

Anonimo ha detto...

Gent.mo sig. Prati, a parte che "divertente - interessante-eccezionale" non è possibile inserire qualche altro parametro di giudizio da selezionare con riguardo ai suoi commenti? Dovrebbe compiacersi del fatto che chi la legge ha più senso critico di quanto lei possa immaginare e che possa trovare almeno qualcuno dei suoi articoli "scarso". O davvero pensa che si sia tutti pesciolini contagiati dal morbo mediatico?
Anna

emax/massimo prati ha detto...

A parte che è google a decidere cosa inserire, e scarso non è contemplato altrimenti lo avrei inserito, c'è sempre la possibilità di criticarmi, dicendomi con parole proprie quanto sono scarso, nello spazio commenti come ha giustamente fatto lei, gentile sig.a Anna.

Fra l'altro ogni articolo di questo blog ha un minimo di letture che supera quota 500, e dato che solo una decina o poco più cliccano su "eccezionale" suppongo che almeno 490 lettori mi giudichino scarso.

E dato che non voglio essere un "faro" per nessuno, che ogni lettore ha una propria mente con cui ragionare, ribadisco quanto ripetuto migliaia di volte: "Scrivo ciò che penso, critico chi credo sia da criticare ma non sono la bocca della verità"

Ps. La ringrazio per il modo, comunque educato, con cui mi ha criticato.

Massimo Prati

Anonimo ha detto...

Continuerò a leggerla, perché comunque le sue osservazioni sono per me un spunto (anche se per pensare in modo diverso). Leggendo il suo articolo, alla luce di una vicenda di cui si parlava ieri (Lucidi), a me venivano in mente altre considerazioni:

http://www.linkontro.info/index.php?option=c...lobale&Itemid=73

http://www.libero-news.it/news/867933/Ub...45;tre-anni.html

Grazie per la cortese risposta: non ne dubitavo.
Anna

emax/massimo prati ha detto...

Il primo link, Anna, non mi da risposta, ma credo si riferisca all'articolo sull'isolamento dei condannati che nuocerebbe alla mente, il secondo (Lucidi) è stato un omicidio purtroppo causato da una piaga che nasce da un altro tipo di isolamento, un isolamento sociale e familiare che rovina tanti, troppi giovani, con alcool e droghe. Perché l'alcool, da sempre tollerato dagli Stati (come il fumo) per i lauti incassi che ne derivano, non solo ha già ucciso milioni di persone al mondo ma molti di più ne ucciderà negli anni a venire.

E la legge in questi casi parla chiaro, l'omicidio è colposo (logicamente) e l'omicida va aiutato perché anche chi toglie la vita ad altri, se non psicopatico e lo fa in maniera non propriamente voluta, soffre le pene dell'inferno (anche i poliziotti dopo aver sparato ad un criminale vanno in terapia).

Ma io quando si tratta di alcool (essendo astemio ed avendo avuto amici morti a causa di questa piaga) allargherei il campo e condannerei per complicità anche quegli amici che permettono ad un ubriaco di salire su un'auto e guidarla.

Però ogni argomento esposto necessiterebbe di una lunga discussione. A volte anche un singolo articolo può non dare la giusta idea e far fraintendere il pensiero di chi lo scrive.

Per il resto la ringrazio io, perché per argomentare in modo critico e costruttivo su due punti di vista differenti servono persone comunque educate. In caso contrario non si critica e non si costruisce nulla ma ci si offende e si demolisce ogni concetto sano.

Massimo

Anonimo ha detto...

il primo link si riferisce a un articolo relativo al caso e risalente al 2008, intitolato "I pesi e le misure dell'avvocato Bongiorno" (non avrà difficoltà, se vuole, a trovarlo).
Grazie ancora
Anna