giovedì 20 aprile 2017

Denuncia di smarrimento del DNA... Racconto culinario a più dimensioni

Di Gilberto Migliorini

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale

Mi hanno detto che il Dna costituisce prova inconfutabile della mia colpevolezza, che la scienza non sbaglia e che la prova scientifica è qualcosa di inoppugnabile. Vado a raccontare la mia storia, qualcuno asserirà che l’è tutto inventata, una di quelle per celia o magari per fare epistemologia spicciola, con la pretesa di ammaestrare circa il metodo, quello scientifico ovvio, del quale ormai sono tutti provetti cultori e praticanti. Forse qualcuno mi ha voluto incastrare, qualcuno che aveva tutto il know how per farlo, magari lavorava in un laboratorio di genetica molecolare… ?

Forse è meglio che racconti la storia dall’inizio con la raccomandazione per tutti i miei quattro lettori di denunciare sempre lo smarrimento del proprio Dna, sia quando si va al bar a bere un caffè e sia quando si ha qualche rapporto protetto col solito condom che non si sa poi bene dove verrà gettato… e per non parlare di tutte quelle situazioni quando i nostri umori di varia natura e consistenza potrebbero finire nelle mani sbagliate.

Faccio una premessa perché non si dica che sto tirando l’acqua al mio mulino per scagionarmi, o che racconto una bufala. Quando si smarrisce, che so, un documento, la pistola regolarmente denunciata, perfino un coltello da guerra con tanto di matricola, il cellulare e qualsiasi oggetto che possa rivelare la nostra identità - e che qualcuno potrebbe farne strumento per perpetrare un reato - è necessario fare denuncia immediata per evitare magari di essere coinvolti in faccende poco chiare o addirittura essere sospettati e incolpati di un delitto. Talvolta anche lo smarrimento delle chiavi di casa o di quelle dell’auto possono creare problemi di varia natura ed è sempre opportuno premunirsi non solo con il doppione, ma anche con gli opportuni testimoni se è il caso... Dunque mai lasciare incustodito il proprio Dna, segnalarne a tempo lo smarrimento e tenerne sempre traccia… arriverei a consigliare di tenerlo custodito in cassaforte…

Come mi sia stato rubato però non so proprio, il fellone conosceva tutti i trucchi e giuro che non mi sono accorto che dal mio patrimonio genetico ne era stato sottratto una entità sufficientemente rappresentativa, non so dire quanto fosse di peso. Nanogrammi? Picogrammi? Per me la terminologia lo confesso è un po’ astrusa, sono rimasto agli etti di prosciutto del salumiere, ai grammi per via del mio lavoro, anche se ricordo che avevo letto di quel filosofo, del quale non ricordo neppure il nome, per il quale tutto è in tutto, come dire che perfino con la manicure si può disperdere per intero la propria essenza, biologicamente parlando, perfino scoprire di avere altre identità e che in fondo siamo parte di un codice universale senza confini. Beh, non sono né un genetista e né un biologo. Se dirò qualche inesattezza chiedo venia, è la sostanza del discorso che conta. Ma non voglio divagare.

Una precisazione prima di raccontare il fatto devo pur farla con riferimento a quel metodo sperimentale (sempre i soliti ricordi di scuola) con Galileo che faceva rotolare delle palle su un piano inclinato… Non voglio tergiversare vado subito al dunque riguardo alle variabili. Dipendenti o indipendenti? Ricordo che allora il professore ci parlava di situazione controllata. Il fatto è che i nanogrammi di cui purtroppo non ho denunciato lo smarrimento sono finiti sulle mutande di un tipo che nemmeno conoscevo, questione di un niente, qualcosa che si vedeva a malapena con la lente d’ingrandimento, un refuso, ma sufficiente per mantecare un intero bicchiere di frappè e di buttar giù per esteso una sceneggiatura di 150 pagine che tradotto in un cinemascope sono due ore e mezza (convenzionalmente a una pagina di sceneggiatura corrisponde un minuto di film). Che da una macchiolina quasi invisibile si possa trarre un intero copione è la forza di quei metodi scientifici che riescono a far lievitare non solo i format televisivi e le motivazioni di una sentenza ma anche l’onorario di tanti professionisti e consulenti.

Intanto vorrei chiarire che sono un etero incorreggibile e per quanto nutra tutto il rispetto per altre predilezioni, già il fatto che il mio Dna sia finito sulle mutande di quel tipo mi crea un certo imbarazzo. Ho dimenticato di dire che si trattava di un cadavere, trovato in un campo di periferia, ma non credo si voglia imputarmi di necrofagia. L’uomo doveva essere morto da alcuni mesi, eppure sulla salma il mio Dna sembrava fresco e turgido come una rosa, svettava per quanto piccolo come un fiorellino appena sbocciato, per quanto mi dicono avesse quella défaillance, non so esprimermi in termini appropriati non essendo del mestiere, di trovarsi monco di una sua metà, come se al corredino genetico che veniva attribuito al sottoscritto mancasse il top o il down. 

Per farla breve sono venuti a prendermi proprio mentre preparavo una torta al cioccolato (faccio il cuoco di professione) al ristorante dove lavoro. Dicono che abbia cercato di opporre resistenza perché impugnavo un corpo contundente. Giuro che era solo il grosso cucchiaio di legno che giravo nella padella per amalgamare il cacao. Dicono anche che abbia tentato di scappare per il fatto che cercavo di venir fuori dal labirinto di pentole della cucina. Mi hanno immobilizzato proprio come fossi una gallina alla quale dover tirare il collo. Comunque ero già famoso, come uno chef da Haute Cuisine per il fatto che c’era lì una intera troupe televisiva mentre mi ammanettavano e dalla folla degli avventori (che ci fossero comparse come in un film?) partivano epiteti al mio indirizzo non proprio lusinghieri, non so dire se per via del dessert (un tiramisù, giuro preparato con amore e ottimi ingredienti) o per il fatto che si era già sparsa la voce, con un tempismo davvero eccezionale, che ero l’assassino di quel tale… Già nei notiziari serali venivo proditoriamente indicato come l’omicida, senza il pleonastico presunto, e perfino una autorità politica senza tergiversare mi fregiava e onorava di attributi da enogastronomia criminale.

Apro una parentesi perché ancor prima di trovarmi dietro le sbarre correva voce circa i miei vissuti e le mie predilezioni, i miei trascorsi e le mie idiosincrasie, e soprattutto era già di pubblico dominio che non fossi davvero figlio di mio padre e di mia madre, adottato non si sa come, forse abbandonato nella ‘ruota’. Però per quanto il fatto fosse conclamato a gran voce su tutti i telegiornali, giornali, notiziari e quant’altro, al punto da farmi sospettare che per davvero fossi nato sotto un cavolo, non ho mai avuto il piacere di vedere un qualche documento che attestasse che non fossi figlio di mio padre e di mia madre. La misteriosa adozione di genitori putativi o il concepimento rimanevano in una vulgata ormai così diffusa e conclamata, da non aver bisogno di nessuna pezza d’appoggio se non la notizia replicata come un mantra. Ero come un Bambin Gesù in chiave blasfema.

Però a conti fatti un copione che si regga solo su qualche nanogrammo monco (per giunta rilevato con un kit scaduto), sia pure in un narrato suggestivo e ricco di pathos criminologico aveva bisogno di un po’ di nomenclatura, del lievito narrativo di vissuti e fatti ordinari che buttassero luce sulla mia presunta personalità borderline. Anche per lo spettatore più addestrato al format criminologico e alla potenza evocativa dell’acido desossiribonucleico - agli alleli e ai mitocondri, ai nucleotidi e a tutte le variazioni sul tema genetico - il solo Dna implementato in una pezza virtuale non poteva bastare a tenere lo spettatore avvinto al programma televisivo e alla connessa pubblicità commerciale senza un cambio di canale. Il mio presunto Dna, strettamente costipato in qualche miliardesimo di grammo - sia pure nella spettacolarizzazione mantecata con tutto l’armamentario della consulenza genetico-criminologico-forense - non poteva oggettivamente soddisfare il palato di un telespettatore bisognoso di ‘affezionarsi’ al mio personaggio con qualche aggiustamento suggestivo, variazione sul tema, adeguamento estetico, allusione metaforica… e lo dico anche in veste di cuoco professionista che sa bene come addestrare e ingannare il palato. Devo però dire che non ho mai accettato come certi macellai disonesti di rivitalizzare hamburger polpette e salsicce con antiossidanti e coloranti, magari cambiando scadenza e provenienza del prodotto.

Però di riffa e di raffa sono usciti fuori tutti gli altarini della mia vita. Pensate un po’ che ho la mania di collezionare tappi di bottiglia (ho un diploma di sommelier) e di fare regolarmente una sauna a settimana. Fatti che non sono passati inosservati al consulente, derubricati come comportamenti compulsivi e maniacali che gettano luce su una personalità disturbata. Ma soprattutto con l’acquisto in gran quantità di spezie sembra avessi in animo di fare a pezzi il cadavere, cucinarlo e darlo in pasto ai miei clienti. Fortunatamente l’acquisto era documentato fosse stato utilizzato per l’arista di maiale arrosto.

In realtà standomene comodamente dietro le sbarre, si fa per dire, non passa giorno che non venga a conoscere qualche fatto nuovo della mia vita, scopro cose che davvero non conoscevo e che mi mettono il dubbio che si stia parlando di qualche altra persona o che abbia smarrito la mia memoria. Tra le smentite e le rettifiche è come quando, lo dico da cuoco provetto, nel filtro e nel retino, per quanto lavato a dovere, qualche refuso rimane sempre e il personaggio, il mio, lievita come un budino anche solo con l’aggiunta di un po’ di bicarbonato di sodio. È così che si cucina, e dai miei picogrammi smarriti, sottratti o semplicemente messi insieme come gli ingredienti di un sufflè, salta fuori una ricetta squisita per il telespettatore ma non certo appetibile per chi come me fa da pietanza.

È pur vero che per arrivare al sottoscritto hanno usato lo screening di massa, una spesa colossale con l’esito fortuito a detta degli inquirenti che ha portato alla mia persona come imputato, con quel Dna, i nanogrammi della macchietta sulle mutande. Posso capire che non è facile magari dover ammettere che sia farlocco. Sarebbe come se con l’avventura marziana si trovasse la vita sul pianeta rosso… e poi si scoprisse che ce l’ha portata la navicella spaziale… per un malaugurato errore e inefficienza nel progetto e per via di una sterilizzazione non fatta a dovere. D’altro canto io che son cuoco di professione so capire che miscelando gli ingredienti può saltar fuori una nuova ricetta, come cucinar le uova per le quali ci sono più di mille varianti…

Per carità, con questo non voglio paragonare i genetisti ai cuochi, sarebbe blasfemo da parte mia, noblesse oblige, dico solo che se mi dicono che il mio Dna è stato trovato su un cadavere devono almeno spiegarmi come e quando e soprattutto se il fatto è coevo al momento della morte di quell’uomo che giuro di non aver mai incontrato. A proposito di cucina creativa poi sono il primo a riconoscere che un bravo cuoco debba avere una attitudine alla sperimentazione per dare i suoi clienti nuovi stimoli e per rompere la monotonia dei soliti sapori. Però a quanto mi è stato detto attualmente anche in campo genetico esiste la possibilità - teorica - di costruire ibridazioni, sintesi di laboratorio di Dna reali modificati opportunamente di qualche marcatore. Per il barman è la prassi, mescolare gli ingredienti, di buona qualità, e saltano fuori long drink e pre dinner da un Bloody Mary a un Red Light o un after dinner come un Margarita o un Mojito. Per il cuoco poi la fantasia in cucina è il must.

Certo trovare il mio Dna sul cadavere… anche se so che è improprio dire che si trova il Dna che è solo informazione, un po’ come il sapore che è un risultato di un processo che coinvolge le papille gustative. Sono solo un cuoco ma credo per quanto ho capito che il Dna non lo si trova, non esiste veramente indipendentemente da chi esplora il materiale biologico e ricostruisce le sequenze. È come replicare una ricetta, per quanto si pesino opportunamente gli ingredienti e si misuri la temperatura di cottura non verrà mai allo stesso modo. Pressione umidità temperatura… ma anche un quid difficilmente interpretabile può creare le premesse per un ottimo piatto, ma talvolta per una cattiva esecuzione che crea una sbobba indigesta. Perfino al grande chef può accadere…

Senza voler far polemica coi genetisti di una cosa però sono consapevoli i cuochi che i metodi quantitativi (le dosi, il peso, la temperatura, i tempi di cottura, le proporzioni, la forma fisica delle sostanze…) sono accessori rispetto alla qualità degli ingredienti, alla loro provenienza e conservazione, alla loro origine e alla scadenza. Un bravo cuoco non si sognerebbe mai di usare ingredienti di cattiva qualità e soprattutto vuole sapere dove e quando sono stati prodotti, come sono stati conservati e da dove e come siano arrivati nella sua cucina.

Qui nella cucina del carcere aspetto la sentenza. Cosa posso dire a mia discolpa rispetto al fatto che mi si dica che picogrammi del mio Dna sono sul cadavere? Certi cuochi per rivitalizzare un prodotto ci fanno qualche aggiunta creativa, mescolano l’olio e l’acqua… santa.

Noi umili cuochi non studiamo la cinetica delle biomolecole, gli acidi nucleici e gli enzimi, la ‘geografia’ della cellula. Però pur essendo solo un umile cuoco sono persuaso che nessuno conosce la forma del Dna: un conto è sequenziare e un conto conoscere la forma ripiegata nello spazio tridimensionale. I modelli virtuali in 3D del genoma sono solo approssimazioni, così come le mie ricette sono approssimazioni di quel piatto ideale....

Quando si dice che è stato trovato il mio Dna su un cadavere si sta dicendo una grave inesattezza. Si trova semplicemente una formula che può semplicemente corrispondere a qualcosa che mi appartiene… ma perché, come sia finita lì e quando è tutto un altro discorso. Quando porto un piatto in tavola ai miei clienti loro non mangiano la ricetta, mangiano la pietanza così come risultato di una preparazione culinaria.

Mentre attendo il processo lavoro nella cucina del carcere, spero che chi dovrà giudicarmi sappia distinguere tra un piatto farlocco e una preparazione con ingredienti autentici…

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19 commenti:

Anonimo ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
Giovanni Nuvoli ha detto...

una parodia dell' utilizzo del DNA come prova infallibile, anzi del 1/2 DNA nel caso di Bossetti.
Forse e' un' ottima idea, predisporre una "denuncia preventiva" circa la perdita del DNA, in questi tempi scuri, della "giustizia" italica, tutto puo accadere..

Bruno ha detto...

@Gilberto, molto bello, complimenti.

Gilberto ha detto...

Grazie davvero Bruno, troppo buono.

Agnesina Pozzi ha detto...

GILBERTO E MASSIMO IO VI AMO APPASSIONATAMENTE. I vostri articoli sono meravigliosamente intelligenti, logici, e producono spesso quel "riso amaro" che dovrebbe far riflettere il branco di pecoroni che è diventata l'Italia. Nessun movimento di opinione è sorto su quest'ANOMALIA della banca dati DNA, adesso addirittura non si aspetterà che si condanni qualcuno per PRENDERGLI L'IDENTITA' BIOLOGICA (e la questione non è certo da poco!)ma basterà che sia arrestato e fermato. Con la cialtroneria emersa dagli ultimi casi di cronaca (laboratori al tempo non accreditati, errori, omissioni, kit scaduti e calcoli acrobatici..tutto naturalmente in un rigoroso atto di fede che il DNA sia la prova regina..) e l'abilità nel rubare legalmente una caterva di soldi pubblici, davvero ciascuno deve porsi il problema della denuncia di smarrimento del proprio DNA. In Francia, Olanda, Stati Uniti (ove ci sono organizzazioni-associazioni di cittadini che addirittura sono stati auditi nel Congresso) c'è una forte presa di coscienza su tutto ciò, sulla barbarie della schedatura..un nuovo nazismo che fa comodo all'entourage del business. Purtroppo qui non possiamo nemmeno contare sulla comunità scientifica che in merito è latitante. Una nazione fatta in prevalenza di collusi. A breve il gregge offrirà spontaneamente il braccio per farsi microchippare. Lager virtuale 2.0...ancora peggiore di Aushwitz. Nessun "fumo" da nessun camino potrà arrivare alla coscienza e farla svegliare perché siamo in Italia già in un coma irreversibile. Grazie di questi meravigliosi spunti di riflessione

Gilberto ha detto...

Carissima e stimatissima Agnesina
Mettiamo il dito sulla piaga. Lo stato orwelliano è già qui realizzato da tempo, ma con modalità ancora più profonde e coinvolgenti di quanto avesse immaginato l’anarchico inglese. Hai perfettamente ragione, proprio l’opinione pubblica è collusa, non si rende conto che siamo tutti schedati. Il Truman show ormai fa parte del nostro universo di relazioni. L’isola dei famosi ci rappresenta, è la metafora di un occhio dove sono gli spettatori in realtà il vero oggetto della scopofilia. Mentre la platea ride della dabbenaggine di Truman che non sa di essere l'attore protagonista di uno spettacolo televisivo, l’occhio della telecamera e di ogni altro sistema di registrazione esplora nel dettaglio e decodifica pulsioni, atteggiamenti, valori e… pensieri di un navigante sempre più localizzabile nello spazio, nel tempo e… nelle sue scelte abilmente orientate attraverso un invisibile e discreto ‘condizionamento operante’.

Le carte fedeltà costituiscono apparentemente il versante innocuo di un contrassegno che va a nostro vantaggio nello sconto promozionale e il regalo. Si tratta di addestramento, il tirocinio a offrire spontaneamente il nostro vissuto esistenziale, l’attitudine ‘spontanea’ a renderci trasparenti e disponibili, a metterci a nudo contrattando valori e principi, abitudine a vendere il nostro io in cambio di plus e benefit. Il Dna rappresenta la frontiera più avanzata di una adesione entusiasta del consumatore a concepire la sua sicurezza offrendosi come dato, res, su un foglio elettronico. Le implicazioni psico-sociali riguardano ogni ambito della nostra vita.

Vanna ha detto...

Gilberto mi piace questo tuo nuovo articolo è così pieno di ironia garbata ma pungente che mi ha fatto sorridere pur se con una punta di amarezza.
Condivido in pieno il tuo punto di vista: dovremmo tutelare il nostro dna!

Anonimo ha detto...

I picogrammi di DNA non solo possono comparire bello fresco dentro le mutandine sotto mesi di intemperie, ma potrebbe anche magicamente nelle provette di laboratorio

Biologo ha detto...

DISTANZA DEL PUB DAL CANTIERE

Aggiungo un'altra singolare coincidenza alle innumerevoli di questa vicenda.

Il Pub Agadà in cui l'istruttrice ha dichiarato di aver trascorso la serata della scomparsa dopo le ore 23 è a soli 250 metri dal cantiere di Mapello a cui erano arrivati i cani:

http://picpaste.com/distanza-pub-agada-cantiere-mapello.jpg

Questa coincidenza sarebbe tornata molto "utile" se a qualcuno fosse venuto in mente di contestare la presenza del cellulare dell'istruttrice in una cella compatibile con quel cantiere proprio in quelle ore.

Manlio Tummolo ha detto...

Carissimo Gilberto,

complimenti per lo stile assolutamente ironico. "Ridendo castigat mores". Ma ci si augura che i tanti, che di ironia ne sanno poco e di costumi (buoni) ne sanno ancora meno, riescano a capire le tue intenzioni. Controllare le dispersioni del proprio DNA? Una "mission impossible". Mutande a parte, pensa se uno bacia sulla guancia una persona che un'ora dopo viene ammazzata da qualche altro. Ti immagini quanti guai ?

Dan F. ha detto...

Mi pare che non si sia capito affatto il ruolo del DNA in questo caso.

Gilberto ha detto...

Carissimo Manlio
L’ironia è alla base del metodo socratico. In realtà è anche uno strumento di rettifica e di controllo quando diventa autoironia. Si tratta della consapevolezza che i nostri giudizi sono inadeguati perché mancano gli strumenti, perché i dati in nostro possesso sono insufficienti, perché in realtà i pregiudizi ci inducono in errore. Saltare a conclusioni e ‘aggiustare’ quella che crediamo la realtà porta inevitabilmente all’errore, alla hybris, la tracotanza di chi pensa di poter ‘dar lezione ai fatti’. In tutto il caso in parola ho l’impressione che molti si siano presi troppo seriamente a cominciare da quella prova del Dna che oggettivamente sembra messa lì come un orpello senza un preciso significato, decontestualizzata, una sorta di magico passepartout, un criterio assoluto. Una ‘prova del cuoco’ con l’aggiunta di qualche ingrediente in un contesto di variabili sconosciute…

Anonimo ha detto...

VOI CHE FESTEGGIATE LA FESTA DELLA LIBERAZIONE DEL 25 APRILE RICORDATEVI DI GIUSEPPINA GHERSI, VIOLENTATA E UCCISA DAI PARTIGIANI ITALIANI

25/04/2017 vicid86 ARCHIVIO, EVIDENZA, ITALIA, NEWS 0

Giuseppina Ghersi (1931 – 30 aprile 1945) era una studentessa di 13 anni dell’istituto magistrale “Maria Giuseppa Rossello” del quartiere “La Villetta” di Savona. Una bambina accorta e diligente, figlia di commercianti ortofrutticoli abitava in via Tallone, attualmente via Donizetti. Dall’esposto del padre, Giovanni Ghersi, presentato al Procuratore della Repubblica di Savona in data 29 aprile 1949, di cui è possibile chiedere copia all’Archivio di Stato di Savona, e che consta di sei cartelle minuziosamente vergate a mano, riportato e parzialmente visibile all’indirizzo: http://www.ragazzidelmanfrei.it/giuseppinaghersi3.php?nws=5leggiamo che: “Il 25 aprile ‘45, alle 5 pomeridiane” i partigiani, appena entrati a Savona, chiedono ai Ghersi del “materiale di medicazione” che la famiglia non esita a “fornire volentieri”. Il giorno successivo, come di consueto, i coniugi si dirigono verso il loro banco di frutta e verdura, ma in zona San Michele, poco dopo le 6.00 del mattino, sono fermati da due partigiani armati di mitra. Vengono portati al Campo di Concentramento di Legino , situato nella zona dell’odierno complesso delle Scuole Medie Guidobono, dove un terzo partigiano sequestra loro le chiavi dell’appartamento e del magazzino. Dopo circa mezz’ora viene deportata al Campo anche la cognata e i partigiani, senza testimoni, possono finalmente procedere rubando le merci dal negozio e tutti i beni della famiglia presenti in casa. Solo Giuseppina manca all’appello perché ospitata da alcuni amici di famiglia in Via Paolo Boselli 6/8.

I Ghersi, ormai detenuti da due giorni senza lo straccio di un’accusa, chiedono spiegazioni ai partigiani che rispondono rassicurandoli. Viene loro detto che si tratta di un semplice controllo e che hanno bisogno di fare delle domande alla figlioletta. Siccome Giuseppina aveva precedentemente vinto un concorso a tema ricevendo, via lettera, i complimenti da parte del Segretario Particolare del Duce in persona, trattandosi di una bonaria quisquilia, i genitori si persuadono circa le intenzioni dei partigiani e, accompagnati da uomini armati, vanno a prendere la piccola. L’intera famiglia Ghersi viene dunque tradotta nuovamente al Campo di Concentramento dove inizia il primo giorno di follia. E’ il pomeriggio del 27 Aprile 1945: madre e figlia vengono malmenate e stuprate mentre il padre, bloccato da cinque uomini, è costretto ad assistere al macabro spettacolo percosso dal calciodi un fucile su schiena e testa. Per tutta la durata della scena gli aguzzini chiedono al padre di rivelare dove avesse nascosto altro denaro e oggetti preziosi.

Anonimo ha detto...

Anonimo delle 00,23 del 26

Sotto il "manto" della resistenza, si è ben celata la furia e l'odio di veri e propri delinquenti.
Di episodi come quelli che hai descritto, ne è costellato l'intero, oscuro ed esecrabile periodo storico della VERA RESISTENZA.
Leggasi quanto riportato da Vespa, Pansa ed altri, nei loro rispettivi scritti, per avvertire tutto l'orrore e le sceleratezze compiute a nome della libertà, e della emancipazione dal nazifascismo
Un sopravvissuto.

Manlio Tummolo ha detto...

Quanto ad orrori, la specie "umana" che si ritiene superiore ad ogni altra specie vivente, è un esempio unico nel pianeta per ferocia e studio di ogni mezzo per incrementarla. Non c'è parte che non ne soffra, non c'è parte che non la compia. Così procedendo, la specie distruggerà se stessa e, forse, anche molte altre .

magica ha detto...

Qualcuno, per esempio, ricorda mai che il comunismo in tempo di pace ha mietuto più vittime che il nazismo in tempo di guerra? Lo si può fare? È permesso farlo?
non si puo'.bisogna solo vergognarsi di esere di destra , un mntecatto ha scritto che è una vergogna verso il mondo essere di destra .

Vanna ha detto...

Hai ragione Magica!
Le FOIBE sono state poco pubblicizzate, al contrario quello che fecero i nazisti no.
Non è da tanto che sono venute fuori.
Avevo uno zio che era militare nei territori italiani di confine jugoslavo prima della seconda guerra, fece domanda di tornare giù dopo aver visto l'ultima efferatezza che lo fece sentire male: interi secchi di metallo pieni di occhi cavati dai compagni jugoslavi.
Prese la sua famiglia con tutto quello che poteva mettere sul treno e fece domanda di lavorare al ministero come impiegato.
Inoltre se i tedeschi uccisero 6 milioni di ebrei, sembra che Stalin ne abbia sterminati per lo meno tre volte tanto.

Manlio Tummolo ha detto...

Carissime Magica e Vanna,

la storia del XX secolo è tutta da rivedere, cercando di usare la massima obiettività. Ernst Nolte, storico di valore, è uno dei pochi che abbia intuito quanto la cosiddetta "Rivoluzione d'Ottobre", ovvero il colpo di stato leniniano del 1917, sia stato poi causa diretta e indiretta di tutto il resto. Sarebbe un discorso lunghissimo: malgrado che l'URSS sia caduta e malgrado la distanza di un secolo, ancora molti storici non si sono resi conto degli errori e delle colpe commesse nel 1917 - 18 nei confronti della Russia d'allora, da parte del mondo occidentale: soprattutto verso quel breve, ma interessantissimo periodo tra il febbraio/marzo e l'ottobre/novembre 1917, quando il Governo Provvisorio Russo, retto prima da L'vov poi da Kerenskij, potè definirsi il "più libero" del mondo, malgrado fosse in corso la guerra. La stessa Chiesa russo-ortodossa ha tanto deprecato quel periodo da imporre la sepoltura di Kerenskij in Inghilterra invece che in California in terra consacrata, dove insegnò fino al 1970. Questo perché lo ritene principale responsabile della caduta degli zar: ma gli zar caddero da soli, per poi finire nelle zampe dei boscevichi che ne sterminarono l'intera famiglia. Quelli che dovevano portare la pace dopo Brest-Litowsk provocarono una guerra civile terribile fino al 1921 .

Anonimo ha detto...

Jolanda Crivelli. Aveva solo 20 anni ed era la giovanissima vedova di un ufficiale del Battaglione M, ucciso a Bologna durante la guerra civile, in un agguato dei “sapisti” (costola della banda comunista dei gap). Il 26 aprile Jolanda Crivelli raggiunse Cesena, la sua città natale, per tornare dalla madre, che viveva sola. Immediatamente, come capitava in quei terribili giorni, fu riconosciuta e additata da suoi concittadini ad alcuni partigiani comunisti:”È una fascista, moglie di fascista!”. Percossa a sangue, torturata, verosimilmente violentata, denudata, fu trascinata per le strade di Cesena tra gli sputi della gente. Davanti alle carceri fu legata a un albero e fucilata. Il cadavere nudo, rimase per due giorni esposto a tutti come ammonimento per tutti i fascisti. Poi fu permesso alla madre di seppellirla. Non abbiamo altre notizie di questa sfortunata ed eroica ragazza né del suo giovane marito. Non esistono cifre certe sul numero delle ausiliarie e comunque delle donne fascista o presunte tali assassinate dai partigiani prima e dopo questo celebrato 25 aprile 1945. Alcune fonti parlano di circa mille donne uccise in quei mesi, tutte giovanissime, moltissime torturate e violentate prima di essere assassinate. La cifra si riferisce non solo alle impegnate politicamente o militarmente, ma anche figlie, mogli, madri di soldati della Repubblica Sociale, colpevoli solo di questo. E moltissime di loro sono rimaste per sempre senza nome, ingoiate dai meandri della storia.