sabato 1 ottobre 2016

Avetrana, paradigma della spettacolarizzazione mediatica e caso giudiziario dai molti paradossi

Una presa di posizione controcorrente avverso la deriva giustizialista e l'omologazione del giudizio

Di Annamaria Cotrozzi

SOMMARIO
1. Appello
2. Breve cronistoria
3. Il "processo mediatico", caratteri e considerazioni
4. La richiesta di rimessione ad altra sede
5. Moniti della Cassazione sul "processo mediatico"
6. Ragioni del presente appello
7. Perché riteniamo il caso di Avetrana una vicenda processuale colma di paradossi
8. Auspicio
9. Appendice. Codice di autoregolamentazione dei processi in tv, Articolo 1


1. APPELLO
Lanciamo questo APPELLO perché riteniamo necessario far sentire una voce fuori dal coro intorno alla vicenda dell'omicidio di Sarah Scazzi e al processo svolto a Taranto. Al di là del dibattito tra accusa e difesa, tra innocentisti e colpevolisti, desideriamo affermare la necessità di un ritorno a forme di confronto pacate su questo come su altri casi giudiziari e a stili di informazione che, tenendo fermo il principio della non colpevolezza fino a sentenza definitiva, mettano effettivamente il pubblico in condizione di formarsi un'opinione corretta su fatti oggetto di accertamento giurisdizionale, conformemente a quanto enunciato all'articolo 1 del Codice di autoregolamentazione per i processi in tv (riportato in calce). Per questo motivo lanciamo questo APPELLO che invitiamo tutti a diffondere.

2. Breve cronistoria
Come è noto, le due imputate attualmente alla sbarra, Cosima Serrano e Sabrina Misseri, madre e figlia, sono accusate di concorso in omicidio volontario, sequestro di persona e soppressione di cadavere per l'omicidio di Sarah Scazzi avvenuto il 26 agosto 2010. Sabrina Misseri è ristretta in carcere dal 15 ottobre 2010, sua madre dal 26 maggio 2011.

È impossibile in questa sede ripercorrere in modo esaustivo le tappe dell'istruttoria e del processo; anche una trattazione per sommi capi richiederebbe un'esposizione che esula dalle finalità di questo appello. A noi preme portare all'attenzione generale alcuni incontestabili aspetti definitivamente acclarati che suggeriscono una lettura alternativa della vicenda, sia come evento mediatico che come caso giudiziario.

Iniziato in sordina, in quanto ritenuto ennesimo capitolo di una vasta casistica di fughe adolescenziali, il caso assume progressivamente rilievo nazionale; tv e giornali arrivano a dedicare spazi di cronaca e di approfondimento sempre più ampi, allargando il campo delle ipotesi sulla scomparsa.

Il 6 ottobre 2010 il tragico epilogo: lo zio della ragazzina, Michele Misseri, agricoltore, dopo ore di interrogatorio confessa e fa ritrovare il corpo, indicando un movente e fornendo altri riscontri. Il caso dovrebbe essere chiuso, come confermato dalla conferenza stampa del procuratore Franco Sebastio.

Ma dopo una serie di colpi di scena che si susseguono a ritmo incalzante, e nuove versioni fornite dallo zio della vittima, in base alle accuse di questi si arriva alla incriminazione di sua figlia Sabrina Misseri, cugina della vittima, arrestata il 15 ottobre 2010. Alcuni mesi dopo, il 26 maggio 2011, viene arrestata anche Cosima Serrano, madre di Sabrina Misseri, e il 21 novembre 2011 entrambe vengono rinviate a giudizio. Dopo due gradi di giudizio che hanno visto l'affermazione di responsabilità di entrambe con la condanna all'ergastolo, è attualmente pendente il ricorso in Cassazione.

3. Il "processo mediatico", caratteri e considerazioni
Ciò a cui abbiamo assistito nel lungo arco di tempo che separa dall'inizio della storia è stata la celebrazione di un processo parallelo, fuori delle aule di giustizia, che, portando ai massimi "fasti" un filone inaugurato con la vicenda di Cogne, ha consolidato un genere televisivo, facendo propri i riti e i simboli del processo giudiziario ed editandoli in un linguaggio nuovo, quello mediatico.

Parallelamente, al resoconto dei fatti di cronaca si è sovrapposta e poi ha prevalso una "narrazione" che ha intessuto la trama degli eventi rappresentati con l'ordito di una tesi colpevolista presto maggioritaria sebbene ancora tutta da dimostrare. Nella tipizzazione dei caratteri, alla figura incarnante bellezza, giovinezza, speranze nell'avvenire della vittima sono state contrapposte due nature perverse. Il pubblico tende spesso a sposare la tesi dell'accusa; questo gli fornisce una password legittimante per entrare senza riguardi nelle "vite degli altri", ed è quanto è avvenuto in questo caso.

More solito, accanto alla verità storica (nota solo ai protagonisti) e a quella giudiziaria, che si forma nelle aule dei tribunali, si è affermata intorno alla vicenda una verità mediatica.

Montesquieu, dopo avervi posto dei paletti, diceva che il potere giudiziario doveva essere "per così dire invisibile e nullo"; nella sua fenomenologia doveva richiamare l'idea di una funzione quasi anonima, fatta di procedure e regole, anziché di apparenze minacciose: in modo che "non si hanno continuamente dei giudici davanti agli occhi, e si teme la magistratura e non i magistrati". Oggi che la giustizia irrompe nelle forme del processo mediatico la percezione che si ha è invece quella di un sistema di gogna collettiva di sapore settecentesco.

Alla immagine distorta della giustizia fornita da operatori dell'informazione che non conoscono il tecnicismo del processo si accompagna la falsa percezione indotta nell'opinione pubblica della giustizia come "processo in piazza". La storia ci offre esempi del passato di processo pubblico, come nella democrazia ateniese, in cui una persona accusata di aver violato le leggi della città veniva giudicata dal popolo. Ma in questi casi era previsto che difesa e accusa fossero poste su un piano di parità, e l'imputato avesse il diritto di prendere pubblicamente la parola per discolparsi. Oggi chi regge le fila del rito è anche il dominus del flusso informativo e spesso la selezione delle notizie non è neutrale ma orientata, inclinando ambiguamente verso il dubbio sospettoso, il sentore di mistero celato; che è uno degli aspetti della cosiddetta "cultura del sospetto".
Non possiamo fare a meno di riportare a tal proposito le parole pronunciate da Sabrina Misseri rispondendo, tramite uno dei suoi difensori, a domande poste in un servizio televisivo: 

"Quello che hanno fatto le televisioni e i giornali in questa vicenda va oltre ogni immaginazione. Anche oggi, i resoconti delle udienze sono sfacciatamente fuorvianti, riportano pressoché il contrario di ciò che è avvenuto o è stato detto in aula, da restare allibiti. Nonostante il divieto di riprendermi, le mie immagini nell'aula della Corte d'Assise sono state trasmesse in Internet e in televisione per soddisfare morbose curiosità".

Anche la dilatazione dei tempi del giudizio (quasi sei anni per Sabrina, poco meno per sua madre) gioca a svantaggio dell'imputato: “più il processo si dilata cronologicamente, più il principio della presunzione di innocenza tende a sbiadire nella coscienza collettiva, influenzata da sentenze di colpevolezza giornalistiche, alimentate da ipotesi investigative presentate come accertamento definitivo, con un linguaggio poco sorvegliato e dunque percepito dalla collettività in chiave negativa, lasciando spazi ad anticipati giudizi di reità, che si ripercuotono sulla vicenda giudiziaria" (Pier Paolo Paulesu, da “La presunzione di non colpevolezza dell’imputato”).

4. La richiesta di rimessione ad altra sede
A causa del clima venutosi a creare, con il verificarsi di fatti di obiettiva gravità come il lancio di pietre contro Michele Misseri e il tentativo di linciaggio, da parte della folla, nei confronti di Cosima Serrano durante l'arresto, alla vigilia del processo di primo grado il sostituto Procuratore generale della Cassazione, Gabriele Mazzotta, chiese, caso più unico che raro, la rimessione del processo ad altra sede. Tale richiesta non fu accolta con la motivazione che, data la rilevanza mediatica nazionale del caso, uno spostamento non avrebbe sortito alcun effetto.

5. Moniti della Cassazione sul "processo mediatico".
Il primo Presidente della Corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, dichiarò nel 2009 che occorreva evitare la realizzazione di veri e propri "processi mediatici" simulando al di fuori degli uffici giudiziari, e magari anche con la partecipazione di magistrati, lo svolgimento di un giudizio mentre è ancora in corso il processo nelle sedi istituzionali. "La giustizia deve essere trasparente a deve svolgersi nelle sedi proprie, lasciando ai media il doveroso ed essenziale compito di informare l'opinione pubblica, ma non di sostituirsi alla funzione".

Dalla Cassazione parte anche un altro monito: “a ciascuno il suo, agli inquirenti il compito di effettuare gli accertamenti, ai giudici il compito di verificarne la fondatezza, al giornalista il compito di darne notizia nell’esercizio del diritto di informare, ma non di suggestionare la collettività”.

Ma, prendendo atto della realtà, in qualche sentenza della Corte le distorsioni mediatiche sono viste e accettate come una sorta di calamità naturale, un fenomeno parafisiologico che non dovrebbe allarmare perché privo di reale impatto sull'esercizio della giurisdizione.

6. Ragioni del presente appello
A nostro avviso invece è necessario che in questa vicenda a dettar legge non sia soltanto il verdetto inappellabile del tribunale del popolo che ha già pronunciato la sua condanna, rendendo di fatto, nelle previsioni, un mero orpello, un suggello scontato quello che verrà dato in Cassazione a una «doppia conforme» senza storia.

A noi sembra che si debba parlare del problema cogliendo l'occasione offerta da questo caso eclatante. Perché a far da cassa di risonanza dei due verdetti di colpevolezza non devono essere semplicemente gli applausi in studio nei talk alla notizia della condanna delle due imputate.

Se la sede naturale sono le aule giudiziarie, dove vige ancora il principio di non colpevolezza sino a sentenza definitiva, questo principio dovrebbe valere anche fuori dalle aule.

Siamo persuasi che il giudizio in Cassazione si svolgerà in modo immune da condizionamenti e prevenzioni; ma è altrettanto vero che occorre costantemente sorvegliare la qualità del dibattito democratico per scongiurare il rischio anche solo teorico di pericolose osmosi. La filosofa e scrittrice Hanna Arendt sosteneva che: “giudicare impone di non vedere, perché solo chiudendo gli occhi si diventa spettatori imparziali, operazione impossibile in un universo saturo di immagini (spesso ritoccate) come nel nostro".

7. Perché riteniamo il caso di Avetrana una vicenda processuale colma di paradossi
Un primo aspetto paradossale è quello di una ragazza ventiduenne che sino al 26 agosto 2010 conduce una vita perfettamente ordinata in una cittadina di periferia del sud e che da un giorno all'altro assume la veste dell'assassina lucida e spietata in forza di una narrazione collettiva di un tragico evento che si è scelto di dare prima ancora di ricevere qualsivoglia riscontro probatorio. Lo stesso può affermarsi per sua madre.

Sabrina viene dipinta come una vera e propria "mente criminale" capace di imbastire subito dopo la consumazione del delitto un depistaggio volto a posticipare la tempistica degli eventi; espediente anch'esso paradossale a causa della sua inutilità: la vittima era comunque incamminata verso casa Misseri e posticipare gli orari non cambiava la collocazione degli attori sulla scena del crimine.

La condotta successiva, dato che le due imputate, essendo in carcere, sono sottoposte ad osservazione da sei anni, è quella di due detenute modello, che dietro le sbarre hanno intrapreso anche un percorso di formazione. E questa è una verità incontestabile.

L'altro paradosso è quello di un reo confesso che si trova a piede libero e di due donne che da circa sei anni invece sono ristrette in carcere in attesa di sentenza definitiva e per le quali si profila un ulteriore allungamento dei termini di custodia cautelare, facendovi rientrare anche i due anni resisi necessari per la redazione delle motivazioni.

Un paradosso è la lunghezza delle motivazioni (2900 pagine complessivamente) e il tempo impiegato per la loro stesura (oltre due anni complessivamente) per fornire l'apparato motivazionale ad una "doppia conforme" di condanna all'ergastolo, che per la sua severità e perentorietà presupporrebbe una evidenza probatoria non bisognosa di un iter motivazionale eccessivamente elaborato.

Ed ancora vi è il paradosso di una madre di famiglia incarcerata per il racconto di un sogno fatto da un fioraio, qualificato pervicacemente come sogno dallo stesso e da tutti quelli con cui ne aveva parlato, cui si aggiunge l'ulteriore paradosso che il verdetto sul delitto possa arrivare prima ancora che un altro giudice, nel processo parallelo al fioraio per false dichiarazioni, abbia stabilito se di sogno o realtà si sia effettivamente trattato. Gli altri elementi di prova, rinvenienti dalle motivazioni, sono scarsi e inconsistenti quando non già demoliti nel processo di appello.

C'è un chiamante in reità che, nel breve periodo in cui rende dichiarazioni accusatorie (60 giorni) verso sua figlia, offre molteplici versioni, nessuna delle quali (incidente probatorio compreso) coincide con quella poi data dai giudici; e che, mentre in pubblico accusa la figlia di omicidio, allo psicologo del carcere dice di essere lui l'assassino, continuando a sostenere nel restante dei sei anni trascorsi la sua colpevolezza.

C'è la singolarità, a dir poco, di una madre e una figlia colte all'unisono da un improvviso raptus omicidiario in un assolato pomeriggio d'agosto quando era in programma una gita al mare e nulla avrebbe fatto presagire la imminente tragedia.

Paradossale ci sembra anche il divario tra il movente ipotizzato e i fatti obiettivamente accertati, che danno l'impressione di un delitto ancora in cerca di movente. Quello che emerge da molteplici riscontri dopo due gradi di giudizio è un rapporto quasi simbiotico tra Sabrina e Sarah, per la quale quella dei Misseri era la seconda casa. Sabrina in pubblico era l'ombra della cugina più piccola cui faceva da "chaperon". Dall'esame delle prove testimoniali e di migliaia di SMS recuperati non emerge alcun riscontro al movente principe, teorizzato dall'accusa, la gelosia verso Sarah a causa di un ragazzo del luogo, per cui Sabrina provava interesse. Al contrario, i riscontri dicono che Sarah era interessata ad un altro ragazzo, di cui parlava anche con le amiche. Nelle motivazioni di secondo grado si parla anche di un inconfessabile "segreto" di cui Sarah sarebbe venuta a conoscenza proprio il pomeriggio in cui venne uccisa, ma tale “segreto” rimane ammantato di mistero.

8. Auspicio
Per le ragioni sin qui esposte,

RITENENDO che il preminente interesse della collettività sia l'affermazione di una piena giustizia per la vittima, la giovanissima Sarah Scazzi, ma anche per tutte le persone coinvolte in questa tragica vicenda che, se innocenti, devono essere restituite alla loro vita e avere anche loro giustizia per le immani sofferenze legate a una prolungata e immeritata pena detentiva,

RINNOVANDO i sensi della massima fiducia verso gli organi giudicanti,

AUSPICHIAMO il compimento di un iter giudiziario finalmente sereno e non turbato dalle interferenze del giustizialismo e del gossip mediatico e che la vicenda possa contribuire a quella presa di coscienza atta a permettere che nel futuro il parallelismo instaurantesi tra informazione e attività giurisdizionale possa svolgersi in forme e modi tali da rendere edotta in modo puntuale e indistorto la collettività sui fatti e le persone nei cui confronti la giustizia viene amministrata.

9. Appendice. Codice di autoregolamentazione dei processi in tv, Articolo 1
1. Le parti, ferma la salvaguardia della libertà e del pluralismo dei mezzi di comunicazione in sé e a garanzia del diritto dei cittadini ad essere tempestivamente e compiutamente informati, e ferma altresì la tutela della libertà individuale di manifestazione del pensiero, che implica quella di ricercare, acquisire, ricevere, comunicare e diffondere informazioni e si esprime segnatamente nelle forme della cronaca, dell’opinione e della critica anche in riferimento all'organizzazione, al funzionamento e agli atti dei pubblici poteri incluso l’Ordine giurisdizionale, si impegnano ad adottare nelle trasmissioni televisive che abbiano ad oggetto la rappresentazione di vicende giudiziarie in corso le misure atte ad assicurare l’osservanza dei principi di obiettività, completezza, e imparzialità, rapportati ai fatti e agli atti risultanti dallo stato in cui si trova il procedimento nel momento in cui ha luogo la trasmissione, e a rispettare i diritti alla dignità, all’onore, alla reputazione e alla riservatezza costituzionalmente garantiti alle persone direttamente, indirettamente od occasionalmente coinvolte nelle indagini e nel processo.

2. Ai fini di cui al comma 1, nelle trasmissioni radiotelevisive che abbiano ad oggetto la rappresentazione di vicende giudiziarie, le parti si impegnano a:

a) curare, e che risultino chiare, le differenze fra documentazione e rappresentazione, fra cronaca e commento, fra indagato, imputato e condannato, fra pubblico ministero e giudice, fra accusa e difesa, fra carattere non definitivo e definitivo dei provvedimenti e delle decisioni nell'evoluzione delle fasi e dei gradi dei procedimenti e dei giudizi;

b) diffondere un’informazione che, attenendosi alla presunzione di non colpevolezza dell’indagato e dell’imputato, soddisfi comunque l’interesse pubblico alla conoscenza immediata di fatti di grande rilievo sociale quali la perpetrazione di gravi reati;

c) adottare modalità espressive e tecniche comunicative che consentano al telespettatore una adeguata comprensione della vicenda, attraverso la rappresentazione e la illustrazione delle diverse posizioni delle parti in contesa, tenendo ponderatamente conto dell’effetto divulgativo ed esplicativo del mezzo televisivo che, pur ampliando la dialettica fra i soggetti processuali, può indurre il rischio di alterare la percezione dei fatti;

d) rispettare complessivamente il principio del contraddittorio delle tesi, assicurando la presenza e la pari opportunità nel confronto dialettico tra i soggetti che le sostengono – comunque diversi dalle parti che si confrontano nel processo – e rispettando il principio di buona fede e continenza nella corretta ricostruzione degli avvenimenti;

e) controllare, nell'esercizio del diritto di cronaca, la verità dei fatti narrati mediante accurata verifica delle fonti, avvertendo o comunque rendendo chiaro che le persone indagate o accusate si presumono non colpevoli fino alla sentenza irrevocabile di condanna e che pertanto la veridicità delle notizie concernenti ipotesi investigative o accusatorie attiene al fatto che le ipotesi sono state formulate come tali dagli organi competenti nel corso delle indagini e del processo e non anche alla sussistenza della responsabilità degli indagati o degli imputati;

f) non rivelare dati sensibili, che ledano la riservatezza, la dignità e il decoro altrui, ed in special modo della vittima o di altri soggetti non indagati, la cui diffusione sia inidonea a soddisfare alcuno specifico interesse pubblico.

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42 commenti:

Gilberto ha detto...

Un bellissimo articolo, pieno di umanità e buon senso. Grazie Annamaria.

Anonimo ha detto...

Le Misseri purtroppo stanno scontando in carcere la visibilità e il protagonismo mediatico, cercato e ottenuto, di cui si sono rete protagoniste durante il periodo della "ricerca" pur avendo in casa l'assassino, oggi reo confesso.
Insomma sono in carcere perché sono diventate antipatiche, magari anche al magistrato, mentre Misseri è stato fatto passare per un povero burattino.

marcello de simone ha detto...

SOLO LA CORTE DI CASSAZIONE PUO' METTERE FINE A QUESTA VERGOGNA GIUDIZIARIA!

Giacomo ha detto...

Concordo ancora una volta, TOTALMENTE e INCONDIZIONATAMENTE.

L'unico rischio, conoscendo il giornalismo italiano, è che questi GIUSTISSIMI PRINCIPI, espressi nel codice di autoregolamentazione dei processi in tv, possano restare lettera morta.

E lo dico, perché conservo la documentazione di trasmissioni tv, in cui le imputate di Avetrana sono state insultate pesantemente con termini irripetibili da personaggi della politica e del mondo giornalistico.

Saluti a tutti gli amici del blog.

Giacomo

Chiara ha detto...

Avrei francamente omesso, in questa sede, il punto 7, ossia d'entrare nel merito e ciò in adesione a quanto proclamato in incipit circa il fine di questo appello.
Al di là di ciò lo trovo molto ben scritto, nonchè esprimente riflessioni di assoluto rilievo ed istanze meritevolissime ed indispensabili, quindi lo condividerò senz'altro.

Giacomo ha detto...

Per quanto riguarda l'Anonimo delle 12,07.
E' ingeneroso attribuire alle Misseri, in realtà a Sabrina, una voglia di protagonismo mediatico fine a sé stesso. Erano i giornalisti a cercare Sabrina, non viceversa. In realtà su Sabrina ricadde l'onere di fare da portavoce dei parenti di Sarah, anche col consenso della madre di Sarah. L'antipatia non le veniva dal pubblico, ma piuttosto dagli operatori, anzi dalle operatrici, dell'informazione, che si sentivano in qualche modo oscurate.
Sabrina si comportava come si comportano TUTTI i parenti delle persone scomparse. E non sospettava nemmeno lontanamente che il padre fosse l'assassino di Sarah. E questa è un'altra grave responsabilità del Misseri, che lasciò che la figlia si esponesse, ignara, ai media che poi l'avrebbero massacrata.
Abbiamo una commovente testimonianza di questa delusione di Sabrina, durante il suo interrogatorio al dibattimento, in cui rievoca in lacrime i momenti immediatamente successivi a quelli in cui apprese in diretta tv che il padre aveva confessato il delitto. C'è anche il documento video:
"Per me era impossibile che fosse stato mio padre.
Io mi ricordo che dissi che non so come ha fatto per 42 giorni a starsene zitto, a non dire niente, io non ce l'avrei fatta a comportarmi come si fosse comportato lui. Cioè io al primo giorno parlando con i Carabinieri l'avrei già detto, non sarei riuscita 42 giorni a fare il tranquillo, il buono e poi tutto ad un tratto a confessare." (28a ud 26-11-12)

Chiara ha detto...

Giacomo
sono sfumature lasciate alla sensibilità individuale e in ogni caso non dirimenti: si accollava un onere suo malgrado? provava invece una certa lusinga nell'apparire?
secondo me la prima ipotesi sinceramente non ha grande verosimiglianza, certamente sabrina veniva cercata, ma ella PER ME provava COMUNQUE un certo piacere per questa cosa, che la vedeva primeggiare in tv su tutti i compaesani, darsi del tu con le giornaliste ed averne i numeri di cellulare, in un contesto culturale e sociale in cui l'apparire in tv, le trasmissioni di barbara d'urso, il contatto con volti noti sempre visti tanto distanti e ammirate, rivestivano una certa "importanza" e fascino.
ciò non significa che l'intento di sabrina fosse un apparire fine a se stesso, nè significa che ella non avesse intento di aiutare le ricerche ecc...ma neppure quell'intento è idoneo ad escludere un certo gusto e lusinga per quella esposizione "esclusiva", "distinguente" rispetto a tutti gli altri, che non è strana per una giovane e per una giovane appartenente a quel contesto socio culturale.
io la penso così e non venga inteso come insulto, come giustificazione per il malanimo attiratosi o, peggio, come spunto di colpevolezza: non mi si faccia questo torto.

Giacomo ha detto...

Avrei dato una evidenza ancora maggiore al punto 7, che è CENTRALE per la comprensione di tutta la vicenda.

Giacomo ha detto...

Intervento delle 15,46

Mi chiedo come si permette l'autrice di quel commento di rivolgermi ancora la parola!
Per me resta una screanzata e una diffamatrice e tanto mi basta.
Gradirei di non essere importunato ulteriormente da un simile personaggio

Chiara ha detto...

O_o

ahahahahahhahahaha

robe da matti

e_e

Chiara ha detto...

occhio a dare della diffamatrice perchè la diffamazione è un reato.
si corregga o ci si giustifichi, perchè non verrà lasciato passare impunemente.

Vanna ha detto...

Ho letto uno splendido articolo che condivido interamente per umanità, per chiarezza espositiva, per la lettura del caso equilibrata e aperta, infine per lo stimolo a riflettere sul ruolo dei media,con l' auspicio di giustizia piena per Sarah e per i diretti interessati.
Mi è piaciuto molto il riferimento al Montesquieu.
Il paragrafo 7 presenta la lista dei paradossi limpida e ben argomentata.
Il punto 8: Auspicio, lo riporto:
"Per le ragioni sin qui esposte,
RITENENDO che il preminente interesse della collettività sia l'affermazione di una piena giustizia per la vittima, la giovanissima Sarah Scazzi, ma anche per tutte le persone coinvolte in questa tragica vicenda che, se innocenti, devono essere restituite alla loro vita e avere anche loro giustizia per le immani sofferenze legate a una prolungata e immeritata pena detentiva,
RINNOVANDO i sensi della massima fiducia verso gli organi giudicanti,
AUSPICHIAMO il compimento di un iter giudiziario finalmente sereno e non turbato dalle interferenze del giustizialismo e del gossip mediatico e che la vicenda possa contribuire a quella presa di coscienza atta a permettere che nel futuro il parallelismo instaurantesi tra informazione e attività giurisdizionale possa svolgersi in forme e modi tali da rendere edotta in modo puntuale e indistorto la collettività sui fatti e le persone nei cui confronti la giustizia viene amministrata."
Complimenti Anna Maria! Il codice di autoregolazione che presenti sarà la chiave di volta per capire quanto i principi verranno messi in pratica.

Vanna ha detto...

Anche ridere, O_o e trattar da matti e suggerire giustificazioni sennò... non è mica da poco.
Insomma questo magnifico articolo nella sua stesura cesellata non ti ha detto nulla?
Stiamo un po' più sul soft e cerchiamo di adeguarci alla qualità.

Giacomo ha detto...

In riferimento al mio commento delle h 16:00.
Con diffamatrice intendevo INGIURIATRICE

Giacomo ha detto...

E per quanto riguarda le risate vuote, a Roma si dice: ridi ridi, ché mamma ha fatto gli gnocchi.

Chiara ha detto...

anche l'ingiuria è un reato.

Chiara ha detto...

figuriamoci in bold e maiuscolo.
ancora una chance.

Chiara ha detto...

io veramente sono stupefatta: DOPO avere reiteratamente messemi in bocca parole mai dette (anzi non solo a me, anche a Pino, è proprio un modo di fare); DOPO avermi spietatamente e scorrettamente malgiudicata in esito a un tanto; DOPO avere proseguito imperterriti su quella strada nonostante le educate correzioni; DOPO essersi pertanto presi un meritatissimo vaffa; dopo tutto ciò si fa anche le signorine piccate punte nell'onore e si osa accusarmi di commettere atti illeciti. beh carrissimo/i, RINGRAZIARE che io la butti sul ridere vah.

veramente comunque qui si rasenta la follia, lo dico anche con riferimento all'altro thread, l'atomosfera miasmatica di odio e rifiuto per l'altro è sempre più pesante.
l'allontanamento indotto di tanti utenti, attivi per tanti anni, ha trasfigurato questo spazio in qualcosa di improponibile.
dispiace che siano giusto due-tre quelli che col loro attirarsi maleparole con le insopportabili provocazioni e sottesi sfottenti, inducono gli abbandoni, a fronte di tanti altri che riescono tranquillamente a dialogare pur nella diversità di vedute.
evidentemente qualcuno ha deciso che questo spazio "è cosa sua" e mette in atto l'ormai collaudato copione, sicuro dell'esito.
giacchè nessuno è tanto masochista da restare laddove è consentito a un paio di fanatici di far i padroncini strafottenti.

quanto mancano i vecchi tempi...

Anonimo ha detto...

amen

Annamaria Cotrozzi ha detto...

Ringrazio di cuore per gli apprezzamenti e soprattutto per l'attenzione all'Appello, il quale, tengo a precisare, nasce per iniziativa di un gruppo di opinione formato da cittadini che ne condividono le ragioni e si riconoscono nelle istanze morali e civili che lo ispirano. Un caro saluto agli amici del blog.

https://www.facebook.com/Appello-per-Sabrina-Misseri-e-Cosima-Serrano-1125239470888111/?fref=ts

Vanna ha detto...

Buona domenica a tutti!
Personalmente ti ringrazio Annamaria, apprezzabile molto ciò che hai fatto sotto tutti i punti di vista.
Vanna

Manlio Tummolo ha detto...

Carissimi,

non è il caso di sottolineare quanto approvi lo spirito e quasi tutta la forma di quanto scritto da Annamaria Cotrozzi. Storicamente parlando, nego però che l'antichità abbia molto da insegnarci in fatti di correttezza processuale e di "parità delle parti". E' quanto mi sforzo di dimostrare con i miei saggi. Annamaria, Socrate è stato fatto morire ad Atene con un processo cosiddetto "accusatorio"...
Speranza nella Corte di Cassazione ? A questo punto e col metodo difensivo criticabilissimo adottato, ne dubito fortemente: non dimentichiamo che la Corte di Cassazione ha decretato che possedere un apparecchio televisivo non funzionante giustifica da sé l'abbonamento, trasformato così - con una logica giudiziaria che fa pena - in tassa di possesso, come già si era fatto per le automobili, e tutto questo per salvare l'enorme baraccone che propina buffonate e propaganda anche in materia penale, come stiamo criticando da anni.

Le fonti di informazione, stanti princìpi costituzionali ormai vecchi di almeno due secoli, dovrebbero limitarsi a ripetere ciò che dicono le parti processuali, senza alcuna aggiunta e commento, eliminando alla radice ogni narrazione di "gialli", veri o presunti, recitati al solo fine di far cassa .

Annamaria Cotrozzi ha detto...

Caro Manlio, grazie del riscontro e dell'apprezzamento.

Nel merito della vicenda giudiziaria, rinnovo a tutti l'invito a leggere le motivazioni della sentenza di secondo grado (che trovate ai links indicati da Massimo Prati).

Quanto alla deriva mediatica, la imputo in primo luogo a certe martellanti trasmissioni televisive dell'autunno-inverno 2010 e inverno-primavera 2011, allorché, nella fase parossistica dell'interesse del pubblico per questo tragico caso di cronaca, fu gettato a piene mani, sconsideratamente e irresponsabilmente, il seme del pregiudizio, da cui si propagò la mala pianta che oggi è impresa titanica provare a sradicare: tuttavia sono convinta che sia doveroso e indispensabile non lasciare nulla di intentato.

Vincenzo ha detto...

Cara Annamaria,
il suo appello, che ho condiviso ovunque e al quale ho aderito io stesso, è un esempio di civiltà da mandare avanti perché le acque in questa triste vicenda cambino.
Saluto tutti gli amici del blog, in particolare Giacomo, Vanna, Chiara e tanti altri di cui non ho ancora letto i commenti.

Annamaria Cotrozzi ha detto...

Grazie dell'adesione, Vincenzo, e buona serata a tutti!

Chiara ha detto...

ricambio il saluto, Vincenzo :)

Annamaria Cotrozzi ha detto...

Sabato prossimo saranno sei anni che Sabrina Misseri è in carcerazione "preventiva". Sei anni pieni, visto che la sua detenzione è stata ininterrotta. La coscienza civile può accettare una cosa del genere?

Chiara ha detto...

no, non può.
e mi stupisco davvero del poco (nullo) spazio che sta ricevendo la cosa in questo blog, dopo gli anni spesi a batterci tutti con fervore, se non fosse per i tuoi appelli.

Manlio Tummolo ha detto...

Non è tanto su questo blog in cui non sia stata richiamata la vicenda di una detenzione punitiva e preventiva, quanto sui vari organi di (dis-)informazione, evidentemente adusi ad accettare la forza in casa propria e a protestare quando avviene ad almeno 1000 km di distanza (vedi caso Regeni, per il quale si chiede "verità", come se per tutti gli altri, che avvengono in Italia, se ne dovesse fare a meno !). Ho ripetutamente asserito che, se madre e figlia avessero accettato la versione (infame !) del "cavalluccio", ora sarebbero libere e tranquille, onorate ed apprezzate da tutti. Ma siccome le due donne hanno un'alta coscienza morale (direi "socratica", se è lecito), così rara di questi tempi, ecco che devono essere punite senza uno straccio di prova scientificamente verificabile, ma solo su illazioni e confessioni estorte, sogni ed incubi, e tutto ciò che si connette al mondo paranormale. Non mancano che le apparizioni spiritiche, i tavolini che si alzano, e i lamenti dei "medium" (in senso spiritista).

Tradizioni di questo tipo di giudizio si possono trovare mnella vita di Dionisio di Siracusa e di Caligola, i cui legulei confermarono che, se uno sogna di uccidere un re, significa che lo vuole uccidere e, pertanto, deve essere ucciso.

Annamaria Cotrozzi ha detto...

Effettivamente, in generale e non solo nel blog, l'interesse e l'attenzione per questo caso appaiono esclusiva di pochi: segno, direi, che riguardo a questa vicenda la manipolazione mediatica è stata talmente solerte, insistente e pervasiva da aver condizionato non solo il grande pubblico, ma, purtroppo, anche larga parte dell'intellighenzia. La quale, se è vero che "de minimis non curat praetor", però si è a volte spesa su altri casi di cronaca e di detenzioni ritenute ingiuste, facendo sentire la propria voce e anche il proprio dissenso. Come mai quasi nessuna penna autorevole e nessun paladino dei diritti delle persone detenute ha mai preso in carico la sorte di questa ragazza entrata in carcere a ventidue anni, immediatamente a seguito soltanto di una chiamata in correità priva di riscontri, corrispondente a un quadro accusatorio ben presto decaduto e sostituito via via da altre diversissime ricostruzioni?

Davvero sembra che di Sabrina Misseri e di sua madre, Cosima Dserrano, non interessi quasi a nessuno, e che ci sia una specie di imbarazzo e resistenza ad occuparsi di loro, anche in chi è pronto alle grandi battaglie sociali e civili e se ne fa promotore. Come si spiega tutto ciò? Me lo chiedo di continuo (anche se non voglio arrendermi all'idea che le cose non possano in futuro cambiare). Temo che la risposta sia in questo celebre passo manzoniano, incredibilmente calzante e illuminante:

"Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, ché nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d’alcuni, un errore che non s’attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva; lo sappiamo anche da chi ne aveva notizia per tradizione. «Ho trovato gente savia in Milano, - dice il buon Muratori, nel luogo sopraccitato, - che aveva buone relazioni dai loro maggiori, e non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi». Si vede ch’era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune".

(A. Manzoni, "Promessi sposi", cap. 32)





Gilberto ha detto...

Il problema cara Annamaria Cotrozzi purtoppo è più generale, è quello della giustizia italiana. Si parla di Avetrana, di Bossetti e di tanti altri casi come emblematici di un sistema e di una mentalità. Sono le strutture portanti, le idiosincrasie, la cultura giudiziaria che qui in un blog si vogliono portare alla luce. Non saremo comunque noi a decidere le sorti di quelle due povere donne. L'attualità adesso è Bossetti che ci consente una disanima (come si era fatto per il caso Avetrana) ma i meccanismi giudiziari sono gli stessi, le modalità di giudizio fanno parte di un bagaglio antropologico del sistema giudiziario italiano (vedi appunto il Manzoni). I meccanismi giudiziari sono gli stessi, la forma mentis non è cambiata. La 'storia della colonna infame' rimane il testo di epistemologia giuridica insuperato, il ritratto di tanti altri casi giudiziari. Credi davvero che un blog possa decidere della condanna o assoluzione? Quello che possiamo fare è buttare un seme sperando che germogli nella consapevolezza di tanti che possano far sentire il loro peso nei vari ambiti istituzionali, nella loro professione e nel loro senso civico quando eleggono i loro rappresentanti, nella prospettiva di una riforma radicale della Giustizia. Tu in questo momento hai mente locale. Promuovi un altro articolo magari più forte nei toni, ormai per farsi sentire bisogna gridare di più, usare il sarcasmo, la filippica, la provocazione... altrimenti non ti ascoltano perché i forcaioli gridano di più... Vedrai che fioriranno i commenti e le prese di posizione. Il caso susciterà nuovo interesse.

magica ha detto...

appunto i forcaioli gridano di piu' - sono talmente cattivi e pieni di pregiudizi da far cadere non solo le braccia .
è inutile iniziare un discorso su questo caso . quasi tutti ringallusiscono : come avessero subito loro stessi il torto.
di questo fatto ormai .gli ascoltatori , si sono fatti le loro idee malsane .
in effetti a loro ormai poco importa poco la fine della ragazina . la tv li ha indottrinati per bene . mi fanno schifo i commentatori dei talk show,che chiaccherano discutono pare quasi che si ingrassino parlarne .lo sanno che la gente aspetta il momento fatidico di quando tireranno fuori gli indizi fasulli ..senza sapere che sono fasulli , ma tanto basta parlarne perchè la gente vuole sentire

Annamaria Cotrozzi ha detto...

Caro Gilberto, intanto grazie dell'attenzione e della comprensione, che già di per sé sono incoraggianti. So bene, purtroppo, che il trascorrere del tempo rischia di far cadere nell'oblio il lungo e terribile dramma che quella ragazza e sua madre stanno vivendo. Il protrarsi della loro carcerazione preventiva (torno a ricordare a tutti il fatto che domani, per Sabrina Misseri, si compiono sei anni di ininterrotta custodia cautelare in stato di detenzione) paradossalmente aumenta il disinteresse generale per la loro sorte, dato che sfuma e confonde la memoria della vicenda e aggiunge ai danni della cattiva informazione quella della progressiva perdita di vista dei dati oggettivi, peraltro da sempre messi in secondo piano da un battage colpevolista che dava invece risalto alle impressioni, alle illazioni e al gossip. Spero che la coscienza civile si risvegli, insieme al senso critico e alla ragione che ugualmente sembrano immersi, riguardo a questo caso, in un sonno profondo.

Annamaria Cotrozzi ha detto...

Un saluto anche a te, Magica. Quello che dici è purtroppo vero, eppure la speranza che tale degrado finisca non deve mai abbandonarci. Buona notte.

Chiara ha detto...

Che l'attualità adesso sia Bossetti è semplicemente una scelta, una preferenza che come ho detto e per i motivi citati, a mio avviso porta con sè tratti di parossismo. Un parossismo tale da avere offuscato ALTRE ATTUALITA' E PIU' URGENTI, ossia non solo la (ben) peggiore vicenda delle Misseri - peggiore perchè colpisce una giovanissima, perchè lo fa con nemmeno il fantasma di una pur messa in dubbio prova scientifica e perchè perdura da SEI INTERMINABILI ANNI, di cui due soltanto per redigere delle motivazioni e delle motivazioni talmente orribili (tecnicamente e concettualmente) che avevamo visto soltanto nel primo grado Parolisi (!) - ma anche una vicenda chissà perchè sottaciuta da quando è cominciato il processo e neppure MAI approdata in questi lidi, oramai demanio militarizzato a favore di uno soltanto e questo non lo trovo giusto, per il blog, per la giustizia, per gli imputati che ci ispirano meno simpatia ma stanno subendo torti gravissimi, per la battaglia che portiamo avanti: mi riferisco al caso per la morte di Elena Ceste ed il processo a suo marito MICHELE BUONINCONTI.

Oh quanto vorrei avere il tempo di scriverne un articolo, in mancanza di qualcun altro che lo faccia e lo farebbe certamente meglio di me! (Sì: E' un appello!)

Un uomo che anche lui ha preso l'ergastolo (lo sconto per il rito è un elemento esogeno) e l'ha preso non solo in mancanza addirittura di certezza circa la morte per omicidio della donna (sic), non solo in presenza di testimoni non interessati che confermano la presenza nella donna di tratti di paranoia delirante del tutto sovrapponibili a quelli che possono portare a morire accidentalmente in quel modo, ma sulla scorta addirittura di fallacie orarie enormi rinvenibili in sentenza!

BUONINCONTI è ad oggi l'ergastolano più immeritato e scandaloso d'Italia e NESSUNO sta spendendo una parola per denunciare questa situazione: è spocchioso e non tiene gli occhi bassi; è un donnaiolo e non un marito fedele da fresco vedovo, chissà prima; è un bel tomo irruento meridionale e non un "cosino" (per corporatura) nordico dagli occhi azzurri...e pure la moglie, diciamocelo, non era quel pezzo di gnocca della Marita e non ne possedeva un centesimo del carattere.
Basta ciò a farcene fregare, un Paese intero ma gli astanti in particolare, paladini di chi sta subendo soprusi di Stato, come intendono (intendiamo) essere?!?

Io chiedo qui, adesso, che si punti il faro su di lui, che si scriva di quel processo, perchè quell'uomo non avrà il tempo che ha Bossetti per eventualmente ribaltare le proprie sorti.
Invito a studiarne il caso, a rendersi conto che non c'è il più pallido paragone tra questo e l'altro, per il quale si stanno spendendo energie che non voglio più definire negativamente per non intralciare l'ascolto di questo appello, ma che insomma....parliamone!
Spero che una buona penna raccolga l'invito e dimostri, coi fatti e non con le parole, che esiste ancora una battaglia di tutti e per tutti e che non si è persa in un innamoramento partigiano ed assorbente per uno soltanto e neppure solingo com'è invece questo, senza nessuno che si curi della sua traversia sol perchè il suo avvocato non urla e strepita dalle tv; questo stendere la coltre bossettiana su tutto il resto che accade e che spesso è peggiore, rischia di disperdere il credito di stima e valore civile che il lavoro portato avanti per anni da Massimo Prati aveva guadagnato e lo dico col cuore e senza voler offendere nessuno.

Annamaria Cotrozzi ha detto...

IL TEMPO, ovvero QUANDO SEI ANNI NON SONO SEI ANNI.
Strana cosa davvero il tempo, e non a caso, infatti, da sempre i filosofi si lambiccano per definirlo. Il tempo reale, il tempo convenzionale. Il tempo che sempre fluisce e mai si arresta, il "panta rei" che, quasi senza farcene accorgere, ci dà e ci toglie gli attimi (impossibili da cogliere), i giorni e gli anni, uno dopo l'altro nel nostro vivere quotidiano. Il tempo soggettivo, che fugge veloce quando si sta bene e non passa mai quando si sta male. E poi c'è il tempo giuridico e burocratico, quello che la legge stabilisce, di cui fissa i termini, nel complesso delle regole che la costituisce e che è il frutto di un lungo cammino nella civiltà e nel diritto.
Sei anni sono il termine massimo che la legge fissa per la custodia cautelare: il massimo a cui si può arrivare quando, nella drammatica aporia che questo provvedimento, che dovrebbe essere applicato come extrema ratio, costituisce (anticipo di pena in presunzione di innocenza), si sta in carcere in attesa di sentenza definitiva.
Sei anni (6 anni) che Sabrina Misseri oggi ha raggiunto: un tempo che si è allungato a dismisura anche per il grave ritardo delle motivazioni delle sentenze di primo e secondo grado, elaborate in due anni complessivamente. Ma tanto che importa, a chi importa? In fondo il tempo altro non è che una convenzione, come ci hanno del resto spiegato i filosofi di cui sopra. Non è mica reale il tempo, è una categoria così astratta che sei anni possono anche non essere sei anni. E per Sabrina Misseri questo difatti oggi succede, che sei anni non sono sei anni. Una norma di rara applicazione consente infatti l'allungamento di quei termini facendo sì, dunque, che sei anni non siano più sei anni. Basta un tratto di penna a correggere il tempo. Beninteso, la carcerazione di Sabrina non ha avuto neppure un minuto di interruzione reale, in questi sei anni: lei se li è fatti proprio tutti, i giorni, i mesi, gli anni di carcere, ma, siccome ci sono state dilazioni e interruzioni (virtuali, burocratiche, non fattuali, non certo sprazzi di libertà per questa ragazza) allora questi sei anni non sono sei anni. Speriamo un giorno di riuscire a capirlo, questo mistero del tempo (mistero buffo, verrebbe oggi da dire, se non fossimo nella dimensione del tragico).

Giacomo ha detto...


Cara Annamaria,
La coscienza civile non può e non deve accettare supinamente una carcerazione preventiva destinata a superare i sei anni, nei confronti di due donne incensurate, di cui una, all'epoca dei fatti, poco più che ventenne.
Il commento da te appena postato è una perfetta e lucida analisi sulla carcerazione preventiva, ipocritamente chiamata custodia cautelare.

Purtroppo l'unica preoccupazione, che hanno espresso i media (che dovrebbero essere la voce della coscienza civile) all'avvicinarsi del 15 ottobre, era che le due donne potessero uscire dal carcere, perché non erano state depositate le motivazioni della sentenza. Si sono placati, solo quando, su INIZIATIVA DELL'AVVOCATO COPPI, che ha denunciato lo sconcio di motivazioni ancora non depositate dopo più di un anno, i giudici di appello hanno depositato le motivazioni, evidentemente sollecitati "in camera charitatis" dai loro colleghi Ispettori inviati dal Ministero.
Nel mio piccolo, già il 10 luglio us, sotto l'articolo "Bossetti e la favola del lupo cattivo" del 3 luglio 2016, avevo postato un commento, passato purtroppo inosservato, sull'enorme ritardo del deposito delle motivazioni, paragonando il tempo di deposito di questa sentenza con quello, molto inferiore, della sentenza nel maxiprocesso antimafia di Palermo, con moltissimi imputati di omicidi di personaggi importanti e con la comminazione di ben 19 ergastoli e altri 2.700 anni di carcere. A Palermo occorsero OTTO mesi per scrivere 1.700 PAGINE. A Taranto, in cui in pratica c'erano due sole imputate, per scrivere 1.200 pagine sono occorsi 13 mesi, che si aggiungono agli 11 mesi del processo di primo grado, per un totale di 24 mesi!
https://www.blogger.com/comment.g?blogID=1405638310708373968&postID=6051053906307639088&isPopup=true&bpli=1

Sotto l'altro articolo, quello che pubblica la sentenza, continuerò a commentare i punti critici, della sentenza di appello.

Saluti a te e a tutti gli amici del blog.

Giacomo

Giacomo ha detto...

E.C.
NON 1.700, bensì 7.000 PAGINE!

Annamaria Cotrozzi ha detto...

Sì, Giacomo, il momento più basso e squallido del forcaiolismo acritico e viscerale è stato allorché certa stampa si è affrettata a "tranquillizzare" i propri lettori, e in contemporanea certa televisione il proprio pubblico, riguardo al paventato (da loro) "rischio" di una scarcerazione di Sabrina Misseri. Questa è stata la loro "nobile" risposta all'annuncio del grave ritardo delle motivazioni e dei diritti lesi di quella ragazza: che, per carità, era un falso allarme, che il rischio non c'era, che Sabrina non sarebbe uscita, che, come "la gente" chiedeva e pretendeva, le chiavi gettate da sei anni non sarebbero state recuperate. Oggi saranno tutti contenti, quella stampa, quella televisione, quei lettori, quel pubblico. Ma mai come questa volta hanno smarrito la dignità.

Giacomo ha detto...

Cassazione. 20 febbraio 2017

Da la Stampa 11-1-17

Il 20 febbraio la prima sezione della Cassazione deciderà il destino di Sabrina Misseri e di sua madre Cosima condannate all’ergastolo (sentenza conforme in primo grado e in appello) per l’omicidio di Sarah Scazzi.

Oggi la comunicazione della data agli avvocati delle due donne. Franco Coppi, difensore, di Sabrina insieme a Nicola Marseglia spera «che adesso possa essere fatta giustizia». «E’ un caso che mi tormenta - ha spiegato più volte in questi anni, perché ho la certezza che una ragazza innocente sia in galera».

Una carcerazione preventiva che dura ormai da più di sei anni.

Nel ricorso in Cassazione il professor Coppi rileva come la sentenza di appello «abbia proceduto a ricostruzioni dei fatti attraverso esasperate analisi di tempi e di orari ottenuti attraverso palesi forzature di dati probatori acquisiti al processo (possiamo fin da ora ricordare le acrobazie della sentenza intorno all’orario di uscita di casa di Sarah Scazzi il 26 agosto 2010 e quelle, correlative, in merito agli avvistamenti della giovane da parte di questo o quel testimone)».

E anche che «nel contrasto di due possibili letture dei fatti, abbia sempre privilegiato quella contraria a Sabrina Misseri, nonostante la Corte di Cassazione, nella sentenza 17 maggio 2011, avendo già rilevato l’adozione di siffatto criterio nei provvedimenti cautelari, avesse avvertito che avrebbe dovuto essere seguito il criterio opposto».

Un ricorso che analizza una condanna basata essenzialmente sul racconto di un sogno dove il sognatore non è stato ascoltato in aula. Il fioraio di Avetrana, Giovanni Buccolieri, raccontò alla commessa del suo negozio di avere sognato Cosima e Sabrina che rapivano Sarah trascinandola in auto dopo averla inseguita. La commessa lo ha raccontato alla mamma, Anna Pisanò, e questa lo ha raccontato a un carabiniere. Così Buccolieri ha dovuto spiegarsi in caserma. «Il sogno devo raccontare?» , «Si». Ma nel verbale quel sogno diventa realtà e quando lui chiede che sia specificato che di sogno si trattava scatta l’imputazione per false dichiarazioni al Pm.

E nonostante a Buccolieri bastasse cambiare versione e dire che il sogno era realtà per cavarsi di impaccio, non lo ha mai fatto. «Non voglio andare all’ inferno per aver fatto condannare due innocenti», ha sempre ripetuto. La cosa bizzarra è che si è potuto sottrarre al processo. Quindi in un processo dove il sogno è protagonista il sognatore non c’è. Ma ci sono stati suoi amici e parenti accusati di false dichiarazioni quando hanno ripetuto che loro hanno sempre saputo che si trattava di un sogno e non di realtà. E in appello Prudenzano e Colazzo, rispettivamente suocera e cognato del fioraio, condannati in primo grado per favoreggiamento, sono stati assolti.

Dunque il sogno era tale? E allora dovrebbe, per logica, cadere anche la colpevolezza di Sabrina e Cosima almeno nella parte del rapimento. E anche se i giudici pensano che i due possono essere stati ingannati dal fioraio, come mai allora non si è sentita la necessità di ascoltare il sognatore visto che in ballo ci sono due ergastoli, ossia due sentenze alla morte civile?

continua...

Giacomo ha detto...

Ma sono tante le cose che non tornano in questa storia.

5 persone vengono coinvolte in un delitto senza che nessuno abbia la minima esitazione. Nei tabulati telefonici c’è, secondo la difesa, la prova dell’innocenza di Sabrina ma per i giudici lo scambio di sms tra Sabrina e Sarah nei momenti appena precedenti al delitto sono un depistaggio. Quindi Sabrina, che aveva appena ucciso la cuginetta avrebbe provato a farsi un alibi scrivendosi sms dal cellulare di Sarah. Comportamento assurdo, secondo la difesa, per una ragazza che fino a quel giorno non aveva fatto del male a nessuno.

Il medico legale che visitò Michele Misseri in carcere parlò di unghiature sulle braccia di Misseri come se avesse avuto una colluttazione con Sarah. Poi quando l’uomo ritratta e accusa la figlia quelle unghiature diventano sfregi provocati dal lavoro nei campi.

E poi c’è lui, Michele Misseri, che anche ieri ha continuato a ripetere di essere lui è solo lui il colpevole. «Non avrei mai difeso Sabrina se fosse stata lei. Le sarei rimasto vicino ma non mi sarei mai preso la colpa».

Quando Michele Misseri trova il cellulare di Sarah chiama le figlie, che erano a casa, ad Avetrana. E dalla descrizione del telefonino è Sabrina a riconoscerlo, a dire che è di Sarah e a chiamare subito i carabinieri in modo che potessero prenderlo in custodia e analizzarlo. Perché avrebbe dovuto farlo sapendo che sarebbe stato usato contro di lei?

Il professor Coppi nel ricorso rileva anche come la sentenza contestata «non abbia approfondito, ripetendo l’errore della sentenza di primo grado, temi indicati dalle sentenze pronunziate dalla Corte di Cassazione in sede cautelare (per ben due volte la Corte di Cassazione aveva annullato i provvedimenti cautelari emessi nei confronti di Sabrina Misseri per mancanza di sufficienti indizi di colpevolezza) senza offrire motivazione alcuna sulle ragioni di tali omissioni».

E adesso l’ultima parola sul delitto di Avetrana la diranno proprio i giudici della prima sezione della Cassazione.

http://www.lastampa.it/2017/01/11/italia/cronache/delitto-di-avetrana-a-febbraio-cassazione-per-sabrina-misseri-e-la-madre-cosima-B80rmamOUioOGDdn58BtBI/pagina.html

Saluti a tutti gli amici del blog

Giacomo

magica ha detto...

incomincia la spettoccolorizzazione del caso scazzi-
una filastrocca di invenzioni e falsita' .
sopratutto del frate laico . il quale a fronte di una confessione della sua pupilla , si sente di difendere a spada tratta , mentre con chi da anni si batte per la propria innocenza . senza una minima prova , ma solo supposizioni inventate da chi indaga , si sente il diritto di infierire, se possibile ancora di piu', . sono degli sciacalli e auguro a queste persone pericolose quello che si meritano..