giovedì 12 luglio 2012

Laura Bigoni e gli omicidi compiuti da "non si saprà mai chi". Quando chi indaga si fissa su una sola preda l'assassino resta libero...


Sono passati diciannove anni dal primo Agosto 1993, quando in una calda domenica d'estate l'imprevedibile si materializzò in una villetta di Clusone. Lì si trovava in vacanza forzata, voluta dalla famiglia (originaria del paese), una ragazza di 23 anni, Laura Bigoni. Laura era nata a Milano e sognava di aprire un centro estetico tutto suo. Da un paio d'anni si frequentava con un ragazzo che tutti chiamavano Jimmy. Lui sognava di diventare un pompiere effettivo, all'epoca era solo un volontario, di spegnere gli incendi e salvare vite umane. I due ragazzi, ancora giovani, vivevano nella spensieratezza di una storia che ancora non appariva importante. E tutto andò bene fino a quando lei si accorse che lui aveva una doppia vita e frequentava anche un'altra donna. Fu a causa di questa amante che i genitori di Laura insistettero affinché si allontanasse da quella situazione. Ma il suo spostarsi a Clusone, e lì restare sola in casa, non cambiò di molto le carte in tavola. Jimmy in quella prima settimana varie volte aveva percorso in auto i cento e passa chilometri che lo separavano da Laura. Però era un bastardo, perché alla sera, anziché tornare a Milano, si portava a Cesano e passava la notte con l'altra. Ogni persona, s'è detto, ha propri sogni, sogni che a volte si realizzano ed altre si infrangono contro gli scogli del destino. E su quegli scogli si infransero i sogni di Laura, trovata morta domenica 1 agosto del '93 dagli zii. Era stesa nel suo letto sotto una coltre di fumo denso. Ma non fu il fuoco ad ucciderla. Di fuoco non se ne sprigionò nonostante l'assassino avesse cosparso di "lacca", prodotto infiammabile come cita l'etichetta, il letto e la moquette. A toglierle la vita furono nove coltellate portate da un coltello presente in casa, poi sparito. Quattro alla gola, una sul petto e cinque al basso ventre, con l'ultima che le aprì la carne in maniera abnorme. Questa, a detta dei periti, chiaramente sferrata per sfregio nell'ambito di un omicidio a sfondo sessuale.

Subito entrò in scena la giustizia. A portarla una Pm che notò strane coincidenze. Il letto bruciacchiato invogliava il pensiero su Jimmy, che sognava di fare il pompiere e che di certo sapeva che la lacca è un buon combustibile (ma questo lo sa ogni donna che sappia leggere e la utilizzi). La doppia relazione intrattenuta dal ragazzo, inoltre, non fu un buon biglietto da visita da presentare a chi indagava sull'omicidio. Le presenze nei giorni precedenti a Clusone, anche il sabato, accentuarono i sospetti, così come il fatto che si dicesse essere un uomo "geloso". Ed anche se l'altra donna era certa che quella notte lui avesse dormito da lei a Cesano, c'era sempre la possibilità che da persona innamorata mentisse per paralgli il dietro. Per cui a poco servì un foglietto di carta, ritrovato sul comodino della camera da letto, che riportava ad un numero telefonico. Anche se questo al Pm permise di scoprire che la sera precedente Laura l'aveva passata con un ragazzo di nome Marco. A poco le servì l'interrogarlo e, dopo una iniziale titubanza (la prima volta disse di averla lasciata al portone), sapere da lui quanto accaduto la notte precedente e scoprire che, probabilmente, fu l'ultimo a vederla viva. La giustizia non si insospettì affatto, perché un colpevole c'era già nella mente del magistrato, e non si stupì neppure di venire a sapere che Laura, dopo la partenza di Jimmy, si era preparata per andare in una discoteca di Clusone (accompagnata dai vicini di casa, marito e moglie che vi lavoravano, lui era il parcheggiatore). Non si stupì del fatto che quella sera Laura e Marco si incontrarono per la prima volta e che poco dopo la mezzanotte lei gli chiese un passaggio per tornare a casa... ma in effetti già sapevano entrambi di voler far sesso.

Una cosa normale fra giovani di quella età. Meno normale scoprire che arrivati sotto l'appartamento i due notarono le luci accese e che lei, invece di fermarsi e salire, gli disse di proseguire perché all'interno c'era qualcuno che non voleva incontrare (il pensiero era rivolto ai genitori o agli zii). Ed allora i due ragazzi andarono verso il bosco e fecero sesso in auto. Al ritorno la luce era spenta. Lei salì sola mentre lui parcheggiò. L'accordo prevedeva di continuare a far sesso al coperto, ma quando lui arrivò all'abitazione la porta era chiusa e lei non la aprì. Marco, non so quanto sia normale questo comportamento, non si pose domande e se ne andò a dormire. Neppure il Pm si pose domande, almeno per capire come il biglietto col suo numero telefonico avesse fatto ad arrivare sul comodino, almeno per capire quanto fossero attendibili le parole da lui ascoltate visto che non c'era testimone che le potesse garantire, e andò avanti per la strada già tracciata dichiarando il ragazzo credibile e facendolo diventare una sorta di collaboratore. Secondo la giustizia non c'erano misteri da mettere in luce. Anche perché la vicina, la donna che assieme al marito l'aveva accompagnata in discoteca, disse che al momento del suo rientro tutto risultava calmo e silenzioso, niente di sospetto ai suoi occhi ed alle sue orecchie. E suo marito, tornato dopo le quattro, confermò le parole della moglie. La zona era deserta e niente lasciava sospettare che stesse accadendo, o fosse accaduto, o stesse per accadere, qualcosa di tragico. 

Che un magistrato fatichi ad uscire da una propria idea, una volta nata e ben confezionata, è un fatto assodato che si verifica continuamente. Nel caso di Laura Bigoni fu subito chiaro che nulla e nessuno avrebbero fatto fare ragionamenti diversi a chi era incaricata delle indagini. Infatti la Pm non si scompose neppure dopo aver ascoltato altri testimoni: una barista che passata sotto casa della vittima sulle tre e mezza notò una donna aggirarsi per strada (poi al primo processo parlerà di un'ombra di donna), due persone che all'incirca sullo stesso orario videro sotto il portone della villetta un taxi e pochi metri avanti una Fiat Croma gialla (mezzi mai rintracciati), ed il personaggio più strano di Clusone che disse di aver incontrato, quella notte, il fantasma di una donna accoltellata. E non si limitò a non ascoltare chi portava le indagini in altre direzioni, tralasciò anche i frammenti bruciati dei jeans del vicino di casa, trovati nel cortile, e le dichiarazioni della moglie di lui che parlò di diversi uomini entrati nell'appartamento di Laura nelle notti precedenti. Ma la famiglia di lei non accettò mai illazioni, volle preservarne l'onore e la Pm fece sue le richieste dei genitori e le convinzioni degli abitanti del paese. 

Tutti giurarono che nella loro comunità non vivevano assassini, che chi aveva ucciso non poteva essere altri che l'estraneo: il fidanzato fedifrago. Non c'erano altre strade per la Pm che credeva di avere prove a suo carico. La porta dell'appartamento non era stata forzata, quindi: o chi era entrato aveva preso le chiavi di scorta dal contatore del gas (ma in paese molti sapevano dove queste si trovassero), o era una persona di fiducia. La vittima, proprio perché uccisa mentre era sdraiata tranquillamente a letto, si fidava del suo assassino (ma il fidarsi non elimina il fatto che se una persona si presenta con un coltello qualche movimento si deve fare, se non si fa significa che si dorme). Vi erano nel bidet due capelli compatibili con quelli di Jimmy, e non dovevano esserci perché Laura aveva lavato gli slip una volta rientrata in casa (perché lavarli piegandosi sul bidet? Cosa le impediva di lavarli nel lavandino?), inoltre non vi erano impronte sulla bomboletta usata per appiccare il fuoco e non vi erano macchie di sangue sulle scale che portavano all'esterno. Chiaramente chi aveva ucciso era rimasto lucido durante tutta l'azione (quindi poteva essere solo il Jimmy in quanto estraneo a quella comunità poco lucida nelle sue valutazioni?). Poco importa se Vanna, l'altra donna, gli fornì un alibi. Se disse di essere andata con lui al cinema la sera precedente, di essere rincasata a mezzanotte, di essersi addormentata accanto a lui e di essersi svegliata alle sei, perché il gatto miagolava, e di averlo trovato ancora al suo fianco. Per la Pm questo non era un alibi valido.

Ed infatti a cinque giorni dall'omicidio, il 6 agosto, mandò in carcere il Jimmy e denunciò Vanna per falsa testimonianza. Il tutto nella speranza che qualcuno uscisse allo scoperto e parlasse contro il suo indagato preferito. Capita che quando uno va in carcere gli altri parlino male di lui: "se l'han messo in galera qualcosa ha fatto di sicuro, altrimenti non ci sarebbe andato...", questa è la frase ricorrente quando qualcuno viene incarcerato durante le indagini. Però nessuno si presentò, se si esclude un conoscente che parlò di un tipo manesco. Ma Laura non aveva mai denunciato nessuno e mai nessuno aveva visto segni particolari sul suo corpo, anche se anni dopo una zia dirà che la nipote le aveva detto di sentirsi minacciata. Così le carte restarono le stesse ed a quattro mesi dall'incriminazione la Pm portò il faldone, con ciò che credeva di avere contro di lui, al Gip di Bergamo... che non lo accettò. Non vi era uno straccio di prova e senza prove non si istruisce un processo. Grazie al giudice il ragazzo dopo 120 giorni di carcere tornò libero. La Pm non la prese bene e non si fermò, non cambiò le indagini e non vagliò altre piste... per lei lui era l'assassino e lui doveva pagare. Ma si può credere anche che non volesse fare la figura di chi non sa prendere la pista giusta e sbaglia indirizzo investigativo. Perciò contro la decisione del giudice presentò un appello a Brescia, trovò chi glielo accettò e quattro anni dopo, nel '97, finalmente portò Jimmy in tribunale. Dopo l'ascolto di 120 testimoni (uno per ogni giorno di carcere), praticamente il paese ed i parenti di lei, riuscì a far nascere il dubbio quando interrogò l'altra donna. Vanna disse che lei aveva sempre avuto il sonno molto pesante, quindi non poteva escludere che il suo ex ragazzo all'una fosse uscito facendo rientro alle cinque. Questo bastò alla Corte ed il fedifrago venne condannato a 24 anni di reclusione. La Pm aveva vinto la sua battaglia... ma non la guerra. Infatti nel giro di un anno Jimmy fu definitivamente scagionato in Corte d'Appello ed in Cassazione. 

Dopo quella assoluzione non ci fu più chi si interessò veramente al caso, ed ancora oggi l'assassino di Laura, a diciannove anni dalla sua morte, è uccell di bosco e nessuno chiede di sapere chi è. Questo anche se ad ogni delitto impunito, è logico ma serve ricordarlo al lettore ed al telespettatore distratto dalle parole degli opinionisti che chiedono le teste altrui basandosi sul chicchiericcio di paese, significa avere un omicida in strada, una persona che potrebbe uccidere ancora e che gira pulita in mezzo a noi. Un assassino che può entrare in contatto con nostra moglie o con nostra figlia in qualsiasi momento... e non è detto non avesse già  ucciso e non possa uccidere nuovamente. Ma la mente umana, specialmente quella dell'opinione pubblica (tanto influenzabile dalle procure e dai delfini televisivi che scorazzano sui media), dimentica facilmente i delitti. Basta tacerne per qualche tempo e ci si scorda anche ciò che ha fatto scalpore. Il delitto della Bigoni ricalcava quello di Simonetta Cesaroni, avvenuto nel '90 (anche qui non c'è un colpevole), ed avvenne a pochi giorni da quello di Mara Calisti (non ha avuto giustizia neppure lei) e due mesi prima dell'omicidio di Marina Loreto (altra donna senza giustizia). Quest'ultimo delitto, avvenuto a pochissimi chilometri da dove è stata uccisa Yara Gambirasio (altra ragazza che non avrà giustizia... purtroppo), stabilì un record dato che in sette mesi giunse all'archiviazione. Un assassino senza faccia anche chi nel 1987 uccise con 29 coltellate Lidia Macchi, come chi nello stesso anno strangolò Gabriella Bisi e chi nel '71 diede 33 coltellate a Simonetta Ferrero. Identico discorso per chi ammazzò negli anni '90 Nada Cella ed Eleonora Scroppo... ma tantissime altre, troppe, sono le donne uccise da un "non si sa chi" sconosciuto.

Troppi assassini senza volto per una giustizia che da decenni non alleva al meglio le sue reclute. Troppi genitori morti senza avere risposte e troppe indagini partite male e finite peggio. Fra l'altro gli anni non hanno aiutato, non hanno migliorato. Infatti, nonostante si sia nell'era delle apparecchiature sofisticate, dei tanti analisti e periziatori (troppi anche questi), non è cambiato nulla ed ogni volta che muore una ragazza si indaga allo stesso modo. Certo, a volte la direzione è giusta e giustizia viene fatta, sono tanti i mariti ed i fidanzati che uccidono chi dicono di amare. Ma tante altre si insiste negando la palese evidenza! Si aggiustano gli indizi inconsistenti e si mandano a processo "imputati facili", pur in assenza di prove, solo perché la strada che porta a loro pare in discesa e senza ostacoli. Per cui statene certi: è cosa sicura che ci saranno altri imputati assolti, se non in primo grado di certo in Corte d'Appello dove lo studio dei fatti è sempre migliore. Per cui è anche sicuro che gli assassini in circolazione aumenteranno, come le tirature e gli ascolti ad ogni morboso delitto...


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4 commenti:

Manlio Tummolo ha detto...

Caro Massimo,
come al solito il tuo lavoro è magnifico, per capacità d'analisi e per la serie di argomentazioni logiche. E' vero che la realtà è molto spesso "semplice", ma questa semplicità appare con certezza solo dopo che la verità è raggiunta, non prima. Altrimenti è facile cadere nel semplicismo e nella superficialità. Il caso che tu citi è solo uno dei tanti in cui l'ansia di trovare presto un colpevole, ad ogni costo, finisce per distorcere la realtà, per facilitare il criminale e il ripetersi del crimine. Gran parte dei delitti di sangue (e di morte) finiscono per restare senza responsabili. Circa alla fine degli anni 50, venne ucciso in Toscana tale prof. Carrera (non ricordo il nome: penso che il nostro Pino forse se ne ricordi, essendo maggiore di me): alllora bambino fui molto impressionato da questo delitto, dopo l'altro celeberrimo di Wilma Montesi. Fu ucciso in una villa in Toscana, con la sua segretaria convivente o amante che fosse. per quanto abbia cercato su INTERNET, rivolgendomi anche a "Oggi" e "Gente", che si occuparono allora di quel caso, nessuno se ne ricorda. Non so se venne mai indagato qualcuno per quel delitto, eppure questo prof. Carrera non era proprio un ignoto allora.

L'indagine, come tu sottolinei, dovrebbe essere sempre rivolta a molteplici possibilità: incaponirsi, in buona o cattiva fede, su una strada soltanto finisce come sappiamo nel NULLA Giudiziario o nella peggiore ingiustizia, quella di condannare degli innocenti.

carla ha detto...

caro Massimo come sempre i tuoi articoli colpiscono sempre,a mio parere almeno fino a mo'.....
sono dello stesso parere a volte ci si fossaliza all'apparenza e delle volte ci si lascia sfuggire delle indizi importanti e come in questo caso ci si prende con persone sbagliate,purtroppo poi ci si conclude "scusate ci siamo sbagliate...." e non c'è ne ricordiamo più della vittima....solo perchè siamo distratti e concentrati su presunto assassino....
il fatto stesso che l'articolo fa presente che ancora l'assassino è a piede libero e magari avrà ucciso ancora mi fa pensare come il caso Delfino che aveva ucciso già la prima volta è stato sospettato e lasciato libero....ha dovuto uccidere un'altra volta per ricredersi purtroppo.....
a volte penso come ho già espresso ,nel caso scazzi,che il problema principale sono delle notizie che ci vengono propinate,che mi rendo conto che ci sono dei giornalisti che sono veramente dei incoscienti,che non si rendono conto dei danni che creano nella società,mettendo del colore intorno alla notizia pur di attirare l'attenzione e ci si specula sopra.....
invece i tuoi articoli ci invita di ragionare,ci metti davanti altre punti di vista,in cui secondo me il giornale dovrebbe essere così,ma ho notato che chi dice il diverso viene considerato una setta.....solo perchè è fatica usare la testa.....si vuole tutto pronto su un piatto,senza preocuparsi dei ingredienti se sono commestibili o no.....
comunque spero ancora i giornalisti come lei,grazie per l'attenzione e la saluto cordialmente....carla

Giacomo ha detto...

Ciao Massimo.
Recentemente dalla trasmissione di Rai3 "Storie maledette" è stato riportato alla ribalta il caso del marmista Bruno Lonardi, condannato in via definitiva all'ergastolo, perché ritenuto l'esecutore dell'omicidio della moglie, strangolata con una cintura d'accappatoio. Il fatto avvenne nel bresciano nel febbraio 2007. Lui si è sempre dichiarato innocente e sostiene che trovò già uccisa la consorte al rientro dal lavoro.

Che ne pensi?

Giacomo

Giacomo ha detto...

E.C. LORANDI, non LONARDI

Giacomo