lunedì 23 luglio 2012

L'avvocato Taormina chiede 800.000 euro per non aver difeso al meglio la Franzoni. Ma forse non è una fattura la sua, forse è una veggenza come quella delle pinze con cui venne fotografato nel 2011

Le pinze della veggente
In questo articolo riprenderò una parte di quanto avevo scritto a gennaio 2011. Oggi come allora, infatti, non credo che l'opinione pubblica, intenta a seguire i casi di Sarah Scazzi e Melania Rea, senta il bisogno di rivedere chi non ha difeso come avrebbe dovuto Annamaria Franzoni, pur essendone l'avvocato. Il mediatico Carlo Taormina, dopo aver dato l'idea di voler cambiare tipo di processi passando dai tribunali penali a quelli calcistici, sembrava si fosse perso. Sembrava. Ma non è facile passare da una condizione mediatica, in cui ogni giorno un giornale parla di te, ad una condizione di anonimato in cui si diventa uno dei tanti. Lo spettabile legale, dunque, ha trovato la maniera per ovviare all'inconveniente. Ogni anno si ripropone con una nuova puntata, tutta sua e personale, in cui cerca di continuare a riflettere la sua immagine sulle ceneri del caso che lo ha reso famoso, quello di Cogne, quello che lo vedeva impegnato, ma forse impegnato è una parola impropria, a difendere una madre dall'accusa di aver ucciso suo figlio.

L'anno scorso, come detto, a ridosso dell'anniversario della morte di Samuele rilasciò un'intervista al settimanale "Oggi" in cui diede un saggio del suo essere interiore comico. Ed infatti si fece fotografare con una pinza in mano ed asserì fosse l'arma del delitto... da sbellicarsi dalle risate. Ma quella nuova arma ci fece capire il motivo per cui invece di difendere la madre di Samuele, urlava e si rendeva odioso ai telespettatori ed alla giuria, sia popolare che giudiziaria, che doveva decidere se condannare o assolvere la sua assistita. Quelle pinze, che usano anche gli elettricisti e che disse gli aveva indicato una veggente (questa la vera novità che rende credibile tutta la faccenda, dato che in Italia sono tante le veggenti con la palla di cristallo e un gufo in spalla che trovano soluzioni per gli avvocati e le procure), stavano ad indicare che la moglie di Stefano Lorenzi, o Stefano Lorenzi stesso (dato che lui era un elettricista in quegli anni), aveva ucciso suo figlio.

E questo avvocato dal cilindro magico, che da comunista sessantottino convinto si è fatto eleggere trent'anni dopo dagli elettori del partito dei mangiacomunisti di Berlusconi (già si capiva che studiava da politico), ci venne a raccontare le favole sperando che gli credessimo? No, doveva farsi rivedere ai suoi fans... in fondo il motto cita: "Non importa come, basta che se ne parli". D'altronde il suo sbraitare in video è rimasto famoso. In rapporto a questo c'è da chiedersi dove sia finito il colpevole che per trentotto volte minacciò di rendere pubblico. Minacciò, perché mai si sarebbe sognato di fare lui il nome. Infatti lo fece fare ad altri, alla Franzoni.

C'è da chiedersi anche dove sia finito il sabot che i suoi periti indicavano quale vera arma del delitto. L'ha consumato a forza di passeggiare per Cogne in cerca dell'assassino? Chissà. In fondo a me non infastidisce il fatto che ci siano ancora giornalisti capaci di trascrivere quanto dice il Taormina. Mi infastidisce che ora chieda 800.000 euro alla Franzoni. Mi infastidisce che in modo spocchioso minacci di prendersi la casa che fu di Samuele e di venderla trattandola come la casa degli orrori quando, se si fosse infilato in una strategia difensiva (non ci voleva tanto a seguire la logica, a parlare meno coi media e più coi giurati), avrebbe potuto far assolvere con poche parole la sua assistita e far davvero cercare chi potesse aver ucciso un angelo in quella casa. 

Ciò che però più mi infastidisce, è che nessuno lo ha mai pubblicamente attaccato per quanto non ha fatto durante i processi di Aosta e Torino. Non vengano a dirmi i giornalisti che non se ne sono accorti. Lui ha creato il mostro mediatico Franzoni, lui lo ha gettato a mare quando ha lasciato la Difesa, a poche settimane dall'epilogo, e sempre lui ha scelto le strade piu tortuose ed impraticabili in cui far entrare i giudici. A cominciare dall'ex gup Eugenio Gramola, ora affaccendato in altre mansioni più tranquille, a cui chiese il rito abbreviato non sapendo, di certo a causa della poca conoscenza del territorio e del modo di operare del suddetto gup, che con quella formula lui la Franzoni mai l'avrebbe assolta.

Poi ha mandato i suoi periti, fra cui lo svizzero che ora si è scusato con la madre di Samuele, ma l'impronta ormai l'ha lasciata sulla porta, ad analizzare la casa di Cogne. Lui ha voltato la frittata davanti al procuratore di Torino girando le spalle ed addossando le colpe ad altri quando ancora il processo d'appello era in corso. Che sia questo il motivo per cui è uscito dall'inchiesta? Ricordo ancora le parole del dottor Caselli: "Carlo Taormina non lo processiamo non perché nulla abbia fatto, ma perché non siamo certi di una sua condanna". Cosa dire, le procure se non son certe di condannare non processano, basta guardare quelle che indagano Salvatore Parolisi e Sabrina Misseri per capirlo.

Per farla finita, già troppo tempo gli si è dedicato a questa storia, in una italietta fatta di gossip e faccie mediatiche di pongo, nulla deve stupire. Neppure che una volta all'anno arrivi un ex avvocato di grido a farsi un poco di pubblicità a scapito di un bimbo, riposi in pace piccola anima, a cui non ha saputo difendere la madre forse perché sapeva, la veggente glielo aveva detto (e se lo dice la veggente...), che la pinza era l'arma del delitto e che il padre faceva l'elettricista. 

Ed a questo punto, ormai convinto della tesi taorminiana, vorrei sensibilizzare i giudici ed indire una petizione per proporre alla magistratura italiana, ai grandi togati che di certo capirano e saran d'accordo, di spostare i tribunali cittadini negli anfratti boschivi idonei a far veggenze e fatture (quelle da 800.000 euro di cui sopra ad esempio). Solo in questo modo, infatti, potremo avere una giustizia più ariosa ed aperta alla realtà dei fatti. In fondo deve risultare chiaro a tutti che il giudicare gli indagati al buio della notte, sotto gli occhi attenti dei gufi e con l'ausilio di una bella sfera di cristallo, porterebbe ad accertare più facilmente quelle verità che alle procure ed a certi difensori paiono oscure.



Il processo e le indagini sulla morte di Samuele Lorenzi:
Speciale Annamaria Franzoni. 
Quindici articoli per capire come a volte la giustizia non conosca logica...

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Homepage volandocontrovento

8 commenti:

Manlio Tummolo ha detto...

Le tariffe forensi sono stabilite per legge. L'avv. Taormina, per chiedere una cifra simile, senza tra l'altro aver portato a termine il processo, dovrà giustificarla con una lunga nota spese e poi, se riesce a ricevere tale onorario, pagare anche le imposte corrispondenti (speriamo che rilasci formale fattura). A me sembra tutto un giochino propagandistico, come osserva l'Autore, per poter sentire ancora parlare di sè, visto che anche politicamente non sembra avere un grande futuro. Misteri dell'umana psiche...

tabula ha detto...

Credo che l'avvocato sia recentemente diventato principe di qualche principatino.
forse gli servono denari per pagare gli strascichi.
La cifra mi sembra comunque esagerata, anche perchè la sua assistita è stata lasciata a metà.

Il problema è che per contestare la fattura arbitraria sservirebbe un altro avvocato, non esistono più le tariffe professionali per gli architetti e credo nemmeno per gli avvocati, a meno che la si contesti in virtù delle parcelle in vigore nel momento del lavoro eseguito e non in virtù dell'indeterminazione preventiva di una parcella "a discrezione" in vigore adesso.

A proposito, la cifra salta fuori adesso o c'erano degli accordi scritti?

Un avvocato può richiedere una parcella piena non avendo portato a termine il lavoro?

Un cliente può appellarsi ad una consistente riduzione o eliminazione della cifra in base al fatto che l'avvocato abbia abbandonato la cliente a metà dell'opera?

Se io non consegno all'ufficio protocolli una pratica edilizia ma la definisco solo a metà, o se consegno metà documentazione, col cavolo che vengo pagata!!!

Se la mia pratica non riuscisse ad ottenere la concessione edilizia, di sicuro non mi viene pagata la direzione lavori per un lavoro che mai dirigerò!
Non è forse lo stesso per un avvocato che dovrebbe portare a processo e possibilmente fare di tutto perchè sia assolta la sua cliente?

Nel mio lavoro potrei tenermi solo l'anticipo per la parte di lavoro svolto, se anticipo c'è stato.

Credo che ai clienti del signore convenga rivolgersi ad una associazione consumatori che sappia rispondere adeguatamente all'esosa richiesta.

Manlio Tummolo ha detto...

Le parcelle degli avvocati sono fissate per legge tra un minimo e un massimo, proporzionatamente al valore della causa. A ciò vanno aggiunte eventuali spese per perizie, che siano sostenute, ma pure documentate. Degli architetti non so, ma gli avvocati hanno comunque dei limiti nelle loro pretese. Non dimentichiamo che rivolgersi all'avvocato, per un indagato, è d'obbligo; rivolgersi all'architetto no; ci si potrebbe accontentare di un semplice ingegnere. Generalmente gli avvocati non procedono senza chiedere all'inizio e nel corso di un procedimento degli anticipi, più o meno rilevanti. Può darsi che la falsa perizia, appunto perché falsa, costi almeno 700.000 euro. Vedremo gli sviluppi.

tabula ha detto...

O.T. caro Manlio, a parte per gli edifici con vincolo storico od ambientale, in quasi tutte le mansioni dell'architetto c'è la concorrenza di periti edili e geometri, oltre agli ingegneri.
Siamo in troppi a poter firmare le stesse carte.

Poi, dipende se il cliente ha ben chiare le proprie esigenze.

Ma riguardo le parcelle, di sicuro le nostre tariffe professionali sono state abrogate per legge, assai recentemente: ovvero la concorrenza è tra chi fa prezzi più al ribasso, con i clienti, mentre negli studi professionali gli stagisti gratuiti ammazzano l'eventuale pretesa di un giusto compenso.

Non è più tempo: ma se hai ragione sulle parcelle forse mi sarebbe convenuto studiare Legge.

Manlio Tummolo ha detto...

Cara Tabula,
io mi sono iscritto a Giurisprudenza a 51 anni (ovvero 13 anni fa); immagino che Lei ne abbia molti di meno. Quindi, è sempre in tempo... Ma dati i tempi, tutt'altro che favorevoli, penso che anche gli avvocati facciano "fatica ad arrivare alla fine del mese", specie se vediamo un Taormina, che pure deve avere vari introiti (a suo tempo aveva rifiutato ad una mia amica il suo patrocinio, perché aveva troppe cose da fare, ormai un dieci anni fa circa) dover fare la brutta, piuttosto meschina, figura di chiedere 800.000 euro ad una persona che potrebbe fare anche a meno di darglieli per molte ragioni.

Giacomo ha detto...

Quando Taormina si schierò dalla parte dei genitori di Rignano, persi ogni considerazione nei suoi confronti.

Giacomo

Antonello ha detto...

E' semplicemente incredibile anche solo pensare di proporre determinate richieste, oltretutto neppure in forma riservata, per un'ipotetica nostalgia dell'afflato mediatico e senza rendersi conto da quale semantica, quell'afflato, e' gravato.
Non so, vi saranno state spese, perizie, consulenze forse, non lo so, sono solo annichilito dall'entita', dal volume e dal modo con cui viene avanzata questa "legittima" richiesta.
Faccio solo presente che nelle pieghe delle parcellum si annida a volte lo spessore infinito di chi anche non ha voluto ne preteso una lira pur potendolo fare avendo dato il proprio apporto.
Ripeto, come ho gia' avuto modo di scrivere, da umile e da genovese per quella cifra un patrocinatore qualunque avrebbe dovuto convincere il Giudice ad ammanettarsi in preda ai sensi di colpa indotti.
Incredibile.

Mimosa ha detto...

Hai fatto bene, Massimo, a mettere in evidenza tra “I più letti negli ultimi 7 giorni” questo tuo articolo, in occasione della notizia riportata alla ribalta sulle nuove istanze promosse dall’esimio luminare del Foro.
È vero che in questi tempi di crisi gli avvocati guadagnano poco ma non perché abbiano un minor numero di clienti (anzi!), semplicemente perché i clienti non pagano (ho amiche avvocati che lo attestano).

Mi vengono i brividi se penso che nel 2011 lo studio del luminare si era proposto di difendere Salvatore Parolisi (finito poi per sua sventura in mano al duo che gli ha assicurato l’ergastolo e poi 30 anni in Appello), infatti, nell’ordinanza di Teramo a p. 109, dalla trascrizione dell’intercettazione della telefonata a Ludovica si legge Parolisi dire “Adesso domani chiamo l’avvocato che è di Roma, è un ottimo avvocato questo qua, uno che lavora con Taormina, lui già mi ha contattato tante volte … io non l’ho mai fatto perché non mi devo difendere”.

E continuo a pensare all’accusa di “accaparramento di cliente” mossa dalla Procura di Taranto all’avv. Russo nel caso Scazzi proprio perché si era “offerto” …

insomma, l’etica professionale dei legali e magistrati su cui dovrebbe vigilare l’Ordine è “ad personam”?

Io non posso dimenticare che l’avvocato, dirimpettaio di pianerottolo, che si era offerto di assumere la mia difesa contro le pretese della ditta che mi aveva malamente ristrutturato l’appartamento e piantata senza terminare i lavori pretendendo tutto intero il pattuito, dopo essersi ritirato per motivi di salute, mi ha chiesto una parcella di 5 milioni, 1 al mese per i 5 mesi che mi ha affiancato ben lontani dalla prima udienza davanti al giudice!! Alla mia contestazione, un altro legale consultato mi disse chiaramente che era inutile ricorrere all’Ordine, che colui poteva avvalersi del mio datore di lavoro per pignorare la spettanza dallo stipendio … eccetera …
conclusione l’ho dovuto pagare … a rate … per farlo soffrire un po’ …

Morale della favola: mai mettersi contro gli avvocati e mai affidarsi alla “giustizia” per avere giustizia dal loro scorretto o inconcludente comportamento, lupo non mangia lupo.

In fondo anche l’idraulico che ti fa un intervento senza risolvere il problema vuole essere pagato … il suo tempo comunque lo ha impiegato …
Nessuno lavora “a gratis” …
solo le persone ultra corrette e oneste, quando riconoscono che il loro operato non è servito a nulla, rinunciano al compenso, si chiama “rischio di impresa”!

Mimosa