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Malasanità al Policlinico Umberto I, reparto Geriatria. Denunciare serve a migliorare i reparti carenti di umanità e professionalità.





Umberto I - Roma
Tutto iniziò nell'agosto del 2009 quando dovetti ricoverare mio padre, nel reparto di Geriatria del Policlinico Umberto I di Roma, per venti lunghissimi giorni. Lui, vittima del Morbo di Alzheimer, steso su un letto ormai semi-incosciente ed io, seduta su una poltrona accanto e purtroppo cosciente che quelli sarebbero stati gli ultimi giorni che avrei vissuto in sua compagnia. Di quell'uomo possente che un tempo stringeva forte la mia manina non era rimasto nulla. Gli anni e la demenza l'avevano trasformato in un bimbo gracile e indifeso, un bimbo da accudire. L'inversione era avvenuta in modo repentino ed irreversibile, cogliendomi così impreparata per poter svolgere al meglio il ruolo di badante e, ancor più, quello di mamma. Purtroppo mi trovai da subito a dover affrontare le mie paure, le mie insicurezze. E non appena entrati in quella camera, l'ultima in cui avrebbe vissuto mio padre, mi accorsi di essere sola e senza il supporto del personale infermieristico che mi avrebbe dovuto aiutare, ma si fosse trattato solo di questo...

Mia sorella ed io durante il giorno ci alternavamo (per la notte pagavamo un infermiere privato) e, vittime di un'insensibilità che ci lasciò esterrefatte, ferendoci profondamente, fummo spettatrici inermi di numerose negligenze. Ed il chiamarle negligenze non da la giusta idea della mancanza di professionalità e di umanità che rendevano quel reparto di Geriatria un'anticamera della morte in cui gli esseri umani, quasi fossero indegni di ricevere cure ed attenzioni, quasi non fossero mai stati prima figli poi genitori e uomini, quasi non avessero accanto chi per loro provava amore sofferenza e pena, quasi non fossero da ricambiare per l'amore donato in vita, quasi non fossero da curare, venivano trattati come animali spinti all'interno di un vecchio macello.

A quel tempo la mia timidezza, la mia scarsa esperienza ed il mio cercare di non indisporre gli infermieri (almeno non più di quanto già fossero indisposti), per il timore non accudissero mio padre nella maniera giusta, mi portarono a subire degli episodi inconcepibili, inauditi in una struttura sanitaria che, al contrario, avrebbe dovuto garantire ad un uomo, prima ancora che ad un malato, un trattamento degno di essere chiamato tale. E questo anche se mio padre non avesse lavorato e pagato i contributi per quarant'anni come invece aveva fatto.

Gli episodi a cui faccio riferimento furono molti ed è chiaro che per mancanza di spazio non posso citarli tutti, quindi per farvi avere un idea di quanto accadde ne citerò solo alcuni:

-Un giorno inserirono l’ago della flebo senza fissarlo debitamente col cerotto, come più volte da me sollecitato, e mio padre, che non comprendeva cosa non dovesse fare e non aveva memoria di ciò che gli veniva detto, ebbe accesso alla via venosa togliendo il cappuccio e perdendo così una quantità enorme di sangue. E la parola "enorme" non la scrivo per accentuare la gravita dell'accaduto. 

-Diverse volte, nonostante facessimo scrivere continuamente in cartella che andavano triturate per le difficoltà che aveva a deglutire, trovai pasticche intere tra le lenzuola o incastrate all'interno della bocca.

-Capitò anche che dimenticassero di togliere dal frigo la sacca di nutrizione, quella che viene somministrata endovena, e quasi fosse indifferente alimentarlo o meno in un orario consono mi dissero che avrei dovuto lasciarla al Sole fino a quando non avesse raggiunto la temperatura ambiente. Fortuna che il Sole c'era.

-Una sera dovetti rimanere per venti minuti con un dito sul tubo dell'ossigeno, che non si sa il motivo ma aveva una perdita, nell'attesa ne portassero uno nuovo. Non vedendo arrivare nessuno chiusi la bombola e, seppur imbarazzata non volendo essere troppo insistente, mi decisi ad andare in infermeria, infermeria che però trovai chiusa. Non mi diedi per vinta e cercando arrivai alla finestra delle cucine, gli infermieri di turno erano all'interno e mi accorsi che stavano facendo tutt'altro. Bussai e mi risposero che il tubo era terminato.

-Il più basso grado di professionalità e umanità lo raggiunsero quando salvai una vecchietta da una sicura caduta dal letto. Suonai aspettando che qualcuno mi desse una mano, per poterla riposizionare in maniera consona e non pericolosa, ma dovetti aspettare diversi minuti e quando l’infermiere arrivò, vedendomi irritata per il suo menefreghismo, sbottò in un: "Non ti scaldare tanto sta per morire, muoia per una caduta o per altro...".

Mio padre purtroppo morì all'alba del 13 Agosto tra questi individui senza cuore, con la sola compagnia dell’infermiere che lo accudiva di notte. Mi ricordo come fosse ora che appena arrivai per dargli l'ultimo saluto, chiaramente in lacrime e dispiaciuta per non essere stata con lui nel momento finale della sua vita, una voce greve disse: "Tutti fuori, devo preparare la salma". Avrei dovuto avere la prontezza di dire "ora esca lei e non disturbi", ma non lo feci e così, dopo averlo salutato frettolosamente, uscii dalla stanza. Ed in quel momento mi resi conto che avevo lasciato morire mio padre in un luogo che non lo meritava.

Nei mesi a seguire io e mia sorella parlammo molto di come in quei venti giorni furono trattati nostro padre e tutti gli altri degenti del reparto di Geriatria del Policlinico Umberto I, ed a furia di parlare arrivammo alla conclusione che, per sfogare la nostra rabbia, ma soprattutto per l'amore che portiamo a nostro padre e per aiutare gli anziani che loro malgrado si sarebbero trovati a soggiornare in quel luogo, non potevamo tacere e lasciare che tutto continuasse in quella disumana maniera. L’idea cominciò a prendere forma nel momento in cui feci visita ad una mia amica diventata mamma. Nel reparto maternità dello stesso ospedale in cui non avevo trovato umanità, fra corridoi colorati che lasciavano trasparire la gioia e regalavano un'aria che a respirarla sapeva di vita, le infermiere erano sorridenti ed avevano, oltre all'immensa professionalità, dei modi disponibili gentili e garbati. Fu lì che pensai che la vita e la dignità non hanno età, che la vita di un neonato è cara alla mamma così come è cara ad un figlio la vita dei propri genitori, seppure anziani e malati.

E così l'idea si concretizzò e scrivemmo una lettera denuncia inviandola in raccomandata sia al Tribunale del Malato che alla Direzione Generale del Policlinico che al Direttore del Reparto di Geriatria. Presto ci rispose un incaricato del Tribunale del Malato, il quale ci disse che se entro venti giorni non avessimo ricevuto risposta dal Policlinico avremmo dovuto chiamarlo. E la risposta arrivò a breve, il Direttore del Reparto di Geriatria ci chiese di andare nel suo ufficio per un colloquio.

Andammo il giorno stabilito e fummo accolti dal coordinatore del Reparto che aveva, in bella mostra sulla sua scrivania, la nostra lettera e quella inviata alla direzione generale del Policlinico. Accatastate a lato tutte le lettere di richiamo e trasferimento per il personale da noi citato nella denuncia. Non vollero un confronto e questo mi fece pensare che già da tempo conoscessero bene quali fossero gli elementi marci di quel reparto, che la nostra lettera fu la solita goccia in più, quella che fa traboccare il vaso. Dopo poco ci accompagnò nell'ufficio del direttore il quale, per farci capire la situazione creatasi, ci tenne a puntualizzare che il mese di Agosto era un mese di ferie con personale ridotto. E qui mi venne da pensare che è un peccato non potersi scegliere i periodi di malattia, che è un peccato il non poterne programmare l'arrivo così da prendere in anticipo un appuntamento nei mesi giusti. Ma a questo proposito credevo di aver capito che il piano ferie servisse appunto per far si che in un posto di lavoro tanto delicato ci fossero sempre un numero idoneo di dipendenti professionali, anche durante il periodo estivo. Ed avevo capito bene perché questa è la giusta prassi, lo sapeva anche il direttore; al momento dei saluti, per farci capire come quel reparto fosse un buon reparto, ci disse che se un giorno un suo familiare avesse avuto bisogno di cure lui lo avrebbe portato, sicuramente e tranquillamente, all'Umberto I, ed aggiunse che alcuni "elementi"  non debbono condizionare il giudizio.

Forse aveva ragione per undici mesi all'anno, peccato che a mio padre fosse capitato il turno peggiore che quel reparto avesse e che con quello si fosse dovuto raffrontare. In ogni caso qualcosa nel giro di poco cambiò perché qualche mese dopo ci chiamò il coordinatore per invitarci a visitare la "nuova Geriatria" e notare i vari cambiamenti. Chiaramente non andammo, non era nostro compito il verificare eventuali miglioramenti, anche se era quello a cui aspiravamo. Infatti il nostro obiettivo era quello di rendere il posto dove morì mio padre un luogo migliore, con più umanità e professionalità, denunciando chi vi lavorava pur non essendo idoneo a lavorarvi.

Son passati due anni da quel periodo e, come spesso accade, il destino crea incroci strani. In questo caso ha voluto che mia madre, in seguito ad un infarto, sia stata ricoverata, come il mio papà, al Policlinico Umberto I. Ma il destino non ha voluto solo questo perché, dopo essere passata per diversi reparti, la sua destinazione è stata proprio una camera di Geriatria. Degli infermieri presenti nel 2009 ne è rimasto solo uno, l'ho riconosciuto subito notando come il suo primo approccio al paziente ed ai suoi familiari fosse ancora negativo. Poi qualcuno, forse il coordinatore, gli ha detto chi erano quelle due sorelle che, come mai accaduto due anni prima, gli rispondevano a tono, ed allora il suo modo di fare è cambiato ed ha accudito mia madre amorevolmente, addirittura oltre il dovuto ed oltre il necessario. Ma lo ha fatto esclusivamente per il timore di un ulteriore richiamo perché nel profondo è la stessa identica persona di due anni fa: "Un essere senza cuore".

A parte lui il personale attuale è molto più disponibile, molto più presente e professionale. Chiaramente non mancano le eccezioni di prassi, ma a questo ci si fa l'abitudine quasi fosse normale, anormale è l'eccezione positiva in un ambiente malato.

Quanto ho scritto vorrei servisse a far capire a tutti che non c'è d'aver timore a far valere i nostri diritti, a far sentire la nostra voce, perché ci saranno sempre uomini disposti ad aiutarci e disposti a cambiare le cose. Che lo facciano perché obbligati dal ruolo che rivestono, o che lo facciano per prendere le distanze dagli individui da emarginare, poco importa, l'importante è che lo facciano e che in noi ci sia la forza di farglielo fare.